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giovedì 24 dicembre 2009

Natale 2009 - veglia

 

Comunità dell’Isolotto

Natale 2009

Veglia

 

 

 

Spunti di riflessione

 

“La libertà che vi aspetta è la morte”, così Primo Levi nel 1959 traduceva la scritta “Il lavoro rende liberi” issata all’ingresso del campo di Auschwit, ora trafugata. Ed è tremendamente attuale il suo commento: “Il disconoscimento, il vilipendio del valore morale del lavoro era ed è essenziale al mito fascista in tutte le sue forme”.

Le morti bianche, i suicidi, le morti morali, sociali e psichiche di licenziati, cassintegrati, immigrati, non sono episodi; sono il segno tragico del ritorno del “mito fascista” in questa trasformazione strisciante della Costituzione: non più "Repubblica democratica fondata sul lavoro" ma fondata sull'assassinio sacrificale del lavoro.

Tutto questo ci obbliga a ripensare criticamente la nostra società, principalmente

negli aspetti economici e politici ma anche in quelli culturali, etici e religiosi. Sono due secoli che dal mondo del lavoro si leva il grido di allarme. E non è solo grido ma elaborazione positiva di orizzonti nuovi di società e di cultura. Prassi, lotte, idee che però sono state demonizzate e distrutte. Qualcosa di molto profondo non va nel nostro modo di vivere e di impostare i rapporti sociali.

Il Natale ad esempio. Ci sono due modi opposti di intendere il Natale: come miracolo dall’alto o invece come evento totalmente iscritto nella storia e nella natura. Ora, il Natale concepito come miracolo dall’alto è in sé una condanna del lavoro perché è una condanna di tutta la storia umana e della stessa natura. Se c’è bisogno che Dio si faccia miracolosamente uomo per salvare il mondo, vuol dire che il mondo, l’evoluzione della vita e il genere umano non hanno in sé capacità di salvezza. Sono in sé dannati. In particolare il lavoro umano, questo immenso sforzo di liberazione prodotto nei secoli. Il Natale non annunzierebbe la fine della maledizione del lavoro ma sarebbe un invito alla rassegnazione e una spinta alla solidarietà intesa solo come carità cristiana.

E’ quanto dice sostanzialmente Giovanni Paolo II nella enciclica Laborem exercens. Pagine e pagine di apprezzabile trattazione sociologica sul lavoro finiscono nel ricatto metafisico del sacrificio, della alienazione e della sofferenza che da sempre e per sempre accompagnano il lavoro a causa del peccato. Il papa al termine dell’enciclica ripropone infatti la maledizione del lavoro pronunciata da Dio nel racconto biblico della creazione: “Maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita”. Il pontefice commenta così l’invettiva rivolta ad Adamo: “Questo dolore unito al lavoro segna la strada della vita umana sulla terra”. Dio – continua il papa - incarnandosi assume il lavoro umano e lo salva dalla maledizione. Ma, e qui è il punto, lo salva in vista dell’al di là. La storia continua il suo corso di maledizione dello sforzo umano e del lavoro. “Quest’opera di salvezza – è scritto nella Laborem exercens – è avvenuta per mezzo della sofferenza e della morte di croce. Sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l'uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità. Egli si dimostra vero discepolo di Gesù, portando a sua volta la croce ogni giorno nell’attività che è chiamato a compiere … Mediante la fatica e mai senza di essa”.

Ben altro è il senso della tradizione più antica presente fin dagli albori sia dell’ebraismo che del cristianesimo. E’ possibile anzi forse doveroso vedere i vari racconti dei Vangeli come simboli di ciò che accompagna ogni nascita. Gesù nacque come ogni uomo e ogni donna che venivano al mondo in quel tempo. Sì c’è nel Vangelo l’esaltazione mitica della missione di Gesù ma dentro la storia. Questo senso del Natale orienta verso il riscatto del lavoro, verso la solidarietà con lo sforzo umano e con la lotta per liberare il lavoro dalla alienazione, dalla coazione, dal sacrificio, dall’asservimento alle esigenze del profitto, dall’insicurezza, dalla precarietà.

La fede cristiana si rafforza se si nutre della forza vitale di Dio che vive nella storia. La fede cristiana torna credibile perché assume il sogno di liberazione dei lavoratori, uomini e donne, bianchi e neri, abili e disabili, credenti in un modo e credenti in un altro o in mille altri.

 

E’ questo lo spirito positivamente critico e creativo che animerà la nostra celebrazione del Natale.

