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giovedì 23 maggio 2013

Pensieri e opere di libertà

Domenica 26 maggio 2013 ore 10:30 nel corso dell’Assemblea comunitaria
si concluderà il percorso che il Gruppo dei ragazzi, genitori e non solo
ha affrontato quest'anno sul tema della libertà.
 
Vorremmo fosse una festa nella quale ci scambieremo a vicenda, pensieri, storie
poesie, canzoni, ed emozioni nostre e di altre persone note e moeno note
sul significato di libertà.
 
Vi chiediamo quindi di portare anche voi dei testi sulla libertà (storie, poesie...
pensieri, esperienze) in modo che possano essere letti e/o fatti
dei rotolini da mettere in un cesto e poi scambiati come un dono...
 
Al termine della Assemblea il gruppo dei genitori, ragazzi si fermerà alle baracche 
per mangiare insieme....chiunque della Comunità si  voglia fermare a mangiare
insieme ci farà piacere .
Ci organizziamo così: ognuno porta quello che vuole e che può ...in libertà.    
 
Vi aspettiamo...
Il Gruppo ragazzi e genitori e non solo

lunedì 18 marzo 2013

la salute bene collettivo

 Raffaele Faillace su "Il sistema sanitario e le sue prospettive"


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 17 marzo 2013
Percorsi di memoria: la salute bene collettivo
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con il contributo di Raffaele Faillace


1. Letture e riflessioni dal Vangelo di Marco
(spunti liberamente tratti dal testo “Guarì molti che erano affetti da molte varie malattie” di A. Maggi)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea,
in compagnia di Giacomo e Giovanni.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.
Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli.

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati [persone che stavano male] e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta.
Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; …

Proviamo a comprendere il brano inserendolo nel suo contesto:
·        si parla di una donna ammalata; i malati erano considerati impuri, non potevano essere né avvicinati, né toccati, né curati, tanto meno da un rabbino; le donne, considerate impure di per sé, quando erano  malate, erano considerate doppiamente impure e a maggior ragione nessuno le avvicinava e se ne preoccupava; (la visione maschilista de tempo è evidente in un dettaglio: nel brano si citano i nomi di tutti i protagonisti della vicenda ma non della donna!)
·        è giorno di sabato e di sabato sono proibite molte azioni e tra queste anche far visita o curare gli ammalati;
·        ci sono due coppie di fratelli, una più osservante formata da Giacomo e Giovanni che è appena uscita dalla sinagoga insieme a Gesù, e una meno osservante formata da Simone e Andrea (i loro nomi sono di origine greca) che è restata a casa e che è preoccupata per la salute della donna (infatti  non appena Gesù esce dalla sinagoga “subito…gli parlarono di lei”…).
·        Gesù infrange la Legge, va a caso loro, si avvicina alla donna, la fa alzare, addirittura la tocca prendendola per la mano e…”la febbre la lasciò”.  Gesù tra l’osservanza della regole della Legge e il bene delle persone  sceglie il bene delle persone.

Sulla base di queste elementi possiamo già fare alcune considerazioni:
·        nel brano siamo di fronte a una “buona novella”: è tempo di costruire un mondo in cui non si divida l’umanità tra puri e impuri, tra emarginati e non; le persone nella loro umanità e nei loro bisogni sono più importanti di qualsiasi regola o dettame della religione.
·        sono le persone meno osservanti – Simone e Andrea - che prima di altri colgono, comprendono, il senso di questa buona notizia; e cominciano a costruire questo nuovo modo di vivere;
·        in merito alla guarigione della donna osserviamo che a noi non interessa la figura di Gesù come mago-taumaturgo, ma ci interessa sottolineare che l’attenzione, la considerazione, la sollecitudine, il contatto fisico ed emotivo, allora come oggi, sono una grande potente medicina: “la febbre la lasciò!”.
·        molte persone (malate e non solo) hanno paura della Legge e infatti per avvicinare Gesù aspettano la sera, quando il sabato, giorno di tutte le proibizioni, è concluso; il peso di questa paura è più grande del desiderio di guarigione…
·        la parola tradotta con “malati” non indica tanto gli infermi per malattia, ma persone che stavano male, e questo “star male” indica proprio lo stato in cui si sta quando si vive nella paura, nell’oppressione, nella mancanza di giustizia sociale. In questo stato di oppressione e di malessere viveva una moltitudine di persone (“Tutta la città era riunita”).
·        possiamo dunque pensare che l’azione di cura indicata nel Vangelo - “Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” - non è tanto di ordine medico-sanitaria, ma è un percorso di liberazione dalla paura, un percorso di trasformazione di quella mentalità chiusa che impedisce la salute, il benessere, le relazioni positive con  gli altri.

2. Alcuni riferimenti della normativa in materia di salute
[informazioni tratte da www.wikipedia.it o dal working paper di Klaus Fusser e Giorgia Oss su : ” sanità pubblica e privata – profili italiani ed europei”.]

La Costituzione della Repubblica Italiana
  • articolo 32: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un  determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
  • articolo 117: “lo Stato ha la responsabilità di assicurare a tutti i cittadini il diritto alla salute attraverso la definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza”.
Il comma 3 dello stesso articolo afferma che la tutela della salute è materia di legislazione concorrente fra Stato e Regioni, ovvero le Regioni devono garantire in concreto il raggiungimento degli obiettivi di salute dei cittadini tramite una disciplina di dettaglio.

Una breve storia:  dall’art. 32 della Costituzione alla legge 833 del 1978
Nei decenni successivi all’instaurazione del nostro Stato unitario e sino alla fine della seconda guerra mondiale la tutela della salute fu intesa prevalentemente come tutela della salute collettiva con particolare attenzione ai profili igienico sanitari.
La tutela della salute del singolo cittadino, cioè, la cura del suo stato di malattia, non aveva riconoscimento di bene pubblico. Le funzioni pubbliche per la tutela della salute collettiva erano attribuite al Ministero dell'Interno e all'apparato periferico dell'amministrazione costituito dai prefetti, dai sottoprefetti e dai Sindaci.
Si produsse così una sorta di dualismo fra le autorità fornite del potere di decisione, ma estranee in sé alle problematiche sanitarie (Ministero dell'interno, prefetti, Sindaco come ufficiale di governo), e i funzionari tecnici esperti nei temi della sanità pubblica, ma privi, in pratica, di effettive possibilità decisionali.
Soltanto con l’istituzione dell'Alto Commissariato all'Igiene e Sanità (D.L. 12 luglio 1945, n. 417) si avviò un primo serio tentativo di superamento di tale dualismo, in quanto vennero affidate ad una specifica struttura amministrativa le competenze in materia sanitaria, senza tuttavia riordinare le competenze dell'amministrazione periferica, cosicché prefetto e Sindaco risultavano confermati  quali autorità sanitarie, con conseguenti frequenti conflitti di competenza tra la nuova figura dell'Alto commissariato e le autorità sanitarie periferiche.
L’entrata in vigore della Costituzione e del suo art. 32 (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti") modificò completamente i termini della questione riconoscendo la salute come oggetto di tutela da parte della Repubblica  mentre i precedenti più significativi si erano limitati alla previsione dell’obbligo statale di organizzare un unitario sistema assicurativo per tutelare la salute del lavoratore, e ad una generica affermazione del diritto o alla salute come mero problema di ordine pubblico.
Sotto il profilo degli strumenti, si poneva il problema di unificare sia le istituzioni preposte al governo del servizio pubblico salute, sia il sistema delle prestazioni sanitarie, all’interno dell’ormai accettato principio dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie e superando la stratificazione dell’organizzazione mutualistica, culturalmente e politicamente legata a una nozione di salute non più rispondente ai canoni costituzionali. Dal canto loro, lo sviluppo delle scienze mediche e la connessa evoluzione della nozione stessa di salute (intesa non più soltanto come assenza di malattia, ma come complessivo stato di benessere psicofisico) comportavano ugualmente la necessità di un adeguamento degli strumenti istituzionali e organizzativi, oltre che del coinvolgimento di ciascun cittadino nell’elaborazione di adeguati stili di vita idonei a prevenire le patologie e della responsabilizzazione di singoli e gruppi in ordine al funzionamento del servizio salute.
La competenza regionale sull’assistenza sanitaria e ospedaliera, prevista dall’originario art. 117 e interpretata come insieme delle attività volte a tutelare il diritto alla salute, veniva a completare il disegno costituzionale e a costituire una preziosa indicazione organizzativa, individuando nell’articolazione decentrata dei servizi sanitari lo strumento per rispondere in modo più efficace ai bisogni di salute. L’espressione “sanità pubblica” si riferisce allora, tanto nel linguaggio giuridico quanto in quello politico e in quello comune, sia al complesso delle prestazioni o degli interventi pubblici preordinati al soddisfacimento di esigenze sanitarie, sia agli apparati amministrativi e alle procedure necessarie per erogare quelle prestazioni e attuare tali interventi. Il compito del livello centrale in sanità sta anzitutto nel porre i principi fondamentali del sistema attraverso la legislazione cornice, orientata dall’obiettivo fondamentale della tutela della salute. All’interno dell’apparato centrale, alle istituzioni preposte alla tutela della salute, spetta il necessario compito di coordinamento tra i diversi livelli di governo, compito che si caratterizza per una forte componente tecnica e tecnico-scientifica.
A livello di legislazione ordinaria, si è assistito alla faticosa ricerca, poi sfociata nella legge 23 dicembre 1978, n. 833, di un modello di sistema sanitario che superasse sia la frammentazione del sistema mutualistico, sia quella dell’apparato organizzativo centrale e periferico. Le modifiche legislative successive alla legge n. 833, per quanto importanti, non hanno inciso sul nucleo essenziale del sistema e dei suoi principi di fondo, così sintetizzabili: responsabilità pubblica della tutela della salute; universalità ed equità di accesso ai servizi sanitari; globalità di copertura in base alle necessità assistenziali di ciascuno, secondo quanto previsto dai livelli essenziali di assistenza; finanziamento pubblico attraverso la fiscalità generale; “portabilità” dei diritti in tutto il territorio nazionale e reciprocità di assistenza con le altre regioni.
Non si deve però pensare che il percorso sopra sintetizzato sia stato lineare e univoco, troppo diverse essendo le opzioni sottese alle varie proposte di politica sanitaria. Si sono infatti delineati, nel tempo, due distinti approcci in tema di Servizio sanitario nazionale.
Il primo approccio si fonda sulla valorizzazione del principio costituzionale di solidarietà sociale (art. 2 Cost.), al quale collega il principio di sussidiarietà, consistente nell'esigenza di far corrispondere il livello della risposta sociale, politica e amministrativa con il livello dell'interesse e/o del bisogno cui fare fronte. La base di questa impostazione è quella per cui alcuni diritti, in particolare quello alla salute, caratterizzano così fortemente la condizione di cittadinanza da rendere inaccettabile, culturalmente e politicamente, un diverso godimento dei livelli essenziali dei medesimi originato da diverse scelte dei governi locali.  Ne consegue che la regionalizzazione propugnata non confligge con l’organizzazione del Servizio sanitario nazionale, purché questo sia inteso anzitutto come il “complesso delle funzioni e delle attività assistenziali dei Servizi sanitari regionali”. Collante del sistema sono anzitutto i  livelli essenziali di assistenza, la cui individuazione a livello nazionale costituisce la premessa per l’autonomia organizzativa dei modelli regionali, entro la cornice dei principi del Servizio sanitario nazionale.
Il secondo approccio mette l’accento sul singolo individuo e sulla tendenza all’individualizzazione della risposta al bisogno, reputata più facilmente soddisfabile in un contesto di concorrenza non regolata, al fine di valorizzare la libera scelta del cittadino. Questa posizione mette in luce più il profilo difensivo che non quello promozionale, riconducendo la nozione stessa all’interno dell’iniziativa privata e delle cosiddette leggi del mercato. In questa prospettiva, l’autonomia totale postulata alle Regioni per quanto concerne l’organizzazione sanitaria viene a svolgere una funzione per così dire di alleggerimento dell’organizzazione della sanità pubblica, apparendo strumento adatto a rompere l’equazione tra diritto alla salute e organizzazione del Servizio sanitario nazionale su base pubblica, in vista di una sua riorganizzazione su basi diverse, considerate più moderne e adeguate alla tendenza individualizzante e soggettivizzante del vivere contemporaneo.

