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venerdì 30 novembre 2012

Palestina 29-11-1967 - Palestina 29-11-2012




Comunità dell’Isolotto - Domenica 2 dicembre 2012-11-30
in via degli Aceri 1, alle ore 10,30

Riflessioni di Antonietta, Fiorella, Lucia, Paola, Piero, Urbano.


Palestina 29 novembre 1967   -    29 novembre 2012

Resteremo qui
sentinelle a guardia della nostra terra.

Se avremo sete,
spremeremo le pietre.
Se avremo fame,
mangeremo la terra,
ma non ce ne andremo.

Abbiamo un passato,
un presente,
un futuro.

Qui, siamo nella nostra terra
ed è qui che cresceranno le nostre radici
in profondità.


Lettura biblica

Esodo, cap.23
 “Quando il mio Angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Hittita, il Cananeo ecc. io li distruggerò, tu non ti prostrerai davanti ai loro dei e non li servirai”. … “Manderò il mio terrore davanti a te e metterò in rotta ogni popolo in mezzo al quale entrerai”.... “A poco a poco li scaccerò dalla tua presenza, finché avrai tanti figli da occupare tutto il paese”.
Levitico, cap. 26
 “Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi colpiti di spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila”
Numeri, cap.31
 “Il Signore disse a Mosé: Compi la vendetta degli Israeliti contro i Madianiti.”  “Marciarono dunque contro Madian come il Signore aveva ordinato, e uccisero tutti i maschi.” "Gli Israeliti fecero prigioniere le donne di Madian e i loro fanciulli e depredarono …ogni loro bene, appiccarono il fuoco a  tutte le loro città e presero tutto il loro bottino e la loro preda”
Vangelo di Marco, cap.7
Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate, i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame, quei farisei e scribi lo interrogarono: "Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?".  
Ed egli rispose loro: "Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. E aggiungeva: "Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Quindi soggiunse: "Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo.  Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo".
Fonte   


Premessa



Per capire in maniera corretta ciò che avviene oggi in Palestina, sia nella Striscia di Gaza che nella Cisgiordania occupata, dobbiamo non lasciarsi influenzare dalle notizie fuorvianti dei media e dalla loro propaganda strumentale. E’ invece necessario risalire indietro nel tempo e capire quali dinamiche hanno portato alla nascita dello stato di Israele e quali sono stati da sempre i suoi comportamenti nei confronti di un popolo “non prescelto da Dio”, e quindi da scacciare dalla” terra promessa”. Dobbiamo riflettere se tali comportamenti derivano davvero da una giusta esigenza di difendere la propria terra e la propria vita dagli attacchi del terrorismo o piuttosto non siano essi la causa principale della sua nascita. Anche se la vicenda israelo-palestinese è nata molto prima che Hamas nascesse nel 1988, sicuramente Hamas e i gruppi islamici più integralisti hanno avuto ed hanno nel contesto conflittuale una grossa responsabilità, per avere, almeno per un certo periodo, negato il diritto all’esistenza dello stato di Israele, ricorrendo spesso alla violenza. Ma prima dell’ultimo attacco di Israele su Gaza, l’Operazione “Colonna di Nuvole”, erano ormai diversi anni che non avvenivano azioni suicide o attacchi terroristici perchè il popolo palestinese ha scelto di percorrere la strada della resistenza non violenta. Tutto ciò è oggi rimesso in discussione dalle scelte guerrafondaie del governo israeliano, che in vista delle prossime elezioni tenta di ricompattare il paese intorno al sogno dello stato ebraico, della “terra promessa”. Ma qui Dio non c’entra, come sostengono soprattutto gli ebrei ultraortodossi, ma non solo loro. Può essere frutto del disegno divino la continua confisca di terre e di case, lo sradicamento degli ulivi, la limitazione alla libertà di movimento, le deportazioni continue e gli arresti indiscriminati? Può essere frutto del disegno divino la costruzione di un allucinante muro di separazione e di apartheid? Possono essere volute da Dio le uccisioni, le torture, le umiliazioni, i soprusi, gli attacchi ai bambini che ancora oggi quotidianamente avvengono? Può essere voluta da Dio l’appropriazione dell’acqua della Valle del Giordano da parte di 5000 coloni, privando così 55.000 palestinesi del diritto di usarla? Può essere davvero l’Onnipotente che favorisce il continuo espandersi delle colonie in tutta la Cisgiordania e la violenza dei coloni anche contro i bambini palestinesi? No,  nemmeno il Dio degli ebrei  può volere che a un popolo sia precluso il diritto alla dignità e alla sua stessa esistenza, Dio non può volere la realizzazione di un progetto criminale, che fa del sopruso, della violenza e dell’assassinio un mezzo per ottenere quella pulizia etnica, che mira alla creazione di uno Stato completamente e unicamente ebraico, uno stato teocratico. Ed è veramente grave e umanamente inconcepibile che di fronte a tutto ciò la comunità internazionale, oberata da sensi di colpa, oggetto di ricatti politici, interessata da convenienze economiche, non intervenga contro i governi responsabili, ma invece ne divenga complice,  giustificandone le azioni e i comportamenti, in nome del loro diritto alla difesa.  

Ma il vento della storia, come sempre è avvenuto, prima o poi dovrà girare e ristabilire verità e giustizia. Cerchiamo dal basso di aiutarlo a soffiare nella giusta direzione. Lo stesso popolo israeliano trarrà grande vantaggio in termini di sicurezza e tranquillità dal raggiungimento della pace nella giustizia.



Un po’ di storia

  • Il Sionismo



L’idea di una colonizzazione ebraica della Palestina si sviluppò in Europa a metà del diciannovesimo secolo. Nacque così il Sionismo come movimento politico che rifletteva il clima nazionalista dell’epoca, con teorie sulla non assimilazione delle razze, l’inferiorità del popolo arabo e l’espansione coloniale. 



1897: gli aderenti al movimento si riunirono a Basilea e approvarono il programma fondamentale del movimento, la cui componente centrale era la colonizzazione della Palestina, con l’obiettivo di creare uno stato ebraico. La giustificazione era “ il diritto ebraico alla proprietà della Palestina”. “Il popolo palestinese era destinato a diventare straniero nella propria terra” (Nathan Weistock). Il Regno Unito fu il principale alleato politico del sionismo. 

1917: il ministro degli esteri A. Balfour così introdusse la Dichiarazione Balfour: “Con piacere comunichiamo la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell’ebraismo sionista che sono state presentate e approvate dal governo. Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico (National Home for Jewish People), e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che possa  pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina.” La dichiarazione non teneva conto evidentemente che all’epoca la popolazione era per oltre il 90% arabo-palestinese e questo suscitò grande sconcerto fra i Palestinesi e nel mondo arabo.



14 maggio 1948: nascita dello Stato di Israele.



1949-1953: Israele dette consistenza legale al Sionismo, promulgando la “Legge del ritorno”, che dà diritto ad ogni ebreo, di qualsiasi origine e provenienza, di stabilirsi nello Stato di Israele e acquisirne la cittadinanza.

1975: l’Assemblea delle Nazioni Unite condannò l’ideologia sionista come “forma di razzismo e di discriminazione razziale” (Risoluzione 3379).

1991: a conclusione della conferenza di Madrid, il Primo Ministro israeliano Shamir riuscì ad ottenere l’annullamento della 3379. Il Sionismo ne uscì vittorioso e nel decennio successivo un milione di ebrei russi emigrò in Israele.
2001: le organizzazioni per i diritti umani presenti alla conferenza mondiale di Durban contro il razzismo e la discriminazione razziale, condannarono Israele per “discriminazione razziale contro i suoi stessi cittadini” ( i palestinesi cittadini israeliani) e contro i palestinesi dei territori occupati dal 1967.

Oggi nel 2012 la situazione palestinese e gli avvenimenti di Gaza e dei territori occupati della Cisgiordania sono lì a dimostrare che l’ideologia sionista è ancora viva e presente nel governo israeliano, nei comportamenti dei coloni e degli ultraortodossi ed anche nella grande maggioranza della popolazione ebrea di Israele.


  • La Nakba (catastrofe) – 1948, i massacri dei civili palestinesi.