 

Programma

 

* Il Natale e il lavoro spunti di riflessione;

* performance di Saverio Tommasi tratta dal suo libro/testo teatrale

“Cambio Lavoro”;

* i bambini raccontano l’esperienza educativa che hanno fatta domenica 13

sul tema del “dono” anche in relazione al Natale e offrono in dono alla comunità il pane fatto da loro stessi;

* testimonianze di persone direttamente coinvolte nei diversi ambiti:

la crisi del lavoro e le lotte, testimonianze da alcuni luoghi simbolo - SEVES, Termini Imerese -, insicurezza e incidenti sul lavoro, testimonianze di parenti delle vittime e di operatori sanitari di “Medicina democratica”, le lotte contro la precarietà del lavoro, il lavoro sognato dai detenuti e negato, il lavoro, misconosciuto e pesantemente sfruttato, delle donne e uomini immigrati risorsa vitale per la nostra società in crisi, e finalmente la testimonianza di lavoratori della ex-Electrolux la cui lotta coronata da successo è motivo di speranza per tutti;

* canti del lavoro, letture, preghiere, convivialità.




 

il dono

 

I bambini raccontano



Eravamo in tanti domenica 13 dicembre alle baracche: bambini, ragazzi, genitori, nonni, animatori…..tutti avevamo una parola d’ordine: portare da casa un regalo da donare ad un altro.



Un dono reciproco fra di noi perché:

- era la prima volta che ci incontravamo dopo le vacanze estive,

- tornare a ritrovarci era per tutti un piacere ed una festa

- è tempo di Natale, la festa dei regali per tutti.



Avevamo però una regola da rispettare:

- il regalo non si doveva comprare, dovevamo sceglierlo fra le cose che già avevamo in casa o prepararlo con le nostre mani;

- il regalo era di tutti per tutti…dunque non dovevamo scegliere la persona a cui donarlo.

 



Abbiamo riempito due ceste di pacchetti luccicanti, li abbiamo messi al centro dei tappeti e ci siamo seduti tutti intorno… era proprio bello… eravamo tutti curiosi ed ammirati.

 




 

 

 

Ed ora come ce li doniamo? Ecco le proposte:

- ciascuno si alza, ne prende uno e lo dà ad un altro…

- ciascuna ne prende uno e lo porta a chi è seduto accanto a lei…

- ognuno si potrebbe bendare e sceglierne uno a caso….

La discussione è stata animata perché tutti volevamo che la scelta sia di non fare preferenze … infine è stata approvata all’unanimità la proposta fatta da Matilde: tutti prendiamo un pacchetto, e seguendo un ritmo ce lo passiamo di mano in mano finché qualcuno (Enzo) dice STOP! e così a ciascuno tocca il regalo che si trova in mano.

E ora cosa facciamo… li apriamo subito o li portiamo a casa per aprirli a Natale?

Nuova grande discussione per decidere…….. tutti preferiscono aprirli subito e sostengono la loro idea (perché è più bello, perché possiamo raccontare come li abbiamo fatti, perché qualcuno si sciupa, perché potremmo fare degli scambi…); solo tre persone preferirebbero aprirli a Natale, e poiché è giusto ascoltare e capire anche chi è in minoranza ascoltiamo anche loro: a loro piace il senso del mistero e dell’attesa…! E’ interessante.

Prevalse comunque la curiosità e la voglia di scoprire subito la sorpresa!!!!

Scoprire i regali è stato bellissimo…..ma ancora più bello è stato scambiare le cose che ci erano toccate….così tutti abbiamo avuto quello che più ci era piaciuto!!



Abbiamo capito che:

- donare è bello e ci fa felici;

- ricevere un dono , scambiarsi una cosa, ci piace molto

- regalare una cosa che ci appartiene o che abbiamo fatto con le nostre mani è un pensiero affettuoso che ha più significato di una cosa comprata

- che è possibile essere felici anche con poco

- che siamo felici quando il dono è per tutti…….quando un bambino o un grande rimane senza il suo dono è triste…..ed anche gli altri non possono essere felici

 



A questo punto ci siamo domandati:

 

- perché a Natale si scambiano i regali?

- cosa c’entra il regalo, il dono, con la nascita di Gesù?

 



Allora Enzo ci ha spiegato che:

All’inizio i racconti su Gesù erano storie che passavano di bocca in bocca, da amici ad amici, da genitori ai figli, da nonni a nipoti. A quel tempo non si andava a scuola e i grandi per insegnare i segreti della vita si riunivano e narravano delle storie.

