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venerdì 24 dicembre 2010

Veglia di Natale 2010


In tanti luoghi della lotta sociale, piazze, tetti, ciminiere, fabbriche e scuole occupate inevitabilmente la potente simbologia della rinascita legata al Natale, che non è solo quello cristiano, viene intrecciata con i motivi della lotta riaccendendo il fuoco morente della speranza.

Ci uniamo a questa umanità che non si arrende tentando di vivere anche noi creativamente la festa del Natale nella Veglia che faremo alle "baracche dell’Isolotto", via degli Aceri 1, il 24 dicembre a partire dalle 22,30.

Il tema della veglia è la speranza nonostante tutto: "Oltre le paure, insieme per un nuovo patto tra gli esseri umani, la Terra, la Vita".

E’ questo l’augurio che indirizziamo a tutti oltre ogni confine.

 

                    La Comunità dell’Isolotto Firenze



Natale 2010 Veglia



Oltre le paure



insieme per un nuovo patto



tra gli esseri umani, la Terra, la Vita.



Comunità dell’Isolotto Firenze



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Perché a Natale si festeggia con l’albero?



Alla scoperta del simbolo dell’albero



Da tempo, come sapete, alla Comunità dell’Isolotto, facciamo un percorso di crescita culturale, religiosa, spirituale ed emotiva, mettendo insieme bambini piccoli, bambini più grandi, ragazzi, adulti e alcuni nonni. Anche quest’anno, come già fatto in altre occasioni, all’avvicinarsi del Natale, abbiamo lavorato su uno dei simboli del Natale per comprenderlo, per riappropriarcene, per viverlo con più consapevolezza ed autenticità. Anni fa abbiamo affrontato le “storie delle nascite” di Buddha, Maometto e Gesù scoprendo molte cose interessanti; lo scorso anno ci siamo chiesti “cosa c’entra il Natale con i regali?” andando così a scoprire che un dono assume un significato per noi più bello e profondo se è semplice, se è per tutti, se è fatto con le nostre mani, e che ogni nascita per tutti noi è un dono…



Quest’anno ci siamo chiesti perché a Natale si festeggia con l’albero? e siamo andati alla scoperta dei molti significati associati all’albero, uno dei simboli più diffusi in tutte le culture, a partire da quelle più antiche e primitive. E in questa ricerca abbiamo anche scoperto quanto questo lavoro sia legato al tema che porteremo avanti nei prossimi mesi “coltivare speranza”: infatti non c’è speranza senza sentire e vivere il legame profondo con il nostro appartenere alla terra, alla natura e al cosmo.



Ma ci piace ora raccontarvi qualcosa sul simbolo dell’Albero:



La parola abete significa simbolicamente nascita, origine. La lettera A e la lettera B (in greco "alfa" e "beta", in ebraico e caldaico "alef" e "bet") formano d'altronde la stessa parola "alfa-beto". L' "A-bete" simboleggiava dunque, anche nella sua espressione letterale, la nascita di tutte le cose, e perciò era celebrato a "Natale" che significa infatti nascita. L’albero è innanzi tutto simbolo della vita in continua evoluzione, del passaggio ciclico della natura tra nascita, morte e rinascita: infatti molti alberi in autunno perdono le foglie, restano spogli d’inverno, per poi risvegliarsi a primavera e rivestirsi di germogli e in estate diventare verdissimi e ricolmi di frutti, in un ciclo continuo.L’albero è anche il simbolo del rapporto tra terra e cielo, anzi tra i tre livelli del cosmo (quello sotterraneo, quello della superficie terrestre e quello del cielo): gli alberi infatti hanno radici che penetrano sottoterra e che traggono nutrimento dal sottosuolo e poi hanno rami e foglie che vanno verso il sole, la luce e l’aria del cielo.



L’albero è anche il simbolo di vita poiché rappresenta una sintesi di tutti gli elementi necessari alla vita: l’acqua circola nella sua linfa dalle radici alle foglie, l’aria nutre le sue foglie, il sole lo rende forte e verde, ogni sorta di animali vive sugli alberi o grazie ad essi: gli insetti e gli uccelli e molti altri animali tra i suoi rami trovano cibo o riparo durante la notte o le tempeste o il vento.



2 Infine l’albero cosmico è anche indicato in molte religioni e tradizioni antiche come un simbolo della conoscenza: possiamo pensare all’albero della conoscenza del bene e del male (vi ricordate la storia di Adamo ed Eva?), ma possiamo anche ricordare la storia di Buddha che si addormenta sotto un albero e lì scopre la conoscenza e la saggezza… L’albero è anche il simbolo del legame tra le generazioni: fino a poco tempo fa nelle culture contadine alla nascita di un bambino si piantava un albero ….



Noi siamo l’albero



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L’albero e la nascita



I bambini e i ragazzi raccontano



Dario o Simone: Nonostante la neve eravamo in tanti domenica 19 dicembre alle Baracche: bambini, ragazzi, genitori, nonni… tutti curiosi di fare un nuovo lavoro insieme e di sapere perché in fondo alla sala c’era un abete.



Jonathan: All’inizio abbiamo ragionato sui significati che l’albero ha fin dai tempi antichi. Abbiamo scoperto tante cose, per esempio che l’albero è simbolo di  collegamento tra la terra e il cielo e io (Jonathan) ho “fatto” l’albero piantando bene i piedi a terra e alzando le braccia al cielo come fossero dei rami.



Dario: Abbiamo detto che l’albero è simbolo della vita in continua evoluzione: infatti è vero che gli alberi in autunno perdono le foglie, in inverno sono spogli, poi a primavera si risvegliano e si rivestono di foglioline verdi e in estate diventano verdissimi e ricolmi di frutti in un ciclo continuo. E questo vale anche per gli alberi come gli abeti perché anche loro perdono gli aghi e poi li rimettono in un ciclo continuo di nascita e morte e rinascita.



Tommaso: A me sono piaciute le parole di Sandra che ci ha parlato del suo babbo falegname (come il babbo di Gesù) che conosce tutti i colori e gli odori del legno. Ci parlava del profumo del legno che ha sempre sentito in casa da quando era piccola… sembrava quasi di sentirlo anche noi questo profumo!



Margherita: Io ho capito che l’albero è simbolo di nascita e per questo si usa a Natale e che è anche simbolo del legame tra le generazioni cioè tra i nonni, i genitori e i bambini, e mi è piaciuto sapere che per la nascita mia e di mia sorella i miei genitori hanno piantato nel giardino del nonno un ciliegio!



Anna: Ci hanno colpito anche le spiegazioni di Lucia che conosce la medicina cinese: ci ha detto che i medici della medicina tradizionale cinese curano le persone pensando agli elementi della natura e alle età delle persone: noi bambini siamo belli, forti, morbidi e duri come il legno degli alberi! I ragazzi grandi sono fuoco; i genitori sono terra; i nonni sono metallo; e chi sta per morire è come l’acqua perché si prepara a tornare nella natura e nell’universo come l’acqua quando torna alla terra.



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Ivan: Luciana ha raccontato che quando lei era piccola non ci faceva l’albero di Natale con le palline, però le persone andavano nel bosco a prendere un ceppo di legno da bruciare nel focolare. Serviva per riscaldarsi, cucinare, fare festa e raccontare storie intorno al fuoco. Ma anche dove si faceva l’albero lo si addobbava con le cose della natura, mele rosse, biscotti o gli arnesi del lavoro per ringraziare la terra dei suoi frutti e della sua generosità.



Fabio: Così anche noi, per ringraziare la terra e la natura, ci siamo messi ad addobbare il nostro albero con cose della natura: mele, biscotti, fichi secchi, dolcini,  mandarini… e ci è piaciuto molto; è stata una cosa bella.



Abbiamo fatto con la carta anche dei piccoli uccellini, e li abbiamo messi lassù in cima sulla punta dell’albero .. sembrano la voglia di volare, di sperare.



Virginia: Io ho raccontato che un uomo, tanto tempo fa, si trovava in viaggio nell'antico Egitto a Natale e vide delle piramidi fatte di legno con delle decorazioni e così pensò di decorare anche gli alberi della sua città.



Matilde: a me è piaciuto tantissimo quando, per far avverare le speranze che tutti avevano espresso, abbiamo acceso una candelina. Alla fine quando tutti avevano letto un bigliettino l'albero era tutto illuminato, l'abbiamo guardato insieme al buio: era bellissimo!!! Poi abbiamo spento le candeline..per non bruciare tutto.



Margherita: L’idea di fare un albero con i bigliettini e le candeline era stata mia; ma non credevo che si sarebbe potuta realizzare davvero, addirittura con le candeline. Sono stata contenta! Forse allora anche le nostre speranze si possono realizzare davvero.



Anna,



Tommaso, Dario,



Giulio, Ivan, Margherita,



Jonathan, Fabio, Matilde, Virginia,



Zoe, Luna, Gerardo, Evelina, Tommaso,



Elena, Martina Simone,



Tiziano,



Flavio



Noi: siamo la terra



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Fatti drammatici sconvolgono la vita della grande Terra: guerre e violenze tra i popoli, disastri ecologici che richiederanno centinaia di anni per essere riparati se ancora sarà possibile, popolazioni denutrite e affamate. Che cosa possono fare allora delle bambine o dei bambini, delle ragazze o dei ragazzi per evitare che i "grandi" continuino a causare disastri e garantirsi così un futuro? Intanto possiamo cominciare a discuterne per esempio leggendo insieme delle cose e magari anche giocando.



Siamo piante: Tutti noi siamo piante. Senza il manto verde che ricopre il pianeta e che è costituito da più di 300 mila specie vegetali, la vita animale non si sarebbe mai sviluppata. Fu grazie al diffondersi delle piante che milioni di anni fa l'ossigeno, prodotto dalle piante, favorì l'esplosione della vita animale. Le piante costituiscono il cibo per gli animali, sono usate come combustibile, servono alla costruzione di vari prodotti.Progredire significa proteggere le piante e gli alberi del pianeta, proprio perché in qualche modo noi tutti siamo piante.



Siamo acqua. Noi tutti siamo acqua, il nostro corpo è fatto per il 90% di acqua e senza acqua moriamo come muore ogni altra forma di vita. Per alcuni popoli l’acqua è abbondante, ma per altri è rara. Per tutti è un bene prezioso da conservare e usare con parsimonia. Questo bene è oggi minacciato da molte forme di inquinamento. Progredire significa proteggere l'acqua del pianeta, consumarne poca, non inquinarla, e depurarla se l'abbiamo inquinata; proprio perché in qualche modo noi tutti siamo acqua.



Siamo terra: noi tutti siamo terra, mangiamo prodotti coltivati sul terreno e la nostra vita non ci sarebbe se non ci fosse il suolo. Ma oggi nonostante le sue enormi potenzialità la terra è in una situazione di pericolo. Ogni anno si perdono milioni di ettari di terra arabile, di terreno fertile adatto all'agricoltura. Le coltivazioni intensive, il disboscamento per la crescente richiesta di terreno, il dilavamento dei suoli, la desertificazione rischiano di impoverire il suolo. E la perdita di terreno fertile è una delle cause maggiori della fame e della povertà delle popolazioni del Terzo Mondo. Progredire significa ricordare che siamo terra, e che dobbiamo imparare a proteggere i terreni nei quali viviamo e la terra del nostro pianeta, proprio perché in qualche modo noi tutti siamo terra.



Siamo tigri, falchi, balene, lupi, caprioli, coccodrilli, api, rondini. noi tutti siamo legati alla vita degli altri animali. La nostra vita senza di loro sarebbe più povera, più triste, forse non ci sarebbe. Progredire significa avere rispetto per tutte le forme di vita animale e consentire il loro naturale sviluppo, significa rinunciare per sempre alla caccia di alcune specie oggi in serio pericolo; proprio perché in qualche modo noi tutti siamo legati a tutti gli altri animali.



Siamo aria: noi tutti siamo aria, perché senza aria respirabile non c’è vita. E’ il respiro di aria pulita che dà vita al nostro corpo e alla nostra anima.



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Progredire significa avere rispetto per l’aria del pianeta; significa andare a scuola a piedi, andare in bicicletta, abbassare il riscaldamento in casa, non inquinare e fare tutto ciò che è necessario per mantenere l’aria respirabile per noi stessi e per le generazioni future.



Siamo mare, siamo oceano: noi tutti siamo mare, perché la vita è sorta dalle sue acque. Lungo le coste e grazie alla navigazione molti popoli si sono potuti incontrare, scambiare esperienze e culture. Progredire significa avere rispetto del mare e degli oceani e di ogni forma di vita che vi abita, e significa imparare un nuovo uso del mare che ci ha dato vita, cibo e gioia.



Siamo natura: ogni cellula del nostro corpo e della nostra anima è legata alla natura. Progredire significa ri-scoprire che siamo parte della Natura, che è arrivato il momento in cui l'uomo deve controllare e limitare il suo sfruttamento; e deve lasciarci alle spalle la società dello spreco per orientarci verso una società della conservazione e della sobrietà.



Ma come è possibile affrontare problemi così complicati, per noi bambini e anche per noi adulti, insomma per noi che ci sentiamo piccoli, piccoli come dei “semini”...?



