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martedì 27 novembre 2007

Comunità dell’Isolotto

Incontro eucaristico

Domenica 25 novembre 2007


Letture bibliche


Dal Vangelo di Luca (10, 1-9)

Dopo queste cose, il Signore designò altri settanta discepoli e li mandò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dov'egli stesso stava per andare. E diceva loro: «La mèsse è grande, ma gli operai sono pochi; pregate dunque il Signore della mèsse perché spinga degli operai nella sua mèsse. Andate; ecco, io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi. Non portate né borsa, né sacca, né calzari, e non salutate nessuno per via. In qualunque casa entriate, dite prima: "Pace a questa casa!". Se vi è lì un figlio di pace, la vostra pace riposerà su di lui; se no, ritornerà a voi. Rimanete in quella stessa casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno del suo salario. Non passate di casa in casa. In qualunque città entriate, se vi ricevono, mangiate ciò che vi sarà messo davanti, guarite i malati che ci saranno e dite loro: "Il regno di Dio si è avvicinato a voi".


Dal libro degli Atti (6,1-6)

In quei giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio da parte degli ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana. I dodici, convocata la moltitudine dei discepoli, dissero: «Non è conveniente che noi lasciamo la Parola di Dio per servire alle mense. Pertanto, fratelli, cercate di trovare fra di voi sette uomini, dei quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Quanto a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministero della Parola».

Questa proposta piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia. Li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani.


Dalla prima lettera di San Paolo ai Corinzi (12,27-30)

Ora voi siete il corpo di Cristo e membra di esso, ciascuno per parte sua. E Dio ha posto nella chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti, in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo, diversità di lingue. Sono forse tutti apostoli? Sono forse tutti profeti? Sono forse tutti dottori? Fanno tutti dei miracoli? Tutti hanno forse i doni di guarigioni? Parlano tutti in altre lingue? Interpretano tutti? Voi, però, desiderate ardentemente i carismi maggiori!





(A cura della CdB di Pinerolo e della segreteria nazionale cdb)

Note per il collegamento seminariale – Tirrenia 8-9 dicembre 2007

MINISTERI/SERVIZI: QUALI? COME ESERCITARLI?


E’ bene che l’argomento sia lasciato molto aperto, per non perdere nulla della ricchezza della varietà delle nostre esperienze: l’attualità e i percorsi per arrivarci. Definire il tema, indicando alcune “piste” piuttosto che altre, può orientare lo scambio e questo potrebbe rivelarsi impoverente.

Ci limitiamo quindi a richiamare i “titoli” dei capitoli che abbiamo aperto insieme a Firenze, nel corso della riunione del collegamento nazionale, lasciando ai due interventi introduttivi e, poi, allo scambio nei piccoli gruppi la massima libertà possibile per le riflessioni e le proposte.

• E’ il presente che ci invita/spinge a interrogarci sul futuro, non per investire sugli altri (ad es: i nostri figli e le nostre figlie...) né per costruire associazioni benefiche o circoli teologici... ma per dare possibilità nuove al nostro desiderio di comunità:

• lavoro collettivo

• valorizzando le capacità (doni/carismi...) di ciascuno/a

• riconoscendo con rispetto tutte le differenze

• costruendo insieme spazi in cui ciascuno/a si senta e viva da protagonista

• Ognuno/a parta da sé: dal proprio pensiero critico, che nella CdB si è rafforzato e adesso si rivolge alla stessa CdB, cercando come andare oltre. “Di base” significa, soprattutto, laicità, capacità di pensiero personale autonomo, capacità di stare nelle relazioni con cura e rispetto di ogni differenza, senza sottrarci agli scambi. La dimensione comunitaria della preghiera, della ricerca, delle varie iniziative, sostiene il singolo e la singola e rende visibile la dimensione collettiva del cammino del creato verso la felicità. E’ un desiderio comune a molti/e, non a tutti/e: anche questo fa parte delle differenze.

• Cos’è che ci tiene insieme, che ci convoca ogni volta, che crea anche conflitti al nostro interno?... Il desiderio che le relazioni siano il motore del nostro essere comunità: in particolare tra chi vi cammina da oltre 30 anni, desiderando sperimentare modalità diverse, e chi vi arriva per la prima volta, non conoscendo nulla dei nostri percorsi personali, comunitari e del movimento. Ci tiene insieme, anche, il nostro bisogno e desiderio di relazioni che rispettino la fragilità e parzialità di ognuno/a, che aiutino a convivere tutte le differenze che ci appartengono, che sostengano e incoraggino il nostro bisogno/desiderio di spiritualità, di ricerca, di affidamento... E il desiderio che tutto questo si possa realizzare nella massima libertà personale possibile, capace di guidarci oltre tutti i confini, sorretti/e da un’etica della responsabilità personale e collettiva che ci faccia compagni e compagne di strada di ogni uomo e di ogni donna che orientano la propria vita a questo orizzonte per l’umanità e l’intero creato.

