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giovedì 8 marzo 2007



Clicca sulla foto per ingrandire

Etsi Ruini non daretur,

come se Ruini non ci fosse: questa parafrasi di uno slogan da far risalire al giurita olandese del XVII secolo Ugo Grozio, rilanciato dal grande teologo evangelico tedesco Dietrich Bonoeffer, è lo slogan che caratterizza nella sostanza la vita della maggioranza degli italiani. Non solo dei cosiddetti atei, ma anche dei cristiani e delle cristiane credenti, e perfino di preti, religiosi, suore, teologi. Non vale invece per i centri di potere e in primo luogo per quelli del potere mediatico. I quali ti obbligano alla fine a parlare di Ruini anche se non ne avresti nessuna voglia e quindi ad entrare in contraddizione col tuo sistema di vita.

Quel vivere una spiritualità e religiosità personalizzata, come se non ci fossero dogmi e imposizioni morali dall’alto, lo chiamano “religione fai da te”, in parte a ragione e in parte a torto.

A ragione perché si tratta di un’estensione dell’individualismo moderno alla dimensione religiosa ed etica. E’ la religione del danaro che è essenzialmente individualista. Il dominio della mediazione del danaro, astrazione quasi assoluta, frantuma tutti i rapporti umani, tutte le relazioni, da quelle più intime a quelle sociali e politiche a quelle ecclesiali. Il “fai da te”, non come autonomia responsabile dell’essere individuo in relazione, ma come autismo imposto dalla competizione generalizzata, “ognun per sé Dio per tutti”, ben rappresentato oggi da berlusconismo, si estende a tutte le dimensioni della vita compresa la dimensione della religiosità e della fede. Il grande errore di Ruini e di Ratinger è di non vedere come il dorato mantello dell’identità cristiana-cattolica con cui tentano in ogni modo di ravvolgere l’Occidente e il mondo copre e cova e favorisce e sacralizza in realtà la “guerra di tutti contro tutti”. L’identità cristiana non è un mantello protettivo è una coltre funeraria, non è una cupola che nobilita è un sarcofago dell’amore cristiano e del Vangelo. Perché tanti mugugni, tanto dissenso sotterraneo, e pochissime prese di posizione aperte di fronte a questa aggressività ruiniana? Perché nessun teologo esce allo scoperto per dire quello che pensa di una teologia come quella di Ratzinger che non pochi considerano anticonciliare? La paura, certo. Ma la paura è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto. Al fondo c’è io credo una impostazione individualista della pastorale e della stessa ricerca teologica, c’è una frantumazione dei rapporti intraecclesiali, c’è una specie di ritorno feudale. E questo è il secondo grave limite che io vedo nel pontificato di Giovanni Paolo II ereditato dal papa attuale e da Ruini. L’esasperazione del centralismo vaticano ha favorito l’individualismo moderno in alleanza con il dominio del danaro perché ha distrutto la circolarità dei rapporti intraecclesiali, ha impedito il realizzarsi della rete delle relazioni, imponendo invece la dimensione radiale, un po’ come nelle ruote di una bicicletta, in cui ogni punto periferico è in rapporto con gli altri solo passando attraverso il centro, che tutto tiene insieme e tutto controlla.

E veniamo all’altra faccia della questione. E’ anche a torto che si definisce “religione fai da te” questo impostare sostanzialmente la propria vita “come se Ruini non ci fosse”. Perché il sottrarsi agli insopportabili imperativi ruiniani, nella misura in cui è fatto consapevolmente e positivamente, costituisce la premessa per una sana ricerca di laicità. E’ un modo per radicare la laicità nell’humus fecondo degli elementi essenziali della sopravvivenza, sottraendola ad ogni lotta ideologica e ad ogni scontro di poteri. E’ vedere la laicità secondo il senso etimologico della parola, la quale proviene come si sa dal termine greco laos che significa popolo.

Certo la premessa, il sottrarsi alle imposizioni etiche dall’alto, chiede che poi si sviluppi la ricerca di una liberazione della religiosità dal dominio del sacro.

