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giovedì 15 maggio 2014

LA CHIESA CHE VORREI



LA CHIESA CHE VORREI – DI DON PIERLUIGI DI PIAZZA (*)
da: Adistaonline.it di giovedì 15 maggio 2014 – Intervista di Luca Kocci
Quella che sogna don Pierluigi Di Piazza è una Chiesa povera e senza potere, libera e liberatrice, non clericale, femminile, democratica e pluralista. Per delinearla, nel suo libro appena pubblicato da Laterza (Compagni di strada. In cammino nella Chiesa della speranza, pp. 152, euro 12), ha scelto lo stile narrativo, del racconto di viaggio, insieme ad alcuni compagni di strada, credenti, non credenti e credenti in altre fedi – Margherita Hack, don Tonino Bello, don Puglisi, mons. Romero, il Dalai Lama, don Gallo, Eluana e Beppino Englaro e altri ancora –, che sono profeti e testimoni. Ciascuno “incarna” un valore, evangelico e laico allo stesso tempo: Margherita Hack, per esempio, la laicità ma anche l’etica dei non credenti.
«Sono convinto – spiega don Di Piazza – della necessità di affermare e di praticare la laicità, la laicità autentica, libera dal confessionalismo, dall’integralismo e dal laicismo, perché ci possono essere forme di assolutismo in entrambe le posizioni, quindi di dipendenza, di chiusura, di ostilità. Invece la vera laicità libera la fede alla sua autenticità, come la vera fede favorisce e incoraggia la laicità. Mi sento laico, credente sempre in ricerca e prete. Per questo mi sono trovato a condividere l’etica dichiarata e vissuta da Margherita Hack sulla giustizia, l’accoglienza, la pace, i diritti civili, il superamento di ogni forma di discriminazione, esclusione e razzismo, l’attenzione e la premura per tutti gli esseri viventi, animali, piante e i diversi organismi. Margherita Hack diceva, in sintonia con me, che la fede è fede e che non si può dimostrare né che Dio esiste né che non esiste. Il rispetto quindi deve essere reciproco fra persone diverse per ispirazione ed itinerario, ma unite dal comune obiettivo di contribuire ad un mondo più giusto ed umano».
Poi c’è don Gallo, immagine di una Chiesa evangelica e schierata accanto agli ultimi…
«Don Gallo mi fa pensare soprattutto all’uomo di fede nel Dio di Gesù di Nazareth, al suo essere prete con convinzione ostinata e con libertà sorprendente dentro la Chiesa. La memoria viva del suo insegnamento è il suo essere stato e continuare ad essere un riferimento di luce, di accoglienza, di confronto fra le persone più diverse: credenti di diverse fedi religiose e non credenti, eterosessuali omosessuali, transessuali, carcerati, prostitute, persone dipendenti dalle sostanze, emarginate, discriminate, scartate. Ha saputo guardare la vita e le storie delle persone dalla strada, dal marciapiede e per questo restare sempre partigiano, come lo era stato nella lotta di Liberazione, cioè di parte, schierato, come ha vissuto e ci ha proposto Gesù».
Un capitolo è dedicato ad Eluana e Beppino Englaro, con cui hai condiviso un pezzo di strada, anche perché la parte finale della loro storia si è svolta ad Udine…
«Ho ricordato Eluana e Beppino per la necessità di liberare la storia delle persone dalle strumentalità del moralismo, della politica, della religione, perché l’incontro vero con la storia delle persone possa significare ascolto, rispetto, dialogo ricerca di strade possibili per poter contribuire a vivere, soffrire e morire nel modo più umano possibile».
E i “principi non negoziabili”?
«Negli ultimi anni la Chiesa, una Chiesa politica, e certa politica hanno fatto a gara a sostenersi nel dichiarare i principi non negoziabili, espressione che pare scomparsa con l’arrivo di papa Francesco, il quale ha affermato che l’espressione non gli piace, perché i valori sono tali e basta. Inoltre è grossolana nei contenuti e nel linguaggio: “non negoziabili” si riferisce ad una sorta di trattativa mercantile, sconveniente se riferita alla vita delle persone. E ancora più grave se si pensa che la Chiesa dovrebbe incontrare le persone con le loro storie diverse, ascoltare, curare, accompagnare, esprimere condivisione e incoraggiamento. La non negoziabilità annulla ogni possibilità di dialogo. Le questioni della bioetica, dell’inizio e del fine vita chiedono informazione e formazione, riferimenti etici profondi, rispetto della libertà delle persone, anche nell’accettare o rifiutare le cure, nel decidere riguardo alla morte. E questo non si pone contro Dio, ma si esprime alla sua presenza con una libertà consapevole e serena, con la fiducia e l’affidamento della vita, non solo di quella biologica, a lui, fonte e accoglienza della vita».
Fra i tuoi “compagni di strada” c’è anche Tonino Bello...
«È stato un uomo e un vescovo, poeta e profeta, in cammino con il suo popolo e al suo servizio. Si è liberato dal potere clericale, maschilista e autoritario, dal compito di funzionario della religione e per questo ha espresso il potere e la forza dei segni: nel muoversi, nel vestire, nell’incontrare, nel condividere, nell’aprire le porte del palazzo vescovile per accogliere, nel denunciare e nel proporre con forza e nell’incontrare con tenerezza. Continua a comunicarci una profonda spiritualità che anima l’audacia e la concretezza delle scelte, del linguaggio e dei gesti».
Che vescovi vorresti per la Chiesa?
«Vescovi insieme profeti e pastori, perché le due dimensioni non sono contrapposte ma complementari. La forza della profezia dovrebbe guidare il pastore perché non diventi un funzionario di un’istituzione religiosa, perché annunci con libertà e franchezza la Parola e ne viva la coerente testimonianza; perché si senta in mezzo al popolo di Dio, non al di sopra; perché esprima segni di semplicità, di sobrietà, rinunciando a titoli onorifici, al palazzo vescovile, all’automobile di rappresentanza. Un vescovo che incontri, ascolti, condivida esperienze e percorsi, un uomo appassionato del Dio di Gesù di Nazareth e delle persone, delle loro storie, accogliente, non preoccupato dell’organizzazione, ma della sensibilità del cuore e dell’atteggiamento di vicinanza e di prossimità. Anche nella scelta dei vescovi il criterio non dovrebbe essere quello di fedeltà all’istituzione religiosa, ma di fedeltà al Vangelo, di coerenza nella vita, di segni leggibili riguardo alla giustizia, all’accoglienza, alla pace, alla misericordia, alla verità, alla salvaguardia del creato, di tutti gli esseri viventi».
Il Concilio attraversa e permea ogni pagina del libro. Dopo 50 anni, a che punto siamo?
«Lo spirito del Concilio ci sta davanti, l’impegno per il suo compimento dovrebbe vederci coinvolti, soprattutto su due dimensioni fondamentali: la Chiesa come popolo di Dio in cammino nella storia, di cui papa, vescovi, preti, religiosi e religiose sono una piccola parte con compiti specifici, non di superiorità e di distanza, ma di condivisione, di servizio. E poi il rapporto fra Chiesa e mondo: non di superiorità, di sospetto, di giudizio preventivo, bensì di attenzione, ascolto, apprendimento, dialogo, e poi orientamento, indicazione, insegnamento sempre rispettoso, di forte denuncia e giudizio su tutte quelle situazioni che opprimono, offendono e umiliano la dignità delle persone».
L’ultimo capitolo ha come titolo “Una Chiesa che non ha paura e che guarda al futuro”. I gesti e le parole di Francesco sono di incoraggiamento? Quale Chiesa sogni?
«Certamente le parole e i gesti di Francesco incoraggiano tanti preti insieme a tante persone che in questi anni sono stati sospettati e criticati per il loro impegno nella società, per un rinnovamento di fondo della Chiesa. Sta spostando il baricentro dalla dottrina alla testimonianza, dall’istituzione alle relazioni, dalla preoccupazione organizzativa all’atteggiamento interiore».
Quali sono le prime riforme da fare?
«Innanzitutto la scelta di camminare con i poveri e di presentarsi come Chiesa povera, essenziale, sobria. Poi la scelta di una maggiore democrazia. Da parte di alcuni si dice che la Chiesa non è una democrazia, in parte è vero perché dovrebbe essere una comunione, che però di fatto dovrebbe partire dall’attuazione delle elementari forme di partecipazione e di democrazia, per poi tendere all’ulteriorità della comunione. Infine la realizzazione di una Chiesa pluralista che riconosce le diversità culturali e simboliche delle diverse comunità sparse su tutta la Terra. Un pluralismo di teologie e liturgie. E ancora una Chiesa che riprende in modo profondo e pacato alla luce del Vangelo e con il contributo delle scienze umane le dimensioni dell’affettività, dell’amore e della sessualità nelle loro diverse esperienze ed espressioni. È questa la dimensione fondamentale della vita delle persone: riguarda i rapporti donna-uomo, la famiglia, i separati, i divorziati; l’omosessualità e la transessualità, la pedofilia; il celibato obbligatorio da sciogliere per la credibilità del celibato stesso e per una Chiesa con preti celibi, sposati e con donne prete. Sempre, continuamente e prima di tutto il riferimento a Gesù di Nazareth e al suo Vangelo: da qui si parte e qui si ritorna, altrimenti la Chiesa diventa un’istituzione fra le altre, con una copertura esteriore di religiosità».
 (*) – Don Piazza e un prete “di frontiera”, fondatore del Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud).