Nel Vangelo c’è la storia di un piccolo seme …



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Il piccolo seme



Insieme al piccolo gruppo dei suoi amici Gesù andava per le



campagne e i villaggi della Palestina, incontrava i contadini, i



pescatori, la gente umile del popolo,



i poveri e i malati e faceva loro dei racconti tratti dalla natura per



aiutarli nella loro vita che era molto difficile. Dava a loro la



speranza che un giorno sarebbe sbocciata per essi una vita migliore,



più giusta. Questa vita migliore la chiamavano Regno di Dio.



I Vangeli hanno dato un nome a questi racconti:



li chiamano “parabole”.



Ad esempio diceva: “Il regno di Dio è come un uomo che getta il



seme nella terra; che dorma o vegli,



di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.



Come questo possa accadere, egli stesso non lo sa. Poiché la terra



produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco



pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano



alla falce, perché è venuta la mietitura.



A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale



parabola possiamo descriverlo? Esso è come un granellino di senapa



che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi



che sono sulla terra ma appena seminato cresce e diviene più grande



di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo



possono ripararsi alla sua ombra”.



La gente che ascoltava era povera e si sentiva piccola come un



semino, senza nessuna importanza e queste parabole la aiutavano ad



avere fiducia in una vita migliore in cui anche i piccoli e i poveri



saranno considerati e rispettati.



Il piccolo seme



Natale



Nei tanti luoghi della lotta sociale, piazze, tetti, ciminiere, fabbriche e scuole occupate la potente simbologia della rinascita legata al Natale viene inevitabilmente intrecciata con i motivi della lotta riaccendendo il fuoco morente della speranza. Così è per noi nella veglia che viviamo in solidarietà con tutta questa gente che non si arrende, come lo è stato molte altre volte in questi oltre quarant’anni dalla prima veglia in piazza nel 1969. Natale oltre la disperazione, Natale “Oltre le paure, insieme per un nuovo patto tra gli esseri umani, la Terra, la Vita".



Prima che essere una festività religiosa, il Natale è un simbolo, anzi un insieme complesso di simboli tutti legati al senso della rinascita. Viene da lontano la simbologia del Natale. Accompagna l’umanità fin dall’inizio della evoluzione millenaria della cultura. E ce li sentiamo dentro, nel nostro profondo, questi simboli della rinascita. Sono simboli potenti. Siamo qui a vegliare insieme per elaborarli con i nostri canti, le riflessioni, le testimonianze, i gesti. I simboli dicono lo sforzo dell’essere umano per decifrare e in qualche modo dominare, attraverso la fitta oscurità che lo circonda, il senso del proprio esistere e il proprio destino. Non sappiamo da dove veniamo e non sappiamo dove andiamo e siamo indotti a dare un senso alle nostre esistenze affidandoci ad esempio al costante rinascere del sole. La rinascita del sole richiama la rinascita perenne come anima del cosmo intero. Altro esempio sono i cicli dell’albero il quale fin da tempi antichissimi diviene simbolo di vita in continua evoluzione, simbolo del cosmo vivente in perenne rigenerazione.



Il Natale cristiano nasce su questa linea millenaria di creazione simbolica. Infatti i racconti della nascita di Gesù sono mitici, non storici. Non narrano fatti realmente accaduti. Gesù ad esempio non è nato a Betlemme, non in una stalla, e via di questo passo. I racconti evangelici dell'infanzia offrono simboli. Essi portano l'eco di reali e storiche ansie, esperienze e progetti di vita delle comunità cristiane della fine del primo secolo.



Erano comunità di rifiutati che trasferivano in racconti simbolici, tramandati da tam tam popolari, le reali condizioni di vita della gente umile. Non per nulla nei Vangeli Gesù viene chiamato figlio dell’uomo”. Come a dire un essere umano qualsiasi, che però aveva dato loro una speranza di riscatto. Di fronte alla morte in croce e al fallimento di tutte le loro attese di giustizia questa povera gente cerca di nuovo un senso alla propria esistenza alimentandosi ai simboli antichi della rigenerazione: tutto è vita, tutto muore e tutto rinasce. Poi viene la Chiesa del potere imperiale che trasforma la nascita e la morte e la resurrezione di Gesù in un progetto divino di salvezza universale trascendente, ma senza riscatto storico. E nascono due percorsi del cristianesimo: quello del potere e quello dei movimenti di base. A volte in conflitto a volte intrecciati fra loro. E’ così che il sogno, il dolore e la volontà di riscatto e di liberazione del mondo delle prime comunità cristiane hanno dato nei secoli anima e senso alla gioia festosa del Natale.



Erano simboli vivi per tanti che lottavano e cercavano positivamente un mondo nuovo, più giusto:



- Maria, la gestante che intona il magico cantico, il “Magnifica”, con cui annuncia il “rovesciamento dei potenti dai loro troni e l’innalzamento dei poveri”;



- la vergine che concepisce e partorisce per opera dello Spirito e non per decreto del potere del “padre”, annunciando la fine della cultura patriarcale;



- la grotta, casa dei senza dimora, fuori dalle mura della città inospitale;



- la illuminazione dei pastori, anch’essi vigilanti “fuori dalle mura”;



- la stella che rifugge il “palazzo” del potere e guida avventurosi “stranieri”, i magi, verso la vita che nasce dalla realtà umana emarginata e repressa.



Ma oggi, che hanno da dire di vitale il bambinello e gli altri personaggi del presepio?



Oggi qui da noi, dove il sogno e il riscatto sono al lumicino, il Natale affoga nel trionfo del mercato. E’ divenuto una festa senz’anima. Vale ancora la pena di guardare l’altra faccia, quella vitale e generativa? Interessa a qualcuno? Oppure è solo archeologia? Ma si può abbandonare completamente la presa su una simbologia così potente?



La risposta la daremo vivendo insieme questa notte in attesa di una nuova alba.



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La paura ed il cambiamento



Un pozzo petrolifero che sversa milioni di barili di olio nel Golfo del Messico, piogge sempre più violente ed insistenti che fanno franare le nostre case e i nostri monumenti, una nevicata che ci costringe per ore bloccati nelle nostre auto. Oltre le catastrofi, i danni, la sofferenza personale e collettiva, gli eventi direttamente o indirettamente connessi al nostro rapporto con la Natura ci interrogano sempre più frequentemente sul senso profondo della nostra esistenza su questo pianeta. Nelle conseguenze di azioni umane sempre meno sostenibili o nella casualità di fenomeni naturali che dalla sua origine esprimono la vitalità della Terra, questi eventi, che lo si accetti o no, relativizzano il senso di dominio e onnipotenza che l'Umanità ha acquisito in due milioni di anni di evoluzione. Tra le Scienze della Natura, la Geologia offre gli strumenti per spiegare in termini rigorosi questa nostra relatività e, nella consapevolezza della conoscenza, metterci addirittura in condizione di superare la paura e la frustrazione. Le rocce sono la testimonianza che il mutamento e quindi la relatività sono fenomeni intrinseci e connati con il Pianeta. E' in virtù del divenire di innumerevoli mondi che noi ci troviamo a popolare la Terra. L'opportunità che l'evoluzione ci ha casualmente fornito è il prodotto di continui cambiamenti fisici, chimici e biologici di un sistema fatto di complesse relazioni ed interconnessioni. La trasformazione continua da 4.5 miliardi di anni, rivelata nelle rocce ed intelligibile agli Scienziati della Terra, trova la sua ragione nell'energia del Pianeta e del Cosmo in cui esso si colloca. Le rocce ci raccontano che fino a che c'è energia trasformabile il mutamento è inevitabile e vitale. Nella non intenzionalità ed immanenza delle Leggi di Natura, le rocce suggeriscono a noi, esseri capaci di scelte, la trasformazione del nostro rapporto con la Terra sui cui viviamo, che contiene le risorse che sfruttiamo oltre ogni ragionevole limite. Una Terra che nelle rocce ci racconta di antiche frane, terremoti, alluvioni, eruzioni vulcaniche, cambiamenti climatici, indicandoci chiaramente come, dove e quando questi fenomeni sono accaduti. La memoria delle rocce è preziosa per permetterci di prevenire e mitigare gli effetti di fenomeni geologici sui territori che oggi popoliamo e che, a prescindere dalla nostra volontà o peggiorati nelle loroconseguenze dalle nostre azioni, continueranno ad accadere. Finche ci sarà energia. Le rocce ci testimoniano un divenire a cui noi dovremmo adeguarci sulla base di una consapevolezza fondata sul rigore scientifico, delle possibilità e dei limiti del nostro rapporto con il mondo che ci circonda.Questa consapevolezza che nasce dalle rocce, ci spinge a ridiscutere il senso di dominio, generato da ragioni antropologiche prima, filosofiche, religiose ed economiche poi, non solo sul mondo naturale ma anche sui nostri simili. Una dominazione che nasce dalla cristallizzazione di un presunto sapere assoluto ed infallibile che da millenni giustifica la supremazia dei forti sui deboli. Nella cultura della dominazione, il progresso delle conoscenze scientifiche e tecnologiche va bene solo quando garantisce e non mette in discussione questa supremazia. Le Scienze della Natura e tra queste la Geologia, che nel passato non si sono sottratte ad unfinalismo antropocentrico, hanno oggi la capacità di aiutarci a superare la condizione sempre più insostenibile di esseri dominatori narrandoci la storia del cambiamento planetario per favorire una vitale riconciliazione con la Natura e con noi stessi. Non si costruisce una nuova consapevolezza collettiva se la conoscenza scientifica non viene prodotta e divulgata. Per una Società matura, produrre conoscenza scientifica pubblica significa investire responsabilmente risorse comuni e chiedere poi conto dei risultati ma soprattutto della diffusione e condivisione di quei risultati. Tagliare indiscriminatamente le risorse alla ricerca scientifica senza verificarne attentamente e responsabilmente i meriti e i difetti, è un processo che una collettività sempre più smarrita ha delegato ad un potere autoreferenziale ed inconsapevole, tragica espressione della perpetuazione del dominio oltre ogni sostenibilità. Le Scienze della Natura, da tempo, hanno cominciato a mettere in discussione modelli di sviluppo basati sul dominio. E’ del tutto comprensibile quindi che si indebolisca la  ricerca scientifica attraverso i tagli invocando ipocritamente sprechi a cui realmente non si vuol porre freno o riferendosi alla valorizzazione di meriti che non si sanno riconoscere ne valutare. E’ la reazione di un dominatore impaurito dalla possibilità di cambiare. Non sappiamo quanto tempo rimane all’avventura della nostra specie su questo pianeta; per quanto lungo o breve esso sia, a noi resta la scelta di rimanere dominatori impauriti o divenire creature in trasformazione con il mondo che ci circonda. Una trasformazione che può trovare un senso anche nel racconto di una roccia.



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Testimonianze, gesti simbolici, preghiere



Condividiamo pensieri personali.



Accogliamo la simbologia dei bambini scrivendo ognuno di noi che lo desidera una riflessione di speranza su un bigliettino da attaccare all’albero.



Accendiamo candeline come segno di luce.



Facciamo insieme la condivisione del pane e del vino che vuole esprimere il nostro impegno per i diritti e per il futuro dei bambini, delle bambine, delle giovani generazioni di tutto il mondo, speranza perenne dell’umanità.



Preghiera della eucarestia



Celebriamo il Natale fra paura e speranza



alla ricerca di raggi che ci guidino nella notte.



Celebriamo il Natale come festa della vita che nasce



e della forza vitale che perennemente risorge,



festa del bambino e della bambina



raggi di una speranza capace di vincere il dominio della paura,



festa della nascita di Gesù, bambino fra i bambini,



speranza fra le speranze, storia di salvezza fra le storie di salvezza.



La sera prima di essere ucciso



mentre sedeva a tavola con i suoi apostoli,



Gesù prese del pane, lo spezzò, lo distribuì loro dicendo:



“prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo”.



Poi, preso un bicchiere, rese grazie,



lo diede loro e tutti ne bevvero e disse loro:



“questo e’ il mio sangue che viene sparso per tutti i popoli”.



Lo Spirito di Gesù



e di quanti hanno vissuto nella coerenza



storie di liberazione, di speranza e di salvezza



animi questi segni che condividiamo:



le parole, le musiche, le testimonianze,



i gesti di affetto, le cose, il pane, il vino.



Tali segni divengano fatti coerenti



di impegno per i diritti e per il futuro



dei bambini, delle bambine,



delle giovani generazioni di tutto il mondo,



speranza perenne dell’umanità.



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Da Margherita Hack



una testimonianza inviataci per questa veglia,



in risposta ad alcune nostre domande.



1. D. Per noi gente della strada ma anche per molte persone di cultura la terra e l’uomo sono ancora al centro dell’universo: le stelle ci stanno a guardare. Tu invece, cara Margherita, vivi la tua vita tra le stelle, come racconti in uno dei tuoi libri intitolato “La mia vita tra le stelle”. Non ti senti un pulviscolo insignificante fra i miliardi di miliardi di ammassi stellari?