• “Futuro” quindi significa ripensare e riorganizzare continuamente il presente, il nostro qui e ora. Parlare di futuro significa adeguare costantemente i nostri strumenti per facilitare la nostra crescita individuale e collettiva nell’autoformazione.

• Nel pensiero sulla riorganizzazione ci stanno tutti i discorsi fatti e da fare sui “ministeri”: funzioni, servizi, ruoli, modalità di stare nelle relazioni... Ad esempio: che servizio è il nostro se chi viene in comunità non può sentirsi protagonista perché trova tutto già fatto e detto? Mentre può farci un grande servizio nominando i suoi disagi e le nostre piccole e grandi incoerenze...

• E’ conveniente ripensare anche i nostri linguaggi: ministeri, carismi, servizi, ruoli, futuro, direzione, modelli, ecc... Cercare parole nuove, non consumate, ci aiuta a liberarci dal rischio della conservazione, della cristallizzazione delle nostre buone pratiche: in questo ci possono aiutare molto le elaborazioni e le pratiche delle donne. Relazioni e circolarità: per facilitare la nascita di energie nuove positive, in noi e intorno a noi, che incarnino e sostengano l’annuncio della “buona notizia”.

 

Una comunità che guarda avanti


(da: Una comunità che guarda avanti, F. Barbero, Viottoli 2004, pagg. 29-30).


“E' mia opinione che le comunità cristiane di base italiane abbiano accantonato, rimosso o addirittura rinunciato ad un discorso biblico, storico, teologico e pastorale profondo e aderente alla realtà sul terreno del ministero che vada oltre una genericità ed una vaghezza piuttosto problematiche e talvolta sconcertanti. Ravviso qui un punto debole, un tallone d'Achille delle comunità cristiane di base non solo italiane. Infatti non ci si può illudere. Non sono sufficienti né la declericalizzazione, né la pari opportunità di ministero di uomini e donne, né il riconoscimento del sacerdozio universale, tappe peraltro necessarie.

A mio avviso, un movimento vivo e capace di costruirsi delle prospettive sa accogliere chi si rende disponibile, possiede una capacità calamitante verso persone che desiderano riconvertire il loro servizio comunitario e nello stesso tempo avverte il bisogno di darsi ministri/e che siano "attrezzati" per questo servizio alla comunità. Sostanzialmente, aldilà del populismo ecclesiologico e del sogno spontaneistico, temo che, qualora vengano a mancare i preti che oggi esercitano un ministero di animazione nelle varie comunità e nei gruppi, il cammino comunitario abbia vita breve. Manca una riflessione profonda, realistica, sulla ‘cura pastorale’ di una comunità e sulla rilevanza del ministero, come uno degli strumenti di riconoscibilità della comunità stessa. Così pure, per quanto concerne le "parrocchie alternative", ho il timore che si abbia scarsa consapevolezza del fatto che, rimossi e sostituiti i parroci, tutto possa essere normalizzato.

sappia darsi i necessari ministeri. …

La lunga esperienza del movimento cristiano di base mi ha insegnato che, dove non c'è stata questa attenzione, la vita comunitaria si è presto o tardi svuotata o spenta. Dove, invece, si è cercato di costruire concretamente delle prassi ministeriali, la vita comunitaria conosce uno spessore diverso, sia a livello umano che evangelico. L'assenza della "cura pastorale", come nucleo essenziale del ministero, rischia di disperdere le stupende risorse e le feconde originalità che nella chiesa di base trovano espressione, specialmente nelle comunità cristiane di base


(Parte conclusiva dell’intervista a F. Barbero Viottoli, N° 2 - 2006):


D) Ma le comunità cristiane di base riusciranno a vivere dopo i Franzoni, i Mazzi, i Vigli...?

