Che rapporto esiste tra “parola”
“politica” e
“felicità”?
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venerdì 15 febbraio 2013
Politica e felicità
mercoledì 13 febbraio 2013
La chiesa vaticana romana, tridentina e papista(inizio di una fine?)
Dedicato alle dimissioni di Papa Ratzinger.
Inizio della fine della chiesa tridentina, romana e papista. Risorge dalle ceneri l'anima di Giordano Bruno?
Pagine conclusive:
pp.201-205
CONCLUSIONE
Dal groviglio delle vicende della
storia religiosa italiana dagli ultimi decenni del' 400 al' 600, col XVI secolo
in posizione centrale data la rottura consumata in quegli anni dell 'unità
cristiana occidentale e la conseguente reazione della Chiesa cattolica, quali
conclusioni possiamo trarre? A parte I 'indubbia novità rivoluzionaria della
Riforma di marca protestante, per quel che riguarda il mondo cattolico è
possibile, a mio parere, registrare cambiamenti anche rilevanti pur in un
quadro di continuità, nova et vetera. In altre parole, da un lato la vita
religiosa italiana a tutti i livelli, nel popolo come nei ceti intellettuali e
colti, nella sua dimensione spirituale e morale, subisce trasformazioni radicali.
Dall'altro, riguardo all'assetto istituzionale della Chiesa cattolica, viene
esasperata la sua struttura gerarchica e verticistica proveniente da una lunga
tradizione, i cui inizi possono essere rintracciati nel secondo secolo, quando
comincia a prendere corpo prima la separazione fra clero e popolo e, negli
ultimi decenni, a trovare progressiva affermazione nelle singole chiese la
monarchia vescovile. Il Concilio di Trento, infatti, reagisce alla sfida
protestante sviluppando al massimo grado questa eredità, facendo della Chiesa
un corpo unico e compatto, militarizzato potremmo dire, sottoposto ad una
disciplina ferrea che impone a tutti fedeli sottomissione ed obbedienza incondizionata
all'autorità ecclesiastica, senza sbavature e dubbi. Al vertice di questa si
impone poi la figura del papa, non solo come simbolo dell'unità senza
incrinature del corpo ecclesiale, ma anche come effettiva forza impositiva di
coesione. In tal modo, l'iconografia che ne esce trova la sua espressione nella
sacralizzazione del pontefice romano, ormai collocato su un piano superiore
rispetto alla massa dei fedeli ed allo stesso clero. In fin dei conti i dogmi
del primato di giurisdizione su tutta la Chiesa e dell 'infallibilità attribuiti
al papa dal Concilio Vaticano I nel 1870 (Sessione IV del 18 luglio 1870), non
fanno altro che condurre a conclusione la realizzazione dell'idea di Chiesa
enunciata a Trento. Certamente, come si accennava prima, questo esito non
introduce elementi assolutamente nuovi. In fondo, esso non fa altro che
esplicitare ciò che già è presente implicitamente nell'assetto che la Chiesa
cristiana occidentale è venuta assumendo nella sua lunga storia, anche in
relazione alle complesse vicende seguite alla crisi ed alla caduta dell'Impero romano
d'occidente. Dovendo affrontare la sfida protestante, il cattolicesimo sceglie
perciò la via che gli appare in quel momento meno rischiosa, più facilmente
praticabile, e cioè estrarre da questa tradizione il nucleo autoritario e
gerarchico conservato e fatto crescere nel corso dei secoli, per condurlo alla
logica conclusione di una ecclesiologia autoreferenziale tutta incentrata sul
vertice papale. La Chiesa finisce quindi fatalmente per coincidere con questa
massima autorità e col corpo ecclesiastico che le fa da corona, anch' esso però
su un gradino inferiore e quindi sottomesso al capo supremo. Non è questo
certamente l'unico apporto estraibile dal passato dell ' esperienza storica
cristiana. In fin dei conti l' evangelismo tenta il recupero di motivi
evangelici andati smarriti o quasi, ma comunque ben presenti anch'essi in quel
grande corpo in cui consiste la tradizione, talvolta manifestatisi anche in
maniera esplosiva. Basti pensare alla sconvolgente esperienza spirituale e
cristiana di Francesco di Assisi. Tuttavia, quando la rottura protestante
esplode infrangendo l'unità della Chiesa, l'iniziativa per affrontare questa situazione
non viene ricercata nel rilancio dello spirito evangelico, che avrebbe
comportato la riforma interna del cattolicesimo nel senso del rinnovamento
della coscienza dei fedeli e della riattivazione della vita spirituale e
morale. La scelta disciplinare fatta a Trento, patrocinata dal papato, rompe
ogni collegamento con questa eredità e riprende al contrario i motivi
autoritari dell'ordine imposto dall'alto, della appartenenza obbediente al
corpo ecclesiale, della passiva sottomissione del fedele all'autorità
ecclesiastica. Gli effetti che ne conseguono sono devastanti. Come abbiamo
visto, la simulazione, la doppia morale, l'ipocrisia, il conformismo, lo
svuotamento della vita interiore e della spiritualità, da cui vengono espulsi
il dubbio e la ricerca di novità che ne costituiscono spesso alimento
indispensabile, la delazione e la cortigianeria, finiscono per disegnare il
panorama che da allora in poi viene a contrassegnare in profondità il carattere
italiano sotto tutti gli aspetti e non solo sotto il profilo strettamente
religioso. Perché è l'intero impasto della persona che viene forgiato dal
dominio totalitario di questa religione dell ' autorità, che non chiede al
fedele di cambiare, di praticare un rivolgimento profondo, rivoluzionario e
permanente della coscienza, ma esige solo di obbedire e di sottomettersi. E sul
fedele rispettoso e remissivo l'autorità ecclesiastica stende poi la sua mano
amorevole, liberandolo dalle sue colpe e restituendolo puro col perdono della
confessione. Con la reiterazione ininterrotta di questo sacramento non è quindi
rimesso in questione il comportamento peccaminoso in modo da dare alla vita una
svolta decisiva. Il messaggio che vi è racchiuso è chiaro e dice al fedele: tu
sei un peccatore, non puoi cambiare; io Chiesa ti capisco, ma ti tranquillizzo
con la mia autorità di rimetterti i peccati, purché tu mi sia rispettoso e
rimanga obbediente ai miei precetti. Viene in tal modo scavato un abisso