Margherita: Veramente penso che la mente umana è davvero straordinaria, se in 20 secoli, passo dopo passo, siamo riusciti a capire cosa è il Sole, cosa sono le stelle, come si formano, vivono e muoiono, perché brillano, a capire che gli elementi di cui siamo fatti anche noi e tutto ciò che ci circonda sono stati fabbricati nell'interno delle stelle. Stiamo scoprendo sempre nuovi pianeti extrasolari e ci rendiamo conto che sarebbe assurdo pensare di  essere l'unica civiltà nell'universo.



2. D. Noi calpestiamo la terra come ammasso di pietra senza vita o peggio la sfruttiamo, la feriamo, la svuotiamo, come dominatori assoluti e ci stiamo apprestando a fare lo stesso con la Luna o Marte. Tu come vivi il tuo rapporto con la terra e col cosmo?



Margherita: Sento al terra come una cosa viva, la terra madre. Dovremmo rispettare la terra, l'unico pianeta abitabile nel nostro sistema solare, pensare che le sue risorse non sono infinite e sarà molto improbabile che ci si possa trasferire su altri pianeti. Sulla Luna e su Marte c'è ben poco da distruggere, per fortuna, ma solo da studiarli.



3. D. Questa notte ci proponiamo di inserire il Natale cristiano come un evento di nascita nel grande processo perennemente generativo non solo della storia umana ma del cosmo intero. E vorremo nel nostro piccolo, anzi piccolissimo, dare un messaggio di speranza “Oltre le paure insieme per un nuovo patto tra gli esseri umani, la Terra, la Vita. E’ un sogno, condiviso da molti ma sempre troppo pochi. E’ anche il tuo sogno?



Margherita: Penso a una terra in cui tutti si sentano fratelli, senza odi di religione, di razza, in cui non ci siano più guerre, ma nemmeno le vergognose differenze che ci sono oggi fra paesi del mondo industrializzato e paesi cosiddetti in via di sviluppo, in cui anche gli animali siano rispettati e non sottoposti alle crudeltà a cui spesso sono soggetti, come se fossero cose e non esseri senzienti.



4. D. Leggiamo, da profani, che gli scienziati captano i residui della radiazione cosmica che si è sviluppata dal Big Bang come fosse una musica. Tu hai mai ascoltato questa sinfonia cosmica? Che cosa hai provato?



Margherita: Non li ho sentiti, ma più che musica si tratta di un rumore come quello che si sente alzando troppo il volume della radio, che proviene uniformemente da tutto il cielo, e sintonizzato a lunghezze d'onda da circa 1 mm a circa 1 cm (microonde). Questo dimostra che l’energia sprigionatasi col Big Bang non si è affatto esaurita. La straordinaria orchestra cosmica che sentiamo usando tecniche sofisticate, anche se è solo un vago rumore, suona ancora la sua sinfonia generativa.



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Inno alla Materia di Teilhard de Chardin



Pierre Teilard de Chardin, gesuita, teologo, grande scienziato, geologo e paleontologo, professore



all’Istituto Cattolico di Parigi, poi ricercatore in Cina e quindi negli Stati Uniti dove è morto nel



1955 all’età di 74 anni. Scrive in un’opera del 1916 intitolata “Il Cristo nella materia”: “Avevo



sempre avuto un’anima naturalmente panteista. Del panteismo provavo le insuperabili aspirazioni,



senza osare utilizzarle liberamente, non sapendo come conciliarle con la mia fede”. Il suo



“panteismo” fu considerato eretico dall’ortodossia cattolica del tempo. Venne confinato per venti



anni in Cin,a gli fu proibito di pubblicare le opere filosofiche-religiose che dopo la morte furono



condannate.



Il suo Inno alla materia conclude uno scritto del 1919, intitolato La potenza spirituale della



Materia. Questa alta espressione di poesia, spiritualità, scienza, echeggia il Cantico delle



creature. Ma c’è un salto “oltre il sacro”, una svolta in senso panteistico compiuta dalla



spiritualità di Theilard de Chardin. Egli infatti è attraverso la Materia che si rivolge a Dio -



Benedetta sii tu, potente Materia – mentre Francesco d’Assisi parla alla natura attraverso Dio –



Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature.



… Benedetta sii tu, potente Materia, Evoluzione irresistibile, Realtà sempre nascente, tu che, spezzando ad ogni momento i nostri schemi, ci costringi ad inseguire, sempre più oltre, la Verità.



Benedetta sii tu, universale Materia, durata senza fine, Etere senza sponde, - triplice abisso delle stelle, degli atomi e delle generazioni, tu che travalicando e dissolvendo le nostre anguste misure, ci riveli le dimensioni di Dio.



Benedetta sii tu, impenetrabile Materia, tu che, ovunque tesa tra le nostre anime ed il Mondo delle Essenze, ci fai languire dal desiderio di forare il velo senza cucitura dei fenomeni.



Benedetta sii tu, mortale Materia, tu che, dissociandoti un giorno in noi, c'introdurrai necessariamente nel cuore stesso di ciò che è. Senza di te, o Materia, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strazi, noi vivremo inerti, stagnanti, puerili, ignoranti di noi stessi e di Dio.



Per raggiungerti, o Materia, bisogna che, partiti da un contatto universale con tutto ciò che, quaggiù, si muove, sentiamo via via svanire nelle nostre mani le forme particolari di tutto ciò che stringiamo, sino a rimanere alle prese con la sola essenza di tutte le consistenze e di tutte le unioni. Se vogliamo possederti, bisogna che ti sublimiamo nel dolore dopo averti voluttuosamente stretta tra le nostre braccia. O Materia, tu regni sulle vette serene ove i santi pensano di evitarti, carne così trasparente e mobile che non ti distinguiamo più da uno spirito. Portami su, o Materia, attraverso lo sforzo, la separazione e la morte, portami dove sarà finalmente possibile abbracciare castamente 1'Universo.



Jersey, 8 agosto 1919



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Abbiamo fede nel potere di cambiare ciò che va cambiato



Aung San Suu Kyi



brani estratti da “La mia Birmania” ed. TEA 2010



Abbiamo fede nel potere di cambiare ciò che va



cambiato, ma non ci illudiamo che la transizione



dalla dittatura alla democrazia liberale sarà facile,



né che un governo democratico significherà la fine



dei nostri problemi. Sappiamo che la sfida più



grande è ancora davanti a noi e che la nostra lotta



per instaurare una stabile società democratica



oltrepasserà la lunghezza della nostra vita. Ma



sappiamo di non essere soli. La causa della libertà



e della giustizia incontra reazioni solidali in tutto il



mondo. Persone pensanti e sensibili in tutto il



mondo, di ogni fede e colore, comprendono il



bisogno umano profondamente radicato di un



'esistenza signifìcativa che vada al di là della mera



gratifìcazione di necessità materiali Quelli tanto



fortunati da vivere in società che assicurano loro



pieni diritti politici possono protendere la mano verso i loro fratelli meno



fortunati in altre aree del nostro tormentato Pianeta.



Il buddismo impegnato è compassione attiva o metaattiva. Non si tratta di



starsene seduti passivamente, dicendo « soffro per loro ». Significa fare



qualcosa arrecando il massimo sollievo possibile a chi ne ha più bisogno,



accudendo i sofferenti, facendo il possibile per aiutarli.



Ovviamente « trasmettere amorevolezza » è una parte integrante del nostro



addestramento buddista birmano. Ma oltre a questo, dobbiamo fare di più per



esprimere il nostro meta e manifestare la nostra compassione.



16



AFRICA



di David Diop



(1927-1960



Africa, Africa mia



Africa fiera di guerrieri nelle ancestrali savane



Africa che la mia ava canta



In riva al fiume lontano



Mai t’ho veduta



Ma del sangue tuo colmo ho lo sguardo



Il tuo bel sangue nero sui campi versato



Sangue del tuo sudore



Sudore del tuo lavoro



Lavoro di schiavi



Schiavitù dei tuoi figli



Africa dimmi Africa



Sei dunque tu quel dorso che si piega



E si prostra al peso dell’umiltà



Dorso tremante striato di rosso



Che acconsente alla frusta sulle vie del Sud



Allora mi rispose grave una voce



Figlio impetuoso il forte giovane albero



Quell’albero laggiù



Splendidamente solo fra i bianchi fiori appassiti



E’ l’Africa l’Africa tua che di nuovo germoglia



Pazientemente ostinatamente



E i cui frutti a poco a poco acquistano



L’amaro sapore della libertà.



“A coloro che si nutrono di crimini



e misurano in cadaveri le tappe del regno



dico che giorni e uomini



sole e stelle



delineano il ritmo fraterno dei popoli



dico che testa e cuore



sulla retta via della lotta s’uniscono



e non v’è giorno in cui



in qualche luogo non nasca l’estate



dico che le tempeste virili



schiacceranno i mercanti di pazienza



e le stagioni sui corpi accordati



vedranno rinascere gesti di felicità.



17



Volgeremo la mente alla nostra Madre Terra



Haudenosaunee (Lega delle Sei Nazioni)



discorso di apertura nelle cerimonie sacre o sociali.



Volgeremo la mente alla nostra Madre Terra, perché il Creatore ha fatto la nostra Madre Terra e noi siamo sul Suo corpo. Ancor oggi tu ed io e chiunque siamo giunti su questa da lontano nella storia del mondo intero. Fin dall'inizio di quella storia, questa Madre Terra ci ha dato tutto quello di cui abbiamo bisogno, ci ha sostenuto. Così ora vorrei dire che la gente qui etutta la gente ovunque dovrebbe pensare a questo e con l'unicità della Mente porgere saluti e ringraziamenti alla nostra Madre Terra che ha sempre seguito le istruzioni del Creatore. Così salutiamo la madre terra. I corpi d'acqua, i fiumi, i grandi laghi, i torrenti- tutti i corpi d'acqua, i nostri pozzi e le nostre sorgenti. Il Creatore ha creato anch'essi. Ha dato vita a quelle acque e dirige l'acqua perché lavori mano nella mano con tutta l'altra Vita che ha posto su questa Terra. Così quando noi beviamo l'acqua ogni giorno, la freschezza di quell'acqua e la estinzione della nostra sete ci portano alla mente la comunanza cui partecipiamo, e così vorrei chiedere che la nostra  gente mentre beve quest'acqua oggi, lasci che le menti si uniscano come fossero una sola mente, e offriremo il nostro saluto a tutta l'acqua del mondo che ci ha portato così lontano.



C'è un'altra cosa che il Creatore ha posto su questa Terra



- l'erba e tutte le medicine, le erbe e la diversa vegetazione. E il piano del Creatore fu che saremo stati interdipendenti l'uno dall'altro - da queste erbe che nutrono gli animali, la selvaggina - e da quelle medicinali che risanano le malattie. Anche se l'umanità ha dimenticato i segreti e la conoscenza e il modo appropriato con cui trattare queste cose, le medicine non hanno dimenticato. Esse aspettano ancora ogni giorno e ogni notte gli esseri umani e il mondo animale chiede loro aiuto perchè la pace possa venire e la malattia possa andarsene. Così, poiché siamo esseri smemorati, pensiamo in questo modo e porgiamo il nostro saluto alle medicine e alla vegetazionedel mondo.



C'è un'altra cosa.