lunedì 27 maggio 2013

Don Gallo, cronaca del funerale.

    Quando la vera Chiesa decide di esserci

 di Paolo Farinella                                                                                                                                                                                                                                                                   Il Fatto Quotidiano - 26 maggio 2013
  
Genova 25 maggio 2013 - Già di prima mattina, come nei giorni precedenti, la chiesa di San Benedetto al Porto in Genova, sede della Comunità, è gremita di folla, accorsa per l’ultimo saluto sulla terra a don Andrea Gallo. Piove, come se gli angeli volessero partecipare al distacco fisico e le loro lacrime scendono dal cielo bagnando tutti. La pioggia è una benedizione che purifica tutti per essere degni di partecipare alla morte di un profeta che ha partecipato alla vita di tutti quelli che lo hanno incontrato e amato. In chiesa, oltre alla folla di gente, vi sono alcuni preti, un paio di Genova e gli altri venuti da tutta Italia: da Cossato (Biella), da Torino, da Antrosano (l’Aquila), da Lucca, da Firenze, da Budrio (Bologna), da Napoli, da Caserta e da altre città.
Parte il corteo da San Benedetto al Porto verso la chiesa di N. S. del Carmine e Sant'Agnese, nella zona della Nunziata, passando per la Stazione di Porta Principe. Un mare di ombrelli copre le strade. Quando il corteo giunge alla Nunziata il colpo d’occhio di via Balbi, che è un solo fitto ombrello, toglie il respiro: Genova non ha mai visto un folla così ai funerali di qualcuno, e pure di un prete. C’era Genova, c’era l’Italia e anche oltre. A intervalli spontanei e non organizzati – non esiste nemmeno la parvenza di servizio d’ordine – scoppia dalla folla «O bella, ciao, ciao, ciao» che è la sola preghiera laica che accomuna tutti nel segno della libertà. Alla Nunziata, don Andrea Gallo è preso a spalle dalla Comunità e dai «Camalli» del porto e ci si avvia per il Carmine, distante poche decine di metri. C’è Vauro, c’è Landini, c’è Dalla Chiesa, c’è don Ciotti. C’è Dio.
Altra folla in attesa che unita a quella che arriva forma un oceano di umanità riunita attorno all'Uomo, al Prete, al Combattente che in tutta la vita ha solo unito tutti, restando rigorosamente Uomo, Prete e Combattente di parte perché non si può stare con tutti come alibi per non stare con nessuno. Come in fisica un corpo non può occupare due spazi, così anche la coscienza umana non può stare dalla parte degli oppressi e anche da quella degli oppressori, dei giusti e degli ingiusti, dei ladri e dei derubati, dei poveri e dei ricchi. Don Gallo stava da una parte ben precisa, ma costringeva tutti all'unità con gli altri, facendo scelte radicali. Fu amato da tutti perché non barò mai e non era irenico a buon mercato. La Pace per lui aveva un cognome puntuale: Giustizia.
I funerali sono presieduti dal cardinale Bagnasco Angelo, vescovo di Genova e presidente della Cei. Egli si sforza fin dall'inizio di mantenere un contegno asettico, istituzionale, neutro, impassibile, anzi impenetrabile. Prigioniero del suo ruolo cultuale non riesce – e forse non si sforza nemmeno o non può –  a capire quello che sta succedendo. Non ha visto il mare di persone che affollava non solo la chiesa ma via Brignole De Ferrari, la piazzetta del mercato, Piazza della Nunziata, via Balbi. Bagnasco è «dentro», la gente è «fuori». Egli gestisce un evento straordinario come se fosse un ordinario funerale qualsiasi e non si rende conto che il ritorno di don Gallo al Carmine è una forma di risarcimento postumo, perché da quella Chiesa nel 1969 fu letteralmente cacciato via da un altro cardinale, Giuseppe Siri, campione unico di ottusità maniacale.
Bagnasco prende i fogli, forse scritti da altri, e comincia a leggere. Incauto, non è capace di dire una parola fuori dal protocollo rituale, «recitato» pedissequamente, anche nelle parti lasciate libere all'iniziativa del celebrante, secondo l’occasione del momento. Al nome di Siri «padre e benefattore», da fuori scoppia un urlo che immediatamente si propaga dentro la chiesa al grido di «Andrea, Andrea». Solo l’intervento di Lilli, la storica segretaria di don Gallo e la mamma della Comunità, riesce a calmare lo sdegno e la contestazione.
Un’occasione perduta per il cardinale e per la chiesa istituzionale, rappresentata da una trentina di preti presenti in chiesa, alcuni, assenti con il cuore e l’anima: sono infastiditi dalle preghiere, da alcune presenze e forse anche dalla presenza stessa di don Gallo. Il cardinale non vedendo e non rendendosi conto che la chiesa è là fuori della balaustra e del tempio, parla come se parlasse a un raduno di preti e manca l’appuntamento con la storia della sua città che sabato 25 maggio 2013, dalle ore 11,30 alle ore 13,30 si era data convegno per celebrare l’Eucaristia con il suo prete, con il Gallo, comandante, sobillatore di coscienze, perturbatore delle quiete, dissacratore del Dio dissacrato da tutte le gerarchie ecclesiastiche che hanno fatto finta di appropriarsene per impedire che la gente della strada, gli ultimi, i perduti, i tartassati dai governi dei tecnici e delle larghe intese, appoggiati dalla Cei e dal Vaticano, potessero accedere al Dio della Giustizia e dell’Amore.
Il cardinale Angelo Bagnasco nel giorno del funerale di don Andrea Gallo, non si presenta come il padre di una chiesa in ricerca, ma come il burocrate del sacro e delle formulette prefabbricate, limitandosi a «recitare un funerale» anonimo. La folla lo percepisce come «nemico», anzi peggio, come «altro». Il funerale del Gallo è l’emblema visibile di due chiese parallele: una di popolo, di sfigati, di gente di carne e di sangue, che sbaglia, ma che ama e l’altra quella rappresentata dal cardinale che vive in un altro mondo, un mondo alieno, senza storia e senza cuore. Una chiesa asfittica, morta. Don Gallo morto è vivo e pimpante. Il cardinale vivente e imbacuccato in paramenti e cappelli, è morto e seppellito. Nel giorno del funerale del Gallo abbiamo seppellito una Chiesa, ormai finita e assistito alla risurrezione popolare di un profeta che, autentico, parla anche da morto e fa vibrare i cuori del desiderio di Dio che è lì in quella folla, possente nella sua tenerezza.

giovedì 9 maggio 2013

La violenza sulle donne


COMUNITA’ DELL’ISOLOTTO 
Via degli aceri 1 Firenze
Domenica 12 Maggio 2013, ore 10,30

Riflessioni di Antonietta, Fiorella, Lucia e Paola
sulla violenza contro le donne


Cantico dei Cantici

……Quant’è dolce il tuo amore,
sorella mia, sposa,
ben più dolce del vino è l’amor tuo:
Tutti i profumi supera il tuo aroma!
Stilano miele le tue labbra,  o sposa,
                                         …….
Chi è costei che sale dal deserto,
appoggiata al suo diletto?
Sotto il melo ti ho svegliata,
la dove ti concepì tua madre
là dov’ella ti dette alla luce
Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sopra il tuo braccio
Perché forte è l’amore come la morte.


