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lunedì 18 marzo 2013

la salute bene collettivo

 Raffaele Faillace su "Il sistema sanitario e le sue prospettive"


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 17 marzo 2013
Percorsi di memoria: la salute bene collettivo
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con il contributo di Raffaele Faillace


1. Letture e riflessioni dal Vangelo di Marco
(spunti liberamente tratti dal testo “Guarì molti che erano affetti da molte varie malattie” di A. Maggi)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea,
in compagnia di Giacomo e Giovanni.
La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.
Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella si mise a servirli.

Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati [persone che stavano male] e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta.
Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; …

Proviamo a comprendere il brano inserendolo nel suo contesto:
·        si parla di una donna ammalata; i malati erano considerati impuri, non potevano essere né avvicinati, né toccati, né curati, tanto meno da un rabbino; le donne, considerate impure di per sé, quando erano  malate, erano considerate doppiamente impure e a maggior ragione nessuno le avvicinava e se ne preoccupava; (la visione maschilista de tempo è evidente in un dettaglio: nel brano si citano i nomi di tutti i protagonisti della vicenda ma non della donna!)
·        è giorno di sabato e di sabato sono proibite molte azioni e tra queste anche far visita o curare gli ammalati;
·        ci sono due coppie di fratelli, una più osservante formata da Giacomo e Giovanni che è appena uscita dalla sinagoga insieme a Gesù, e una meno osservante formata da Simone e Andrea (i loro nomi sono di origine greca) che è restata a casa e che è preoccupata per la salute della donna (infatti  non appena Gesù esce dalla sinagoga “subito…gli parlarono di lei”…).
·        Gesù infrange la Legge, va a caso loro, si avvicina alla donna, la fa alzare, addirittura la tocca prendendola per la mano e…”la febbre la lasciò”.  Gesù tra l’osservanza della regole della Legge e il bene delle persone  sceglie il bene delle persone.

Sulla base di queste elementi possiamo già fare alcune considerazioni:
·        nel brano siamo di fronte a una “buona novella”: è tempo di costruire un mondo in cui non si divida l’umanità tra puri e impuri, tra emarginati e non; le persone nella loro umanità e nei loro bisogni sono più importanti di qualsiasi regola o dettame della religione.
·        sono le persone meno osservanti – Simone e Andrea - che prima di altri colgono, comprendono, il senso di questa buona notizia; e cominciano a costruire questo nuovo modo di vivere;
·        in merito alla guarigione della donna osserviamo che a noi non interessa la figura di Gesù come mago-taumaturgo, ma ci interessa sottolineare che l’attenzione, la considerazione, la sollecitudine, il contatto fisico ed emotivo, allora come oggi, sono una grande potente medicina: “la febbre la lasciò!”.
·        molte persone (malate e non solo) hanno paura della Legge e infatti per avvicinare Gesù aspettano la sera, quando il sabato, giorno di tutte le proibizioni, è concluso; il peso di questa paura è più grande del desiderio di guarigione…
·        la parola tradotta con “malati” non indica tanto gli infermi per malattia, ma persone che stavano male, e questo “star male” indica proprio lo stato in cui si sta quando si vive nella paura, nell’oppressione, nella mancanza di giustizia sociale. In questo stato di oppressione e di malessere viveva una moltitudine di persone (“Tutta la città era riunita”).
·        possiamo dunque pensare che l’azione di cura indicata nel Vangelo - “Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni” - non è tanto di ordine medico-sanitaria, ma è un percorso di liberazione dalla paura, un percorso di trasformazione di quella mentalità chiusa che impedisce la salute, il benessere, le relazioni positive con  gli altri.

2. Alcuni riferimenti della normativa in materia di salute
[informazioni tratte da www.wikipedia.it o dal working paper di Klaus Fusser e Giorgia Oss su : ” sanità pubblica e privata – profili italiani ed europei”.]

La Costituzione della Repubblica Italiana
  • articolo 32: “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un  determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.
  • articolo 117: “lo Stato ha la responsabilità di assicurare a tutti i cittadini il diritto alla salute attraverso la definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza”.
Il comma 3 dello stesso articolo afferma che la tutela della salute è materia di legislazione concorrente fra Stato e Regioni, ovvero le Regioni devono garantire in concreto il raggiungimento degli obiettivi di salute dei cittadini tramite una disciplina di dettaglio.

Una breve storia:  dall’art. 32 della Costituzione alla legge 833 del 1978
Nei decenni successivi all’instaurazione del nostro Stato unitario e sino alla fine della seconda guerra mondiale la tutela della salute fu intesa prevalentemente come tutela della salute collettiva con particolare attenzione ai profili igienico sanitari.
La tutela della salute del singolo cittadino, cioè, la cura del suo stato di malattia, non aveva riconoscimento di bene pubblico. Le funzioni pubbliche per la tutela della salute collettiva erano attribuite al Ministero dell'Interno e all'apparato periferico dell'amministrazione costituito dai prefetti, dai sottoprefetti e dai Sindaci.
Si produsse così una sorta di dualismo fra le autorità fornite del potere di decisione, ma estranee in sé alle problematiche sanitarie (Ministero dell'interno, prefetti, Sindaco come ufficiale di governo), e i funzionari tecnici esperti nei temi della sanità pubblica, ma privi, in pratica, di effettive possibilità decisionali.
Soltanto con l’istituzione dell'Alto Commissariato all'Igiene e Sanità (D.L. 12 luglio 1945, n. 417) si avviò un primo serio tentativo di superamento di tale dualismo, in quanto vennero affidate ad una specifica struttura amministrativa le competenze in materia sanitaria, senza tuttavia riordinare le competenze dell'amministrazione periferica, cosicché prefetto e Sindaco risultavano confermati  quali autorità sanitarie, con conseguenti frequenti conflitti di competenza tra la nuova figura dell'Alto commissariato e le autorità sanitarie periferiche.
L’entrata in vigore della Costituzione e del suo art. 32 (“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti") modificò completamente i termini della questione riconoscendo la salute come oggetto di tutela da parte della Repubblica  mentre i precedenti più significativi si erano limitati alla previsione dell’obbligo statale di organizzare un unitario sistema assicurativo per tutelare la salute del lavoratore, e ad una generica affermazione del diritto o alla salute come mero problema di ordine pubblico.
Sotto il profilo degli strumenti, si poneva il problema di unificare sia le istituzioni preposte al governo del servizio pubblico salute, sia il sistema delle prestazioni sanitarie, all’interno dell’ormai accettato principio dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie e superando la stratificazione dell’organizzazione mutualistica, culturalmente e politicamente legata a una nozione di salute non più rispondente ai canoni costituzionali. Dal canto loro, lo sviluppo delle scienze mediche e la connessa evoluzione della nozione stessa di salute (intesa non più soltanto come assenza di malattia, ma come complessivo stato di benessere psicofisico) comportavano ugualmente la necessità di un adeguamento degli strumenti istituzionali e organizzativi, oltre che del coinvolgimento di ciascun cittadino nell’elaborazione di adeguati stili di vita idonei a prevenire le patologie e della responsabilizzazione di singoli e gruppi in ordine al funzionamento del servizio salute.
La competenza regionale sull’assistenza sanitaria e ospedaliera, prevista dall’originario art. 117 e interpretata come insieme delle attività volte a tutelare il diritto alla salute, veniva a completare il disegno costituzionale e a costituire una preziosa indicazione organizzativa, individuando nell’articolazione decentrata dei servizi sanitari lo strumento per rispondere in modo più efficace ai bisogni di salute. L’espressione “sanità pubblica” si riferisce allora, tanto nel linguaggio giuridico quanto in quello politico e in quello comune, sia al complesso delle prestazioni o degli interventi pubblici preordinati al soddisfacimento di esigenze sanitarie, sia agli apparati amministrativi e alle procedure necessarie per erogare quelle prestazioni e attuare tali interventi. Il compito del livello centrale in sanità sta anzitutto nel porre i principi fondamentali del sistema attraverso la legislazione cornice, orientata dall’obiettivo fondamentale della tutela della salute. All’interno dell’apparato centrale, alle istituzioni preposte alla tutela della salute, spetta il necessario compito di coordinamento tra i diversi livelli di governo, compito che si caratterizza per una forte componente tecnica e tecnico-scientifica.
A livello di legislazione ordinaria, si è assistito alla faticosa ricerca, poi sfociata nella legge 23 dicembre 1978, n. 833, di un modello di sistema sanitario che superasse sia la frammentazione del sistema mutualistico, sia quella dell’apparato organizzativo centrale e periferico. Le modifiche legislative successive alla legge n. 833, per quanto importanti, non hanno inciso sul nucleo essenziale del sistema e dei suoi principi di fondo, così sintetizzabili: responsabilità pubblica della tutela della salute; universalità ed equità di accesso ai servizi sanitari; globalità di copertura in base alle necessità assistenziali di ciascuno, secondo quanto previsto dai livelli essenziali di assistenza; finanziamento pubblico attraverso la fiscalità generale; “portabilità” dei diritti in tutto il territorio nazionale e reciprocità di assistenza con le altre regioni.
Non si deve però pensare che il percorso sopra sintetizzato sia stato lineare e univoco, troppo diverse essendo le opzioni sottese alle varie proposte di politica sanitaria. Si sono infatti delineati, nel tempo, due distinti approcci in tema di Servizio sanitario nazionale.
Il primo approccio si fonda sulla valorizzazione del principio costituzionale di solidarietà sociale (art. 2 Cost.), al quale collega il principio di sussidiarietà, consistente nell'esigenza di far corrispondere il livello della risposta sociale, politica e amministrativa con il livello dell'interesse e/o del bisogno cui fare fronte. La base di questa impostazione è quella per cui alcuni diritti, in particolare quello alla salute, caratterizzano così fortemente la condizione di cittadinanza da rendere inaccettabile, culturalmente e politicamente, un diverso godimento dei livelli essenziali dei medesimi originato da diverse scelte dei governi locali.  Ne consegue che la regionalizzazione propugnata non confligge con l’organizzazione del Servizio sanitario nazionale, purché questo sia inteso anzitutto come il “complesso delle funzioni e delle attività assistenziali dei Servizi sanitari regionali”. Collante del sistema sono anzitutto i  livelli essenziali di assistenza, la cui individuazione a livello nazionale costituisce la premessa per l’autonomia organizzativa dei modelli regionali, entro la cornice dei principi del Servizio sanitario nazionale.
Il secondo approccio mette l’accento sul singolo individuo e sulla tendenza all’individualizzazione della risposta al bisogno, reputata più facilmente soddisfabile in un contesto di concorrenza non regolata, al fine di valorizzare la libera scelta del cittadino. Questa posizione mette in luce più il profilo difensivo che non quello promozionale, riconducendo la nozione stessa all’interno dell’iniziativa privata e delle cosiddette leggi del mercato. In questa prospettiva, l’autonomia totale postulata alle Regioni per quanto concerne l’organizzazione sanitaria viene a svolgere una funzione per così dire di alleggerimento dell’organizzazione della sanità pubblica, apparendo strumento adatto a rompere l’equazione tra diritto alla salute e organizzazione del Servizio sanitario nazionale su base pubblica, in vista di una sua riorganizzazione su basi diverse, considerate più moderne e adeguate alla tendenza individualizzante e soggettivizzante del vivere contemporaneo.