Il Creatore pose su questa Terra la vita alata. Gli uccelli volano sopra le nostre teste, e nel primo mattino cantano le loro canzoni per ricordarci di questa vita. Le loro canzoni ci scuotono le menti, sicché esse non diventeranno solitarie - saranno i nostri compagni. La vita alata fa questo, anche se sono pochi, come noi indiani ora. La vita alata lotta ancora per portare la felicità alla mente dell'umanità. E all' Aquila, che era posta sull' Albero della Pace, chiediamo di custodire il nostro popolo. A tutti loro - sono pochi ora -chiediamo che tutta la nostra gente pensi a questo la prossima volta che sente gli uccelli, e uniremo le nostre menti come fosse una sola e porgeremo il nostro saluto a tutta la vita alata com'è nostro dovere perché la vita possa continuare. Ora dirigiamo la nostra attenzione ai quattro venti. Essi soffiano notte e giorno. Fanno muovere l'aria e in questo modo sostengono la vita. Sono stati creati dal Creatore perché fossero condivisi da tutta la vita. A questi venti che non sono mai mancati - che sono anch'essi ora ostacolati dall'umanità, che non sono più così sani, proprio come noi, che siamo divenuti molto malati; che ancora si sforzano di vivere e compiere i loro doveri. Così chiedo che tutta la gente diriga la propria attenzione allo Spirito e al Potere dei Venti che non si sono mai scostati dalle istruzioni del Creatore di fare il loro dovere a beneficio di tutta al vita. Porgiamo un saluto ai Venti. A tutte le cose del mondo - e ce ne sono molte. Tutta quella Vita ha uno scopo; per tutta quella Vita uniremo le nostre menti come una sola e porgeremo la nostra consapevolezza e il nostro saluto a tutte quelle cose che sono troppo numerose per essere menzionate ora - così sia la nostra mente. E al Cielo. Il Creatore ha dato il Sole del Giorno. Esso sarà il nostro Fratello Maggiore, e guarderà su di noi, sorelle e fratelli minori. Brillerà di luce perché possiamo vedere mentre camminiamo su questa Madre Terra; perché possiamo vederci l'un l'altro, cosicché vedremo la comunanza reciproca. Con il suo calore, la Terra non gelerà, con il suo calore e potere le cose cresceranno. Così al nostro Fratello Maggiore, il sole che brilla oggi, il più affidabile che possa esserci, offriremo il nostro saluto; al nostro Vecchio Fratello Sole che ha seguito le istruzioni del Creatore dal giorno dell'inizio sino ad ora. E speriamo che domani lo vedremo di nuovo. Per questa ragione abbiamo parole di gratitudine e incoraggiamento per il nostro Vecchio Fratello Sole.Alla nostra Nonna Luna, che il Creatore ha posto nel Cielo e che è il capo di  tutta la Vita Femminile nel suo ciclo mensile. Il Creatore ha posto nelle sue mani il dovere di guardare che le famiglie degli esseri umani continuino. Quando i no stri bambini nascono e noi li sentiamo piangere per la prima volta, ciò significa che Nonna Luna è ancora forte e ancora condivide il suo potere con noi. Le maree dell'oceano salgono e calano, i giardini della Terra producono cibo - sono le azioni di Nonna Luna. E così siamo in grado di vivere. Lasciamo dunque che le nostre menti siano una sola e porgiamo il saluto e il ringraziamento a Nonna Luna, la donna capo della Terra. E anche alle forze invisibili della Terra. Il Creatore ha posto questi esseri e ha dato loro il potere affinché possano guardare su di noi e portare messaggi a tutte le potenze e al Creatore per riferire come vanno le cose. A questi esseri spirituali porgiamo il saluto e il ringraziamento ora. Ora al nostro Creatore, l'Artefice di tutto il Mondo. All'inizio del Tempo, quando il mondo era nuovo e Egli ci fece, disse ai nostri antenati - i primi antenati: ho fatto tutto quello di cui avete bisogno sulla Terra. Queste cose vi porteranno Pace, e Vita - che sarà continua. In cambio vi do una semplice istruzione: che siate grati per tutto quello che usate. Mentre camminate sulla Terra, di ogni forma di vita che vedete, prenderete coscienza con gratitudine. Sarete sempre grati. Così è che il popolo indiano delle Americhe continua le sue cerimonie che esprimono gratitudine e coscienza dell'interdipendenza di tutte le cose della natura - che ci sono  necessarie per vivere di giorno in giorno. Pensiamo dunque a queste cose e poniamoci di fronte al nostro Creatore - il Mistero dell'Intero universo, e porgiamo il nostro saluto e ringraziamento.



19



Ti auguro



Non ti auguro un dono qualsiasi,



ti auguro soltanto quello che i più non hanno.



Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;



se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.



Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non



solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.



Ti auguro tempo, non per affrettarti a correre,



ma tempo per essere contento.



Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,



ti auguro tempo perché te ne resti:



tempo per stupirti e tempo per fidarti



e non soltanto per guardarlo sull'orologio.



Ti auguro tempo per toccare le stelle



e tempo per crescere, per maturare.



Ti auguro tempo per sperare nuovamente e per amare.



Non ha più senso rimandare.



Ti auguro tempo per trovare te stesso,



per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.



Ti auguro tempo anche per perdonare.



Ti auguro di avere tempo,



tempo per la vita.



Elli Michler



20



Noi e la terra siamo una cosa sola



Poesia di Petra, leader nella comunità di Mainit che vive sulle montagne della



Cordillera, sopra la città di Bontoc, nel nord delle Filippine.



Se la terra potesse parlare,



parlerebbe per noi.



Come noi direbbe che gli anni



hanno forgiato il legame vitale che ci unisce.



È il lavoro che ha reso la terra



quello che essa ora è



è la terra che ci ha dato la vita.



Noi e la terra siamo una cosa sola.



Ma chi ci ascolterà?



Ci ascolteranno



quegli uomini invisibili



che nella loro insensibilità



sostengono che la terra gli appartiene?



Perché dei pezzi di carta dicono così,



perché i pezzi di carta



hanno l’appoggio



di uomini che pronunciano parole di minaccia;



uomini che hanno il potere



di sparare e di uccidere,



uomini che hanno il potere



di portar via i nostri uomini e i nostri figli?



Se la terra potesse parlare!



Parlerebbe per noi!



Perché la terra siamo noi!



E noi parliamo!



Ma chi ci ascolterà?



21



Le cose di ogni giorno raccontano segreti



a chi le sa guardare ed ascoltare.



Per fare un tavolo ci vuole il legno



per fare il legno ci vuole l'albero



per fare l'albero ci vuole il seme



per fare il seme ci vuole il frutto



per fare il frutto ci vuole un fiore



ci vuole un fiore, ci vuole un fiore,



per fare un tavolo ci vuole un fio-o-re.



Per fare un fiore ci vuole un ramo



per fare il ramo ci vuole l'albero



per fare l'albero ci vuole il bosco



per fare il bosco ci vuole il monte



per fare il monte ci vuol la terra



per far la terra vi Vuole un fiore



per fare tutto ci vuole un fio-r-e



Per fare un tavolo ci vuole il legno



per fare il legno ci vuole l'albero



per fare l'albero ci vuole il seme



per fare il seme ci vuole il frutto



per fare il frutto ci vuole il fiore



ci vuole il fiore, ci vuole il fiore,



per fare tutto ci vuole un fio-o-re.



Le cose di ogni giorno raccontano segreti



a chi le sa guardare ed ascoltare...



22



Noi ce la faremo



Noi ce la faremo (2 volte)



noi ce la faremo un dì



oh,oh,oh! dal profondo del cuor



nasce la mia certezza



che noi ce la faremo un dì.



Bianco e nero insieme (2 volte)



bianco e nero insieme un dì



oh, oh, oh dal profondo del cuor



…………



Non aver paura (2volte)



non aver paura mai



oh, oh, oh dal profondo del cuor



……



Per un mondo più giusto (2 volte)



per un mondo più giusto un dì



oh, oh, oh dal profondo del cuor



…..….



Noi ce la faremo (2 volte)



noi ce la faremo un dì



oh,oh,oh dal profondo del cuor



nasce la mia certezza



che noi ce la faremo un dì.



per un mondo più giusto un dì



oh, oh, oh dal profondo del cuor



…..….



Noi ce la faremo (2 volte)



noi ce la faremo un dì



oh,oh,oh dal profondo del cuor



nasce la mia certezza



che noi ce la faremo un dì.



23



L’isola che non c’è



Seconda stella a destra, questo è il cammino



E poi dritto fino al mattino



Poi la strada la trovi da te



Porta all’isola che non c’è



Forse questo ti sembrerà strano



Ma la ragione ti ha un po’ preso la mano



Ed ora sei quasi convinto che



Non può esistere un’isola che non c’è



E a pensarci che pazzia



E’ una favola è solo fantasia



E chi è saggio chi è maturo lo sa



Non può esistere nella realtà



Son d’accordo con voi



Non esiste una terra



Dove non ci son santi né eroi



E se non ci son ladri



Se non c’è mai la guerra



Forse è proprio l’isola che non c’è



Che non c’è



E non è un’invenzione



E neanche un gioco di parole



Se ci credi ti basta perché



Porta all’isola che non c’è



(Assolo)



Son d’accordo con voi



Niente ladri né gendarmi



Ma che razza di isola è



Niente odio né violenza



Né soldati né armi



Forse è proprio l’isola che non c’è



Che non c’è



Seconda stella destra a destra



Questo è il cammino



E poi dritto fino al mattino



Non ti puoi sbagliare perché



Porta all’isola che non c’è



E ti prendono in giro



Se continui a cercarla



Ma non darti per vinto perché



Chi ci ha già rinunciato



E ti ride alle spalle



Forse è ancora più pazzo di te



Eppure il vento soffia ancora



E l'acqua si riempie di schiuma, il cielo di fumi



la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi



uccelli che volano a stento, ammalati di morte,



il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.



Un'isola intera ha trovato nel mare una tomba



il falso progresso ha voluto trovare una bomba,



poi la pioggia che toglie la sete



alla terra che è viva



ed invece le porta la morte, perché è radiattiva



EPPURE IL VENTO SOFFIA ANCORA



SPRUZZA L'ACQUA



ALLE NAVI SULLA PRORA,



E SUSSURRA CANZONI FRA LE-FOGLIE,



BACIA I FIORI



LI BACIA E NON LI COGLIE.



Un giorno il denaro ha scoperto



la guerra mondiale,



ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale,



ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario:



tutta la terra è avvolta in un nero sudario.



E presto la chiave nascosta di nuovi segreti



così copriranno di fango perfino i pianeti,



vorranno inquinare le stelle, la guerra fra i soli;



i crimini contro la vita li chiamano errori.



EPPURE IL VENTO SOFFIA ANCORA



SPRUZZA L'ACQUA



ALLE NAVI SULLA PRORA



SUSSURRA CANZONI FRA LE FOGLIE,



BACIA I FIORI,



LI BACIA E NON LI COGLIE.



Eppure sfiora le campagne,



Accarezza sui fianchi le montagne,



Scompiglia le donne fra i capelli,



Corre a gara in volo con gli uccelli.



EPPURE IL VENTO SOFFIA ANCORA!



24


giovedì 23 dicembre 2010

VEGLIA NATALE 2010

 VEGLIA NATALE 2010-

 

 “Oltre le paure, insieme per un nuovo patto tra gli esseri umani, la Terra, la Vita".

 

In tanti luoghi della lotta sociale, piazze, tetti, ciminiere, fabbriche e scuole occupate inevitabilmente la potente simbologia della rinascita legata al Natale, che non è solo quello cristiano, viene intrecciata con i motivi della lotta riaccendendo il fuoco morente della speranza.

Ci uniamo a questa umanità che non si arrende tentando di vivere anche noi creativamente la festa del Natale nella Veglia che faremo alle “baracche dell’Isolotto”, via degli Aceri 1, il 24 dicembre a partire dalle 22,30.

 

Scaletta

 

 

- Introduzione sul lavoro fatto con i bambini: il recupero dei significati dei simboli del natale ai vissuti della memoria per dare senso al presente (un genitore)

- canzone per fare un albero

- i bambini spiegano l’esperienza fatta insieme

- i bambini leggono..siamo piante…siamo acqua….

- i bambini leggono il vangelo del seme di senape

- riflessione di Enzo

- una lettura di breve testo o poesia

- riflessione di Marco

- Margherita Hac -messaggio intervista

- canto

- testimonianze dell’esperienza “liberarci dalle spine”

- lettura di un testo o poesia

- testimonianza sull’esperienza di San Salvi

- canto

- attacchiamo all’albero il nostro messaggio di speranza

- accendiamo le candeline

- lettura eucaristia

- canto

- Condivisione del pane

- canti

- socialità e festa

martedì 21 dicembre 2010

La chiesa non fa politica?

Si riporta qui sotto l'articolo pubblicato su micromegaonline di lunedì 20 dicembre 2010. Autore: don Paolo Farinella, parroco della chiesa di San Torpete (Genova). Nell’estate 2009 don Farinella si è espresso pubblicamente, con altri 40 prelati, in favore del testamento biologico e delle scelte sul fine vita  Per questo motivo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha richiamato i vescovi diretti superiori dei predetti prelati e il cardinale Bagnasco ha convocato il 7 agosto 2009 don Farinella chiedendogli una «difesa» scritta delle sue posizioni, che potrebbero portarlo fino alla sospensione a divinis.

Giampietro Sestini

 

SE BAGNASCO FA POLITICA - DI DON PAOLO FARINELLA

da: www.micromegaonlinedi lunedì 20 dicembre 2010

Il cardinale Angelo Bagnasco ha rilasciato una intervista a Repubblica, raccolta da Marco Ansaldo e pubblicata domenica 19.12.2010 a p. 13. Una valutazione globale: povertà di argomenti, triti e ritriti e incapacità del giornalista di porre le domande circostanziate con fatti e dichiarazioni, esattamente contrarie alle dichiarazioni del cardinale. In alcuni momenti si ha la sensazione che il giornalista sia accondiscendente oltre misura perché afferma di riportare «la completezza con cui [il cardinale] risponde, nell’intervista concessa a Repubblica, a tutte le domande. Senza sottrarsi a quelle più scomode». Non ho letto domande scomode, semmai banali. Viene il sospetto che l’intervista non sia stata concessa dal vivo, ma per scritto: il cardinale ha risposto a tavolino alle domande inviate preventivamente dal giornalista.

Sin dal titolo («La Chiesa non fa politica ma sui valori dei cattolici non si tratta») cadono le braccia e si ha la certezza che i porporato e i suoi pari vivano sulla luna o siano soliti sniffare incenso che gli annebbia la vista e la logica. Se il continuo interventismo cardinalizio e papale non è politica – e dei bassifondi, per giunta – mi chiedo come si possa ragionare con questa gente che nega anche l’evidenza. Mi chiedo se le cattive frequentazioni di uomini perversi e bugiardi che fondano la loro azione sulla falsità strutturata come sistema e metodo politico, non abbiano influenzato sua eminenza fino al punto da fargli assimilare lo stravolgimento non solo della verità, ma dei fatti crudi e nudi da non rendersene conto. Occorre una lunga terapia disintossicante perché il virus del berlusconismo ha avuto il sopravvento sull’aspersorio.