FERITE A MORTE


lunedì 12 novembre 2012

DONNE NELLA SCIENZA

Frontespizio da “The Female Spectator”, 1744 
Donne che studiano sotto la guida di una “sapiente”, all’ombra dei busti di donne famose dell’antichità.



COMUNITA’ DELL’ISOLOTTO
Domenica 11 novembre 2012-11-08
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DONNE NELLA SCIENZA
Riflessioni di Vanna


LUCA 10,38
Mentre Gesù si trovava in cammino, entrò in un villaggio, e una donna di nome Marta, lo accolse in casa sua. Essa aveva una sorella, chiamata Maria, che si era seduta ai piedi del Signore e ascoltava la sua parola. Marta, occupata nelle varie faccende domestiche, si fece avanti e disse: “Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?  Dille dunque che mi aiuti”. Ma il Signore le rispose:
Marta, Marta, tu ti inquieti e ti affanni per molte cose; una sola è necessaria: Maria, invece, ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta.


Donne e uomini insieme
Lo sviluppo della civiltà, lento, complesso e mai completo, ha sempre avuto bisogno della collaborazione di molte persone; nessuna grande scoperta, invenzione, teoria filosofica o scientifica è nata per l’ingegno di un solo uomo o di una sola donna. Anche quando si associa un nome particolare ad un grande balzo nella storia umana, come Aristotele nell’antichità o Galileo e Einstein per la scienza, Dante per la lingua italiana o Beethoven per la musica; neanche in questi casi il merito può essere negato a molte altre persone che hanno preceduto, preparato la strada o in seguito divulgato e completato i risultati di questi grandi personaggi della cultura.
E’ in questo senso che la società riconosce a tutte le donne il merito di un contributo attivo all’evoluzione, anche se, per effetto di tanti pregiudizi e consuetudini, di origine religiosa o storica, rarissimo è conoscere i nomi di quelle che meriterebbero di stare accanto ai grandi uomini detti sopra.

A cosa può servire cercare di togliere dall’oblio questi nomi di donna? 
Oggi le nostre figlie si sentono libere di seguire le loro attitudini in qualunque campo, studiano con profitto e si laureano con buoni voti; eppure accade ancora che in certi ambiti, arrivate ad inserirsi nel lavoro, si sentano “ospiti in un territorio straniero”. Mettere in luce il contributo delle donne nei tempi passati può contribuire a renderle più sicure di sé, capaci di affermarsi e rompere quel “tetto di cristallo” che impedisce loro di arrivare a posizioni di prestigio. 
Ma prima di tutto è necessario capire quali sono state le ragioni e le condizioni che hanno portato a considerare le donne incapaci o non adatte a svolgere alcune professioni, fra cui la ricerca scientifica. Motivi religiosi? A volte può sembrare il contrario: nell’Italia cattolica le donne hanno partecipato alla vita accademica molto più che nel mondo islamico o anglosassone. Quale relazione fra il cattolicesimo, la ricerca scientifica e le donne?
Le domande non sono poche, né da poco; cominciamo intanto a porcene qualcuna.


IPAZIA D’ALESSANDRIA


Non sono poi tante le donne che hanno avuto la possibilità di distinguersi nella scienza (e purtroppo non solo nella scienza), considerata, fino a non molto tempo fa, appannaggio esclusivo del mondo maschile. Molte hanno dovuto pagare con la vita questa loro passione, quasi fosse una colpa della quale vergognarsi: una donna che con le sue ricerche potesse superare o peggio inficiare i risultati ottenuti dai colleghi maschi, era ritenuta una presuntuosa da relegare in un angolo. Fra queste non si può dimenticare IPAZIA , vissuta ad Alessandria d'Egitto fra la fine del IV e l'inizio del V secolo. 
Fu il padre Teone ad indirizzarla verso la  matematica, geometria e astronomia  " Ma Ipazia fu anche filosofa molto apprezzata: Socrate Scolastico parla di lei come della terza caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino.
  Gemma Beretta laureata in filosofia all’Università di Milano con la tesi su Ipazia dalla quale è nato poi il libro(Ipazia d'Alessandria, Editori Riuniti)   concentra così tutto il senso dell'attività di Ipazia: 
"Verso il cielo è rivolto ogni tuo atto", ad indicare da un lato l'amore per l'astronomia, dall'altro la tensione filosofica. 

"Quando tracciava una nuova mappa del cielo, Ipazia stava indicando una traiettoria nuova - e insieme antichissima - per mezzo della quale gli uomini e le donne del suo tempo potessero imparare ad orientarsi sulla terra e dalla terra al cielo e dal cielo alla terra senza soluzione di continuità e senza bisogno della mediazione del potere ecclesiastico [...]. Ipazia insegnava ad entrare dentro di sé (l'intelletto) guardando fuori (la volta stellata) e mostrava come procedere in questo cammino con il rigore proprio della geometria e dell'aritmetica che, tenute l'una insieme all'altra, costituivano l'inflessibile canone di verità"

Da Socrate Scolastico :...A causa della sua straordinaria saggezza tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale"…."Poiché tale era la natura di Ipazia, era cioè pronta e dialettica nei discorsi, accorta e politica nelle azioni, il resto della città a buon diritto la amava e la ossequiava grandemente e i capi, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, erano soliti recarsi prima da lei". Non solo il popolo dunque la venerava, ma anche molte delle autorità della cittadine.
 "Ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi suoi contemporanei. [...]. Per la magnifica libertà di parola ed azione, che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini. 
 Per questo motivo, allora, l'invidia si armò contro di lei
Fu assassinata da fanatici cristiani istigati da Cirillo vescovo di Alessandria (fatto poi Santo!!) 
Fu un truce omicidio in quanto il suo corpo fu fatto letteralmente a brandelli in maniera che tutto di lei fosse cancellato.


 The New York Times, 3 ottobre 2006
I numeri sono maschili, disse Pitagora, 
e l’idea persiste

di Margaret Wertheim

(nata a Melbourne nel 1958, si è laureata prima in matematica e poi in fisica applicata a Sydney. Ma in seguito si è dedicata totalmente alla divulgazione scientifica attraverso libri, documentari, programmi TV, musica, ecc. tanto da meritarsi l’appellativo di “scienziata pop”)

