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venerdì 28 novembre 2008

Villaggi nomadi

I cittadini sottoscritti appoggiano la proposta di un percorso partecipato all'interno del Quartiere 4, nel quale insieme cittadini autoctoni, comunità rom da anni insediate nel territorio del Quartiere 4 e Istituzioni locali, elaborino nuove politiche e impegni reciproci per superare l'esistenza dei "villaggi nomadi", come anche indicato da Regione e Comunità Europea, al fine di raggiungere la piena integrazione delle famiglie nel tessuto abitativo e sociale del Quartiere (v. Integrazione, progetto di Legge Regionale69/2007, presentato da Pro.g.re.s.s, OsservAzione, CittadinanzaCompetente, Amalipe Romano in parteniarato con la Circoscrizione 4 del Comune di Firenze).

Data: Novembre 2008


Seguono le firme.


(Inviata da Urbano).


Postilla di Viadegliaceri:

 

La fine (definitiva?) dei campi nomadi



Dopo tredici anni chiude il campo rom di Trebbo: si apre una nuova fase per le famiglie trasferite

by Luca Manni

Lo scorso 30 settembre rappresenta una data importante nella storia dell’integrazione sociale a Bologna: la chiusura del campo profughi di Trebbo di Reno, l’ultimo rimasto nel nostro territorio, che segue quelle di Villa Salus, del Piratino e di Pianazza, conclude la prima fase di un progetto per l’inserimento sociale delle famiglie.

In realtà questo epilogo positivo giunge dopo una lunga e travagliata storia...

Un’emergenza durata tredici anni: il parere dell’assessore Monica Sabattini.

Il campo di Trebbo di Reno risale al 1995 e fu costruito per accogliere i profughi della guerra del Kosovo per un periodo di nove mesi che, secondo Monica Sabattini, assessore alle Politiche sociali e all’Immigrazione del Comune di Castel Maggiore, sono diventati tredici anni a causa della cattiva gestione da parte del Comune di Bologna.

«Nei primi anni – racconta l’assessore – scoppiò uno scandalo sulla cooperativa che gestiva la portineria, che si è intascata un sacco di soldi. Durante l’amministrazione Vitali, la politica del Comune di Bologna è stata assistenzialista e punitiva, cioè contraddittoria, poi, quando è salito Guazzaloca, Bologna è sparita, lasciando in carico al nostro distretto sanitario l’assistenza medica degli abitanti del campo, benché la competenza spettasse a Bologna. Solo con l’ultima amministrazione siamo riusciti a ristabilire un dialogo, grazie anche alla vicesindaco di Bologna, Adriana Scaramuzzino, che si è circondata di nuove figure professionali che stanno operando nella direzione giusta».

La chiusura dei campi a Bologna è in linea con le sollecitazioni che arrivano sia dalla Regione che dall’Europa: evitare la politica dei campi serve anche ad abbattere lo stereotipo per il quale i rom sono nomadi e non hanno bisogno della casa. Infatti le condizioni culturali di quei popoli, serbi e kosovari albanesi, sono molto cambiate negli ultimi cinquant’anni e, prima che scoppiasse il conflitto bellico, nel loro paese quelle persone vivevano in case e lavoravano. «Questo – sottolinea la Sabattini – grazie al notevole sistema di integrazione prodotto dal substrato politico-culturale dell’allora Governo jugoslavo e dal retaggio titino».


Il patto tra i due comuni

In virtù dei ritrovati buoni rapporti tra Bologna e Castel Maggiore, nell’aprile di quest’anno i due comuni hanno stipulato un patto che prevedeva per Bologna l’impegno di chiudere il campo entro settembre, occupandosi dell’inserimento sociale, lavorativo e abitativo delle persone, mentre Castel Maggiore si sarebbe fatta carico della continuità scolastica dei minori.

«Abbiamo partecipato attivamente con il Comune di Bologna – aggiunge l’assessore – agli incontri in Prefettura per la regolarizzazione delle persone sprovviste di titolo di soggiorno e abbiamo continuato a fare le cose di sempre, dando sostegno alle famiglie con minori e lavorando sulla scuola».


La nuova sistemazione delle famiglie

La maggioranza delle persone provenienti dal campo di Trebbo è stata sistemata in alloggi privati dal Comune di Bologna attraverso l’intercessione della cooperativa Il Mosaico, che ha reperito i contatti dei proprietari sul mercato immobiliare. Castel Maggiore si è invece occupata dell’inserimento delle famiglie rom negli alloggi Erp (Edilizia residenziale pubblica).