E’ la ricerca ad esempio che stanno conducendo le comunità di base in Italia e nel mondo. Esse lavorano per far emergere e sanare traumi spirituali e morali che la mente e tutto il corpo hanno patito perfino a loro insaputa e che si manifestano poi come blocco della speranza, spavento senza parola, vuoto dell’anima. Lavorano per passare dalla perdita inconsapevole e dall’angoscia talvolta senza nome alla ricerca di senso e di speranza: questo vuol dire per loro comunità, primato delle relazioni senza confini, cristianesimo dei segni dei tempi, religione dell’amore critico e creativo. Anche da qui, da questa rivoluzione delle e nelle religioni passa l’anima sociale e solidale del processo di globalizzazione. Perché una tale liberazione della religiosità dal dominio del sacro è un aspetto, non secondario ma certo parziale, di una liberazione più generale dalla cultura della competizione globale. Verranno i tempi della liberazione. Ma forse sono già questi, qui e ora, e non ce ne avvediamo perché i nostri occhi sono offuscati da una nebbia fitta.

Che s’ingrossa col moltiplicarsi dei fondamentalismi di fronte ai problemi etici inediti che c’inquietano: manipolazioni genetiche, senso di illimitatezza delle conquiste della scienza, dissolvimento delle frontiere tradizionali fra vita e morte, nuove forme di convivenza, nuove dimensioni del diritto internazionale. Tutte sfide immani che richiedono da un lato vigile senso critico ma dall’altro anche il diradamento della nebbia che c’impedisce di trovare la strada giusta. Non si trova tutti insieme la rotta più giusta se ognuno o qualcuno, specialmente se dotato di potere, è convinto di essere la stella polare e di possedere la chiave della verità e ti acceca con la sua luce. C’è poi l’accentuarsi della globalizzazione che rimescola tutte le carte. Il processo di globalizzazione può sfociare nello “scontro di civiltà” con l’arroccamento nelle identità codificate e l’enfatizzazione e il potenziamento anche strutturale ed economico degli universi simbolici e delle istituzioni religiose considerate fondamento e baluardo di ciascuna delle civiltà in conflitto. O può invece sboccare nella “positiva contaminazione” reciproca, su un piano di parità, fra culture e religioni e quindi nella realizzazione delle profezie di pace mondiale e globale.

In questo tsunami sociale che caratterizza il nuovo millennio, tenere ferma la barra della navigazione politica, e non solo politica ma anche sociale, penso ai movimenti e al volontariato, sull’asse della laicità è un compito complesso che richiede saggezza, duttilità, capacità di mediare e però anche coraggio e fermezza.

E’ quasi d’obbligo concludere questa apertura alla speranza, di fronte ai pessimismi medievali di Ruini, col discorso di papa Giovanni, Gaudet Mater Ecclesia, nella solenne apertura del concilio ecumenico Vaticano II.

Nell’esercizio quotidiano del Nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pur è maestra di vita, e come se al tempo dei concili ecumenici precedenti tutto procedesse in pienezza di trionfo dell’idea e della vita cristiana, e della giusta libertà della chiesa. A noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo”.

Che questo dissenso di papa Giovanni dilaghi e trovi la forza di manifestarsi.      Enzo Mazzi


Su Liberazione dell'8 marzo 2007



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Etsi Ruini non daretur,

come se Ruini non ci fosse: questa parafrasi di uno slogan da far risalire al giurita olandese del XVII secolo Ugo Grozio, rilanciato dal grande teologo evangelico tedesco Dietrich Bonoeffer, è lo slogan che caratterizza nella sostanza la vita della maggioranza degli italiani. Non solo dei cosiddetti atei, ma anche dei cristiani e delle cristiane credenti, e perfino di preti, religiosi, suore, teologi. Non vale invece per i centri di potere e in primo luogo per quelli del potere mediatico. I quali ti obbligano alla fine a parlare di Ruini anche se non ne avresti nessuna voglia e quindi ad entrare in contraddizione col tuo sistema di vita.

Quel vivere una spiritualità e religiosità personalizzata, come se non ci fossero dogmi e imposizioni morali dall’alto, lo chiamano “religione fai da te”, in parte a ragione e in parte a torto.

