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mercoledì 3 aprile 2013

Pasqua di resurrezione – Pasqua di liberazione



COMUNITA’ DELL’ISOLOTTO
31 Marzo 2013- domenica di Pasqua
Gruppo: Tina – Paola -  Adriana – Carmen – Luciana - Francesca


Pasqua di resurrezione – Pasqua di liberazione
Testimonianze e riflessioni di donne


Questa mattina   facciamo nostra la liturgia cristiana riscoprendone la dimensione antropologica ma anche reinterpretandone il contenuto ed il messaggio nel segno dell’attualità della nostra cultura e del cammino  creativo  di ciascuno di noi e della comunità umana nel suo insieme.
Di fronte agli avvenimenti dell’oggi  vivere questa  Pasqua di resurrezione significa per noi leggere gli avvenimenti attuali come la fecondità di un cammino che ci ha visti protagonisti, un cammino lungo e difficile ma certamente gratificante e profetico.

Dal vangelo di  Matteo

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a imbalsamare Gesù.  Di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato, vennero al sepolcro al levar del sole.  Esse dicevano tra loro: “Chi ci rotolerà via il masso dall’ingresso del sepolcro? ”.  Ma, guardando, videro che il masso era già stato rotolato via, benché fosse molto grande.  Entrando nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura.  Ma egli disse loro: “Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto.  Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”.  Ed esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro perché erano piene di timore e di spavento. E non dissero niente a nessuno, perché avevano paura.
Apparizioni di Gesù
Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva cacciato sette dèmoni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto.  Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere.
Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere.
Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.

 A commento di questo testo in cui la profezia di  resurrezione annunciata da donne ed uomini non viene riconosciuta e valorizzata, vorremmo rileggere brani di riflessioni che raccoglievano le “nostre” parole profetiche e che oggi , dopo anni, hanno acquistato valore e senso per tante/i e stanno diventando sempre più attuali.



OGGI la memoria - la resurrezione – la profezia -

Così commentava Enzo  durante l’assemblea della  Pasqua 2006
La Pasqua è attesa.
Il racconto evangelico della resurrezione è simbolico. Non è storico. E fra gli elementi simbolici del racconto c’è proprio il senso positivo dell’attesa, il valore dell’attesa. Le donne e gli uomini del movimento di Gesù devono vivere il tempo angoscioso dell’attesa. Tre giorni di attesa e di angoscia, tre giorni di sepoltura delle speranze dopo la crocifissione. Tre giorni simbolici che possono significare un attimo come mille anni.
Lo stesso vale per i sette giorni di attesa di Noè nel racconto del diluvio e della colomba.
La simbologia evangelica della resurrezione si è legata poi nella storia e nella cultura a un’altra simbologia ancestrale: l’uovo. In molte tradizioni e miti antichissimi la natura intera ha origine da un uovo cosmico. E l’uovo simboleggia proprio il tempo dell’attesa, attesa nascosta, oscura, prima che la vita si sviluppi in tutto il suo splendore. E’ il tempo della cova. L’uovo cosmico deve “riposare” un tempo indeterminato prima di esprimere la sua fecondità.
La resurrezione non sta nel miracolo, come invece ci hanno fatto credere. Sta piuttosto nel valore dell’attesa, attesa attiva. Fino a configurare la resurrezione stessa come perenne “cova”, come sepolcro vuoto.
Le analogie di queste simbologie con la realtà attuale sono assai evidenti.
Anche noi viviamo un tempo di attesa. E’ un’attesa attiva. E’ una scommessa. E’ una cova.
Non ci arrendiamo e continuiamo a scommettere sul sepolcro vuoto, sull’uovo e sulla colomba, animando mille e mille esperienze di attesa positiva e attiva, di solidarietà, di risanamento delle ferite, di liberazione dalla paura, di ricerca di percorsi di pacificazione nella giustizia.






Rileggiamo in chiave di “resurrezione” gli interventi ed i messaggi espressi da donne e uomini della comunità   presenti  in un incontro in piazza sul tema  La profezia e il muro”
 (leggiamo in cerchio)

La profezia è carisma ed espressione di un servizio, quindi è responsabilità, non è privilegio, perché il profeta è sempre incompreso, perseguitato, scacciato, non ascoltato.

La comunicazione profetica, nella Bibbia, si compone sempre di parole e fatti. I profeti non parlano soltanto ma compiono gesti.

La profezia è impegno a riflettere, per comprendere in profondità, per progettare con razionalità autentica.

La profezia è intuizione, riflessione, socializzazione testimonianza.....
Dunque è prima responsabilità e poi dono.