In risposta alle polemiche dell’opposizione politica, che lamenta i privilegi concessi ai profughi, Monica Sabattino afferma: «Queste famiglie, come altre italiane, erano in graduatoria Erp da due anni, per cui non c’è stato nessun superamento, è semplicemente l’attribuzione di un diritto».

Secondo Chris Tomesani, tecnico responsabile dell’Ufficio Sviluppo e Integrazione culturale, la cifra di 200 mila euro stanziata dal Comune di Bologna e finanziata dalla Fondazione Carisbo per l’intera operazione, è inferiore a quella necessaria per la gestione di un solo campo nomade. Per i primi quattro anni degli otto previsti dal contratto d’affitto, il Comune contribuirà per il 50% al pagamento di ciascun canone, dopodiché si spera che le famiglie abbiano raggiunto l’autonomia economica necessaria per cavarsela da sole.

La scelta di sostenere queste persone è dovuta anche all’evidente difficoltà in cui versano gli ex abitanti del campo: ancora la Sabattini afferma infatti che lasciare un campo dopo tredici anni è come per un pulcino uscire dal guscio. «Dobbiamo capire e rispettare le diverse tendenze culturali ma anche avviare a una convivenza rispettosa della nostra comunità: i bambini devono andare a scuola, gli adulti devono avere un’attività ed essere autosufficienti, l’integrazione va fatta con un patto reciproco». Un ostacolo ancora forte è la ritrosia nei confronti delle donne, che spesso sono vittime di violenza familiare e il cui lavoro viene visto come segnale di un’emancipazione non gradita.

«Ma questi peccati culturali – conclude l’assessore – si superano probabilmente con le generazioni».


L’immagine: il “cancello” del campo di Trebbo di Reno.


Luca Manni


(LM MAGAZINE n. 6, 21 novembre 2008, supplemento a LucidaMente, anno III, n. 35, novembre 2008)

 

 

Villaggi nomadi

I cittadini sottoscritti appoggiano la proposta di un percorso partecipato all'interno del Quartiere 4, nel quale insieme cittadini autoctoni, comunità rom da anni insediate nel territorio del Quartiere 4 e Istituzioni locali, elaborino nuove politiche e impegni reciproci per superare l'esistenza dei "villaggi nomadi", come anche indicato da Regione e Comunità Europea, al fine di raggiungere la piena integrazione delle famiglie nel tessuto abitativo e sociale del Quartiere (v. Integrazione, progetto di Legge Regionale69/2007, presentato da Pro.g.re.s.s, OsservAzione, CittadinanzaCompetente, Amalipe Romano in parteniarato con la Circoscrizione 4 del Comune di Firenze).

Data: Novembre 2008


Seguono le firme.


(Inviata da Urbano).


Postilla di Viadegliaceri:

 

La fine (definitiva?) dei campi nomadi



Dopo tredici anni chiude il campo rom di Trebbo: si apre una nuova fase per le famiglie trasferite

by Luca Manni

Lo scorso 30 settembre rappresenta una data importante nella storia dell’integrazione sociale a Bologna: la chiusura del campo profughi di Trebbo di Reno, l’ultimo rimasto nel nostro territorio, che segue quelle di Villa Salus, del Piratino e di Pianazza, conclude la prima fase di un progetto per l’inserimento sociale delle famiglie.

In realtà questo epilogo positivo giunge dopo una lunga e travagliata storia...

Un’emergenza durata tredici anni: il parere dell’assessore Monica Sabattini.

Il campo di Trebbo di Reno risale al 1995 e fu costruito per accogliere i profughi della guerra del Kosovo per un periodo di nove mesi che, secondo Monica Sabattini, assessore alle Politiche sociali e all’Immigrazione del Comune di Castel Maggiore, sono diventati tredici anni a causa della cattiva gestione da parte del Comune di Bologna.

«Nei primi anni – racconta l’assessore – scoppiò uno scandalo sulla cooperativa che gestiva la portineria, che si è intascata un sacco di soldi. Durante l’amministrazione Vitali, la politica del Comune di Bologna è stata assistenzialista e punitiva, cioè contraddittoria, poi, quando è salito Guazzaloca, Bologna è sparita, lasciando in carico al nostro distretto sanitario l’assistenza medica degli abitanti del campo, benché la competenza spettasse a Bologna. Solo con l’ultima amministrazione siamo riusciti a ristabilire un dialogo, grazie anche alla vicesindaco di Bologna, Adriana Scaramuzzino, che si è circondata di nuove figure professionali che stanno operando nella direzione giusta».