1958 - Il Ministero della Salute: è istituito per la prima volta il Ministero della Salute (prima di salute si occupava il Ministero degli Interni).

Il Sistema delle “casse mutue”: prima del 1978 l’assistenza sanitaria in Italia era basata sugli enti mutualistici o casse mutue (il più noto era l'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro le Malattie - INAM). Ogni categoria di lavoratori doveva essere obbligatoriamente iscritta allo stesso ente mutualistico; ogni ente forniva ai propri iscritti cure mediche ed ospedaliere, ed era finanziato con i contributi versati dagli stessi lavoratori e dai loro datori di lavoro.
Il diritto alla tutela della salute era quindi correlato non all'essere cittadino ma all'essere lavoratore (o suo familiare) con conseguenti casi di mancata copertura; vi erano, inoltre, sperequazioni tra gli stessi assistiti, vista la disomogeneità delle prestazioni assicurate dalle varie casse mutue.

1968 – Legge n.132/1968: nel 1968, con la cd legge Mariotti gli ospedali che fino ad allora erano gestiti da enti di assistenza e beneficenza diventano enti pubblici (enti ospedalieri); la legge ne disciplina l'organizzazione, la classificazione in categorie, le funzioni nell'ambito della programmazione nazionale e regionale ed il finanziamento.

Legge n.833/1978 - Il Servizio Sanitario Nazionale (SSN): nel 1978 viene istituito il SSN, un sistema pubblico di carattere universalistico e solidaristico che intende garantire l’assistenza sanitaria gratuita a tutti i cittadini senza distinzione di genere, residenza, età, reddito, lavoro.  

In base al principio di sussidiarietà, il SSN è articolato secondo diversi livelli di responsabilità e di governo:
  • livello centrale: lo Stato ha la responsabilità di assicurare a tutti i cittadini il diritto alla salute mediante un forte sistema di garanzie e attraverso i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA);
  • livello regionale: le Regioni hanno la responsabilità diretta della realizzazione del governo e della spesa per il raggiungimento degli obiettivi di salute del Paese. Le Regioni hanno competenza esclusiva sulla regolamentazione ed organizzazione di servizi e di attività destinate alla tutela della salute e dei criteri di finanziamento delle ASL e della Aziende ospedaliere.

Il SSN non è dunque formato da una sola Amm.ne ma comprende enti ed organi nazionali e regionali:
  • il Ministero della Salute, che coordina il piano sanitario nazionale;
  • una serie di enti e organi a livello nazionale (tra cui, per es. il Consiglio superiore di sanità (CSS), l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), l'Istituto Superiore per la Prevenzione e Sicurezza del Lavoro (ISPESL), etc..);
  • i servizi sanitari regionali. Questi, a loro volta, comprendono:
    • le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano;
    • le aziende sanitarie locali (ASL) e le aziende ospedaliere (AO), attraverso le quali le regioni e le province autonome assicurano l'assistenza sanitaria.

Decreto n.502/1992 - Con il Decreto 502/1992 si mantiene la natura pubblica del servizio reso ai cittadini ma si introduce la possibilità che questo servizio sia erogato da strutture private accreditate che abbiano stipulato un contratto con la regione e le ASL (sistema dell’accreditamento). La differenza nella regolamentazione regionale e nella relativa arbitrarietà dei criteri di accreditamento ha fatto nascere una serie di problemi sia nella qualità dei servizi offerti che nelle spese sostenute per i servizi stessi.

29.11.2001 – nel 2001 vengono definiti i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) ossia l'insieme di tutte le prestazioni e i servizi che i cittadini hanno diritto ad ottenere dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN), garantite in condizioni di uniformità a tutti e su tutto il territorio. Sono quelle prestazioni che lo Stato ritiene così importanti da non poter essere negate mai a nessuno. Il sistema dei Livelli Essenziali di Assistenza prevede:
  1. assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e lavoro ( già prevenzione)[1],
  2. assistenza distrettuale[2],
  3. assistenza ospedaliera (pronto soccorso, ospedali, day hospital, etc..).

Le risorse economiche del SSN: il SSN è finanziato dallo Stato stesso attraverso la fiscalità generale e le entrate dirette percepite dalle ASL attraverso ticket sanitari e prestazioni a pagamento.
Circa il 95% del costo del SSN è sostenuto quindi tramite le tasse; dopo l’entrata in vigore del Decreto 56 del 2000 sul federalismo fiscale, altre forme di finanziamento della sanità sono provenute da risorse regionali di vario tipo (IRAP, IVA, accise sulla benzina, ticket, …).

La dotazione per il 2012 per il Servizio Sanitario Nazionale ammontava a circa 109 miliardi di euro, di cui 106 (destinato ai LEA) da ripartire tra le 20 regioni italiane.. La compartecipazione dei cittadini italiani alla spesa sanitaria nazionale è pari ad un importo di 4 miliardi di euro.

Il 98% delle risorse è dedicato ai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), e a loro volta sono così ripartite:
  • 5% alla prevenzione;
  • 50% ai distretti presenti sul territorio;
  • 45% all'assistenza ospedaliera.

Secondo una ricerca dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, risalente al 2000, l'Italia aveva il secondo sistema sanitario migliore del mondo in termini di efficienza di spesa e accesso alle cure pubbliche per i cittadini, dopo la Francia.


3. Percorsi di memoria : la nascita della Humanitas all’isolotto

La nostra storia non è centenaria, ha poco meno di quarant’anni, ma racchiude in se la storia di centinaia di persone che con passione e dedizione hanno dedicato il proprio tempo al servizio degli altri. Centinaia di persone che hanno donato il proprio tempo spinti dalla consapevolezza di poter creare qualcosa di buono e di nuovo. La storia di persone che credono in un mondo giusto, e che la partecipazione sia la strada per la libertà. Ognuna di esse ha dato qualcosa ricevendo in cambio solo la soddisfazione di essere parte di qualcosa: una famiglia.