Profezia non è preveggenza. E' molto più vicina ad una "traccia" per interpretare la realtà, una chiave di interpretazione della realtà che può riguardare la fede o altri aspetti della vita.

Profezia è come un cannocchiale che ti fa vedere più in là.

Comprendo e constato la difficoltà a portare la profezia nella vita quotidiana.

Per comunicare un messaggio non bastano le parole. Le parole non riescono ad esprimere tutti i contenuti che vorrei comunicare. La limitatezza del linguaggio non permette di comprendere un messaggio fatto di sole parole.

La profezia è, secondo me, l'intuizione di leggi universali. Queste, calate nella realtà, possono produrre effetti pratici positivi. La profezia è la percezione di alcune leggi immanenti e la loro applicazione al contingente.

Profezia è riuscire a capire in che modo si può attaccare l'ostacolo,
IL MURO che ci impedisce di comunicare; oppure come si può trasformarlo
in strumento di comunicazione.

Si devono abbandonare le concezioni individualistiche e leaderistiche della profezia, a cui si aderisce affidandosi passivamente.

Le religioni hanno avuto origine da profezie positive e liberatorie... la chiesa è diventata un muro... si è trasformata in scatole... in prigione.

Ogni persona è profeta, ogni persona possiede il carisma della profezia.

Ogni persona è per l'altra portatrice di messaggi, di coerenze, di testimonianze profetiche. Ogni TU che mi sta di fronte è un profeta perché mi arricchisce, mi presenta aspetti sconosciuti della mia stessa realtà e della vita. Ed io sono profeta per l'altro, su un piano di parità, nella valorizzazione delle specificità di ognuno.

La profezia è spesso conflittuale,perché il messaggio dell' "altro" sconvolge il mio "io", scombussola i miei piani, mi costringe a rimettermi in discussione. Per questo la profezia è difficile da accogliere e accettare.

La profezia è sempre comunitaria, perché è essenzialmente rapporto, comunicazione, dare e ricevere.

Per me la profezia nasce anche dal desiderio di ideali che ciascuno/a si porta dentro.

La profezia può essere un modo per dare uno sbocco positivo di denuncia, di speranza, d'impegno, alla frustrazione che deriva dal non vedere realizzati quegli ideali.

La carica di ideali che sono in noi ci spinge ad andare oltre la frustrazione che ci viene da una realtà ancora tanto distante da quegli stessi ideali.


OGGI PAROLE DI DONNE : il coraggio del dire e del fare

Desideriamo riflettere sul messaggio di liberazione e di resurrezione dei tanti eventi del presente attraverso una lettura al femminile perché riteniamo sia giusto riconoscere a noi donne l’autorevolezza che ci appartiene. Autorevolezza di profezie, di silenzi e di gesti  di donne di tutto il mondo che oggi assumono un significato liberatorio e rivoluzionario per una prassi di cambiamento reale e concreto.

Antonietta Potente  è una teologa e religiosa italiana. Fa parte della congregazione dell'Unione delle Suore Domenicane di San Tommaso d'Aquino. Attualmente insegna teologia presso l'Università cattolica di Cochabamba e collabora con l'Istituto ecumenico di teologia andina di

