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mercoledì 9 gennaio 2008
moratoria aborto

lunedì 7 gennaio 2008
“la esperanza y el infierno”
C’È SPERANZA E SPERANZA
di José M. Castillo
ADISTA n° 90 del 22.12.2007
Un Commento del teologo spagnolo José Castillo sulla recente enciclica di benedetto XVI “Spe Salvi”.
Questo articolo di José M. Castillo è stato pubblicato sulla rivista Andalusa di informazioine religiosa alternativa “Moceop” (07/12/2007). Titolo originale: “la esperanza y el infierno”
Il papa fa bene a ponderare tutto il positivo che offre al mondo la speranza propria dei cristiani. Tuttavia, con tutto il rispetto, oso dire che una speranza mal orientata può diventare un pericolo. Dico questo perché, per esempio, i terroristi suicidi, che si tolgono la vita uccidendo coloro che considerano nemici delle proprie credenze, fanno questo perché qualcuno ha messo nella loro testa l’idea che la morte è cosa di un istante, mentre i piaceri del paradiso eterno non hanno fine. È evidente che, in tali casi, la speranza religiosa diventa un pericolo che spaventa. Naturalmente, il papa non ha voluto neanche fare una simile insinuazione. Però non sarebbe stato male se, invece di accusare la ragione umana, l’illuminismo e la modernità, Benedetto XVI ci avesse messo in guardia da eccessi di speranza che “de facto” non sono stati altro che aggressioni disumane contro i diritti delle persone.Un esempio eloquente: il Concilio Laterano IV (1215) decretò che, se un malato si fosse rifiutato di ricevere i sacramenti della Chiesa, non avrebbe dovuto ricevere le cure del medico. La speranza nella vita eterna era anteposta ai diritti della vita umana. Ed è questo che fa, senza rendersene conto, Benedetto XVI. Con l’Illuminismo sono nati i “Diritti dell’uomo e del cittadino” (1789). Diritti che furono condannati da Pio VI, nel 1790. A partire da Giovanni XXIII, i papi elogiano i diritti umani, ma ad oggi il Vaticano non li ha sottoscritti. La speranza nell’altra vita può dare senso a questa, può aiutare a sopportare meglio le avversità e le sofferenze che patiamo qui. Ma le motivazioni che si basano sull’“al di là” possono essere pericolose per il “di qua”. John Dewey ha detto a ragione che “l’uomo non ha usato mai pienamente i poteri che possiede per accrescere il bene nel mondo, perché ha sempre aspettato che qualche potere esterno a lui e alla natura facesse il lavoro che è di sua propria responsabilità”. Da qui, tra altri motivi, l’anticlericalismo, che tanto danno ha fatto alla religione e alla Chiesa. Perché, in definitiva, l’anticlericalismo “è l’idea che le istituzioni ecclesiastiche, malgrado tutto il bene che fanno, sono pericolose per la salute delle società democratiche” (R. Rorty). Non è un bene che ci sia gente che la pensa così. Perché vi sono molte persone credenti che, per motivazioni religiose, fanno molto bene in questa vita. Per questo insisto sul fatto che gli “spiritualisti” ostinati, dal momento in cui pongono il centro della loro vita non in “questa vita” ma nell’“altra vita”, possono diventare inutili o anche pericolosi.La rassegnazione, la sopportazione e la speranza nell’altra vita sono consigliabili, molto utili, quando quello che soffriamo non ha rimedio, per esempio una malattia allo stadio terminale. Ma quando affrontiamo problemi ai quali si può porre rimedio, con il nostro sforzo e con le nostre lotte, è un istupidimento e persino una sfacciataggine fare appello alla speranza religiosa per voltare le spalle anziché mostrare il volto. Per il resto, se qualcuno viene a dirmi che mi perdona o mi ama perché così Dio perdona o ama lui, gli direi che si tenga il suo perdono e il suo affetto. Perché questa persona non ama me, bensì se stessa. È l’ipocrisia che tante volte permea la religione. L’ipocrisia di coloro che dicono di amare gli altri, ma in realtà non amano nessuno. A forza di udire che bisogna amare tutti “per Dio” o “per la vita eterna”, finiscono per essere dei raffinati egoisti, che non sono neppure coscienti dell’egoismo che cavalcano nella vita, mostrando una parvenza di umiltà che puzza di sacrestia. Per concludere, qualcosa sull’inferno. Il papa ne afferma l’esistenza. E si basa per questo sul Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 133-137). Tuttavia, non è dottrina di fede l’esistenza dell’inferno. Quello che sappiamo per fede è che “quanti muoiono in peccato mortale si condannano”. Però non è contenuto di fede che qualcuno sia morto in peccato mortale, neppure Giuda. Di più, nel Concilio Vaticano II, ci fu un vescovo che chiese che il Concilio affermasse che vi sono persone condannate all’inferno. Ma il Concilio non accettò simile richiesta. Perché (utilizzando il linguaggio religioso) in questo mondo nessuno può sapere quello che avviene nell’altro. Inoltre, l’inferno, così come si è soliti mostrare, racchiude una contraddizione. Ogni castigo è un mezzo per rimediare a qualcosa, per ottenere qualcosa. Persino i tiranni più crudeli hanno utilizzato il castigo per raggiungere qualche fine. Ma l’inferno è l’unico castigo che, essendo eterno, non ha né può avere altro scopo che lo stesso inferno, cioè causare sofferenza. Ora, se Dio è il Padre che si definisce come Amore, può fare una cosa del genere? La Bontà senza limiti può produrre e mantenere senza fine la Crudeltà senza limiti? Naturalmente, per noi che crediamo nel Dio del cristianesimo, questo Dio è giusto. E deve fare giustizia. Ma come? Quando? Dove? Preferisco rimanere con queste domande invece di fare affermazioni che, in fin dei conti, finiscono per presentare Dio come il più crudele dei tiranni.
Le (antiche) paure di Ratzinger
don Enzo Mazzi
l'Unità" del 28 dicembre 2007
L’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI e la condanna del relativismo che informerebbe le istituzioni internazionali confermano la grande difficoltà che nella società plurale ha la gerarchia cattolica a sostenere il carattere assoluto e quindi unico e immutabile della verità di cui si ritiene portatrice o annunciatrice.
«Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza - scrive Ratzinger citando Paolo apostolo - ... noi abbiamo bisogno delle speranze - più piccole o più grandi - che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Proprio l’essere gratificato di un dono fa parte della speranza. Dio è il fondamento della speranza - non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme».
Questo ritengo che sia il fulcro di tutta l’enciclica. Vi si rivela, a mio modo d’intendere, la paura che da due secoli assedia la gerarchia cattolica, con la parentesi di papa Giovanni e del Concilio: divenire insignificante in un mondo emancipato dal dominio del sacro e dell’assoluto. Il linguaggio dei papi in questi due secoli si è affinato, non c’è dubbio, ma la sostanza resta quella: la grande paura che la modernità renda superflua la Chiesa.
Conviene rivisitare i documenti antimodernisti che si sono succeduti dall’Ottocento, i quali con linguaggio talvolta più ruvido, ma anche più esplicito, esprimono la stessa paura di Ratzinger. L’enciclica Quod apostolici muneris di papa Leone XIII, del 1878, esprime drammaticamente la paura che «lo stesso Autore e Redentore del genere umano sia espulso insensibilmente e a poco a poco dalle Università, dai Licei e dai Ginnasi e da ogni pubblica consuetudine della vita». È un documento poco conosciuto, tenuto quasi nascosto per il carattere sconvolgente con cui denuncia i mali dell'epoca moderna; meglio enfatizzare l’altra enciclica dello stesso papa, la Rerum novarum, per la quale egli è divenuto famoso, che è ritenuta una svolta ma che nella sostanza dice le stesse cose.
Ritengo utile, per illuminare e capire il senso intimo dell’enciclica di Ratzinger, citare un po’ ampiamente la Quod apostolici muneris: «Queste audaci macchinazioni degli empi, che ogni giorno minacciano all’umano consorzio più gravi rovine e tengono in ansiosa trepidazione l’animo di tutti, traggono principio e origine da quelle velenose dottrine che, sparse nei tempi passati quali semi malsani in mezzo ai popoli, diedero a suo tempo frutti così amari. Infatti Voi ben conoscete, Venerabili Fratelli, che la guerra implacabile mossa fin dal secolo decimosesto dai 3ovatori contro la fede cattolica, e che venne sempre crescendo fino ai giorni nostri, ha per scopo d’aprire la porta a quelle idee e, per dir più propriamente, ai deliri della ragione abbandonata a se stessa, eliminata ogni rivelazione e rovesciato ogni ordine soprannaturale. Tale errore, che a torto prende nome dalla ragione (il razionalismo, l’illuminismo, il relativismo - ndr), siccome solletica e rende più viva l’innata bramosia d’innalzarsi, ed allenta il freno ad ogni sorta di cupidigie, senza difficoltà s’introdusse non solo nella mente di moltissimi, ma giunse anche a penetrare ampiamente nella società civile. Quindi con empietà nuova, sconosciuta perfino agli stessi pagani, si costituirono Stati senza alcun riguardo a Dio ed all’ordine da Lui prestabilito; si andò dicendo che l’autorità pubblica non riceve da Dio né il principio, né la maestà, né la forza di comandare, ma piuttosto dalla massa popolare la quale, ritenendosi sciolta da ogni legge divina, tollera appena di restare soggetta alle leggi che essa stessa a piacere ha sancite. Combattute e rigettate come nemiche della ragione le verità soprannaturali della fede, si costringe lo stesso Autore e Redentore del genere umano ad uscire insensibilmente e a poco a poco dalle Università, dai Licei e dai Ginnasi e da ogni pubblica consuetudine della vita. Infine, messi in dimenticanza i premi e le pene della eterna vita avvenire, l’ardente desiderio della felicità è stato rinserrato entro gli angusti confini del presente. Con queste dottrine disseminate in lungo e in largo, e con tale e tanta licenza d'opinare e di fare accordata dovunque, non deve recare meraviglia che gli uomini della plebe, stanchi della casa misera e dell’officina, anelino a lanciarsi sui palazzi e sulle fortune dei più ricchi; non deve recare meraviglia che, scossa, vacilli ormai ogni pubblica e privata tranquillità, e che l’umanità sia giunta quasi alla sua estrema rovina».