La nostra storia inizia nel 1972, il quartiere dell’Isolotto aveva poco più di una decina di anni, ed era l’inizio di un decennio che avrebbe segnato la storia d’Italia. Alcuni cittadini, spinti da un forte senso civico e di responsabilità, chiesero alla Pubblica Assistenza Humanitas Scandicci di fornire i mezzi e la struttura per avviare una sezione nel quartiere, così da garantire il servizio di trasporto infermi e primo soccorso sul proprio territorio. Così nacque la sezione V° zona Isolotto, in via Sernesi, già col nome di Humanitas Firenze. Si era creato qualcosa di nuovo e intimamente connesso con  il tessuto dell’Isolotto.

Poco dopo si cercò infatti l’indipendenza, sia dirigenziale che economica e nel 1974, con il primo statuto, nasce la Pubblica Assistenza Humanitas Firenze società di mutuo soccorso. La nuova Associazione, nel 1975 si trasferirà nei locali del nuovo viale Talenti, sede storica e ancora oggi punto di riferimento per chiunque passi in quella zona. Le difficoltà economiche iniziali rischiarono di stroncare sul nascere i buoni propositi dei volontari, ma grazie ad una sottoscrizione popolare ed all’impegno di tutti, si riusì a trovare la somma necessaria a sistemare la sede ed i primi debiti, consentendo all’Associazione di poter iniziare il proprio cammino. Già da questo primo gesto dei cittadini del quartiere si inizia a capire come la storia di entrambi sarà strettamente legata.

L’Humanitas, indipendente e con una casa propria, presta soccorso alla popolazione ma in quegli anni il soccorso d’ambulanza è poco più di un trasporto a tutta velocità. La ricerca continua della qualità del servizio prestato, spingerà presto i volontari dell’Humanitas a ricercare fin da subito, l’aiuto di professionisti. Sono questi anche gli anni del tremendo terremoto in Friuli, teatro di una sconvolgente catastrofe che dette il via ad una gara di solidarietà cui parteciparono anche i volontari dell’Humanitas. Erano i prodromi di una Protezione Civile organizzata che solo qualche anno più tardi vedrà la luce. Erano anni pionieristici, che getteranno le basi della moderna organizzazione per la gestione delle emergenze.

Arrivano gli anni ottanta e l’esperienza porta pubbliche assistenze e misericordie alla creazione di servizi di soccorso avanzati. Sotto il nome di CEMM e SPAMU si iniziano a vedere le prime ambulanze con professionisti a bordo, pagati dalle associazioni per garantire la presenza di un medico durante il soccorso ed il trasporto degli infermi. L’Humanitas mette sulle ambulanze anche medici anestesisti, per inseguire quella qualità che ritenevano adeguata al soccorso. Soddisfare i bisogni e le richieste, un bisogno di crescere dettato dalle esigenze di quanti chiedevano aiuto era e rimane il primo obiettivo dell’Associazione. Nel 1980 si interverrà anche per il terremoto in Irpinia, aggiungendo all’invio di uomini e mezzi anche la raccolta di fondi e materiale vario. Alla fine degli anni ottanta viene inaugurato il servizio di onoranze funebri, sempre per inseguire le esigenze di quanti si rivolgevano all’Humanitas e per fungere da calmiere in un settore che spesso si lasciava andare ad una troppa ricerca di lucro. Iniziano gli anni novanta e l’Humanitas si getta nella realizzazione del proprio Poliambulatorio, affiancando al servizio soccorso anche l’offerta di un servizio medico qualificato, riuscendo anche qui a gettare le basi di quel privato sociale che oggi è l’unica via di mezzo fra il pubblico e il privato puro, per garantire qualità di prestazioni a prezzi sostenibili.

Nel 1992 nasce il 118 in Italia. Superate le prime diffidenze da parte del volontariato che si vede privato di un qualcosa che ha contribuito in larga misura a far nascere, parte la centralizzazione organizzata del servizio di richiesta di soccorso medico. L’Humanitas è fino dall’inizio punto di emergenza territoriale medica, ospitando e lavorando quotidianamente con i nuovi medici del 118 cui garantiva mezzi e personale adeguatamente formato 24 ore al giorno, tutti i giorni dell’anno. Spinti dal costante bisogno di crescere e di far meglio nel 1995 viene acquistata una nuova sede, più grande e accogliente, per soddisfare l’esigenza di collocare un maggior numero di volontari e di mezzi e soddisfare un sempre crescente numero di richieste. Non è ancora iniziata la crisi di vocazioni che colpirà tutti i settori del volontariato negli anni successivi, minando tutto il sistema e la risposta risulta sempre adeguata. Nel 1996 nasce il Gruppo Affari Sociali, su richiesta del Quartiere 4, e di alcune famiglie aventi l’esigenza di trovare una struttura che organizzasse attività ricreative nel tempo libero rivolte ai portatori di handicap, al fine di offrire a questi ultimi una possibilità di svago e divertimento al di fuori della famiglia e della scuola (o lavoro). Fiore all’occhiello di quel Settore Sociale, che da sempre ha affiancato le storiche attività di Soccorso Sanitario e Protezione Civile.

La nuova sede, dopo varie vicissitudini, vedrà il trasferimento definitivo delle attività soltanto nel 2003. Da allora ad oggi si è lavorato costantemente per il consolidamento di quanto ottenuto, raggiungendo traguardi insperati solo qualche anno fa, soprattutto riguardo il lato economico.


4. Sanità pubblica e privata
da www.telemeditalia.it di Raffaele Bernardini

[Raffaele Bernardini é un giornalista, esperto di comunicazione sociale.
Ha collaborato a numerosi giornali (per 18 anni é stato collaboratore de L'Osservatore Romano per la sanità) ed é stato per molti anni redattore capo della rivista L'Assistenza Ospedaliera.
E' stato anche capo ufficio stampa e relazioni esterne dell'Associazione delle Istituzioni sanitarie religiose. Collabora tuttora a pubblicazioni specializzate in materia sanitaria ed é socio dell'Associazione della stampa medica italiana (ASMI)].

Fin dal tempo delle mutue il sistema sanitario italiano è stato un mix tra pubblico e privato e tale sistema, sostanzialmente, ha funzionato bene, con particolare soddisfazione degli assistiti. Anche il Servizio Sanitario Nazionale, istituito il 23 dicembre 1978 con la legge 833, ha mantenuto e rispettato la suddetta situazione.
Con leggi successive si pose fine al sistema delle convenzioni e si introdusse l’ accreditamento istituzionale delle strutture pubbliche e private, che volevano operare nel SSN. I criteri di accreditamento, in base a linee-guida del Ministero della Salute, dovevano essere e sono stati precisati dalle regioni, prima provvisoriamente, poi definitivamente, fino ad arrivare alla legge 299 del 1999.
Si é così a definito meglio e più organicamente l’assetto organizzativo ed erogativo delle strutture nel sistema di assistenza sanitaria del nostro Paese. Si é determinata, di conseguenza, una situazione di parità e di razionale competizione tra pubblico e privato, una “pari dignità”, che poteva privilegiare sia il pubblico che il privato accreditati. Si pensava, con questo sistema, di porre fine a quel contrasto ideologico, che aveva contraddistinto il rapporto pubblico-privato e che veniva “aizzato”, di tanto in tanto, da alcuni partiti e movimenti politici.
Con l’ accreditamento cessavano i rapporti convenzionali e si dava luogo al nuovo sistema, per la verità con un percorso lungo e complesso, che in qualche regione pare non sia ancora terminato.
Purtroppo negli ultimi tempi si è verificato un “ritorno di fiamma” del citato contrasto ideologico tra pubblico e privato nella sanità e in parecchi casi le strutture sanitarie private, seppure regolarmente accreditate, sono state sottoposte ad attacchi e rilievi, spesso ingiusti e strumentali. E nel mirino di tale contrasto sono state anche coinvolte Istituzioni sanitarie religiose, che da tempo hanno svolto e svolgono un ruolo di importante rilievo nella sanità italiana e che operano in regime di accreditamento.
Ritengo che non sia giusto e neppure razionale rispolverare ideologie e tesi politiche per contestare l’ attività del privato, laico e religioso, nel Servizio Sanitario Nazionale. Non è giusto perché l’ accreditamento, che venne introdotto da disposizioni di legge della Repubblica italiana, ha stabilito un pari livello di dignità e di operatività tra pubblico e privato, determinando anche una “ sana competizione” tra le due aree, che vengono ovviamente “privilegiate” e liberamente scelte dai cittadini per le loro esigenze di salute. Non è razionale, in quanto –come è noto- le strutture private (Ospedali religiosi classificati, Case di cura e Centri di riabilitazione ) sono servite e servono, tra l’altro, ad integrare e supportare, anche in situazioni di emergenza, quelle pubbliche, alcune delle quali, per la verità, non brillano per efficienza ed efficacia dei loro servizi.
Dunque ristabiliamo la verità ed evitiamo che si riproponga un conflitto “ideologico” pubblico-privato, che pragmaticamente non ha ragione di essere, specialmente quando si constata che le strutture private accreditate hanno un buon livello di funzionamento e di efficienza.
Il diritto alla tutela della salute non ammette “conflitti ideologici”, bensì qualità ed efficienza delle strutture dedicate, siano esse pubbliche o private e purché siano tutte finalizzate al servizio dei cittadini.