Dopo una serie di piani di spartizione e persino proposte di trasferimento della popolazione araba, avanzate nel 1944 dal partito laburista britannico e dal presidente americano Roosevelt, nel novembre del 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò un piano di spartizione, la risoluzione 181. Questo piano assegnava allo stato ebraico il 56% del territorio palestinese  e a quello arabo il 42,9, sebbene gli ebrei detenessero la proprietà privata o collettiva di appena il 6,5% delle terre della Palestina. Le organizzazioni sioniste ne uscirono vittoriose. Il secondo passo della loro strategia, con una politica fatta di terrore e conquiste militari, avrebbe portato alla creazione dello Stato di Israele. Infatti nel dicembre 1947 il movimento sionista lanciò la sua offensiva nota come “Piano C”, che vide l’intensificarsi degli attacchi ai civili palestinesi, ma anche alle truppe britanniche. Ecco il susseguirsi delle uccisioni.
 Il 4 gennaio 1948 in un attentato al vecchio palazzo del governo di Jaffa furono uccisi 26 palestinesi. Il 5 gennaio 1948, in un assalto all’hotel Semiramis a Gerusalemme furono uccise 20 persone, quasi tutte palestinesi. Nell’aprile del 1948, poco prima della fine del mandato britannico e l’effettiva partenza delle truppe inglesi, fu lanciata un’offensiva su larga scala in tutta la Palestina (Piano D). Questa guerra di indipendenza sionista (4 aprile – 15 maggio 1948) fu accompagnata da una sistematica pulizia etnica delle città e dei villaggi palestinesi. Nella guerra erano impegnati 50.000 soldati ebrei della Haganah contro 2.500 combattenti palestinesi, appoggiati da 4.000 volontari arabi. I massacri di civili si intensificarono. Il 9 aprile 1948 a Deir Yassin, vicino a Gerusalemme, furono massacrati tra i 100 e 254 palestinesi (le stime sono discordanti) e i sopravvissuti deportati al di là della linea di demarcazione. All’epoca della dichiarazione della fondazione dello stato di Israele (14 maggio 1948) i rifugiati palestinesi erano circa 350.000, ai quali se ne aggiunsero nei mesi successivi altri 500.000. Gli stati della coalizione araba si astennero da qualsiasi coinvolgimento militare fino al giorno successivo alla dichiarazione dello stato di Israele. Solo allora intervennero e soltanto nelle regioni non ancora sotto il controllo sionista: fu l’inizio della prima guerra arabo-israeliana (15 maggio 1948 - gennaio 1949). Tuttavia il conflitto rimase fondamentalmente impari sia in termini di uomini (meno di 14.000 dalla parte araba) che di equipaggiamenti e strategia. Col proposito di spianare la strada al progetto sionista, la banda Stern guidata da Shamir (leader del partito del Likud negli anni ’80 e più volte primo ministro tra il 1983 e il 1992), con l’obiettivo di superare ogni ostacolo sul cammino del progetto sionista, rivendicò l’assassinio del mediatore delle Nazioni Unite in Palestina, il conte Folke Bernadotte, ucciso il 17 settembre 1948 per aver espresso forti obiezioni alla politica di etnocidio sionista. All’epoca degli accordi per l’armistizio con l’Egitto nel febbraio 1949, Israele controllava già il 78% della Palestina storica, molto più di quanto il piano di spartizione ONU del ’47 avesse mai previsto; la restante Parte fu annessa da re Abdullah alla Transgiordania e nota come la Cisgiordania (la West Bank per gli inglesi), mentre la striscia di terra a sud di Gaza fu posta sotto il controllo militare egiziano.


  • La resistenza palestinese: la nascita di Fatah e dell’OLP

Nel corso degli anni ’50 le espulsioni e i massacri continuarono. 
Ottobre 1953: 53 palestinesi uccisi nei bombardamenti del villaggio di Qibya (distretto di Qalqilya). 
Ottobre 1956:  49 palestinesi massacrati nel villaggio di Kufr Qassem (Tel Aviv)
3 novembre 1956:  più di 273 civili palestinesi massacrati nel campo profughi di Khan Younis.
12 novembre 1956100 civili palestinesi massacrati nel campo profughi di Rafah.
A partire dal 1949 piccole frange della resistenza condussero operazioni militari contro Israele, il cui esercito intensificò gli attacchi ai villaggi di confine e a Gaza. Nel 1959 un gruppo di combattenti progettò di riunire tutti i militanti in un’unica organizzazione, portatrice della lotta per la libertà. Speravano di incoraggiare una lotta armata sul modello delle guerre di liberazione algerina e vietnamita e di spingere gli stati arabi all’azione. Nacque così il movimento clandestino di Fatah, che condusse la sua prima operazione militare  il 1 gennaio 1965.

Nel giugno 1967 Israele sferrò un attacco a sorpresa contro Egitto, Giordania e Siria e occupò la Cisgiordania, Gaza, il Sinai e le alture del Golan, dando inizio a un nuovo conflitto. Più di 300.000 palestinesi furono esiliati e una brutale repressine si abbattè su Gaza e la Cisgiordania. L’ONU allora (20 anni dopo il piano di spartizione!) approvò la risoluzione 242, documento vago che non fissava né da dove Israele si dovesse ritirare  né i tempi  del ritiro. Dopo la sconfitta degli eserciti arabi i gruppi di resistenza palestinese diedero avvio alla guerra di liberazione, rifiutando in massa la risoluzione 242 che, Fatah affermava, “ignora i diritti nazionali del popolo palestinese. Non accenna all’esistenza di questo popolo”. Subito dopo l’occupazione del 1967, i gruppi di resistenza condivisero la linea adottata dall’OLP (creata nel 1964 su iniziativa di Nasser) e nel 1969 elessero Abu Ammar (Yasser Arafat) presidente. Movimenti di resistenza si svilupparono in Giordania, Siria, Libano. La comunità internazionale nel frattempo ignorava le sorti del popolo palestinese. Così le organizzazioni palestinesi portarono la loro lotta sulla scena internazionale con tre obiettivi: ricordare al mondo l’esistenza del popolo palestinese attraverso azioni spettacolari (dirottamento di aerei e cattura di ostaggi), radunare forze progressiste e minacciare gli interessi di Israele. Così si diffuse l’assioma  palestinesi = terroristi.
La repressione di questi movimenti giunse all’apice in Giordania nel 1970. Re Hussein di Giordania utilizzò nel settembre 1970 il piano di “pace” americano Rogers, che imponeva il cessate il fuoco, per uccidere migliaia di palestinesi; poi nel 1971 attaccò le ultime roccaforti della guerriglia palestinese sulle montagne d Ajloun. Gli Stati Uniti, insieme all’esercito israeliano, minacciarono rappresaglie qualora uno dei governi arabi progressisti avesse osato intervenire in favore dei palestinesi. 
Così, sconfitto, il movimento di resistenza si trasferì in Libano, ultimo fronte rimasto al di fuori della Palestina.