Le storie della nascita di Gesù raccontate nel Vangeli sono nate dalla immaginazione di gente povera. Essi consideravano ogni vita, ogni bambino che nasce come una grande dono fatto dalla mamma e dal babbo a tutti gli uomini. Per questo i parenti, gli amici, i vicini andavano a visitare il bambino o la bambina appena nati portando doni come per ricambiare il dono fatto dalla mamma. E siccome erano tanto poveri, i doni erano cose utili per far crescere il nuovo nato.

 



Maurizio ci ha detto anche che l’idea di dono è antichissima e che molti studiosi (come gli antropologi) ne hanno studiato le varie trasformazioni, dalla distribuzione alimentare a tutti i membri durante le feste delle tribù primitive, fino a quella rituale e simbolica della eucarestia cristiana.




Due persone che sapevano scrivere, che si chiamavano Marco e Luca, furono incaricate di mettere per scritto i racconti che circolavano nelle comunità cristiane molto antiche. Alcuni racconti erano cose realmente accadute. Altri erano frutto di immaginazione, erano idee che venivano a persone che amavano Gesù ma che non l’avevano mai conosciuto di persona. Erano persone molto povere che si ritrovavano insieme per vivere il messaggio di Gesù. Non sapevano bene come e dove era nato Gesù ma immaginavano che fosse nato come nascevano i loro bambini.

 



Se ogni bambino è un dono anche Gesù è stato un dono, un regalo. E anche a Gesù e a sua madre saranno stati portati doni. Quando nasce un bambino la notizia passa di bocca in bocca da persone che annunciano il felice evento come fossero angeli cioè annunciatori. Così quando nacque Gesù. Se ogni volta che nasce un bambino nasce in cielo una stella, come si dice, allora anche quando nacque Gesù sarà nata una stella. E via di questo passo di storia in storia, di bocca in bocca …

 



E così nel vangelo di Luca si può leggere questo racconto:

 

Miriam diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo.

C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge.

Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce.

Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro:

Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.

E subito apparve con l’angelo una moltitudine celeste che lodava Dio e diceva:

Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.

Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro:

Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”.

Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.

Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Miriam, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore.

I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.






Ed ora leggiamo nel Vangelo di Matteo il racconto della visita dei magi.

 

Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano:

“Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo”.

All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme.

Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.

Gli risposero: “A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta”.

Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli:

Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo”.

Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.

Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.




In questa Veglia di Natale abbiamo deciso di offrire alla comunità

il dono del pane fatto con le nostre mani

da noi insieme alle nostre mamme.

 

anna, simone, dario, tommaso, elena, fabio, gaia, gerardo, evelina, giulio, jonathan, luna, margherita, martina, matilde, mattia, miranda, mirco, tiziano, flavio, virginia, zoe, ivan





La crisi del lavoro e le lotte

 

Anche in Toscana una crisi così non si era mai vista: numerose le fabbriche chiuse o in via di dismissione. Nonostante i ricorrenti messaggi ottimistici “di regime”, gli effetti della gravissima crisi economica che ha colpito tutti i Paesi del mondo (la peggiore dal 1929 ad oggi) non sono certo finiti. Anzi, si stanno abbattendo, e si abbatteranno ancora di più durante il prossimo anno, sul mondo del lavoro, sulle lavoratrici e sui lavoratori, sulle persone in carne ed ossa.

Gli interventi pubblici hanno dato sostegno, infatti, essenzialmente, alle banche ed agli istituti finanziari, cioè ai soggetti che risultavano i principali responsabili della crisi, permettendo loro di ricominciare ad agire nel modo speculativo di sempre, ma non hanno dato alcuna prospettiva nuova alle realtà produttive, all'economia vera e non cartacea, e quindi a coloro che di quelle realtà sono i protagonisti e subiscono prima di tutti i contraccolpi della situazione attuale.

Se nel miraggio del liberismo sfrenato risolutore dei problemi dell'umanità che, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, ha contagiato quasi tutti, mettendo al primo posto nella scala dei valori il mercato, l'impresa, la capacità di far soldi, i lavoratori e le lavoratrici sembravano essere scomparsi dalla scena, oggi quei lavoratori e quelle lavoratrici riappaiono, come persone a rischio, come cassintegrati/e, come disoccuppati/e, come vittime designate della crisi in atto (vi sono 2 milioni di disoccupati e l'8,2% degli italiani è in cerca di lavoro – dati ISTAT). Ma per “bucare lo schermo”, per fare notizia, hanno bisogno di stare per giorni al freddo sui tetti o sulle gru delle fabbriche in procinto di essere dismesse. Ed anche questo, in un clima di spettacolarizzazione crescente della vita politica e sociale, non appare più sufficiente a destare attenzione, a colpire il senso comune, a smuovere l'opinione pubblica.