[1] L’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e lavoro (prevenzione) comprende, tra gli altri i seguenti ambiti: Profilassi delle malattie infettive e parassitarie; tutela della collettività da rischi sanitari connessi agli effetti sanitari degli inquinanti ambientali; tutela della collettività e del singolo dai rischi infortunistici connessi agli ambienti di lavoro; Sanità Pubblica veterinaria (sorveglianza epidemiologica delle popolazioni animali, farmacovigilanza veterinaria, vigilanza dei mangimi, etc); tutela igienico-sanitaria degli alimenti; Sorveglianza e prevenzione nutrizionale.
[2] L’assistenza distrettuale comprende i servizi sanitari e sociosanitari, assistenza farmaceutica, specialistica e diagnostica ambulatoriale, fornitura di protesi ai disabili, servizi domiciliari agli anziani e ai malati gravi; i consultori familiari, i SER.T, servizi per la salute mentale, servizi per la riabilitazione dei disabili ecc...; strutture semiresidenziali e residenziali: residenze per anziani e disabili, centri diurni, case famiglia e comunità terapeutiche.

Nota

Raffaele FAILLACE
E' nativo di San Lorenzo Bellizzi, in provincia di Cosenza, Raffaele Faillace, 61 anni, da oggi direttore generale all' assessorato alla Sanità. Faillace risiede a Firenze, nel borgo Sanfrediano, e nel capoluogo toscano ha conseguito la laurea in Scienze politiche. 
Dal '94 ad oggi, Faillace ha svolto varie attività, tra cui quella di commissario straordinario nella costituenda azienda Usl 2 di Lucca, di cui poi e' stato direttore generale. Successivamente ha esercitato le funzioni di commissario liquidatore delle ex Usl 4, 5 e 6; direttore generale dell' Azienda Usl 5 di Pisa e commissario liquidatore delle Usl 12, 15 e 16.
Come ultimo incarico e' direttore di progetto e consulente del Centro polifunzionale riabilitativo Auxilium Vitae Spa a Volterra. Assai corposo il curriculum di Faillace, il quale nel periodo antecedente al 1994 ha fra l' altro contribuito alla elaborazione della politica socio-sanitaria in Toscana, con attività direzionali nel settore dell' igiene e della sicurezza del lavoro e poi, per circa dieci anni, dirigente del servizio regionale ''Prevenzione, Igiene e sicurezza del lavoro''. 
Professore a contratto alla scuola di specializzazione in Medicina del lavoro della Università di Firenze, nel 1989 Faillace ha contribuito all' elaborazione del secondo Piano sanitario regionale ed ha un ricco elenco di pubblicazioni, riguardanti per lo più il settore in Toscana. 
Nel curriculum di Faillace, spicca il risanamento finanziario dell' Azienda 2 di Lucca, dove si e' passato dalla più alta spesa pro capite della Toscana al pareggio del bilancio alla fine del 1998. In questo stesso contesto, il tasso di ospedalizzazione, dal 223 per mille del 1995, il più alto della Toscana, alla fine del 1998 si e' attestato a 174 per mille. 
Dal 2000 al 2004, un identico risanamento finanziario Faillace ha ottenuto all' Usl 5 di Pisa (320 mila abitanti), con una forte politica di investimenti nel campo delle tecnologie sanitarie.

venerdì 15 marzo 2013

Ancora su Bergoglio

Dalle email arrivate:


>> articolo da Peace Reporter
>> 11/05/2006 - Il lato oscuro del cardinale
>>
>>
>> In un libro le collusioni dell'arcivescovo di Buenos Aires con la
>> dittatura militare
>>
>> Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires,
>> presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel
>> conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è
>> accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila
>> persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo
>> 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa
>> nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky,
>> che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese
>> sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso
>> ricerche serie e attente.
>>
>>
>> I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni,
>> gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di
>> Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta
>> influenza e molto potere, dato che in quel periodo l'istituzione religiosa
>> ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di
>> base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti
>> che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel
>> febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due
>> dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle
>> baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si
>> rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella
>> gente povera che faceva affidamento su di loro.
>>
>> La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti
>> immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno
>> informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per
>> toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe,
>> furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca
>> fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della
>> Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato
>> di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con
>> l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano
>> qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari
>> simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne
>> che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti,
>> fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile
>> a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella
>> famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono
>> rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.
>>
>> Botta e risposta. Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e
>> denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di
>> lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un
>> imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che
>> Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel
>> mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi
>> documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a
>> ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio
>> specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania,
>> da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede
>> nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario,
>> fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta.
>> Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del
>> culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto:
>> “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è
>> stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste
>> informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti
>> padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.
>> E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il
>> ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la
>> Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi
>> per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno
>> dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova
>> fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9,
>> schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di
>> Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il
>> giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha
>> cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non
>> ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò
>> l’arcivescovo – tra l’altro perché no ho mai creduto che lo fossero”.
>>
>> Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio,
>> morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla
>> terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata
>> a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza
>> dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì
>> gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva
>> vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore
>> argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo
>> eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori
>> ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un
>> guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.
>> Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura
>> militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro,
>> un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una
>> formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del
>> Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale
>> arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della
>> Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse
>> collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro.
>> Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io
>> non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione
>> politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza
>> Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione
>> costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri
>> del governo.
>>
>> Oggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il presidente dei
>> vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano a
>> pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario
>> del colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per
>> costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica,
>> dove viene chiesto agli argentini di volgere lo sguardo al passato per
>> ricordare la rottura della vita democratica, la violazione della dignità
>> umana e il disprezzo per la legge e le istituzioni. “Questo, avvenuto in
>> un contesto di grande fragilità istituzionale – hanno scritto i vescovi
>> argentini – e reso possibile dai dirigenti di quel periodo storico, ebbe
>> gravi conseguenze che segnarono negativamente la vita e la convivenza del
>> nostro popolo. Questi fatti del passato che ci parlano di enormi errori
>> contro la vita e del disprezzo per la legge e le istituzioni sono
>> un’occasione propizia affinché come argentini ci pentiamo una volta di più
>> dai nostri errori  per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella
>> costruzione del presente”.
>> Tanti tasselli, quelli raccolti dal giornalista argentino nel suo libro
>> che ci aiutano a vedere un po’ meglio in un mosaico tanto complesso quanto
>> doloroso della storia recente di Santa Romana Chiesa.
>>
>> Stella Spinelli



Ti ringrazio, Luciana, ed avevo capito del tuo inoltro a tutta la comunità.
Anch'io come molti, penso, ero rimasto abbastanza contento in un primo
momento (come dice anche Hans Kung) ma quando ho ricevuto questa notizia di
collusione con la dittatura sono rimasto senza fiato. Speriamo che sia
pentito e convertito come Romero...sarebbe una bella cosa, ma ce lo deve
dire! Ciao, mauro.



Tanto per capire..........
Aldo Antonelli è un parroco abruzzese impegnato in percorsi alternativi
Luciana
----- Original Message -----
From: Aldo Antonelli
To: Undisclosed-Recipient:;
Sent: Thursday, March 14, 2013 12:25 AM
Subject: Benvenuto

UN PAPA CHE SI INCHINA.
Ho rotto il digiuno quaresimale.
Stasera ho brindato con ottimo vino al nuovo papa.
Io, antigerarchico e non popalista!
Sono felice a triplice titolo:
1- Il nuovo papa è un sudamericano.
2- Si chiama Francesco Primo
3- Parlando di se stesso ha fatto riferimento, più di una volta, al "Vescovo di Roma"  e non al "Papa" e, prima di benedire il popolo, ha chiesto la benedizione dal popolo:
Grance rivoluzione!
GRANDE!
 Che il domani sia già l'oggi!
ALDO

giovedì 14 marzo 2013

Habemus papam collusum?


Potrà dispiacere, ma sarà bene star sempre con gli occhi aperti.