*Scrive a proposito del concilio:
Non aver toccato nulla di quella struttura costantiniana della chiesa, è stato ciò che ha permesso, piano, piano, l’oblio dello Spirito del Concilio fino ad oggi, ma è anche quell'aspetto che ha reso il dialogo con la storia sempre più debole e il ritorno a trattare con il mondo come "minore d'età", infantile, sempre bisognoso di guida speciale, oltre a far sì che - cosa gravissima- la chiesa rimanga fino ad oggi, una delle strutture più maschiliste della storia. Infatti, la chiesa cattolica è una chiesa senza donne, se non quelle che sostengono fedelmente le chiese locali, le parrocchie durante le messe, ma in realtà, nelle sue decisioni, è senza donne. La chiesa cattolica è in qualche modo guidata solo da una comunità uomini, maschi. Le sue decisioni passano solo da loro e allora si capisce perché il suo il messaggio, la sua ermeneutica teologica e storica è così incompleta, lontano dalla realtà. Questa chiesa attuale, così rappresentata, quella delle conferenze episcopali; dei documenti, delle dichiarazioni e dei portavoci, è portata avanti da soli uomini e ignora totalmente che le prime a richiamare i discepoli dispersi, le prime a far la vera “dichiarazione” dopo la morte di Gesù, furono le donne. Ricordiamoci che nell’antichità, era normale chiamare Maria di Magdala - e non Pietro – apostola degli apostoli
…..Sembra un paradosso ma è da notare: il termine coniato nel 1869 dal tedesco Benkert, "omosessuali", simile-sesso, cioè persone che hanno lo stesso sesso, oggi lo ritroviamo con una comunità credente guidata solo da "persone dello stesso sesso", proprio loro che combattono l’omosessualità come l'anormalità più assoluta. Che strano! *
Mi domando se proprio di fronte a questo tipo di chiesa nata da fonti anteriori e non dalle prime, non si debba fare ciò che chiedeva Girolamo Savonarola ai suoi contemporanei, quando percepiva che i credenti non riuscivano a staccarsi dallo sfarzo del potere, dei privilegi e dunque dei riconoscimenti. "Ignorateli"… quando li vedete passare… ignorateli…
E per questo, direbbe Savonarola… Quando passano tutti vestiti in quel modo, "ignorateli", se non gli ignoriamo noi siamo invidiosi, vuol dire che comunque aspiriamo a continuare a perpetuare, per paura, la stessa situazione.
Certamente, questo è solo un difetto del Concilio, e bisogna ammettere che forse la parte più bella e riscattabile è proprio quella di cui si parla meno: Il Concilio, come tutte le cose belle della storia, ci consegnò un metodo che andava applicato per provocare trasformazioni, nella storia e nella chiesa stessa. Il metodo del distinguere.
Il Concilio ci insegnò il metodo mistico-politico del fare teologia e del vivere la spiritualità, in questo modo. Ci insegnò il metodo della  solidarietà umana e non dell’elemosina, dell’essere uguali e differenti; ci insegnò il metodo del dialogo con la storia. Con il concilio non cambiò tutto,  perché quel metodo doveva servire a far sì che noi continuassimo a cambiare…


Ivone Gebara,  una suora brasiliana che è una delle più grandi teologhe dell’America Latina e vive in un quartiere povero a Camaragibe, in Brasile.
Così si esprime a proposito dell’elezione di un nuovo papa
*……Mi piacerebbe che la lodevole decisione di rinuncia di Benedetto XVI potesse essere vissuta come un momento privilegiato per invitare le comunità cattoliche a ripensare le loro strutture di governo e i privilegi medievali che caratterizzano ancora questa struttura. Questi privilegi, tanto dal punto di vista economico quanto politico e socioculturale, fanno del papato e del Vaticano uno Stato maschile a parte. Ma uno Stato maschile con rappresentanza diplomatica influente e servito da migliaia di donne in tutto il mondo nelle differenti istanze della sua organizzazione. Questo fatto ci invita a ripensare il tipo di relazioni sociali di genere che questo Stato continua a mantenere nella storia sociale e politica attuale. *
C’è bisogno di mettere a confronto le strutture premoderne di questo potere religioso con le ansie democratiche dei nostri popoli alla ricerca di nuove forme di organizzazione che si adattano meglio ai tempi e ai gruppi plurali di oggi. Devono essere messe a confronto con le lotte delle donne, delle minoranze e maggioranze razziali, di persone di differente orientamento sessuale, di pensatori, scienziati e lavoratori delle più diverse professioni. Devono essere ripensate secondo la linea di un maggiore e più proficuo dialogo con altri credo religiosi e saggezze sparse per il mondo.
Per terminare, voglio tornare allo Spirito Santo, a questo vento che soffia in ognuna e in ognuno di noi, a questo soffio in noi, più grande in noi, che ci avvicina e ci fa interdipendenti da tutti i viventi. Un soffio di molte forme, colori, sapori e intensità. Soffio di compassione e tenerezza, soffio di uguaglianza e differenza. Questo soffio non può più essere usato per giustificare e mantenere strutture privilegiate di potere e tradizioni antiche o medievali come se fossero legge o norma indiscutibile e immutabile.
*Il vento, l’aria, lo spirito soffia dove vuole e nessuno deve osare esserne il padrone. Lo spirito è la forza che ci rende prossimi gli uni agli altri, è l’attrazione che permette che ci riconosciamo come simili e differenti, come amiche e amici e che insieme cerchiamo cammini di convivenza, di pace e giustizia.
Sono questi cammini dello spirito che permettono di reagire alle forze di oppressione che nascono dalla nostra stessa umanità, che ci spingono a denunciare le forze che impediscono la circolazione della linfa della vita, che ci guidano a portare allo scoperto i segreti occulti dei potenti. Per questo, lo spirito si manifesta in azioni di misericordia, nel pane condiviso, nel potere condiviso, nella cura delle ferite, nella riforma agraria, nel commercio giusto, nelle armi trasformate in aratri, infine, nella vita in abbondanza per tutti e tutte. Questo sembra essere il potere dello spirito in noi, potere che deve essere risvegliato in ogni nuovo momento della nostra storia e in noi, fra noi e per noi.
(Tratto da Adista, 14 febbraio) *
Barbara Mapelli: coautrice del libro  Silenzi  Non detti, reticenze e assenze
Di (tra) donne e uomini