Ricorso al precariato ed al lavoro nero, delocalizzazione delle produzioni (in parti del mondo dove il lavoro viene pagato ancor meno), cancellazione dei diritti conquistati attraverso decenni di lotte sono gli assi intorno a cui ruota il mondo imprenditoriale (che pretenderebbe di uscire dalla crisi su queste basi).

A completare il quadro, va sottolineato che il welfare italiano lascia un milione e seicentomila lavoratori privi di ammortizzatori sociali (lo denuncia il Governatore della Banca d'Italia Draghi).

Anche la Toscana, come attestano i dati presentati recentemente dall'IRPET (l'istituto che studia l'economia della Regione), è investita in pieno dalla crisi.

L'Osservatorio regionale sul Mercato del Lavoro denuncia la perdita di 90000 posti di lavoro nel corso dell'anno ed un calo delle assunzioni del 15% nei primi 9 mesi del 2009 (rispetto allo stesso periodo del 2008).

Sempre più numerose sono le fabbriche minacciate di chiusura (per cessazione dell'attività o, con maggiore frequenza, per trasferimento in altri Paesi della produzione).

Ne citiamo una sola, a titolo esemplificativo, perchè in stato di mobilitazione ormai da molte settimane e perché sul territorio fiorentino: la SEVES.

Si tratta di una fabbrica di materiali in vetro che corre il serio pericolo di essere chiusa, con il conseguente stato di disoccupazione per le circa 200 persone che vi lavorano. La mobilitazione va avanti con scioperi, manifestazioni, presidi, e, tramite anche l'intervento della Regione, si è avviata una trattativa tra le rappresentanze sindacali e la Direzione aziendale, trattativa che non ha prodotto per ora risultati concreti, tanto è vero che nell'ultimo incontro, mercoledì scorso, non si è fatto menzione, da parte dell'Azienda, della ripresa della produzione.

Ai lavoratori, scesi nuovamente in sciopero, va il sostegno di un Comitato costituitosi nel frattempo e composto da diversi soggetti, associativi e politici. Se la difesa dei posti di lavoro, luogo per luogo, risulta indispensabile e va sostenuta con forza (com'è avvenuto in altre stagioni, proprio qui a Firenze, quando tutta la popolazione si è mobilitata per la Pignone, per la Galileo, per la Manetti e Robert's ...), occorrono anche risposte di carattere generale, che rilancino l'economia, su basi veramente nuove, con al centro la tutela dell'ambiente, dei diritti, dei beni comuni, nonché l'innovazione tecnologica e la qualità dei prodotti.

Cogliendo anche dalla crisi la spinta per ripartire nella costruzione di un “nuovo mondo possibile”.




Le morti bianche

 

E’ Natale. In questi giorni tutti dimostriamo un’attenzione particolare alla sofferenza altrui; ma è così realmente? Io ci credevo, credevo che tutti fossero un po’ come me, buoni, tolleranti, sensibili, capaci di calarsi nei panni altrui. La mia ingenuità è stata squarciata in un aula di tribunale assistendo all’udienza preliminare per la morte di mio marito Luca Rossi avvenuta nel dicembre del 2006, alla Lucchini di Piombino. Un ennesimo rinvio in nome del DIO SOLDO. Sentimenti e dignità calpestati.

Quanto fa male combattere giornalmente per far sì che Luca non sia solo un numero. Per ora, nella nostra zona, sono l’ultima vedova, ma purtroppo non sono l’unica né resterò per molto l’ultima.

Ancor più in questi giorni di festa mi pesa il vuoto che Luca ha lasciato, ma di Luca ce ne sono tanti che come lui escono di casa per andare a lavoro e non tornano più. Non è giusto, non è logico, non è umano. Quindi chiedo, dal profondo del mio cuore, di rivolgere un pensiero a tutti coloro che vivono questa situazione e in più di avere un attenzione particolare sul proprio posto di lavoro. Vi prego di non piegarvi a fronte di un ricatto lavorativo. Chiunque timbra il cartellino per cercare di sbarcare il lunario; ricordiamocelo. Non rischiamo la nostra vita; per le aziende siamo solo numeri non persone ma per la nostra famiglia, i nostri cari, gli amici non è così.