Dice il cardinale con candore inverosimile: «la Chiesa non è un’agenzia politica chiamata a prendere parte alla battaglia dei partiti. Il suo compito è quello di annunciare la salvezza di Cristo e quindi di elevare la coscienza morale e spirituale della società, rendendo Dio presente nello spazio pubblico». In due frasi di 23 parole (senza contare articoli, preposizioni e congiunzioni) si trovano cinque affermazioni anche erronee se non false. L’errore di fondo (vero peccato originale) è l’attribuzione alla sola Gerarchia della valenza teologica di «Chiesa»: è una attribuzione indebita ed errata in termini puramente teologici. Direi che è una usurpazione. Se un teologo del primo anno agli esami facesse una simile affermazione verrebbe bocciato e rimandato a casa perché inadatto al ministero pastorale. Secondo, se la «Chiesa» non è un’agenzia politica, può spiegare sua eminenza cosa ci faceva Berlusconi e Letta a colazione con Ruini, manovrando le elezioni politiche della Regione Lazio?

Può dire in nome di quale «principio non negoziabile» il Segretario di Stato Bertone decide di andare a cena con Berlusconi Letta, Casini, Geronzi, Draghi di notte e quasi di nascosto a casa di Bruno Vespa, noto maggiordomo a libro paga, per convincere Casini ad entrare nel governo Berlusconi? Può dire sua eminenza, di grazia, se era politico o no, il pranzo innaturale che Berlusconi e Letta (più mezzo governo di complemento, tra cui spiccano, Giustizia, Scuola/Università e Economia) offrono ai nuovi cardinali sfornati freschi e a cui partecipa il Segretario di Stato, ma non il presidente della Cei?

Se sono cardinali italiani, che c’entra il Segretario di Stato? A meno che le fusa tra B&B (Bertone&Berlusconi) non fossero l’obiettivo principe di quel convivio debosciato. Il delinquente Berlusconi che giura coram cardinalibus che «mai nulla contro il Vaticano» e il suo compare Bertone che risponde: «il governo ha operato bene a favore della Chiesa». S’ode a destra uno squillo di tromba, a super-destra uno squillo risponde. Il cardinale arriva a compromettersi perché dichiara che «compito della “Chiesa” è quello di annunciare la salvezza di Cristo». Agli occhi della maggior parte degli osservatori, anche dei lattanti non ancora svezzati, non appare affatto questo compito, per cui si dovrebbe dire il cardinale «aspirerebbe» ad un compito che è lontano mille miglia dalle sue azioni concrete che mirano a raggiungere obiettivi terreni e materialissimi. Lo stesso vale per l’altro compito: «elevare la coscienza morale e spirituale della società».

Che bello! Con quale morale, se è lecito! Con quella di Berlusconi come individuo e come uomo pubblico? Con quella dell’economia a favore solo dei ricchi? Con la morale dello scudo fiscale che premia i corrotti, le mafie, gli evasori, i puttanieri e i riciclatori di proventi da droga e omicidi e furti ed evasione fiscale? Con quale morale? Con quella «bene comune» – che il cardinale pone in testa alla sua etica – calpestato impunemente da 39 leggi individuali volute dall’uomo che ha scardinato l’unità del Paese e il senso della legalità per mettere al sicuro tutte le sue immoralità etiche ed economiche? Si vede che un muro di incenso impedisce al cardinale di vedere oltre perché ha gli occhiali appannati.

Se è vero che «l’anima della nostra gente, che nasce dal Vangelo, è stata “terremotata” dal relativismo e dal consumismo», può, per piacere, il signor cardinale chiamare «per nome» il terremoto? Non è forse la politica ammaliatrice e degenere di Berlusconi e del suo governo, composto da ricercati, indagati, corrotti come lui, che ha diffuso il relativismo e il consumismo in cui il berlusconismo ha piombato il nostro Paese? Questi fenomeni li ha portati la cicogna, che non ha usato il preservativo, o sono il frutto dell’uso spregiudicato e puramente commerciale e politico delle tv private e pubbliche che sono di un solo uomo, cioè il signor presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, uomo corrotto e corruttore e bugiardo, «a planta pedis usque da verticem capitis»? E’ sicuro sua eminenza di essere sano di mente mentre parla di morale e nel frattempo elogia la governabilità del governo Berlusconi? Non dovrebbe forse andare a confessarsi per la palese peccaminosità delle sue asserzioni che o sono blasfeme o sono false?

Il cardinale poi fa l’elenco dei «principi non negoziabili» che sono sempre gli stessi e sempre nello stesso ordine: «la vita, la famiglia, la libertà di educazione e ancor prima quella religiosa». Quattro valori per i quali vale pena vendersi l’anima anche al demonio che abita Berlusconi? Questi «principi» dovrebbero essere garantiti dall’unto del Signore che ha posto la tenda ad Arcore e i pascoli in Italia a spese degli Italiani. O il cardinale è un illuso, o è un trafficone trafficante. Decida lui. Sicuramente non si nutre di illusioni.

La vita. Mi auguro che il cardinale non si riferisca a quella dei immigrati venduti alla Libia perché muoiano ammazzati, letteralmente ammazzati, nel deserto lontani da occhi indiscreti europei. La famiglia, mi auguro che non si riferisca alla doppia di Berlusconi e tanto meno all’abituale commercio di minorenni e prostitute a cui l’uomo è aduso e per giunta orgoglioso: «Gli Italiani mi vogliono così». Poveri, si sacrifica sempre! Libertà di educazione, si spera che il cardinale non si riferisca alla distruzione dell’educazione scolastica pubblica che ha portato il mondo giovanile e studentesco in piazza contro una ministra imbelle che si trova in parlamento per meriti non certo culturali e per competenza. Sarebbe bello che il cardinale chiedesse alla cattolica ministra: «Signora, mi può dire come mai il presidente ha tanto affetto per lei tanto da farla ministra, pur non avendone né le caratteristiche né la competenza»?

Riguardo all’accenno dell’8xmille che il cardinale chiede a credenti e non credenti in nome della provvisorietà della Chiesa, è sufficiente che sua eminenza compulsi il ministero dell’economia e si faccia dire qual è il trend degli ultimi anni, scoprirebbe che c’è un calo abissale e una diminuzione costante delle offerte deducibili. La causa prima e «princeps» è il comportamento della gerarchia cattolica che, tramite Berlusconi, ha messo le mani sul parlamento, imponendo le leggi conformi alla sua morale ed esautorando lo Stato italiano dalla sua sovranità. E’ finito il potere temporale come possesso materiale di territorio fisico, si è decuplicato il possesso immateriale dello Stato, estendendo il potere temporale, più raffinato e demagogico, sulle leggi e sulla convivenza civile. L’Italia non è una repubblica autonoma, ma l’orto di servizio dello stato estero, la Città del Vaticano con cui un corrotto presidente del Consiglio ha stipulato un contratto di mutua assistenza, vendendo la dignità di un popolo al prezzo immorale del sostegno al suo potere.

E’ deprimente che il cardinale accanto ai «principi non negoziabili» di suo interesse non abbia sentito il pudore di aggiungere altri «principi civili non negoziabili» come il principio della democrazia contro cui è stata varata la legge elettorale, il principio dell’autonomia del parlamento conculcato e vilipeso dal possesso ingordo del governo, il principio dell’onestà e del decoro di chi governa che il presidente de Consiglio e i suoi giannizzeri offendono ogni giorno 24 su 24 ore, il principio dell’unità d’Italia maciullato dall’insano connubio Berlusconi/Bossi che a tutto mirano tranne che ad un qualche valore, il principio della sacralità del giudizio davanti al proprio giudice naturale che Berlusconi violenta facendosi leggi su misura pur di fuggire lontano da un‘aula di tribunale, il principio del rispetto delle opposizioni e delle minoranze, garanzie di democrazia costituzionale e sostanziale/materiale, il principio del lavoro come diritto innato e naturale contro la politica economica di Berlusconi/Tremonti che creano precariato per dominare le coscienze e infine il principio che il potere non è dominio, ma servizio libero e gratuito, mentre Berlusconi e i suoi lanzichenecchi stanno devastando il devastabile e in più si sono appropriati del futuro delle prossime generazioni, che non avranno lacrime per piangere e tanto meno per vivere da persone libere.

Se tutto questo non è fare politica, allora vuol dire che è solo complicità consapevole con il male che il cardinale non vede o non vuole vedere.



 


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lunedì 13 dicembre 2010

Padre Vincenzo Barbieri




Addio al fondatore di Coopi


Giovedí 09.12.2010 18:00


“Quegli 800 euro per i bambini…”: queste sono state le ultime parole di padre Vincenzo Barbieri, a detta dei testimoni che fino all’ultimo hanno tentato di rianimare il suo cuore, oramai malato da tempo. Padre Barbieri si è spento all’Ospedale Sacco di Milano, all’età di 79 anni. Da venerdì 10, presso la sede dell’ong in Via de Lemene 50, verrà allestita la camera ardente.


 


Padre Barbieri


 


La sua scomparsa è un duro colpo per tutti coloro che da anni lavorano con lui al servizio dei più deboli della terra. Padre Barbieri è stato il fondatore, direttore ed infine presidente di una delle maggiori organizzazioni umanitarie italiane, COOPI – Cooperazione Internazionale, nonché il padre del volontariato internazionale in Italia.


 


Quella di padre Barbieri è una storia che inizia negli anni ’60, quando lancia l’idea del volontariato laico, coinvolgendo moltissimi giovani a partire per le missioni umanitarie. Nel 1965 fonda COOPI con un’impronta laica, decisamente orientata alla praticità e alla concretezza. Grazie alla tenacia e determinazione di padre Barbieri, COOPI cresce fino a diventare un’organizzazione umanitaria composta da centinaia di professionisti e che attualmente supporta più di 4,5 milioni di persone. Nel frattempo, padre Barbieri gestisce interamente da solo il sostegno a distanza di quasi 1.000 bambini in Africa e Sud America e contemporaneamente porta avanti attività di supporto ai migranti a Milano, città che nel 2005 lo insignisce della Civica Benemerenza.


 


Da oggi si apre un nuovo capitolo della storia di COOPI. Il suo fondatore non sarà più presente tra noi, ma il suo spirito  non abbandonerà mai le persone che come lui si dedicano ogni giorno alla sconfitta della fame, delle ingiustizie e delle guerre. “Certo ci rendiamo conto che la nostra azione è una goccia d’acqua 



La fonte
  

Baraccheverdi ricorda padre Barbieri che fu presente all'Isolotto nei momenti più duri della ormai storica vicenda. Da qui rendiamo omaggio alla sua memoria; questa:







 



Processo Isolotto


 

A. I fatti

 

Contesto storico

 

          6 novembre 1954

Inaugurazione del quartiere popolare dell'Isolotto. Il territorio dell'Isolotto, anticamente alluvionale (di qui il nome) si trova sulla riva sinistra dell'Arno, di fronte al parco delle Cascine. Don Enzo Mazzi viene nominato parroco della nuova parrocchia dal cardinale Elia Dalla Costa. Si costruisce la chiesa. Successivamente saranno inviati all'Isolotto come coadiutori due preti: don Sergio Gomiti, che nel 1965 sarà nominato a sua volta parroco di un villaggio di "case minime" per sfrattati, chiamato "La Casella", vicino all’Isolotto, e don Paolo Caciolli.

 

          Dal 1954 al 1968

Nella parrocchia dell'Isolotto si sviluppa una esperienza di rinnovamento complessivo, liturgico-biblico-catechetico-sociale, di orientamento conciliare. Tale esperienza si connette con i molti fermenti che, ognuno con la propria peculiarità, animano la diocesi e la città di Firenze, in connessione con movimenti simili di livello europeo e mondiale, che faranno strada al Concilio e poi cercheranno di attualizzarlo.

 

          1966

L'impegno delle esperienze conciliari fiorentine per la pace, per la liberazione dei popoli, per la difesa del lavoro, per i valori della cultura operaia e poi nell'emergenza alluvione, dà forza e credibilità a un processo, già in atto da tempo, di confronto critico, conoscenza, arricchimento reciproco fra culture diverse e fra "mondi" tradizionalmente contrapposti, in particolare fra "mondo cattolico" e "mondo operaio". Ciò crea allarme. Nelle elezioni amministrative di quell'anno, La Pira, con tutta la sinistra interna, viene escluso dalla lista democristiana. Quarantadue cattolici sottoscrivono un documento di denuncia e dichiarano di non votare il partito cattolico. Il cardinale Ermenegildo Florit, succeduto a Dalla Costa, individua in don Mazzi e don Rosadoni gli ispiratori del gesto e intima loro di dissociarsi. Avviene la dissociazione ma ugualmente inizia il processo canonico, sostanzialmente segreto, contro l'Isolotto.

 

          Ottobre 1968

Le comunità di tre parrocchie fiorentine scrivono una lettera di solidarietà col gruppo cattolico allontanato a forza dalla polizia dal duomo di Parma dove svolgeva una contestazione in forma di preghiera contro la spesa di alcuni miliardi per costruire un'altra cattedrale. Il card. Florit scrive a don Mazzi e solo a lui: "o ritratti o ti dimetti". Viene convocata la comunità parrocchiale che sostanzialmente chiede al vescovo di recarsi all'Isolotto. Una richiesta ritenuta inaccettabile in quella situazione. Nel dicembre giunge la "rimozione" di don Mazzi il quale si allontana dall'Isolotto in formale ubbidienza al papa Paolo VI che gli aveva inviata una lettera autografa.

