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martedì 17 giugno 2014


Domenica 15 giugno 2014

COMUNITA’ DELL’ISOLOTTO
Gruppo Carmen – Paola – Tina – Luciana – Francesca


OPERAZIONE COLOMBA


Teresa volontaria racconta la sua esperienza in Libano al confine con la Siria.
Lettura biblica
 (Isaia cap. III - V - IX)

Così dice il Signore:
Guai a coloro che aggiungono casa a casa,
che avvicinano campo a campo finché non c'è più posto
Guai a coloro che dicono "cattivo" al buono e buono al cattivo,
che trasformano le tenebre in luce e la luce in tenebre,
guai a coloro che sono saggi ai loro stessi occhi
e a loro giudizio intelligenti.!
Essi hanno devastato la terra
e ciò che era del povero sta ora nelle loro case.
Ascoltate voi tutti, fino alla estremità della terra:
cingete le armi ma sarete distrutti;
fate progetti, ma saranno sventati;
dite tante parole, ma non realizzerete niente.
Perché il giogo che pesava sopra il mio popolo è stato infranto,
la frusta che l'opprimeva è stata spezzata.
Ogni veste intrisa di sangue sarà data alle fiamme
perché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato:
il comando sarà nelle sue mani e il suo nome sarà:
consigliere meraviglioso, dio forte, padre di tutti, principe di pace.
Egli è destinato a instaurare pace senza fine,
a fondare il suo regno e a stabilirlo nella giustizia da ora e per sempre.

(Isaia cap. XI)

Ecco: Il signore pota la chioma con taglio formidabile,
gli alberi più alti vengono tagliati,
i più elevato vengono atterrati e i cespugli del bosco abbattuti col ferro.
Ma spunterà un ramoscello e un virgulto dalla radice fiorirà.
Si poserà sopra di esso lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza:
non giudicherà secondo quanto vedono i suoi occhi,
né darà sentenza secondo quanto odono le sue orecchie,
ma giudicherà con giustizia i poveri
ed emetterà sentenze giuste per i miseri del paese.
La giustizia e la fedeltà saranno la sua cintura.
Il lupo dimorerà presso l'agnello e la tigre si accovaccerà presso il capretto,
il vitello ed il leone pascoleranno insieme ed un bambino piccolo li condurrà.
Su tutta quanta la terrà non si farà più del male né si compirà più strage.

-°-°-

Il coraggio della pace - 9 giugno 2014
Papa Francesco ai presidenti di Israele e Palestina.

(...) La vostra presenza, Signori Presidenti, è un grande segno di fraternità, che compite quali figli di Abramo, ed espressione concreta di fiducia in Dio, Signore della storia, che oggi ci guarda come fratelli l’uno dell’altro e desidera condurci sulle sue vie.
(...) Signori Presidenti, il mondo è un’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, è vero, ma è anche un prestito dei nostri figli: figli che sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di raggiungere l’alba della pace; figli che ci chiedono di abbattere i muri dell’inimicizia e di percorrere la strada del dialogo e della pace perché l’amore e l’amicizia trionfino.
Molti, troppi di questi figli sono caduti vittime innocenti della guerra e della violenza, piante strappate nel pieno rigoglio. È nostro dovere far sì che il loro sacrificio non sia vano. La loro memoria infonda in noi il coraggio della pace, la forza di perseverare nel dialogo ad ogni costo, la pazienza di tessere giorno per giorno la trama sempre più robusta di una convivenza rispettosa e pacifica, per la gloria di Dio e il bene di tutti.
Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio, grande forza d’animo.
La storia ci insegna che le nostre forze non bastano. Più di una volta siamo stati vicini alla pace, ma il maligno, con diversi mezzi, è riuscito a impedirla. Per questo siamo qui, perché sappiamo e crediamo che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio. Non rinunciamo alle nostre responsabilità, ma invochiamo Dio come atto di suprema responsabilità, di fronte alle nostre coscienze e di fronte ai nostri popoli. Abbiamo sentito una chiamata, e dobbiamo rispondere: la chiamata a spezzare la spirale dell’odio e della violenza, a spezzarla con una sola parola: “fratello”. Ma per dire questa parola dobbiamo alzare tutti lo sguardo al Cielo, e riconoscerci figli di un solo Padre.
A Lui, nello Spirito di Gesù Cristo, io mi rivolgo, chiedendo l’intercessione della Vergine Maria, figlia della Terra Santa e Madre nostra.
Signore Dio di pace, ascolta la nostra supplica!
Abbiamo provato tante volte e per tanti anni a risolvere i nostri conflitti con le nostre forze e anche con le nostre armi; tanti momenti di ostilità e di oscurità; tanto sangue versato; tante vite spezzate; tante speranze seppellite... Ma i nostri sforzi sono stati vani. Ora, Signore, aiutaci Tu! Donaci Tu la pace, insegnaci Tu la pace, guidaci Tu verso la pace. Apri i nostri occhi e i nostri cuori e donaci il coraggio di dire: “mai più la guerra!”; “con la guerra tutto è distrutto!”. Infondi in noi il coraggio di compiere gesti concreti per costruire la pace. Signore, Dio di Abramo e dei Profeti, Dio Amore che ci hai creati e ci chiami a vivere da fratelli, donaci la forza per essere ogni giorno artigiani della pace; donaci la capacità di guardare con benevolenza tutti i fratelli che incontriamo sul nostro cammino. Rendici disponibili ad ascoltare il grido dei nostri cittadini che ci chiedono di trasformare le nostre armi in strumenti di pace, le nostre paure in fiducia e le nostre tensioni in perdono. Tieni accesa in noi la fiamma della speranza per compiere con paziente perseveranza scelte di dialogo e di riconciliazione, perché vinca finalmente la pace. E che dal cuore di ogni uomo siano bandite queste parole: divisione, odio, guerra! Signore, disarma la lingua e le mani, rinnova i cuori e le menti, perché la parola che ci fa incontrare sia sempre “fratello”, e lo stile della nostra vita diventi: shalom, pace, salam! Amen.
(Da Mosaico di pace)