 

Elena Pasquini Rossi dell’Associazione nazionale “Ruggieri Toffolutti”

 

Piombino 24 dicembre 2009

*****

 

 

Il lavoro in carcere: un diritto negato

 

Il lavoro, insieme alla scuola, è una delle poche tra le cosiddette “attività trattamentali”, quelle attività che dovrebbero cioè sostanziare il carattere rieducativo della pena, così come previsto dallart.27 della Costituzione. All’interno dell’Istituto di Sollicciano che ospita circa 1000 detenuti alcuni lavori che riguardano il mantenimento della struttura sono svolti dai detenuti stessi. “Scopini”, “spesini”, “scrivani”, secondo il gergo carcerario che già nell’uso del diminutivo tende a trasmettere un’idea di minorità implicita nella condizione di detenuto/a, lavorano rispettivamente per le pulizie degli ambienti, la raccolta degli ordini alimentari “extra-vitto”, la distribuzione e compilazione dei moduli (“domandine”) riguardanti le richieste di incontri con gli educatori, permessi ecc. Alcuni svolgono inoltre lavori edili. Solo circa 150 detenuti, per lo più sottopagati (300-400 euro mensili), possono usufruire di questo tipo di lavoro interno. All’esterno le ditte private, che potrebbero usufruire di vantaggi fiscali in caso di assunzione di detenuti in situazione di fine pena o ex detenuti, assai raramente ne fanno richiesta per il consolidato pregiudizio. Le cooperative sociali che assumono anche detenuti sono inoltre in difficoltà per la riduzione degli appalti. L’attività legata alla ricerca del lavoro esterno, che dovrebbe riguardare gli educatori, è spesso ridotta al minimo data l’esiguità del numero di queste figure (5-6) che non riescono a smaltire la mole di burocrazia. Ultimamente alcuni detenuti hanno richiesto agli enti locali un sostegno per formare loro stessi una cooperativa sociale in grado di rispondere, almeno in parte, ai problemi legati al lavoro. La mancanza di questo infatti è tra le prime motivazioni del fallimento della prospettiva rieducativi con la conseguente estrema difficoltà, per chi ha pagato il proprio debito con la giustizia, ad integrarsi pienamente nella vita civile.




emergenza disuguaglianza

 

Da un intervento fatto sabato 5 dicembre 2009 all'assemblea della Federazione delle chiese evangeliche,

da Mercedes Frias

 

emergenza immigrazione?

 

Declinerei l’emergenza relativa alla presenza rilevante di stranieri in Italia su due versanti:

Nel 1970, un cittadino africano aveva un reddito medio equivalente ad 1/8 di un europeo e a 1/12 di un cittadino USA. Si calcolava allora che per i paesi africani raggiungere i livelli di consumo dell’Europa e degli USA occorrevano dai 70 anni ai 100 anni. Oggi, il reddito medio di un cittadino africano equivale ad un 1/15 di europeo e a 1/20 di un abitante degli USA, e si calcola in oltre 300 anni il numero di anni necessari all’Africa per raggiungere i paesi arricchiti d’Europa e Usa. In 40 anni la breccia fra paesi arricchiti e paesi impoveriti si è enormemente dilatata, si è di fatto più che quadruplicata, resa incolmabile la distanza fra questi due mondi.

Parlerei dunque di emergenza disuguaglianza. le conseguenze di un tale livello di squilibrio sono in primis lo spostamento di esseri umani alla ricerca della sopravvivenza, le migrazioni verso i luoghi dove anche la loro ricchezza si consuma.

Queste presenze, dei migranti coatti, ha fatto emergere in tutta la sua crudezza un mostro sopito da decenni, che considero il secondo versante dell’emergenza: emergenza razzismo.

Forse abbiamo ancora la capacità di indignarci al sentire tante ingiustizie. Ma come gestiamo la nostra giusta indignazione? Forse ci accontentiamo del nostro antirrazzismo facile alla “io non sono razzista ma…”, magari ci autoassolviamo perché non daremo mai il nostro appoggio alle varie operazioni “white christmas”, ordinanza lavavetri, ed altro.

Credo siamo chiamati a qualcosa di più. Ad assumerci la nostra parte di responsabilità collettiva e individuale nell’iniqua ripartizione della torta. Che certamente non abbiamo determinato noi singoli. Forse possiamo diventare soggetti attivi di quello che John Stott chiama “controcultura cristiana” .