Il tono dell’enciclica è tutto su questo registro. E così si conclude indirizzando la denuncia soprattutto contro il socialismo: «Stando così le cose, ... ai popoli ed ai Prìncipi sbattuti da violenta procella ... preoccupati dall’estremo pericolo che sovrasta, indirizziamo loro l’Apostolica voce; ed in nome della loro salvezza e di quella dello Stato di nuovo li preghiamo insistentemente e li scongiuriamo di accogliere ed ascoltare come maestra la Chiesa , tanto benemerita della pubblica prosperità dei regni, e si persuadano che le ragioni della religione e dell'impero sono così strettamente congiunte che di quanto viene quella a scadere, di altrettanto diminuiscono l'ossequio dei sudditi e la maestà del comando. Anzi, conoscendo che la Chiesa di Cristo possiede tanta virtù per combattere la peste del Socialismo, quanta non ne possono avere le leggi umane, né le repressioni dei magistrati, né le armi dei soldati, ridonino alla Chiesa quella condizione di libertà, nella quale possa efficacemente compiere la sua benefica azione a favore dell’umano consorzio. ... Infine, siccome i seguaci del Socialismo principalmente vengono cercati fra gli artigiani e gli operai, i quali, avendo per avventura preso in uggia il lavoro, si lasciano assai facilmente pigliare all’esca delle promesse di ricchezze e di beni, così torna opportuno di favorire le società artigiane ed operaie che, poste sotto la tutela della Religione, avvezzino tutti i loro soci a considerarsi contenti della loro sorte, a sopportare la fatica e a condurre sempre una vita quieta e tranquilla».
Che ha a che fare la finezza di Ratzinger con queste espressioni così ruvide? Oppure con l’affannosa difesa della verità rivelata contenuta nel Sillabo di Pio IX del 1864? Più vicina allo stile di Benedetto XVI può essere considerata l’enciclica Pascendi di Pio X, antimodernista per eccellenza, apprezzata però per la sua potenza filosofica e la sua coerenza, non per i contenuti, dai due principali pensatori “laici” dell’Italia del tempo, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. La Pascendi ispirerà l’enciclica Humani generis di Pio XII e la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II.
Meno esplicitamente ma certo sostanzialmente ha ispirato a mio modo di vedere anche la Spe salvi. La quale presenta forti analogie con i precedenti pronunciamenti antimoderni del papato e soprattutto ha in comune con essi la paura e la difficoltà a rapportare la speranza e la fede teologali alle speranze e alle fedi terrene. I papi antimoderni compreso Benedetto XVI pensano in termini contrappositivi.
La parentesi di Papa Giovanni e del Concilio dimostra che la paura del mondo non è affatto connaturata alla fede cristiana, rende palese anzi il fatto che la paura è di ostacolo alla fede, la contraddice. È divenuta famosa la denuncia che Roncalli fece all'apertura del Concilio l’11 ottobre 1962: «A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. nello stato presente degli eventi umani, nel quale l'umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza».
Ecco la chiave teologica di una fede non contrappositiva e priva di paura del mondo emancipato dal sacro e da Dio. Le speranze terrene non hanno bisogno di sbandierare il riferimento a Dio per essere autentiche. Dio ce l’hanno dentro per chi vede i “misteriosi piani”, anche se sono speranze laiche e di atei. Non è che sia una teologia priva di contraddizioni, ma intanto libera dalla paura e dal conflitto. Fra i “profeti di sventura” vi sono adombrati i suoi predecessori? Un cosa si può dare per certa: alcuni sassolini dalla scarpa papa Giovanni se li è voluti levare dal momento che egli stesso era stato indagato per modernismo.
La cosa lo aveva fatto tanto soffrire che una volta divenuto papa impedì al suo solerte segretario mons. Capovilla di distruggere il dossier contro di lui conservato al Sant’Uffizio. Volle che fosse conservato come monito. Soprattutto è una presa di distanza esplicita dall’antimodernismo la grande lezione della teologia dei “segni dei tempi” proposta dalla Pacem in Terris che vede e valorizza gli aspetti di speranza del cammino umano nell’ascesa del mondo operaio, nell’emersione della soggettività femminile, nella liberazione dei popoli.
Siamo agli antipodi del pensiero di Ratzinger il quale disconosce il grande impegno di tanti cristiani e cristiane in tutto il mondo che portano quotidianamente il loro contributo di fede e di annuncio evangelico unendolo senza imposizioni, senza contrapposizioni e senso di superiorità, ai contributi di tutti gli uomini di buona volontà di qualsiasi fede, religione, cultura. Nell’incarnazione sta il contributo di speranza di questi cristiani conciliari; nella valorizzazione dei “segni dei tempi” e non nelle condanne sta la loro speranza.
“la esperanza y el infierno”
C’È SPERANZA E SPERANZA
di José M. Castillo
ADISTA n° 90 del 22.12.2007
Un Commento del teologo spagnolo José Castillo sulla recente enciclica di benedetto XVI “Spe Salvi”.
Questo articolo di José M. Castillo è stato pubblicato sulla rivista Andalusa di informazioine religiosa alternativa “Moceop” (07/12/2007). Titolo originale: “la esperanza y el infierno”
Il papa fa bene a ponderare tutto il positivo che offre al mondo la speranza propria dei cristiani. Tuttavia, con tutto il rispetto, oso dire che una speranza mal orientata può diventare un pericolo. Dico questo perché, per esempio, i terroristi suicidi, che si tolgono la vita uccidendo coloro che considerano nemici delle proprie credenze, fanno questo perché qualcuno ha messo nella loro testa l’idea che la morte è cosa di un istante, mentre i piaceri del paradiso eterno non hanno fine. È evidente che, in tali casi, la speranza religiosa diventa un pericolo che spaventa. Naturalmente, il papa non ha voluto neanche fare una simile insinuazione. Però non sarebbe stato male se, invece di accusare la ragione umana, l’illuminismo e la modernità, Benedetto XVI ci avesse messo in guardia da eccessi di speranza che “de facto” non sono stati altro che aggressioni disumane contro i diritti delle persone.Un esempio eloquente: il Concilio Laterano IV (1215) decretò che, se un malato si fosse rifiutato di ricevere i sacramenti della Chiesa, non avrebbe dovuto ricevere le cure del medico. La speranza nella vita eterna era anteposta ai diritti della vita umana. Ed è questo che fa, senza rendersene conto, Benedetto XVI. Con l’Illuminismo sono nati i “Diritti dell’uomo e del cittadino” (1789). Diritti che furono condannati da Pio VI, nel 1790. A partire da Giovanni XXIII, i papi elogiano i diritti umani, ma ad oggi il Vaticano non li ha sottoscritti. La speranza nell’altra vita può dare senso a questa, può aiutare a sopportare meglio le avversità e le sofferenze che patiamo qui. Ma le motivazioni che si basano sull’“al di là” possono essere pericolose per il “di qua”. John Dewey ha detto a ragione che “l’uomo non ha usato mai pienamente i poteri che possiede per accrescere il bene nel mondo, perché ha sempre aspettato che qualche potere esterno a lui e alla natura facesse il lavoro che è di sua propria responsabilità”. Da qui, tra altri motivi, l’anticlericalismo, che tanto danno ha fatto alla religione e alla Chiesa. Perché, in definitiva, l’anticlericalismo “è l’idea che le istituzioni ecclesiastiche, malgrado tutto il bene che fanno, sono pericolose per la salute delle società democratiche” (R. Rorty). Non è un bene che ci sia gente che la pensa così. Perché vi sono molte persone credenti che, per motivazioni religiose, fanno molto bene in questa vita. Per questo insisto sul fatto che gli “spiritualisti” ostinati, dal momento in cui pongono il centro della loro vita non in “questa vita” ma nell’“altra vita”, possono diventare inutili o anche pericolosi.La rassegnazione, la sopportazione e la speranza nell’altra vita sono consigliabili, molto utili, quando quello che soffriamo non ha rimedio, per esempio una malattia allo stadio terminale. Ma quando affrontiamo problemi ai quali si può porre rimedio, con il nostro sforzo e con le nostre lotte, è un istupidimento e persino una sfacciataggine fare appello alla speranza religiosa per voltare le spalle anziché mostrare il volto. Per il resto, se qualcuno viene a dirmi che mi perdona o mi ama perché così Dio perdona o ama lui, gli direi che si tenga il suo perdono e il suo affetto. Perché questa persona non ama me, bensì se stessa. È l’ipocrisia che tante volte permea la religione. L’ipocrisia di coloro che dicono di amare gli altri, ma in realtà non amano nessuno. A forza di udire che bisogna amare tutti “per Dio” o “per la vita eterna”, finiscono per essere dei raffinati egoisti, che non sono neppure coscienti dell’egoismo che cavalcano nella vita, mostrando una parvenza di umiltà che puzza di sacrestia. Per concludere, qualcosa sull’inferno. Il papa ne afferma l’esistenza. E si basa per questo sul Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 133-137). Tuttavia, non è dottrina di fede l’esistenza dell’inferno. Quello che sappiamo per fede è che “quanti muoiono in peccato mortale si condannano”. Però non è contenuto di fede che qualcuno sia morto in peccato mortale, neppure Giuda. Di più, nel Concilio Vaticano II, ci fu un vescovo che chiese che il Concilio affermasse che vi sono persone condannate all’inferno. Ma il Concilio non accettò simile richiesta. Perché (utilizzando il linguaggio religioso) in questo mondo nessuno può sapere quello che avviene nell’altro. Inoltre, l’inferno, così come si è soliti mostrare, racchiude una contraddizione. Ogni castigo è un mezzo per rimediare a qualcosa, per ottenere qualcosa. Persino i tiranni più crudeli hanno utilizzato il castigo per raggiungere qualche fine. Ma l’inferno è l’unico castigo che, essendo eterno, non ha né può avere altro scopo che lo stesso inferno, cioè causare sofferenza. Ora, se Dio è il Padre che si definisce come Amore, può fare una cosa del genere? La Bontà senza limiti può produrre e mantenere senza fine la Crudeltà senza limiti? Naturalmente, per noi che crediamo nel Dio del cristianesimo, questo Dio è giusto. E deve fare giustizia. Ma come? Quando? Dove? Preferisco rimanere con queste domande invece di fare affermazioni che, in fin dei conti, finiscono per presentare Dio come il più crudele dei tiranni.