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Per la pace la preghiera dei fatti!
di Giovanni Sarubbi
Si tiene oggi in Vaticano la preghiera per la pace in medio oriente promossa da Papa Francesco. Saranno insieme a lui il presidente Israeliano Shimon Perez e quello palestinese Abu Mazen. Parteciperanno anche il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I e Munib A. Younan, presidente della Federazione luterana mondiale.
Dal nostro punto di vista tutte le iniziative che mirano alla pace sono le benvenute. Siamo in una guerra mondiale perenne da cui occorre uscire al più presto e ci auguriamo che i partecipanti all'incontro odierno in Vaticano diano una svolta decisa verso la pace non solo ai loro reciproci rapporti ma anche alla loro azione nei confronti dell'intera umanità.
Fra le scritture che Cristiani ed Ebrei condividono c'è il libro di Isaia che già dalle prime pagine dice con chiarezza cosa gli uomini devono fare. Non servono invocazioni, preghiere, feste, noviluni, sacrifici al Dio che sta nell'alto dei cieli che ne ha piene le tasche di tali lamenti. Servono azioni concrete. Scrive ISAIA:
15Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue.
16Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni.
Cessate di fare il male, 17imparate a fare il bene, cercate la giustizia,
soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova". (Isaia 1,15-17)
 Le guerre le fanno gli uomini, il Dio della metafisica che tutto può non c'entra nulla.
L'invenzione e la costruzione di armamenti sempre più potenti e sofisticati la
fanno gli uomini e non il Dio della metafisica che tutto sa e tutto potrebbe.
Uccidere altri esseri umani, distruggere case, scuole, ospedali, boschi e altri esseri viventi, lo fanno gli uomini in armi e non il Dio della metafisica che tutto può creare e tutto può distruggere.
Occorre allora che alla “preghiera” intesa come invocazione al Dio della metafisica per un suo intervento nelle faccende umane, venga sostituita la “preghiera” intesa come affermazione da parte dell'umanità della propria volontà di fare pace, di disarmare e di trasformare «le spade in vomeri, le lance in falci» , come dice sempre il profeta ISAIA che indica anche la via da seguire: «un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell'arte della guerra».(Isaia 2,4)
Non ci sono richieste da fare a Dio, ci sono impegni da prendere rispetto ai propri popoli e all'intera umanità.
Chi vuole la pace ha il dovere di chiudere tutte le industrie di armamenti.
Chi vuole la pace ha il dovere di sciogliere tutti gli eserciti.
Chi vuole la pace ha il dovere di togliere qualsiasi alibi religioso alle guerre e al mestiere delle armi che sono cose obbrobriose e ripugnanti.
Chi vuole la pace non può mai più benedire armi ed eserciti ed ha il dovere di dire che uccidere è sempre peccato ed è sempre riprovevole in ogni luogo ed in ogni tempo.
Chi vuole la pace ha il dovere di bandire la parola guerra da ogni tipo di comunicazione che non riguardi strettamente ciò che la parola guerra significa ciò distruzione e morte, mentre oggi questa parola viene usata per descrivere qualsiasi contrasto fra gruppi o persone diverse, segno questo che la cultura della guerra inonda qualsiasi ambito della vita sociale.
Chi vuole la pace ha il dovere di discutere con calma e da fratelli di tutte le controversie che possono sorgere fra le persone o le diverse nazioni e popoli della terra.
Chi vuole la pace deve bandire la guerra dal proprio orizzonte di vita in modo assoluto e definitivo sul piano personale, sociale e nei rapporti fra le nazioni e i popoli della Terra.
Ecco, dall'incontro di preghiera di Roma ci aspettiamo non la preghiera delle parole ma la preghiera dei fatti. Tutto il resto non serve e non ci sarà alcun Dio che fermerà la mano omicida dell'uomo che uccide il proprio simile o la Terra su cui viviamo, per quanto lo possiamo invocare. Egli è sordo alle nostre invocazioni inutili, lo scrivono le scritture ritenute sacre da cristiani ed ebrei a cui evidentemente essi stessi non credono ma che da tremila anni essi ripetono.
Al Dio della metafisica occorre sostituire il dio dell'umanità compassionevole e misericordioso che non vuole guerre ma vita piena per tutte e tutti.