1958 - Il Ministero della Salute: è istituito per la prima volta il Ministero della Salute (prima di salute si occupava il Ministero degli Interni).

Il Sistema delle “casse mutue”: prima del 1978 l’assistenza sanitaria in Italia era basata sugli enti mutualistici o casse mutue (il più noto era l'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro le Malattie - INAM). Ogni categoria di lavoratori doveva essere obbligatoriamente iscritta allo stesso ente mutualistico; ogni ente forniva ai propri iscritti cure mediche ed ospedaliere, ed era finanziato con i contributi versati dagli stessi lavoratori e dai loro datori di lavoro.
Il diritto alla tutela della salute era quindi correlato non all'essere cittadino ma all'essere lavoratore (o suo familiare) con conseguenti casi di mancata copertura; vi erano, inoltre, sperequazioni tra gli stessi assistiti, vista la disomogeneità delle prestazioni assicurate dalle varie casse mutue.

1968 – Legge n.132/1968: nel 1968, con la cd legge Mariotti gli ospedali che fino ad allora erano gestiti da enti di assistenza e beneficenza diventano enti pubblici (enti ospedalieri); la legge ne disciplina l'organizzazione, la classificazione in categorie, le funzioni nell'ambito della programmazione nazionale e regionale ed il finanziamento.

Legge n.833/1978 - Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN): nel 1978 viene istituito il SSN, un sistema pubblico di carattere universalistico e solidaristico che intende garantire l’assistenza sanitaria gratuita a tutti i cittadini senza distinzione di genere, residenza, età, reddito, lavoro.  

In base al principio di sussidiarietà, il SSN è articolato secondo diversi livelli di responsabilità e di governo:
  • livello centrale: lo Stato ha la responsabilità di assicurare a tutti i cittadini il diritto alla salute mediante un forte sistema di garanzie e attraverso i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA);
  • livello regionale: le Regioni hanno la responsabilità diretta della realizzazione del governo e della spesa per il raggiungimento degli obiettivi di salute del Paese. Le Regioni hanno competenza esclusiva sulla regolamentazione ed organizzazione di servizi e di attività destinate alla tutela della salute e dei criteri di finanziamento delle ASL e della Aziende ospedaliere.

Il SSN non è dunque formato da una sola Amm.ne ma comprende enti ed organi nazionali e regionali:
  • il Ministero della Salute, che coordina il piano sanitario nazionale;
  • una serie di enti e organi a livello nazionale (tra cui, per es. il Consiglio superiore di sanità (CSS), l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), l'Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza del Lavoro (ISPESL), etc..);
  • i servizi sanitari regionali. Questi, a loro volta, comprendono:
    • le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano;
    • le aziende sanitarie locali (ASL) e le aziende ospedaliere (AO), attraverso le quali le regioni e le province autonome assicurano l'assistenza sanitaria.

Decreto n.502/1992 - Con il Decreto 502/1992 si mantiene la natura pubblica del servizio reso ai cittadini ma si introduce la possibilità che questo servizio sia erogato da strutture private accreditate che abbiano stipulato un contratto con la regione e le ASL (sistema dell’accreditamento). La differenza nella regolamentazione regionale e nella relativa arbitrarietà dei criteri di accreditamento ha fatto nascere una serie di problemi sia nella qualità dei servizi offerti che nelle spese sostenute per i servizi stessi.

29.11.2001 – nel 2001 vengono definiti i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ossia l'insieme di tutte le prestazioni e i servizi che i cittadini hanno diritto ad ottenere dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN), garantite in condizioni di uniformità a tutti e su tutto il territorio. Sono quelle prestazioni che lo Stato ritiene così importanti da non poter essere negate mai a nessuno. Il sistema dei Livelli Essenziali di Assistenza prevede:
  1. assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e lavoro ( già prevenzione)[1],
  2. assistenza distrettuale[2],
  3. assistenza ospedaliera (pronto soccorso, ospedali, day hospital, etc..).

Le risorse economiche del SSN: il SSN è finanziato dallo Stato stesso attraverso la fiscalità generale e le entrate dirette percepite dalle ASL attraverso ticket sanitari e prestazioni a pagamento.
Circa il 95% del costo del SSN è sostenuto quindi tramite le tasse; dopo l’entrata in vigore del Decreto 56 del 2000 sul federalismo fiscale, altre forme di finanziamento della sanità sono provenute da risorse regionali di vario tipo (IRAP, IVA, accise sulla benzina, ticket, …).

La dotazione per il 2012 per il Servizio Sanitario Nazionale ammontava a circa 109 miliardi di euro, di cui 106 (destinato ai LEA) da ripartire tra le 20 regioni italiane.. La compartecipazione dei cittadini italiani alla spesa sanitaria nazionale è pari ad un importo di 4 miliardi di euro.

Il 98% delle risorse è dedicato ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), e a loro volta sono così ripartite:
  • 5% alla prevenzione;
  • 50% ai distretti presenti sul territorio;
  • 45% all'assistenza ospedaliera.

Secondo una ricerca dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, risalente al 2000, l'Italia aveva il secondo sistema sanitario migliore del mondo in termini di efficienza di spesa e accesso alle cure pubbliche per i cittadini, dopo la Francia.


3. Percorsi di memoria : la nascita della Humanitas all’isolotto

La nostra storia non è centenaria, ha poco meno di quarant’anni, ma racchiude in se la storia di centinaia di persone che con passione e dedizione hanno dedicato il proprio tempo al servizio degli altri. Centinaia di persone che hanno donato il proprio tempo spinti dalla consapevolezza di poter creare qualcosa di buono e di nuovo. La storia di persone che credono in un mondo giusto, e che la partecipazione sia la strada per la libertà. Ognuna di esse ha dato qualcosa ricevendo in cambio solo la soddisfazione di essere parte di qualcosa: una famiglia.

La nostra storia inizia nel 1972, il quartiere dell’Isolotto aveva poco più di una decina di anni, ed era l’inizio di un decennio che avrebbe segnato la storia d’Italia. Alcuni cittadini, spinti da un forte senso civico e di responsabilità, chiesero alla Pubblica Assistenza Humanitas Scandicci di fornire i mezzi e la struttura per avviare una sezione nel quartiere, così da garantire il servizio di trasporto infermi e primo soccorso sul proprio territorio. Così nacque la sezione V° zona Isolotto, in via Sernesi, già col nome di Humanitas Firenze. Si era creato qualcosa di nuovo e intimamente connesso con  il tessuto dell’Isolotto.

Poco dopo si cercò infatti l’indipendenza, sia dirigenziale che economica e nel 1974, con il primo statuto, nasce la Pubblica Assistenza Humanitas Firenze società di mutuo soccorso. La nuova Associazione, nel 1975 si trasferirà nei locali del nuovo viale Talenti, sede storica e ancora oggi punto di riferimento per chiunque passi in quella zona. Le difficoltà economiche iniziali rischiarono di stroncare sul nascere i buoni propositi dei volontari, ma grazie ad una sottoscrizione popolare ed all’impegno di tutti, si riusì a trovare la somma necessaria a sistemare la sede ed i primi debiti, consentendo all’Associazione di poter iniziare il proprio cammino. Già da questo primo gesto dei cittadini del quartiere si inizia a capire come la storia di entrambi sarà strettamente legata.

L’Humanitas, indipendente e con una casa propria, presta soccorso alla popolazione ma in quegli anni il soccorso d’ambulanza è poco più di un trasporto a tutta velocità. La ricerca continua della qualità del servizio prestato, spingerà presto i volontari dell’Humanitas a ricercare fin da subito, l’aiuto di professionisti. Sono questi anche gli anni del tremendo terremoto in Friuli, teatro di una sconvolgente catastrofe che dette il via ad una gara di solidarietà cui parteciparono anche i volontari dell’Humanitas. Erano i prodromi di una Protezione Civile organizzata che solo qualche anno più tardi vedrà la luce. Erano anni pionieristici, che getteranno le basi della moderna organizzazione per la gestione delle emergenze.

Arrivano gli anni ottanta e l’esperienza porta pubbliche assistenze e misericordie alla creazione di servizi di soccorso avanzati. Sotto il nome di CEMM e SPAMU si iniziano a vedere le prime ambulanze con professionisti a bordo, pagati dalle associazioni per garantire la presenza di un medico durante il soccorso ed il trasporto degli infermi. L’Humanitas mette sulle ambulanze anche medici anestesisti, per inseguire quella qualità che ritenevano adeguata al soccorso. Soddisfare i bisogni e le richieste, un bisogno di crescere dettato dalle esigenze di quanti chiedevano aiuto era e rimane il primo obiettivo dell’Associazione. Nel 1980 si interverrà anche per il terremoto in Irpinia, aggiungendo all’invio di uomini e mezzi anche la raccolta di fondi e materiale vario. Alla fine degli anni ottanta viene inaugurato il servizio di onoranze funebri, sempre per inseguire le esigenze di quanti si rivolgevano all’Humanitas e per fungere da calmiere in un settore che spesso si lasciava andare ad una troppa ricerca di lucro. Iniziano gli anni novanta e l’Humanitas si getta nella realizzazione del proprio Poliambulatorio, affiancando al servizio soccorso anche l’offerta di un servizio medico qualificato, riuscendo anche qui a gettare le basi di quel privato sociale che oggi è l’unica via di mezzo fra il pubblico e il privato puro, per garantire qualità di prestazioni a prezzi sostenibili.

Nel 1992 nasce il 118 in Italia. Superate le prime diffidenze da parte del volontariato che si vede privato di un qualcosa che ha contribuito in larga misura a far nascere, parte la centralizzazione organizzata del servizio di richiesta di soccorso medico. L’Humanitas è fino dall’inizio punto di emergenza territoriale medica, ospitando e lavorando quotidianamente con i nuovi medici del 118 cui garantiva mezzi e personale adeguatamente formato 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno. Spinti dal costante bisogno di crescere e di far meglio nel 1995 viene acquistata una nuova sede, più grande e accogliente, per soddisfare l’esigenza di collocare un maggior numero di volontari e di mezzi e soddisfare un sempre crescente numero di richieste. Non è ancora iniziata la crisi di vocazioni che colpirà tutti i settori del volontariato negli anni successivi, minando tutto il sistema e la risposta risulta sempre adeguata. Nel 1996 nasce il Gruppo Affari Sociali, su richiesta del Quartiere 4, e di alcune famiglie aventi l’esigenza di trovare una struttura che organizzasse attività ricreative nel tempo libero rivolte ai portatori di handicap, al fine di offrire a questi ultimi una possibilità di svago e divertimento al di fuori della famiglia e della scuola (o lavoro). Fiore all’occhiello di quel Settore Sociale, che da sempre ha affiancato le storiche attività di Soccorso Sanitario e Protezione Civile.

La nuova sede, dopo varie vicissitudini, vedrà il trasferimento definitivo delle attività soltanto nel 2003. Da allora ad oggi si è lavorato costantemente per il consolidamento di quanto ottenuto, raggiungendo traguardi insperati solo qualche anno fa, soprattutto riguardo il lato economico.


4. Sanità pubblica e privata
da www.telemeditalia.it di Raffaele Bernardini

[Raffaele Bernardini é un giornalista, esperto di comunicazione sociale.
Ha collaborato a numerosi giornali (per 18 anni é stato collaboratore de L'Osservatore Romano per la sanità) ed é stato per molti anni redattore capo della rivista L'Assistenza Ospedaliera.
E' stato anche capo ufficio stampa e relazioni esterne dell'Associazione delle Istituzioni sanitarie religiose. Collabora tuttora a pubblicazioni specializzate in materia sanitaria ed é socio dell'Associazione della stampa medica italiana (ASMI)].