incolmabile con qualsiasi istanza di rinnovamento morale e spirituale della
coscienza personale, anche quella espressa e promossa dall'evangelismo interno
nonostante che, come si ricorderà, esso continui pure a riservare un ruolo
centrale al clero ed alla gerarchia. Sotto questo riguardo, allora, si può dire
che la Controriforma cattolica uscita dall'assise tridentina o, se vogliamo, il
progetto riformistico di quel concilio, non è solo rivolta all'esterno, contro
il mondo protestante, ma colpisce anche tutti i conati, compresi i più
moderati, di un riformismo interno che intenda far leva sulla coscienza
personale quale premessa irrinunciabile per la maturazione della fede. Ne
conseguono inevitabilmente effetti nefasti che investono in profondità il
tessuto morale e civile del nostro paese, che esce sfibrato moralmente, privo
di forza creativa e di iniziativa, sprofondato nella rassegnazione e nella
passività, irriconoscibile rispetto alla vitalità che lo ha reso grande fino
dal' 200 e dal '300, con l'umanesimo quattrocentesco e la sua esaltazione della
dignità dell 'uomo teso a progettare e creare la sua città di vita terrena, ed
anche esaltato dal genio del Rinascimento. Si può dire, allora, che col rogo di
Giordano Bruno e con i processi di Galilei si mette davvero fine a questa
grande tradizione civile e morale del nostro paese ed inizia una fase nuova, di
profonda decadenza. Per rendersene conto ci si può limitare a considerare la
sola dimensione della religiosità vissuta, dove è riscontrabile in modo
particolarmente pregnante quello che si accennava sopra e cioè la rottura
profonda che con la Controriforma cattolica si è verificata nella storia
cristiana del nostro paese. Perche davvero qui gli aspetti appena segnalati
segnano con nettezza lo spartiacque fra la religiosità del credente nel Basso
Medio Evo e quella nuova che va modellandosi sulle prescrizioni tridentine. Ai
cristiani di quel tempo è estranea infatti la sacralizzazione della figura
papale, che copre con la sua imponenza come una cupola la Chiesa
post-tridentina. Un uomo di fede come Dante, ad esempio, non esita a
scaraventare all'Inferno ben cinque papi, cosa sconvolgente ed inconcepibile
per il cattolico medio moderno, compreso quello contemporaneo inchiodato ad una
ferrea idolatria papale172. Forse perche tutti i papi moderni, da Pio IX in poi
sono tutti santi e degni del Paradiso, mentre la perversione si concentra
interamente in quelli del passato? Forse che la Chiesa moderna e contemporanea
rimane del tutto estranea agli appetiti terreni di potere anche politico e
della ricchezza? Solo un fanatismo cieco e di attaccamento idolatrico
all'istituzione ecclesiastica ed ai suoi vertici può sostenere una cosa del
genere. Ma torniamo al Medio Evo. Per capire quale sia lo spirito che anima gli
uomini dell ' età comunale esemplari mi paiono queste pagine di Luigi
Salvatorelli che riporto per intero, dove si descrive la politica dei Comuni
ostile alla Chiesa per la sua pretesa di immunità e di privilegi economici. " Si discutevano questioni di
principio: i limiti fra potere civile e potere religioso, la distinzione, nella
Chiesa, dello spirituale e del temporale, dei doni celesti e degli interessi
terreni. I beni del clero e i diritti ecclesiastici, materia di conflitti,
erano sentiti come un ostacolo ed una pietra d 'inciampo. Parole mordaci
correvano sugli attaccamenti terreni ed i costumi mondani del clero; fiorivano
motti satirici contro I' avarizia e la cupidità della Curia, rasentando talora
la bestemmia. Si giocava sul nome di papa Lucio III paragonandolo al pesce
omonimo: «questo insidia i pesci, quegli divora gli uomini». Si diceva che a
Roma il dio non era Trino, ma Quattrino". Ed ancora: "L'isolamento della casta e della
gerarchia, il contrasto di interessi, l'urto dei poteri, acquistavano
profondità e gravità, perché al di là di essi era sorta una certa
incomprensione morale. Non si trattava del Credo, di dommi: il popolo seguitava
a credere quello che la Chiesa insegnava. ..Tanto meno si trattava di rito e di
culto: nessuna società come quella dei Comuni aveva tanto amato le grandi cattedrali
e le processioni solenni. Come prima, il popolo trovava nel sacerdote il
ministro del rito, il dispensiere dei sacramenti. Vi trovava invece assai meno
di prima l'interprete dei propri sentimenti, il confidente delle proprie
incertezze, il consigliere intimo e la guida morale". Il fatto è che " Lo stato degli spiriti, dal secolo X
al XIIL era cambiato profondamente nel mondo laico. Non si chinava più il capo,
con rassegnazione inerte, sotto le difficoltà, i dolori e le oppressioni; e si
cercava di provvedere alla proprie sorti secondo il motto: aiutati che Dio ti
aiuta. La fede religiosa si faceva morale e vita pratica: accanto alle virtù monacali
della umiltà e della penitenza venivano in onore quelle laiche della prudenza,
della fortezza, della giustizia, generatrici di bene, rettrici e maestre della
città e della vita sociale "(173). Da queste pagine, come si può ben
vedere, esce l'immagine di un popolo vivo, non passivo e supinamente sottomesso
alla gerarchia ecclesiastica, come invece accadrà quando il peso schiacciante
della disciplina imposta dal Concilio di Trento soffocherà, anche con inaudita
violenza fisica oltre che morale, ogni barlume di autonomia nella spiritualità
e nella coscienza religiosa del popolo italiano. sicché, si può davvero
argomentare storicamente che con la Controriforma cattolica non solo vengono
davvero sradicati dalla vita spirituale del nostro paese, qualsiasi accenno e
conato ad una pur minima autonomia, ma muoiono anche quelle riserve di energia morale
e di forza creatrice che nel passato avevano fatto dell'Italia un faro di
civiltà. Insomma, dopo avere narcotizzato la coscienza religiosa e, proprio per
quel motivo, la Controriforma cattolica opera una vera e propria espulsione di
ogni forma di indipendenza personale ed è quindi alla radice della corruzione
della coscienza morale del nostro paese, che tanti effetti nefasti riverserà
sulla successiva storia nazionale italiana fino ai nostri giorni.