A ragione perché si tratta di un’estensione dell’individualismo moderno alla dimensione religiosa ed etica. E’ la religione del danaro che è essenzialmente individualista. Il dominio della mediazione del danaro, astrazione quasi assoluta, frantuma tutti i rapporti umani, tutte le relazioni, da quelle più intime a quelle sociali e politiche a quelle ecclesiali. Il “fai da te”, non come autonomia responsabile dell’essere individuo in relazione, ma come autismo imposto dalla competizione generalizzata, “ognun per sé Dio per tutti”, ben rappresentato oggi da berlusconismo, si estende a tutte le dimensioni della vita compresa la dimensione della religiosità e della fede. Il grande errore di Ruini e di Ratinger è di non vedere come il dorato mantello dell’identità cristiana-cattolica con cui tentano in ogni modo di ravvolgere l’Occidente e il mondo copre e cova e favorisce e sacralizza in realtà la “guerra di tutti contro tutti”. L’identità cristiana non è un mantello protettivo è una coltre funeraria, non è una cupola che nobilita è un sarcofago dell’amore cristiano e del Vangelo. Perché tanti mugugni, tanto dissenso sotterraneo, e pochissime prese di posizione aperte di fronte a questa aggressività ruiniana? Perché nessun teologo esce allo scoperto per dire quello che pensa di una teologia come quella di Ratzinger che non pochi considerano anticonciliare? La paura, certo. Ma la paura è una giustificazione che regge solo fino a un certo punto. Al fondo c’è io credo una impostazione individualista della pastorale e della stessa ricerca teologica, c’è una frantumazione dei rapporti intraecclesiali, c’è una specie di ritorno feudale. E questo è il secondo grave limite che io vedo nel pontificato di Giovanni Paolo II ereditato dal papa attuale e da Ruini. L’esasperazione del centralismo vaticano ha favorito l’individualismo moderno in alleanza con il dominio del danaro perché ha distrutto la circolarità dei rapporti intraecclesiali, ha impedito il realizzarsi della rete delle relazioni, imponendo invece la dimensione radiale, un po’ come nelle ruote di una bicicletta, in cui ogni punto periferico è in rapporto con gli altri solo passando attraverso il centro, che tutto tiene insieme e tutto controlla.

E veniamo all’altra faccia della questione. E’ anche a torto che si definisce “religione fai da te” questo impostare sostanzialmente la propria vita “come se Ruini non ci fosse”. Perché il sottrarsi agli insopportabili imperativi ruiniani, nella misura in cui è fatto consapevolmente e positivamente, costituisce la premessa per una sana ricerca di laicità. E’ un modo per radicare la laicità nell’humus fecondo degli elementi essenziali della sopravvivenza, sottraendola ad ogni lotta ideologica e ad ogni scontro di poteri. E’ vedere la laicità secondo il senso etimologico della parola, la quale proviene come si sa dal termine greco laos che significa popolo.

Certo la premessa, il sottrarsi alle imposizioni etiche dall’alto, chiede che poi si sviluppi la ricerca di una liberazione della religiosità dal dominio del sacro.

E’ la ricerca ad esempio che stanno conducendo le comunità di base in Italia e nel mondo. Esse lavorano per far emergere e sanare traumi spirituali e morali che la mente e tutto il corpo hanno patito perfino a loro insaputa e che si manifestano poi come blocco della speranza, spavento senza parola, vuoto dell’anima. Lavorano per passare dalla perdita inconsapevole e dall’angoscia talvolta senza nome alla ricerca di senso e di speranza: questo vuol dire per loro comunità, primato delle relazioni senza confini, cristianesimo dei segni dei tempi, religione dell’amore critico e creativo. Anche da qui, da questa rivoluzione delle e nelle religioni passa l’anima sociale e solidale del processo di globalizzazione. Perché una tale liberazione della religiosità dal dominio del sacro è un aspetto, non secondario ma certo parziale, di una liberazione più generale dalla cultura della competizione globale. Verranno i tempi della liberazione. Ma forse sono già questi, qui e ora, e non ce ne avvediamo perché i nostri occhi sono offuscati da una nebbia fitta.