Le (antiche) paure di Ratzinger
don Enzo Mazzi
l'Unità" del 28 dicembre 2007
L’enciclica Spe salvi di Benedetto XVI e la condanna del relativismo che informerebbe le istituzioni internazionali confermano la grande difficoltà che nella società plurale ha la gerarchia cattolica a sostenere il carattere assoluto e quindi unico e immutabile della verità di cui si ritiene portatrice o annunciatrice.
«Un mondo senza Dio è un mondo senza speranza - scrive Ratzinger citando Paolo apostolo - ... noi abbiamo bisogno delle speranze - più piccole o più grandi - che, giorno per giorno, ci mantengono in cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza può essere solo Dio, che abbraccia l’universo e che può proporci e donarci ciò che, da soli, non possiamo raggiungere. Proprio l’essere gratificato di un dono fa parte della speranza. Dio è il fondamento della speranza - non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme».
Questo ritengo che sia il fulcro di tutta l’enciclica. Vi si rivela, a mio modo d’intendere, la paura che da due secoli assedia la gerarchia cattolica, con la parentesi di papa Giovanni e del Concilio: divenire insignificante in un mondo emancipato dal dominio del sacro e dell’assoluto. Il linguaggio dei papi in questi due secoli si è affinato, non c’è dubbio, ma la sostanza resta quella: la grande paura che la modernità renda superflua la Chiesa.
Conviene rivisitare i documenti antimodernisti che si sono succeduti dall’Ottocento, i quali con linguaggio talvolta più ruvido, ma anche più esplicito, esprimono la stessa paura di Ratzinger. L’enciclica Quod apostolici muneris di papa Leone XIII, del 1878, esprime drammaticamente la paura che «lo stesso Autore e Redentore del genere umano sia espulso insensibilmente e a poco a poco dalle Università, dai Licei e dai Ginnasi e da ogni pubblica consuetudine della vita». È un documento poco conosciuto, tenuto quasi nascosto per il carattere sconvolgente con cui denuncia i mali dell'epoca moderna; meglio enfatizzare l’altra enciclica dello stesso papa, la Rerum novarum, per la quale egli è divenuto famoso, che è ritenuta una svolta ma che nella sostanza dice le stesse cose.
Ritengo utile, per illuminare e capire il senso intimo dell’enciclica di Ratzinger, citare un po’ ampiamente la Quod apostolici muneris: «Queste audaci macchinazioni degli empi, che ogni giorno minacciano all’umano consorzio più gravi rovine e tengono in ansiosa trepidazione l’animo di tutti, traggono principio e origine da quelle velenose dottrine che, sparse nei tempi passati quali semi malsani in mezzo ai popoli, diedero a suo tempo frutti così amari. Infatti Voi ben conoscete, Venerabili Fratelli, che la guerra implacabile mossa fin dal secolo decimosesto dai 3ovatori contro la fede cattolica, e che venne sempre crescendo fino ai giorni nostri, ha per scopo d’aprire la porta a quelle idee e, per dir più propriamente, ai deliri della ragione abbandonata a se stessa, eliminata ogni rivelazione e rovesciato ogni ordine soprannaturale. Tale errore, che a torto prende nome dalla ragione (il razionalismo, l’illuminismo, il relativismo - ndr), siccome solletica e rende più viva l’innata bramosia d’innalzarsi, ed allenta il freno ad ogni sorta di cupidigie, senza difficoltà s’introdusse non solo nella mente di moltissimi, ma giunse anche a penetrare ampiamente nella società civile. Quindi con empietà nuova, sconosciuta perfino agli stessi pagani, si costituirono Stati senza alcun riguardo a Dio ed all’ordine da Lui prestabilito; si andò dicendo che l’autorità pubblica non riceve da Dio né il principio, né la maestà, né la forza di comandare, ma piuttosto dalla massa popolare la quale, ritenendosi sciolta da ogni legge divina, tollera appena di restare soggetta alle leggi che essa stessa a piacere ha sancite. Combattute e rigettate come nemiche della ragione le verità soprannaturali della fede, si costringe lo stesso Autore e Redentore del genere umano ad uscire insensibilmente e a poco a poco dalle Università, dai Licei e dai Ginnasi e da ogni pubblica consuetudine della vita. Infine, messi in dimenticanza i premi e le pene della eterna vita avvenire, l’ardente desiderio della felicità è stato rinserrato entro gli angusti confini del presente. Con queste dottrine disseminate in lungo e in largo, e con tale e tanta licenza d'opinare e di fare accordata dovunque, non deve recare meraviglia che gli uomini della plebe, stanchi della casa misera e dell’officina, anelino a lanciarsi sui palazzi e sulle fortune dei più ricchi; non deve recare meraviglia che, scossa, vacilli ormai ogni pubblica e privata tranquillità, e che l’umanità sia giunta quasi alla sua estrema rovina».
Il tono dell’enciclica è tutto su questo registro. E così si conclude indirizzando la denuncia soprattutto contro il socialismo: «Stando così le cose, ... ai popoli ed ai Prìncipi sbattuti da violenta procella ... preoccupati dall’estremo pericolo che sovrasta, indirizziamo loro l’Apostolica voce; ed in nome della loro salvezza e di quella dello Stato di nuovo li preghiamo insistentemente e li scongiuriamo di accogliere ed ascoltare come maestra la Chiesa , tanto benemerita della pubblica prosperità dei regni, e si persuadano che le ragioni della religione e dell'impero sono così strettamente congiunte che di quanto viene quella a scadere, di altrettanto diminuiscono l'ossequio dei sudditi e la maestà del comando. Anzi, conoscendo che la Chiesa di Cristo possiede tanta virtù per combattere la peste del Socialismo, quanta non ne possono avere le leggi umane, né le repressioni dei magistrati, né le armi dei soldati, ridonino alla Chiesa quella condizione di libertà, nella quale possa efficacemente compiere la sua benefica azione a favore dell’umano consorzio. ... Infine, siccome i seguaci del Socialismo principalmente vengono cercati fra gli artigiani e gli operai, i quali, avendo per avventura preso in uggia il lavoro, si lasciano assai facilmente pigliare all’esca delle promesse di ricchezze e di beni, così torna opportuno di favorire le società artigiane ed operaie che, poste sotto la tutela della Religione, avvezzino tutti i loro soci a considerarsi contenti della loro sorte, a sopportare la fatica e a condurre sempre una vita quieta e tranquilla».
Che ha a che fare la finezza di Ratzinger con queste espressioni così ruvide? Oppure con l’affannosa difesa della verità rivelata contenuta nel Sillabo di Pio IX del 1864? Più vicina allo stile di Benedetto XVI può essere considerata l’enciclica Pascendi di Pio X, antimodernista per eccellenza, apprezzata però per la sua potenza filosofica e la sua coerenza, non per i contenuti, dai due principali pensatori “laici” dell’Italia del tempo, Benedetto Croce e Giovanni Gentile. La Pascendi ispirerà l’enciclica Humani generis di Pio XII e la Fides et Ratio di Giovanni Paolo II.