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Operazione Colomba

è il Corpo Nonviolento di Pace dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII.
La Comunità Papa Giovanni XXIII (Ente Ecclesiastico di Diritto Pontificio Civilmente Riconosciuto con D.P.R.  n. 596/72), fondata nel 1973 da don Oreste Benzi, che ne è stato Presidente e leader carismatico fino alla sua morte (2 novembre 2007), è una Associazione che opera nel vasto mondo dell’emarginazione con uno stile basato sulla condivisione diretta della vita con i poveri, per la liberazione degli oppressi e la rimozione delle cause che generano le ingiustizie.
Attualmente è presente in 27 paesi in tutti i continenti, con progetti a favore di minori (bambini soldato, bambini di strada, bimbi con handicap, orfani dell’AIDS), donne, portatori di handicap, vittime di violenza e di sfruttamento sessuale, tossicodipendenti, senzatetto, popolazioni coinvolte in conflitti armati e gruppi di promozione dei diritti umani, raggiungendo più di 41.000 persone al giorno.
L'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII - Condivisione fra i Popoli, riconosciuta dal Ministero degli Affari Esteri come ONG, ne promuove e coordina gli interventi internazionali.
Operazione Colomba è un progetto aperto a tutte quelle persone, credenti e non credenti, che vogliono sperimentare con la propria vita che la nonviolenza è l'unica via per ottenere una Pace vera, fondata sulla verità, la giustizia, il perdono e la riconciliazione.
I componenti sono volontari divisi essenzialmente in due gruppi: volontari di lungo periodo, cioè persone che danno uno o più anni di disponibilità a tempo pieno e volontari di breve periodo, cioè persone che danno uno o più mesi di disponibilità.
Dal 1992 ad oggi oltre mille persone hanno partecipato ai progetti di Operazione Colomba.
Le principali caratteristiche dell'intervento di Operazione Colomba:
- la nonviolenza: forza attiva e creativa che si concretizza in azioni di interposizione, accompagnamento, mediazione, denuncia, protezione, riconciliazione, animazione...
- l'equivicinanza: condivisione della vita con tutte le vittime sui diversi fronti del conflitto, indipendentemente dall’etnia, la religione, l’appartenenza politica...
- la partecipazione popolare: non sono richiesti particolari curricoli. Di indispensabile c’è l'adesione ad un cammino sulla nonviolenza, una limpida affinità con la proposta e con la vita di gruppo, la maggiore età e la partecipazione ad un corso di formazione specifico.

Un Corpo Civile e Nonviolento di Pace

Insieme a tante altre realtà italiane (in parte riunite nel Tavolo Interventi Civili di Pace e nell'IPRI rete CCP) ed internazionali (PBI, NPF, FOR, CPT...) riteniamo sia tempo di proporre e realizzare alternative efficaci e credibili allo strumento militare per intervenire nei conflitti internazionali, inter-statali ed intra-statali.
Durante quest’ultimo ventennio la società civile mondiale ha proposto forme nuove di intervento in diversi settori della vita internazionale.
Come ha riconosciuto l'allora Segretario Generale dell’ONU, Boutros Ghali, nella sua Agenda per la Pace, le ONG e la Società Civile possono ricoprire un ruolo fondamentale nella prevenzione dei conflitti, nel mantenimento della pace e nella costruzione della pace dopo i conflitti. Numerose risoluzione della Assemblea Generale dell'ONU affermano il diritto/dovere di intervenire a tutela dei Diritti Umani.
Operazione Colomba è secondo noi un modello significativo ed efficace di Corpo Civile e Nonviolento di Pace che interviene nei conflitti armati e sociali acuti.


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Racconto di un viaggio
Libano/Siria