Al capitolo -  percorsi di liberazione scrive:
*Continua in queste pagine un dialogo tra Elisabetta Cibelli e me iniziato in modo abbastanza casuale e poi proseguito, anche se con discontinuità, sul termine liberazione e sui suoi significati,non solo nel passato del Movimento femminista, ma sulla possibilità di riattualizzarlo, renderlo ancora fecondo nelle pratiche e nelle riflessioni delle donne nel contemporaneo. * Riprendere il discorso su una parola quasi dimenticata nel vocabolario femminista attuale e riprenderla in un dialogo tra due donne di generazioni diverse – circa vent’anni di differenza — trovandoci d'accordo sulla necessità e desiderio di rimetterla in uso, ci ha fatto pensare come questo termine, sostituito ad un certo punto della storia del movimento da libertà, continui ad avere un significato importante e possa ancora insegnarci qualcosa.
*Forse proprio ora, nel momento in cui si rende visibile nuovamente, e nelle forme di movimento, la presenza politica delle donne e  diverse generazioni si interrogano reciprocamente, verificano distanze, cercano o non cercano di renderle feconde, si legittimano o delegittimano a vicenda, forse proprio ora la riflessione sulla parola liberazione, sul suo significato anche nel presente, può dare un contributo, riaprire alcune zone di silenzio.* Mentre il senso più vitale della parola indica la necessità di un percorso, più percorsi in divenire, che si rinnovano nelle generazioni e preservano nel contempo alcuni caratteri e contenuti irrinunciabili. E tra questi -gli irrinunciabili appunto -ciò che rende il Movimento più fedele a se stesso e alle sue origini credo sia proprio la sapienza del sapersi mantenere dinamico, mutevole, nuovo a fronte della novità che ogni nuova nascita rappresenta.
E ancora alcune frasi scritte negli anni Settanta mi sembra indichino tuttora, attraverso il percorso di liberazione, i compiti e i desideri, i valori che accompagnano le costruzioni di identità e di storia delle diverse generazioni.
*Il femminile ha valore non perché non ha (il pene, la storia, la cultura, il potere, il privilegio), ma perché ha: occorre che per la liberazione abbia un segno diverso il valore della diversità, intesa non più come «mancanza», «menomazione», ma come ricchezza, come possibilità di ampliare le possibilità creative dell'intera società.
Pertanto, è proprio riconoscendo alle donne un compito storico di responsabilità verso l'umanità, che contribuisca a modificare la realtà e la gerarchia dei valori dell'ordine sociale esistente, che la lotta intrapresa acquista un valore intrinseco di trasformazione.*



Mary Hunt : teologa femminista di tradizione cattolico-romana, è membro del movimento per una chiesa delle donne (Women-Church Convergence), tiene conferenze e scrive libri di teologia e di etica, con particolare attenzione ai temi della liberazione.
Da un suo testo sui fatti del nuovo papato stralciamo
*La novità questa volta è che i cattolici comuni vogliono una nuova Chiesa, non solo un nuovo papa. Sappiamo che il cambiamento è nell’aria, perché noi l’abbiamo innescato. I cattolici progressisti di tutto il mondo stanno creando nuove forme di Chiesa, visto che la vecchia è tanto screditata.* Nessuna istituzione può resistere senza cambiare a un violento attacco di pubblicità negativa quale il Vaticano ha ricevuto a causa degli abusi sessuali del clero e delle coperture dei vescovi. Nessuna gerarchia, per quanto fortificata, può durare per sempre contro passi consapevoli nella direzione dell’uguaglianza e della giustizia. Stavolta, la sola elezione di un nuovo papa non è sufficiente. Né lo sarà chiudere sotto chiave un gruppo di elettori di élite, responsabili nel processo elettorale solo verso se stessi.
*Anche il popolo cattolico ha coscienza. Attendiamo di avere voce in capitolo nel modo di organizzarci e di governarci. Non possiamo, in coscienza, abdicare alla nostra autorità e affidarla a 117 uomini in maggioranza vecchi. Questi giorni sono finiti. Se un papa può abdicare prima di andarsene su un carro funebre senza che il cielo cada sopra di noi, allora nuovi modelli egualitari di Chiesa possono e potranno emergere.*
Sebbene la conoscenza del latino apparentemente non sia necessaria per i vertici della Chiesa, abbiamo molte persone – donne, uomini sposati, gay e lesbiche, bisessuali e transgender dichiaratamente cattolici – che sono “pronte e disposte” ad assumere il ministero e la guida. Ne conosco centinaia attivamente coinvolte in comunità di base, parrocchie, comunità religiose e gruppi sociali, che fanno un lavoro meraviglioso e vivono nuove forme di Chiesa.