Quando ero una studentessa di fisica alla fine degli anni ’70 le mie pochissime compagne di studi ed io avevamo molte speranze sul fatto che le donne avrebbero raggiunto la parità con gli uomini nelle scienze. Ma i progressi sono stati molto più lenti di quanto immaginavamo. Lo scorso mese una ricerca dell’Accademia Nazionale di Scienze (degli Stati Uniti) ha documentato una diffusa contrarietà verso le donne nelle scienze e nell’ingegneria, raccomandando un’ampia revisione delle strutture istituzionali.
Gail G. Hanson, che ha scoperto i quark jets, dice che quando le donne vincono un premio sono trattate ancora peggio di prima. Se è vero che possono esserci sottili differenze biologiche che influiscono sulla scarsità di donne negli alti livelli delle professioni scientifiche, è vero anche che molte scienziate continuano a subire discriminazioni palesi o nascoste.
Il suggerimento dell’Accademia è una buona cosa, ma c’è ragione di credere che nel campo delle cosiddette scienze “dure” , come la matematica, la fisica e l’astronomia, non si tratti di una questione burocratica. Le fisiche, le astronome e le matematiche si trovano a combattere con 2000 anni di consuetudine che dice che questi campi sono tipicamente maschili. Sebbene le donne non siano più bandite dai laboratori universitari e dalle società scientifiche, l’idea che siano essenzialmente meno portate alle scienze è profondamente radicata nei nostri geni culturali.
Il problema risale agli antichi Greci e in particolare a Pitagora, il gigante della filosofia che sognò quel sogno diventato oggi la fisica moderna. Pitagora quasi certamente ricavò il suo famoso teorema sui triangoli rettangoli dai Babilonesi, ma dobbiamo a lui un’idea ancora più importante. Egli dichiarò: “tutto è numero”, diventando il primo a dire che il mondo fisico può essere descritto in linguaggio matematico. Pitagora ci ha dato anche l’idea della “musica delle sfere”, un’insieme di relazioni matematiche che dovrebbero descrivere la struttura di tutto l’universo. Fu la sua visione che probabilmente dette origine alla rivoluzione scientifica di Copernico, Keplero, Galileo e Newton. La ricerca di una “teoria del tutto” oggi è l’ultima versione del desiderio pitagorico di una divina “armonia cosmica”.
Sebbene ci siano state molte culture che hanno sviluppato tradizioni matematiche sofisticate, come quella cinese, degli Arabi, gli Indiani e i Maya, la cultura occidentale è la sola a considerare il mondo materiale come l’incarnazione di leggi matematiche; e fin dagli inizi la ricerca di tali leggi è stata vista come una
 innata attività maschile. La società pitagorica del quinto secolo a. C. fu la culla                                                       
della ricerca matematica, ma quella di Pitagora fu anche una religione, e come molti culti greci le sue basi erano dualistiche. Per i pitagorici la realtà aveva due aspetti: da una parte c’era la mente e lo spirito con il regno trascendente degli dei; dall’altra parte stava il corpo e la materia con il regno mondano della Terra. Come molti pensatori greci i pitagorici associavano l’aspetto mente/spirito al maschile e l’aspetto corpo/materia  al femminile.
Pitagora introdusse i numeri e li sistemò dalla parte del maschile. Nel sistema pitagorico pensare con i numeri, ovvero fare matematica, era essenzialmente maschile; la matematica era associata agli dei e alla trascendenza dal mondo materiale. Le donne, per loro natura, si supponeva che avessero forti radici mondo terreno.
Alla fine del medioevo l’interesse pitagorico in un approccio matematico alla scienza cominciò a guadagnare terreno ed è qui che si comincia a vedere il seme della fisica moderna. “La creazione del Numero fu la creazione delle cose” scrisse Thierry de Chartres nel XII sec, quando furono fondate le prime università e venne formalizzato l’insegnamento accademico. Le università vennero create per educare il clero, e visto che le donne non potevano essere preti, non potevano neanche esservi ammesse. Molti istituti superiori non hanno ammesso donne fino all’inizio del XX sec e gli istituti di fisica furono spesso fra gli ultimi ad accettare studenti e professori donne.
L’associazione pitagorica della matematica con la trascendenza fu trasportata facilmente nel contesto cristiano, dando luogo all’idea del dio giudaico-cristiano come di un creatore matematico. Quando Stephen Hawking oggi collega la teoria del tutto alla mente di dio, non fa altro che riprendere il punto di vista dei pitagorici; ma questo collegamento della matematica al divino lo si trova facilmente anche nella tradizione cattolica del sacerdozio esclusivamente maschile. Quindi, fino dall’inizio, le donne furono escluse dal campo accademico e dalle scienze ad esso correlate.
Quando si formarono le prime società scientifiche nel XVII e XVIII sec. la tendenza misogina continuò. Henry Oldenburg, un segretario originale della Royal Society inglese, scrisse che la missione dell’organizzazione era di “sostenere una Filosofia maschile”. Questo bastione della Scienza non ammise nessuna donna come membro a pieno titolo fino al 1945.
Le fisiche hanno continuato a misurarsi con profondi pregiudizi. Emmy Noether, che scoprì che tutte le leggi fisiche di conservazione erano associate con simmetrie matematiche, era contemporanea di Einstein e lavorò a risolvere alcuni problemi matematici della relatività generale. Lo fece senza avere una posizione accademica riconosciuta per lo più senza stipendi: Lise Meither, che sviluppò la                                                                     
teoria della fissione nucleare, non fu considerata quando questo lavoro vinse il Nobel nel 1944. Il dipartimento di fisica dell’università di Harvard non assunse donne fino al 1992.
Questa settimana l’Accademia di Svezia annuncerà il premio Nobel per la scienza (2006). Sarebbe veramente notevole se ci fosse qualche donna in lista (non ce ne sarà nessuna). Marie Curie vinse il Nobel nel 1903 e la sola altra donna (in fisica)                                          

è stata Maria Goeppert Mayer nel 1963, quando condivise il premio per la sua teoria sulla struttura del nucleo atomico (assieme a J. Hans D. Jensen). In matematica le donne se la passano ancora peggio; la medaglia Fields, l’equivalente matematico del premio Nobel, non è mai stato dato a una donna.
Molte donne che sono entrate in campo scientifico dagli anni ’70 in poi continuano a meravigliarsi di come i cambiamenti siano così lenti. Gail G. Hanson, emerita professora di fisica all’università della California a Riverside e unica donna ad aver ricevuto il premio W. K. H. Panofsky nella fisica sperimentale delle particelle, mi ha detto per telefono: “ A questo punto sembra che la presenza delle donne nella scineza sia accettata nei livelli più bassi; ma quando raggiungiamo livelli più alti si instaura subito un clima di antagonismo”. Come borsista post dottorato allo Stanford Linear Accelerator Center, la dott.ssa Hanson ha scoperto i quark jets, il lavoro per cui in seguito ha avuto il premio Panofsky. ma nonostante questo ha detto che durante tutta la sua carriera di ricercatrice ha continuato ad essere tratta come una collega principiante, non come responsabile della ricerca.
La dott.ssa Hanson è il soggetto di un capitolo in un nuovo libro che racconta le vite e il lavoro di 40 importanti donne fisiche del secolo passato. Si intitola “Fuori dall’ombra” (“Out of the Shadows”), realizzato da Nina Byers e Gary Williams, fisici all’università della California, Los Angeles. Il libro illustra gli ostacoli che queste donne hanno incontrato e continuano ad incontrare. Diverse giovani donne fisiche che ho contattato per questo articolo hanno confermato che gli ostacoli rimangono, ma non vogliono essere inserite nella lista.
Con evidente tristezza nella voce, la dott.ssa Hanson ha detto: “Pensavo che questo genere di cose accadesse solo negli anni ’50. E’ spaventoso che le donne debbano fronteggiare ancora queste difficoltà”. E aggiunge: “Quando ottieni un premio spesso sei trattata ancora peggio. Gli uomini riescono a tollerare una donna nella Fisica finché se ne sta in una posizione subordinata, ma non possono tollerare una donna al di sopra di loro”.
La ricerca della National Academy stabilisce che c’è ancora una lunga strada da fare. In confronto ai loro colleghi maschi in condizioni simili, le scienziate e le ingegnere  sono sottopagate, sottovalutate e sottorappresentate nei livelli più alti della scienza. Vista la lunga tradizione di antipatia verso le donne che si dedicano alla matematica, sarebbe ingenuo pensare di poter cambiare le nostre istituzioni in una sola generazione. Il cambiamento non può venire solo da qualche volontà burocratica; si tratta di cambiare il paradigma culturale.