Si chiama Captagon. E' la droga del soldato perfetto. Nessun dolore, nessun senso di fame, nessun sentimento, niente sonno per tre giorni con una sola pastiglia.
Permette di compiere atrocita' ridendo e di mantenere al massimo la concentrazione.
A. viene a casa nostra una sera a confidarci di averne fatto uso, quando per sei mesi e' stato coinvolto nell'esercito libero. E' stato suo fratello a portarlo via e salvarlo. Poi suo fratello e' stato ucciso nei combattimenti. Ci dice che questa droga, e altre fonti ce lo confermano, e' usata in maniera sistematica da tutti i gruppi armati combattenti. La produzione e' in buona parte in Libano, dove costa intorno ad un euro a pastiglia, a seconda della qualita'.
Moltissimi la usano in tutti gli ambienti ormai. Anche A. quando ha bisogno di lavorare di piu' ne prende ancora...
Nell'ultimo periodo le truppe di Assad hanno riconquistato Homs, nella cui citta' vecchia resistevano i ribelli. La propaganda del regime dice che e' stata riportata la pace e la sicurezza, ma le molte persone di Homs che conosciamo e che sono scappate dalle bombe del regime hanno paura a tornare. Anzi, una signora di Homs ci dice fra le lacrime che probabilmente non potra' piu' rivedere la sua citta'. Interi quartieri sono stati rasi al suolo.
J. arriva al campo di tende di Telabbas proprio il giorno che avevamo organizzato un pranzo insieme a loro, a base di wareq dawali, le foglie di vite avvolte ripiene di riso e carne.J. ha appena passato il confine, viene dalla citta' vecchia di Homs. Ha combattuto anche lui, ma non ha l'aria di un guerriero. Ha l'aria di un ragazzino di 17 anni che ha passato gli ultimi 3 sotto un durissimo assedio, smagrito e tremante, forse per le droghe. Fuma in continuazione. Ci dice che una sigaretta costava 50 dollari. Suo fratello e' stato ucciso da un cecchino. Ora pensa a come rientrare dalla Turchia per vendicarlo. Uccidere o morire.
La situazione dei profughi a Bebnine, dove stavamo con la tenda, sembra diventata piu' critica. Libanesi della "sicurezza", armati, stanno imponendo ai siriani di alcuni campi un coprifuoco serale. Proibito uscire dopo le 19. Alcuni ci raccontano di minacce. Abbiamo deciso di visitare regolarmente l'area, e forse andremo a starci per qualche giorno. Abbiamo conosciuto un gruppo di donne con bambini che vivono in alcune tende. E' stato bello vedere come la relazione con loro e' diventata subito calda quando i nostri amici delle tende di Telabbas (e loro ex-vicini di casa) ci hanno a sorpresa presentato a loro.
Una di queste donne, H., non ha notizie da due anni del marito, preso dal regime, ed ha due bimbi malati di talassemia. Devono fare due trasfusioni di sangue al mese. Abbiamo dato loro il contatto di un'associazione che si occupa di donazioni di sangue, e segnaleremo la loro situazione all'UNHCR. Forse doneremo anche noi un po' di sangue... Ieri l'altro abbiamo incontrato la mamma appena tornata dall'ospedale. Non c'era sangue a sufficienza ed il bambino di 4 anni faticava a camminare. E' uscita in lacrime ed un tassista che stava all'uscita, dopo aver saputo che aveva lo stesso gruppo sanguigno, e' andato a dare il suo sangue.
I nostri amici zingari di Bebnine sono stati sfollati per far posto a un parcheggio. Loro, con ammirevole capacita' di adattamento, si sono spostati in un giorno nel campo adiacente, smontando e ricostruendo tutto. Forse avranno anche finalmente cisterne per l'acqua e dei bagni.
Stanotte parte Teresa. Con l'arrivo si Kappa siamo ora in quattro uomini.
Domani saremo di nuovo nella valle della Beqaa, nella zona di Zahle.

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Diario dal Libano –
Giorno 74
domenica 8 Giugno 2014 11:53

"Gli uomini si dividono in tre classi", ci dice R., "quella alta, quella media, e quelli che stanno sulla terra. Noi siamo quelli che stanno sulla terra. Tocchiamo tutto con le mani. Lavoriamo, ci ammaliamo, soffriamo, abbiamo amici. Guardiamo intorno a noi, non in alto. Non ci interessano i soldi o il successo. Anche gli uccelli prima o poi si posano e tornano alla terra. Vogliamo vivere con affetto e amore per tutti".
Quando iniziamo ad ascoltare, spesso e' come rompere un argine: fai un buco ed il flusso della sofferenza che esce diventa sempre piu' grande. Massacri, torture, atti disumani, futuro distrutto, l'umiliazione di essere profughi, costretti a elemosinare aiuti. Poi, a volte dopo un paio d'ore, si acquieta. Si può parlare d'altro.
Noi vogliamo poter parlare del futuro con le persone. Che loro possano pensarlo. Che possano chiedere cio' che è loro diritto e non essere solo vittime passive. Quasi tutti vogliono tornare in Siria, tornare a vivere come fratelli senza distinzione di religione, con dignità. Non la vittoria di un esercito, ma un posto sicuro. Se ci fosse, sotto una qualche forma di protezione internazionale, tornerebbero tutti, dicono. Chi rappresenta queste persone? I "colloqui di pace" sono decisi dalla forza degli eserciti e dagli interessi di potenze straniere. Stiamo raccogliendo le loro testimonianze e vogliamo che queste voci siano ascoltate. Stiamo pensando alla possibilita' di scrivere una petizione con loro, con le loro firme. "Scrivetela bene, perché io a casa ci voglio tornare", mi dice L., alla fine di una visita, mentre sto uscendo.
Continuiamo a passare le giornate visitando e ascoltando le persone.
Guido e Kappa nel frattempo sono partiti. Ale e Giulia sono arrivati.
Nella Beqaa, a Zahle, abbiamo conosciuto una famiglia di profughi cristiani. Punto di vista politico diverso dalla maggioranza dei profughi (sunniti) ma destino analogo: speranza nella vittoria di Assad per poter tornare a casa e sistemazione in un garage. Abbiamo cucinato con loro la pasta alla carbonara e abbiamo pranzato insieme...
Ieri ho donato il sangue per uno dei bimbi di M., malato di talassemia (anche se sembra che glielo avrebbero dato lo stesso!!). Abbiamo contattato dei nostri amici di Beirut perche' possano procurare le medicine vitali per lo smaltimento del ferro, costosissime.
M. ci ha anche chiesto un aiuto per trovare una sistemazione piu' fresca e igienica: con il caldo soffocante della tenda, il rischio di malattie per mosche e topi, ci dice che il sangue dei bimbi si deteriora piu' in fretta.
Abbiamo fatto visita ad un campo a Bebnine dove e' stato appiccato il fuoco ad una tenda, per fortuna senza conseguenze.