Che s’ingrossa col moltiplicarsi dei fondamentalismi di fronte ai problemi etici inediti che c’inquietano: manipolazioni genetiche, senso di illimitatezza delle conquiste della scienza, dissolvimento delle frontiere tradizionali fra vita e morte, nuove forme di convivenza, nuove dimensioni del diritto internazionale. Tutte sfide immani che richiedono da un lato vigile senso critico ma dall’altro anche il diradamento della nebbia che c’impedisce di trovare la strada giusta. Non si trova tutti insieme la rotta più giusta se ognuno o qualcuno, specialmente se dotato di potere, è convinto di essere la stella polare e di possedere la chiave della verità e ti acceca con la sua luce. C’è poi l’accentuarsi della globalizzazione che rimescola tutte le carte. Il processo di globalizzazione può sfociare nello “scontro di civiltà” con l’arroccamento nelle identità codificate e l’enfatizzazione e il potenziamento anche strutturale ed economico degli universi simbolici e delle istituzioni religiose considerate fondamento e baluardo di ciascuna delle civiltà in conflitto. O può invece sboccare nella “positiva contaminazione” reciproca, su un piano di parità, fra culture e religioni e quindi nella realizzazione delle profezie di pace mondiale e globale.

In questo tsunami sociale che caratterizza il nuovo millennio, tenere ferma la barra della navigazione politica, e non solo politica ma anche sociale, penso ai movimenti e al volontariato, sull’asse della laicità è un compito complesso che richiede saggezza, duttilità, capacità di mediare e però anche coraggio e fermezza.

E’ quasi d’obbligo concludere questa apertura alla speranza, di fronte ai pessimismi medievali di Ruini, col discorso di papa Giovanni, Gaudet Mater Ecclesia, nella solenne apertura del concilio ecumenico Vaticano II.

Nell’esercizio quotidiano del Nostro ministero pastorale ci feriscono talora l’orecchio suggestioni di persone, pur ardenti di zelo, ma non fornite di senso sovrabbondante di discrezione e di misura. Nei tempi moderni esse non vedono che prevaricazione e rovina; vanno dicendo che la nostra età, in confronto con quelle passate, è andata peggiorando; e si comportano come se nulla abbiano imparato dalla storia, che pur è maestra di vita, e come se al tempo dei concili ecumenici precedenti tutto procedesse in pienezza di trionfo dell’idea e della vita cristiana, e della giusta libertà della chiesa. A noi sembra di dover dissentire da cotesti profeti di sventura, che annunziano eventi sempre infausti, quasi che incombesse la fine del mondo”.

Che questo dissenso di papa Giovanni dilaghi e trovi la forza di manifestarsi.      Enzo Mazzi


Su Liberazione dell'8 marzo 2007

venerdì 2 marzo 2007

Spiritualità degli atei




Su Repubblica, bellissimo scritto di Enzo Bianchi (nella foto), fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose, sulla Spiritualità degli atei. Cito la bella conclusione:


Credo ci sia posto per una spiritualità degli agnostici e dei non credenti, di coloro che sono in creca della verità perché non soddisfatti di risposte prefabbricate, di verità definite una volta per tutte. E' una spiritualità che si nutre dell'esperienza dell'interiorità, della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l'esperienza del limite; una spiritualità che conosce l'importanza anche della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare. E' una spiritualità che si alimenta dell'alterità: va incontro agli altri, all'altro e resta aperta all'Altro se mai si rivelasse. Ne "La Peste", Camus scriveva: "Poter essere santi senza Dio è il solo problema concreto che io oggi conosco". Oggi potremmo parafrasare questa affermazione dicendo che il solo autentico problema è essere impegnati in una ricerca spirituale al fine di fare della vita umana un'opera d'arte, un cammini di piena umanizzazione. Sì, in Francia pensatori come Luc Ferry o Andé Comte - Sponville, non cristiani e non credenti, propongone nella lotta contro la barbarie incipiente una spiritualità anche per gli atei. Da noi in Italia, invece, alcuni paiono esercitarsi ad offendere la fede dei credenti e a negarsi reciprocamente la capacità di etica universale, di umanesimo ... Io resto testardemente convinto che, in quanto esseri umani, non siamo estranei gli uni agli altri e che siamo pertanto chiamati ad ascoltarci e a cercare insieme.


Un ringraziamento a Floria per averlo segnalato sul suo blog.