Fin dal tempo delle mutue il sistema sanitario italiano è stato un mix tra pubblico e privato e tale sistema, sostanzialmente, ha funzionato bene, con particolare soddisfazione degli assistiti. Anche il Servizio Sanitario Nazionale, istituito il 23 dicembre 1978 con la legge 833, ha mantenuto e rispettato la suddetta situazione.
Con leggi successive si pose fine al sistema delle convenzioni e si introdusse l’ accreditamento istituzionale delle strutture pubbliche e private, che volevano operare nel SSN. I criteri di accreditamento, in base a linee-guida del Ministero della Salute, dovevano essere e sono stati precisati dalle regioni, prima provvisoriamente, poi definitivamente, fino ad arrivare alla legge 299 del 1999.
Si é così a definito meglio e più organicamente l’assetto organizzativo ed erogativo delle strutture nel sistema di assistenza sanitaria del nostro Paese. Si é determinata, di conseguenza, una situazione di parità e di razionale competizione tra pubblico e privato, una “pari dignità”, che poteva privilegiare sia il pubblico che il privato accreditati. Si pensava, con questo sistema, di porre fine a quel contrasto ideologico, che aveva contraddistinto il rapporto pubblico-privato e che veniva “aizzato”, di tanto in tanto, da alcuni partiti e movimenti politici.
Con l’ accreditamento cessavano i rapporti convenzionali e si dava luogo al nuovo sistema, per la verità con un percorso lungo e complesso, che in qualche regione pare non sia ancora terminato.
Purtroppo negli ultimi tempi si è verificato un “ritorno di fiamma” del citato contrasto ideologico tra pubblico e privato nella sanità e in parecchi casi le strutture sanitarie private, seppure regolarmente accreditate, sono state sottoposte ad attacchi e rilievi, spesso ingiusti e strumentali. E nel mirino di tale contrasto sono state anche coinvolte Istituzioni sanitarie religiose, che da tempo hanno svolto e svolgono un ruolo di importante rilievo nella sanità italiana e che operano in regime di accreditamento.
Ritengo che non sia giusto e neppure razionale rispolverare ideologie e tesi politiche per contestare l’ attività del privato, laico e religioso, nel Servizio Sanitario Nazionale. Non è giusto perché l’ accreditamento, che venne introdotto da disposizioni di legge della Repubblica italiana, ha stabilito un pari livello di dignità e di operatività tra pubblico e privato, determinando anche una “ sana competizione” tra le due aree, che vengono ovviamente “privilegiate” e liberamente scelte dai cittadini per le loro esigenze di salute. Non è razionale, in quanto –come è noto- le strutture private (Ospedali religiosi classificati, Case di cura e Centri di riabilitazione ) sono servite e servono, tra l’altro, ad integrare e supportare, anche in situazioni di emergenza, quelle pubbliche, alcune delle quali, per la verità, non brillano per efficienza ed efficacia dei loro servizi.
Dunque ristabiliamo la verità ed evitiamo che si riproponga un conflitto “ideologico” pubblico-privato, che pragmaticamente non ha ragione di essere, specialmente quando si constata che le strutture private accreditate hanno un buon livello di funzionamento e di efficienza.
Il diritto alla tutela della salute non ammette “conflitti ideologici”, bensì qualità ed efficienza delle strutture dedicate, siano esse pubbliche o private e purché siano tutte finalizzate al servizio dei cittadini.


[1] L’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e lavoro (prevenzione) comprende, tra gli altri i seguenti ambiti: Profilassi delle malattie infettive e parassitarie; tutela della collettività da rischi sanitari connessi agli effetti sanitari degli inquinanti ambientali; tutela della collettività e del singolo dai rischi infortunistici connessi agli ambienti di lavoro; Sanità Pubblica veterinaria (sorveglianza epidemiologica delle popolazioni animali, farmacovigilanza veterinaria, vigilanza dei mangimi, etc); tutela igienico-sanitaria degli alimenti; Sorveglianza e prevenzione nutrizionale.
[2] L’assistenza distrettuale comprende i servizi sanitari e sociosanitari, assistenza farmaceutica, specialistica e diagnostica ambulatoriale, fornitura di protesi ai disabili, servizi domiciliari agli anziani e ai malati gravi; i consultori familiari, i SER.T, servizi per la salute mentale, servizi per la riabilitazione dei disabili ecc...; strutture semiresidenziali e residenziali: residenze per anziani e disabili, centri diurni, case famiglia e comunità terapeutiche.

Nota

Raffaele FAILLACE
E' nativo di San Lorenzo Bellizzi, in provincia di Cosenza, Raffaele Faillace, 61 anni, da oggi direttore generale all' assessorato alla Sanità. Faillace risiede a Firenze, nel borgo Sanfrediano, e nel capoluogo toscano ha conseguito la laurea in Scienze politiche. 
Dal '94 ad oggi, Faillace ha svolto varie attività, tra cui quella di commissario straordinario nella costituenda azienda Usl 2 di Lucca, di cui poi e' stato direttore generale. Successivamente ha esercitato le funzioni di commissario liquidatore delle ex Usl 4, 5 e 6; direttore generale dell' Azienda Usl 5 di Pisa e commissario liquidatore delle Usl 12, 15 e 16.
Come ultimo incarico e' direttore di progetto e consulente del Centro polifunzionale riabilitativo Auxilium Vitae Spa a Volterra. Assai corposo il curriculum di Faillace, il quale nel periodo antecedente al 1994 ha fra l' altro contribuito alla elaborazione della politica socio-sanitaria in Toscana, con attività direzionali nel settore dell' igiene e della sicurezza del lavoro e poi, per circa dieci anni, dirigente del servizio regionale ''Prevenzione, Igiene e sicurezza del lavoro''. 
Professore a contratto alla scuola di specializzazione in Medicina del lavoro della Università di Firenze, nel 1989 Faillace ha contribuito all' elaborazione del secondo Piano sanitario regionale ed ha un ricco elenco di pubblicazioni, riguardanti per lo più il settore in Toscana. 
Nel curriculum di Faillace, spicca il risanamento finanziario dell' Azienda 2 di Lucca, dove si e' passato dalla più alta spesa pro capite della Toscana al pareggio del bilancio alla fine del 1998. In questo stesso contesto, il tasso di ospedalizzazione, dal 223 per mille del 1995, il più alto della Toscana, alla fine del 1998 si e' attestato a 174 per mille. 
Dal 2000 al 2004, un identico risanamento finanziario Faillace ha ottenuto all' Usl 5 di Pisa (320 mila abitanti), con una forte politica di investimenti nel campo delle tecnologie sanitarie.

lunedì 18 febbraio 2013

Politica e felicità



Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 17 febbraio 2013
Quale rapporto esiste fra “parola” “politica” “ felicità”
riflessioni di  Mario – Paola – Luciana


Vangelo di Giovanni

In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto
di tutto ciò che esiste. In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l’hanno accolta.
Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto.
A quanti però l’hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali non da sangue,né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;


Note a margine dell’edizione biblica:
Il termine “parola” “il verbo”, in greco “lògos” è platonico, è il solo usato per intendere una “parola” esistente in principio e per la quale tutte le cose sono state fatte. Prima di Platone il vocabolo “voce” ha avuto lo stesso impiego fra gli indù.
Secondo il lexicon di Esichio Alessandrino, il significato filosofico del termine “logòs” è “la causa dell’azione” secondo alcuni è “ la parola di Dio” dell’antico testamento.
Secondo Tolomeo si dovrebbe tradurre che “la parola” era “uno con Dio” perché la semplice preposizione “presso” non rende il significato del termine greco.
Nel libro della Genesi leggiamo che “ la parola è creatrice”
In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: “Sia la luce! ”. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: primo giorno.
Dio disse: “Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque”. Dio fece il firmamento e separò le acque, che sono sotto il firmamento, dalle acque, che son sopra il firmamento. E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.
Dio disse: “Le acque che sono sotto il cielo, si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto”. E così avvenne. Dio chiamò l’asciutto terra e la massa delle acque mare. E Dio vide che era cosa buona.
E Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che producono seme e alberi da frutto, che facciano sulla terra frutto con il seme, ciascuno secondo la sua specie”. E così avvenne: la terra produsse germogli, erbe che producono seme, ciascuna secondo la propria specie e alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: terzo giorno.
Dio disse: “Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, e le stelle. Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la terra e per regolare giorno e notte e per separare la luce dalle tenebre. E Dio vide che era cosa buona. E fu sera e fu mattina: quarto giorno………………………………



Proviamo ad introdurre alcune riflessioni:

Secondo la scienza e la cultura del nostro tempo, l’evoluzione che ha caratterizzato l’homo sapiens e poi l’homo sapiens-sapiens e lo ha distinto dagli altri esseri viventi è stata “ la parola” cioè la capacità di comunicare codificando suoni e segni.
Nell’evoluzione dell’umanità questa capacità ha costituito un salto rivoluzionario verso una nuova dimensione dell’essere umano. Questo evento ha arricchito l’umanità di consapevolezze nuove e di nuove capacità creative ed evolutive.

Scrive Edoardo Boncinelli nel suo libro “La scienza non ha bisogno di Dio”

Interessante sarà scoprire in futuro come e quando si sviluppò il linguaggio e come e quando arrivò questa forma superiore di intelligenza strumentale che ci ha permesso la costruzione di manufatti, dal più semplice al più raffinato.
Dal nostro punto di vista, con la comparsa dell'uomo, l'evoluzione biologica ha raggiunto il suo apogeo. È un'interpretazione certamente antropocentrica e quindi ha ben poco di oggettivo, ma è difficile prescinderne,perché noi siamo la nostra cultura, sostenuta dalla  nostra naturale propensione a osservare attentamente tutto quello che ci circonda, e trasformarlo  o trascenderlo.
E adesso? Ovviamente non possiamo sapere a che livelli l'uomo porterà gli esiti della sua travolgente evoluzione culturale, ma l'argomento ha proprio a che fare con la possibile interferenza dell'evoluzione culturale della nostra specie con la sua evoluzione biologica.
Si parla infatti abbastanza spesso di modificare coscientemente il nostro genoma: questa impresa, sostenuta e permessa dalla nostra ormai consolidata cultura, andrebbe a incidere direttamente sulla biologia.

Queste cose che noi apprendiamo oggi attraverso ricerche sui libri e lo studio delle varie branchie della scienza ( geologia, antropologia, storia…)per secoli e millenni si sono tramandate attraverso l’ unica narrazione della parola ,dunque “ la parola “ era “Dio – l’assoluto”: assurse cioè nel tempo a un valore fondante dell’umanità e dell’intero universo.
Per le culture antiche, compresa quella ebraica, Dio dunque non è un feticcio ma una dimensione del cammino dell’umanità.
Quando l’evoluzione ha codificato la parola con la scrittura, l’elemento fondante della comunicazione vitale e creativa rimaneva “il verbo” – “ la parola”
Mentre presso i miti più antichi l’origine dell’universo viene raccontata come un’anima creativa che si sprigiona da creature animali , dalle acque, dal sole….tutto l’universo è partecipe di questo evento creativo della vita…e l’attuale scienza non contraddice queste intuizioni antiche……(ci spiega che la prima vita sulla terra si sviluppa nelle acque……e l’ossigeno delle piante ne permette la continuità……..),nelle culture che si evolvevano , ad un certo punto prese il sopravvento il concetto di una creazione ed un dio omocentrico, a immagine e somiglianza dell’homo sapiens.
I tempi dell’evoluzione umana, del suo pensiero e della sua cultura sono lunghi e complessi, la cultura biblica (occidentale) a cui facciamo riferimento è la narrazione di un popolo che elabora il “monoteismo” come messaggio che supera le divisioni per promuovere il proprio cammino di liberazione e che dà al Dio Unico le sembianze dell’uomo potente e liberatore.
E’ interessante però scoprire come nel costruire questa nuova identità la narrazione e la cultura biblica mantengano la complessità, le intuizioni, la memoria di sapienze e consapevolezze del cammino incessante di ricerca che caratterizza” l’oltre il presente” nel senso della relazione con il passato e con il futuro.