Quelli dei Garage

È come un monolocale, con un muro e una porta in un angolo che ne delimitano il bagno a turca, e un lavandino che fa da cucina.
Una grossa porta nera, divisa in vari moduli stretti apribili a soffietto, li separano dalla strada e restituiscono un po’ di privacy a coloro che han perso tutto, non solo quella.
L’affitto mensile è di 100 dollari, molto meno dei 200-250 per un appartamento di due o tre stanze: abbiamo conosciuto una famiglia di 13 persone che abita in un monolocale, ma son comunque pochi i profughi che possono permettersi questa spesa.
Scappati da una guerra insensata, per quanto non abbia mai trovato un senso in una guerra.
Scappati quando gli aerei del proprio governo, i propri aerei, bombardavano le loro case, bombardavano i civili.
Scappati quando dal cielo gli elicotteri sganciavano dei barili di esplosivo, che punivano indistintamente case e persone, colpevoli e innocenti, uomini e donne, anziani e bambini, combattenti e civili.
Scappati senza poter prender nulla, abbandonando non solo casa, bestiame, auto, vestiti, ma abbandonando soprattutto la loro terra. Abbandonando il frutto del sudore di una vita, della vita dei propri genitori.
Scappati da violenze che noi a fatica riusciamo ad immaginare.
Manifestanti pacifici che venivano contrastati e sterminati coi mitra. E i loro corpi rimossi con i bulldozer.
Studenti che scrivevano sui muri “vogliamo libertà” arrestati, torturati, iniziando con lo strappargli le unghie.
E come loro molti uomini colpevoli solo di abitare in un quartiere, in un villaggio, di passare nella strada sbagliata al momento sbagliato, arrestati, torturati, solo per avere informazioni sui dissidenti, gli insorti, i ribelli. Pare che le guardie carcerarie possano uccidere impunemente il 10% dei detenuti…
Donne che cercano i loro uomini, i loro figli, nelle varie prigioni, trovandoli morti a volte dopo parecchi mesi di ricerca. Più spesso invece non vengono più a saperne nulla.
Donne violentate davanti agli occhi dei loro uomini, dei loro figli, dei loro genitori.
Bambini decapitati davanti ai loro genitori.
Teste tagliate venivano passate da piede in piede come fossero palloni.
Cadaveri profanati con motoseghe.





Domenica 08 Giugno 2014 11:53

Captagon è il nome dell’anfetamina che rende realtà ciò che credevamo fosse un film dell’orrore: una sola pastiglia e per tre giorni non senti fame, non dormi, non provi più emozioni, compi le violenze più atroci senza esitare, non senti dolore, combatti senza paura. Accelera anche il battito cardiaco, se vieni ferito è più facile morire dissanguato.
All’esercito regolare viene fornita direttamente dagli ufficiali per “aiutare i soldati a star svegli nei turni di guardia…”. Ma ormai tutte le forze armate, pro regime e contro il regime, ne fanno uso.
E costa pochissimo. Da 1 a 2 dollari, in base alla qualità…
Scappati da questo inferno, dalla Siria, han cercato in Libano un luogo dove poter sopravvivere, aspettandosi forse un’accoglienza diversa….
Per entrare regolarmente devono pagare 600 dollari al confine per un visto che dura 6 mesi, il rinnovo per altri 6 mesi costa 200 dollari, e così via… Gli irregolari invece rischiano l’arresto.
UNHCR dà degli aiuti alle famiglie a loro registrate, da ritirare presso dei magazzini. Alcuni magazzinieri chiedono “favori” alle figlie o alle mogli per dare ciò che spetta alle loro famiglie.
UNHCR dà un contributo di 40 dollari (sotto forma di tessera a scalare in alcuni negozi) solo alle famiglie a loro registrate e che non contengano un uomo abile al lavoro. Ma lavoro ce ne è poco.
Esiste un caporalato, chi procura i braccianti per il lavoro nei campi trattiene una parte del loro stipendio.
A volte non vengono neanche pagati della retribuzione concordata, che era già inferiore rispetto a quanto prendono i libanesi. Tanto sono profughi, irregolari, non potrebbero neanche lavorare, come possono denunciare il datore di lavoro?
Spesso la card da 40 dollari viene rivenduta al negoziante per avere i contanti per altre necessità, medicine, affitto. Il negoziante dà loro 30 dollari e trattiene 10 dollari di “commissione”. Il 25%.
Il costo dei garage prima dell’arrivo dei profughi era di 25 dollari al mese. Ora è 100 dollari.
Dopo le 19 per i siriani è rischioso andare in giro: a volte vengono presi, picchiati, derubati.
“In Siria lavoravo per costruirmi il futuro, qui lavoro solo per comprarmi il pane”
“In America se uno uccide un cane va in galera, qui ci stanno sterminando e nessuno interviene”
“Qui è peggio che stare in gabbia, perché agli animali almeno danno da mangiare”
“Abbiamo perso ciò che avevamo di più caro: la dignità”
“Perché dobbiamo essere umiliati per poter avere ciò che ci spetta?”
“Vogliamo solo tornare in Siria, avere un pezzo di terra e rincominciare la nostra vita, anche in una tenda”
Il posto tenda a volte è gratuito, altre arriva a costare fino 25 dollari al mese. Chi ha qualche soldo per il materiale se la costruisce anche bella, fa la struttura con travetti di legno, poi la copre con dei cartoni che isolano bene, e sopra ancora dei teli di nylon, alcuni di provenienza UNHCR, altri prendono i teloni dismessi delle pubblicità stradali. Chi se lo può permettere lungo il perimetro in fondo alle pareti fa un giro di rete sottile tipo zanzariera, così alzando il telo gira un po’ d’aria.
Nelle tende ci abitano i più poveri.
Son quelli che nella guerra hanno veramente perso tutto.
Quelli più umiliati.
Quelli che hanno paura quando sentono i colpi di fucile sparati in aria a scopo intimidatorio, ma che fanno cadere i pallini sulle tende.
Quelli che non hanno niente ma che ci hanno sempre offerto il loro niente, che per noi era il loro tutto.
Quelli che quando raccontiamo la nostra storia sbagliando qualche parola in arabo, sorridono.
Quelli che quando raccontano la loro storia, hanno le lacrime agli occhi.
Quelli Delle Tende.
-°-°-