Scienza e pregiudizio, come uscirne
di Francesca Molfino e Flavia Zucco - 20/03/2012
Donne e scienza, molto è cambiato. Ma permangono stereotipi di genere nella ricerca scientifica. Eliminarli però può essere molto difficile, perché i cliché funzionano come mappe mentali che ci aiutano a interpretare la realtà. Meglio sostituirli con modelli positivi, valorizzando le novità che le donne portano nei loro team
Si comincia ad assimilare gli stereotipi fin da piccoli: diversi studi hanno notato la presenza di preferenze per i componenti del proprio gruppo (ingroup biases) già all’età di 3 o 4 anni, e subito dopo l’emergere di stereotipi razziali e di genere. In molti casi l’effetto dell’attivazione di uno stereotipo scompare dopo pochi minuti, ma indipendentemente dalla durata, a lungo andare il modo di pensare per cliché si rafforza. Inoltre gli studi mostrano che, una volta creato, basta poco per riattivare lo stereotipo, ad esempio il semplice disaccordo con qualcuno del gruppo stereotipato, e se il cliché viene rievocato con sufficiente frequenza, diventa cronico. Perciò anche se singolarmente sembrano innocui, quando sono veicolati dai media il loro effetto cumulativo può essere notevole. Una volta interiorizzati, attraverso i media, membri della famiglia, per esperienza diretta o in qualsiasi altro modo, a volte gli stereotipi si animano di vita propria e diventano “auto-perpetuanti”. Gli stereotipi di genere non scaturiscono dai ruoli sociali, ma ne vengono rinforzati in una specie di circolo vizioso. Secondo Evelyn Fox Keller, nel settore scientifico ci sono stereotipi negativi di vecchia data:
1. La scienza è neutrale e si occupa di cose (oggettività), mentre le donne di persone (soggettività).
2. L’identità femminile è legata al mondo naturale; quella maschile è fondata sulla separazione e il controllo sulla natura.
3. Il sapere maschile è più scientifico, analitico e oggettivo; quello femminile è basato sull’intuizione di tipo materno.
4. La scienza è razionalità ed è completamente separata dai sentimenti: è concreta e rigorosa, mentre le donne sono irrazionali ed emotive.
5. La scienza è ricerca di potere, mentre le donne cercano l’armonia.
Per Keller gli unici stereotipi positivi nel mondo della scienza sono a favore dei maschi e identificano le donne scienziate con modelli maschili. È stato provato che sia per i maschi che per le femmine, l’identità ideale è relativamente più mascolina di quando non sia nella realtà. Inoltre sia gli uomini che le donne tendono a desiderare di essere più “maschili” di quello che sono.

Come cambiano i cliché nella scienza. Gli stereotipi nascono quando l’integrità del sé è minacciata, fanno parte del nostro modo di affrontare le instabilità della nostra percezione del mondo. Questo non significa che siano buoni, ma solo che sono necessari per lo sviluppo mentale. Le disparità di genere nell’accesso all’istruzione sono quasi scomparse nei paesi occidentali, come alcuni limiti culturali e sociali. Ma nell’epoca dell’information overload (il sovraccarico di informazioni disponibili), gli stereotipi sopravvivono perché diventano dei gusci che incapsulano l’informazione in modo compatto ed efficace, e in questo modo si auto-rinfonzano e si auto-avverano. Se un individuo appartenente a un gruppo stereotipato esce fuori dallo schema precostituito, minacciando l’identità di un altro gruppo o di un’altra persona, di solito questi conservano lo stereotipo dividendolo in due sotto-tipi. Per esempio di fronte a una “donna brava in matematica” le persone che hanno pregiudizi di genere possono distinguerla dal resto delle donne “sentimentali, irrazionali e fragili” creando il sotto-tipo di “donna competente e capace”. La creazione di sotto-tipi rende ancora più difficile riconoscere gli stereotipi. Serve chiedersi allora se i vecchi stereotipi di genere nella scienza sono superati. I pregiudizi tradizionali non sono scomparsi, piuttosto le loro forme contemporanee sono difficili da individuare e anche chi ne è portatore può non esserne consapevole. Ci sono diversi modi per portare allo scoperto gli stereotipi: check-list, open ended approach e indirect mesurement (priming).                                                                      6
Nuovi stereotipi positivi. La rappresentazione delle scienziate è cambiata nella realtà. I fattori che contribuiscono al cambiamento dei vecchi cliché sono:
• I recenti dati statistici sulla presenza e il successo delle donne nel settore scientifico.
• Le nuove caratteristiche richieste dalle scienze post-moderne. Tra questi, il lavoro in gruppo: le nuove arrivate all’interno di un team di ricerca hanno un ruolo notevole e positivo nell’integrare i componenti precedenti. E l'etica: le donne mostrano un alto grado di responsabilità non solo ai massimi livelli ma in tutte le attività di ricerca, con particolare attenzione anche alle implicazioni sociali
• Altre qualità sono necessarie, oltre alla preparazione scientifica. Per esempio, lasciare agli studenti la libertà di cui hanno bisogno: le donne riescono a garantire una maggiore la libertà ai ricercatori in formazione, che risultano così più maturi rispetto a quando vengono guidati passo dopo passo. Tenere sotto controllo il proprio Ego. Secondo Pierre-Gilles de Gennes (premio nobel per la fisica nel 1991) "I gruppi latini sono ossessionati dall’intelligenza….vogliono essere considerati come capaci e dotati di acume…..le donne sono meno propense a voler risplendere all’interno delle loro relazioni, a reclamare di sapere tutto, e questo dà loro autorevolezza. D’altro canto, insieme a una solida preparazione, hanno sensibilità e senso della realtà, qualità necessarie a qualsiasi team per conseguire buoni risultati".
Per superare gli stereotipi, bisogna rinforzare quelli positivi, oppure ricategorizzarli senza pregiudizio. Non potremmo funzionare senza ricorrere a degli stereotipi, i quali ci mettono al riparo dalle nostre paure più pressanti allontanandole e rendendoci possibile agire come se la loro causa fosse al di là del nostro controllo. Sono categorizzazioni usate per costruire “buon senso” o “saggezza”, ma poi diventano qualcosa di più perché di solito non siamo consapevoli di usarli, perciò non è possibile intervenire per correggerli. Comunemente il modo per cambiare i modelli sommari è fornire agli individui informazioni sulla loro infondatezza. Di conseguenza per innescare delle trasformazioni nello stereotipo basterebbe semplicemente assumere la prospettiva di persone che consideriamo diversi da noi, esterni al nostro gruppo, e guardare il mondo con i loro occhi. Un atteggiamento che può ridurre notevolmente la preferenza per i propri simili (ingroup bias) e il ricorso a stereotipi, e può persino portare a cambiare modelli sommari inpliciti. Secondo alcune ipotesi, per esempio, il contatto tra i gruppi che lavorano insieme aumenta le relazioni positive, a patto che il contatto stesso sia positivo. Il cambiamento avviene solo se si è motivati o se si ottengono dei vantaggi, e quando cambiare lo stereotipo non comporta minacce. Nelle questioni di genere questo significa che bisogna affrontare i problemi tra uomini e donne nelle organizzazioni. Si possono ottenere cambiamenti indiretti tramite azioni positive, come creare nuovi modelli di donne scienziate. Questi nuovi modelli devono essere esenti da generalizzazioni triviali o semplificazioni mediatiche, e non devono essere confusi con modelli di ruoli o con personificazioni di stereotipi. Per esempio il cliché positivo della donna che si occupa di allevare e curare può essere usato come giustificazione per confinare tutto il genere femminile nei settori dell’infanzia e dell’insegnamento.
Le donne stanno combattendo per cambiare il loro ruolo di genere, ma possono riuscirci solo in alcuni modi:
- Adottare tratti maschili (androginia). L’emancipazione femminile ha continuato a idealizzare i valori maschili, nonostante abbia rovesciato i ruoli sociali. Minimizzare le differenza di genere è una sconfitta per le donne, poiché svilisce o sottovaluta la loro capacità di essere madri.
- Integrare tratti maschili e femminili e fare in modo che anche gli uomini adottino caratteri e ruoli femminili. Sarebbe la soluzione definitiva per le donne, ma non si sa per quale ragione e per quali benefici gli uomini avrebbero rinunciando alla loro supremazia. Tutto sommato si trascura che sarà necessario un vero e proprio scontro fra i sessi. Bisognerebbe tener presente che nessuna ricerca sugli uomini è stata focalizzata sulla riduzione degli stereotipi automatici negli anni. 
-  Mettere le capacità individuali al di sopra del genere per infrangere la rappresentazione binaria di uomini e donne. Questa posizione sembra più congeniale ai ricercatori giovani che antepongono le competenze personali alle questione di genere.