Vi inoltro questa mail per cercare di capire...
Mauro Rubichi è un nostro amico di livorno,comunità Logopio,credibile ed impegnato su vari fronti compreso Nicaragua e America Latina
Luciana
----- Original Message -----
Sent: Thursday, March 14, 2013 2:32 AM
Subject: I: "Habemus Papam" - Bergoglio y la guerra sucia desde la sede central de los jesuitas durante la dictadura argentina

Bella roba! Abbiamo un papa colluso (a dir poco) con la dittatura argentina! Non posso tradurre tutto l’articolo per la sua ampiezza, ma sono certo che la traduzione in italiano verrà e ve la invierò. Ciao, mauro.

Da: Giorgio Trucchi [mailto:gtrucchi1963@gmail.com]
Inviato: mercoledì 13 marzo 2013 23.34
A: undisclosed-recipients:
Oggetto: "Habemus Papam" - Bergoglio y la guerra sucia desde la sede central de los jesuitas durante la dictadura argentina
"Habemus Papam"Bergoglio y la guerra sucia desde la sede central de los jesuitas durante la dictadura argentina

Por Horacio Verbitsky| Página 12
http://nicaraguaymasespanol.blogspot.com/2013/03/habemus-papam-bergoglio-y-la-guerra.html

Un laico católico y un ex jesuita revelan las relaciones de Bergoglio con Massera y la represión. Una patota operativa golpeó a la novia del primero dentro del Colegio Máximo para que revelara dónde encontrarlo.

El sacerdote manejaba el auto de Bergoglio, quien le contó sus encuentros con Massera y le habló del plan político del ex dictador. Una monja y una ex religiosa hablan del rol de Bergoglio en el secuestro de los jesuitas Yorio y Jalics.
LEA TODO
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Anche nel libro "Su la testa, Argentina! - Desaparecidos e recupero
della memoria storica -" di Orlando Baroncelli (della redazione di
"Testimonianze" e, fra l'altro, residente all'Isolotto) - Ed. Libri
Liberi 2008 (seconda edizione 2011) [il libro ha vinto nel 2009 il
premio "Firenze per le culture di pace" intitolato a Tiziano Terzani]
è contenuto il seguente pezzo:
" ... il 26 febbraio 2005 in Argentina esce il libro "Il silenzio" del
giornalista e scrittore Horacio Verbitsky [una delle personalità più
impegnate nella lotta contro l'impunità], che esamina il ruolo svolto
dalla Chiesa argentina a sostegno del regime [dei generali
criminali].Verbitsky accusa l'arcivescovo di Buenos Aires Jorge
Bergoglio di aver collaborato con i militari della dittatura per fare
sequestrare sacerdoti e catechisti dell'ordine dei gesuiti che
lavoravano nella comunità ecclesiastica di base situata a Bajo Flores,
nei quartieri poiveri della zona sud della capitale argentina. Nel
Libro Verbitsky accusa Bergoglio di essere stato al corrente che la
Marina stava preparando il sequestro di due missionari gesuiti,
Orlando Yorio e Francisco Jalics, e di non averli avvisati, restando
appunto in silenzio. I due gesuiti, che dipendevano proprio da
Bergoglio a quel tempo direttore della Compagnia di Gesù, furono
sequestrati dalla Marina a Bajo Flores il 23 maggio 1976 e portati
all'ESMA [noto centro di tortura] dove li interrogarono sulla loro
amica, la religiosa Monica Quinteiro, figlia del capitano di vascello
Oscar Quinteiro, poi sequestrata e desaparecida ...".
A presto!

Moreno

venerdì 8 marzo 2013

Da Catacombe 1965 a Cappella Sistina 2013


Promemoria per i porporati riuniti in questi giorni nella Cappella di Michelangelo.
( Caro m’è ’l sonno, e più l’esser di sasso,
mentre che ’l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m’è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso).
Una testimonianza fra le più significative è stata quella di 500 Vescovi, alla fine del Concilio, che, con la loro presa di posizione,  indicano qual è la strada da seguire per un vero rinnovamento della Chiesa; un documento sconosciuto ai più.
E’ il cosiddetto ‘Patto delle catacombe’.
Fu scritto il 16 Novembre 1965 alle Catacombe di Domitilla, a 40 km da Roma, da 40 Vescovi provenienti da vari continenti. Poco dopo il numero dei firmatari si allargò a 500 Vescovi. 

                                PATTO DELLE CATACOMBE    (16 Novembre 1965)
Noi vescovi, essendo stati illuminati sulle deficienze della nostra vita per ciò che riguarda la povertà evangelica, incoraggiandoci gli uni gli altri in una medesima iniziativa nella quale ciascuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; uniti a tutti i nostri fratelli nell’'episcopato; contando soprattutto sulla forza e la grazia di nostro Si­gnore Gesù Cristo, sulle preghiere dei fedeli e dei sacerdoti delle nostre rispettive diocesi; mettendoci, col pensiero e con la preghiera, al co­spetto della Trinità, della Chiesa di Cristo, del clero e dei fedeli delle nostre diocesi; nell'umiltà e nella coscienza della nostra debolezza ma anche con tutta la determinazione e la forza della quale siamo sicuri che Dio voglia darci la grazia, ci impegniamo a quel che segue:
1. Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l'abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che vi è connesso (Mt 5,3; 6,33.34; 8,20).
2. Rinunziamo per sempre all'apparenza e alla realtà della ric­chezza, specialmente nelle vesti (stoffe di pregio, colori vistosi) e nelle insegne di metalli preziosi (queste insegne devono essere di fatto evangeliche, cf. Mc 6,9; Mt 10,9.10; At 3,6).
3. Non avremo proprietà né di immobili né di beni mobili né conti in banca o cose del genere a titolo personale; e se sarà necessario averne, le intesteremo tutte alla diocesi o a opere sociali o caritative (cf. Mt 6,19.21; Lc 12,33.34).
4. Affideremo, ogni volta che sia possibile, la gestione finanzia­ria e materiale nelle nostre diocesi a un comitato di laici compe­tenti e consapevoli del loro compito apostolico, per poter essere meno degli amministratori che dei pastori e degli apostoli (cf. Mt 10,8; At 6,1-7).
5. Rifiutiamo di lasciarci chiamare oralmente o per iscritto con nomi e titoli che esprimano concetti di grandezza o di potenza (per esempio: eminenza, eccellenza, monsignore). Preferiamo essere chia­mati con l'appellativo evangelico di "padre”.
6. Nel nostro modo di comportarci, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo ciò che può procurarci privilegi, precedenze o anche di dare una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (per esempio: ban­chetti offerti o accettati, "classi” nei servizi religiosi ecc.; cf. Lc 14,12.14; I Cor 9,14.19).
7. Eviteremo anche di incoraggiare o di lusingare la vanità di chiun­que con la prospettiva di ricavarne ricompense o regali o per qua­lunque altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare le loro offerte come una normale partecipazione al culto, all'apostolato e all’azione sociale (cf. Mt 6,2.4; Lc 16,9.13; 2Cor 12,14).
8. Dedicheremo tutto il tempo necessario al servizio apostolico e pastorale delle persone o dei gruppi di lavoratori che sono in con­dizione economica debole o sottosviluppata, senza che questo nuoccia ad altre persone o gruppi della diocesi. Sosterremo i laici re­ligiosi, i diaconi e i preti che il Signore chiama a evangelizzare i poveri e gli operai e a condividerne la vita operaia e il lavoro (cf. Lc 4,18; Mc 6,3; Mt 11,4-5; At 18,3.4; 20,33.35; I Cor 6,12).
9. Consapevoli delle esigenze della giustizia e della carità e dei loro mutui rapporti, noi cercheremo di trasformare le opere di be­neficenza in opere sociali, basate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze come un umile servi­zio degli organismi pubblici competenti (cf. Mt 25,31-46; Lc 12,13-14; 18,34).
10. Faremo di tutto perché i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici stabiliscano e applichino leggi sociali e promuo­vano le strutture sociali necessarie alla giustizia, all'eguaglianza e allo sviluppo armonioso e totale di tutto l'uomo in tutti gli uomini e giun­gano con questo a stabilire un nuovo ordine sociale degno dei figli del­l'uomo e dei figli di Dio (cf. At 2,44.45; 4,32.33.35; 5,4; 2Cor 8,9; ITm 5,16).
11. Poiché la collegialità episcopale trova la sua attuazione più evangelica nell'assumersi in comune l'onere delle masse umane in stato di miseria fisica, culturale e morale (due terzi dell'umanità), noi ci impegniamo a partecipare, secondo le nostre possibilità, agli inve­stimenti urgenti degli episcopati poveri; di raggiungere insieme, a li­vello delle organizzazioni internazionali ma a testimonianza del Vangelo, come il papa all'ONU, lo stabilimento di strutture econo­miche e culturali che non accrescano il numero delle nazioni prole­tarie in seno a un mondo sempre più ricco, ma permettano alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
12. Ci impegniamo a dividere nella carità pastorale la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, preti, religiosi e laici, perché il nostro mi­nistero sia un vero servizio. Così ci sforzeremo di “rivedere” la no­stra vita con il loro aiuto. Prepareremo dei collaboratori per poter maggiormente animare il mondo. Cercheremo di essere più umana­mente presenti e accoglienti; ci mostreremo aperti a tutti quale che sia la religione di ciascuno (cf. Mc 8,34.35; At 6,1-7; ITm 3,8.10).
13. Ritornati nelle nostre rispettive diocesi, noi faremo conoscere ai nostri diocesani queste nostre decisioni, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere. Che Dio ci aiuti a essere fedeli.