  • La guerra civile libanese e l’invasione israeliana, l’Intifada, la repressione

Nel 1975 scoppiò la guerra civile libanese, provocata in larga pare da Israele e Stati Uniti. Nel 1976 i campi profughi palestinesi nei dintorni di Beirut furono assediati e sistematicamente bombardati e molti furono interamente distrutti. Nel 1978 il presidente egiziano Sadat firmava con Israele e Stati Uniti gli accordi di Camp David, che autorizzavano Israele a concentrare tutte le sue forze militari al confine settentrionale. Così nel giugno 1982 Israele invadeva il Libano, con l‘obiettivo di liberare Beirut dall’Olp e dal movimento nazionale libanese e di piazzare un alleato  capo dello stato. L’assedio che seguì fu tremendo: bombe a frammentazione vennero sganciate su campi e città; nei campi profughi di Rashidiya e Ein al-Hilweh circa il 70% delle case venne interamente distrutto. Secondo le stime la guerra costò la vita a 10.000 – 30.000 libanesi e palestinesi. Alla fine di agosto le forze delle Nazioni Unite si ritirarono dalla capitale libanese, lasciando campo libero a una nuova ondata di aggressioni da parte israeliana. Il  15 settembre l’esercito israeliano entrava a Beirut ovest per “ristabilire la pace”. Tra il 16 e il 18 settembre l’orrore giunse al culmine nei campi di Sabra e Shatila, dove oltre 3.000 rifugiati palestinesi disarmati furono massacrati dalle milizie libanesi sotto la direzione e supervisione dell’esercito israeliano, che controllava tutte le uscite. I campi del Libano meridionale rimasero sotto il controllo delle milizie israeliane e libanesi fino al 1985. Diversi campi profughi furono distrutti.
L’Intifada - Di fronte all’occupazione e alle sue implicazioni (repressione, deportazioni, confisca delle terre, insediamenti, umiliazioni, ecc. ), i palestinesi dei territori occupati ricominciarono la lotta. Il 9 dicembre 1987 scoppiò l’Intifada (rivolta), alla quale aderì l’intera comunità palestinese rispondendo agli ordini del Comando Unificato dell’Intifada o agli appelli del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas, fondato il 14 dicembre 1988). La lotta contro l’occupazione israeliana prevedeva una politica di scontro diretto con soldati e coloni israeliani, azioni di disobbedienza civile e una riorganizzazione della società attraverso comitati popolari di solidarietà e di mutua assistenza, responsabili principalmente dell’approvvigionamento di derrate alimentari, istruzione e sanità.
La repressione – Davanti a quella che il governo israeliano etichettò come “sovversione”, Rabin, in qualità di ministro della difesa e futuro primo ministro del governo di coalizione, Shamir e Sharon del Likud e Shimon Peres del Partito Laburista risposero con una politica detta  di “forza, potere e percosse” ovvero la politica delle “ossa rotte”. Venne dichiarato lo stato di assedio, dando campo libero alle forze occupanti a Gaza e nella Cisgiordania di imporre la legge militare con la forza; il coprifuoco venne inasprito. Decine di migliaia di palestinesi furono picchiati, arrestati e torturati, tra questi anche donne e bambini; le case dei militanti demolite come forma di rappresaglia. Circa 1.400 civili palestinesi furono uccisi e decine di migliaia torturati, molti mutilati a vita. La repressione investì tutti gli aspetti della vita quotidiana, portando alla chiusura di scuole e università, cliniche e ospedali. All’inizio degli anni ’90 la repressione israeliana nei territori occupati veniva raddoppiata; su città, campagne e villaggi fu imposto il coprifuoco più lungo dall’inizio dell’Intifada. 

Fra il 2.000 e il 2.006, durante la seconda Intifada, quella di al-Aqsa,  i palestinesi uccisi dalla hrepressione di Barak furono 4521 e 30.714 i feriti, mentre migliaia di abitazioni furono demolite,  più di 300.000 ettari di terre furono espropriate e più di 1 milione di ulivi sradicati. 
Nel dicembre 2008 l’attacco  dell’esercito israeliano alla Striscia di Gaza con l’operazione “Piombo Fuso”, ha causato oltre 1.400 morti e 5.000 feriti, nonché distruzioni di case, scuole, ospedali, infrastrutture,  rendendo sempre più drammatica la crisi umanitaria.

L’ultimo attacco a Gaza, che ha causato 171 morti palestinesi (71 civili, 34 bambini) contro 6 morti e 17 feriti da parte israeliana, ma soprattutto la contemporanea proliferazione delle colonie in Cisgiordania, è l’effetto più recente della logica politica dell’escalation sionista, per la completa ebraizzazione della Palestina,  “l’Operazione Stella di Davide”.




Il verde è Palestina, il bianco è Israele

Cartina ONU del febbraio 1911

APPELLO DEGLI ENTI LOCALI DI FIRENZE, COMUNI E PROVINCIA, PER CHIEDERE AL GOVERNO ITALIANO DI SOSTENERE IL
RICONOSCIMENTO DELLA PALESTINA ALL'ONU

Il prossimo 29 novembre ricorre la Giornata Internazionale per la Solidarietà con il Popolo Palestinese, istituita con una Risoluzione ONU nel 1977. In questa data simbolica, il Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen presenterà ufficialmente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite la richiesta del riconoscimento della Palestina come Stato non membro osservatore, che verrà votata il giorno stesso in seduta plenaria.
In qualità di rappresentanti istituzionali del territorio fiorentino, rivolgiamo un appello al Governo Italiano affinché la posizione dell'Italia sia di completo sostegno a questa legittima richiesta, e che questo supporto si traduca in un voto favorevole alla candidatura palestinese ed in un'azione diplomatica positiva nei confronti degli altri Paesi presenti all'Assemblea ONU.
Riteniamo che tale riconoscimento da parte delle Nazioni Unite sia non solo un legittimo diritto del popolo palestinese, fin troppo rimandato, ma che rappresenti anche l'unico fattore di deterrenza per evitare che la crisi mediorientale si aggravi ulteriormente. È necessario che l'opzione della diplomazia e l'accantonamento della violenza, che segnano la linea politica dell'OLP, raggiungano un risultato tangibile il prima possibile. La gravità della situazione, testimoniata dagli ultimi eventi, impone alla comunità internazionale di agire con saggezza e giustizia, e dunque di sostenere ad ogni livello diplomatico la candidatura della Palestina all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Consideriamo fondamentale la ripresa del processo negoziale, interrotto un anno fa a causa della prosecuzione delle politiche di espansione degli insediamenti illegali da parte del Governo Netanyahu. L'espansione delle colonie è il motivo per cui i negoziati si sono interrotti, e chiediamo al Governo italiano e alla nostra diplomazia di sfruttare i buoni rapporti con entrambe le parti in causa affinché Israele ponga fine alla pianificazione e costruzione di nuovi insediamenti nei territori occupati, in modo che le due delegazioni possano tornare al tavolo delle trattative.
L'ammissione dell'ANP come Stato non membro osservatore all'Assemblea Generale delle
Nazioni Unite rappresenta il riconoscimento dell'opzione della non violenza e della diplomazia come strumento di risoluzione della questione israelo-palestinese. Questo riconoscimento è non solo giusto, ma anche urgente.
Come amministratori locali, abbiamo a cuore che i valori della pace, della non violenza, e soprattutto il rispetto dei diritti umani, siano la base su cui costruire e rinsaldare le comunità in cui viviamo. Nella nostra azione quotidiana cerchiamo di tutelare la cultura del dialogo e del confronto non violento come bene prezioso. Per questa ragione non possiamo che guardare con apprensione e dolore a quanto sta avvenendo in Palestina.
Noi chiediamo formalmente al nostro Governo, al Primo Ministro Monti e al Ministro degli Esteri Terzi, di sostenere le legittime aspirazioni statuali dell'Autorità Palestinese. Due anni fa, in occasione della prima Giornata Internazionale per la solidarietà con il popolo palestinese, i 44 Sindaci del territorio fiorentino e il Presidente della Provincia di Firenze hanno sottoscritto un appello pubblico che si concludeva con questo richiamo: “Due popoli, due Stati, pari dignità e diritti per tutti: questa è l'unica soluzione per il conflitto tra Israele e Palestina, l'unica garanzia per la sicurezza reciproca e la convivenza pacifica tra i due popoli.
Ancora oggi, questa è l'unica soluzione possibile, giusta ed equa, per la ricomposizione della questione israelo-palestinese, per l'affermazione del diritto internazionale e dei diritti umani. È per questo che il nostro appello riprende quelle parole e le rilancia con forza: DUE POPOLI, DUE STATI.
 Il Presidente della Provincia di Firenze; i Sindaci dei Comuni di: Bagno a Ripoli; Barberino di Mugello; Barberino Val d'Elsa; Borgo San Lorenzo; Calenzano; Campi Bisenzio; Capraia e Limite; Castelfiorentino; Cerreto Guidi; Certaldo; Dicomano; Empoli; Fiesole; Figline Valdarno; Firenzuola; Fucecchio; Gambassi Terme; Greve in Chianti; Impruneta; Incisa Valdarno; Lastra a Signa; Londa; Marradi; Montaione; Montelupo Fiorentino; Montespertoli; Palazzuolo sul Senio; Pelago; Pontassieve; Reggello; Rignano; Rufina; San Casciano Val di Pesa; San Godenzo; San Piero a Sieve; Scandicci; Scarperia; Sesto Fiorentino;  Signa; Tavarnelle Val di Pesa; Vaglia; Vicchio; Vinci. Con l'adesione e il patrocinio di UPI Toscana e Anci Toscana.