Meno esplicitamente ma certo sostanzialmente ha ispirato a mio modo di vedere anche la Spe salvi. La quale presenta forti analogie con i precedenti pronunciamenti antimoderni del papato e soprattutto ha in comune con essi la paura e la difficoltà a rapportare la speranza e la fede teologali alle speranze e alle fedi terrene. I papi antimoderni compreso Benedetto XVI pensano in termini contrappositivi.
La parentesi di Papa Giovanni e del Concilio dimostra che la paura del mondo non è affatto connaturata alla fede cristiana, rende palese anzi il fatto che la paura è di ostacolo alla fede, la contraddice. È divenuta famosa la denuncia che Roncalli fece all'apertura del Concilio l’11 ottobre 1962: «A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo. nello stato presente degli eventi umani, nel quale l'umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza».
Ecco la chiave teologica di una fede non contrappositiva e priva di paura del mondo emancipato dal sacro e da Dio. Le speranze terrene non hanno bisogno di sbandierare il riferimento a Dio per essere autentiche. Dio ce l’hanno dentro per chi vede i “misteriosi piani”, anche se sono speranze laiche e di atei. Non è che sia una teologia priva di contraddizioni, ma intanto libera dalla paura e dal conflitto. Fra i “profeti di sventura” vi sono adombrati i suoi predecessori? Un cosa si può dare per certa: alcuni sassolini dalla scarpa papa Giovanni se li è voluti levare dal momento che egli stesso era stato indagato per modernismo.
La cosa lo aveva fatto tanto soffrire che una volta divenuto papa impedì al suo solerte segretario mons. Capovilla di distruggere il dossier contro di lui conservato al Sant’Uffizio. Volle che fosse conservato come monito. Soprattutto è una presa di distanza esplicita dall’antimodernismo la grande lezione della teologia dei “segni dei tempi” proposta dalla Pacem in Terris che vede e valorizza gli aspetti di speranza del cammino umano nell’ascesa del mondo operaio, nell’emersione della soggettività femminile, nella liberazione dei popoli.
Siamo agli antipodi del pensiero di Ratzinger il quale disconosce il grande impegno di tanti cristiani e cristiane in tutto il mondo che portano quotidianamente il loro contributo di fede e di annuncio evangelico unendolo senza imposizioni, senza contrapposizioni e senso di superiorità, ai contributi di tutti gli uomini di buona volontà di qualsiasi fede, religione, cultura. Nell’incarnazione sta il contributo di speranza di questi cristiani conciliari; nella valorizzazione dei “segni dei tempi” e non nelle condanne sta la loro speranza.
giovedì 3 gennaio 2008
Veglia di Natale
Comunità dell’Isolotto – Firenze
Veglia di Natale 2007
Germogli di speranza: mani per unire piedi per camminare insieme, testimoni di “buone novelle” che si tramandano dall’alba del mondo (o dei mondi)
Germogli di speranza è il titolo che abbiamo scelto per questa notte di Natale.
In queste trentanove veglie di Natale abbiamo sempre cercato di coniugare la denunzia dei fatti, la solidarietà e la speranza: le nostre veglie non sono mai state un’accettazione passiva e rassegnata degli eventi né un ripiegamento triste e pessimista di fronte al senso di impotenza che domina spesso intorno a noi.
Quest’anno, di fronte al martellamento amplificato ed assordante delle negatività che attraverso i media invadono la nostra vita, pensiamo che l’incontro di questa notte debba essere un momento in cui prevalga la positività di relazioni – vissuti ed esperienze, positività che ci aiutino a far crescere dentro di noi sentimenti di serenità ed anche di gioia, perché no?
Possedere gioia per comunicare gioia, per affrontare la vita .
Questo messaggio ci viene questa sera dal mondo dei nostri bambini Ci colleghiamo con un filo invisibile al manifesto delle orme che i nostri piccoli hanno preparato per la festa dell’accoglienza in piazza nel mese di giugno:
mani per unire – piedi per camminare insieme ci è sembrato un bel messaggio per questo Natale.
E sono proprio loro che questa sera, per iniziare questa veglia, vogliono regalarci un bel racconto sulla nascita delle stagioni, un testo poetico con cui vogliamo introdurre il racconto dei Vangeli, perché il Natale è la festa della nascita di Gesù, ma è anche la festa di ogni nascita a cominciare dalla nascita della natura, dei sentimenti di amore, di solidarietà e di armonia. (Luciana)
“L’alba delle stagioni”
All’inizio c’erano quattro pianeti. E Nun, il musico celeste, suonava la sua lira perché essi facessero un girotondo in quell’immensa distesa di stelle che viene chiamata universo.
Incantati dalla musica di Nun, i quattro pianeti vennero a lui ad uno ad uno.
Egli disse al primo: « Tu sarai l’Inverno poiché sei freddo e bianco ».
Al secondo pianeta disse: «Io ti chiamerò Primavera, tu che sei rosa e tiepido».
Il terzo lo accolse così: «Salute a te, che ti chiamerai Estate, giacché sei verde e caldo».
All’ultimo disse: « Benvenuto a te che sarai l’Autunno, perché sei dolce e coperto d’oro». Per il pianeta Inverno, così freddo e bianco, Nun pizzicò la corda più profonda della sua lira: come d’incanto la neve cominciò a fioccare in tanti piccoli ghiaccioli, il ghiaccio gelò i fiumi, la brina si trasformò in stelle e apparve un albero, che levava al cielo i suoi rami nudi come braccia tese.
Nun restò un istante in silenzio. Poi, pizzicò la corda più profonda della lira e il pianeta Inverno si popolò di renne e di caribù.
Ma il musico non era ancora soddisfatto. Egli continuò così a suonare, finché apparvero dei cavalli bianchi in un turbinio d’argento, e degli orsi sbucarono dalla banchisa. I picchi si staccarono dai ghiacci per volare nel cielo e le volpi si cercarono una tana. Così l’Inverno prese vita dalla corda più profonda del musico. Nun contemplò l’Inverno, e si sentì molto fiero di sé.
«Musica, com’ è grande il tuo potere, tu doni vita e movimento a ciò che è immobile».
Nun era felice perché il pianeta Inverno, così freddo e così bianco, intorpidito nella neve e nel silenzio, aveva preso a vivere. Egli decise quindi di creare la Primavera, e di mischiare i venti del nord con le tiepide brezze, perché le nevi si sciogliessero e gli uccelli, erranti nel cielo, potessero infine trovare un albero dove far nascere i propri piccoli.
Le note sgorgarono, rapide e chiare come un ruscello d’aprile, sotto le dita agili del musico. Le farfalle del cielo si liberarono delle loro crisalidi di nuvola, gli uccelli spiegarono le loro ali e mille alberi si innalzarono a ricevere una pioggia di fiori novelli.
Il musico suonò ancora e le note caddero in petali di pesco sui rami accoglienti degli alberi, mentre altre, più leggere e vibranti, si trasformavano in piume ed in fiamme, per poi spargersi sugli stagni in uno stormo di fenicotteri rosa. La cicogna bianca e nera, sfuggita alla tempesta, fece il suo nido su un albero, il pellicano tuffò il suo becco nei fiumi pescosi e l’oca selvatica nuotò verso una coppa di ninfee nell’acqua limpida e profumata.
«Che cosa sarebbe la Primavera senza uccelli, senza fiori e senza profumi?» disse fra sé Nun. La Primavera era stata creata, rosa come un cielo d’aurora, come un’ala di fenicottero o un albero di pesco. La Primavera era terminata. E Nun trasalì davanti a tanta precoce bellezza.
«Manterrai 1e tue promesse?” 1e chiese posando le dita sulla lira.
Una corda appena sfiorata gli rispose: «Attendi l’ora dell’ Estate, Nun, l’ora calda e splendida, e sarai appagato».
Arrivò così l’ora del pianeta Estate. L’Inverno si allontanò come un ricordo, e la Primavera seguì le sue orme. Nun riprese la lira e pizzicò la corda di mezzo. Subito i fiori si trasformarono in frutti, le messi imbiondirono sotto i raggi del sole, i papaveri mischiarono alle spighe le rosse fiamme dei loro petali. Appena il riso di Nun risuonò nell’universo silenzioso, i pavoni dal lungo strascico spuntarono dai campi di grano e spiegarono il ventaglio delle loro piume per salutarlo. Un albero meraviglioso, quale non si era mai visto, stese verso i1 cielo i suoi rami carichi di foglie e di frutti. Le sue fronde donavano un’ombra fresca alle gazzelle del deserto, alle giraffe della savana e alle tigri delle verdi foreste. Ma più belle ancora erano le ruote dei pavoni, dove mille occhi scrutavano, nelle piume aperte, il lento cammino delle stelle nei cerchi dell’infinito.
Inverno, Primavera, Estate, tutti i pianeti avevano risposto al richiamo di Nun. Mancava soltanto 1’Autunno. Il musico riprese un’ultima volta la propria lira e pizzicò la corda più dolce: le note ricaddero in foglie di porpora e d’oro, si posarono sull’albero più spoglio e cucirono per lui il mantello di un re. L’albero, piccolo e fragile, raddrizzò la testa, felice del suo meraviglioso vestito. Nun pizzicò ancora la corda più dolce. Subito cavalli di fuoco, galoppando nello spazio, invasero le valli e le pianure, e le loro criniere fiammeggiavano come un grande incendio.