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O si riparte da qui o non c’è speranza!
Come si giunse a questo documento? Già Papa Roncalli, in un messaggio radiofonico ai cattolici del mondo, un mese prima dell’apertura del Concilio (il Concilio Vaticano II è durato dall’11 Ottobre 1962 al 7 Dicembre 1965) aveva affermato che la Chiesa si deve presentare al mondo come Chiesa di tutti e particolarmente come Chiesa dei poveri.
          Il Card. Lercaro, Arcivescovo di Bologna, che aveva trasformato il proprio Palazzo arcivescovile in un orfanotrofio e che poi sarà nominato come uno dei 4 Moderatori del Concilio, al termine della I Sessione riprese questa richiesta di Roncalli, chiedendo ai Padri conciliari di rendere la questione della presenza di Gesù Cristo nei poveri, non un tema fra gli altri, ma la questione centrale del Concilio.
          Il tema ‘Gesù, i poveri e la Chiesa’ era già stato lanciato dal Vescovo di Nazareth e dal Vescovo di Tournai in Belgio, perché avevano distribuito ai Padri conciliari uno scritto di Paul Gauthier, prete operaio a Nazareth, nel quale la povera gente di quella città poneva ai Padri la richiesta di considerare la stretta relazione di amore che deve unire la Chiesa e i poveri.
          Questa iniziativa sfociò poi nella nascita di un gruppo informale, animato dallo stesso Vescovo di Tournai e dal Card. Gerlier, formato da più di 50 Vescovi e da una trentina di esperti conciliari. Tra questi c’erano Helder Camara, Vescovo di Recife, Manuel Larrain Vescovo di Talca in Cile che poi furono tra i primi firmatari del ‘Patto delle Catacombe’. Mons. Larrain addirittura verrà citato da Paolo VI nell’Enciclica ‘Populorum progressio’.
          Il Papa fu sempre tenuto informato di questi lavori. Anzi fu proprio Paolo VI a indire un’assemblea dei Vescovi latino-americani e poi nel 1968 a fare il viaggio a S. Josè de Mosquera in Colombia, quando si inginocchiò davanti ai contadini, una delle popolazioni più povere del mondo. Sono belli e significativi i simboli, ma se restano solo gesti?.........
Questi sono gli antefatti del cosiddetto ‘Patto delle Catacombe’.

Quello che è successo in questi ultimi anni dentro le mura vaticane non solo tradisce quegli obiettivi profetici di cui parla il documento dei 500 Vescovi, ma si pone su un piano condannabile perfino dal Codice penale.
Che ci sia questa vergognosa lotta di potere all’interno del Vaticano è fuori discussione, ma riconoscere la crisi può diventare un’occasione opportuna di conversione e di rinascita. Secondo me è giunto il momento che la Chiesa passi da una struttura rigidamente monarchica, che consente rapporti di potere al suo interno, ad una struttura dialogica, conciliare. Anche la gestione dei beni della Chiesa deve essere pubblica, trasparente, controllabile dal popolo cristiano.
‘Chiesa per i poveri’ o ‘Chiesa povera’? Ai tempi del Concilio era un’alternativa forte. Sembra quasi la stessa cosa, ma c’è un abisso fra questi due obiettivi. Il primo può giustificare gli intrallazzi più impensabili per acquistare potere e danaro, col pretesto di aiutare chi ha bisogno. Il secondo esige un totale coinvolgimento con gli ‘ultimi’.
Il libro di Geremia si apre con questa visione: il Profeta vede da una parte un ramo di mandorlo che sta per fiorire; dall’altra una caldaia inclinata che sta per rovesciarsi. Sono due possibilità che sia la Chiesa che l’umanità hanno davanti: lo sbocciare di una nuova stagione oppure la devastazione più completa. Ma Dio è ‘vigile’; se avremo il coraggio di rinnovarci, una nuova primavera ci attende.

don Fabio Masi – Parroco

martedì 5 marzo 2013

Insieme si può

Piazza dell'Isolotto, agosto 1969

Preghiamo coloro che considerano le presenti riflessioni un contributo positivo a sostegno del nuovo che nasce, di diffonderle e , a chi ha gli indirizzi per farlo, di raggiungere personalmente i nuovi eletti delle varie aree di riferimento.


Lettera della Comunità dell’Isolotto per il sostegno alle elette/i e alle elettrici/elettori impegnati nella responsabilità di costruire il nuovo che nasce.

Siamo la Comunità di base dell’Isolotto in Firenze, una realtà con una storia di impegno nel territorio, nel sociale, nella politica, nella chiesa.
Abbiamo pagato spesso pesantemente le nostre scelte dalla parte di chi difende i valori della giustizia e della solidarietà a partire dai bisogni degli ultimi. Lungo la nostra storia che viene dal lontano ‘68, abbiamo sperimentato che il nuovo che nasce è sempre avvertito come destabilizzante per le abitudini consolidate, per i ritmi consueti, per le sicurezze acquisite. Produce reazioni di difesa. Innesca ansie, paure, conflitti. I sistemi di dominio, che si sentono minacciati dalla creatività generativa della vita e della storia, temono il collasso e invece di contribuire al superamento positivo delle tensioni verso sintesi culturali nuove, alimentano il conflitto, soffiano sul fuoco della paura e offrono i vecchi recinti restaurati e magari abbelliti.
Oggi sentiamo l’urgenza di sostenere “il nuovo che sta nascendo” e aggiungiamo la nostra voce alle tante che chiedono al nuovo Parlamento il coraggio di operare con determinazione e senso di responsabilità per il cambiamento.
· Abbiamo imparato che “la verità” non esiste, ma esistono le “tante verità” che possono arricchire il cammino dell’umanità e che siamo chiamati a coniugare insieme, in atteggiamento critico ma di reciproca fiducia.
· Abbiamo capito che le “piazze” sono tante: quelle delle adunate fasciste, delle guerriglie urbane, delle manovre militari, delle esibizioni di potere, degli osanna al papa, delle processioni, delle feste, ma anche le piazze “contro la mafia”,quelle della resistenza, delle manifestazioni sindacali, delle donne, degli studenti, delle marce per la pace, e ancora le piazze della musica, dei carnevali, della solidarietà, dei mercatini alternativi, del camminare insieme. La piazza è il luogo aperto di tutti, il luogo della relazione fisica, del parlarsi l’uno accanto all’altro, quel luogo che noi dell’Isolotto abbiamo animato per oltre quaranta anni anche quando le piazze si svuotarono.
· Abbiamo capito che oggi è importante vivere questa piazza che si è imposta con le elezioni come la nascita di una nuova resistenza, la capacità di cogliere i segni dei tempi, il bisogno di affrontare il futuro con generosità. La piazza non risolve i problemi, ma è il momento unificante di tante persone di buona volontà che dicono: ci siamo, vogliamo contare e vogliamo impegnarci.
· Siamo consapevoli che la battaglia “contro” degli uni verso gli altri serve solo a rinserrare le fila di quella destra dove prevale l’individualismo aggressivo o la paura di perdere privilegi.
· Guardiamo con fiducia chi oggi è sceso nelle piazze perché quello è per lo più un popolo informato, consapevole, desideroso di mettersi in gioco. E’ il popolo che abbiamo contribuito a formare e generare con la nostra resistenza di piccole formiche operose anche se invisibili.
· Abbiamo scoperto che la piazza geografica e la piazza telematica sono oggi luoghi molto frequentati e importantissimi anche per la maturazione umana e culturale. Da sempre abbiamo sostenuto il valore della comunicazione e della crescita culturale delle persone: abbiamo lottato per la “scuola di tutti”, per la cultura diffusa, per la crescita delle consapevolezze, per l’impegno, la partecipazione, la democrazia.
· Siamo consapevoli che il nuovo che nasce non è perfetto, che non sarà semplice né facile elaborare e costruire un cammino comune, sfrondare i riferimenti ai “leaderismi individualisti” per favorire l’assunzione di responsabilità diffuse e condivise. Abbiamo davanti tempi complicati e non facili, ma noi che veniamo da lontano sentiamo il dovere di accompagnare e partecipare a questo cammino in cui si intrecciano le generazioni con le loro energie, esperienze e sapienze.
IL NOSTRO APPELLO
A chi ha votato e a chi non è andato a votare, a chi è stato eletto e a chi è rimasto fuori, a tutti coloro che pensano che “un mondo nuovo è possibile” rivolgiamo l’invito:
- ad avere la pazienza, la generosità e la sapienza di riconoscere e valorizzare le risorse positive degli/delle uni/e e degli/delle altri/e,
- a lavorare cercando nuovi percorsi, mettendo in gioco competenze, collaborazioni, disponibilità per cambiare le leggi in modo costruttivo,
- a non disperdere le nuove energie che si sono messe in gioco e a mantenere una collaborazione costante ed attiva con i territori e le loro espressioni di partecipazione responsabile al bene comune.
Niente nuove elezioni, inciuci, distinguo, veti; molta creatività, costanza, generosità, pazienza, ma anche concretezza e aderenza ai problemi ed ai contesti reali, impegno a crescere insieme ed a rendere alla “politica” il suo vero significato di luogo per il raggiungimento della felicità.
Non sarà facile, buon lavoro a tutti noi!
La Comunità dell’Isolotto riunita in assemblea
domenica 3 marzo 2013
Baracche Verdi - Via degli Aceri 1
50142 Firenze
tel/fax: o55711362
Web: http://www.comunitaisolotto.org/
Blog: http://baracchesempreverdi.blogspot.it/