L’evolversi della parola creatrice

Troviamo nell’antico testamento altri concetti fondamentali che si esprimono con parole creative, una di queste è “Sapienza”.

Dal libro dei PROVERBI
La Sapienza creatrice:
Il Signore mi ha creato all’inizio della sua attività,
prima di ogni sua opera, fin d’allora.
Dall’eternità sono stata costituita,
fin dal principio, dagli inizi della terra.
Quando non esistevano gli abissi, io fui generata;
quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua;
prima che fossero fissate le basi dei monti,
prima delle colline, io sono stata generata. ……3
……… allora io ero con lui come architetto
ed ero la sua delizia ogni giorno,
dilettandomi davanti a lui in ogni istante;
dilettandomi sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo.

Proverbi cap. 8
La Sapienza forse non chiama
e la prudenza non fa udir la voce?
In cima alle alture, lungo la via,
nei crocicchi delle strade essa si è posta,
presso le porte, all’ingresso della città,
sulle soglie degli usci essa esclama:
“A voi, uomini, io mi rivolgo,
ai figli dell’uomo è diretta la mia voce.
Imparate, inesperti, la prudenza
e voi, stolti, fatevi assennati.
Ascoltate, perché dirò cose elevate,
dalle mie labbra usciranno sentenze giuste,
perché la mia bocca proclama la verità
e abominio per le mie labbra è l’empietà.
tutte le parole della mia bocca sono giuste;
niente vi è in esse di fallace o perverso;
tutte sono leali per chi le comprende
e rette per chi possiede la scienza.
Accettate la mia istruzione e non l’argento,
la scienza anziché l’oro fino,
perché la scienza vale più delle perle
e nessuna cosa preziosa l’uguaglia”.

La sapienza come scienza, come cammino verso una pienezza di umanità e dunque una possibile felicità.
Nel tempo l’uomo ha continuato questo cammino creativo e lo ha spiegato e raccontato con parole nuove. All’entità” Verbo-parola-dio” si aggiungono le parole Vita – luce – conoscenza – sapienza-scienza, si aggiungono cioè parole nuove per intrecciare e tradurre parole e consapevolezze antiche con riflessioni e prassi di nuovi vissuti ed esperienze creative lungo il cammino dell’umanità.
Possiamo attualizzare queste consapevolezze con parole dell’oggi?
Possiamo tradurre la parola “sapienza” con” scienza” “ricerca” “democrazia” “politica”?
La ricerca del senso della vita , della sapienza, della felicità, non  è ancora compiuta.
La creazione non è terminata……..

Esiste una formula della felicità?
L’ottava edizione del Festival delle scienze, svoltosi da  giovedì 17 a domenica 20 gennaio 2013 all’Auditorium Parco della Musica di Roma, si è proposto di andare ad indagare un’idea radicata nella nostra esperienza fin dall’antichità della storia umana. Che non riguarda solo il singolo individuo: perché la felicità è anche un problema politico ed economico, influenza le decisioni, è l’obiettivo di fondo, il sottointeso di ogni azione. Ma che cos’è davvero questo concetto, che viene sancito come un diritto in alcune Costituzioni e anche nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti?
Per qualcuno è questione di chimica, un fatto di neuroni. Per altri è l’appagamento di un bisogno, fisico, biologico. Tensione trascendente, o semplice sinapsi. Sete di verità o paradiso artificiale: raggiunto con farmaci, droghe, sesso. Fonte di paradossi, squilibrata, relativa.
 La ricerca (scientifica) della felicità è un viaggio misterioso e appassionante attraverso le neuroscienze, la psicologia, la religione, l’antropologia, la sociologia. Che finisce per portarci al centro di noi stessi. Perché se tutta la nostra esistenza è tesa a massimizzare la totalità del piacere e della realizzazione personale, la domanda di fondo è: come arrivarci? Per qualcuno è questione di chimica, un fatto di neuroni. Per altri è l’appagamento di un bisogno, fisico, biologico. Tensione trascendente, o semplice sinapsi. Sete di verità o paradiso artificiale: raggiunto con farmaci, droghe, sesso. Fonte di paradossi, squilibrata, relativa. La ricerca (scientifica) della felicità è un viaggio misterioso e appassionante attraverso le neuroscienze, la psicologia, la religione, l’antropologia, la sociologia. Che finisce per portarci al centro di noi stessi. Perché se tutta la nostra esistenza è tesa a massimizzare la totalità del piacere e della realizzazione personale, la domanda di fondo è: come arrivarci?
  
La riflessione che proponiamo è nata ripensando al tema affrontato in una  precedente nostra  assemblea in cui si parlava di felicità e si citavano alcuni passi  della Lettera sulla felicità di  Epicuro, un antico autore latino.  Riflettendo su quello che era stato detto allora ci è venuta in mente un’intervista del 1988 al filosofo spagnolo Emilio Lledò (Siviglia 1927).
L’intervista fa parte del ' Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche,  una raccolta di interviste-lezione di filosofi, storici, psicologi, sociologi, antropologi, fisici, cosmologi, biologi, medici, matematici, economisti, storici della letteratura e dell'arte, teologi di trentaquattro paesi, prodotta dalla RAI con la collaborazione dell’Enciclopedia italiana e dell'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, una delle più prestigiose istituzioni culturali europee istituito e operante a Napoli dal 1975.
In questa intervista Lledò, trattando di  alcuni termini chiave del mondo filosofico greco,  che è assieme ad altri grandi filoni quali quello della patristica e dell’idealismo tedesco fra ‘700 e ‘800, la  base del nostro pensiero filosofico contemporaneo, spiega come nella polis greca e nel suo modello più innovativo e importante per la cultura politica dei secoli successivi, quello democratico, la parola “felicità” fosse strettamente collegata alla parola “politica”, e come in questa realtà in cui l’uomo diventa cittadino che discute e si confronta con gli altri per il perseguimento del bene comune, sia fondamentale “la parola”. 
Infatti, secondo una celebre definizione di Aristotele, l’uomo è “uomo politico” (zoon politikón) che però è anche “uomo dotato di logos”. Da qui l’importanza della parola e della comunicazione nella sua dimensione “politica”, ma anche la constatazione che la sovrabbondanza di mezzi di comunicazione di oggi non corrisponde ad un'effettiva comunicazione. A Emilio Lledò, professore di storia della filosofia all`Universidad Central di Barcellona, vengono poste domande sul tema della ricerca del bene, sul concetto di “eudaimonia”, termine approssimativamente traducibile in italiano con "felicità", ma il cui campo semantico in greco è più ampio. Lledò si sofferma in particolare sulla filosofia di Aristotele (Stagira, Grecia 384 a.c. – Eubea, Grecia 322 a.c.), il quale nell’Etica Nicomachea, dopo aver messo in stretto rapporto il perseguimento del bene con la ricerca della felicità e la virtù, nel Libro L della stessa opera confuta la teoria all’origine di questo termine, ovvero che l’uomo non possa intervenire in alcun modo per conseguire la propria felicità. Dal punto di vista etimologico, infatti, “eudaimonia” denota una felicità, un piacere che dipende dalla benevolenza del “daimon”, un dio misterioso che arbitrariamente dà ad alcuni e ad altri toglie, piuttosto che l`agire autonomo dell`uomo.
In un momento in cui nella coscienza collettiva si ha sempre più un’idea della politica come intrallazzo, malaffare, sopruso, arroganza dei pochi a danno dei più, e in una società dove anche nelle aree del benessere materiale non si è affatto felici, l’associazione dei due concetti “ felicità” e “politica” presenti nella democrazia greca ci sembra molto interessante e utile anche per l’oggi.
Queste in sintesi le cose che ci sono sembrate  più significative del ragionamento di Lledò:
  • Nel mondo greco antico non esisteva la parola “felicità” (che infatti noi deriviamo dal latino felicitas,  la cui radice "fe-" significa abbondanza, ricchezza, prosperità).   Questo concetto invece era espresso dalla parola “eudaimonia”, da “eu = buono/bene” e “daimon = demone”.   L’eudaimonia per i greci era la condizione di benessere individuale che toccava all’uomo per opera del daimon che era il mezzo con cui gli dei comunicavano con gli uomini.   Quindi l’eudaimonia era una condizione di felicità che veniva concessa all’uomo dalla divinità e in questo modo chi era toccato da questo dono sovrumano viveva felice indipendentemente dagli altri uomini.   Ma come  poteva raggiungere tale condizione  la massa degli individui che non era visitata e beneficiata dagli dei?    Attraverso il raggiungimento del bene comune, cioè dell’intera collettività che costituiva la città, e questo lo si poteva raggiungere solo attraverso la “politica” che per Aristotele e i greci costituiva il mezzo attraverso il quale i cittadini liberi che vivono nella democrazia perseguono e curano il bene comune.  
  • Il presupposto dell’uomo politico è appunto l’uomo parlante e comunicante: di nuovo il concetto di parola e l’importanza di essa nella democrazia.   L’individuo non può essere vero cittadino capace di entrare in relazione con gli altri per il raggiungimento del bene comune senza la parola.  Se non si possiede la parola, e quindi anche le conoscenze e il sapere, dobbiamo affidarci ad altri che parleranno a nome nostro. 
Questo tema del rapporto parola/comunicazione/potere ci sembra al centro delle esperienze più significative dei nostri tempi,  da quelle di Danilo Dolci in Sicilia e della scuola di Barbiana  di don Milani  alle molteplici esperienze del movimento delle Comunità di base.


Ecco alcuni brani dell’intervista  di Emilio Lledò.
Il significato delle parole e del pensiero filosofico della Grecia antica.
«Il problema è molto interessante, perché in effetti il pensiero greco è all'origine del pensiero occidentale, e il lessico filosofico dei Greci ha influito in modo decisivo sullo sviluppo del vocabolario filosofico posteriore. Tuttavia, questo vocabolario astratto della filosofia ha avuto origine in momenti determinati e concreti della storia della società greca. Qualsiasi evoluzione, qualsiasi sviluppo posteriore di questi concetti è sempre stato influenzato e condizionato dall'origine concreta, e dalla società che li ha inventati, scoperti e studiati.
   Ora, il vocabolario astratto, filosofico dei Greci era radicato e trovava alimento nei bisogni di una società determinata e concreta. Per questo motivo credo sia molto importante studiare la terminologia filosofica dei Greci a partire dal momento in cui tale terminologia costituiva ancora un linguaggio vivo, ed era diretta espressione dei bisogni concreti di una società che cercava di instaurare un rapporto concettuale con il mondo, per dominarlo e renderlo comunicabile. Infatti le parole greche classiche, i termini chiave della cultura filosofica greca, hanno avuto un'evoluzione nel corso della quale ci si è dimenticati della loro vera origine, viva e reale.[…]
   Effettivamente molti dei concetti moderni sono condizionati da termini filosofici greci antichi, ma è proprio questo condizionamento che rende così importante ripensare questi termini, riacquisirli all'interno delle nostre lingue a partire dalle prospettive della modernità, e vedere se tale terminologia filosofica pulsa, vive, ha ancora senso in quell'uso quotidiano così confuso, contraddittorio e problematico che se ne fa all'interno della nostra società.
Pertanto, quando si pensa a molti dei termini chiave della cultura filosofica greca, non bisogna farlo con un approccio archeologico, come se si trattasse di parole che esprimono esclusivamente concetti relativi a spazi e ambiti culturali lontani. Occorre invece accostarsi a questi termini come a parole che posseggono, per così dire, vita linguistica, e che hanno una eco, che possono dialogare con i bisogni, con i problemi e con i comportamenti della nostra vita e della nostra contemporaneità».