(nota: firmatari 43 Comuni su 44; Comune mancante:Firenze)

Messaggio del Segretario Generale in occasione della Giornata Mondiale delle Nazioni Unite, 24 ottobre 2012


Oggi viviamo un momento di profondo disordine, di transizione e trasformazione. La continua diffusione di insicurezza, ineguaglianza e intolleranza mette duramente alla prova i governi internazionali e le istituzioni nazionali. Di fronte a tali sfide, le Nazioni Unite devono restare al passo con le attività in materia di pace, sviluppo, diritti umani, stato di diritto, emancipazione delle donne e dei giovani.
 Ci sono stati progressi importanti su molti fronti. La povertà estrema è stata dimezzata dal 2000. In molti Paesi si stanno svolgendo processi di transizione democratica, e incoraggianti segnali di crescita economica si registrano in tutte le aree del mondo in via di sviluppo.
 Ora è tempo di diventare tutti ancora più ambiziosi. Con l’approssimarsi del 2015, dobbiamo intensificare i nostri sforzi per raggiungere i vitali Obiettivi di sviluppo del millennio. Occorre poi sviluppare un’agenda per lo sviluppo post-2015 che sia audace ma anche pratica. Inoltre, dobbiamo continuare a combattere l’intolleranza, a salvare le persone vittime dei conflitti e a stabilire unapace duratura.
 Le Nazioni Unite non sono solo un luogo d’incontro per i diplomatici. Esse vivono nell’operatore di pace che disarma combattenti, nel personale sanitario che distribuisce medicine, nelle squadre di soccorso che aiutano i rifugiati, negli esperti in diritti umani che aiutano la giustizia a compiere il proprio cammino.
 Nel condurre questa missione globale facciamo affidamento su innumerevoli amici e sostenitori. Organizzazioni non governative, scienziati, accademici, filantropi, leader religiosi, dirigenti d’impresa e cittadini motivati sono fondamentali per il nostro successo. Nessun leader, paese o istituzione può fare tutto da sé; ciascuno di noi, invece, può a suo modo fare qualcosa.
 In occasione di questa Giornata delle Nazioni Unite, affermiamo ancora una volta il nostro impegno, individuale e collettivo, per la realizzazione degli ideali della Carta delle Nazioni Unite e la costruzione di un mondo migliore per tutti.

Nota - Verranno proiettati brevi video di resistenza non violenta, di obiettori di coscienza israeliani, di marines nordamericani...
Alcuni esempi:

Manifestazione a Firenze del 20 novembre 2012 (Adesione della Comunità dell'Isolotto):  video








La valle del Giordano infestata dai coloni: video



Bambini aggrediti dai coloni: video


Il contadino del caravanserraglio: video


obiettori israeliani: video


marines nordamericani gettano via le medaglie della NATO: video


Amici dei palestinesi:

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/
Associazione di amicizia italo-palestinese onlus

http://assopace.altervista.org/
In questa sezione verranno inseriti tutti i documenti relativi alla questione Israelo Palestinese. L'Intento è di dare un panorama completo della situazione storica e contemporanea. Sono in corso l'inserimento e la correzione dei documenti, se desideri aiutarci scrivici a: medioriente@assopace.org

Appendice
Il voto del 29 novembre 2012 all'ONU
(In verde favorevoli 138, in nero astenuti 41, in rosso contrari n.9, assenti 5)

Europa: 1 solo voto contrario





L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato il 29 novembre 2012 per il riconoscimento della Palestina come “stato osservatore non membro”, status che le consentirà di partecipare ai dibattiti delle Nazioni Unite e di far parte in futuro della Corte Penale Internazionale. I voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9, quelli astenuti 41.
Hanno votato a favore:
Afghanistan, Algeria, Angola, Antigua e Barbuda, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Austria, Azerbaijan, Bahrain, Bangladesh, Bielorussia, Belgio, Belize, Benin, Bhutan, Birmania, Bolivia, Botswana, Brasile, Brunei, Burkina Faso, Burundi, Cambogia, Capo Verde, Repubblica Centrale Africana, Chad, Cile, Cina, Unione delle Comore, Congo, CostaRica, Costa d’Avorio, Cuba, Cipro, Repubblica Democratica Popolare di Corea (Corea del Nord), Danimarca, Dominica, Repubblica Dominicana, Ecuador, Egitto, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Eritrea, Etiopia, Filippine, Finlandia, Francia, Gabon, Gambia, Georgia, Ghana, Giamaica, Giappone, Gibuti, Giordania, Grecia, Grenada, Guinea, Guinea Bissau, Guyana, Honduras, India, Indonesia, Iran, Iraq, Irlanda, Islanda, Italia, Kazakistan, Kenya, Kuwait, Kirghizistan, Laos, Lesotho, Libano, Libia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malesia, Maldive, Mali, Malta, Marocco, Mauritania, Mauritius, Messico, Mozambico, Namibia, Nepal, Nicaragua, Niger, Nigeria, Norvegia, Nuova Zelanda, Oman, Pakistan, Perù, Portogallo, Qatar, Russia, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, São Tomé e Principe, Isole Salomone, Senegal, Serbia, Seychelles, Sierra Leone, Siria, Somalia, Spagna, Sri Lanka, Sudafrica, Sudan, Sud Sudan, Suriname, Svezia, Svizzera, Swaziland, Tagikistan, Tailandia, Tanzania, Timor Est, Trinidad e Tobago, Tunisia, Turchia, Turkmenistan, Tuvalu, Uganda, Uruguay, Uzbekistan, Venezuela, Vietnam, Yemen, Zambia, Zimbabwe.
Hanno votato contro:
Israele, Stati Uniti, Panama, Palau, Canada, Isole Marshall, Narau, Repubblica Ceca e Micronesia.
Si sono astenuti:
Albania, Andorra, Australia, Bahamas, Barbados, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Camerun, Colombia, Repubblica di Corea (Corea del Sud), Croazia, Repubblica Democratica del Congo, Estonia, Fiji, Germania, Guatemala, Haiti, Lettonia, Lituania, Repubblica di Macedonia, Malawi, Moldavia, Monaco, Mongolia, Montenegro, Paesi Bassi, Papua Nuova Guinea, Paraguay, Polonia, Regno Unito, Romania, Ruanda, Samoa, San Marino, Singapore, Slovacchia, Slovenia, Togo, Tonga, Ungheria, Vanuatu.
Erano assenti alla votazione:
Guinea Equatoriale, Kiribati, Liberia, Madagascar, Ucraina
In Europa, l’unico paese a votare no è stato la Repubblica Ceca. Il Washington Post ha una cartina che mostra il solo voto in Europa, quella sotto invece tutti i paesi del mondo.