L’universo era stato strappato al suo silenzio. Quattro pianeti conducevano la danza dei colori e dei suoni. Allora successe una cosa strana. Alle braccia del musico celeste spuntarono ali di notte per accompagnare i suoi movimenti. Le stelle, nate dal ventre della lira, si sparsero in uno strascico luminoso e fecondo. E Nun pensò:
«Che fare perché questi pianeti siano ancora più belli? Che fare perché tutto sia perfetto, perché questi astri così diversi, diventino amici, perché regni l’armonia?».
Allora, con un ampio gesto della mano, Nun mischiò tutte le corde della lira in un unico suono. I pianeti risposero immediatamente al richiamo e il bianco, il rosa, il verde e l’oro si fusero in un corpo solo.
«Come chiamerò questo nuovo pianeta?» si chiese Nun. Dopo aver riflettuto un istante, pizzicò ancora le corde, dalla più profonda alla più cristallina, e disse:
«Ti chiamerò pianeta Lira. Rimani nei sogni degli uomini che un giorno popoleranno un altro mondo. Che l’Inverno sia per essi il tempo limpido dell’attesa, la Primavera la viva rinascita,
l’Estate lo splendore e la potenza, l’Autunno il frutto maturo che cade dal ramo.
Che gli uomini ti cantino, pianeta Lira, fondendo le corde delle loro voci, dalla più grave alla più lieve». (Francesco, Dario, Margherita, Anna, Gaia, Ivan, Jonatan, Martina)
La “Buona Notizia” tramandata nei Vangeli
Anche quest’anno il gruppo dei bambini e dei genitori si è ritrovato e ha lavorato per cercare di raccontare la storia di Gesù, storicizzandola, togliendole l’atmosfera del mito e cercando di capire se e perché questa storia ci interessa ancora.
Abbiamo incontrato 4 personaggi che venivano da 4 comunità lontane e diverse; questi personaggi ci hanno raccontato come e perché sono nati i Vangeli, ci hanno detto che in greco Vangelo vuol dire “buona notizia”, e ci hanno letto alcuni dei messaggi, alcun buone notizie che le loro comunità tramandavano su Gesù, sui suoi amici e amiche. Ora i ragazzi leggeranno alcuni “buone notizie” dal vangelo di quel tempo.
Ma nel lavoro che abbiamo fatto con i ragazzi abbiamo capito che “la buona notizia” continua anche oggi annunciata da tante persone vicine e lontane. E più tardi racconteremo alcune “buone notizie” che vengono dalla Palestina. (Claudia)
Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.
E sedutosi di fronte al tesoro del Tempio, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una donna sola molto povera vi gettò due spiccioli, cioè due centesimini. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa donna ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
dal Vangelo di Marco
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente, se uno ti ferisce un occhio tu hai diritto a ferire l’occhio di chi ti ha assalito; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol prendere la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un chilometro, tu fanne con lui due. Dá a chi ti domanda e a chi desidera da te un piacere non volgere le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per che vi fa del male, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati. Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai un gesto di solidarietà, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché il tuo gesto resti segreto.
dal Vangelo di Luca
Segni di speranza …. dalle iniziative locali a quelle internazionali.
“Pace agli uomini di buona volontà” è l’annuncio natalizio nel quale è possibile riconoscersi al di là della varietà delle fedi. Ma è un annuncio che pronunciato oggi nelle liturgie cristiane di tutto il mondo ha un sapore amaro di grave contraddizione. Il mondo cristiano che celebra il Natale di Gesù ha una sua parte non piccola di responsabilità verso le situazioni di ingiustizia, di oppressione e di guerra che insanguinano il mondo a partire dalla Palestina. Questa consapevolezza di ipocrisia dei nostri canti, riti, moralismi, presepi, pranzi, regali e lustrini natalizi è una premessa indispensabile.
Ma se non si vuol cadere in un moralismo infecondo anzi distruttivo e paralizzante, bisogna anche saper attivare la nostra capacità di vedere e valorizzare gli aspetti positivi, quelli che puntano alla trasformazione profonda del sistema di ingiustizia e di guerra e che spesso sono oscurati e ignorati dai media, ma in realtà costituiscono autentici germogli di speranza. Sono per lo più esperienze e buone pratiche di minoranze le quali tentano oggi di ridare significato vero all’annuncio di pace che accompagna l’umanità dalla profondità dei millenni e che ha risuonato anche nella Betlemme o più probabilmente nella Nazareth dove forse nacque Gesù all’alba dell’era cristiana.
Più che nei grandi progetti è proprio nelle microstorie che germoglia la speranza.
Sono esperienze capaci di nutrire il desiderio di fare festa per la vita che nasce, di scambiarsi auguri che siano voglia e testimonianza di un cammino culturale ed umano verso la consapevolezza profonda di quei valori fondamentali su cui costruire un mondo nuovo possibile.(Enzo)
*****
Testimonianze
- Palestina : testimonianza di due rappresentanti dell’associazione Italia – Palestina
- Proposta di legge per l’abolizione delle armi nucleari in Italia: Eros Cruccolini – Lisa Clark
- Positiva conclusione dell’occupazione dell’ospedale dismesso “Luzi” da parte di trecento immigrati- Carlo Consigli
- Lettera dal carcere di un giovane israeliano renitente– Paola Galli
- Digiuno dei carcerati di Sollicciano per l’abolizione dell’ergastolo: Associazione Pantagruel - Paola Ricciardi
- Esperienza di accompagnamento dei malati terminali: associazione Pallium
Franca Manciagli
- Esperienza del giornale di strada dei senza fissa dimora: Associazione Fuori binario - M.Pia Passigli
- Esperienza di un italiano in Romania : Danilo Lotti
- Un testo sull’India di Yunus: Noemi Aramini
- Moratoria pena di morte, eliminazione dei confini, festa della legalità in Toscana:
G.Paolo Pazzi
- Mayer – La notte magica dei bimbi malati: racconto di Lucia Aramini e Antonietta Federici
- Presentazione dell’esperienza di Verona Fiori di pace
riflessioni ed emozioni dei bambini : Ivan, Jonathan, Margherita, Anna, Gaia, Dario:
“Abbiamo visto un documentario che parla dell’incontro di due ragazze, una palestinese ed una israeliana (Radir e Almog ), che sono molto vicine riguardo al territorio dove vivono ma lontane per il conflitto che c’è tra i loro popoli.
Il progetto che ha permesso di farle incontrare nasce dalla speranza di pace tra i due popoli. Questo progetto si chiama Fiori di pace ed è organizzato da un’associazione di volontariato di Verona che si chiama “Il Germoglio” e che ospita in Italia gruppi di ragazzi israeliani e palestinesi.
Dario: Radir vive in un campo profughi di Jenin, ha una famiglia numerosa e un po’ povera. Almog vive nel nord di Israele in un Kibbutz.
Jonathan: Radir, la ragazza palestinese, ha detto che i soldati israeliani avevano ucciso suo nonno e arrestato suo fratello.
Margherita: mi ha colpito che Radir, la ragazza palestinese, prima di partire pensa che la ragazza israeliana che conoscerà sia cattiva e antipatica; mentre Almog, la ragazza israeliana, pensa che se si incontrerà con una ragazza palestinese, forse farà amicizia e forse le cose andranno meglio.
Jonathan, Margherita, Ivan, Dario, Anna, Gaia: Ci ha colpito che Almog la ragazza israeliana per raggiungere l’Italia ci ha messo 3 ore, mentre Radir, la ragazza palestinese, ci ha messo 3 giorni: non le era permesso di andare a Tel Aviv a prendere l’aereoplano perché gli israeliani hanno paura degli attentati dei palestinesi, così è dovuta andare in Giordania per prendere l’aeroplano.
Gaia: Mi ha colpito che il babbo di Radir quando lei sta per partire le dice “tu sei la ambasciatrice delle ragazze e dei ragazzi palestinesi; dì a tutti, che noi vogliamo la pace e lo diciamo in 3 lingue: Saalam, Shalom, Peace”.
Il babbo di Almog dice che lui crede nel dialogo e che non ci sarà pace senza dialogo.
Margherita: Da questa storia ho capito che non si devono giudicare le persone prima di averle conosciute.
Jonathan: Il progetto Fiori di pace serve a questi ragazzi per conoscersi.
Ivan: Io ho capito che la soluzione per questa situazione è conoscersi.”