Bibliografia Donne nella Scienza


Margaret  Alic, “L’eredità di Ipazia – Donne nella storia delle scienze dall’antichità all’Ottocento” Editori Riuniti, Roma 1989
Gemma Beretta, Ipazia d'Alessandria, Editori Riuniti, Roma 1993
Rosi Braidotti, “Madri, mostri e macchine”, Manifestolibri, Roma 1996
Rosi Braidotti, “Soggetto Nomade – Femminismo e crisi della modernità”, Donzelli Editore, Roma 1995
Rachel Carson, “Primavera silenziosa”, Feltrinelli 1999
Elisabetta Donini, “Conversazioni con Evelyn Fox Keller – una scienziata anomala”, Eleuthera 1991
Elisabetta Donini, “La nube e il limite. Donne, scienza, percorsi nel tempo”, Rosenberg & Sellier, Torino 1990.
Evelyn Fox Keller, “In sintonia con l’organismo – La vita e l’opera di Barbara McClintock”, La Salamandra, Milano 1987
Evelyn Fox Keller “Sul genere e la scienza” Garzanti Libri
Silvia Gherardi, “Il genere e le organizzazioni – Il simbolismo del femminile e del maschile nella vita organizzativa”, Raffaello Cortina Ed. Milano 1998
Silvia Gherardi – Barbara Poggio, “Donna per fortuna, uomo per destino – Il lavoro raccontato da lei e da lui”, ETAS 2003
Carol Gilligan, “Con voce di donna – Etica e formazione della personalità”, Feltrinelli, Milano 1987
Donna Haraway, “Manifesto Cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo”, a cura di L. Borghi, Milano, Feltrinelli 1995
Janna Levin, “Come all’universo sono venute le macchie. Diario di un tempo finito in uno spazio finito”, Il Saggiatore, Milano 2003
Carolyn Merchant, “La morte della Natura”, Garzanti 1988
Agnese Seranis, “Il filo di un discorso - Narrazione”, EURA PRESS – Ed Italiane, Milano 1997
Vandana Shiva,  “Terra madre - Sopravvivere allo Sviluppo”, ISEDI 1990
Margaret Wertheim, “I pantaloni di Pitagora – Dio le donne e la matematica”, Instar Libri, Torino 1996


Sitografia


 HYPERLINK "http://www.universitadelledonne.it" www.universitadelledonne.it
 HYPERLINK "http://www.wikipedia.it"  http://it.wikipedia.org
 HYPERLINK "http://www.itis-molinari.eu/studenti/progetti/profumo/framec0.htm" http://www.itis-molinari.eu/studenti/progetti/profumo/framec0.htm
HYPERLINK "http://oggiscienza.wordpress.com/tag/donne-e-scienza/"http://oggiscienza.wordpress.com/tag/donne-e-scienza/
 HYPERLINK "http://www.nobelprize.org/" http://www.nobelprize.org/
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 HYPERLINK "http://www.dols.net" www.dols.net


Nota.
vedi di Vanna:

Tecnologia è donna. Un'azione positiva della CGIL scuola di Firenze

Tecnologia è donna. Un'azione positiva della CGIL scuola di Firenze
(Varia)
Data di pubblicazione: 2000
Prezzo deastore.com (info) € 12.91

A nome di tutti i presenti grazie a Vanna per la lectio magistralis    

martedì 9 ottobre 2012

Percorsi di memoria


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 7 ottobre 2012
Percorsi di memoria:
l’antichissima memoria della civiltà della dea Madre per un futuro mutuale
riflessioni di Carlo, Chiara, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio

La parabola del Samaritano dal Vangelo di Luca
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

In Cantico delle Creature: conosciuto anche come “Il cantico di Frate sole e Sorella Luna” ed è la prima poesia scritta in italiano. Francesco d’Assisi l’ha composta nel 1226. La poesia è una lode a Dio, alla vita e alla natura vista in tutta la sua bellezza e complessità.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono la lode, la gloria, l’onore ed ogni benedizione.
A te solo Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di pronunciare il tuo nome.
Tu sia lodato, mio Signore, insieme a tutte le creature specialmente il fratello sole, il quale è la luce del giorno, e tu attraverso di lui ci illumini.
Ed esso è bello e raggiante con un grande splendore: simboleggia te, Altissimo.
Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello vento, e per l’aria e per il cielo; quello nuvoloso e quello sereno e ogni tempo tramite il quale dai sostentamento alle creature.
Tu sia lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. E’ bello, giocondo, robusto e forte.
Tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento, ci mantiene e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba.
Tu sia lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore e sopportano malattie e sofferenze.
Beati quelli che le sopporteranno in pace, perchè saranno incoronati. Tu sia lodato, mio Signore, per la nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare: guai a quelli che moriranno mentre sono in situazione di peccato mortale.
Beati quelli che la troveranno mentre stanno rispettando le tue volontà, perché la seconda morte, non farà loro male.
Lodate e benedicete il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.
Introduzione

Il libro di Riane Eisler “Il calice e la spada” rappresenta una nuova e interessante rilettura della  storia dell’umanità a partire da una serie di straordinarie scoperte archeologiche fatte nella seconda metà del secolo scorso un po’ in tutta Europa e in particolare nell’Anatolia turca (Catal Huyuk).
Dall’analisi degli elementi emersi con queste scoperte e dal loro collegamento con altri, numerosissimi, provenienti dalle più disparate discipline, è emersa l’esistenza di una civiltà antichissima, localizzata nell’Europa già nel Paleolitico[1] e poi sviluppatasi nel Neolitico[2] (tra 10.000 a.C a circa 6.000 a.C.), caratterizzata da un’organizzazione sociale sostanzialmente paritaria ed ugualitaria, un mondo agricolo, pacifico, in cui di venerava una forza femminile simbolo della capacità di dare e nutrire la vita, in cui il rapporto tra i sessi era equilibrato e fondato sulla collaborazione.
Questa civiltà, denominata “civiltà dell’Antica Europa” o “civiltà della Dea Madre” o fu sconfitta da popoli nomadi provenienti da est portatori di un’organizzazione sociale fondata su una cultura guerriera e dominatrice, nella quale aveva valore e potere chi aveva la capacità e la forza di dare la morte, di uccidere.
Il libro è quindi titolato “Il calice e la spada” per indicare questi due diversi modelli culturali contrapposti: il calice segno di convivialità e la spada strumento di morte.

Ma questo non è un libro di archeologia, è uno strumento che, attraverso la lettura del passato, vuole affrontare il presente, vuole trovare possibili risposte a domande sempre attuali come per esempio:
Perché ci cacciamo e perseguitiamo l’un l’altro?
Perché nel nostro mondo regna la brutalità dell’uomo verso i suoi simili?
E’ ineluttabile la guerra? E’ ineluttabile la violenza dell’uomo sulla donna?
Cosa ci spinge perennemente alla guerra anziché alla pace e all’armonia?
Cosa ci spinge al una inesorabile distruzione del pianeta?
Riane Eisler si chiede: E’ realisticamente possibile un passaggio da un sistema di guerre incessanti, di ingiustizia sociale e di squilibrio ecologico a un sistema che porti alla pace, alla giustizia sociale e all’equilibrio ecologico?”; e nel libro offre strumenti che danno elementi di fiducia e speranza:
·     non è utopico, ma anzi possibile e ragionevole, cercare di costruire un futuro basato sulla collaborazione e sulla mutualità, per la semplice e ottima ragione che una concretizzazione di tale visione del mondo si è già concretizzata almeno una volta nella storia dell’umanità;
·     la nostra antichissima storia ci dimostra che la guerra e “la guerra dei sessi” non sono decretate divinamente o biologicamente;

Infine Riane Eisler dice che il suo libro racconta la storia di come il corso, inizialmente mutuale, della cultura occidentale abbia compiuto una svolta cruenta di tipo dominatore durata 5.000 anni ..... e che i nostri crescenti problemi planetari sono in gran parte la logica conseguenza .. del modello di organizzazione sociale dominatore, per cui non possono essere risolti dal suo interno.