Il voto degli Stati chiave (da FB di Michael Moore):

Voted for: France, Spain, Belgium, Norway, Switzerland, Austria, Denmark, Turkey, China, Russia, India, Brazil, South Africa, Nigeria

Voted against: Israel, US, Canada

Abstained: UK, Germany, Australia, Colombia



mercoledì 28 novembre 2012

Daniela Yoel


Sono 150. Ogni mattina si alzano, bevono un caffè e vanno a monitorare i check point dell’esercito israeliano nei Territori Palestinesi Occupati. Sono le donne dell’organizzazione israeliana Machsom Watch. Tra loro Daniela Yoel, ospite di un incontro romano, fra donne.
di Cecilia Dalla Negra
In una fredda mattina di febbraio di 11 anni fa cinque donne si avvicinano al check point 300, tra Betlemme e Gerusalemme.
Non sanno bene cosa fare: ci sono i soldati con gli M-16, i palestinesi in fila, fa freddo.
Si fermano, indecise su come comportarsi, ma sicure che sia necessario agire. Quando il soldato chiede loro cosa sono venute a fare laggiù, la più intraprendente si guarda intorno: verso la colonia di Har Homa il sole splende. “Beh, siamo venute a goderci questa bella giornata”.
Così Yehudit Keshet racconta l’inizio – “magari non esplosivo” – del lungo percorso di Machsom Watch, l’organizzazione femminile israeliana che da anni presidia i check point (in lingua ebraica machsom - http://www.machsomwatch.org/en) per denunciare le violenze e gli abusi contro i cittadini palestinesi nei Territori Occupati.
Se c’è un oppresso c’è anche un oppressore. Quello che troppo spesso manca è qualcuno che si incarichi di monitorare l’oppressione.
Quelle cinque “pioniere” diventano in breve cinquecento: è il 2001, è in corso la Seconda Intifada. Un periodo terribile, che vede il moltiplicarsi continuo di check point e posti di blocco israeliani.
“C’è un’occupazione là fuori: è feroce e immorale: dobbiamo stare dalla parte di chi la oppone, senza esclusione di colpi”, sostiene quel gruppo di donne, che sceglie di non ammettere uomini “perché non sono capaci di mantenere il controllo davanti ai militari”.
Sono loro a commettere abusi e violazioni contro una popolazione civile cui è negata la libertà. Le donne diMachsom Watch sono realiste: capiscono di non poter vincere contro la forza del governo e le armi dell’esercito: ma possono almeno testimoniare quelle violazioni, fungere da deterrente verso i soldati, essere l’occhio attento che guarda, registra, denuncia.
La spilla con l’occhio aperto che portano addosso diventerà conosciuta: loro, in breve, una fastidiosa spina nel fianco dei militari.
I loro report, aggiornati quotidianamente, vengono inviati a stampa e governo nel tentativo di rendere evidente un fatto: nessuno, in futuro, potrà dire “io non sapevo”.
È anche la convinzione di Daniela Yoel, una delle ‘nonne’ di Machsom Watch, ospite insieme a Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo, di un incontro organizzato da Associazione per la Pace alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Daniela ogni mattina da 11 anni si sveglia, prende il caffè e va a presidiare un check point: proprio perché “in Israele la gente ogni mattina si sveglia, prende il caffè e non vuole saperne niente di quello che succede al di là del muro”.
Ebrea ortodossa osservante, Daniela appartiene alla prima generazione nata in terra di Palestina da genitori immigrati: “Israele per me e quelli della mia generazione ha un significato enorme”, spiega.
“Perché forse come ebrea non mi sentirò a mio agio da nessuna parte; ma come israeliana ho una patria, e la patria è quella di cui ci si può anche vergognare”.
È una concezione particolare la sua, religiosa praticante in un contesto di attivismo per i diritti umani come quello di Machsom Watch, per la maggior parte laico e femminista.
“Come religiosa mangio kosher: per spiegare la schizofrenia nella quale vivo racconto sempre che non posso parlare con quelli con cui posso mangiare, e non posso mangiare con quelli con cui posso parlare”. Perché la verità è che “Israele è un paese di destra, e le persone che mi circondano non vogliono sapere quello che il governo fa in loro nome”.
Non è così per lei, che 11 anni fa ha scelto di dedicare il tempo che la pensione da studiosa le concedeva per presidiare i posti di blocco che l’esercito del suo paese impone e controlla.
“Un giorno di molti anni fa venni a sapere che una donna palestinese, incinta di due maschi, era stata bloccata a un check point mentre cercava di raggiungere l’ospedale. Fermata dai soldati, fu costretta a partorire in strada, per terra. Entrambi i suoi bambini morirono, e le fu concesso di passare solo quando fu evidente che anche lei stava per morire”.
Una storia di ordinaria amministrazione nei Territori, di disumana quotidianità. Che la colpisce, perché “in quello stesso periodo anche mia nuora era incinta di due maschi. Che sono nati normalmente in un ospedale, e che oggi sono i miei nipoti. Da quel momento non ho potuto fare a meno di pensare a quale enorme differenza ci fosse tra queste due esperienze; a che tipo di trauma quella donna palestinese ha dovuto affrontare”.
Ma, soprattutto, “al fatto che se fossi stata presente, forse i soldati l’avrebbero lasciata passare”.
Perché in una mente educata “all’odio, alla violenza e al machismo”, come quella dei militari, e in un paese “in cui il simbolo della società è l’erezione nazionale”, vale più un concittadino israeliano che ti osserva di centinaia di palestinesi “a cui viene rubata una cosa molto più preziosa di qualsiasi bene materiale: il tempo. Qualcosa che una volta portata via non può più essere restituita”.
Il tempo negato di uno spostamento, all’apparenza banale, da casa al posto di lavoro. “Non si capisce per quale ragione i palestinesi debbano avere speciali permessi anche solo per andare a dormire”.
Daniela Yoel, come tanti altri attivisti israeliani per i diritti umani, è considerata dai suoi compatrioti una self-hating jew, una di quegli ebrei che devono necessariamente odiare loro stessi per poter criticare il proprio stato.
Un’accusa che respinge: “E’ vero il contrario. Nella parola ‘indignazione’ è contenuto il termine ‘dignità’: è per rispetto e amore verso me stessa che devo denunciare le ingiustizie. È scritto persino nel Talmud. E se chi ci governa in questo modo sostiene di essere ebreo, allora io non sono ebrea”.
“Stare in disparte non è possibile, se testimoni dolore è tuo dovere cercare di alleviarlo”.
È una lettura mossa dal profondo attaccamento a valori religiosi quella di Yoel. Lei, che nel suo paese è minoranza di una minoranza, ben consapevole della sproporzione di forze in campo.
“Non posso vincere contro il governo e l’esercito, ma posso portare il mio corpo e miei occhi laddove ci sono violazioni. Non si combatte una battaglia solo per vincerla, ma anche perché la causa è giusta”, sostiene.
Quello palestinese è un territorio barbaramente depredato, lo dimostra anche il filmato che mostra a una platea attenta, quasi tutta al femminile. È stato girato dalle donne di Machsom Watch nei pressi della colonia di Efrat, tra Betlemme e Gerusalemme. Sul sottofondo musicale di una preghiera cabalistica si muovono le ruspe israeliane che distruggono una vallata e i suoi albicocchi, proprietà di contadini palestinesi. Al loro posto verranno costruite le fognature a cielo aperto necessarie alla colonia.
“La preghiera chiede a Dio che il grido degli ebrei sia ascoltato. Adesso la situazione è un po’ cambiata”, commenta.
“Gli architetti del male sono pochissimi, ma hanno bisogno di gente che non vuole sapere. Accadde così anche al mio popolo: noi non possiamo permetterci di dire ‘io non sapevo’, come fecero altri con 6 milioni di ebrei”.
E se un paradosso crudele mostra un popolo a lungo senza radici sradicare quelle altrui, distruggendo alberi, terra e storia, diventa importante agire per fermare la violenza.
“Chi sarebbe disposto a lasciar andare la sua preda se non c’è nessuno che lo costringa a farlo? Quello che chiedo è che ognuno faccia pressione sui propri governi. Non solo per i palestinesi, ma per salvare Israele da se stesso”.
Una battaglia impari, che va comunque combattuta secondo le donne di Machsom Watch.
Ecco perché alla domanda “voi cosa fate” hanno una sola risposta da dare: “Tutto quello che possiamo”.
27 novembre 2012

lunedì 26 novembre 2012

conquiste da difendere e nuovi referendum sul lavoro



Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 25 novembre 2012
Percorsi di memoria: conquiste da difendere e nuovi referendum sul lavoro
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con i contributi di Moreno Biagioni e Andrea Bagni

1. Letture dal Vangelo



Il giovane ricco (vangelo di Matteo 19, 16-22)
Ed ecco un tale che si avvicino a Gesù e gli disse: “Maestro che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?”. Egli rispose: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti”.
Ed egli allora chiese: “Quali?”. Gesù rispose: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo come te stesso”.
Il giovane allora gli dice: “Ma io ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca?”.
Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi”.
Udito questo il giovane se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze.