 

31 dicembre 1968

La Comunità in una pubblica assemblea riconsegna al delegato del vescovo le chiavi della chiesa. Durante la riconsegna, prima qualcuno poi tutte le centinaia di presenti alzano le loro chiavi per dire che considerano la chiesa come casa loro e che si sentono sfrattati. E’ una scena drammatica e insieme esilarante.

La domenica precedente, 29 dicembre, erano già cominciati i tentativi della Curia di ripristinare la celebrazione della messa. Il prete inviato dal vescovo per celebrare è accompagnato da un gruppetto di fedeli per lo più estranei all’Isolotto, “fra i quali facevano spicco alcuni esponenti di estrema destra” (dalla cronaca de La Nazione del 30 dicembre, firmata dall’inviato Pier Francesco Listri). E’ una vera e propria squadra di una trentina di neofascisti armati di catene, bastoni, spranghe malamente coperte dai cappotti. Di alcuni neofascisti che accompagnavano il prete abbiamo i nomi desunti da un documento ufficiale e cioè dalla denuncia fatta al Procuratore generale che dice: “una massa di cento-duecento persone irrompeva nella chiesa… ed iniziava … quella che veniva definita ‘veglia di preghiera’, interrompendo così la messa già iniziata…” (denuncia firmata da Alfonso Ughi, federale del MSI il quale indica come testimoni dei fatti Marco Cellai, esponente dello stesso MSI, noto picchiatore coinvolto spesso in di azioni di squadrismo, Pasquino Conti, eletto consigliere comunale fiorentino e poi espulso per il passato di criminale fascista, condannato a 24 anni di reclusione di cui solo tre scontati). Anche la Curia con un comunicato denuncia come la messa “sia stata disturbata da gruppi di persone che hanno preteso di tenere in luogo sacro una ‘assemblea” contemporaneamente alla santa messa…”.

Sabato 4 gennaio si svolge in chiesa un’assemblea della Comunità con la partecipazione di molte centinaia di persone per decidere il comportamento da tenere il giorno dopo, domenica 5. La provocazione fascista contro una comunità parrocchiale a difesa di una messa imposta dal vescovo, divulgata dai media a livello nazionale ha sconvolto e preoccupato molti cattolici e laici. Sono presenti all’assemblea oltre alla gente della Comunità anche laici e preti di Firenze e di altre parti d’Italia. La polizia in borghese registra gli interventi e fotografa. Il clima è di grande preoccupazione ma gli interventi sono tutti tesi a incoraggiare una pacifica fermezza: “Non possiamo accettare che la messa serva per coprire farisaicamente il rifiuto di un popolo e della sua esperienza evangelica, per imporre autoritariamente dei provvedimenti ingiustificati e non motivati, per dispensarsi dal dialogo fraterno”: così conclude un documento stilato al termine dell’assemblea.

La notte dello stesso 4 gennaio, alle porte della chiesa dell'Isolotto, nella quale al mattino dovrà esser celebrata la Messa dell'inviato del vescovo viene affisso un volantino che porta una firma inedita e inquietante: “Le squadre d'azione fiorentine”: una sigla di comodo dietro la quale si cela la rete di organizzazioni neo-fasciste ritenuta ormai da molti, anche da alti livelli istituzionali, come la esecutrice materiale della strage di piazza Fontana e di altre stragi della strategia della tensione.

E’ scritto nel volantino:

"Italiani, fiorentini. Un branco di teppisti, strumentalizzati da partiti antinazionali e da preti sovversivi, insidiano la religione, insultano cittadini, sviliscono le Autorità, offendono le Forze Armate, vogliono una polizia disarmata. In questa situazione, con i valorosi tutori dell'ordine pubblico, sempre più impotenti ad arginare il sovvertimento scatenato per la mancanza di un Potere centrale capace di precise disposizioni, NOI ...siamo pronti a tutte le iniziative necessarie...Siamo certi che tutti gli Italiani saranno con noi il giorno che, dietro la bandiera tricolore, marceremo alla riconquista dell'Italia - Le squadre d'azione fiorentine".

 

Domenica 5 la chiesa è stracolma di gente. Il delegato del vescovo, mons. Ernesto Alba, di fronte a tutta questa folla, già vestito dei sacri paramenti, chiede chi non vuole la sua messa. Una foresta di mani alzate. L’inviato del quotidiano La Nazione, Pier Francesco Listri, conclude così la sua cronaca nel giornale del 6: “Un laico (così dice a mons, Alba): - ‘Da tre mesi diciamo che vogliamo parlare col nostro vescovo. Vogliamo parlarci anche ora, subito; vogliamo dirgli: ci preme dialogare con lei e lei invece ci manda uno a fare la messa per forza …lei continua ad imporci la messa come un dittatore non come un padre. Noi la vogliamo come padre; basta, sono tre mesi, siamo stanchi. E per dimostrare che questo rifiuto della messa è provvisorio, siamo disposti ad andare subito dal vescovo…’. Una delegazione è partita subito per la Curia”.

 

Martedì 7 gennaio mons. Alba si reca in Questura e sporge una accurata dichiarazione in cui denuncia il fatto di essere stato fisicamente impedito di celebrare la messa.

Il 14 gennaio arriva, dunque, da parte del Procuratore della Repubblica, Pier Luigi Vigna, il mandato. di comparizione ad undici laici e cinque sacerdoti per i due seguenti reati:

 

[...] Istigazione a delinquere [...] perché, in concorso fra loro, la sera del 4 gennaio 1969, in Firenze e precisamente nella chiesa dell'Isolotto, luogo aperto al pubblico, e alla presenza di numerose persone, pubblicamente istigavano ad impedire la celebrazione delle messe che il giorno successivo dovevano essere celebrate nella chiesa dell'Isolotto da parte di mons. Ernesto Alba, delegato dell' Arcivescovo di Firenze [...]

[...] turbamento di funzioni religiose del culto cattolico [...] perché in Firenze, e precisamente nella chiesa dell'Isolotto, il 5 gennaio 1969, in concorso fra loro e con altre persone allo stato non identificate, impedivano la celebrazione delle messe delle ore 11 e 12 che dovevano essere dette da mons. Alba, delegato dell'Arcivescovo di Firenze, occupando con panche e sedie lo spazio intorno all'altare, invadendo questo con le loro persone, facendo opera di ostruzionismo ed impedendo allo stesso mons. Alba di raggiungere l'altare ostruendogli il passaggio.

Con l'aggravante di cui all'art. ... per essere concorsi nel reato più di 5 persone.

 

Le parti sono rovesciate: sono perseguiti gli aggrediti e non gli aggressori. Non i fascisti, non i crociati, non mons. Alba, ma il popolo.

Di fronte all’inquietante emergere della illegalità della destra estrema antidemocratica e stragista e dei suoi mandanti, la magistratura fiorentina (il Pubblico Ministero era Pier Luigi Vigna), invece di indagare sui propositi criminali dei neo-fascisti e sui loro legami con altri centri eversivi, quelli che si preparavano a compiere le stragi, incrimina, “per aver impedito la Messa dell’inviato del vescovo”, pacifiche persone che in maniera assolutamente non-violenta si oppongono alla "riconquista dell'Italia" e della loro chiesa. Un depistaggio in piena regola.

Si fa intorno agli imputati tutto il popolo, unito come non mai. Mille persone firmano una lettera di corresponsabilità. La Procura ne incriminerà 438. Non si conoscono i criteri con i quali queste sono state scelte. Per due lunghi anni durerà lo stillicidio delle chiamate per gli interrogatori, prima presso i carabinieri, poi da del Giudice istruttore.

Tutta questa colossale oscura imbastitura processuale è accompagnata da ricatti; allettamenti, minacce, lettere e telefonate anonime, licenziamenti dal lavoro, minacce di trasferimento, mancate assunzioni. Sei analfabeti, due invalidi, un cieco e coloro che li avevano aiutati a porre la firma sul documento di corresponsabilità, venti persone, sono imputati di delitto di falsità in scrittura privata al fine di procurarsi un vantaggio (art. 485 c.p.; pena prevista: da sei mesi a tre anni di reclusione).

Si arriva cosi al luglio 1970. Il Giudice istruttore applica l'amnistia ad 80 imputati perché inferiori a 18 anni o superiori ai 70 e rinvia a giudizio gli altri 358.

A questo punto il colpo di scena: quella magistratura cosi attenta a tutte le sfumature del codice e della procedura diviene ad un tratto liberale e di manica larga: contro la sentenza del Giudice istruttore, contro la richiesta scritta di ciascuno dei singoli imputati, i quali chiedono di essere processati per avere il riconoscimento della loro innocenza, dichiara ed impone l'amnistia.

          Si vuole evitare a tutti i costi un processo di massa. Vengono rinviati a giudizio solo i nove istigatori.

Affermerà il magistrato Beniamino Deidda, attualmente Procuratore generale a Firenze, nella testimonianza pubblicata su Isolotto sotto processo, Laterza Bari 1971 e qui riportata integralmente a pag….:

“(In conseguenza) della inaspettata decisione del Tribunale di applicare l’amnistia a 349 imputati …il processo alla Comunità si trasforma in un processo a nove persone che non rappresentano più una linea politica ed ecclesiastica e che nei capi d’imputazione vengono dipinti come …pericolosi istigatori dell’altrui delinquenza. E’ in questo atteggiamento che si rivela la concezione autoritaria della magistratura. C’è nell’ideologia della magistratura una tacita presunzione che il comportamento del cittadino, dell’uomo della strada, sia costituzionalmente incapace di dissentire dall’autorità”.

 

Il processo alla Comunità dell'Isolotto è emblematico e forse inaugura la stagione dell'uso depistante e repressivo dei processi che pioveranno a decine di migliaia sul movimento studentesco e operaio del '68-'69 (cfr. “14.000 denunce, chi, dove, come, quando, perché”, citato).

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E’ per questo tipo di depistaggi che la magistratura italiana si mostra tutt’ora impotente a far luce completa sulle trame eversive della criminalità stragista. Tanto che lo stesso presidente Napolitano nel messaggio per il quarantesimo anniversario della strage di Bologna ha voluto denunciare quella impotenza e impegnare tutti i magistrati e le istituzioni “a far luce finalmente sulle trame e le complicità sottese”.

 

          1969

In agosto il card. Florit riapre la chiesa che era rimasta chiusa per otto mesi. La comunità non viene accolta ed è sconfessata: il vescovo non le riconosce la qualifica di "comunità cristiana". Dopo questi fatti la Comunità decide di riprendere a celebrare l’eucaristia in piazza. Si è trattato di un vero e proprio esodo di massa dal tempio alla piazza. Nella piazza era nata una nuova identità: la comunità di base dell’Isolotto che dura tuttora. Molte altre comunità di base nacquero in quel tempo in tutta Italia. Alcune vivono e resistono ancora, unite fra loro in un Collegamento nazionale.

Dopo venti anni, nel 1985, il card. Silvano Piovanelli e il Sinodo diocesano hanno riaperto il dialogo con la "Comunità dell'Isolotto", riconoscendone il valore in una prospettiva di pluralismo ecclesiale.

 

          1971

Il 3 maggio inizia il dibattimento processuale ai quattro laici e ai cinque preti che termina il 5 luglio con la seguente sentenza:

 

Presidente: In nome del popolo italiano, il Tribunale di Firenze, visto l’articolo 479 Codice di procedura penale:

assolve Barbieri don Vincenzo, Merinas don Vittorio, Ricciarelli don Pier Giovanni, Fanfani don Renzo, Scremin don Bruno, Furlani Casimira, Consigli Carlo, e Protti Daniele Alberto dall’imputazione loro ascritta al capo ‘d’ (istigazione a delinquere e turbamento di funzioni religiose del culto cattolico - ndr) perché il fatto non sussiste;

assolve Benvenuti Lino dall’imputazione afflittagli al capo ‘a’ per non aver commesso il fatto.



B. I fatti

 

Contesto territoriale

 

L’Isolotto è nato almeno due volte: una prima volta nel novembre 1954, quando furono consegnate le chiavi del lotto iniziale di circa mille alloggi di quella che era stata progettata come la prima “città satellite” nella piana a sud-ovest di Firenze; la seconda nascita avviene nell’autunno 1969, quando la massa della popolazione dell’Isolotto, ingranditosi a dismisura e divenuto ormai davvero quasi una città dotata di identità propria e di vari aspetti di autonomia, partecipò, pur se con diversi livelli di consapevolezza e intensità, al processo di trasformazione della società destinato a cambiare nel profondo la cultura e i modi di vivere.

Ambedue le nascite, o meglio le due fasi di un unico processo di nascita, si collocano in momenti cruciali della trasformazione della società italiana e a tale trasformazione danno un contributo originale e incisivo.