Un “buon annuncio” di nascita
C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un messaggero del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma il messaggero disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
dal Vangelo di Matteo
Riflessione di Giuseppe Bettenzuoli
I tre brani evangelici che abbiamo letto sono stati scritti da autori diversi, rispecchiano il pensiero di tre comunità differenti per la loro collocazione sia geografica che culturale, e affrontano anche tematiche differenti e difficilmente compatibili tra loro. Nonostante questo hanno un loro minimo denominatore comune che esprime l’essenza della “buona notizia” diffusa da Gesù. La buona notizia è che si sta realizzando finalmente un nuovo mondo, perfettamente contrapposto al vecchio mondo, alla vecchia cultura e al vecchio modo di capire la realtà: la vecchia logica umana viene ribaltata, cosicché la debolezza diventa forza, l’emarginato diventa elemento fondamentale nella società, il piccolo diventa grande e gli operatori di pace possono conquistare la terra. Solo i bambini, chi assomiglia loro nella semplicità, possono entrare in questa logica nuova, in questo mondo in cui regna Dio e la sua giustizia e verità; solo chi non si affida alla quantità di opere buone, alla quantità delle proprie offerte, che spesso è strettamente connessa alla superficialità e all’apparenza, ma piuttosto si affida alla propria sincera disponibilità d’animo, alla rinuncia anche a una parte di sé, può partecipare a pieno titolo a questo regno della Verità; solo chi rinuncia a vedere nel prossimo soltanto il proprio nemico, può entrare a pieno titolo nella comprensione della Verità, perché riconoscerà che tutti siamo nella medesima condizione, che al di là delle apparenze ci vede tutti insicuri, timorosi del nostro futuro e incapaci di risolvere i nostri problemi: siamo tutti figli di uno stesso padre e di una stessa condizione esistenziale, per cui tanto vale darci fraternamente una mano per uscire dalle nostre comuni difficoltà.
Il bambino in fasce, adagiato nella mangiatoia di una stalla, nella povertà ed emarginazione, è la figura emblematica, il segno più chiaro o, se vogliamo, è il sacramento (nel suo senso originario) di questo nuovo Regno che nasce e che viene annunciato anzitutto ai poveri, ai semplici, agli ignoranti come i pastori, perché sono loro le persone più disponibili ad aprirsi a questa nuova realtà, a realizzare le aspirazioni più profonde dello spirito umano, cioè la giustizia, la verità e la pace.
E’ un annuncio che spaventa per la sua radicalità e nello stesso tempo per la sua semplicità, che sconvolge tutti gli schemi culturali che l’uomo si è costruito e a cui deve dolorosamente rinunciare, per potersi rigenerare nella nuova realtà di Dio.
Preghiera della eucaristia
In questa Veglia festeggiamo la vita nascente,
la natura che perennemente rivive, animata da una forza intima
oltre ogni nostra possibilità di comprensione e misura,
la nascita di un bambino:
fu chiamato figlio dell’uomo e prima ancora figlio di donna.
nella sua storia di vita, nel suo movimento e nel suo messaggio
si è riconosciuta l’umanità umiliata che procede nella speranza
col solo bagaglio della propria esistenza:
i poveri, gli emarginati e chiunque partendo da loro e insieme a loro
cammina verso giustizia e pace qui in terra.
E oggi vogliamo valorizzare i germogli di speranza:
mani che si uniscono
e piedi che si muovono in un cammino comune
testimoni di “buone notizie”.
Uniamo questi germogli di speranza
ai segni di una religiosità profetica e mistica,
rinnovando la memoria di Gesù:
la sera prima di essere ucciso, mentre mangiavano,
prese del pane lo spezzò e lo diede loro dicendo:
prendete questo è il mio corpo.
poi prese un bicchiere rese grazie,
lo diede loro e tutti ne bevvero e disse loro:
questo è il sangue mio dell’alleanza
che si sparge per molti.
Questo pane che condividiamo,
intrecciando liberamente i sentimenti,
le ansie, le esperienze e le fedi più diverse
siano un segno e un principio di speranza
un segno fra tanti di solidarietà e di pace universale.
Padre nostro dei bambini
Padre nostro che sei ovunque
sia santificato il tuo nome
e benedetto il nostro nome
Venga il tuo mondo di pace e di amore
Aiutaci ad essere sempre noi stessi
dappertutto e con tutti
Dai a tutti quello che serve per vivere
Perdonaci per i nostri sbagli
come noi perdoniamo gli sbagli degli altri
Aiutaci a prendere le decisioni più giuste
e rendici liberi di scegliere e di decidere
************
Noi ce la faremo
Noi ce la faremo (2 volte)
noi ce la faremo un dì
oh,oh,oh! dal profondo del cuor
nasce la mia certezza
che noi ce la faremo un dì.
Bianco e nero insieme (2 volte)
bianco e nero insieme un dì
oh, oh, oh dal profondo del cuor
…………
Non aver paura (2volte)
non aver paura mai
oh, oh, oh dal profondo del cuor
……
Per un mondo più giusto (2 volte)
per un mondo più giusto un dì
oh, oh, oh dal profondo del cuor
…..….
Noi ce la faremo (2 volte)
noi ce la faremo un dì
oh,oh,oh dal profondo del cuor
nasce la mia certezza
che noi ce la faremo un dì.
Veglia di Natale
Comunità dell’Isolotto – Firenze
Veglia di Natale 2007
Germogli di speranza: mani per unire piedi per camminare insieme, testimoni di “buone novelle” che si tramandano dall’alba del mondo (o dei mondi)
Germogli di speranza è il titolo che abbiamo scelto per questa notte di Natale.
In queste trentanove veglie di Natale abbiamo sempre cercato di coniugare la denunzia dei fatti, la solidarietà e la speranza: le nostre veglie non sono mai state un’accettazione passiva e rassegnata degli eventi né un ripiegamento triste e pessimista di fronte al senso di impotenza che domina spesso intorno a noi.
Quest’anno, di fronte al martellamento amplificato ed assordante delle negatività che attraverso i media invadono la nostra vita, pensiamo che l’incontro di questa notte debba essere un momento in cui prevalga la positività di relazioni – vissuti ed esperienze, positività che ci aiutino a far crescere dentro di noi sentimenti di serenità ed anche di gioia, perché no?
Possedere gioia per comunicare gioia, per affrontare la vita .
Questo messaggio ci viene questa sera dal mondo dei nostri bambini Ci colleghiamo con un filo invisibile al manifesto delle orme che i nostri piccoli hanno preparato per la festa dell’accoglienza in piazza nel mese di giugno:
mani per unire – piedi per camminare insieme ci è sembrato un bel messaggio per questo Natale.
E sono proprio loro che questa sera, per iniziare questa veglia, vogliono regalarci un bel racconto sulla nascita delle stagioni, un testo poetico con cui vogliamo introdurre il racconto dei Vangeli, perché il Natale è la festa della nascita di Gesù, ma è anche la festa di ogni nascita a cominciare dalla nascita della natura, dei sentimenti di amore, di solidarietà e di armonia. (Luciana)
“L’alba delle stagioni”
All’inizio c’erano quattro pianeti. E Nun, il musico celeste, suonava la sua lira perché essi facessero un girotondo in quell’immensa distesa di stelle che viene chiamata universo.
Incantati dalla musica di Nun, i quattro pianeti vennero a lui ad uno ad uno.
Egli disse al primo: « Tu sarai l’Inverno poiché sei freddo e bianco ».
Al secondo pianeta disse: «Io ti chiamerò Primavera, tu che sei rosa e tiepido».
Il terzo lo accolse così: «Salute a te, che ti chiamerai Estate, giacché sei verde e caldo».
All’ultimo disse: « Benvenuto a te che sarai l’Autunno, perché sei dolce e coperto d’oro». Per il pianeta Inverno, così freddo e bianco, Nun pizzicò la corda più profonda della sua lira: come d’incanto la neve cominciò a fioccare in tanti piccoli ghiaccioli, il ghiaccio gelò i fiumi, la brina si trasformò in stelle e apparve un albero, che levava al cielo i suoi rami nudi come braccia tese.
Nun restò un istante in silenzio. Poi, pizzicò la corda più profonda della lira e il pianeta Inverno si popolò di renne e di caribù.
Ma il musico non era ancora soddisfatto. Egli continuò così a suonare, finché apparvero dei cavalli bianchi in un turbinio d’argento, e degli orsi sbucarono dalla banchisa. I picchi si staccarono dai ghiacci per volare nel cielo e le volpi si cercarono una tana. Così l’Inverno prese vita dalla corda più profonda del musico. Nun contemplò l’Inverno, e si sentì molto fiero di sé.
«Musica, com’ è grande il tuo potere, tu doni vita e movimento a ciò che è immobile».
Nun era felice perché il pianeta Inverno, così freddo e così bianco, intorpidito nella neve e nel silenzio, aveva preso a vivere. Egli decise quindi di creare la Primavera, e di mischiare i venti del nord con le tiepide brezze, perché le nevi si sciogliessero e gli uccelli, erranti nel cielo, potessero infine trovare un albero dove far nascere i propri piccoli.
Le note sgorgarono, rapide e chiare come un ruscello d’aprile, sotto le dita agili del musico. Le farfalle del cielo si liberarono delle loro crisalidi di nuvola, gli uccelli spiegarono le loro ali e mille alberi si innalzarono a ricevere una pioggia di fiori novelli.
Il musico suonò ancora e le note caddero in petali di pesco sui rami accoglienti degli alberi, mentre altre, più leggere e vibranti, si trasformavano in piume ed in fiamme, per poi spargersi sugli stagni in uno stormo di fenicotteri rosa. La cicogna bianca e nera, sfuggita alla tempesta, fece il suo nido su un albero, il pellicano tuffò il suo becco nei fiumi pescosi e l’oca selvatica nuotò verso una coppa di ninfee nell’acqua limpida e profumata.