In questo racconto incontriamo prima un giovane ricco inquieto che chiede a Gesù come ottenere la vita eterna, poi un Gesù che prima dà una risposta prudente (risponde quanto è previsto dalla Legge) poi un Gesù più diretto che dà una risposta nuova: “…và vendi quello che hai, dallo ai poveri e seguimi”; una risposta che, usando un linguaggio di oggi, potrebbe essere “Se vuoi essere più profondamente appagato, in pace con te stesso e con gli uomini, cambia mentalità!!”.
Forse il giovane ricco capisce la risposta e se ne và triste; sceglie di non cambiare mentalità.
Chi non la capisce la risposta sono Pietro e gli altri discepoli, che dicono quasi seccati: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa dunque ne otterremo?”.
Al tempo di Gesù la mentalità dominante era fortemente incentrata sul concetto di MERITO:
·        si riteneva che Dio premiasse i giusti e i meritevoli e punisse gli ingiusti e gli immeritevoli;
·        che ci si dovesse meritare l’amore e la benevolenza di Dio.
Pietro e gli altri ragionano così, ritengono di aver fatto uno sforzo e un sacrificio particolare nel seguire Gesù e dunque ritengono di meritare, di avere diritto (e più diritto degli altri!!) ad una ricompensa. Rivendicano un trattamento di riguardo.
A questo ragionamento Gesù risponde con la parabola dei lavoratori (o parabola della vigna)


La parabola dei laboratori (Matteo, 20, 1-16). Sul merito e sul bisogno
Il Regno di Dio è simile ad un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno lo mandò al lavoro.
Uscito poi verso le nove del mattino tornò in piazza ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro “Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò”. E quelli andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e poi verso le tre del pomeriggio e fece la stessa cosa.
Uscito ancora verso le cinque di sera, né vide altri che stavano là e disse loro: “Perché state qui tutto il giorno senza far niente?”. E quelli risposero: “Perché nessuno ci ha preso a giornata”.
Allora disse: “Andate anche voi nella mia vigna”.
Quando fu sera, il Signore della vigna disse al suo fattore: “Chiama gli uomini e dà loro la paga, cominciando da quelli che son venuti per ultimi”.
Venuti quelli che delle cinque di sera ricevettero ciascuno un denaro ciascuno.
Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo mormoravano contro il padrone, dicendo “Questi sono venuti per ultimi, hanno lavorato soltanto un'ora e tu li hai pagati come noi che abbiamo faticato tutto il giorno sotto il sole”.
Rispondendo a uno di loro, il padrone disse: “Amico, io non ti faccio torto: non hai forse convenuto con me per una paga di un denaro? Prendi la tua paga e vai. Io voglio dare a questo, che è venuto per ultimo, quel che ho dato a te. Non posso fare quel che voglio con i miei soldi? O forse sei invidioso perché io sono generoso?”.
E Gesù concluse: “Così, quelli che sono gli ultimi saranno i primi, e quelli che sono i primi saranno gli ultimi”.
E’ indubbio che i lavoratori arrivati all’ultimo abbiano lavorato poco o nulla rispetto ai primi.
E’ vero che non meritano la stessa paga dei primi.
Ma è anche vero che questi lavoratori erano braccianti che non erano riusciti a trovare alcun lavoro, non avevano nemmeno un misero denaro per sbarcare la giornata. Avevano bisogno di lavorare.
Il Signore della vigna dà loro la paga, non per i loro meriti ma per i loro bisogni.
Nel Regno di Dio, in questo altro “mondo possibile”, si agisce non in base alle virtù e ai meriti ma prima di tutto in base ai bisogni degli uomini. Meriti e virtù non tutti li hanno ma i bisogni sì.
Questo concetto sarà ribadito altre volte da Gesù; ai sommi sacerdoti e agli anziani Gesù dirà “i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio”.
Questa è una lezione per Pietro e i suoi che credono di poter accampare grandi meriti. Ma anche per tutti coloro che oggi si riempiono troppo la bocca con il concetto di “merito”.

2. Percorsi di memoria


Dal libro “Mondo operaio e cristianesimo di base “ di Christian  G. De Vito
Dalla prefazione di Enzo Mazzi

L’abbraccio dei secoli (pag.12)
“L’incontro fra la cultura operaia e quella cristiana di base, che si è sviluppato nel secolo scorso, non è affatto ideologico né spurio né casuale. Ha infatti una matrice che viene dall’ abbraccio dei secoli ed è radicato nella coscienza delle persone in carne ed ossa, nella loro vita reale nel profondo dei loro rapporti, nella loro fatica, nel lavoro nelle mani, nelle lotte e nei sogni. La stagione storica, anni ‘60-70, nella quale si svilupparono le Comunità di base, che insieme ai preti operai sono il fulcro di quell’incontro, è stata caratterizzata, com’è noto, da una straordinaria accelerazione dei processi di trasformazione sociale.”

La salvaguardia della memoria storica sociale è un compito irrinunciabile (pag 27 )
“…..ritengo che fare memoria storica, spogliarla dalla ritualità,  attualizzarla, sia uno dei compiti di chi vede un futuro per l’umanesimo sociale, per la solidarietà planetaria, per la società dei diritti di tutti/e a partire dai diritti sociali per l’etica comunitaria oltre i confini. Una memoria unitaria tiene insieme la nostra identità sociale. Disarticolare la memoria che cementa il processo di socialità dal basso significa annullare tale identità.  (…… )  Il liberismo si nutre di tale disarticolazione della memoria. Perché è creatore di società necropoli. Ha bisogno di produttori/consumatori senza identità sociale.

Dal capitolo primo (pag 59)                    
(…..) Soprattutto, tra il novembre del 1958 e  l’inizio dell’anno successivo, fu la mobilitazione  in solidarietà con i 980 operai delle Officine Galileo a segnare un punto di non ritorno in quel percorso di progressiva condivisione del destino del mondo popolare e particolarmente di quello operaio. L’evento decisivo si ebbe 11 gennaio 1959, all’indomani dell’arrivo delle prime 527 lettere di licenziamento, della rottura delle trattative sindacali  e dell’occupazione della fabbrica da parte degli operai. L’assemblea generale degli operai della Galileo si tenne infatti nella chiesa dell’Isolotto, con i rappresentanti sindacali seduti ad un tavolo coperto da un drappo rosso, davanti all’altare, un operaio licenziato a presiedere l’assemblea, e una folla di operai, molti dei quali comunisti, ad ascoltare ed intervenire. Fu un avvenimento dirompente. Della parrocchia avrebbe segnato l’identità, divenendo un topos della memoria collettiva.

  
Dal capitolo terzo
L’Isolotto e l’Autunno caldo (pag. 102 e seguenti)
“Io sono un operaio e mi conoscete”.  L’analisi dell’ Autunno caldo all’ Isolotto la fece nella Veglia di Natale del 1969 Amedeo Bellosi, operaio della Galileo residente nel quartiere  (nella foto col cappello)   “Sappiamo bene che il padrone non si arrende” disse Bellosi. (….)  Le vertenze operaie erano molte, ciascuna con la propria specificità e complessità umana e politica. Il popolo dell’ Isolotto provò ad essere presente il più possibile a fianco dei lavoratori, non solo attraverso quella parte di esso che lavorava in fabbrica, ma anche come gruppo, come Comunità. Diede il proprio appoggio agli operai della Piaggio di Pontedera in sciopero, espresse solidarietà ai 10 lavoratori licenziati alla Maleci, e continuò ad interessarsi a quella vertenza fino al rientro di tutti i licenziamenti; denunciò anche le intollerabili ingiustizie che stavano accadendo alla Carapelli di Firenze con Enzo Mazzi che partecipò la mattina dell11 gennaio 1970 al picchetto operaio contro il licenziamento di un candidato della Commissione interna. La Comunità seguì a lungo e con particolare attenzione la vicenda della Fiaba, l’unica fabbrica del quartiere ospitata nei locali della parrocchia stessa, concessi a suo tempo da don Mazzi in cambio dell'assunzione di alcuni invalidi. (……)  Gli operai avevano messo una tenda davanti al sagrato della chiesa e,  soprattutto, avevano occupato la fabbrica. Un’ altra vicenda particolarmente sentita fu quella dei minatori dell’Amiata…….una delegazione di minatori arrivò in piazza dell’Isolotto…… una settimana dopo la visita fu ricambiata. Gli isolottiani andarono a Piancastagnaio nel giorno dello sciopero generale (marzo 1969)

 3. Informazioni sui Referendum sul Lavoro

QUESITO ABROGATIVO DELL’ART.8 DELLA LEGGE n.138/2011
«Volete voi che sia abrogato l'articolo 8  - Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, titolato "Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo", convertito, con modificazioni, in legge 14 settembre 2011, n. 148, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive?».