Forse possiamo alzare la nostra voce e dire come i profeti, come Amos redarguiva i potenti, come Michea: “guai a quelli che meditano l’iniquità e macchinano il male sui loro letti, per metterlo ad effetto allo spuntar del giorno, quando ne hanno il potere in mano” e ai governanti “non spetta a voi saper ciò che è giusto?... scorticate il mio popolo e gli strappate la carne di sulle ossa.”

L’esempio che ci viene del Signore è quello di un Cristo che abbatte barriere, ricordiamo il suo incontro con una “donna, samaritana, di facili costumi.”

E per quanto la sagacità sia un attributo negativo, fare nostro il rimprovero ed essere un po’ più svegli, coraggiosi e impegnarci nella costruzione di un mondo più giusto. Un mondo nel quale nessuno possa essere considerato clandestino perché, come dice Erri de Luca: “chiamare qualcuno clandestino è prendersi troppa confidenza con la vita”.




Un segno di speranza per tutti

 

L'Electrolux diventa Italia Solare, 370 operai riassunti

 

Una vertenza del lavoro che approda a lieto fine dopo lunghi travagli, la paura della perdita del lavoro, le manifestazioni di piazza, infine la riconversione.

A Scandicci sulle ceneri dell´ex-Electrolux nasce un´impresa proiettata nel futuro: Italia Solare Industrie, fabbrica di pannelli fotovoltaici, riassume tutti i 370 lavoratori.

Dalla produzione di frigoriferi a quella di pannelli fotovoltaici. Dal prodotto maturo alla nuova frontiera delle energie rinnovabili. Un bel salto, eppure senza lasciare per strada gli operai della vecchia Electrolux. Tutti riassunti, quelli rimasti, dalla nuova proprietà: 270 già in forze, gli altri 100 entro il 31 marzo. Electrolux ha ceduto ufficialmente lo stabilimento, che è già attivo da luglio, a Italia Solare Industrie e quest´ultima ha mandato le lettere di assunzione a tutti gli ex dipendenti della multinazionale svedese.

Dopo lunghi giorni drammatici, una lotta senza quartiere degli operai sotto la parola d´ordine «vogliamo lavorare», la mobilitazione dei sindacati e delle istituzioni locali, il passaggio da Electrolux a Italia Solare Industrie diventa un esempio di riconversione. Un esempio come in piena crisi se ne trovano pochi, in cui tutti fanno la loro parte e perfino la multinazionale svedese, incalzata da operai, sindacati, enti locali, trova un nuovo imprenditore cui cede tutto pur di non lasciare a casa i suoi ex dipendenti.

«Abbiamo inaugurato la prima linea da 25 megawatt, arriveremo a 4 linee per 100 megawatt - dice l´ad Massimo Fojanesi - Vogliamo fare qui non solo pannelli che avranno scritto sopra made in Scandicci ma anche un centro di ricerca e sviluppo. Lavoriamo già con il Sant´Anna di Pisa, abbiamo contatti con l´università di Firenze». Non si escludono assunzioni di cervelli. «Le energie alternative possono essere lo sbocco occupazionale del futuro - dice Fojanesi - Purchè anche il governo sostenga la produzione italiana».

 

Gli operai che hanno studiato ecologia e ambiente nei corsi di formazione aziendale curati dalla società Openup Consulting sono pronti alla nuova sfida. «Si apre una nuova prospettiva per il futuro», dice Franco Nigi della Fiom Cgil. E l´assessore al lavoro toscano Simoncini è convinto che si sia dimostrato «come riuscire in una brillante operazione di riconversione partendo da una pesante crisi industriale».

 

(dall’articolo di Ilaria Ciuti su la Repubblica 19 dicembre 2009)




 

                Preghiera della eucaristia

 

Celebriamo l’eucaristia

condividendo con gioia

i frutti del lavoro umano:

il pane e il vino,

nella memoria di Gesù

e nella memoria dell’immenso sforzo di liberazione

compiuto nei secoli da donne e uomini

che hanno lottato per dare significato positivo

alla loro vita di lavoro

e alla lotta contro l’alienazione e l’oppressione.

La vita comunitaria,

il nostro unire le esperienze quotidiane,

i passi, i pensieri, le emozioni, le angosce,

è un cammino di liberazione

dal dominio del sacro

e da una visione negativa

della storia umana.