172. I nomi dei papi condannati
nell 'Inferno dantesco sono: Celestino V nel vestibolo, fra gli ignavi (Canto III);
Anastasio Il, nel cerchio VII fra i violenti (Canto XI); Niccolò III Orsini nel
cerchio VIII, terza bolgia, fra i simoniaci; Bonifacio VIII, non ancora defunto
nell'anno in cui Dante immagina il suo viaggio nell’oltretomba, sempre fra i
simoniaci; Clemente V; non solo non ancora defunto, ma addirittura neppure
ancora papa, anche lui fra i simoniaci.
173. Luigi SaIvatoreIIi -Vita di
San Francesco di Assisi -Einaudi 1973, pag. 15 e 18/19
Nascita (e fine) del prete tridentino
Come nasce la casta sacerdotale
(dedicato alle dimissioni di papa Ratzinger, come segno dell'inizio della fine del Concilio di Trento e come segno di ripresa del Concilio Vaticano secondo che lentamente rinasce dalle sue ceneri)
Roberto Bartoli - Riforma cattolica e reazione antiprotestante
pp.64-65
... Il basso clero fu, infatti,
strappato a forza dal suo ambiente naturale, a quel mondo dei rustici di cui
era figlio ed al quale partecipava in modo totale, condividendone le tristi
condizioni di vita materiale e gli originari ed autonomi valori culturali.
Seguendo le linee di una politica religiosa e culturale elaborata, organizzata
e diretta soprattutto dai gesuiti, i futuri curati di campagna vennero isolati
dalle loro comunità per andare a ricevere la loro formazione intellettuale,
teologica, religiosa e culturale in quella sorta di collegi per preti che
furono i seminari. Nel seminario il futuro prete ebbe una cultura superiore di
tipo letterario classico, conformemente al programma di studio modellato sulla
"ratio studiorum" dei gesuiti, unitamente alla cura per la sua
preparazione teologica. Uno dei segni di questa superiorità culturale dello
stato ecclesiastico, fu il latino. Con la conoscenza del latino il prete
entrava nella classe intellettuale, si appropriava di un linguaggio difficile
ed incomprensibile per il popolo. Finiva, perciò, per essere investito di
un'aureola di magica superiorità con l' accesso a questo esoterismo
linguistico, che incantava e
suggestionava i semplici proprio attraverso il mistero di quelle parole
incomprensibili. Orbene, questa formazione culturale superiore, accompagnata al
riassetto della proprietà ecclesiastica nelle campagne che consentisse al
curato una certa agiatezza economica, ebbe lo scopo di inquadrare il basso
clero in modo organico nell'«ordo clericorum», in modo da farlo sentire
partecipe di un corpo clericale nettamente separato dal mondo dei semplici
rustici, nel quale doveva svolgere la sua missione sacerdotale. Come si è già
messo in risalto, anche l'atteggiamento esterno del curato, il suo modo di comportarsi,
di parlare, di gesticolare, il suo abito dovevano essere segni visibili di
appartenenza ad un corpo privilegiato e superiore, con funzione di comando, e
quindi tale da incutere rispetto già di per se stesso. In altre parole, tutto
doveva indicare la rottura e la separazione più complete dai corrispondenti
modi di vita del mondo contadino.