«Che cosa sarebbe la Primavera senza uccelli, senza fiori e senza profumi?» disse fra sé Nun. La Primavera era stata creata, rosa come un cielo d’aurora, come un’ala di fenicottero o un albero di pesco. La Primavera era terminata. E Nun trasalì davanti a tanta precoce bellezza.
«Manterrai 1e tue promesse?” 1e chiese posando le dita sulla lira.
Una corda appena sfiorata gli rispose: «Attendi l’ora dell’ Estate, Nun, l’ora calda e splendida, e sarai appagato».
Arrivò così l’ora del pianeta Estate. L’Inverno si allontanò come un ricordo, e la Primavera seguì le sue orme. Nun riprese la lira e pizzicò la corda di mezzo. Subito i fiori si trasformarono in frutti, le messi imbiondirono sotto i raggi del sole, i papaveri mischiarono alle spighe le rosse fiamme dei loro petali. Appena il riso di Nun risuonò nell’universo silenzioso, i pavoni dal lungo strascico spuntarono dai campi di grano e spiegarono il ventaglio delle loro piume per salutarlo. Un albero meraviglioso, quale non si era mai visto, stese verso i1 cielo i suoi rami carichi di foglie e di frutti. Le sue fronde donavano un’ombra fresca alle gazzelle del deserto, alle giraffe della savana e alle tigri delle verdi foreste. Ma più belle ancora erano le ruote dei pavoni, dove mille occhi scrutavano, nelle piume aperte, il lento cammino delle stelle nei cerchi dell’infinito.
Inverno, Primavera, Estate, tutti i pianeti avevano risposto al richiamo di Nun. Mancava soltanto 1’Autunno. Il musico riprese un’ultima volta la propria lira e pizzicò la corda più dolce: le note ricaddero in foglie di porpora e d’oro, si posarono sull’albero più spoglio e cucirono per lui il mantello di un re. L’albero, piccolo e fragile, raddrizzò la testa, felice del suo meraviglioso vestito. Nun pizzicò ancora la corda più dolce. Subito cavalli di fuoco, galoppando nello spazio, invasero le valli e le pianure, e le loro criniere fiammeggiavano come un grande incendio.
L’universo era stato strappato al suo silenzio. Quattro pianeti conducevano la danza dei colori e dei suoni. Allora successe una cosa strana. Alle braccia del musico celeste spuntarono ali di notte per accompagnare i suoi movimenti. Le stelle, nate dal ventre della lira, si sparsero in uno strascico luminoso e fecondo. E Nun pensò:
«Che fare perché questi pianeti siano ancora più belli? Che fare perché tutto sia perfetto, perché questi astri così diversi, diventino amici, perché regni l’armonia?».
Allora, con un ampio gesto della mano, Nun mischiò tutte le corde della lira in un unico suono. I pianeti risposero immediatamente al richiamo e il bianco, il rosa, il verde e l’oro si fusero in un corpo solo.
«Come chiamerò questo nuovo pianeta?» si chiese Nun. Dopo aver riflettuto un istante, pizzicò ancora le corde, dalla più profonda alla più cristallina, e disse:
«Ti chiamerò pianeta Lira. Rimani nei sogni degli uomini che un giorno popoleranno un altro mondo. Che l’Inverno sia per essi il tempo limpido dell’attesa, la Primavera la viva rinascita,
l’Estate lo splendore e la potenza, l’Autunno il frutto maturo che cade dal ramo.
Che gli uomini ti cantino, pianeta Lira, fondendo le corde delle loro voci, dalla più grave alla più lieve». (Francesco, Dario, Margherita, Anna, Gaia, Ivan, Jonatan, Martina)
La “Buona Notizia” tramandata nei Vangeli
Anche quest’anno il gruppo dei bambini e dei genitori si è ritrovato e ha lavorato per cercare di raccontare la storia di Gesù, storicizzandola, togliendole l’atmosfera del mito e cercando di capire se e perché questa storia ci interessa ancora.
Abbiamo incontrato 4 personaggi che venivano da 4 comunità lontane e diverse; questi personaggi ci hanno raccontato come e perché sono nati i Vangeli, ci hanno detto che in greco Vangelo vuol dire “buona notizia”, e ci hanno letto alcuni dei messaggi, alcun buone notizie che le loro comunità tramandavano su Gesù, sui suoi amici e amiche. Ora i ragazzi leggeranno alcuni “buone notizie” dal vangelo di quel tempo.
Ma nel lavoro che abbiamo fatto con i ragazzi abbiamo capito che “la buona notizia” continua anche oggi annunciata da tante persone vicine e lontane. E più tardi racconteremo alcune “buone notizie” che vengono dalla Palestina. (Claudia)
Gli presentavano dei bambini perché li accarezzasse, ma i discepoli li sgridavano. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso”. E prendendoli fra le braccia e ponendo le mani sopra di loro li benediceva.
E sedutosi di fronte al tesoro del Tempio, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una donna sola molto povera vi gettò due spiccioli, cioè due centesimini. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa donna ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”.
dal Vangelo di Marco
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente, se uno ti ferisce un occhio tu hai diritto a ferire l’occhio di chi ti ha assalito; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol prendere la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un chilometro, tu fanne con lui due. Dá a chi ti domanda e a chi desidera da te un piacere non volgere le spalle. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per che vi fa del male, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati. Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai un gesto di solidarietà, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché il tuo gesto resti segreto.
dal Vangelo di Luca
Segni di speranza …. dalle iniziative locali a quelle internazionali.
“Pace agli uomini di buona volontà” è l’annuncio natalizio nel quale è possibile riconoscersi al di là della varietà delle fedi. Ma è un annuncio che pronunciato oggi nelle liturgie cristiane di tutto il mondo ha un sapore amaro di grave contraddizione. Il mondo cristiano che celebra il Natale di Gesù ha una sua parte non piccola di responsabilità verso le situazioni di ingiustizia, di oppressione e di guerra che insanguinano il mondo a partire dalla Palestina. Questa consapevolezza di ipocrisia dei nostri canti, riti, moralismi, presepi, pranzi, regali e lustrini natalizi è una premessa indispensabile.
Ma se non si vuol cadere in un moralismo infecondo anzi distruttivo e paralizzante, bisogna anche saper attivare la nostra capacità di vedere e valorizzare gli aspetti positivi, quelli che puntano alla trasformazione profonda del sistema di ingiustizia e di guerra e che spesso sono oscurati e ignorati dai media, ma in realtà costituiscono autentici germogli di speranza. Sono per lo più esperienze e buone pratiche di minoranze le quali tentano oggi di ridare significato vero all’annuncio di pace che accompagna l’umanità dalla profondità dei millenni e che ha risuonato anche nella Betlemme o più probabilmente nella Nazareth dove forse nacque Gesù all’alba dell’era cristiana.
Più che nei grandi progetti è proprio nelle microstorie che germoglia la speranza.
Sono esperienze capaci di nutrire il desiderio di fare festa per la vita che nasce, di scambiarsi auguri che siano voglia e testimonianza di un cammino culturale ed umano verso la consapevolezza profonda di quei valori fondamentali su cui costruire un mondo nuovo possibile.(Enzo)
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Testimonianze
- Palestina : testimonianza di due rappresentanti dell’associazione Italia – Palestina
- Proposta di legge per l’abolizione delle armi nucleari in Italia: Eros Cruccolini – Lisa Clark
- Positiva conclusione dell’occupazione dell’ospedale dismesso “Luzi” da parte di trecento immigrati- Carlo Consigli
- Lettera dal carcere di un giovane israeliano renitente– Paola Galli
- Digiuno dei carcerati di Sollicciano per l’abolizione dell’ergastolo: Associazione Pantagruel - Paola Ricciardi
- Esperienza di accompagnamento dei malati terminali: associazione Pallium
Franca Manciagli
- Esperienza del giornale di strada dei senza fissa dimora: Associazione Fuori binario - M.Pia Passigli
- Esperienza di un italiano in Romania : Danilo Lotti
- Un testo sull’India di Yunus: Noemi Aramini
- Moratoria pena di morte, eliminazione dei confini, festa della legalità in Toscana:
G.Paolo Pazzi
- Mayer – La notte magica dei bimbi malati: racconto di Lucia Aramini e Antonietta Federici
- Presentazione dell’esperienza di Verona Fiori di pace
riflessioni ed emozioni dei bambini : Ivan, Jonathan, Margherita, Anna, Gaia, Dario:
“Abbiamo visto un documentario che parla dell’incontro di due ragazze, una palestinese ed una israeliana (Radir e Almog ), che sono molto vicine riguardo al territorio dove vivono ma lontane per il conflitto che c’è tra i loro popoli.
Il progetto che ha permesso di farle incontrare nasce dalla speranza di pace tra i due popoli. Questo progetto si chiama Fiori di pace ed è organizzato da un’associazione di volontariato di Verona che si chiama “Il Germoglio” e che ospita in Italia gruppi di ragazzi israeliani e palestinesi.
Dario: Radir vive in un campo profughi di Jenin, ha una famiglia numerosa e un po’ povera. Almog vive nel nord di Israele in un Kibbutz.
Jonathan: Radir, la ragazza palestinese, ha detto che i soldati israeliani avevano ucciso suo nonno e arrestato suo fratello.