In tale cammino di liberazione

inseriamo la memoria di Gesù.

Il quale la sera prima di essere ucciso

mentre sedeva a tavola con apostoli e apostole

prese del pane lo spezzò e lo diede loro dicendo:

prendete e mangiate, questo è il mio corpo.

Poi prese un bicchiere di vino lo benedì

e lo diede loro dicendo:

questo è il mio sangue sparso per voi:

fate questo in memoria di me.

Che per lo Spirito di Gesù

questa eucaristia non sia un sacrificio

ma un annuncio evangelico

di riconciliazione

fra il corpo, il sangue, il lavoro,

la vita spesa per la giustizia,

la storia della liberazione,

il mistero che ci avvolge.




 

canti

 

 









Uguaglianza

 

Ti ho visto lì per terra al sole del cantiere

le braccia e gambe rotte dal dolore

dicevan ch'eri matto

ma debbo ringraziare la tua pazzia.

Ti ho visto un sol momento

poi ti ha coperto il viso

la giacca del padrone che ti ha ucciso

ti hanno nascosto subito

eri per loro ormai da buttar via.

 

Ci dicon siete uguali ma io vorrei sapere

uguali davanti a chi uguali perché e per chi.

 

E' comodo per voi dire che siamo uguali

davanti a una giustizia partigiana

cos’è questa giustizia

se non la vostra guardia quotidiana.

 

Ci dicon siete uguali ma io vorrei sapere uguali davanti a chi uguali perché e per chi.

 

E' comodo per voi che avete in mano tutto

dire che siamo uguali davanti a Dio

è un Dio ch'è tutto vostro

è un Dio che non accetto e non conosco.

 

Ci dicon siete uguali ma io vorrei sapere uguali davanti a chi uguali perché e per chi.


Quante le strade

 

Quante le strade che un uomo farà

e quando fermarsi potrà?

 

Quanti mari dovrà traversar

un gabbiano per poi riposar...

 

Quando la gente del mondo riavrà

per sempre la sua libertà?

 

 

RISPOSTA NON C'E'

O FORSE CHI SA

PERDUTA NEL VENTO SARA'

 

 

Quando dal mare un'onda verrà

e i monti lavare potrà?

 

Quando per l'uomo che deve lottar

il duro cammin finirà?

 

Quante persone dovranno morir?

Perchè sono in troppi a morir!

 

 

RISPOSTA NON C'E'

O FORSE CHI SA

PERDUTA NEL VENTO SARA'





 









Canto dei tessitori

 

Per cantar "Veni Creator"

voi portate manti d'or

Per cantar "Veni Creator"

voi portate manti d'or

 

 

Noi li tessiam pei grandi della chiesa

e noi pover non abbiamo la camicia.

Tessitor noi siam

e camicia non abbiam

 

 

Per restare al potere

vesti in seta occorre aver

Per restare al poter

vesti in seta occorre aver

 

 

Noi le tessiam pei grandi della terra

E nudi noi finiamo sotto terra.

Tessitor noi siam

e camicia non abbiam

 

 

Il nostro regno arriverà

quando il vostro finirà.

Il nostro regno arriverà

quando il vostro finirà.

 

 

La morte al vecchio mondo noi tessiamo

e crescer la rivolta noi sentiamo.

Tessitor noi siam

mai più nudi noi andrem

Tessitor noi siam

mai più nudi noi andrem

 


Hey ma è vero che

 

La la la la.....

 

Hey ma è vero che

tutti gli altri sono uguali a me?

E no non è proprio così

 

Hey ma è vero che

Chi è più bianco è più forte di me

Eh sì sarà sempre così

 

Hey ma è vero che

chi è più forte ha più ragione di me

Eh sì sarà sempre così

 

Ma è vero Che il colore è solo luce

E la luce è la speranza E che siamo noi

 

Hey ma tu dici che

Cristo ha l'anima uguale a me

Eh sì nera come te Cristo ha l'anima

di un arlecchino tutti i colori dell'arcobaleno

Eh sì forse e proprio così

 

Hey ma un giorno verrà

Che Caino non ammazzerà

Eh no suo fratello mai più

Sem Cam Yafet non avran colore

Saran figli di un professore

 

Eh si può esser proprio così

Sarà vero Che il colore è solo luce

E la luce è la speranza

E che siamo noi la speranza

 

Camminando noi Verso il sole

Dentro il sole che salirà


 




 









Imagine

 

Imagine there's no heaven

It's easy if you try

No hell below us

Above us only sky

Imagine all the people

Living for today...