Le prescrizioni conciliari erano
in proposito tassative. Il già ricordato Canone I della XXII sessione del 17
settembre 156266, stabiliva norme precise per il comportamento esterno dei
chierici. Abbiamo visto in precedenza che non fu il solo. Infatti il già citato
canone IV della XIV sessione del 25 novembre 1551, li richiamava a portare
l'abito conforme al proprio stato. Anche i seminaristi dovevano prendere subito
la tonsura ed indossare la veste clericale, come disponeva la sessione XXIII
del 15 luglio 1563 al canone XVIII. Nella sessione XXI del 15 giugno 1562, il
canone primo vietava a coloro che entravano al servizio di Dio, di mendicare o
di esercitare un mestiere ignobile come mezzo di guadagno. Da queste
prescrizioni, come da molte altre -ad esempio i canoni IV e V della XXIII
sessione del 15 luglio 1563 facevano divieto di ammettere alla prima tonsura
"quelli che non sappiano leggere e scrivere" e si dispone (canone V)
"che i chierici ammogliati debbano prestare servizio nella chiesa in cui
sono destinati e portino I' abito clericale e la tonsura" -emerge con
estrema chiarezza quella che doveva essere la condizione del prete, così come
viene confermata da altri documenti e testimonianze 67. A questo riguardo i
canoni tridentini costituiscono una fonte preziosa per la conoscenza della
situazione religiosa del popolo e del clero prima di Trento. In sostanza, per
riepilogare gli aspetti più rilevanti messi in risalto anche nelle pagine
precedenti, quello del clero e quello dei laici incolti erano due stili di
condotta e di contegno esterni che rivelavano, già nell'immediatezza delle
apparenze, due condizioni sociali e, sul piano ecclesiale, fissavano in maniera
definitiva e completa la scissione fra Chiesa sacerdotale e gerarchica e quella
discente degli umili fedeli. Agli occhi del povero contadino, il curato doveva
perciò rappresentare la superiorità della gerarchia e, pertanto, incutergli un
senso di deferente e filiale devozione, in modo da instillare nel suo animo
quel complesso di inferiorità e di nullità personale che lo rendesse pronto ad
accogliere con obbedienza filiale l'indottrinamento e la disciplina pratica
trasmessigli autoritativamente dal prete.
66. Documenti cit. pag. 651
67. Documenti cit. pag. 617, 673,
636/7, 666/7
68. Si veda il paragrafo in
questo capitolo "Gli strumenti per il controllo della fede popolare nel
programma tridentino: il ruolo
del clero e la nuova figura del prete"
giovedì 7 febbraio 2013
Amicizia e libertà
Assemblea domenicale
Amicizia
e libertà è il tema che affronterà il gruppo ragazzi-genitori
domenica
10 febbraio ore 10,30 nel corso dell’assemblea della
comunità.
Prenderemo
spunto da un racconto di Luis Sepulveda, da un bellissimo film “Quasi amici” che
racconta
una
particolare storia di amicizia, da
un passo del Vangelo di Giovanni.
Vi
invitiamo ad essere presenti perché desideriamo intrecciare le esperienze di
ciascuno sui temi:
1)
si
può essere amici nella diversità?
2)
l’amicizia
è fonte di libertà? E sempre vero? Come, quando?
Vi
aspettiamo...
Il
Gruppo ragazzi
lunedì 4 febbraio 2013
Due passi nel Quartiere 4 - Firenze
Lungo l'Arno fino a Boboli e Villa Strozzi
La passeggiata (che si avvale dell'utilizzo della
tramvia)
è lunga circa 7,5 chilometri (per circa 2 ore e 30 di cammino)
Partenza alle ore 9.30 di sabato 9 FEBBRAIO 2013 dalla sede del Quartiere 4 (Villa Vogel)
Il
percorso in dettaglio:
Dalla sede del Quartiere 4 si raggiunge a piedi la fermata "Federiga" della tramvia in Via Foggini Si scende alla fermata "Cascine" e da qui si prende a camminare sui lungarni fino al Ponte a Santa Trinita
Si attraversa l'Arno e si arriva in Piazza Pitti
dove si entra nel giardino di Boboli
(gratuito per i cittadini di Firenze, previo riconoscimento con carta di identità)
Visita del giardino e uscita a Porta Romana
(qui è possibile prendere il bus elettrico della linea D che riporta alla
tramvia)
Il percorso prosegue per Viale Petrarca
per risalire la collina di Bellosguardo e attraversare il parco di Villa
Strozzi
Si esce in Via Pisana e in breve si raggiunge Piazza
Paolo Uccello dove si risale in tramvia.
|
domenica 3 febbraio 2013
La fucina per la non violenza
Paola, Teresa, Matteo, Antonietta, Lucia
Teresa presenta "La fucina della non violenza" e si prepara a comunicare il metodo di lavoro e le tecniche di comunicazione interpersonale.
Lettura biblica - Dal libro di Isaia
Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci;
un popolo non alzerà più la spada
contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell'arte della guerra.
Isaia Capitolo 11
11:1 Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
11:2 Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e di intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
11:3 Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
11:4 ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.
La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento;
con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.
11:5 Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia,
cintura dei suoi fianchi la fedeltà.
11:6 Il lupo dimorerà insieme con l'agnello,
la pantera si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un fanciullo li guiderà.
11:7 La vacca e l'orsa pascoleranno insieme;
si sdraieranno insieme i loro piccoli.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
11:8 Il lattante si trastullerà sulla buca dell'aspide;
il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.
11:9 Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
in tutto il mio santo monte,
perché la saggezza del Signore riempirà il paese
come le acque ricoprono il mare.
Ricomposizione circolare... (Partecipazione é sentirsi la parte di un tutto che, solo se completo ed intero, ha senso e dignità).
Materiali predisposti da Paola Antonietta Lucia
Il mondo come va:
27 dicembre-18 gennaio 2009 – Sulla striscia
di Gaza
23 giorni, di piombo fuso:
232 carri armati,
687 blindati,
43 postazioni di lancio jet da
combattimento,
346 mortai,
3 satelliti spia,
64 informatori,
12 spie infiltrate,
8000 soldati
su un pezzo di terra di 40 km per 5,
sopra una popolazione di 1.400.000 palestinesi.
1419 assassinati ( 318 bambini, 111 donne, 6 medici, 2 operatori ONU, 6
giornalisti).