Spiritualità degli atei




Su Repubblica, bellissimo scritto di Enzo Bianchi (nella foto), fondatore e priore della Comunità Monastica di Bose, sulla Spiritualità degli atei. Cito la bella conclusione:


Credo ci sia posto per una spiritualità degli agnostici e dei non credenti, di coloro che sono in creca della verità perché non soddisfatti di risposte prefabbricate, di verità definite una volta per tutte. E' una spiritualità che si nutre dell'esperienza dell'interiorità, della ricerca del senso e del senso dei sensi, del confronto con la realtà della morte come parola originaria e con l'esperienza del limite; una spiritualità che conosce l'importanza anche della solitudine, del silenzio, del pensare, del meditare. E' una spiritualità che si alimenta dell'alterità: va incontro agli altri, all'altro e resta aperta all'Altro se mai si rivelasse. Ne "La Peste", Camus scriveva: "Poter essere santi senza Dio è il solo problema concreto che io oggi conosco". Oggi potremmo parafrasare questa affermazione dicendo che il solo autentico problema è essere impegnati in una ricerca spirituale al fine di fare della vita umana un'opera d'arte, un cammini di piena umanizzazione. Sì, in Francia pensatori come Luc Ferry o Andé Comte - Sponville, non cristiani e non credenti, propongone nella lotta contro la barbarie incipiente una spiritualità anche per gli atei. Da noi in Italia, invece, alcuni paiono esercitarsi ad offendere la fede dei credenti e a negarsi reciprocamente la capacità di etica universale, di umanesimo ... Io resto testardemente convinto che, in quanto esseri umani, non siamo estranei gli uni agli altri e che siamo pertanto chiamati ad ascoltarci e a cercare insieme.


Un ringraziamento a Floria per averlo segnalato sul suo blog.

Il laboratorio Kimeta


Un mondo a colori



Video RAI sul laboratorio di cucito e stireria delle donne rom del Poderaccio (Firenze)





Nota:

il video non è più disponibile online, ma si può trovare presso l'Archivio della comunità, via degli aceri 1.


Il laboratorio Kimeta


Un mondo a colori



Video RAI sul laboratorio di cucito e stireria delle donne rom del Poderaccio (Firenze)





Nota:

il video non è più disponibile online, ma si può trovare presso l'Archivio della comunità, via degli aceri 1.


martedì 27 febbraio 2007



Aerei da passeggio

Contro la base di Vicenza

Franca Rame e Dario Fo


Evviva! Avremo anche noi una potente aviazione da guerra con la bellezza di 133 aerei da combattimento che abbiamo appena ordinato agli Stati Uniti. Qualche giorno fa il senatore Lorenzo Forceri, su incarico del Governo, si è appositamente recato, quasi in segreto, a Washington per firmare l'accordo. L'acquisto ci costerà molto caro, ma alcuni tecnici della coalizione governativa ci assicurano che sarà un affare. Ogni macchina da guerra volante verrà assemblata in Italia, esattamente in un grande atelièr di alta meccanica presso Novara. Ci lavoreranno circa 200 operai.


 E' importante sapere il nome con cui vengono ufficialmente chiamati questi apparecchi d'assalto: Joint Strike Fighter che, tradotto un po' all'ingrosso, significa caccia bombardiere d'attacco e immediata distruzione.


Ma scusate: Prodi e il suo apparato governativo non ci avevano assicurato che tutte le nostre missioni all'estero, a cominciare dall'Afghanistan, sarebbero state assolutamente missioni di pace e profondamente umanitarie? Io mi credevo che "immediata distruzione" significasse cancellazione totale di obiettivi militari e anche civili casualmente abitati dalle solite vittime collaterali con lancio di napalm, bombe a grappolo e fosforo bianco. "No!", sono stato subito corretto dalle dichiarazioni dei ministri della guerra Usa. Ci hanno spiegato che quelle bordate di luce accecante sono in verità luminarie per creare effetti festosi e rendere splendenti le immagini paesaggistiche della zona. Ma veniamo al dunque.


Cosa costa in realtà ogni singolo "Fighter Distructor"? Ecco la cifra: esattamente 100 milioni di euro cadauno. Ma non si concedono prototipi singoli: il contratto vale solo se si acquista lo stormo al completo. Nel nostro caso si tratta di 133 aerei. Prendere o lasciare! Così il blocco volante ci verrà a costare 13 miliardi di euro più trasporto, assemblaggio, tecnologia di ricambio, macchine robotiche e uno staff di tecnici della casa costruttrice per la manutenzione e le varianti tecnologiche, giacché il vero collaudo dei volatili meccanici dovrà svolgersi sulle nostre basi che evidentemente abbisogneranno di strutture e hangar speciali.