Il termine greco eudaimonia (felicità).
«Il termine eudaimonia si potrebbe tradurre, con una certa approssimazione, con la parola «felicità». Tuttavia il campo semantico di tale termine è molto più ampio. Esso è molto importante, per varie ragioni. La prima di queste è legata al fatto che all'inizio dell'Etica Nicomachea di Aristotele, quello che forse è il primo grande libro sull'etica greca, sulla struttura del comportamento umano, si dice che la natura stessa degli esseri umani porta questi a cercare il bene, a cercare ciò che a loro è utile, e che non distrugge la loro personalità, bensì la arricchisce, e le consente di svilupparsi, di continuare a vivere, di permanere nell'essere. Da principio dunque, prima di acquisire un senso filosofico più tecnico, più complesso, la parola «bene» ha avuto un significato semplice, elementare. All'inizio dell'Etica Nicomachea, Aristotele, poco dopo aver affermato che il bene è ciò che tutti gli uomini perseguono, afferma che quando si persegue il bene e ciò che questa parola indica, si persegue, nello stesso tempo, la felicità, la eudaimonia.
   La parola «eudaimonia» è composta da due termini. Il primo è «eu», che vuol dire bene, buono, in modo buono. L'altro è «daimon», che significa demonio, o meglio un piccolo dio, un dio particolare. Il termine non si riferisce dunque alla possibilità dell'essere umano di conseguire la propria felicità, bensì a ciò che gli dèi possono accordare.
In un altro luogo dell'Etica Nicomachea Aristotele cita un brano della tragedia greca in cui si afferma che chi ha un buon «daimon» non ha bisogno di amici. Sembrerebbe dunque che, in un primo momento, la felicità fosse considerata come indipendente dalla volontà dell'uomo e legata ad altre forze, ad altri esseri, misteriosi personaggi che, gratuitamente e liberamente, ad alcuni concedevano beni, e ad altri li negavano. È chiaro che questa prima idea di felicità derivava da una concezione, o meglio da un'ideologia, legata alla constatazione che c'era chi aveva molto e c'era chi aveva poco. Il mondo era avaro, la vita era povera o, per meglio dire, i beni erano scarsi, e tale arbitrarietà nella ripartizione dei beni che agevolano la vita dovette sbigottire certamente i Greci, prima che sorgesse una teoria, una filosofia della felicità.
   Questa idea di «eudaimonia», ha conosciuto tuttavia un'evoluzione durante il corso della storia della filosofia greca, fino a divenire qualcosa di conseguibile, dipendente dalle energie e dalle possibilità umane. Di conseguenza l'eudaimonia, la felicità, ha smesso di essere uno stato passivo, di esclusivo godimento corporale, e ha cominciato a essere considerata come un processo, una lotta, una tensione, un percorso, un progresso verso una struttura di adeguamento dell'io, della persona, del soggetto, al mondo circostante. Intesa in questo senso, l'eudaimonia può essere vista come un processo democratico - come è possibile constatare nella storia della filosofia greca - collegandosi essa con l'evoluzione di una società in cui ormai non si dipendeva più da quanto gli dèi concedevano arbitrariamente.
   L'eudaimonia entra così in rapporto con le possibilità offerte da una società nella quale tutti gli elementi che la compongono collaborano a un progetto comune. La felicità dell'individuo, del soggetto, si trova perciò a essere condizionata e determinata dalla felicità altrui. La parola eudaimonia è in effetti una parola-chiave perché corrisponde ai bisogni individuali e collettivi legati a quel «bene comune» che pone gli uomini in tensione reciproca e che tutti cercano per la propria soddisfazione, come rapporto con il mondo attraverso il proprio io». […]

Parlando poi del rapporto che sussiste tra le  parole  «to agathon»/ il bene, e «eudaimonia»/ la felicità, Lledò interviene sull’uso delle parole .
«Il termine bene prima di diventare un concetto astratto dell'etica e della teoria politica indicava qualcosa di utile alla società della quale l'individuo faceva parte. Il bene era qualcosa che si faceva in rapporto ad altri, e mediante questo fare, si trasmetteva una certa forma di utilità. All'inizio il bene era dunque collegato con il sentimento o, per meglio dire, con l'idea di utilità collettiva, sociale, familiare. I due termini «eudaimonia» e «bene» sono quindi uniti da una lunga storia, che poi diventerà la storia di due concetti fondamentali della teoria e della filosofia etica.
   Tuttavia occorre ricordare che questi concetti, così importanti per la mentalità degli uomini, per il loro modo di capire e di interpretare il mondo, erano radicati nella vita e nei bisogni di questi. Io ritengo che in un mondo come il nostro, cosi dominato dai mezzi di informazione - dominio che non possiamo evitare, e che della nostra società è parte, se non necessaria, quantomeno costitutiva - sia importante che i termini non si logorino. Poiché li ripetiamo e li utilizziamo tanto, la ricerca della loro origine, del loro sangue, della loro carne, della loro linfa, potrebbe costituire un elemento importante per volgerci di nuovo verso noi stessi, per ricominciare a pensare il nostro linguaggio, ormai lucidato, levigato, prosciugato e smerigliato. I termini del nostro linguaggio sono infatti così inamidati che ci scivoliamo sopra e non riusciamo a vedere quel mare profondo, pulsante di vita, che sta nascosto sotto a essi.
   Mi è capitato a volte di pensare che in molti manuali, in molti libri di filosofia - senza nulla togliere all'importanza di tali opere - è come se il mare della storia si fosse cristallizzato. È come se, a causa dell'uso così frequente e così spesso triviale dei concetti filosofici, il mare della storia si fosse congelato, e noi vi pattinassimo e scivolassimo sopra, sfruttandolo, umiliandolo; dimenticando così che questo enorme mare è vivo e pieno di pesci, ovvero è pieno di problemi attuali, e che è lo stesso mare sulla cui riva stavano i Greci. Noi stiamo sulla riva opposta, ma il mare è lo stesso, l'acqua è la stessa, e persino i pesci sono gli stessi».
Il rapporto tra lo «zoon politikon» (l'uomo sociale) e la polis (la città).
«L'espressione greca «techne politiche» indica la politica, la teoria della polis, e la polis era, per i Greci, uno spazio reale, un luogo, un «topos», una realtà nella quale si viveva e si esisteva. Ma, oltre a esprimere questo concetto di realtà storica, fisica, nella quale si abitava, polis significava anche reticolo, indicava cioè un sistema di relazioni fra gli uomini, una forma di organizzazione della vita delle persone, degli individui che risiedevano in un determinato territorio.
Non è strano quindi che Aristotele abbia definito l'uomo in modo così radicale e deciso: animale politico. Un animale esattamente uguale a tutti gli altri, e che come essi respira, digerisce, vede, sente. Ma con una differenza essenziale: ovvero deve vivere insieme ad altri, in comunità. È vero che ci sono altri animali - e Aristotele lo rammenta nel medesimo contesto della Politica - che vivono in comunità, ma, sempre secondo Aristotele, il modo di vivere in comunità di questi animali è un modo gregario, mentre l'uomo non vive gregariamente in una comunità, ma costruisce un suo sistema di relazioni per rivolgersi agli altri, per organizzare gerarchicamente o pariteticamente i suoi rapporti con gli altri.
Per questo è importante ricordare che Aristotele, nella stessa pagina in cui definisce l'uomo come animale politico, lo definisce anche come «zoon logon echon)», che letteralmente significa: «animale dotato di parola», o per meglio dire: «animale dotato di logos». È singolare che questa definizione aristotelica dell'uomo abbia dato origine all'altra famosa definizione secondo la quale «l'uomo è un animale razionale». Non era infatti questo ciò che Aristotele intendeva. Egli voleva dire soltanto che l'uomo è un essere che parla, che muove la lingua, e muovendola produce dei suoni semantici che creano comunità, che creano polis, ovvero uno spazio collettivo. Dunque è interessante osservare che entrambe le grandi definizioni aristoteliche dell'uomo - animale politico e animale dotato di logos - sono unite, poiché la politica e il possesso del logos si necessitano reciprocamente. Non esisterebbe politica, non esisterebbe reticolo collettivo, uno spazio di intelligenza collettiva, né gli uomini potrebbero vivere in società, in modo comunitario, se non parlassero o, per meglio dire, se non comunicassero fra loro. Questo è vero anche in una società come la nostra.
Io credo che se Aristotele, o una mente dotata di capacità sintetiche e analitiche come quella di Aristotele, potesse vivere oggi, rimarrebbe stupito nel rendersi conto di come l'uomo, oltre a essere un animale politico, un animale che ha bisogno di strutturarsi e di vivere in modo strutturato, è essenzialmente un animale dotato di logos, un animale che comunica. Oggi infatti l'affermazione dei mezzi di comunicazione di massa, costituisce la conferma definitiva del logos aristotelico».
 Democrazia e linguaggio: la rivoluzione dei sofisti.
«[…]La parola philia» si è evoluta e ha cominciato a indicare un vincolo che univa persone che non avevano niente in comune dal punto di vista della consanguineità.  Questa evoluzione è collegata con Lo sviluppo della democrazia che si verificò in Grecia nel V secolo a.c. con l'avvento della democrazia, del demos, del popolo, con l'avvento della coscienza che la verità non era più appannaggio esclusivo di una dominante classe superiore, con l'avvento della coscienza che il linguaggio non era solo linguaggio del potere e che le parole si potevano discutere e analizzare, si verificò un mutamento nel concetto di individuo e di individualità.
   Ciò avvenne anche grazie all'impulso dato dai sofisti, che indubbiamente furono dei rivoluzionari nel senso più creativo della parola. I sofisti infatti spezzarono lo schema autoritario della parola del potere, che l'uomo greco ascoltava e assumeva passivamente. Dal momento, quindi, in cui la verità, la «aletheia», si poté discutere, dal momento in cui non fu più necessario accettare il discorso del potere e accettare la parola dell'altro perché gerarchicamente posto al di sopra, dal momento in cui, con i sofisti e con la discussione nell'agorà, nella società greca si compì questa rottura, l'uomo non solo scoprì un nuovo concetto di verità, ma, nel contempo, scoprì la sua intimità, scoprì se stesso, e comprese che il suo io poteva chiedere al linguaggio che cosa è la virtù».[…]
  
 Qual è il contributo fondamentale che la sofistica apportò alla cultura greca?
«La ridicolizzazione dei sofisti da parte di Platone, il quale, nonostante il rispetto comunque presente nei suoi dialoghi, come nel Protagora e nel Gorgia, presenta la sofistica come una forma ingannatoria di pensiero , che ribalta le cose mettendo sopra quel che sta sotto, è una presentazione parziale, una deformazione. Tuttavia si tratta di una deformazione interessante, perché consente di vedere la sofistica a partire dalla prospettiva platonica, ovvero, da una prospettiva aristocratica. Ma, per quel che si può capirne leggendo Senofonte e Platone, i quali offrono versioni non del tutto coincidenti sulla sofistica, i sofisti non furono solo dei tecnici, anche se si racconta che alcuni di loro si fabbricavano le scarpe o i vestiti.
   A ogni modo c'è invece un punto sul quale Senofonte e Platone concordano, ed è quello che riguarda la critica del linguaggio realizzata dai sofisti, il suo ripensamento costante, la revisione di concetti già in parte anchilosati, disseccati. Perciò i sofisti sono stati, nell'ambito della comunicazione intellettuale, dei rivoluzionari.
   Certamente il verbo da cui proviene la parola sofista significa all'incirca «rigirare eccessivamente le cose», e certamente i sofisti hanno talvolta passato la misura, soprattutto quelli appartenenti alla seconda sofistica. Ma, ciò nonostante, mi pare che la critica di Platone ai sofisti sia, in un certo senso, esagerata, e oserei dire anche in qualche modo ingiusta. Perché pur con tutte le esagerazioni che si possono attribuire ai sofisti, pur col cattivo uso che possono aver fatto della revisione dei concetti, a loro dovremo sempre l'aver dinamizzato i concetti, l'averli fatti fluire, o, come direbbe il poeta Alberti, l'aver «reso l'anima navigabile», resi navigabili i concetti.
   C'è poi un'altra parola-chiave della cultura greca, paideia (paideia) o educazione, che i sofisti rimisero sul tappeto, riportarono in piena luce, e sulla quale insistettero. L'uomo è oggetto di educazione: l'animale che parla, attraverso il linguaggio può arricchirsi, svilupparsi, crearsi. Ed è chiaro che questa creazione, questo sviluppo, questo arricchimento, sono connessi al rapporto con gli altri individui che costituiscono una comunità. Va rilevato che la democrazia funziona o può funzionare perfettamente, con la massima perfezione possibile, solo quando esiste educazione, quando esiste paideia. È interessante constatare che il popolo greco, che ha inventato la democrazia, definì la paideia, l'educazione, come quel fenomeno parallelo che consente alla democrazia di consolidarsi e di crescere.
   Ritengo che il rapporto fra democrazia e educazione sia uno dei problemi della società contemporanea. E, pur non volendo fare il profeta, credo che la democrazia sia condannata al fallimento se non verrà fecondata con l'educazione, con la paideia. Una democrazia con una cattiva educazione, una democrazia «deformante», una democrazia dove si coltivi la menzogna, è una democrazia condannata, senza futuro, nata morta, senza possibilità di crescita». […]

Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano, 21 aprile 1988 [L’intervista integrale è consultabile come video  nel sito RAI
 http://www.filosofia.rai.it/articoli/emilio-lled%C3%B2-leudaimonia/4163/default.aspx   mentre il testo è pubblicato nel sito Enciclopedia multimediale delle Scienze Filosofiche:  http: http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=113  ].
Don Lorenzo Milano e la scuola di Barbiana: l’importanza della Parola . (1956)
«[…] Io son sicuro dunque che la differenza fra il mio figliolo e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi, è la soglia stessa: la Parola.      
I tesori dei vostri figlioli si espandono liberamente da quella finestra spalancata.   I tesori dei mei sono murati dentro per sempre e insteriliti.    Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l’intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradire le infinite ricchezze che la mente racchiude.
Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie non faccio più che lingua  e lingue.  Mi richiamo dieci venti volte per sera alle etimologie. Mi fermo sulle parole, gliele seziono, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi.
Nei primi anni i giovani non ne vogliono sapere di questo lavoro perché non ne afferrano subito l’utilità pratica. Poi pian piano assaggiano le prime gioie. La parola è la chiave fatata che apre  ogni porta. L’uno se ne accorge nell’affrontare il libro del motore per la patente. L’altro fra le righe del giornale del suo partito. Un terzo s’è buttato sui romanzieri russi e li intende. Ognuno di loro se ne è accorto poi sulla piazza del paese e nel bar dove il dottore discute col farmacista a voce alta, pieni boria. Delle loro parole afferra oggi il valore e ogni sfumatura. S’accorge solo ora che esprimono un pensiero che non  vale poi tanto quanto pareva ieri, anzi pochino. I più arditi hanno provato anche a metter bocca. Cominciano a inchiodare il chiacchierone sulle parole che ha detto.
Parole come personaggi si chiama una tua rubrica. Ecco, questo è appunto il mio ideale sociale. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi la tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata.
Un’utopia? No. E telo spiego con un esempio: un medico oggi quando parla con un ingegnere o con un avvocato discute da pari a pari. Ma questo non  perché ne sappia quanto loro di ingegneria o di diritto. Parla da pari a pari perché ha in comune con loro il dominio sulla parola.
Ebbene, a questa parità si può portare l’operaio e il contadino senza che la società vada a rotoli. Ci sarà sempre l’operaio e l’ingegnere, non c’è rimedio. Ma questo non importa affatto che si perpetui l’ingiustizia di oggi per cui l’ingegnere debba essere più uomo dell’operaio (chiamo uomo chi è padrone della sua lingua).   Questo non fa parte delle necessità professionali, ma delle necessità di vita d’ogni uomo dal primo all’ultimo che si vuol dire uomo».
(Da Giovani di montagna e giovani di città,  lettera inviata al Direttore del “Giornale del Mattino” del 28 maggio 1956, in Don Lorenzo Milani, L’obbedienza non è più una virtù e gli altri scritti pubblici, ac. Di C. Galeotti, Roma, Stampa alternativa, 2002, pp.98-100.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

Eucarestia – Lettura comunitaria

La fede su cui si fonda il nostro vivere,
 sia essa fede religiosa o fede laica,
è spinta a rinnovarsi di continuo
dalle vicende gioiose o tragiche della vita e della storia.
E’ tenendoci per mano che riusciamo a dare alla vita
un senso sempre nuovo e al tempo stesso antico,
ricco di tutta la sapienza del cammino umano nei secoli.
Amiamo pensare e credere che la sapienza
è la forza stessa animatrice dell’universo.
E’ la forza che dall'intimo ci spinge a riconoscere questo filo
che ci unisce alle donne e agli uomini  di tutti i tempi,
è l'ansia e l'utopia e la ricerca di un mondo
in cui non esistano più gerarchie,
dove le ultime e gli ultimi siano le prime e i primi,
dove possiamo vivere liberamente la differenza
ed arricchirci delle differenze.
Essa ci precede e ci attende.
Essa è la fonte che ha animato la testimonianza di Gesù.
Il quale, la sera prima di essere ucciso,
durante la cena pasquale con i suoi,
prese del pane, lo spezzò e lo distribuì loro dicendo:
"Prendete e mangiatene tutti,
questo è il mio corpo che è dato per voi".
Poi prese il calice del vino, lo diede ai suoi discepoli
e disse: "Prendete e bevetene tutti,
questo è il calice del mio sangue
versato per voi e per tutti:fate questo in memoria di me".
Sapienza, condivisione, partecipazione, gioia,
sono oggi le parole che accompagnano la nostra Comunità
la quale, insieme a tutte le donne e gli uomini di buona volontà,
cerca di  dare alla vita un senso sempre rinnovato
senza perdere una goccia di tutta la sapienza
del cammino umano nei secoli,compresa la sapienza ,
 la forza e la fede dischiuse dal Vangelo.



Emilio Lledó
Origine dei concetti di felicità e di uomo politico
21/4/1988
Abstract
Il Professor Lledo' prende in considerazione i termini chiave del mondo filosofico greco mettendoli in relazione ai temi e ai problemi dell'epoca in cui sono nati.
In primo luogo egli analizza il termine eudamonia e agathón, si sofferma poi sulla nascita della politica, di una teoria della polis, e dell'uomo, definito come "animale dotato di logos", in quanto "uomo politico"(zoon politikón) . Lledo' conclude constatando che la sovrabbondanza di mezzi di comunicazione di oggi non corrisponde ad un'effettiva comunicazione.


1. Professor Lledó, ritiene sia necessario, per meglio comprendere la filosofia in generale, e la filosofia dell'antica Grecia in particolare, studiare in maniera approfondita la terminologia filosofica greca antica?
Il problema è molto interessante, perché in effetti il pensiero greco è all'origine del pensiero occidentale, e il lessico filosofico dei Greci ha influito in modo decisivo sullo sviluppo del vocabolario filosofico posteriore. Tuttavia, questo vocabolario astratto della filosofia ha avuto origine in momenti determinati e concreti della storia della società greca. Qualsiasi evoluzione, qualsiasi sviluppo posteriore di questi concetti è sempre stato influenzato e condizionato dall'origine concreta, e dalla società che li ha inventati, scoperti e studiati.
Ora, il vocabolario astratto, filosofico dei Greci era radicato e trovava alimento nei bisogni di una società determinata e concreta. Per questo motivo credo sia molto importante studiare la terminologia filosofica dei Greci a partire dal momento in cui tale terminologia costituiva ancora un linguaggio vivo, ed era diretta espressione dei bisogni concreti di una società che cercava di instaurare un rapporto concettuale con il mondo, per dominarlo e renderlo comunicabile. Infatti le parole greche classiche, i termini chiave della cultura filosofica greca, hanno avuto un'evoluzione nel corso della quale ci si è dimenticati della loro vera origine, viva e reale.
2. Quando si parla della lingua greca antica ci si riferisce a essa come a una lingua morta. Ma non è vero forse che gran parte, non solo delle parole, ma anche dei concetti delle lingue moderne, è fortemente condizionata dai concetti e dai termini della lingua greca?
Effettivamente molti dei concetti moderni sono condizionati da termini filosofici Greci antichi, ma è proprio questo condizionamento che rende così importante ripensare questi termini, riacquisirli all'interno delle nostre lingue a partire dalle prospettive della modernità, e vedere se tale terminologia filosofica pulsa, vive, ha ancora senso in quell'uso quotidiano così confuso, contraddittorio e problematico che se ne fa all'interno della nostra società.
Pertanto, quando si pensa a molti dei termini chiave della cultura filosofica greca, non bisogna farlo con un approccio archeologico, come se si trattasse di parole che esprimono esclusivamente concetti relativi a spazi e ambiti culturali lontani. Occorre invece accostarsi a questi termini come a parole che posseggono, per così dire, vita linguistica, e che hanno una eco, che possono dialogare con i bisogni, con i problemi e con i comportamenti della nostra vita e della nostra contemporaneità.

3. Che cosa vuol dire esattamente il termine greco eudaimonia?
Il termine eudaimonia si potrebbe tradurre, con una certa approssimazione, con la parola «felicità». Tuttavia il campo semantico di tale termine è molto più ampio. Esso è molto importante, per varie ragioni. La prima di queste è legata al fatto che all'inizio dell'Etica Nicomachea di Aristotele, quello che forse è il primo grande libro sull'etica greca, sulla struttura del comportamento umano, si dice che la natura stessa degli esseri umani porta questi a cercare il bene, a cercare ciò che a loro è utile, e che non distrugge la loro personalità, bensì la arricchisce, e le consente di svilupparsi, di continuare a vivere, di permanere nell'essere. Da principio dunque, prima di acquisire un senso filosofo più tecnico, più complesso, la parola «bene» ha avuto un significato semplice, elementare. All'inizio dell'Etica Nicomachea, Aristotele, poco dopo aver affermato che il bene è ciò che tutti gli uomini perseguono, afferma che quando si persegue il bene e ciò che questa parola indica, si persegue, nello stesso tempo, la felicità, la eudaimonia.
La parola «eudaimonia» è composta da due termini. Il primo è «eu», che vuol dire bene, buono, in modo buono. L'altro è «daimon», che significa demonio, o meglio un piccolo dio, un dio particolare. Il termine non si riferisce dunque alla possibilità dell'essere umano di conseguire la propria felicità, bensì a ciò che gli dèi possono accordare.
In un altro luogo dell'Etica Nicomachea Aristotele cita un brano della tragedia greca in cui si afferma che chi ha un buon «daimon» non ha bisogno di amici. Sembrerebbe dunque che, in un primo momento, la felicità fosse considerata come indipendente dalla volontà dell'uomo e legata ad altre forze, ad altri esseri, misteriosi personaggi che, gratuitamente e liberamente, ad alcuni concedevano beni, e ad altri li negavano. È chiaro che questa prima idea di felicità derivava da una concezione, o meglio da un'ideologia, legata alla constatazione che c'era chi aveva molto e c'era chi aveva poco. Il mondo era avaro, la vita era povera o, per meglio dire, i beni erano scarsi, e tale arbitrarietà nella ripartizione dei beni che agevolano la vita dovette sbigottire certamente i Greci, prima che sorgesse una teoria, una filosofia della felicità.
Questa idea di «eudaimonia», ha conosciuto tuttavia un'evoluzione durante il corso della storia della filosofia greca, fino a divenire qualcosa di conseguibile, dipendente dalle energie e dalle possibilità umane. Di conseguenza l'eudaimonia, la felicità, ha smesso di essere uno stato passivo, di esclusivo godimento corporale, e ha cominciato a essere considerata come un processo, una lotta, una tensione, un percorso, un progresso verso una struttura di adeguamento dell'io, della persona, del soggetto, al mondo circostante. Intesa in questo senso, l'eudaimonia può essere vista come un processo democratico - come è possibile constatare nella storia della filosofia greca - collegandosi essa con l'evoluzione di una società in cui ormai non si dipendeva più da quanto gli dèi concedevano arbitrariamente.
L'eudaimonia entra così in rapporto con le possibilità offerte da una società nella quale tutti gli elementi che la compongono collaborano a un progetto comune. La felicità dell'individuo, del soggetto, si trova perciò a essere condizionata e determinata dalla felicità altrui. La parola eudaimonia è in effetti una parola-chiave perché corrisponde ai bisogni individuali e collettivi legati a quel «bene comune» che pone gli uomini in tensione reciproca e che tutti cercano per la propria soddisfazione, come rapporto con il mondo attraverso il proprio io.