5360 feriti
2114 abitazioni distrutte
3242 danneggiate gravemente
1 milione di kg di bombe su
16 ospedali
28 ambulanze
21 scuole
19 moschee
167 stabilimenti industriali.
Contaminati migliaia di ettari di campi coltivati.
Venti
alunni di prima elementare, di cui 12 bambine e otto bambini, tra i sei e i
sette anni, e sei donne, compresa la madre Sono le vittime della strage
compiuta da un ventenne, Adam Lanza in una scuola di Newtown nel Connecticut, a poco più
di 100 chilometri da New York.
LE PISTOLE
DELLA MADRE -
"La
Pace Internazionale" Gandhi
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Vogliamo una Fucina per la
Nonviolenza (definizione di fucina nel dizionario Devoto-Oli: "Ambiente
che favorisce la formazione di fatti e di personalità socialmente e
culturalmente rilevanti", per es. una fucina d’ingegni).
Desideriamo rappresentarci disegnando un cerchio quasi completo con una matita colorata, di quelle morbide, che ci permette di mostrarci persone uguali, diverse e simili, una tempesta di idee, parole, sogni, speranze e progetti che, come in abbraccio umano, racchiudono, ma senza stringere troppo, una parola, quella più importante: nonviolenza.
Vogliamo partire dal basso, dal sé, lavorando su noi stessi, trovando la liberazione attraverso la formazione, il "potere di tutti" (l’empowerment, l’omincrazia) rimanendo sempre un gruppo aperto.
Essere luogo d’incontro, di comunicazione tra realtà ideologicamente vicine e lontane, essere un portale, un collante tra e per i gruppi socialmente attivi, una fucina culturale e di formAzione al fine di pensare e realizzare progetti per determinare cambiamenti concreti.
La nonviolenza é al tempo stesso un modo di intendere il vivere, le relazioni, ed uno strumento che aiuta il genere umano a riconoscere il primato dell’essere sull’avere, ad abolire nel quotidiano la parola "ultimi".
Diventa per noi fondamentale imparare la pazienza per ascoltare, ascoltarci, e capire. Vogliamo colori, creatività e fantasia al potere.
Vogliamo essere sempre più liberi come madre natura ci ha pensati, liberi di vivere la felicità che emerge nelle relazioni tra le persone e con l’ambiente. Vogliamo liberarci dalla violenza del potere e delsistema basati sul profitto economico, distinguendo con forza la differenza che passa tra obiezione di coscienza e una superficiale visione pacifista del mondo.
Per costruire la fucina, per dar vita a questa esperienza di liberazione, ci siamo dati alcuni obiettivi che sentiamo prioritari nella nostra azione nonviolenta senza definirne subito la gli strumenti perché significherebbe guardare prima ai mezzi senza pensare ai fini, privandoci dell’esperienza fondamentale di relazione e condivisione. Crediamo fortemente, come diceva Gandhi, che mezzi e fini sono parimenti importanti, "che i fini siano nei mezzi e viceversa ", per questo é importante nel pensare e fare nonviolento, esplicitare cosa vogliamo prima di come fare per raggiungerlo. Fantasia e creatività non hanno limiti se troviamo il coraggio di creare forme e modalità di agire nuove attente al contesto storico e sociale in cui viviamo.
Diventa dunque a nostro avviso necessario avere in città una struttura permanente di riferimento e riconosciuta che sia idonea a favorire l’incontro e la formAzione tra le persone/cittadini.
Questi sono per noi gli obiettivi su cui lavorare:
- formazione;
- obiezione di coscienza;
- partecipazione;
- guerra e riconversione dell’industria bellica e nucleare;
- antimilitarismo;
- "ultimi" e migranti.
Ad oggi, maggio 2006, abbiamo delineato brevemente due di questi possibili percorsi.
*
Riconversione delle industrie belliche in Toscana
L’Italia é tra i primi nove paesi del mondo che fabbricano ed esportano armi. E la costruzione e la vendita di armi non é sicuramente un modo per arrivare alla pace, ma anzi alimenta la guerra. Per questo é importante mettere in programma la riconversione delle industrie belliche.
La Toscana ha un ruolo non del tutto marginale in questo campo. Ma l’approccio portato avanti finora dal movimento nonviolento non ha dato grandi risultati. Finora si é cercato di basarsi sull’obiezione di coscienza di alcuni operai che si dichiaravano obiettori alla costruzione di armi e chiedevano di essere spostati ad altri lavori, spesso senza risultato, o si licenziavano, o venivano licenziati. A nostra conoscenza le persone che hanno agito così sono poche decine con quasi nessun effetto sulla realtà, ma con grossi problemi personali di mancanza di guadagni e di ricerca di altri lavori. Il vescovo di Firenze precedente all’attuale aveva creato un fondo economico per aiutare queste persone e sarebbe interessante venire a conoscere se e come é stato speso ed i risultati di tale impegno.
Inoltre il gesto di questi obiettori li ha isolati rispetto agli altri operai che non si sentivano di seguire il loro esempio. Per questo é necessario seguire una strada del tutto diversa che coinvolga gli stessi operai nella riconversione della loro industria. Due esempi importanti si sono avuti in Inghilterra ed in Piemonte, ma probabilmente esistono anche altri casi che meriterebbe studiare.