SIRIA. Oggi si vota.
 La scheda nell’urna fa paura all’Occidente
3 giu 2014
I Paesi anti-regime gridano alla farsa ma, nonostante l’ostruzionismo di Stati Uniti, Europa e Paesi del Golfo, ha già votato il 95% dei residenti all’estero.
Damasco, 9 maggio 2014 (Foto: AFP)
di Chiara Cruciati – Il  Manifesto
Roma, 3 giugno 2014, Nena News – Urne aperte oggi in Siria per le elezioni presidenziali, tra chiamate al boicottaggio lanciate dalle opposizioni e la quasi certezza di una riconferma del presidente Assad per il terzo mandato consecutivo. Sullo sfondo un Paese allo stremo, che piange 160mila morti in tre anni di guerra civile, tre milioni di profughi all’estero e cinquemilioni di rifugiati interni. Le opposizioni gridano alla farsa, definendo il voto di oggi il tentativo di Damasco di garantirsi un plebiscito da utilizzare come piede di porco contro i ribelli.
La tornata elettorale è cominciata il 28 maggio con il voto dei siriani residenti all’estero e l’aperto ostruzionismo dei Paesi anti-Assad: il voto è stato impedito in Francia, Belgio, Germania e Paesi del Golfo, mentre negli Stati Uniti e in Canada le ambasciate di Damasco hanno chiuso per motivi di sicurezza. I governi occidentali hanno palesemente tentato di ostacolare il voto, definendolo «una frode della democrazia».
C’è da chiedersi: perché tanta paura delle elezioni siriane, se considerate una mera farsa? La minaccia è il voto stesso e non il risultato finale, la partecipazione dei siriani, la scheda elettorale che finisce nell’urna, le file davanti ai seggi. Questo farebbe crollare il mito della «rivoluzione dei ribelli», gruppi moderati e estremisti, laici e islamisti, annaffiati dai milioni di dollari e dalle armi dell’Occidente e del Golfo. Infatti, nonostante l’ostruzionismo, il 95% dei siriani all’estero avrebbe espresso la propria preferenza, secondo i dati della Commissione Elettorale.
Peggiore la situazione in Libano. Migliaia coloro che hanno affollato le strade intorno all’ambasciata siriana di Beirut, paralizzando il traffico e costringendo le autorità libanesi a dispiegare le forze dell’ordine per timore di scontri. Ma la vera violenza è stata quella commessa dai vertici del Paese dei Cedri: oltre ai pestaggi denunciati da alcuni elettori siriani, a preoccupare è la minaccia del ministro dell’Informazione libanese, Omran al-Zoubi, che ieri ha annunciato che i rifugiati che faranno ritorno in Siria per votare perderanno il loro status di profughi. Una possibilità che andrebbe a colpire 500mila siriani e subito criticata da Damasco, a cui Zoubi ha risposto con un ben poco diplomatico «Sono affari nostri».
Sul piano politico, a contendere la poltrona presidenziale ad Assad sono l’esponente comunista Maher al Hajjar e l’uomo d’affari Hassan al Nouri. A seguito di una modifica costituzionale del 2012, le elezioni non saranno a partito unico, previsione rafforzata dalla nuova legge elettorale approvata a marzo e che apre al multipartitismo (pur vietando la candidatura di chi gode di doppia cittadinanza, clausola che secondo i critici del regime taglia fuori gli oppositori all’estero).
Scontata la vittoria di Assad, la cui campagna elettorale «Sawa» (Insieme) è partita a inizio maggio in concomitanza con la riconquista della città ribelle di Homs, strappata al controllo dell’Esercito Libero Siriano e dei gruppi islamisti ISIL e Fronte al-Nusra. Poco spazio resta ai due sconosciuti contendenti i cui flebili sforzi elettorali si sono concentrati su questione economica e lotta alla corruzione.
E proprio l’economia resta il terreno più accidentato: la guerra civile ha provocato la perdita di 144 miliardi di dollari. Secondo una ricerca del Syrian Center for Policy Reseach, realizzata insieme alle Nazioni Unite, a monte sta «la radicale rimappatura demografica siriana, con la perdita del 12% della popolazione e lo spostamento del 45% dei residenti siriani». La Siria si è trasformata in un Paese povero e deindustrializzato, con un aumento vertiginoso di inflazione e disoccupazione (oggi al 54,3%): tre siriani su quattro vivono in miseria, incapaci di reperire i beni di prima necessità. Dati a cui si aggiunge quello drammatico della perdita di vite umane, 160mila persone uccise dal conflitto in corso e 360mila ferite o rese invalide. La conseguenza di una tale crisi sarà più visibile nei prossimi anni, quando la Siria dovrà ricostruirsi sulle macerie del suo stato sociale, dei suoi sistemi educativi e sanitari, delle sue infrastrutture e, soprattutto, delle sue spaccature interne.