Nota di aggiornamento sul dibattito che ha preceduto (e poi seguito) la stesura della lettera appello.


1 - Spunti raccolti da Marco nella discussione di domenica 3 marzo 2013 alle Baracche

Paola
- il risultato elettorale, seppur complicato, offre una grande occasione alla Politica di rinnovarsi aprendosi ai giovani;
-  E’ sempre più evidente la divisione del paese in due visioni del presente e del futuro: da un lato chi continua  a votare Berlusconi, dall’altro chi spera nel cambiamento
Lucia:
- emozioni contrastanti rispetto ai risultati elettorali;
- la presenza di giovani che tornano a partecipare è interessante e importante (l’esempio dell’appello di Viola)
- poca fiducia in Grillo che interpreta il peggiore personalismo violento e volgare visto in politica negli ultimi decenni;
Maria:
- somiglianza dei programmi di PD e 5 Stelle nella sostanza, grandi differenze però nella forma comunicativa;
- le piazze urlate di Grillo senza contraddittorio contro la seria pacatezza del confronto televisivo sostenuto da Bersani;
- gli interrogativi: come si va avanti? Quali prospettive per la sinistra? Come si comunica in modo più efficace?
Danilo:
- L’attuale caos politico ricorda il caos primordiale della Creazione del mondo narrata nella Bibbia;
- Come Dio mise ordine nel caos, così Napolitano può rappresentare l’unico in grado di gestire questa fase di confusione per il paese;
- la riflessione di Mao sulla confusione come generatrice di cose positive;
Sandro:
- non molto in comune tra i programmi del PD e del Movimento 5 Stelle;
- la confusione politica non promette nulla di buono;
- molti problemi ed incertezza sulla costituzione tecnica di un nuovo governo;
Carmen:
- Grillo come protagonista politico arrogante orientato alla distruzione e non alla costruzione;
- esigenza di trovare accordi sulle cose più importanti ed urgenti;
Gianpiero:
- governabilità del paese come priorità;
- rinnovamento generazionale anche nel PD e non solo nel Movimento 5 Stelle;
- saranno capaci i “cittadini” 5 Stelle di ragionare con le proprie teste oltre Grillo? Si cercherà di attuare il programma del Movimento o quello urlato nelle piazze da Grillo?
-  è necessario fare riforme importanti per i risolvere i problemi del lavoro e dell’economia della gente comune;
Nonna di 93 anni:
- importanza del rinnovamento, incontro tra generazioni, speranza sui giovani, “la vita deve andare avanti”
Moreno:
- cercare convergenza tra sinistra e 5 Stelle  su contenuti condivisi: conflitto di interesse, costi della politica, legge elettorale, spese militari, grandi opere…
- complessità del Movimento 5 Stelle e contraddizioni preoccupanti al suo interno (razzismo; maschilismo…);
Paolo:
- riflettere sulla partecipazione dal basso a partire dall’esperienza fiorentina degli anni 60-70 di organizzazione spontanea della gente: alluvione, comitati di quartiere….
- i rischi della transizione dallo spontaneismo di base all’istituzionalizzazione: la perdita di partecipazione e la delega ai partiti-istituzione sono responsabili dell’attuale crisi;
Marco:
- guardare al percorso comunitario per capire il presente:  il dissenso del popolo umile dell’Isolotto verso l’istituzione Chiesa non è molto diverso dall’attuale dissenso di una parte rilevante del popolo italiano verso la deriva dell’istituzione Partiti;
- l’esperienza comunitaria come metodo di confronto positivo, seppure dialettico, che può consentire il superamento del leaderismo per sostenere la carica innovatrice dei movimenti oltre i “Grilli” di turno;
Tina:
- un governo trasversale tra chi di “buona volontà” è possibile?
- coniugare ciò che è buono del “vecchio” con l’energia e la creatività del nuovo che avanza;
- valutare la sostenibilità delle riforme: il reddito di cittadinanza è sostenibile e utile per sempre?
Vanna:
- senso di rabbia per il risultato elettorale;
- Grillo e Berlusconi accomunati dalla spettacolarizzazione e dalla personalizzazione;
- il rinnovamento del parlamento attraverso una maggiore partecipazione (primarie PD, democrazia diretta del 5 Stelle) e la speranza di un “buon governo”;
- l’importanza dei mezzi di comunicazione offerti dalla rete;
Maurizio:
- un risultato elettorale più netto sarebbe stato forse più rassicurante ma senza grandi possibilità di cambiamento;
- straordinaria opportunità, invece, da queste elezioni per mettere alla prova una nuova leva di politici rispetto alla possibilità di rappresentare tutti oltre le appartenenze partitiche e gli interessi personali e di casta;
Paola R.:
- porsi rispetto al risultato elettorale senza paura ma come davanti all’occasione di un cambiamento vero;
- il riferimento alla Comunità come modello per il paese da parte dei 5 Stelle ci deve interrogare;
Paola:
- idea del mondo e del futuro dei 5 Stelle che va oltre i confini della politica nazionale;
Urbano
- spunto da Massimo Fini (Il Fatto quotidiano) sulla rivoluzione “conservatrice” di Grillo che potrebbe diffondersi a scala planetaria mettendo in discussione assieme ad altri movimenti l’attuale Ordine Mondiale;
Luciana:
- una riflessione elaborata sul nuovo che avanza e su come sostenerlo nella consapevolezza che questo nuovo, in continuo divenire e pieno di contraddizioni, è anche figlio della nostra storia fatta di piazze come spazi aperti di confronto ed eresie creative;
Moreno:
- va bene il sostegno al nuovo senza però perdere di vista le conflittualità su temi che fanno ancora la differenza tra destra e sinistra (diritti, lavoro, pace…);
Mario:
- impostazione dell’assemblea è quella giusta ma importante è approfondire ulteriormente la discussione;
- elaborare dalle riflessioni di tutti, (quella di Luciana con pensieri già organizzati in forma scritta potrebbe essere una base di partenza) una posizione comunitaria da diffondere