OGGI LA CONVIVIALITA
(lettura comune)

Oggi Facciamo  memoria della resurrezione  di Cristo
come passaggio da un’identità parziale e limitata
ad una pluralità che abita tutti gli uomini, tutto l’universo.
Oggi la nostra vita si anima sempre più  di voci e di  identità diverse,
la molteplicità dei cammini ci fa incontrare donne e uomini,
bambine e bambini, diversi come noi,
che chiedono la parola, esigono riconoscimento
occupano spazi innovano linguaggi, pensieri,
comportamenti, tradizioni.
La presenza delle differenze che esiste da sempre
si è oggi arricchita di nuovi volti e di saperi “altri”.
Una società plurale e democratica ci impegna ad andare oltre l’esistente
a superare il conformismo e l’omologazione,
a de-costruire e ri-costruire le storie e le memorie,
i tempi e gli spazi gli incontri e gli scambi.
Una società interculturale non è l’evoluzione
spontanea e naturale del presente,
ma, affermando l’uguaglianza di tutte le persone,
il valore di tutte le culture, l’interazione, la reciprocità,
la convivenza nel suo pieno significato,
è il risultato di un impegno intenzionale e condiviso
che va pensato, progettato, organizzato.
Questo ci sembra oggi il messaggio che scaturisce dalla narrazione
della morte e resurrezione di Gesù  come ci è stata consegnata dalle donne delle prime comunità Cristiane:
“……perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui, è risorto….”
ed in questo spirito facciamo anche la memoria dell’ultima cena
consumata con i suoi amici ed amiche, la sera prima di essere ucciso, e
mentre era a tavola con loro, spezzò il pane, lo benedì,
lo diede loro e disse “prendete e mangiatene questo è il mio corpo”.
Poi prese un bicchiere di vino lo diede loro e tutti e tutte ne bevvero,
e disse loro: questo è il mio sangue che viene sparso per tutti i popoli
fate questo in memoria di me.
Condividiamo la sacralità e la profezia contenute in questo cerchio della Comunità, nei nostri cammini, nella gioia di questa ora  serena e vitale  trascorsa insieme come ricordo della  resurrezione di Cristo e di tutti i cristi che popolano il mondo.

CHIESA..CHIESA
( canta GIOVANNA MARINI)

CHIESA, CHIESA
MI HAI CREATO E MI HAI DISTRUTTO
MA DIO IO NON L'HO RAGGIUNTO.
PIAZZATA TRA ME E LUI
COME UNA PIETRA TOMBALE
MI TRATTI DA MORTA
PER POTERMI UN GIORNO RISUSCITARE.

Perché dovrei tremare perché aver paura
quando siamo in tanti da un solo blocco solo
cresciuti, perfezionati, mai morti e mai nati.

Sarebbe bello sapere per quale strada andare
sicura fin da prima invece di cercare
giorno dopo giorno e scegliere magari
quella che pare a tutti la peggiore.

Vorrei sentirmi dire: in quella casa è Dio.
senza ogni volta trovare un io più grande del mio.

Perché dovrei tremare perché aver paura
quando siamo in tanti da un solo blocco solo
cresciuti, perfezionati, mai morti e mai nati.

E' meglio non sapere per quale strada andare
sicuri fin da prima, è meglio cercare
giorno dopo giorno e scegliere magari
quella che pare a tutti la peggiore.

CHIESA, CHIESA
MI HAI CREATO E MI HAI DISTRUTTO
MA DIO IO NON L'HO RAGGIUNTO.
PIAZZATA TRA ME E LUI
COME UNA PIETRA TOMBALE
MI TRATTI DA MORTA
PER POTERMI UN GIORNO RISUSCITARE.
SPERO CHE UN GIORNO TU VOGLIA CAPIRE:
SE VUOI SALVARE DIO,DEVI SCOMPARIRE.


GRAZIE ALLA VITA
(canta MERCEDES LOSA)
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due stelle che quando le apro
perfetti distinguo il nero dal bianco,
e nell'alto cielo il suo sfondo stellato,
e tra le moltitudini l'uomo che amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato l'ascolto che in tutta la sua apertura
cattura notte e giorno grilli e canarini,
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l'abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell'anima di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto.

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