Lettera ai “pacifisti” italiani
 (di Eva Ziedan).

Tutto è bello in Italia, il Paese che sempre avevo sognato di visitare. Camminavo per le strade con occhi di gufo, fissando ogni dettaglio come se volessi mangiarlo!Quando sono stata nella chiesa di Santa Croce a Firenze, ho ricordato quello che Abdel Rahman Munif, uno dei più grandi scrittori arabi, diceva: “Quando guardi la bellezza delle città europee da straniero, senti che non sono tue e che rimarrai per sempre straniero”.
Mi dicevo: “Ma come è possibile che non provo quello che provava Munif?”. Anzi. Sentivo la voce di Machiavelli che mi diceva che se fossi vissuta nella sua epoca, mi avrebbe scelto come sua amante! E sentivo Michelangelo che mi diceva di volersene andare a Roma perché era arrabbiato con la famiglia Medici di Firenze!
La bellezza delle città non può farti sentire straniero! Anzi, è la bruttezza delle città ti fa straniero!
Mentre gli sguardi freddi ti fanno sentire straniero, un buongiorno in dialetto romano ti dà già una bella giornata!
Una focaccia pugliese mi fa tornare nella mia terra per un po’.
Una domanda come: “Ma dov’è la Siria? È quella vicina ad Israele?” ti fa rimanere male.
Articoli scritti da giornalisti che hanno vissuto la Siria ti fanno sentire tra le parole il profumo del sapone di Aleppo.
Altri articoli, invece, al di là del rispetto per il diritto d’opinione, ti fanno pensare che il giornalista abbia pernottato allo Sham hotel, al Four Seasons o dal raìs stesso (cinque stelle e più!).
Eh, Munif, questi qui sì che ti fanno sentire straniero!
Vorrei rivolgermi a voi direttamente. A voi che siete “i pacifisti”, voi che “non volete le guerre”, voi chi siete contro “il complotto americano”.
Come mai voi festeggiate la liberazione dell’Italia? Non vi siete liberati come Gandhi! Vorrei veramente cantare con voi la mia canzone italiana preferita, “Bella ciao”, oppure “Siamo ribelli della montagna”! Magari vi ricordate che anche voi avete avuto le brigate partigiane, anche voi avete chiesto l’aiuto dall’esterno, anche le vostre brigate hanno sbagliato, commettendo fatti di sangue e a volte giustizie sommarie!
Però questo era il prezzo della vostra libertà, che ora vivete.
Perché voi sì e noi no? Perché sempre noi abbiamo contro i “complotti globali”?
Se mi dite che il nostro tessuto sociale è ben diverso e meno complicato di quello italiano, vi rispondo che il tessuto sociale siriano era già complesso prima dell’avvento della famiglia Assad. Già prima avevamo quel tessuto sociale e abbiamo vissuto la democrazia. Provo a capire che voi avete paura di entrare nelle zone “calde” in Siria per verificare, che non siete come Mika Yamamoto,  Marie Colvin, Remi Ochlik, Edith Bouvier o Alessio Romenzi e altri ancora.
Ma cavolo! Nei libri di storia, però, potete entrare senza nessun pericolo! Studiate la nostra storia! Quella che precede il potere degli Asad!
Se poi mi dite che ci sono brigate di fondamentalisti islamici che combattono a fianco dell’Esercito libero (Esl) e che l’Esl si macchia di crimini, in questo caso non vi rispondo. Vi denuncio!
Vi denuncio perché vorrei vedere il vostro “pacifismo” dove sarebbe andato se Daraya, Homs o Aleppo fossero le vostre città.
Se vi venisse uccisa tutta la vostra famiglia, in questo caso vorrei proprio vedere se rimarreste “pacifisti” o prendereste le armi anche – purtroppo! – dai wahhabiti!
Ancora un momento… vi chiedo un favore molto “pacifico”. Perché, anziché rimanere qua e “sparare” delle cose che la storia non cancellerà, perché non andate a trovare Mazen Darwish e i suoi colleghi giornalisti che da sette mesi sono rinchiusi nelle carceri delle mukhabarat? Sono giornalisti come voi. Anzi, Mazen è un membro dell’Unione internazionale dei giornalisti. Così almeno ci dite se sono vivi o no! Questa gentilezza non va contro il vostro “pacifismo”, no?
Ve lo chiedo perché da mesi leggo del vostro sostegno al “laico” Asad, contro gli estremisti religiosi (anche quando non erano ribelli armati). Ma non avete speso mai una parola per i pacifisti siriani – quelli sì veri pacifisti – arrestati, torturati, alcuni anche uccisi, per aver chiesto la libertà nel Paese, o per aver raccontato le violenze del regime.
Vorrei sapere se il vostro silenzio è stato dolo oppure pura ignoranza.
In entrambi i casi, per favore, lasciate stare il mio Paese. Combattete le vostre battaglie ideologiche sulla vostra e non sulla nostra pelle.
Vi ricordo infine che siete figli di grandi nomi nella storia dell’umanità. Almeno apprezzate questo! O provate a scrivere qualcosa che corrisponde al loro livello!
“Pertanto, uno che diventa Principe con il favore del popolo, deve mantenerselo amico; e ciò gli sarà facile perché il popolo non chiede altro che di non essere oppresso. Ma uno che contro il popolo, diventa Principe con il favore dei potenti, deve prima di ogni altra cosa conquistare il popolo, e ciò gli sarà facile nel momento in cui lo prenderà sotto la sua protezione. E poiché gli uomini, quando ricevono del bene da chi credevano di ricevere del male, si sentono più profondamente obbligati verso il loro benefattore, il popolo gli diventa subito più favorevole di quanto lo sarebbe stato se il Principe avesse preso il potere col suo favore; e il Principe se lo può conquistare in molti modi, sui quali, proprio perché variano a seconda delle situazioni, non si può dare una regola sicura, per cui li tralasceremo”. Niccolò Machiavelli
 Eva Ziedan, archeologa siriana lavora all'Università di Udine
LETTURA D’INIZIO