Nel 1954, quando si verifica il primo atto di nascita dell’Isolotto, si era nel pieno della grande migrazione che in pochi anni cambierà volto alla penisola. Masse di popolani dei quartieri storici delle città vengono espulse dalle loro case, sfrattate dalla strategia economica e politica che dominava l'Italia del boom e che puntava a liberare i centri storici per favorire la speculazione edilizia, dare spazio al terziario, creare città-museo funzionali al turismo di massa. In secondo luogo c'era bisogno di risucchiare nelle città gli abitanti delle campagne e specialmente i meridionali da riciclare nell'industria affamata allora di manodopera dequalificata per lavori ripetitivi in catene di montaggio senz’anima. In dieci anni, dal ’51 al ’61, la campagna italiana dimezzerà letteralmente la sua forza lavoro mentre le città specialmente del nord Italia avranno un incremento che le porterà ad esplodere. Nelle periferie delle grandi città nascono i fenomeni delle baraccopoli e dei quartieri-dormitorio. In questi insediamenti inumani si crea la spersonalizzazione della massa della popolazione dalla vecchia identità contadina, artigianale e di classe verso la scalata alla nuova condizione di individuo piccolo-borghese, piccolo proprietario, produttore e consumatore, egoista insaziabile. Tutte le grandi città italiane vivono tale transizione quasi senza batter ciglio.

A Firenze la politica esprime invece un progetto culturalmente e socialmente più nobile e più razionale, prima col sindaco Mario Fabiani e poi, dal ’51, con Giorgio La Pira il quale si lascia ispirare dall’umanesimo di urbanisti come Giovanni Michelucci. "Il tetto è una cosa sacra, un diritto primario inalienabile…Firenze ha il problema delle case, faremo le case": questo era l'impegno che aveva preso il neo-sindaco, La Pira appunto, nella riunione per l'insediamento della nuova Giunta, il 5 luglio 1951. E l’emergenza dell’immigrazione fu in effetti affrontata con una politica adeguata al bisogno. I soli casi più urgenti erano 3000 in quell’anno. Si incominciò con la creazione di un apposito “Ufficio alloggi”. Si proseguì con la requisizione di alcune grandi ville gentilizie praticamente inutilizzate, in base alla riesumazione di una legge del 1865 che estendeva le competenze del sindaco fino alla requisizione in caso di pubbliche calamità. Si dette il via alla costruzione veloce di complessi di “case minime” per tamponare le emergenze più immediate. Ma il sogno di La Pira non erano solo le case, erano le città come simbolo e concretizzazione della fraternità universale, città umane e umanizzanti. L'utopia che animava il suo impegno politico era la pace mondiale fondata sull'incontro fra le città. Dove hanno fallito gli Stati, riusciranno i popoli. Il 6 novembre 1994, consegnando le chiavi di quasi mille appartamenti, nella indimenticabile cerimonia d'inaugurazione dell'Isolotto, spiegò il senso di quella che egli definì come città-satellite.

La città è un'unità organica che ha tutti gli elementi - disse - per stabilire, cementare, accrescere, una comunione fraterna di scambi e di vita. Città-satellite è una vera città, la quale, seppure orbitando intorno alla metropoli, ha tutti i servizi e le strutture che la rendono autonoma.

La prima nascita dell’Isolotto sembrò dunque dare un’anima al “Piano Fanfani” di edilizia popolare a livello nazionale. E fece discutere e creò opposizioni.

Il sogno della politica fiorentina infatti non era per niente condiviso dai centri di potere che avevano consentito che si scucissero i finanziamenti dello Stato per realizzare l'insediamento abitativo. L'utopia della città a misura di persona umana fu usata finché si ritenne che servisse politicamente per fermare il comunismo nelle sue stesse roccaforti. Senza convinzione, però. La Pira fu tradito. L’Isolotto di fatto nacque anch’esso come quartiere dormitorio al pari di tutti gli altri, mancante di tutti i servizi.

Ma proprio da qui, dalla disgregazione urbanistica cinicamente programmata, nacquero ovunque in Italia e anche all'Isolotto straordinarie esperienze di socialità, di identità comunitaria, di "comunismo dal basso". Perché la mancanza di servizi essenziali, come la scuola, i mezzi di trasporto, l'ambulatorio medico, la farmacia, il mercato e la chiesa stessa, mise in moto energie incredibili di solidarietà. E la lotta per ottenere i servizi negati creò unità oltre le divisioni ideologiche e fece scoprire identità di interessi al di là delle separazioni di bandiera e di credo. Il territorio che doveva essere quasi un anti-fabbrica, nel senso che doveva servire a omologare la gente nella cultura dell’individualismo egoista e a ghettizzare nella fabbrica la conflittualità sociale, si legò invece proprio al mondo operaio. Si creò un'alleanza tra fabbrica e territorio che mise paura. La disgregazione urbanistica produsse indubbiamente i suoi frutti distruttivi dell’anima sociale, ferì profondamente il sogno di una società comunitaria oltre i confini perseguito dallo sforzo immenso di un secolo e più di esperienze e lotte sociali per la giustizia, il riscatto dei poveri, la solidarietà, ma generò anche, per contraddizione, nuove identità comunitarie. Il sogno negato dal potere fu perseguito e in parte realizzato dal basso. Col contributo di tanti in ogni settore de vivere sociale e civile: la scuola, la casa del popolo, la Biblioteca comunale, il movimento dei “quartieri” per la partecipazione e il decentramento amministrativo, un vasto associazionismo.

Nel nuovo quartiere fiorentino composto di immigrati, chiamato dispregiativamente dai fiorentini la Korea, nasce una nuova chiesa, una delle prime chiese in Italia con l’altare verso il popolo, emblema di una impostazione della nuova parrocchia strutturalmente comunitaria “oltre i confini”, dentro il processo storico che anticipa il Concilio e lo genera. Quel cerchio di popolo in piedi intorno all’altare, tavola imbandita per la condivisione e non ara sacrificale, è segno e attuazione del nuovo “popolo di Dio”. Altri segni di un progetto pastorale comunitario non isolato ma anzi partecipe del grande processo mondiale di trasformazione della società e della Chiesa che sfocerà nel Concilio: la chiesa aperta alla partecipazione sociale, una catechesi partecipata e centrata sul Vangelo, assoluta gratuità dei servizi religiosi, i preti cominciano a vivere del proprio lavoro, una casa-canonica a disposizione di tutti e soprattutto di chi ne ha più bisogno, piena autonomia in un orizzonte di laicità riconosciuta a tutto ciò che nasce. L’alloggio destinato ai preti messo a disposizione di tre case famiglia per bambini senza famiglia, gli ambienti parrocchiali ospitano: ex carcerati, una scuola materna il laboratorio per handicappati gravi autogestito (LIDI,), la fabbrica (FIABA) a cui vengono concessi in affitto i locali parrocchiali a condizione che gli imprenditori assumano giovani del quartiere e che diano lavoro agli handicappati gravi. Il parroco della nuova parrocchia è don Enzo Mazzi, altri due giovani preti si affiancano a lui. Altre parrocchie fiorentine si avvicinano a quelle esperienze di rinnovamento conciliare. Verranno chiamate “parrocchie rosse”.

Si innesta qui la seconda nascita dell’Isolotto. Quando giunge l’onda della rivoluzione sociale del ’68, l’Isolotto è pronto a fare la sua parte. Non per motivi ideologici né per radicalismo parolaio e sognatore. Ma perché nei quindici anni di vita, dalla prima alla seconda nascita, ha percorso con serietà, gradualità, intensità profetica i sentieri impervi e faticosi della ricerca umanizzante in tutti i campi del vivere umano, nessuno escluso: dalla religione, all’etica, alla politica. La pubblicazione della Comunità dell’Isolotto, Isolotto 1954-69, edito da Laterza nel 1969, tradotto in molte lingue, documenta un tale impegno complessivo e graduale di riforma del vivere, passo dopo passo, senza avventurismi, e tuttavia con straordinaria linearità e coerenza. E tutto ciò in collegamento con i grandi processi di trasformazione che animavano la cultura europea, la stessa pastorale e la teologia europee.


Il contesto e i particolari di questa breve sintesi storica si trovano anche nelle pubblicazioni della Comunità dell’Isolotto: Isolotto sotto processo, Bari, Laterza. 1971; Oltre i confini, L.E.F, Firenze 19……; Il mio ’68…….Centrolibro, Scandicci Firenze 19……

Processo all'Isolotto. Sesta udienza. Interrogatorio degli imputati.

 

(24 giugno 1971)

(Bobina: BA073 - CD3)

 

Vincenzo Barbieri: Intendo rispondere.

 

Presidente del Tribunale: l’imputato per istigazione a delinquere e turbamento di funzioni religiose del culto cattolico don Vincenzo Barbieri intende rispondere.

 

Vincenzo Barbieri: Dunque, volevo premettere questo che io sono giunto all'Isolotto non quella sera del 4 gennaio né a caso. Ero giunto molto tempo prima. Mi ero in pratica fermato quasi tutto il periodo natalizio, da Natale fino all'Epifania perché vi era una esperienza che mi interessava assai e proprio in funzione di questo interesse io ho fatto quell'intervento. Brevemente dirò quali erano i tempi, rispettata di interesse, per me, della situazione dell'Isolotto. Un primo interesse era questo: verificare un nuovo tipo di Chiesa, una nuova forma di organizzare la comunità cristiana. Perché questo?  Perché vedevo, e non soltanto io, facevo parte di un gruppo di sacerdoti, sia confratelli gesuiti sia altri con cui ci si radunava spesso e ci accorgevamo che quasi più niente resisteva della struttura ecclesiastica. Ci crollava in testa tutto ciò in cui avevamo creduto. Io venivo dall'Azione Cattolica. Ero entrato a vent'anni nella Compagnia di Gesù e quindi negli anni ruggenti del dopoguerra, dal '45 al '50. Avevo fatto tutte le battaglie dell’integralismo cattolico, del trionfalismo sia nell’Azione Cattolica, sia coi Comitati civici, sia durante le elezioni e continuamente eravamo stimolati da questo senso di conquista, diciamo, del potere e spirituale e politico. Ecco, anche io ero emiliano e quindi eravamo abbastanza caldi da ambedue le parti insomma. Coi rossi, coi bianchi, il nostro compito: i bianchi eravamo noi, i rossi erano quelli che andavano all’inferno, il nostro compito era di far venir bianchi i rossi. Ci tiravamo secchi di colla in testa vicendevolmente quando si andava ad attaccare manifesti. Ecco, ero vissuto in questo clima. E anche quando entrai nella Compagni di Gesù, nel ’50, io ero entrato un po’ con questo spirito di trionfalismo. Eravamo i più forti nella Chiesa, trentacinquemila, un mezzo corpo d’armata, sparsi in tutto il mondo, avevamo in mano tutti i gangli del potere, dalle riviste a.., eravamo i più stimati, i più intelligenti e quindi era bello sentirsi parte di una Compagnia molto forte, rispettata, tutta servita, si viaggiava, ci davano il posto, e avanti! A un bel momento invece ci siamo accorti che tutto questo non reggeva più, che non era questo che faceva parte della nostra vita sacerdotale né del nostro ministero. Ci avevano un  po’ strumentalizzati in tutto, ecco.. Periodicamente le elezioni, avanti! e in confessione e sul pulpito e sulla stampa bisognava in ogni modo dire, indirizzare i voti in un certo modo.

Ed allora ci eravamo trovati, ci ritrovavamo e : cosa facciamo ? C’era chi se ne andava, i seminari si svuotavano, i preti se ne andavano, la gente diceva: ah! Chi sa che cosa c’è sotto qui. No, non era il fatto, spesso, il fatto sentimentale, il fatto che la gente pensa sia la donna. No! Era che molti non trovano più lo scopo della loro vita. Finora mi avevan detto che c’era il grande capo stimato, il seminario per noi era stato quasi una scuola di allievi ufficiali dove si imparava tutto a comandare fuori a della gente che obbediva. Allora quando abbiamo trovato l’Isolotto, abbiam sentito sulla stampa, abbiam detto: Ah! Forse ci siamo! Forse il Concilio si sta salvando, forse c’è, mentre tutto crolla, c’è una esperienza che è vivace, che si propaga, dove c’è un gruppo di laici che costituisce insieme ai propri preti un nuovo modello di Chiesa. Allora bisogna andarci. Andiamo. Intanto per imparare qualche cosa e per vedere e poi se possibile dare il nostro aiuto per salvarla, perché, se è efficace, veramente non deve morire questa esperienza.

 

Questo era il primo motivo che ho già dettato. Un altro motivo, per cui io venni, era perché ero stato ufficialmente delegato a venire insieme ad altri giovani dall’Associazione Cooperazione Internazionale nella cui Comunità io vivevo. Perché era stato votata questo nella nostra associazione di mandare una delegazione all’Isolotto? Perché la nostra vicenda era stata abbastanza simile a quanto capitava all’Isolotto. Si trattava di una situazione di la
ici che io insieme ad alcuni giovani avevamo fondato, registrandola in Tribunale con uno statuto, fatto davanti ad un notaio, quindi a posto di fronte alla legge, e che si occupava della preparazione dell’ invio di giovani, di signorine, di coppie di sposi come laici missionari nelle varie missioni cattoliche. Dopo vari anni che l’esperienza aveva funzionato, avevamo avuto già quattro urgenze da Paolo VI, improvvisamente la Compagnia di Gesù dice: no, questa associazione è mia. E noi diciamo: no, c’è lo statuto. Ecco, prendi questa carta, firma: io padre Barbieri dichiaro che l’associazione è della Compagnia di Gesù, che non vale niente lo statuto e naturalmente cerca di convincere uno ad uno gli altri a fare altrettanto e a sciogliere l’associazione. Io dicevo: no, questo non va . E’ contro la legge. Non preoccuparti. Ci arrangeremo noi. Firma. Ecco, proprio questa …. quando don Mazzi: o ritratti o ti caccio. La stessa cosa. E allora avevamo dovuto combattere molto per difendere questa libertà che ci veniva anche dai documenti conciliari. Si trattava non di questione di dottrine ma di questione di organizzazione pratica.