Margherita: mi ha colpito che Radir, la ragazza palestinese, prima di partire pensa che la ragazza israeliana che conoscerà sia cattiva e antipatica; mentre Almog, la ragazza israeliana, pensa che se si incontrerà con una ragazza palestinese, forse farà amicizia e forse le cose andranno meglio.
Jonathan, Margherita, Ivan, Dario, Anna, Gaia: Ci ha colpito che Almog la ragazza israeliana per raggiungere l’Italia ci ha messo 3 ore, mentre Radir, la ragazza palestinese, ci ha messo 3 giorni: non le era permesso di andare a Tel Aviv a prendere l’aereoplano perché gli israeliani hanno paura degli attentati dei palestinesi, così è dovuta andare in Giordania per prendere l’aeroplano.
Gaia: Mi ha colpito che il babbo di Radir quando lei sta per partire le dice “tu sei la ambasciatrice delle ragazze e dei ragazzi palestinesi; dì a tutti, che noi vogliamo la pace e lo diciamo in 3 lingue: Saalam, Shalom, Peace”.
Il babbo di Almog dice che lui crede nel dialogo e che non ci sarà pace senza dialogo.
Margherita: Da questa storia ho capito che non si devono giudicare le persone prima di averle conosciute.
Jonathan: Il progetto Fiori di pace serve a questi ragazzi per conoscersi.
Ivan: Io ho capito che la soluzione per questa situazione è conoscersi.”
Un “buon annuncio” di nascita
C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un messaggero del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma il messaggero disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.
dal Vangelo di Matteo
Riflessione di Giuseppe Bettenzuoli
I tre brani evangelici che abbiamo letto sono stati scritti da autori diversi, rispecchiano il pensiero di tre comunità differenti per la loro collocazione sia geografica che culturale, e affrontano anche tematiche differenti e difficilmente compatibili tra loro. Nonostante questo hanno un loro minimo denominatore comune che esprime l’essenza della “buona notizia” diffusa da Gesù. La buona notizia è che si sta realizzando finalmente un nuovo mondo, perfettamente contrapposto al vecchio mondo, alla vecchia cultura e al vecchio modo di capire la realtà: la vecchia logica umana viene ribaltata, cosicché la debolezza diventa forza, l’emarginato diventa elemento fondamentale nella società, il piccolo diventa grande e gli operatori di pace possono conquistare la terra. Solo i bambini, chi assomiglia loro nella semplicità, possono entrare in questa logica nuova, in questo mondo in cui regna Dio e la sua giustizia e verità; solo chi non si affida alla quantità di opere buone, alla quantità delle proprie offerte, che spesso è strettamente connessa alla superficialità e all’apparenza, ma piuttosto si affida alla propria sincera disponibilità d’animo, alla rinuncia anche a una parte di sé, può partecipare a pieno titolo a questo regno della Verità; solo chi rinuncia a vedere nel prossimo soltanto il proprio nemico, può entrare a pieno titolo nella comprensione della Verità, perché riconoscerà che tutti siamo nella medesima condizione, che al di là delle apparenze ci vede tutti insicuri, timorosi del nostro futuro e incapaci di risolvere i nostri problemi: siamo tutti figli di uno stesso padre e di una stessa condizione esistenziale, per cui tanto vale darci fraternamente una mano per uscire dalle nostre comuni difficoltà.
Il bambino in fasce, adagiato nella mangiatoia di una stalla, nella povertà ed emarginazione, è la figura emblematica, il segno più chiaro o, se vogliamo, è il sacramento (nel suo senso originario) di questo nuovo Regno che nasce e che viene annunciato anzitutto ai poveri, ai semplici, agli ignoranti come i pastori, perché sono loro le persone più disponibili ad aprirsi a questa nuova realtà, a realizzare le aspirazioni più profonde dello spirito umano, cioè la giustizia, la verità e la pace.
E’ un annuncio che spaventa per la sua radicalità e nello stesso tempo per la sua semplicità, che sconvolge tutti gli schemi culturali che l’uomo si è costruito e a cui deve dolorosamente rinunciare, per potersi rigenerare nella nuova realtà di Dio.
Preghiera della eucaristia
In questa Veglia festeggiamo la vita nascente,
la natura che perennemente rivive, animata da una forza intima
oltre ogni nostra possibilità di comprensione e misura,
la nascita di un bambino:
fu chiamato figlio dell’uomo e prima ancora figlio di donna.
nella sua storia di vita, nel suo movimento e nel suo messaggio
si è riconosciuta l’umanità umiliata che procede nella speranza
col solo bagaglio della propria esistenza:
i poveri, gli emarginati e chiunque partendo da loro e insieme a loro
cammina verso giustizia e pace qui in terra.
E oggi vogliamo valorizzare i germogli di speranza:
mani che si uniscono
e piedi che si muovono in un cammino comune
testimoni di “buone notizie”.
Uniamo questi germogli di speranza
ai segni di una religiosità profetica e mistica,
rinnovando la memoria di Gesù:
la sera prima di essere ucciso, mentre mangiavano,
prese del pane lo spezzò e lo diede loro dicendo:
prendete questo è il mio corpo.
poi prese un bicchiere rese grazie,
lo diede loro e tutti ne bevvero e disse loro:
questo è il sangue mio dell’alleanza
che si sparge per molti.
Questo pane che condividiamo,
intrecciando liberamente i sentimenti,
le ansie, le esperienze e le fedi più diverse
siano un segno e un principio di speranza
un segno fra tanti di solidarietà e di pace universale.
Padre nostro dei bambini
Padre nostro che sei ovunque
sia santificato il tuo nome
e benedetto il nostro nome
Venga il tuo mondo di pace e di amore
Aiutaci ad essere sempre noi stessi
dappertutto e con tutti
Dai a tutti quello che serve per vivere
Perdonaci per i nostri sbagli
come noi perdoniamo gli sbagli degli altri
Aiutaci a prendere le decisioni più giuste
e rendici liberi di scegliere e di decidere
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Noi ce la faremo
Noi ce la faremo (2 volte)
noi ce la faremo un dì
oh,oh,oh! dal profondo del cuor
nasce la mia certezza
che noi ce la faremo un dì.
Bianco e nero insieme (2 volte)
bianco e nero insieme un dì
oh, oh, oh dal profondo del cuor
…………
Non aver paura (2volte)
non aver paura mai
oh, oh, oh dal profondo del cuor
……
Per un mondo più giusto (2 volte)
per un mondo più giusto un dì
oh, oh, oh dal profondo del cuor
…..….
Noi ce la faremo (2 volte)
noi ce la faremo un dì
oh,oh,oh dal profondo del cuor
nasce la mia certezza
che noi ce la faremo un dì.
martedì 18 dicembre 2007
Preghiera eucaristica
Il Natale concepito come intervento di Dio dall’alto
fa dipendere il valore del lavoro dalla grazia divina.
Il lavoro, questo immenso sforzo di liberazione
prodotto nei secoli, è segnato per sempre dal peccato
e dalla maledizione biblica,
non ha valore in sé ma riceve tutto il suo valore
dall’incarnazione e dal sacrificio di Cristo.
Una diversa interpretazione
della Bibbia, del lavoro e del Natale,
si è sviluppata nei secoli.
Con la cacciata dal Paradiso terrestre
è iniziata la crescita umana
verso l’autonomia dal Padre onnipotente.
E’ incominciata l’avventura del lavoro
che può andare verso l’alienazione e la sofferenza
ma anche verso la liberazione e il riscatto.
E anche Dio è cambiato:
è in divenire con noi e attraverso noi.
E il Natale è un evento esemplare,
se si vuole sommamente esemplare,
stella polare, buon annuncio,
ma iscritto totalmente nella storia e nella vita.
Allora i lavoratori che lottano contro i licenziamenti
e per difendere i diritti e la sicurezza;
i giovani che lottano contro il precariato
a cui li condanna la globalizzazione liberista;
i carcerati e gli immigrati che chiedono lavoro
per acquisire cittadinanza,
hanno valore in sé,
le donne che lottano per la parità di dignità e diritti nel lavoro,
fanno parte del grande processo
della liberazione storica dell’umanità
di cui il Natale è lieto annuncio.
Facciamo nostra questa interpretazione,
di una religiosità profetica e mistica,
rinnovando la memoria di Gesù.
Il quale la sera prima di essere ucciso
Mentre sedeva a tavola con i suoi apostoli
prese del pane lo spezzò e lo diede loro dicendo:
prendete e mangiate, questo è il mio corpo.
Poi prese un bicchiere di vino lo benedì
e lo diede loro dicendo:
questo è il mio sangue sparso per voi
Fate questo in memoria di me.
Che per lo Spirito di Gesù
anche l’eucaristia non sia un sacrificio
in vista della salvezza eterna;
ma un principio e un annuncio evangelico
di riconciliazione
fra il corpo, il sangue, il lavoro,
la vita spesa per la giustizia, la storia, il mistero.
E questo pane che condividiamo
sia un segno di solidarietà.
Preghiera eucaristica della veglia di Natale 2002 (sul lavoro), in Piazza dell'Isolotto a Firenze.
In memoria delle vittime dell'acciaieria Thyssenkrupp e di tutti i morti sul lavoro.