R) Questa è la speranza, anche se faccio fatica a vedere come proseguirà la comunità dell’Isolotto senza Mazzi e Gomiti o la comunità di San Paolo senza Franzoni o la comunità di Olbia senza Tonino Cau... Qui la realtà non fa sconti e nella mia vita non ho visto nessuna realtà di base proseguire in modo aperto e fecondo senza una forte presenza ministeriale. In ogni caso c’è sempre dell’imprevisto che Dio ci regala e il percorso delle comunità può subire modificazioni e rinnovamenti. Se non credessimo nell’inedito, che cristiani/e saremmo? L’importante, a mio avviso, è avere la consapevolezza dei problemi e cercare delle soluzioni... So che nel movimento altri ragionano in modo diverso dal mio e sviluppano una riflessione sull’autogestione comunitaria che oggi io non trovo realistica. Pensare la comunità nei termini di un collettivo che si autogestisce mi pare molto semplice sulla carta e molto affascinante, ma poco realistico. Un collettivo, assunto senza ulteriori specificazioni, soggiace, a mio avviso, al rischio di essere mitizzato. Non è questa una comunità idealizzata? Preferisco pensare che la comunità per vivere abbia bisogno di un “collegio strutturato”. Il collegium, che ha trovato molte “versioni” nella tradizione sia ebraica che cristiana, è un gruppo cosciente di dover svolgere mansioni e assumere responsabilità ben individuate e distribuite, che riceve tale incarico dalla comunità. In esso esiste un/una presidente, un moderatore o altro coordinatore. Chi svolge uno di questi servizi non deve nascondersi, ma vivere l’autorità-autorevolezza con umiltà, in spirito di servizio, nella consapevolezza del ministero che gli è affidato. Nel tempo della “società liquida” (di cui ci parlano diffusamente le opere di Zygmunt Bauman), con i suoi accentuati tratti di individualismo, in cui “si attribuisce il carattere della permanenza unicamente allo stato di transitorietà”, spesso anche nelle relazioni e negli impegni, può una comunità vivere come un collettivo di per sé costruttivo e duraturo? Sono necessarie, a mio avviso, responsabilità diverse, divise e personalizzate, da esercitare al fine della crescita collettiva, dentro una strada collettiva. Il collettivo nasconde il pericolo di un leaderaggio non nominato e quindi meno soggetto alla verifica comunitaria. Il collegium invece conosce la possibilità di dare un nome e un limite a funzioni e responsabilità ben individuate. …

In buona sostanza... mi sembra di dover constatare e di capire che, senza la presenza di ministri/e ordinati/e nelle comunità e anche dalle comunità, sia assai difficile pensare ad un movimento che non si riduca a piccoli gruppi, sempre più esposti al rischio dell’isolamento e dell’esaurimento. Si noti che io intendo ministro ordinato o consacrato nella accezione ecumenica più ampia, come ho documentato in alcuni miei scritti: uomo, donna, sacerdote, presbitero, pastore/a, animatore/animatrice riconosciuto e “ordinato-consacrato” da un sinodo, da un vescovo o dalla sua comunità.

Il ministero ordinato di una persona preparata ed autorevole potrà più facilmente, a mio avviso, favorire l’espressione delle altrui ministerialità e delle “comunicazioni” con altre realtà ecclesiali. Spesso il ministro ordinato potrà svolgere in maniera particolare il servizio dell’ascolto dei fratelli e delle sorelle, accompagnare il cammino dei più deboli, offrire stimoli alla ricerca, favorire la “pontalità”. La mia esperienza personale di presbitero mi dice che moltissime persone oggi desiderano e cercano momenti di dialogo personale riservato e qualificato che spesso aprono anche la strada ad una esperienza comunitaria. Spesso, almeno per un certo periodo di tempo, il “pastore”, la “pastora” rappresentano un riferimento utile o addirittura necessario per talune persone.

E’ importante lavorare insieme e scommettere fiduciosamente con le nostre reali diversità che sono la vera ricchezza di un cammino di fede comunitaria. E poi il problema del ministero e le scelte che si compiono non sono dogmi, ma appartengono all’area del contingente, mutevole, opinabile. Siccome Gesù non ha direttamente fondato nessuna chiesa, nel senso che non ha dato vita ad una religione separata dall’ebraismo, non possiamo far risalire a lui nessuna struttura ecclesiale. Gesù ha dato al suo gruppo una identità, ma non ha in alcun modo lasciato il progetto ministeriale preciso per la futura chiesa. Ciò significa che le strutture ministeriali di ieri, di oggi e di domani sono totalmente affidate alla nostra responsabilità, libertà e creatività. Ogni “ordinamento” è provvisorio, aperto a nuove esigenze e nuove decisioni. L’importante non è la permanenza di una determinata forma comunitaria, ma il suo essere funzionale alla testimonianza del regno di Dio. Il nostro dibattere attorno alla ministerialità ha senso solo se è finalizzato a fare in modo che ciascuno/a di noi e le nostre singole esperienze comunitarie siano sempre più a servizio del regno di Dio. L’elemento decisivo è che l’evangelo sia predicato e vissuto. La comunità è in tutto e per tutto subordinata a questa testimonianza. Ecco perché tutte le questioni attinenti la strutturazione comunitaria sono secondarie e suscettibili di tanti tentativi. Il che è molto liberante e responsabilizzante. Soprattutto è sempre provvisorio.

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