Lasciateci parlare di Amicizia e di libertà.

Vogliamo  scoprire la  libertà della vita che nasce:
la gemma, il fiore,il sole che torna a salire all'orizzonte,
il nido che si popola di gracili esistenze.

Vogliamo  valorizzare l’amicizia che ci rende liberi
dalle schiavitù , che moltiplica la gioia,  accresce
il nostro desiderio di giustizia, di solidarietà, di pace.

Vogliamo coltivare l’amicizia quando ci apre alla
speranza che non muore, al dono di  cieli nuovi e terra nuova
a chiunque è negato il cielo e la terra.

Vogliamo scoprire il desiderio di  libertà
che sgorga dal profondo di ogni persona,
fiamma che emana dalla memoria storica di tutti i popoli
calore, luce, forza che viene dalle parole tramandate,
dalle pagine dei libri sacri, da ogni cellula
del grande organismo della storia umana.

Lasciateci credere che è possibile intrecciare mani e piedi
per vincere le tante schiavitù, per  affrontare la vita
nel segno della libertà e dell’amicizia,
per sconfiggere i disegni di chi ci vuole imporre
la cultura del potere, della competizione, del consumismo,
del dominio dell’uomo sull’uomo e sulla natura.


LETTURA PER L’EUCARESTIA

Costruire  la speranza e la solidarietà
è forse l´unica strada verso una pace vera.
Una reale, profetica e coraggiosa ambizione alla pace
è visibile soltanto nel lavoro paziente e nascosto
di milioni di donne e uomini che ogni giorno lavorano
per suscitare un´altra bellezza,
e il chiarore di luci, limpide, che non uccidono.
E´ un´impresa utopica,
che presuppone una vertiginosa fiducia nell´uomo.
Per questo siamo fiduciosi nella speranza oltre ogni speranza.
Anche la bellezza dell’Eucaristia
vissuta come condivisione senza confini
può essere un segno efficace del cammino verso la pace
e il ripudio di ogni guerra.
E Gesù, la notte prima di essere ucciso,mentre sedeva a tavola
insieme alle persone che stavano con lui, prendendo un pezzo di pane,
lo spezzò e lo diede loro dicendo:
"prendete e mangiatene tutti: questo è il mio corpo".
Poi, preso il calice del vino, lo diede loro dicendo:
"prendete e bevetene tutti:questo è il calice per la nuova alleanza.
Fate questo in memoria di me".
Dopo la sua morte e resurrezione,la moltitudine dei credenti
aveva un cuor solo e un'anima sola:
né vi era chi dicesse suo quello che possedeva,
ma tutto fra loro era comune.

E non c'era nessun bisognoso fra loro.

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