4. Che rapporto sussiste la parola  «to agathon», il bene, e l'«eudaimonia», la felicità? Oggi vengono ancora usati in maniera corretta?
Il termine bene prima di diventare un concetto astratto dell'etica e della teoria politica indicava qualcosa di utile alla società della quale l'individuo faceva parte. Il bene era qualcosa che si faceva in rapporto ad altri, e mediante questo fare, si trasmetteva una certa forma di utilità. All'inizio il bene era dunque collegato con il sentimento o, per meglio dire, con l'idea di utilità collettiva, sociale, familiare. I due termini «eudaimonia» e «bene» sono quindi uniti da una lunga storia, che poi diventerà la storia di due concetti fondamentali della teoria e della filosofia etica.
Tuttavia occorre ricordare che questi concetti, così importanti per la mentalità degli uomini, per il loro modo di capire e di interpretare il mondo, erano radicati nella vita e nei bisogni di questi. Io ritengo che in un mondo come il nostro, cosi dominato dai mezzi di informazione - dominio che non possiamo evitare, e che della nostra società è parte, se non necessaria, quantomeno costitutiva - sia importante che i termini non si logorino. Poiché li ripetiamo e li utilizziamo tanto, la ricerca della loro origine, del loro sangue, della loro carne, della loro linfa, potrebbe costituire un elemento importante per volgerci di nuovo verso noi stessi, per ricominciare a pensare il nostro linguaggio, ormai lucidato, levigato, prosciugato e smerigliato. I termini del nostro linguaggio sono infatti così inamidati che ci scivoliamo sopra e non riusciamo a vedere quel mare profondo, pulsante di vita, che sta nascosto sotto a essi.
Mi è capitato a volte di pensare che in molti manuali, in molti libri di filosofia - senza nulla togliere all'importanza di tali opere - è come se il mare della storia si fosse cristallizzato. È come se, a causa dell'uso così frequente e così spesso triviale dei concetti filosofici, il mare della storia si fosse congelato, e noi vi pattinassimo e scivolassimo sopra, sfruttandolo, umiliandolo; dimenticando così che questo enorme mare è vivo e pieno di pesci, ovvero è pieno di problemi attuali, e che è lo stesso mare sulla cui riva stavano i Greci. Noi stiamo sulla riva opposta, ma il mare è lo stesso, l'acqua è la stessa, e persino i pesci sono gli stessi.

5 Qual è il rapporto tra lo zoon politikon), l'uomo sociale e la polis?
L'espressione greca «techne politiche» indica la politica, la teoria della polis, e la polis era, per i Greci, uno spazio reale, un luogo, un «topos», una realtà nella quale si viveva e si esisteva. Ma, oltre a esprimere questo concetto di realtà storica, fisica, nella quale si abitava, polis significava anche reticolo, indicava cioè un sistema di relazioni fra gli uomini, una forma di organizzazione della vita delle persone, degli individui che risiedevano in un determinato territorio.
Non è strano quindi che Aristotele abbia definito l'uomo in modo così radicale e deciso: animale politico. Un animale esattamente uguale a tutti gli altri, e che come essi respira, digerisce, vede, sente. Ma con una differenza essenziale: ovvero deve vivere insieme ad altri, in comunità. È vero che ci sono altri animali - e Aristotele lo rammenta nel medesimo contesto della Politica - che vivono in comunità, ma, sempre secondo Aristotele, il modo di vivere in comunità di questi animali è un modo gregario, mentre l'uomo non vive gregariamente in una comunità, ma costruisce un suo sistema di relazioni per rivolgersi agli altri, per organizzare gerarchicamente o pariteticamente i suoi rapporti con gli altri.
Per questo è importante ricordare che Aristotele, nella stessa pagina in cui definisce l'uomo come animale politico, lo definisce anche come zwon logon ecwn (zoon logon echon), che letteralmente significa: «animale dotato di parola», o per meglio dire: «animale dotato di logos». È singolare che questa definizione aristotelica dell'uomo abbia dato origine all'altra famosa definizione secondo la quale «l'uomo è un animale razionale». Non era infatti questo ciò che Aristotele intendeva. Egli voleva dire soltanto che l'uomo è un essere che parla, che muove la lingua, e muovendola produce dei suoni semantici che creano comunità, che creano polis, ovvero uno spazio collettivo. Dunque è interessante osservare che entrambe le grandi definizioni aristoteliche dell'uomo - animale politico e animale dotato di logos - sono unite, poiché la politica e il possesso del logos si necessitano reciprocamente. Non esisterebbe politica, non esisterebbe reticolo collettivo, uno spazio di intelligenza collettiva, né gli uomini potrebbero vivere in società, in modo comunitario, se non parlassero o, per meglio dire, se non comunicassero fra loro. Questo è vero anche in una società come la nostra.
Io credo che se Aristotele, o una mente dotata di capacità sintetiche e analitiche come quella di Aristotele, potesse vivere oggi, rimarrebbe stupito nel rendersi conto di come l'uomo, oltre a essere un animale politico, un animale che ha bisogno di strutturarsi e di vivere in modo strutturato, è essenzialmente un animale dotato di logos, un animale che comunica. Oggi infatti l'affermazione dei mezzi di comunicazione di massa, costituisce la conferma definitiva del logos aristotelico.

6. Non c'è il rischio che lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa impoveriscano il linguaggio?
Mai come oggi l'uomo ha avuto tanti mezzi di comunicazione, e tante possibilità per essere in contatto con gli altri. Ma nonostante l'immensa quantità dei mezzi e delle possibilità di comunicazione, l'uomo è più solitario, più indifeso, più scoraggiato e disperato che mai. Ritengo che i filosofi, e in generale ogni persona cosciente dello stato attuale del mondo dovrebbero affrontare questo problema così importante, doloroso e difficile. In quanto la povertà di ciò che viene comunicato, la mancanza di riflessione su ciò che viene comunicato, rischia di modificare la vita mentale degli uomini, e condizionare i rapporti umani.
La filosofia, infatti, ha sempre rappresentato una coscienza critica all'interno della storia, una riflessione sulla vita, sui problemi concreti degli uomini. In ogni epoca, il pensiero filosofico è sorto dal rapporto dell'uomo con il suo mondo, e non c'è nulla di più sbagliato dell'idea che il filosofo sia un personaggio immerso in un mondo di idee che nessuno comprende, un mondo di problemi che non interessano a nessuno. Qualsiasi pensiero filosofico, qualsiasi questione filosofica è sorta in rapporto con il reale, con gli uomini.
Molti sono gli esempi che potremmo riportare di filosofi che si sono posti come coscienza critica del loro tempo. Basti pensare a quel famoso testo di Epicuro, dove si legge che sarebbe cattiva la filosofia che non servisse per curare alcune malattie degli uomini. È chiaro che oggi le malattie degli uomini si curano con la medicina e non con la filosofia. Ma la scienza dovrebbe basarsi su un sostrato che, in qualche modo, si pone i problemi filosofici dell'umanesimo. È vero che la parola «umanesimo» è molto decaduta e corrotta. Ma l'ideale dell'umanesimo, oggi più che mai, andrebbe resuscitato. Ovviamente sapendo riconoscere un utilizzo della parola «umanesimo» teso a trasmettere qualcosa di ingannevole, o a dissimulare i veri problemi, o a offrire una sorta di lenitivo per attenuare i problemi fondamentali del nostro tempo.

7. La polis greca, intesa come relazione fondamentale fra gli uomini che vivono in comunità, al di là della famiglia e dei legami della vita contadina, non ha forse favorito la nascita di una terminologia politica in uso ancora oggi?
La polis ha certamente avuto una storia determinata, condizionata dall'evoluzione stessa della società greca; non è un caso che la struttura della polis, quale organismo al cui interno gli uomini potessero convivere, è qualcosa di molto diverso dalle strutture collettive all'interno delle quali altre culture, altre civiltà, hanno vissuto. I Greci, poi, hanno creato il vocabolario politico. Infatti, sia nella Repubblica di Platone, sia nella Politica di Aristotele, si parla sia di regimi politici, sia del modo in cui, dentro la polis, era possibile raggiungere la felicità e il bene dell'uomo. Per questo i Greci hanno espresso in termini specifici le forme di organizzazione della vita all'interno della polis, creando parole come aristocrazia, democrazia, oligarchia, timocrazia, tirannia. Questi termini, corrispondevano a modelli secondo i quali si viveva e si organizzava la città, della quale entravano a far parte classi diverse, interessi diversi, tensioni diverse, ricchezze diverse, livelli di cultura diversi.
È molto interessante, poi, che queste parole costituiscono il vocabolario più vivo e più reale della cultura politica contemporanea. Aristocrazia, oligarchia, tirannia non sono termini pertinenti esclusivamente all'archeologia della storia greca. Oggi infatti esistono tirannie, oligarchie, aristocrazie, democrazie, demagogie, anche se non certo uguali a quelle dei Greci.
Tuttavia attraverso i mezzi di comunicazione di massa, con la finzione, la menzogna, col non ricercare la verità, è possibile creare false democrazie, false aristocrazie, false oligarchie e false tirannie. Infatti, una delle cose più interessanti della cultura greca, e che dai Greci abbiamo avuto in eredità, è l'idea di «bene apparente», che Aristotele analizza concretamente nell'Etica Nicomachea e in altre sue pagine. Si tratta della scoperta che, insieme al perseguimento del bene in quanto tale, è possibile perseguire un bene apparente, un bene che può non essere altro che una proiezione dei nostri desideri, dei nostri interessi.
Naturalmente l'idea di «bene apparente» -  (phainomenon agathon), il bene fenomenico- aveva un ulteriore aspetto filosofico che concerneva quello spazio esistente fra l'idea del bene, e la soggettività e il mondo storico nel quale questo bene apparente si situava.

8. Nel mondo contadino arcaico la tribù, la famiglia, era la struttura fondamentale della società. In questa dimensione era difficile che si sviluppasse un concetto di individualità, che l'uomo si sentisse diverso dagli altri e, contemporaneamente, insieme agli altri. Non è dunque con la polis che si creano le premesse per lo sviluppi dell'io, dell'individualità?
Per i Greci, come probabilmente per molte altre culture, il clan familiare, il vincolo di sangue, è stato il primo fattore di legame; in altre parole, gli uomini si sono sentiti parte di uno spazio collettivo a partire dal clan familiare. A questo proposito è interessante rilevare che le parole greche  «philos» e «philia» - amico e amicizia - in origine erano legate alla consanguineità. La parola «philia» nei primi testi dove appare, indicava infatti il vincolo che univa coloro che avevano lo stesso sangue, che avevano gli stessi progenitori, e che, dunque, appartenevano allo stesso clan familiare.
Successivamente la parola «philia» si è evoluta e ha cominciato a indicare un vincolo che univa persone che non avevano niente in comune dal punto di vista della consanguineità. Questa evoluzione è collegata con lo sviluppo della democrazia che si verificò in Grecia nel V secolo a.C.. Con l'avvento della democrazia, del demos, del popolo, con l'avvento della coscienza che la verità non era più appannaggio esclusivo di una dominante classe superiore; con l'avvento della coscienza che il linguaggio non era solo linguaggio del potere, e che le parole si potevano discutere e analizzare, si verificò un mutamento nel concetto di individuo e di individualità.
Ciò avvenne anche grazie all'impulso dato dai sofisti, che indubbiamente furono dei rivoluzionari nel senso più creativo della parola. I sofisti infatti spezzarono lo schema autoritario della parola del potere, che l'uomo greco ascoltava e assumeva passivamente. Dal momento, quindi, in cui la verità, la «aletheia», si poté discutere, dal momento in cui non fu più necessario accettare il discorso del potere e accettare la parola dell'altro perché gerarchicamente posto al di sopra; dal momento in cui, con i sofisti e con la discussione nell'agorà, nella società greca si compì questa rottura, l'uomo non solo scoprì un nuovo concetto di verità, ma, nel contempo, scoprì la sua intimità, scoprì se stesso, e comprese che il suo io poteva chiedere al linguaggio che cosa è la virtù.