La civiltà dell’Antica Europa o della Dea Madre

IL PALEOLITICO: Tra i molti ritrovamenti fatti in molti scavi archeologici, realizzati un po’ in tutta Europa, dai Balcani alla Siberia dalla Francia a Vienna, ci sono:
·       migliaia di antichissime statuette che raffigurano donne senza volto, dai grandi fianchi, dai grandi seni, spesso incinte;
·       i dipinti in numerose caverne del Paleolitico, tra l’altro con moltissimi “bastoncini”;
·       sepolture in cui i resti scheletrici erano collocati all’interno di una figura fatta da conchiglie disposte con cura a dare forma ad una grande vagina, cosparsa di polvere rossa, simbolo evidente di sangue mestruale.

Figura 1 – Piantina con i ritrovamenti di alcune delle più celebri “Dee Madri”

L’interpretazione tradizionale ha classificato le statuette femminili come espressioni dell’erotismo maschile o come oggetti usati in primitivi riti di fertilità e i “bastoncini” come simboli di armi o di lance per la caccia. Nell’interpretazione classica del Paleolitico, infatti, al centro c’è l’uomo, cacciatore e guerriero, caratterizzato da una cultura simbolica primitiva. Tutto il resto è non visto o trascurato.

La nuova interpretazione si fonda sul collegamento tra le conoscenze pre-esistenti e gli elementi dei nuovi scavi archelogici e su una lettura di tutti questi elementi in un’ottica nuova: il corpo femminile di animali e donne è fonte di vita, una grande forza femminile è alla base dei cicli di vita, di morte e rinascita della natura di cui la specie umana è parte integrante. Inoltre, in quest’ottica, i riti funebri in cui i morti venivano collocati nella grande vagina cosparsa di rosso descrivono un orizzonte simbolico in cui la forza femminile può assicurare il ritorno alla vita in uno dei cicli di rinascita della natura. E i “bastoncini” dipinti delle caverne paleolitiche, che l’interpretazione classica classifica come armi, lance per la caccia, in queste nuova lettura appaiono come forme stilizzate di alberi e di piante (altrimenti inesistenti nelle raffigurazioni paleolitiche).
André Leroi Gourhan, uno dei massimi esperti di arte paleolitica di impostazione classica, ha convenuto che non si può più liquidare come “culto primitivo della fertilità” tutto il nuovo materiale rinvenuto e che i nostri avi del paleolitico avevano senz’altro sviluppato credenze molto più complesse di quanto si sia pensato finora: i nostri avi del Paleolitico avevano sviluppato una cultura religiosa e simbolica che, a partire dalla constatazione che sono i corpi femminili che danno vita, poneva al centro la forza femminile: ad essa si riconosceva il grande potere di dare la vita. Era questo il nocciolo culturale che poi nel Neolitico diventerà il culto della “Dea madre”.
Ma perché questa interpretazione per certi versi così ovvia è stata così a lungo ignorata o minimizzata? in parte perché queste scoperte archeologiche si sono realizzate solo nella seconda metà del ‘900 e in parte perché persiste il “paradigma culturale” di un paleolitico incentrato sulla figura del maschio forte, cacciatore e dominatore.  



IL NEOLITICO, L’EUROPA ANTICA, L’ARTE DEL NEOLITICO: le conoscenze sulla preistoria sono potute progredire enormemente grazie a straordinarie scoperte nella regione dell’Anatolia turca – gli scavi archeologici di Catal Huyuk e Hacilar - e grazie al collegamento tra gli elementi raccolti in questi scavi e quelli ritrovati in moltissime altre zone dal medio Oriente all’India, dalla Palestina fino all’Inghilterra.
Dall’analisi degli elementi reperiti dagli “scavi di edifici”, dagli “scavi funerari” e soprattutto dall’Arte del Neolitico è sorprendente osservare ciò che NON viene ritratto o rinvenuto (e ciò che non è ritratto può essere altrettanto rivelatore di ciò che è ritratto):
  • non ci sono immagini di violenza, crudeltà o sacrifici, né immagini di “nobili guerrieri”, capi vittoriosi” e scene di battaglia;
  • non ci sono tracce di sontuose sepolture dedicate a “capi tribu”;
  • non ci sono immagini di armi, né tracce di depositi di armi e di fortificazioni militari;
  • nelle raffigurazioni delle molteplici forme della “Dea madre” non vi sono lance, spade, folgori a indicare forza e potenza.
Ciò che invece si trova dappertutto, nei templi e nelle case, nei dipinti murali e nell’arte sono:
  • una immensa varietà di immagini e simboli presi dalla natura;
  • una immensa varietà di immagini e statuette femminili, gravide o in fase di parto,
  • una immensa varietà di immagini che raffigurano la “dea madre” come una figura di donna incinta o mentre partorisce e con forme molto diversificate ma sempre connesse alla natura.

Figura 2 – Dea Madre Catal Huyuk 6.000 a.C.
Ne è derivata una nuova lettura e conoscenza della preistoria e del Neolitico, una nuova immagine delle origini e dello sviluppo della società preistorica:
  • si è capito che la più grande rivoluzione della storia umana, ossia la rivoluzione agricola, risale al Neolitico, ed è quindi molto più antica di quanto finora si ritenesse; tutti i luoghi nei quali si è realizzata questa rivoluzione agricola (e gli altri grandi progressi sociali e materiali che ne sono seguiti) avevano come comune denominatore il “culto della Dea Madre”.
  • la culla della civiltà, finora identificata nella “Mezzaluna fertile” non è la culla della civiltà, o quanto meno non la sola culla. Nel Neolitico vi sono state moltissime altre culle, disseminate in una vastissima area dell’Europa, del medio - oriente, delle isole del Mediterraneo. Si è trattato di una civiltà denominata, dalla studiosa Marija Gimbutas, “Civiltà dell’Europa Antica”.