 

Avv. P. Filastò. Dovevate argomentare che veniva anche dalla Costituzione questa libertà.

 

Vincendo Barbieri: Appunto, perché era stata costituita con uno statuto notarile secondo l’articolo 16, mi sembra, della Costituzione della libertà di associazione. Ed allora era stato deciso di portare la solidarietà all’Isolotto che era un’altra esperienza cristiana che si cercava di sopprimere insomma, in nome non si sa di che cosa.

Un altro motivo per cui io sono venuto era perché mi trovavo molto all’unisono, vorrei dire, con alcune iniziative intraprese dall’Isolotto. Fra le tante ne cito alcune per brevità. Una iniziativa era stata la presa di posizione molto netta della Comunità dell’Isolotto riguardo alla marcia della pace in Vietnam. Io avevo partecipato a questa marcia, a piedi da Milano a Roma, e subito il mio superiore mi aveva detto: Sì, sì, vai! E’ bene che ci sia uno di noi in modo che non si dica che sono sempre gli altri che fanno queste cose! Ecco, poi sono arrivato alle porte di Roma, improvvisamente, mi si dice: no, tronca tutto. Avevo incontrato a Prato e proseguito per parecchio con molti della Comunità dell’Isolotto, con don Mazzi stesso, e quindi mi ero affratellato con loro. Quando mi sento dire, chiamare a Roma: No, piantala! Io qui ho fatto riferimento con quanto era capitato all’Isolotto dove il cardinale si era opposto ala veglia della pace per il Vietnam in chiesa e con dei motivi ben poco evangelici. Ricordo che in una discussione, a Roma, io dissi: ma qual è il motivo? Ah! Perché la politica vaticana attualmente è di neutralità e noi ci dobbiamo adeguare. Io gli dissi: ma veramente forse c’è qualche altra cosa. Io so che c’è una ditta che manda napalm nel Vietnam e voi ci avete delle azioni dentro, forse non volete perdere dei soldi. Ah! Queste cose non le devi dire, lascia stare, eccetera.

 

Avv. P. Filastò: Scusi, qual’era questa ditta?

 

Vincenzo Barbieri: Era la Montedison. Che mandava il napalm in Vietnam.

 

Pubblico Ministero (Pierluigi Vigna): Senta don Barbieri, noi si può accettare tutto, ma..

 

Presidente: Non possiamo star zitti di fronte..

 

Vincenzo Barbieri. Va bene! Per dire..

 

Presidente: Continuiamo.. siamo lontani.. dai fatti che riguardano il processo.

 

Vincenzo Barbieri: Per dire.. era per dire, ecco, dato che avevo partecipato insieme a questi amici dell’Isolotto e sapevo che una delle opposizioni che si facevano da parte della Curia erano proprio il fatto di avere partecipato a queste attività in favore del Vietnam, allora mi sentivo all’unisono perché era stata la stessa posizione che abbiamo avuto da ambo le parti.

Un’altra iniziativa, su cui ero d’accordo, era veramente quella libertà di coscienza che avevo sentito che avveniva lì all’Isolotto, ecco, proprio riguardo alle prese di posizioni nel campo sociopolitico, soprattutto al tempo delle elezioni. Mentre io appunto avevo avuto varie esperienze in questo campo, anche molto dolorose, anch’io ero stato indotto a scomunicare a destra e a sinistra, ecco.

Un altro punto ancora fu la solidarietà, come sacerdote, a don Mazzi, perché ravvisavo nel modo con cui lui era trattato, dopo tanti anni di una esperienza vissuta, sofferta, costruita insieme ai laici, ravvisavo una stretta somiglianza con quanto io e altri sacerdoti avevamo passato e qui sentivo il dovere sia di stargli vicino, sia di avvertirlo di certi inconvenienti a cui poteva andare incontro. Mi ricordo quando, per esempio, lessi sui giornali che era invitato ad andare a riposarsi un po’ perché era stanco e la Curia stava preparando, così, per farlo riposare. Era capitato anche a me la stessa storia. Mi avevano detto: allontanati un po’, sei stanco, riposati. Avevo anche subìto in quel momento un mese di internamento in un manicomio, perché.. così, portato naturalmente, preso alla sprovvista,  portato là, dopo mi lasciarono andare perché dopo un mese non avevo niente. Però i medici mi avevano detto: ci capita spesso che i Vescovi, per risolvere tante questioni, ci mandano i preti disubbidienti, perché noi dichiariamo, vediamo un po’ che gli si metta a posto la testa. E io dissi: Eh! qui succede che anche don Mazzi succede la stessa cosa. Con questo metodo: sta poco bene, riposerà, vedrà.. E attenti eh! Quando fan questo scherzetto è la volta che fan sul serio! Avevo avuto…

 

Presidente: Non dobbiamo divagare troppo, don Barbieri. Dobbiamo rientrare nel binario..

 

Vincenzo Barbieri: Rientriamo nel binario. Vede..

 

Presidente: Io anche per corrispondere all’invito dell’avvocato Filastò, volevo precisarle che c’è differenza tra la norma giuridica e la norma morale. La norma giuridica è caratterizzata dalla possibilità di essere  imposta con la forza, invece la norma morale presuppone semplicemente l’adesione della coscienza. Questa è una differenza molto essenziale e  molto importante.

 

Avv. P. Filastò: Mi pare che le deposizioni..

 

Presidente: Ma siccome si stabiliva un parallelo con quello che potrebbe essere anche la posizione dei giudici di fronte a determinate situazioni, la norma giuridica ha una caratteristica particolare che la distingue da tutte le altre norme. E la caratteristica è proprio questa: che la norma giuridica può essere imposta con la forza. Deve essere eseguita, deve essere applicata.

 

Prof. Mantovani: Non so a cosa lei si riferisce, se si riferisce alla legge dello Stato o alla legge della Chiesa, comunque questo non interessa molto. Voglio dire che  queste…

 

Avv. P .Filastò: Quelle che sono le pressioni, le premure ricevute da don Barbieri, quelle che lo hanno condotto in manicomio, questo racconto qui, non mi pare che corrispondano né a una norma giuridica dello Stato, né a una norma canonica!

 

Presidente: No, no, mi riferivo alla prima fase  del discorso.

 

Avv. P. Filastò (Dà sulla voce del Presidente per portare avanti la sua delucidazione sul problema sollevato). Non credo che esista nella norma canonica un potere della Chiesa di imporre il voto per questo o quest’altro partito. Anzi, per una norma del Concordato la Chiesa dovrebbe astenersi dall’intervenire nella vita politica dello Stato. E’ giustamente il contrario.

 

Presidente: Si tratta di una semplice dissertazione su concetti generali.

 

Vincenzo Barbieri: Comunque volevo dire questo. Questa solidarietà che io portavo all’Isolotto e a don Mazzi come sacerdote derivava da questo: dall’aver vissuto certi fatti ben precisi, che poi erano abbastanza collimanti con quanto capitava all’Isolotto e che avrebbero dovuto  esser lasciati alla libera norma morale della coscienza, mentre invece c’era una imposizione giuridico ben precisa sia sul piano della coscienza perché se non fai questo vai all’inferno, e io ripetevo agli altri, oppure se non fai questo ti buttiamo fuori. Non so. L’avvocato Filastò si ricorda di un altro fatto ben preciso. Quando io avevo fatto una denuncia a Mattei della Nazione, che durante la marcia della pace, mi aveva fatto un articolo molto insultante, dovevamo avere il processo per direttissima per diffamazione e improvvisamente mi arriva l’ordine da Roma di ritirare questa querela, ecco, perché dovevo ritirarla, pena la immediata cacciata dalla Compagnia di Gesù. Lei se lo ricorda molto bene, avvocato!

... (tutto il testo del Processo è conservato e visibile nell'Archivio della Comunità dell'Isolotto).




 

sabato 11 dicembre 2010

Chi paga i costi della finanziaria?


"Chi paga i costi della crisi finanziaria?": è questo il tema dell'incontro alle "baracche" dell'Isolotto, via Aceri 1, domani, domenica 12 dicembre ore 10,30. Il tema sarà introdotto da Roberto Bartoli.


                                            La Comunità dell'Isolotto

venerdì 3 dicembre 2010

Il lungo inverno della chiesa fiorentina


 


 


 


 


La visita pur tardiva dell’arcivescovo di Firenze, mons. Giuseppe Betori, domenica scorsa, alla chiesa della Regina della pace, che fu per anni teatro delle aberrazioni pedofile di don Lelio Cantini, ha un significato che va oltre la contingenza e investe la vita della diocesi fiorentina e interessa la città. Tutta l’omelia del prelato gira intorno alla sofferenza della parrocchia a causa degli abusi di don Cantini. Ma è la diocesi intera e la stessa società civile che in qualche modo sono state abusate, sia perché i minori ai quali è stata fatta violenza sono parte integrante della città, un po’ figli di tutti noi, sia perché la "visione errata della Chiesa" di don Cantini (così definita da Betori) è stata fatta propria dalla gerarchia che ha guidato la diocesi fiorentina dopo il card. Elia Dalla Costa. Insomma don Cantini non è solo il prete pedofilo; è anche il parroco rigidamente tradizionalista sostenuto in questo dalla Curia.


Gli anni del Concilio e quelli immediatamente successivi hanno visto ovunque ma specialmente a Firenze una forte polarizzazione fra la resistenza del tradizionalismo autoritario e la spinta riformatrice aperta verso il positivo della modernità.


Papa Giovanni concepì il Concilio proprio per rompere il centralismo romano, per far tacere i "profeti di sventura" e quindi liberare le esperienze conciliari delle periferie e dare spazio ai "segni dei tempi". E' emblematico lo scontro durissimo che esplose nell’assise dei vescovi riuniti in San Pietro su alcuni aspetti centrali della riforma conciliare. Papa Giovanni a un certo punto s’impose sostenendo le istanze rinnovatrici di vescovi come i cardinali Giacomo Lercaro di Bologna, Frings (Colonia), Liénart (Lilla), Alfrink (Utrecht), e sconfessando praticamente lo schieramento dei vescovi conservatori. Questi erano organizzati dall'arcivescovo Lefebvre in una vera e propria "compagine tradizionalista" all'interno del Concilio, che si dette anche un nome: "Coetus Internationalis Patrum", con in testa il potente card. Ottaviani, composta da 250 prelati fra cui l’arcivescovo di Firenze Ermenegildo Florit, il cui obiettivo conclamato era quello di trasformare il Concilio in un evento di semplice colore senza reali aperture, anzi con la conferma delle rigidezze dogmatiche e di tutte le condanne.


Lo scontro che si verificò fra i vescovi riuniti in Concilio si ripropose poi in tutta la realtà ecclesiale. Nel 1967 una decina di parroci fra cui don Cantini scrissero una lettera al card. Florit in cui ponevano un perentorio aut-aut: "O loro o noi: se non mette fuori loro, andiamo fuori noi". Chi erano questi "Loro" da metter fuori? I parroci delle esperienze conciliari, fra cui Don Bruno Borghi, prete operaio, don Luigi Rosadoni della Nave a Rovezzano, don Fabio Masi del Vingone, don Sergio Gomiti della Casella, noi dell’Isolotto, altri sulla stessa linea pastorale e sociale e, a livello di memoria perché era morto da poco, lo stesso don Lorenzo Milani. Fu scelta la visione autoritaria e chiusa della Chiesa di don Cantini & confratelli, che s’ispirava alla visione e alla prassi della "compagine tradizionalista" all'interno del Concilio, mentre l’alternativa conciliare fu colpita in vario modo. La città intera fu ferita e la sua anima creativa repressa se non annullata.


Il "lungo inverno", di cui Betori si rammarica, è stato voluto, la diocesi è stata svuotata dalle esperienze conciliari alternative al fondamentalismo di cui don Cantini era uno degli araldi e i nefasti veleni di quel tradizionalismo autoritario si propagano fino ad oggi in questo appiattimento e grigiore di una religiosità ritualistica senza profezia, dove solo alcune esperienze di spirito conciliare si ritagliano nicchie costrette alla autoreferenzialità.


E’ importante che il vescovo chieda finalmente scusa per l’abuso dei minori ma non basta. Non sarebbe doverosa una pubblica autocritica per la scelta, imposta alla diocesi e alla città intera, della "visione errata della Chiesa" di don Cantini? E non sarebbe necessaria una conversione concreta di rotta che recuperi lo spirito del Concilio sulla linea già impostata dal card. Silvano Piovanelli e risarcisca finché è possibile il danno inflitto alla Chiesa fiorentina, alle persone colpite e alla città intera?


                                                                        Enzo Mazzi

 



 



la Repubblica Firenze pag.XXIII


3 dicembre 2010