Per fare un lavoro serio si tratterebbe di andare presso l’Osservatorio regionale sul commercio delle armi (della Regione Toscana) ed avere il quadro regionale delle industrie toscane che fabbricano armi. Con loro e con l’aiuto dei sindacati, e di docenti universitari che si siano interessati di questi temi, individuare una fabbrica, non troppo grande ma nemmeno troppo piccola, che possa essere effettivamente riconvertita in modo da servire da volano e da esempio. Con gli stessi operai mettere poi a punto un piano di lavoro per arrivare alla riconversione della stessa ed attivare tutte le possibili collaborazioni per realizzare il progetto. Tener presente anche il progetto di legge del Prc sulla riconversione industriale. Dopo ottenuto il primo risultato passare ad altre industrie più grandi. E’ un lavoro che richiede un grosso impegno e un certo tempo, ma che può essere molto significativo.
*
Partecipazione
In particolare sul tema di questo convegno, nonviolenza e politica, abbiamo fatto alcune riflessioni.
Partecipazione é parola di moda oggi. Per noi vuol dire permettere a tutti di aver accesso al potere, cioé di poter decidere, con tutti gli altri esseri viventi, collettivamente, di determinare la nostra vita, di trovare la strada per quella felicità che la vita può offrire.
Partecipazione é liberare le nostre città dalla paura, il sentimento che ogni forma di totalitarismo ispira ai propri sudditi. Paura del domani, paura del diverso, paura dello straniero, paura della povertà, paura di essere derubato del proprio benessere. La paura ci inchioda dietro le inferriate delle nostre tane, ci imprigiona e ci allontana dalla vita. La paura ci fa sopportare l’idea della guerra sperando che questa ci liberi dai nostri fantasmi.
Partecipazione é liberare la città dalla violenza, questa coltre che avvolge ogni pietra delle nostre metropoli. La violenza che emargina chi ha redditi bassi in periferie degradate. La violenza che costringe gli esseri umani che hanno abitato la città ad andarsene per lasciar spazio al profitto di chi usa la città come risorsa economica, non come luogo di vita. La violenza di chi non ammette sentire diverso dal proprio. La violenza che si nutre di paura e ne genera sempre più. La violenza che mercifica ogni spazio e ti fa vivere solo se puoi permetterti di consumare. Consumare, appunto, anche la città. Anche questa é violenza: essere costretto a consumare un oggetto o un soggetto che potrebbe riprodursi, mutare, trasformarsi, rigenerarsi; il profitto conosce solo il consumo, fino alla fine, senza pensare a chi ci é vicino e a chi verrà dopo di noi. Violenza é sacrificare il tempo agli ingorghi, immolare la propria salute al dio benzina-kerosene-diesel-combustione.
Partecipazione é sentirsi la parte di un tutto che, solo se completo ed intero, ha senso e dignità.
Partecipazione é sentire ogni creatura compagna del viaggio verso il futuro.
Partecipazione é condividere lo spazio della città con altri esseri che come te cercano la felicità.
Partecipazione é fare della città il luogo dello scambio, del trovare e del trovarsi.
Partecipazione é fare della città un luogo in cui la legge del più forte si tramuta in regno dei fini, dove l’ideale diventa concreto, come un abbraccio o un bacio.
Partecipazione é negare la ogni discriminazione per innalzare la ricchezza di ogni persona.
Partecipazione é al tempo stesso fine e strumento politico per realizzare il sogno di felicità.
Parlare di partecipazione oggi significa ritrovare il vero spirito con cui erano nati i Comitati di Quartiere che organizzarono la rinascita della città dopo l’alluvione del ’66. Nel 1976 nacquero i Consigli di Quartiere, frutto di un’esperienza decennale, che avevano come scopo l’impegno diretto dei cittadini nella progettazione e nel controllo della politica cittadina. Ad oggi la struttura stessa dei Consigli di Quartiere non risponde più a quelle finalità. Diventa quindi urgente innescare un processo di revisione politica e strutturale delle amministrazioni ai vari livelli e trovare forme di partecipazione diretta dei cittadini.
Parlare di partecipazione e di democrazia oggi vuol dire avere il coraggio, culturale e politico, per riequilibrare i poteri del Consiglio Comunale, della Giunta e del Sindaco al fine di permettere la compartecipazione della Città nelle scelte di indirizzo, nella definizione dei progetti, nel controllo dei costi.
Parlare di partecipazione oggi significa dar maggior peso alla presenza del mondo dell’istruzione (dalla scuola dell’infanzia all’università) perché, se é vero che gli studenti sono prima di tutto cittadini, é anche vero che l’istituto scolastico in quanto tale può vivere una presenza educativa e qualificante nelle relazioni sociali, politiche e istituzionali.
Parlare di partecipazione oggi é soprattutto portare il lievito della nonviolenza nei molti conflitti che esistono nelle città per evitare che questi decadano in scontri sterili, per trasformare tutte queste occasioni in una crescita di tutti: politica, culturale, affettiva, sociale, economica.
Infine, parlare di partecipazione oggi significa far rivivere lo spirito dei Cos (i Centri di orientamento sociale) nati nell’immediato dopoguerra su impulso di Aldo Capitini: un luogo assolutamente aperto e paritario, dove tutti si possano confrontare su tutto, dove tutti parlano e ascoltano. Dare forma all’"omnicrazia", cioé al "potere di tutti"; far sì che nessuno sia escluso dalla vita e dalle possibilità che il vivere insieme consentono, far sì che non ci siano più "ultimi", ma solo "uguali".
La nascente Fucina della Nonviolenza di Firenze
Desideriamo rappresentarci disegnando un cerchio quasi completo con una matita colorata, di quelle morbide, che ci permette di mostrarci persone uguali, diverse e simili, una tempesta di idee, parole, sogni, speranze e progetti che, come in abbraccio umano, racchiudono, ma senza stringere troppo, una parola, quella più importante: nonviolenza.