La chiusura dei campi a Bologna è in linea con le sollecitazioni che arrivano sia dalla Regione che dall’Europa: evitare la politica dei campi serve anche ad abbattere lo stereotipo per il quale i rom sono nomadi e non hanno bisogno della casa. Infatti le condizioni culturali di quei popoli, serbi e kosovari albanesi, sono molto cambiate negli ultimi cinquant’anni e, prima che scoppiasse il conflitto bellico, nel loro paese quelle persone vivevano in case e lavoravano. «Questo – sottolinea la Sabattini – grazie al notevole sistema di integrazione prodotto dal substrato politico-culturale dell’allora Governo jugoslavo e dal retaggio titino».


Il patto tra i due comuni

In virtù dei ritrovati buoni rapporti tra Bologna e Castel Maggiore, nell’aprile di quest’anno i due comuni hanno stipulato un patto che prevedeva per Bologna l’impegno di chiudere il campo entro settembre, occupandosi dell’inserimento sociale, lavorativo e abitativo delle persone, mentre Castel Maggiore si sarebbe fatta carico della continuità scolastica dei minori.

«Abbiamo partecipato attivamente con il Comune di Bologna – aggiunge l’assessore – agli incontri in Prefettura per la regolarizzazione delle persone sprovviste di titolo di soggiorno e abbiamo continuato a fare le cose di sempre, dando sostegno alle famiglie con minori e lavorando sulla scuola».


La nuova sistemazione delle famiglie

La maggioranza delle persone provenienti dal campo di Trebbo è stata sistemata in alloggi privati dal Comune di Bologna attraverso l’intercessione della cooperativa Il Mosaico, che ha reperito i contatti dei proprietari sul mercato immobiliare. Castel Maggiore si è invece occupata dell’inserimento delle famiglie rom negli alloggi Erp (Edilizia residenziale pubblica).

In risposta alle polemiche dell’opposizione politica, che lamenta i privilegi concessi ai profughi, Monica Sabattino afferma: «Queste famiglie, come altre italiane, erano in graduatoria Erp da due anni, per cui non c’è stato nessun superamento, è semplicemente l’attribuzione di un diritto».

Secondo Chris Tomesani, tecnico responsabile dell’Ufficio Sviluppo e Integrazione culturale, la cifra di 200 mila euro stanziata dal Comune di Bologna e finanziata dalla Fondazione Carisbo per l’intera operazione, è inferiore a quella necessaria per la gestione di un solo campo nomade. Per i primi quattro anni degli otto previsti dal contratto d’affitto, il Comune contribuirà per il 50% al pagamento di ciascun canone, dopodiché si spera che le famiglie abbiano raggiunto l’autonomia economica necessaria per cavarsela da sole.

La scelta di sostenere queste persone è dovuta anche all’evidente difficoltà in cui versano gli ex abitanti del campo: ancora la Sabattini afferma infatti che lasciare un campo dopo tredici anni è come per un pulcino uscire dal guscio. «Dobbiamo capire e rispettare le diverse tendenze culturali ma anche avviare a una convivenza rispettosa della nostra comunità: i bambini devono andare a scuola, gli adulti devono avere un’attività ed essere autosufficienti, l’integrazione va fatta con un patto reciproco». Un ostacolo ancora forte è la ritrosia nei confronti delle donne, che spesso sono vittime di violenza familiare e il cui lavoro viene visto come segnale di un’emancipazione non gradita.

«Ma questi peccati culturali – conclude l’assessore – si superano probabilmente con le generazioni».


L’immagine: il “cancello” del campo di Trebbo di Reno.


Luca Manni


(LM MAGAZINE n. 6, 21 novembre 2008, supplemento a LucidaMente, anno III, n. 35, novembre 2008)

 

 

martedì 25 novembre 2008

Testamento biologico

Carissime/i,

qualche anno fa, mi informai sulla possibilità del testamento biologico e trovai utili riferimenti presso  La Consulta di Bioetica, fondata nel 1989 dal neurologo Renato Boeri.

La Consulta è un'associazione di cittadini di diversa formazione (filosofi, operatori sanitari, giuristi) e di differente orientamento, impegnata a promuovere lo sviluppo del dibattito laico e razionale sui problemi etici nel campo della medicina e delle scienze biologiche, in un'ottica pluralistica di rispetto delle diverse concezioni di valore.