Alcuni tecnici da noi interpellati hanno sparato costi da capogiro. Sempre a livello di miliardi di dollari! Una cifra che da sola ci permetterebbe di risolvere d'acchito il problema della disoccupazione giovanile in Italia, aggiunto al problema delle pensioni, oppure finalmente finanziare la ricerca.

 

Il fatto curioso e nello stesso tempo sconvolgente è che nessun giornale, fra i numerosi cosiddetti indipendenti, ne abbia parlato, o almeno dato accenno, a partire da la Repubblica, il Corriere, il Messaggero etc. L'unico che ne aveva trattato largamente è il Manifesto. Ma prima di questo quotidiano, chi ha dato notizia dell'inqualificabile acquisto? Due vescovi del Piemonte che in un comunicato osservavano che l'acquistare un così gran numero di potenti aerei da combattimento, attacco e distruzione non era certo un amoroso segnale di pace e non faceva intravedere un programma consono alla costituzione italiana che "ripudia la guerra".


Per finire con i diabolici Fighter, c'è un ultima notizia, naturalmente taciuta dal nostro governo libero e giocondo, una notizia tenuta nascosta dai quotidiani governativi e d'opposizione, radio, televisioni e svelata soltanto sul sito di Pax Christi, sul Manifesto, e da alcuni movimenti pacifisti nei loro blog. I velivoli in questione sono prodotti da una nota impresa aeronautica, la Lockheed, la stessa che una trentina d'anni fa pagò nostri ministri e capi del governo della Dc, versando miliardi in tangenti, perché lo Stato italiano scegliesse di acquistare da loro speciali aerei da guerra.


Veniamo a sapere che la Lockheed in questione ha proposto l'acquisto degli stessi "Fighter-ammazza-e-fai-strage" all'Olanda. Il governo dell'Aia, come sua abitudine, di democrazia reale, ha reso nota al pubblico l'operazione e ha richiesto all'America i progetti e gli abbozzi di prototipi. Dopo averli esaminati per lungo tempo con la consulenza di ingegneri specialisti del settore, ha decretato: "Grazie, ma non se ne fa niente.

...le basi militari Usa conosciute nel mondo sono oggi oltre 850, il doppio di quelle dell'impero romano d'occidente nel momento della sua massima espansione. In Europa sono 499. In otto di questi siti europei sono custodite 480 testate nucleari (Left 26 genn). Un esercito di 150.000 uomini (civili e militari) presta servizio in queste basi.


A queste basi va aggiunto un numero imprecisato di strutture segrete - avamposti per le intercettazioni delle comunicazioni, centri di spionaggio, basi aeronavali e sommergibilistiche - spesso invisibili allo sguardo ma pienamente operative per fini sconosciuti.

Alla pagina "B-10" del rapporto Usa c'è la scheda che ci riguarda: vi si legge che il contributo annuale alla "difesa comune" versato dall'Italia agli Usa per le "spese di stazionamento" delle forze armate americane è pari a 366 milioni di dollari


Però nella città del Palladio non vedremo giungere solo uomini. La 173ma brigata non è composta da soli paracadutisti e aviotrasportati. Reca con sé un bagaglio più che consistente: 55 tank M1 Abrams (cioè proprio pesanti! Con cannoni da 90 a 120 millimetri), 85 veicoli corazzati da combattimento, 14 mortai pesanti semoventi, 40 jeep humvee con sistemi elettronici da ricognizione, due nuclei di aerei spia telecomandati Predator, una sezione di intelligence provvista di diavolerie elettroniche, due batterie di artiglieria con obici semoventi e i micidiali lanciarazzi multipli a raggio lungo Mrls.


...40 le testate nucleari stoccate nella base di Torre di Ghedi (provincia di Brescia) e 50 quelle custodite ad Aviano, della potenza variante da 0,3 a 170 chilotoni (quella della bomba sganciata su Hiroshima era di circa 15 chilotoni.

L'articolo per intero qui.