Testo dell’Articolo 8 della Legge finanziaria del Governo Berlusconi (Legge 138 bis/2011)
Art. 8 - Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità 
1.  I  contratti  collettivi  di  lavoro  sottoscritti  a   livello aziendale   o   territoriale   da   associazioni    dei    lavoratori comparativamente più  rappresentative  sul  piano  nazionale  ovvero
dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda possono realizzare specifiche  intese  finalizzate  alla  maggiore   occupazione,   alla qualità  dei  contratti  di  lavoro,  alla  emersione   del   lavoro
irregolare, agli incrementi di  competitività  e  di  salario,  alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli  investimenti  e all’avvio di nuove attività.

2. Le specifiche intese di cui al comma  1  possono  riguardare  la regolazione delle materie  inerenti  l’organizzazione  del  lavoro  e della  produzione  incluse  quelle   relative:  
·     a)   agli   impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie;
·     b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento  del  personale;
·     c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato  o flessibile, al regime della solidarietà negli appalti e ai  casi  di ricorso  alla  somministrazione  di  lavoro;  
·     d)   alla   disciplina dell’orario di lavoro;
·     e) alle modalità di assunzione  e  disciplina del rapporto di  lavoro,  comprese  le  collaborazioni  coordinate  e continuative a progetto e  le  partite  IVA,  alla  trasformazione  e conversione dei contratti di lavoro e alle  conseguenze  del  recesso dal  rapporto  di  lavoro,  fatta  eccezione  per  il   licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in  concomitanza del matrimonio.

3. Le disposizioni  contenute  in  contratti  collettivi  aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei  confronti
di tutto il personale delle unità produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato  approvato  con  votazione  a maggioranza dei lavoratori.

In sintesi cosa ha fatto il governo Berlusconi?
Nell'agosto 2011, con un colpo di mano all'interno della manovra economica, il governo ha operato per limitare drasticamente la centralità del contratto nazionale di lavoro, rimandando agli accordi aziendali materie importantissime quali la classificazione e l'inquadramento del personale, le mansioni, la disciplina dell'orario di lavoro, i contratti a termine, i contratti a orario ridotto, il regime della solidarietà negli appalti, il ricorso alla somministrazione di lavoro e la modalità di assunzione e la disciplina del rapporto di lavoro. L'articolo 8 di quella manovra finanziaria è carico di livore antisindacale e contrasta duramente le spinte alla solidarietà tra i lavoratori contro i drammatici effetti della crisi economica. Con questo articolo si vuole annullare l'accordo del 28 giugno 2011, che ha riconfermato il contratto nazionale al centro delle relazioni sindacali del Paese.

Che cosa vogliamo ottenere attraverso i referendum?
Intendiamo abolire le manomissioni e ristabilire la certezza dei diritti previsti e conquistati dal contratto nazionale. A parità di condizioni, vanno pretese regole generali che valgano per tutti i lavoratori di un settore e ovunque sul territorio nazionale. Alla contrattazione aziendale va restituito il giusto valore: ossia deve 'accompagnare' l'andamento dell'impresa - garantendo eventualmente tutele aggiuntive ai suoi dipendenti -, contrattare l'organizzazione del lavoro, l'articolazione degli orari e dei turni nell'ambito e nei limiti previsti dal contratto nazionale.

QUESITO ABROGATIVO DELLE MODIFICHE ALL’ART.18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI INTRODOTTE CON LA RIFORMA FORNERO (Legge n. 92 del 28 giugno 2012)
«Volete voi l'abrogazione dell'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     quarto comma, primo periodo, limitatamente alla parola: "soggettivo";
·     quarto comma, primo periodo, limitatamente alle parole: ", per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili,";
·     quarto comma, primo periodo, limitatamente alle parole: ", dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione.";
·     quarto comma, l'intero secondo periodo che recita: "In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto.";
·     quarto comma, terzo periodo, limitatamente alle parole: ", per un importo pari al differenziale contributivo esistente tra la contribuzione che sarebbe stata maturata nel rapporto di lavoro risolto dall’illegittimo licenziamento e quella accreditata al lavoratore in conseguenza dello svolgimento di altre attività lavorative";
·     V comma che recita: "Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell'attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo.";
·     VI comma che recita: "Nell'ipotesi in cui il licenziamento sia dichiarato inefficace per violazione del requisito di motivazione di cui all'articolo 2, comma 2, della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, della procedura di cui all'articolo 7 della presente legge, o della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, si applica il regime di cui al quinto comma, ma con attribuzione al lavoratore di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione alla gravità della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, con onere di specifica motivazione a tale riguardo, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi quarto, quinto o settimo.";
·     VII comma che recita: "Il giudice applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del presente articolo nell'ipotesi in cui accerti il difetto di giustificazione del licenziamento intimato, anche ai sensi degli articoli 4, comma 4, e 10, comma 3, della legge 12 marzo 1999, n. 68, per motivo oggettivo consistente nell'inidoneità fisica o psichica del lavoratore, ovvero che il licenziamento è stato intimato in violazione dell'articolo 2110, secondo comma, del codice civile. Può altresì applicare la predetta disciplina nell'ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma. In tale ultimo caso il giudice, ai fini della determinazione dell'indennità tra il minimo e il massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri di cui al quinto comma, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione e del comportamento delle parti nell'ambito della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni. Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo.";
·     ottavo comma, limitatamente alle parole: "dei commi dal quarto al settimo";
·     nono comma, primo periodo, limitatamente alle parole: "di cui all'ottavo comma";
·     nono comma, terzo periodo, limitatamente alle parole: "di cui all'ottavo comma";

nonché della legge 15 luglio 1966, n. 604, titolata "Norme sui licenziamenti individuali", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     articolo 7, comma 1, limitatamente alla parola "soggettivo";
·     articolo 7, comma 1, limitatamente alla parola "oggettivo";
·     articolo 7, comma 2, limitatamente alle parole "per motivo oggettivo";
·     articolo 7, comma 8, che recita: "8. Il comportamento complessivo delle parti, desumibile anche dal verbale redatto in sede di commissione provinciale di conciliazione e dalla proposta conciliativa avanzata dalla stessa, è valutato dal giudice per la determinazione dell'indennità risarcitoria di cui all'articolo 18, settimo comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, e per l'applicazione degli articoli 91 e 92 del codice di procedura civile.";

nonché della legge 23 luglio 1991, n. 223, titolata "Norme in materia di cassa integrazione, mobilità, trattamenti di disoccupazione, attuazione di direttive della Comunità europea, avviamento al lavoro ed altre disposizioni in materia di mercato del lavoro", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     articolo 5, comma 3, secondo periodo, limitatamente alle parole: "terzo periodo del settimo comma del";

nonché della legge 24 dicembre 2007, n. 244, titolata "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008)", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     articolo 2, comma 479, lettera a), limitatamente alla parola "soggettivo";

nonché della legge 29 dicembre 1990, n. 407, titolata "Disposizioni diverse per l'attuazione della manovra di finanza pubblica 1991-1993", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     articolo 8, comma 9, primo periodo, limitatamente alla parola "oggettivo"?».


Testo dell’articolo 18 – Legge n.300/1970 (Statuto dei Lavoratori)
Titolo II Della libertà sindacale: Reintegrazione nel posto di lavoro

Ferme restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.

Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale.

Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie.
Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l'inefficacia o l'invalidità stabilendo un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell'effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto.

Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell'indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.

L'ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell'articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.

L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.

Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all'ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

Che cos'ha fatto la Riforma Fornero (governo Monti)?
Ha cancellato la norma che imponeva il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo a fronte di una sentenza del giudice del lavoro favorevole al lavoratore stesso. L'articolo 18 è stato manomesso nella sua essenza e nella sua funzione. Il governo ha agito con forte iniquità sul tema cruciale del mercato del lavoro, scegliendo - per combattere gli effetti della crisi - di aggredire i diritti, le conquiste storiche del movimento operaio e il sistema di protezione sociale pubblica. Le modifiche all'articolo 18 riscrivono con motivazioni inaccettabili un tratto saliente della giurisprudenza del lavoro, prefigurando rapporti sociali e sindacali autoritari che avranno ripercussioni nella vita di tutti i cittadini onesti, cui è stato scippato un diritto fondamentale.

Che cosa si vuole ottenere attraverso i referendum? Restituire allo Statuto dei Lavoratori l'articolo 18 nella versione originaria, per rispettare i principi della Costituzione e rendere esigibili le decisioni della magistratura. La nozione giuridica secondo la quale nessuno può essere licenziato senza giusta causa e giustificato motivo deve essere ripristinata. Perché un'ingiustizia praticata ad uno è un'ingiustizia verso tutti. Non si tratta dunque di un problema di quantità numeriche, bensì di giustizia sociale.

 Per informazioni: www.referendumlavoro.it

Saggezza di ieri, nodo di oggi  - 4 novembre 2012

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Lavoro, pietra angolare – di Luigino Bruni
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I dati della crisi, che continuano ad alimenta­re i nostri dibattiti e le nostre preoccupazioni, sono come spie che dicono, tutti assieme e con­cordemente, che la 'macchina del capitalismo' ha dei problemi, alcuni molto seri. Una spia di colore rosso fuoco si è accesa ormai da tempo, e sarebbe ora di fermarsi per fare qualche inter­vento serio al motore: è la spia del lavoro. Eppu­re in un momento alto della nostra storia politi­ca e civile, lo abbiamo posto come pietra ango­lare della legge fondamentale degli italiani.
Sono molti i significati del primo articolo della nostra Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». In ogni patto, le prime parole che si pronunciano sono quelle più dense di contenuti simbolici e ideali. Si sa­rebbero potute scrivere in quel posto speciale al­tre parole alte, come libertà, giustizia, ugua­glianza o persino fraternità; invece in quell’inci­pit del patto fondativo della nuova società ita­liana fu inserita la parola lavoro. Una parola u­mile ma forte, associata da sempre alla fatica e al sudore, e persino considerata nell’antichità come attività confacente allo schiavo, perché troppo infima: «Ignobili e abietti, poi, sono i gua­dagni di tutti quei mercenari che vendono, non l’opera della mente, ma il lavoro del braccio... Tutti gli artigiani, inoltre, esercitano un mestie­re volgare: non c’è ombra di nobiltà in una bot­tega » (Cicerone, De Officiis).

Parole pesanti, che certamente erano parte della formazione classi­ca di molti di quei padri costituenti, che però fu­rono capaci di guardare soprattutto alla loro gen­te e così, pace per Cicerone o Aristotele, videro la tanta nobiltà che c’era «nelle botteghe». E co­sì scrissero la parola lavoro come il primo so­stantivo dell’Italia post-fascista – una scelta dop­piamente coraggiosa, se si pensa alla retorica del lavoro che aveva caratterizzato il Ventennio. Nella semantica di quel lavoro c’era la vicenda storica dell’Italia contemporanea, dove la de­mocrazia stava avanzando proprio grazie al gran­de movimento di lavoratori, uomini e (poche) donne, che divennero veramente cittadini quan­do, abbandonando lo status di servi in una cam­pagna ancora per tanti versi sostanzialmente feu­dale, divennero lavoratori nelle fabbriche, nelle officine, nelle scuole, negli uffici e nelle coope­rative.

Non tutto il lavoro fonda la Repubblica, ma solo quello degli uomini e delle donne libere, non quello degli schiavi e dei servi. Ma nelle parole dell’articolo 1, c’era e c’è anche l’espe­rienza di tanti che per amore della democrazia e dei suoi valori, il lavoro l’avevano perso, per­ché combattuti ed emarginati dal fascismo. Il primo strumento che ogni potere anti-demo­cratico ha per togliere la dignità e la libertà è cancellare il lavoro. Furono tanti, troppi, gli italiani e gli europei che dovettero chiudere fabbriche, tipografie, uffici, cattedre, per non piegarsi alle richieste anti-de­mocratiche e illiberali del regime. Molti di que­gli uomini furono poi tra i padri costituenti, e in quella originale e felice formulazione del primo articolo, cercarono di raccontare anche queste storie di amore civile. E nel far questo hanno crea­to la più bella equazione della nostra storia re­pubblicana, quella che pone l’eguaglianza tra democrazia e lavoro: la Repubblica è democra­tica perché fondata sul lavoro, altrimenti la Re­pubblica si fonda su rendite e privilegi, e quindi non è democratica. Non è facile, oggi, leggere seriamente quell’arti­colo, e al contempo restare passivi in una Italia e in una Europa che, da una parte, lasciano trop­pi milioni di persone fuori dalla "città del lavo­ro", e dall’altra fanno troppo poco di fronte a nuove forme di schiavitù e servitù. Quell’artico­lo quindi, ci può offrire una chiave di lettura po­tente per comprendere meglio che cosa sta ef­fettivamente accadendo.

Ci dovrebbe far capire che la lotta alla disoccupazione deve avere lo stesso posto che occupa il lavoro nella nostra Costituzione: il primo. Non si può barattare il lavoro con i profitti né, tantomeno, con le rendite, perché quando il lavoro della persona umana è negato è in profonda crisi prima di tutto la democrazia. C’è poi un secondo messaggio molto attuale che ci arriva dall’articolo 1 e dalle sue semantiche (oggi, forse, troppo lontane): lavorare non è l’esperienza del servo e dello schiavo. Una tesi che ci chiama a una profonda riflessione quando constatiamo che il capitalismo senza regole e senza misura sta creando nuove forme di schiavitù e di servitù nei livelli più alti e più bassi del mondo del lavoro.

Delle dilaganti e anche inedite forme di schiavitù-servitù di operai e precari nel mondo si parla abbastanza; si parla invece troppo poco delle nuove forme di schiavitù di coloro che vengono considerati privilegiati: dirigenti e impiegati di medio e alto livello nelle grandi imprese multinazionali, che vengono pagati assai bene nei "nuovi mercati", ma che di fatto rinunciano più o meno consapevolmente, a crescenti fette di libertà, di tempo, di festa, di famiglia... La rossa spia del lavoro continua allora a lampeggiare: prendiamola tutti più sul serio, fermiamoci, per poi ripartire nella giusta direzione.
                                                                                                          


                                           
               

[1968]
Scritta dal grande cabarettista milanese Walter Valdi, per intenderci, quello de «Il palo della banda dell'Ortica», per Jannacci.

“Lavoravo in quel di Baggio, e mi han licenziato a maggio...”

Lavoravo in quel di Baggio                                          Per potere stare a galla
in catena di montaggio                                               mi toccò muover la spalla.
E giravo una ramella                                                  Ed in più, come si vede,
sempre una, sempre quella.                                        m’è venuto un tic al piede.
Ed un giorno fu così                                                   Per frenare quel pedale
che mi venne fuori un tic                                           ero proprio messo male!

Lavoravo in quel di Baggio                                          Lavoravo in quel di Baggio
ad un nastro di montaggio                                          e mi han licenziato a maggio-
La mia testa si girava                                                M’ha chiamato il Direttore
e il motore accompagnava                                          e mi fa :”Caro Signore
Per seguirlo fu così                                                   con quel tic non rende niente!
che mi venne un altro tic                                            Eh, non vede?
                                                                                  Sembra quasi un deficiente!”
Non si sta poi tanto male
con un tic orizzontale
Ma per colpa di un rialzo
lo seguivo in un sobbalzo
Per quel nastro fu perciò
che il mio tic si complicò

Mi han cambiato di reparto
m’è venuto un mezzo infarto
C’era un nastro sempre in piano
ma arrivava contromano
Mi trovai un po’ peggiorato
col mio tic modificato