Vogliamo partire dal basso, dal sé, lavorando su noi stessi, trovando la liberazione attraverso la formazione, il "potere di tutti" (l’empowerment, l’omincrazia) rimanendo sempre un gruppo aperto.
Essere luogo d’incontro, di comunicazione tra realtà ideologicamente vicine e lontane, essere un portale, un collante tra e per i gruppi socialmente attivi, una fucina culturale e di formAzione al fine di pensare e realizzare progetti per determinare cambiamenti concreti.
La nonviolenza é al tempo stesso un modo di intendere il vivere, le relazioni, ed uno strumento che aiuta il genere umano a riconoscere il primato dell’essere sull’avere, ad abolire nel quotidiano la parola "ultimi".
Diventa per noi fondamentale imparare la pazienza per ascoltare, ascoltarci, e capire. Vogliamo colori, creatività e fantasia al potere.
Vogliamo essere sempre più liberi come madre natura ci ha pensati, liberi di vivere la felicità che emerge nelle relazioni tra le persone e con l’ambiente. Vogliamo liberarci dalla violenza del potere e delsistema basati sul profitto economico, distinguendo con forza la differenza che passa tra obiezione di coscienza e una superficiale visione pacifista del mondo.
Per costruire la fucina, per dar vita a questa esperienza di liberazione, ci siamo dati alcuni obiettivi che sentiamo prioritari nella nostra azione nonviolenta senza definirne subito la gli strumenti perché significherebbe guardare prima ai mezzi senza pensare ai fini, privandoci dell’esperienza fondamentale di relazione e condivisione. Crediamo fortemente, come diceva Gandhi, che mezzi e fini sono parimenti importanti, "che i fini siano nei mezzi e viceversa ", per questo é importante nel pensare e fare nonviolento, esplicitare cosa vogliamo prima di come fare per raggiungerlo. Fantasia e creatività non hanno limiti se troviamo il coraggio di creare forme e modalità di agire nuove attente al contesto storico e sociale in cui viviamo.
Diventa dunque a nostro avviso necessario avere in città una struttura permanente di riferimento e riconosciuta che sia idonea a favorire l’incontro e la formAzione tra le persone/cittadini.
Questi sono per noi gli obiettivi su cui lavorare:
- formazione;
- obiezione di coscienza;
- partecipazione;
- guerra e riconversione dell’industria bellica e nucleare;
- antimilitarismo;
- "ultimi" e migranti.
Ad oggi, maggio 2006, abbiamo delineato brevemente due di questi possibili percorsi.
*
Riconversione delle industrie belliche in Toscana
L’Italia é tra i primi nove paesi del mondo che fabbricano ed esportano armi. E la costruzione e la vendita di armi non é sicuramente un modo per arrivare alla pace, ma anzi alimenta la guerra. Per questo é importante mettere in programma la riconversione delle industrie belliche.
La Toscana ha un ruolo non del tutto marginale in questo campo. Ma l’approccio portato avanti finora dal movimento nonviolento non ha dato grandi risultati. Finora si é cercato di basarsi sull’obiezione di coscienza di alcuni operai che si dichiaravano obiettori alla costruzione di armi e chiedevano di essere spostati ad altri lavori, spesso senza risultato, o si licenziavano, o venivano licenziati. A nostra conoscenza le persone che hanno agito così sono poche decine con quasi nessun effetto sulla realtà, ma con grossi problemi personali di mancanza di guadagni e di ricerca di altri lavori. Il vescovo di Firenze precedente all’attuale aveva creato un fondo economico per aiutare queste persone e sarebbe interessante venire a conoscere se e come é stato speso ed i risultati di tale impegno.
Inoltre il gesto di questi obiettori li ha isolati rispetto agli altri operai che non si sentivano di seguire il loro esempio. Per questo é necessario seguire una strada del tutto diversa che coinvolga gli stessi operai nella riconversione della loro industria. Due esempi importanti si sono avuti in Inghilterra ed in Piemonte, ma probabilmente esistono anche altri casi che meriterebbe studiare.
Per fare un lavoro serio si tratterebbe di andare presso l’Osservatorio regionale sul commercio delle armi (della Regione Toscana) ed avere il quadro regionale delle industrie toscane che fabbricano armi. Con loro e con l’aiuto dei sindacati, e di docenti universitari che si siano interessati di questi temi, individuare una fabbrica, non troppo grande ma nemmeno troppo piccola, che possa essere effettivamente riconvertita in modo da servire da volano e da esempio. Con gli stessi operai mettere poi a punto un piano di lavoro per arrivare alla riconversione della stessa ed attivare tutte le possibili collaborazioni per realizzare il progetto. Tener presente anche il progetto di legge del Prc sulla riconversione industriale. Dopo ottenuto il primo risultato passare ad altre industrie più grandi. E’ un lavoro che richiede un grosso impegno e un certo tempo, ma che può essere molto significativo.
*
Partecipazione
In particolare sul tema di questo convegno, nonviolenza e politica, abbiamo fatto alcune riflessioni.
Partecipazione é parola di moda oggi. Per noi vuol dire permettere a tutti di aver accesso al potere, cioé di poter decidere, con tutti gli altri esseri viventi, collettivamente, di determinare la nostra vita, di trovare la strada per quella felicità che la vita può offrire.
Partecipazione é liberare le nostre città dalla paura, il sentimento che ogni forma di totalitarismo ispira ai propri sudditi. Paura del domani, paura del diverso, paura dello straniero, paura della povertà, paura di essere derubato del proprio benessere. La paura ci inchioda dietro le inferriate delle nostre tane, ci imprigiona e ci allontana dalla vita. La paura ci fa sopportare l’idea della guerra sperando che questa ci liberi dai nostri fantasmi.