9. Il fatto che Platone scrivesse dialoghi, non potrebbe essere un sintomo della scoperta delle diverse soggettività?
Nei suoi primi dialoghi, Platone, dando spazio ai problemi della sofistica, fece in modo che la gente parlasse, dialogasse così che la sua opera filosofica è un'opera dialogica. In realtà, i dialoghi di Platone sono stati il primo grande blocco della cultura filosofica. Prima di lui, infatti, ci sono stati i filosofi presocratici, le cui opere, i cui ipotetici scritti, non sono giunti fino a noi, se non in frammenti. Pertanto il primo grande blocco di opere filosofiche, la prima grande voce che, quantitativamente, si è espressa con abbondanza, è la voce platonica.
Tuttavia la voce platonica è una voce spezzata, incrinata da quella di centinaia di interlocutori dei dialoghi, che propongono la loro verità, che manifestano le loro idee, le loro prospettive, i loro punti di vista rispetto alla realtà. Platone dunque scrivendo dialoghi, espose un logos spezzato, e, in fondo, questo rappresentava anche la scoperta della soggettività, la scoperta dell'individualità.
Mai la filosofia è tornata a esprimersi in questo modo. È ben vero che Galileo ha scritto dei dialoghi, e che gli empiristi inglesi hanno espresso le loro idee in forma di dialogo, ma si tratta di un altro tipo di dialogo, dove l'interlocutore si produce in un lungo, immenso monologo. I dialoghi di Platone invece, soprattutto quelli della prima fase e della maturità, hanno altre caratteristiche: i personaggi che parlano sono individui, non meri nomi, etichette, che sciorinano un discorso tecnico, scientifico o ideologico, interessante ma monologico. I protagonisti dei dialoghi platonici, invece, in un incrociarsi di sistemi, o meglio di prospettive, di passioni, di interessi, esprimono la loro concreta e singolare individualità.
Ciò costituisce qualcosa di molto importante, soprattutto se si pensa al mondo contemporaneo. Infatti riflettendo sui dialoghi platonici - su quel dialogo continuo, quella ripartizione dei concetti a varie voci - si scopre la necessità di non assumere ciò che proviene dall'esterno passivamente, ma di rimetterlo in questione, discuterlo e offrirlo all'altro affinché manifesti il suo assenso o il suo dissenso, attraverso un logos che è vita, un logos che è «dia-logo», un logos che circola, che non ristagna negli angusti spazi del potere, dei mezzi che controllano, distribuiscono e amministrano il linguaggio.

10 Qual è l'origine e il significato della parola filosofia?
L'uomo è un animale che parla, che si esprime, che ha bisogno di pronunciare la sua lezione, di cantare la sua canzone, o, in altre parole, è un animale che ha bisogno di manifestare il suo essere all'altro. Ma oltre al legame fra gli uomini rappresentato dal logos, esiste una forma di legame non ascrivibile al mondo astratto dei significati, e che si riferisce invece all'affettività. L'uomo è un essere che si apre agli altri, che ama, secondo una necessità naturale. Tale necessità è riscontrabile già nel rapporto madre-figlio, dove la madre ama il figlio, si dedica a lui, e il figlio, per ragioni magari diverse, è aperto nei confronti della madre.
Questa apertura verso gli altri, questo uscire da sé, i Greci lo definirono con il termine «philia». L'uomo, infatti, non può stare rinchiuso in se stesso, non è assolutamente un monticolo di solitudine, in quanto è un essere naturalmente aperto. E il vincolo corrispondente a questa natura aperta è un vincolo affettivo, un vincolo di amore per l'altro, che porta a voler realizzare il proprio essere riconoscendosi nell'altro e volendo che l'altro ci riconosca.
Ma, indipendentemente da queste, che potrebbero sembrare elucubrazioni psicologiche o metafisiche, in effetti, è singolare che la parola filosofia sia composta da due termini:«philia», e «sophia». Ma non è del tutto esatto tradurre sophia con la parola sapienza, tradurre philia con la parola amore, e quindi il termine filosofia come «amore per la sapienza». Questo perché philia non significa soltanto amore, né sophia soltanto sapienza. Filia significa tendenza, proiezione, relazione, e anche possibilità che gli altri, che sono oggetto della nostra ricerca, rispondano agli interrogativi che poniamo loro. E sophia significa per i Greci il saper fare qualcosa, avere contatto con il mondo.
Il «sophos »era colui che sapeva fare qualcosa: una nave, una lira, un'anfora. La sapienza non è infatti nata come speculazione astratta: all'inizio i sapienti non erano soltanto coloro che sapevano pronunciare un discorso sulla vita e che potevano orientare l'uomo in essa. I sapienti, «oi sophoi», erano in primo luogo «coloro che sapevano», i tecnici: quelli che sapevano fare qualcosa con le mani. E come avrebbe potuto fin dal principio la parola sapienza significare una cosa astratta? La prima cosa che gli uomini fecero fu manipolare il mondo, toccarlo con le mani, trasformarlo. E dunque, prima del sophos inteso come colui che ha la sapienza, c'era il sapiente inteso come colui che sapeva modificare il mondo.
Di conseguenza nella parola filosofia è senza dubbio presente l'aspirazione a un sapere che interpreti il reale. Ma tale termine - che appare per la prima volta in un famoso frammento di Eraclito, dove si dice che gli uomini filosofi è opportuno sappiano molte cose, che siano al corrente di molte cose, che siano «istores»-, all'inizio, indicava il rapporto di conoscenza, di interpretazione e di valutazione dell'uomo nei confronti delle cose. Vale a dire, l'apertura dell'uomo verso le cose per utilizzarle e in qualche modo dominarle. Naturalmente la parola filosofia ha avuto una sua evoluzione, ma, a mio parere, ciò che la caratterizza è legato a questo significato primario di tendenza e di apertura verso la conoscenza, di ricerca della conoscenza.

11. Qual è il contributo fondamentale che la sofistica apportò alla cultura greca?
La ridicolizzazione dei sofisti da parte di Platone, il quale, nonostante il rispetto comunque presente nei suoi dialoghi, come nel Protagora e nel Gorgia, presenta la sofistica come una forma di pensiero ingannatoria, che ribalta le cose mettendo sopra quel che sta sotto, è una presentazione parziale, una deformazione. Tuttavia si tratta di una deformazione interessante, perché consente di vedere la sofistica a partire dalla prospettiva platonica, ovvero, da una prospettiva aristocratica. Ma, per quel che si può capirne leggendo Senofonte e Platone, i quali offrono versioni non del tutto coincidenti sulla sofistica, i sofisti non furono solo dei tecnici, anche se si racconta che alcuni di loro si fabbricavano le scarpe o i vestiti.
A ogni modo c'è invece un punto sul quale Senofonte e Platone concordano, ed è quello che riguarda la critica del linguaggio realizzata dai sofisti, il suo ripensamento costante, la revisione di concetti già in parte anchilosati, disseccati. Perciò i sofisti sono stati, nell'ambito della comunicazione intellettuale, dei rivoluzionari.
Certamente il verbo da cui proviene la parola sofista significa all'incirca «rigirare eccessivamente le cose», e certamente i sofisti hanno talvolta passato la misura, soprattutto quelli appartenenti alla seconda sofistica. Ma, ciononostante, mi pare che la critica di Platone ai sofisti sia, in un certo senso, esagerata, e oserei dire anche in qualche modo ingiusta. Perché pur con tutte le esagerazioni che si possono attribuire ai sofisti, pur col cattivo uso che possono aver fatto della revisione dei concetti, a loro dovremo sempre l'aver dinamizzato i concetti, l'averli fatti fluire, o, come direbbe il poeta Alberti, l'aver «reso l'anima navigabile», resi navigabili i concetti.
C'è poi un'altra parola-chiave della cultura greca, paideia (paideia) o educazione, che i sofisti rimisero sul tappeto, riportarono in piena luce, e sulla quale insistettero. L'uomo è oggetto di educazione: l'animale che parla, attraverso il linguaggio può arricchirsi, svilupparsi, crearsi. Ed è chiaro che questa creazione, questo sviluppo, questo arricchimento, sono connessi al rapporto con gli altri individui che costituiscono una comunità. Va rilevato che la democrazia funziona o può funzionare perfettamente, con la massima perfezione possibile, solo quando esiste educazione, quando esiste paideia. È interessante constatare che il popolo greco, che ha inventato la democrazia, definì la paideia, l'educazione, come quel fenomeno parallelo che consente alla democrazia di consolidarsi e di crescere.
Ritengo che il rapporto fra democrazia e educazione sia uno dei problemi della società contemporanea. E, pur non volendo fare il profeta, credo che la democrazia sia condannata al fallimento se non verrà fecondata con l'educazione, con la paideia. Una democrazia con una cattiva educazione, una democrazia «deformante», una democrazia dove si coltivi la menzogna, è una democrazia condannata, senza futuro, nata morta, senza possibilità di crescita.

12. In Italia il ministero che presiede alla scuola si chiama Ministero della Pubblica Istruzione. La parola educazione è stata eliminata, anche formalmente, dal rapporto con la scuola, e quindi con la formazione sociale e culturale del cittadino. Non ritiene che sia pericoloso per la democrazia quando che l'educazione venga ridotta al semplice rango di istruzione e di informazione?
Io credo che nel mondo dell'informazione, nel mondo dell'informatica che oggi ci domina, sussista il pericolo di trasformare il sapere, la conoscenza, in mera informazione. Eppure, ciò che caratterizza l'uomo non è tanto il sapere, la quantità di informazioni di cui può disporre - a questo scopo esistono già, appunto, i cervelli elettronici, i computer - quanto la capacità di pensare, di rinnovare il suo sapere, di rivederlo, di ricrearlo. E in una cultura come la nostra, trasformare l'educazione in istruzione significa trasformare gli individui in monticoli, in piccoli nuclei di piccoli saperi assolutamente parziali, senza collegamento con gli altri saperi, con i saperi della realtà totale.
Se continuiamo così, temo che la parola educazione si cristallizzi, si solidifichi e diventi priva di ogni significato. Perciò credo sia importante coltivare il pensiero. E nell'educazione oggi, nel rapporto fra i professori e gli studenti, nell'organizzazione della scuola, e anche nel mondo dell'informatica e in quello dell'informazione, va stimolato come non mai, guardando al futuro, il pensiero: il pensiero libero, il pensiero che crea, il rinnovamento intellettuale. Altrimenti credo che saremo condannati a un inaridimento, a un esaurimento del nostro orizzonte di possibilità.
Per questo oggi la filosofia, nonostante i molti problemi che il pensiero filosofico soffre nel mondo contemporaneo, deve porsi questi problemi e definire un orizzonte verso il quale proiettarli: l'orizzonte «umanista». Non mi vergogno a usare questa parola tanto deteriorata, in quanto è una parola che discende dalla miglior tradizione filosofica greca, da quella tradizione che faceva dire ad Aristotele che non gli interessava tanto sapere che cos'è la bontà, ma gli interessava che gli uomini fossero buoni, ossia che si creassero delle istituzioni, degli spazi pubblici dove la bontà, lo sviluppo dell'individuo, fossero possibili e realizzabili.
Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Palazzo Serra di Cassano, 21 aprile 1988


[il video dell’intervista è visibile sul  sito RAI
mentre il testo è pubblicato nel sito dell’Eciclopedia multimediale delle Scienze Filosofiche http: http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=113   ]