 2 - Moreno
Sinistra e Movimento 5 stelle
Trovo di notevole interesse gli appunti di Luciana, come anche il dibattito di ieri mattina.
Vorrei però sottolineare che il processo di cambiamento nel nostro Paese non è riducibile alle piazze del Movimento 5 stelle.
Vi sono più cose in giro, nelle esperienze delle varie realtà di base, di quante non risultino dalla filosofia e dalla pratica di Grillo e di quanti sono stati qualificati impropriamente come "grillini".
Riscontriamo, a guardarci intorno, una lunga serie di esperienze, realtà, movimenti, saperi, iniziative di resistenza e di lotta al dominio del mercato, e dei poteri finanziari, che hanno sì punti di contatto con il complesso, e per certi versi contraddittorio, arcipelago grillino, ma che non vi si ritrovano certo in toto. Penso che la ricostruzione di culture e pratiche partecipative per un processo profondo di cambiamento, che rigeneri un tessuto lacerato da vent'anni di berlusconismo e di subordinazione - sia a destra che nel centro/sinistra - della politica al mercato (con il trionfo del liberismo, che è la causa prima della tremenda crisi attuale e le cui ricette, però, vengono riproposte senza ripensamenti), possa avere una bella spinta dal successo elettorale del Movimento 5 stelle -, ma che ciò non sia sufficiente.
Ritengo che, finché esiste un mondo diviso in sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori, "padroni del vapore" e persone senza potere - indubbiamente in forme diverse dal passato, ma pur sempre di sfruttamento, di oppressione, di assetto ingiusto della società continua a trattarsi -,  vi sarà sempre il conflitto di classe e la sinistra, per come si è configurata storicamente, avrà un senso [il Movimento 5 stelle nega tutto ciò, affermando che i termini destra e sinistra non hanno più alcun significato]. E ritengo anche che una situazione del genere non sarà mai del tutto superata e che l'utopia di una società di liberi ed eguali continuerà a farci andare avanti per cambiare lo stato di cose esistenti.
Di conseguenza, a mio parere, rimane davanti a noi l'obiettivo di una ridefinizione della sinistra come soggetto nuovo, che sappia rapportarsi al cuore ed al cervello di chi vive nel ventunesimo secolo, senza rifarsi agli schemi, ormai del tutto superati, del passato,  senza incrostazioni ideologiche non più aderenti alla realtà, senza leaderismi. Una sinistra che contribuisca a riqualificare la politica, mai caduta così in basso (anche da qui scaturisce il successo di Grillo), e che dia finalmente una rappresentanza forte a tutte quelle esperienze, attività di base, movimenti che lottano per l'ambiente, per i beni comuni, per i diritti, per lo stato sociale, per la democrazia di genere, per una nuova qualità del lavoro e della vita, tenendo ben saldi i valori così bene espressi dalla nostra Costituzione (a partire dall'antifascismo, dall'antirazzismo, dalla laicità, dalla pace, dalla nonviolenza). Riconnettendo il tutto in un progetto unitario che tenga conto delle diversità, dando spazio ad iniziative come quella della "Commissione Rodotà aperta" - che ha avviato da poco il suo percorso e intende riscrivere dal basso, con un ampio confronto fra giuristi/costituzionalisti ed esperienze di base, il senso dei beni comuni e le loro modalità di gestione -, sperimentando forme nuove di democrazia partecipativa, riscoprendo il senso del fare comunità. Solo in parte quanto ho sommariamente esposto trova spazio nel Movimento 5 stelle, anche se dal suo successo può venire un positivo rimescolamento di carte ed una spinta in direzione del rinnovamento (il lavoro, la democrazia nelle fabbriche, l'antirazzismo, l'antifascismo, ad esempio, hanno scarso  peso nei suoi programmi e nella sua pratica). Un rinnovamento che potrebbe trovare una prima parziale risposta in un programma di governo centrato su pochi ma significativi punti (che potrebbero - dovrebbero - avere l'approvazione del centro-sinistra e del Movimento 5 stelle):

 - una legge elettorale "decente",
- una legge sul conflitto d'interessi,

 - un ridimensionamento drastico degli emolumenti ai  parlamentari e dei rimborsi alle forze politiche,
- la cancellazione dell'acquisto degli F/35 e delle grandi opere tipo la TAV (inutili e dannose),
- provvedimenti urgenti a salvaguardia della sanità e della scuola pubblica, - l'avvio di un processo volto a mettere in sicurezza il territorio. L'esigenza di ridare voce e slancio ad una sinistra completamente rinnovata - nelle idee, nelle pratiche, nelle modalità d'intervento, nella capacità di relazioni, nella progettualità - continua ad esistere, anzi diviene ancora più pressante.
E non può essere sostituita dalla "carica dei 101" (o, meglio, degli oltre 150 parlamentari) del Movimento 5 stelle [che peraltro, lo ripeto, ha elementi positivi (specialmente se si liberano energie oggi compresse dal ruolo predominante del "capo")].
3 - Piero
Ci dispiace non essere stati presenti all'incontro di domenica, ma la lettura delle interessanti riflessioni di Luciana e di Moreno mi stimola a fare alcune altre riflessioni. Sicuramente il successo del movimento di Grillo, inaspettato e impensabile nelle proporzioni con cui si è manifestato,  ha causato uno sconvolgimento nelle speranze, a volte certezze, dei partiti, rischiando in alcuni casi di corrodere, soprattutto in prospettiva futura, le fondamenta della loro stessa sopravvivenza. Esso ha dato le gambe al disgusto, all'indignazione, alla rabbia che i comportamenti della classe politica in generale (ma anche qui occorrerebbe fare molti distinguo che invece il movimento non fa) hanno suscitato nell'opinione pubblica, soprattutto in questa seconda repubblica.  Ma non dobbiamo neanche dimenticare che l'opinione pubblica ha molte facce: basta pensare che in questi ultimi anni
le distorsioni, l'"allegra" amministrazione della cosa pubblica, lo sfascio economico e soprattutto etico delle istituzioni sono avvenuti perchè gran parte dei cittadini l'hanno permesso se non addirittura approvato con il sostegno del loro voto.  Certo bisogna riconoscere l'abilità di Grillo nell'avere bene interpretato la protesta, tout court, sia di persone oneste deluse dai partiti in cui credevano, sia dei qualunquisti, normalmente astensionisti, convinti che "i partiti e i politici sono tutti uguali" e pensano solo ai propri interessi. Quindi TUTTI A CASA. Qui, a nostro avviso, è chiaro il fallimento del messaggio politico della sinistra, che, impegnata a contrastare Berlusconi e a rincorrerlo sulle cose da fare, non ha capito o comunque non ha saputo reagire al fatto che il "berlusconismo" ha contaminato  trasversalmente tutta questa nostra società dei consumi individualista e competitiva, spesso perfino gli stessi partiti di sinistra, perfino molti cittadini che avevano sempre votato a sinistra. Per contrastare questo fenomeno occorreva proporre un coraggioso progetto alternativo, un modello di sviluppo eco sostenibile, una diversa politica orientata a ridurre le diseguaglianze e a realizzare una maggiore giustizia sociale, un modello che riportasse al centro le persone e i loro bisogni al di sopra delle logiche di mercato, insomma una vera politica di sinistra. Occorreva interpretare e fare proprie le istanze che provenivano dai tanti movimenti nuovi che stavano nascendo, invece di prenderne le distanze.  Nel movimento di Grillo è indubbio che ci sia tanta gente di sinistra delusa, ma dentro c'è di tutto, dall'imprenditore che si sente vessato all'operaio che si sente non tutelato, dai giovani dei centri sociali ai militanti di casa pound. Mi pare che sia questo  il nuovo, un movimento senza steccati ideologici, con tutti i limiti che questo comporta, ma che punta sulla protesta contro il potere costituito per aprirsi alla speranza di un mondo diverso dove la politica riacquisti un significato di servizio ai cittadini, spazzando via i privilegi e le malversazioni della casta. Del resto ricordiamo che anche Forza Italia quando nacque sembrò a molti il nuovo.... Grillo ha avuto senza dubbio il merito di provocare uno "tsunami" nella palude della conservazione e del mantenimento dello status quo. E' riuscito laddove i vari  movimenti e soggetti politici nuovi degli ultimi anni, portatori di specifiche proposte ma fra loro divisi e scoordinati e senza riferimenti istituzionali, i girotondi, il popolo viola, democrazia km 0, i  movimenti per i beni comuni ecc, per finire ad Alba, abortita  nel nascere, hanno fallito. In questa Italia tutto sommato nella sua maggioranza più pancia che testa e cuore, conservatrice e moderata,  è compito ora della sinistra capire questo messaggio, far proprio ciò che di buono c'è in esso,  e con umiltà e pazienza, ma con pari fermezza e senza autoreferenzialità, cercare di ricostruire un consenso basato non solo su sterili proteste a volte qualunquistiche ma su un serio
progetto di cambiamento su: Lavoro, ambiente, difesa e riordino del territorio, tutela dei diritti degli immigrati, tutela dei diritti civili delle minoranze, questioni etiche, lotta agli sprechi, trasparenza
delle decisioni ecc. insomma, come ho già detto,  ciò che è nel DNA di una seria politica di
sinistra. Se non si farà questo, Grillo avrà ragione a urlare che il concetto di destra e di sinistra è morto e sepolto. E la sinistra, già oggi divisa e rissosa, avrà il suo colpo di grazia.