Consulta di Bioetica - via Cosimo del Fante 13 - 20123 Milano - tel./fax: (39) 02 58300423,
www.consultadibioetica.org

La Consulta metteva a disposizione di tutti una Biocard cioè una dichiarazione con la quale dare disposizioni ai futuri curanti, qualora non fossimo piu' in grado di partecipare attivamente. Ovviamente la Biocard  non ha valore legale, ma contiene informazioni preziose per i medici , nelle situazioni estreme.

Data attualità dell'argomento, ho ripreso in mano i riferimenti e ho contattato la Consulta che mi ha confermato l'esistenza della Biocard, scaricabile anche dal sito, dalla home page (è chiamata "Carta di autodeterminazione").

Per vs. comodità allego tale carta.

Cari saluti

Claudio Giambelli

Testamento biologico

Carissime/i,

qualche anno fa, mi informai sulla possibilità del testamento biologico e trovai utili riferimenti presso  La Consulta di Bioetica, fondata nel 1989 dal neurologo Renato Boeri.

La Consulta è un'associazione di cittadini di diversa formazione (filosofi, operatori sanitari, giuristi) e di differente orientamento, impegnata a promuovere lo sviluppo del dibattito laico e razionale sui problemi etici nel campo della medicina e delle scienze biologiche, in un'ottica pluralistica di rispetto delle diverse concezioni di valore.

Consulta di Bioetica - via Cosimo del Fante 13 - 20123 Milano - tel./fax: (39) 02 58300423,
www.consultadibioetica.org

La Consulta metteva a disposizione di tutti una Biocard cioè una dichiarazione con la quale dare disposizioni ai futuri curanti, qualora non fossimo piu' in grado di partecipare attivamente. Ovviamente la Biocard  non ha valore legale, ma contiene informazioni preziose per i medici , nelle situazioni estreme.

Data attualità dell'argomento, ho ripreso in mano i riferimenti e ho contattato la Consulta che mi ha confermato l'esistenza della Biocard, scaricabile anche dal sito, dalla home page (è chiamata "Carta di autodeterminazione").

Per vs. comodità allego tale carta.

Cari saluti

Claudio Giambelli

venerdì 21 novembre 2008

Cooperativa sociale Samarcanda

Carissime/i,


                        vi comunichiamo che domani, sabato 22 novembre, alle ore 10, nella sala consiliare del Q4 a villa Vogel, la nostra esperienza del laboratorio Kimeta verrà presentata con un video e testimonianze nell'ambito della illustrazione del bilancio sociale 2007 della Cooperativa sociale Samarcanda di cui Kimeta fa parte.

Chi vorrà partecipare ci farà molto piacere.


                                                            Le donne del laboratorio Kimeta

Cooperativa sociale Samarcanda

Carissime/i,


                        vi comunichiamo che domani, sabato 22 novembre, alle ore 10, nella sala consiliare del Q4 a villa Vogel, la nostra esperienza del laboratorio Kimeta verrà presentata con un video e testimonianze nell'ambito della illustrazione del bilancio sociale 2007 della Cooperativa sociale Samarcanda di cui Kimeta fa parte.

Chi vorrà partecipare ci farà molto piacere.


                                                            Le donne del laboratorio Kimeta

giovedì 20 novembre 2008

Una scuola di laboratori

"Una scuola di laboratori" è il titolo di una pubblicazione che racconta in modo avvincente una esperienza didattica: "L'esperienza del tempo flessibile e altro ancora nella Scuola Media di Lastra a Signa". E' una testimonianza di "scuola/tenda" la scuola cioè che si modella sui bisogni di ragazze e ragazzi diversi, respira col loro respiro, cresce perché studenti e insegnanti crescono insieme, libera la creatività e la curiosità, aiuta gli insegnanti ad essere una comunità educante che condivide il sapere più che imporlo, educa a porre domande più che insegnare risposte, la scuola di tutti per tutti, aperta al respiro del territorio e del mondo. E' un contributo forte e positivo al movimento di studenti, insegnanti, genitori che lotta per la difesa e lo sviluppo della scuola di tutti per tutti.


Il libro "Una scuola di laboratori", fresco di stampa, sarà presentato nell'incontro della Comunità dell'Isolotto, alle "baracche" in via degli Aceri 1 Firenze, domenica prossima 23 novembre alle ore 10,30. Sarà presente Gisella Filippi che lo ha scritto insieme ad altre/i.


                                        La Comunità dell'Isolotto - Firenze