Partecipazione é liberare la città dalla violenza, questa coltre che avvolge ogni pietra delle nostre metropoli. La violenza che emargina chi ha redditi bassi in periferie degradate. La violenza che costringe gli esseri umani che hanno abitato la città ad andarsene per lasciar spazio al profitto di chi usa la città come risorsa economica, non come luogo di vita. La violenza di chi non ammette sentire diverso dal proprio. La violenza che si nutre di paura e ne genera sempre più. La violenza che mercifica ogni spazio e ti fa vivere solo se puoi permetterti di consumare. Consumare, appunto, anche la città. Anche questa é violenza: essere costretto a consumare un oggetto o un soggetto che potrebbe riprodursi, mutare, trasformarsi, rigenerarsi; il profitto conosce solo il consumo, fino alla fine, senza pensare a chi ci é vicino e a chi verrà dopo di noi. Violenza é sacrificare il tempo agli ingorghi, immolare la propria salute al dio benzina-kerosene-diesel-combustione.
Partecipazione é sentirsi la parte di un tutto che, solo se completo ed intero, ha senso e dignità.
Partecipazione é sentire ogni creatura compagna del viaggio verso il futuro.
Partecipazione é condividere lo spazio della città con altri esseri che come te cercano la felicità.
Partecipazione é fare della città il luogo dello scambio, del trovare e del trovarsi.
Partecipazione é fare della città un luogo in cui la legge del più forte si tramuta in regno dei fini, dove l’ideale diventa concreto, come un abbraccio o un bacio.
Partecipazione é negare la ogni discriminazione per innalzare la ricchezza di ogni persona.
Partecipazione é al tempo stesso fine e strumento politico per realizzare il sogno di felicità.
Parlare di partecipazione oggi significa ritrovare il vero spirito con cui erano nati i Comitati di Quartiere che organizzarono la rinascita della città dopo l’alluvione del ’66. Nel 1976 nacquero i Consigli di Quartiere, frutto di un’esperienza decennale, che avevano come scopo l’impegno diretto dei cittadini nella progettazione e nel controllo della politica cittadina. Ad oggi la struttura stessa dei Consigli di Quartiere non risponde più a quelle finalità. Diventa quindi urgente innescare un processo di revisione politica e strutturale delle amministrazioni ai vari livelli e trovare forme di partecipazione diretta dei cittadini.
Parlare di partecipazione e di democrazia oggi vuol dire avere il coraggio, culturale e politico, per riequilibrare i poteri del Consiglio Comunale, della Giunta e del Sindaco al fine di permettere la compartecipazione della Città nelle scelte di indirizzo, nella definizione dei progetti, nel controllo dei costi.
Parlare di partecipazione oggi significa dar maggior peso alla presenza del mondo dell’istruzione (dalla scuola dell’infanzia all’università) perché, se é vero che gli studenti sono prima di tutto cittadini, é anche vero che l’istituto scolastico in quanto tale può vivere una presenza educativa e qualificante nelle relazioni sociali, politiche e istituzionali.
Parlare di partecipazione oggi é soprattutto portare il lievito della nonviolenza nei molti conflitti che esistono nelle città per evitare che questi decadano in scontri sterili, per trasformare tutte queste occasioni in una crescita di tutti: politica, culturale, affettiva, sociale, economica.
Infine, parlare di partecipazione oggi significa far rivivere lo spirito dei Cos (i Centri di orientamento sociale) nati nell’immediato dopoguerra su impulso di Aldo Capitini: un luogo assolutamente aperto e paritario, dove tutti si possano confrontare su tutto, dove tutti parlano e ascoltano. Dare forma all’"omnicrazia", cioé al "potere di tutti"; far sì che nessuno sia escluso dalla vita e dalle possibilità che il vivere insieme consentono, far sì che non ci siano più "ultimi", ma solo "uguali".
La nascente Fucina della Nonviolenza di Firenze
sabato 2 febbraio 2013
Non violenza come scuola di vita
Domenica 3 febbraio, Via degli aceri 1 - ore 10,30 - Assemblea domenicale
- Breve presentazione della nostra esperienza e delle attività connesse; la nonviolenza non come rinuncia e passività bensì come iniziativa proattiva a favore della giustizia
- Sviluppo del tema del consenso con attività interattiva. Consenso come modalità decisionale inclusiva che consenta di salvaguardare la peculiarità individuale e una comune intenzionalità nel gruppo, prendere decisioni comuni sapendosi assumere la responsabilità di esse. Metodo che tende a evitare il leaderismo, l'unanimismo, l'autoritarismo, la delega deresponsabilizzante, l'automatismo del voto.
- Discussione finale: a cosa ci serve tutto ciò, che cosa ci portiamo a casa, perché è importante prendere coscienza dei meccanismi
Matteo (a nome di un gruppo di giovani)
- Breve presentazione della nostra esperienza e delle attività connesse; la nonviolenza non come rinuncia e passività bensì come iniziativa proattiva a favore della giustizia
- Sviluppo del tema del consenso con attività interattiva. Consenso come modalità decisionale inclusiva che consenta di salvaguardare la peculiarità individuale e una comune intenzionalità nel gruppo, prendere decisioni comuni sapendosi assumere la responsabilità di esse. Metodo che tende a evitare il leaderismo, l'unanimismo, l'autoritarismo, la delega deresponsabilizzante, l'automatismo del voto.
- Discussione finale: a cosa ci serve tutto ciò, che cosa ci portiamo a casa, perché è importante prendere coscienza dei meccanismi
Matteo (a nome di un gruppo di giovani)
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