 

Imagine there's no countries

It isn't hard to do

Nothing to kill or die for

And no religion too

Imagine all the people

Living life in peace...

 

You may say I'm a dreamer

But I'm not the only one

I hope someday you'll join us

And the world will be as one

 

Imagine no possessions

I wonder if you can

No need for greed or hunger

A brotherhood of man

Imagine all the people

Sharing all the world...

 

You may say I'm a dreamer

But I'm not the only one

I hope someday you'll join us

And the world will live as one


Immagina

 

Immagina non ci sia il Paradiso

prova, è facile

Nessun inferno sotto i piedi

Sopra di noi solo il Cielo

Immagina che la gente

viva al presente...

 

Immagina non ci siano paesi

non è difficile

Niente per cui uccidere e morire

e nessuna religione

Immagina che tutti

vivano la loro vita in pace...

 

Puoi dire che sono un sognatore

ma non sono il solo

Spero che ti unirai anche tu un giorno e che il mondo diventi uno

 

Immagina un mondo senza possessi

mi chiedo se ci riesci

senza necessità di avidità o fame

La fratellanza tra gli uomini

Immagina tutta le gente

condividere il mondo intero...

 

Puoi dire che sono un sognatore

ma non sono il solo

Spero che ti unirai anche tu un giorno e che il mondo diventi uno


 




 









L’uomo che sa

 

La mia vita ce l'ha chi ha il potere per sé

chi le armi prepara e chi educa me

chi mi insegna a lottare per la mia libertà

e alla gente si spaccia per l'uomo che sa

 

tu sei giovane ha detto e se crescere vuoi

abbandona i tuoi giochi e vieni con noi

sulla nuova frontiera c'è un nemico mortal

che i tuoi sacri valori potrebbe annientar

 

mi da in mano un fucile

ma non viene con me

io mi trovo tra i morti e mi chiedo perché

son giovani i morti che la guerra stroncò

son nel fango sepolti e tacere non so

son sepolti nel sangue ed all'uomo che sa

io domando a che serve

tanta gente ammazzar

lui risponde paterno: ubbidisci non sai

tu sei giovane uccidi così capirai

 

mentre urlan le bombe io più forte urlerò

non so niente di niente ma una cosa la so

son sicuro che Cristo perdonar non potrà

i tuoi sporchi profitti sull'umanità

 

e una cosa ti dico; col denaro che hai

il perdono da Dio comperar non potrai

non potrai ripagare tutto il sangue che tu

ci hai costretti a versare nel sangue quaggiù

 

quando tu sarai morto a guardarti verrò

seguirò la tua bara e ti maledirò

resterò ad aspettare finché sceso sarà

un gran mucchio di terra sull'uomo che sa.

 


Eppure il vento soffia ancora

 

E l'acqua si riempie di schiuma, il cielo di fumi

la chimica lebbra distrugge la vita nei fiumi

uccelli che volano a stento, ammalati di morte

il freddo interesse alla vita ha sbarrato le porte.

Un'isola intera ha trovato nel mare una tomba

il falso progresso ha voluto trovare una bomba,

poi la pioggia che toglie la sete

alla terra che è viva

ed invece le porta la morte, perché è radiattiva

 

EPPURE IL VENTO SOFFIA ANCORA

SPRUZZA L'ACQUA

ALLE NAVI SULLA PRORA,

E SUSSURRA CANZONI FRA LE-FOGLIE,

BACIA I FIORI

LI BACIA E NON LI COGLIE.

 

Un giorno il denaro ha scoperto

la guerra mondiale,

ha dato il suo putrido segno all'istinto bestiale,

ha ucciso, bruciato, distrutto in un triste rosario:

tutta la terra è avvolta in un nero sudario.

E presto la chiave nascosta di nuovi segreti

così copriranno di fango perfino i pianeti,

vorranno inquinare le stelle, la guerra fra i soli;

i crimini contro la vita li chiamano errori.

 

EPPURE IL VENTO SOFFIA ANCORA

SPRUZZA L' ACQUA

ALLE NAVI SULLA PRORA

SUSSURRA CANZONI FRA LE FOGLIE,

BACIA I FIORI,

LI BACIA E NON LI COGLIE.

Eppure sfiora le campagne,

Accarezza sui fianchi le montagne,

Scompiglia le donne fra i capelli,

Corre a gara in volo con gli uccelli.

EPPURE IL VENTO SOFFIA ANCORA!


 

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