La Civiltà dell’Antica Europa fu caratterizzata da:
1.     la presenza del culto alla Dea Madre: il principale comune denominatore di tutte le popolazione della Civiltà dell’Antica Europa fu il culto della Dea Madre, una articolata e complessa forma religiosa che poneva al centro l’immagine di una figura o forza femminile, cui era riconosciuto il grande  potere di dare la vita, di presiedere ai cicli della natura di nascita, morte e rinascita. La Dea è rappresentata da immagini di donne incinte o che partoriscono e da una immensa varietà di simboli presi dalla natura (uccelli, pesci, acque primordiali, tori, serpenti o farfalle (questi ultimi due simboli della capacità di Madre natura di trasformarsi, di rigenerarsi, di metamorfosi)). La Dea Madre, nelle sue varie vesti di Vergine, Progenitrice o Creatrice, personifica l’unità di tutte le cose della natura, la forza naturale che governa l’universo, la madre che dà vita e che al momento della morte si prenderà cura dei suoi figli riportandoli ad un grembo cosmico.
2.     un’organizzazione religiosa a base comunitaria anziché centralizzata e gerarchica, fondata su una spiritualità quotidiana: non esisteva una distinzione tra sacro e profano, la religione era vita e la vita era religione; la religione era una spiritualità da riconoscere in ogni forma di vita, che ognuno poteva vivere e esprimere nei gesti quotidiani (la divinità era seminare, cucinare, avere rapporti sessuali e procreare, tessere e molto altro..). I templi non erano strutturalmente diversi dalle abitazioni, né necessariamente di dimensioni maggiori, ed erano dislocati tra le case, indicando la presenza di una struttura sociale e religiosa a base comunitaria e non centralizzata e gerarchica.
3.     un’organizzazione sociale pacifica: l’assenza di immagini di violenza e di battaglie, l’assenza di ritrovamenti di depositi di armi e di tracce di fortificazioni, il fatto che gli insediamenti erano posti in valli fluviali e non in colli alti o scoscesi, come fanno le popolazioni con intenti bellicosi e con necessità difensive, sono chiari segnali di un’organizzazione sociale tendenzialmente pacifica;
4.     un’organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria tra i sessi: non si sono ritrovati elementi che segnalano superiorità e dominio degli uomini sulle donne; sono stati individuate invece molti elementi  che mostrano il ruolo fondamentale che le donne avevano nella società. Per esempio: il luogo adibito al sonno per le donne era spesso più ampio e migliore rispetto a quello degli uomini; le donne sono spesso ritratte, nei modelli di templi e altari domestici e nei resti di templi, a supervisionare la preparazione e lo svolgimento di rituali dedicati alla Dea Madre; o nello svolgimento di funzioni importanti nel culto alla Dea (macinavano e cuocevano il pane dei riti, tessevano e dipingevano, etc..). Questo ha portato alcuni studiosi a classificare questa società (dato che non era patriarcale) come “patriarcale” cioè fondata sulla superiorità e il dominio delle donne sugli uomini. La Gimbutas sostiene però che questo ragionamento è frutto del nostro modello di pensiero dualistico, che non riesce ad uscire dal meccanismo di pensiero “se non domina l’uno allora domina l’altro”. In questa società dell’Antica Europa non esisteva né il patriarcato né il matriarcato. M.Gimbutas scrive “ci sono indizi di una divisione del lavoro tra i sessi, ma non di una superiorità dell’uno sull’altro...”; e poi ancora “...Nel cimitero 53 di Vinca non si distingueva nessuna differenza tra la ricchezza degli addobbi delle tombe maschili e quelle femminili”, e poi ancora “..il corredo delle tombe di praticamente tutti i cimiteri che si conoscono dell’Antica Europa rivela una società egualitaria uomo-donna”. Le donne erano dunque importanti ma non superiori e non in posizione di dominio rispetto all’uomo (per riuscire a immaginarlo possiamo pensare al solo rapporto umano che, anche nelle società a dominio maschile, non viene concettualizzato in termini di superiorità – inferiorità, quello di madre-figlio. Evidentemente la madre adulta è più grande e più forte del figlio ma non per questo il figlio è considerato inferiore o di poco conto). Per concludere nella società dell’Europa Antica che adorava la Dea Madre e in cui le donne avevano un ruolo importante, esistevano relazioni egualitarie tra i sessi e in generale tra tutti i suoi componenti.
5.     un’organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria: dagli scavi relativi agli edifici e dalle immagini dell’arte Neolitica si è potuto constatare che le abitazioni erano sostanzialmente analoghe per grandezza, ricchezza nei materiali di costruzione e di addobbi. Laddove si sono trovate differenze sociali queste non erano molto marcate, molto vistose. Questo fa ritenere che esistesse una organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria tra i suoi componenti;
6.     lo sviluppo dell’agricoltura e dell’arte di addomesticare gli animali: si coltivavano grano, orzo, piselli, legumi e si sono addomesticati tutti gli animali presenti oggi nei Balcani ad esclusione del cavallo. Questi progressi hanno consentito un certo grado di benessere e lo sviluppo di nuove tecnologie e di attività artigianali (lavorazione dell’osso, della ceramica, dei metalli). La Eisler osserva che probabilmente la rivoluzione agricola si poté realizzare proprio perché la società aveva un’organizzazione sociale pacifica e egualitaria.
7.     un orizzonte culturale e simbolico che pone al centro l’amore per la vita e la natura: non essendoci immagini di dei maschili potenti e irascibili, né immagini di capi tribù bellicosi con armi, folgori e  schiavi ai loro piedi, è ragionevole pensare che questo non ci fosse nemmeno nella vita reale; e se la principale immagine religiosa è quella di una donna gravida o che partorisce è ragionevole pensare che l’orizzonte culturale e simbolico fosse quello dell’amore per la natura e la vita, anziché quello della paura e della morte.
Creta, la sola civiltà della Dea Madre che arrivò in epoca storica
Creta è l’unica grande civiltà in cui il culto della Dea sia giunto fino ad epoca storica.Ed è incredibile come oggi continui ad essere visitata da migliaia di turisti ignari di ciò che vedono. Questo accade perché le grandi scoperte fatte su Creta e la loro nuova interpretazione stentano a diffondersi per il permanere di pregiudizi duri ad essere sradicati.
La storia della civiltà cretese comincia intorno al 6.000 a.C. quando arrivano sulle spiagge dell’isola un gruppo di immigrati probabilmente provenienti dalla Anatolia. Portano con sé il culto della Dea e una tecnologia che li colloca nel Neolitico.
Nei successivi 4.000 anni Creta vive un lento ma costante progresso tecnologico in molti ambiti (agricoltura, tessitura, metallurgia, incisione, architettura, etc..), una evoluzione sociale pacifica, una grande espansione del commercio e lo sviluppo di uno stile artistico molto particolare.
Poi verso il 2.000 a.C., Creta entra nel cosiddetto Minoico Medio (o periodo dei Palazzi): in questo periodo nel resto del mondo “civilizzato” del tempo la Dea era stata già rimpiazzata da divinità maschili e bellicose o ridotta a divinità femminile subalterna. A Creta invece la cultura della Dea è ancora viva e presente; non vi sono tracce di guerre, l’economia è prospera e l’arte è vivace e gioiosa. Anche quando nel XV sec a.C. (intorno al 1500 a.C.) l’isola finisce sotto il dominio acheo (a questo punto gli archeologi parlano non più di cultura minoica ma di cultura minoica-micenea) sembra che i nuovi dominatori si siano inseriti adottando almeno inizialmente la cultura e la religione dell’isola.
L’arte e la cultura cretese, un inno alla vita, alla gioia, alla natura: secondo la quasi totalità degli archeologi e degli storici dell’arte antica, la cultura e l’arte cretese si differenziano molto da quelle delle altre civiltà del tempo (per es. in Egitto, in Babilonia) per i loro caratteri unici di inno alla gioia e alla vita, all’armonia con la natura e tra uomini e donne.
L’archeologo Platon scrive che l’arte cretese è “delizia per la bellezza, la grazia e il movimento, .... godimento della vita e del rapporto con la natura”. Altri esperti hanno usato espressioni come “il più completo riconoscimento della grazia della vita che il mondo abbia conosciuto” e ancora “la perfetta espressione dell’idea di “homo ludens””.
Il culto della Dea: nella cultura minoica il culto della Dea permeava ogni aspetto della vita quotidiana. La Dea era madre dell’universo, del cielo e della terra, di animali, piante e di ogni forma di vita. Il Culto della Dea significava fecondità della natura, della terra, potenza creatrice dispensatrice di vita e anche di morte come forma naturale di rigenerazione; la paura della morte praticamente non esisteva perché la morte era concepita come un momento del percorso rigenerativo della vita: la morte era un tornare nel grembo materno, alla madre terra che è madre della vita.

La Dea era rappresentata da una amplissima gamma di forme di vita, tra le tante si sottolineano il serpente e la farfalla: il loro cambiare forma e pelle era simbolo della capacità di trasformazione e rinascita della vita e della natura. La Dea era anche spesso rappresentata con una “doppia ascia”, che serviva a dissodare il terreno prima della semina e che aveva la forma stilizzata della farfalla: non era un’arma come erroneamente è stata considerata, bensì un simbolo di fecondità e di fertilità della natura. Scrive Platon: “tutta la vita era permeata da una fede.. nella Dea Natura, sorgente di tutto il creato e dell’armonia. Ciò spingeva all’amore per la pace, all’orrore per la tirannia, al rispetto per la legge...”.
Una società sostanzialmente pacifica, non-violenta, non dominatrice: per lunghissimo tempo e certamente nel lungo periodo più antico (periodo minoico) le città-stato sul mare non hanno avuto fortificazioni, né vi sono tracce che abbiamo combattuto tra loro o che abbiano intrapreso guerre di conquista; anche le ville sul mare erano completamente sguarnite di forme di difesa.
Le molteplici forma d’arte non raffigurano scene di battaglie, di caccia o di condottieri vittoriosi, né uomini che rappresentano il potere della vittoria e della conquista. L’idea di un re guerriero che trionfa umiliando e uccidendo è completamente assente. Per queste ragioni quasi tutti gli esperti sostengono che quella minoica sia stata sostanzialmente una società pacifica, dove per oltre 1500 anni è regnata la pace, interna all’isola ed esterna, in un’epoca di guerre incessanti.

L’assenza di immagini di uomini maschi che incarnano il potere della forza, della conquista è strettamente legato al fatto che l’immagine della divinità non è quella di una divinità dominante, violenta e minacciosa, ma quella di una figura femminile che dispensa vita, fertilità e protezione materna; e la totale assenza di una concezione del potere basato sulla violenze e sul dominio è una delle fondamentali ragioni della lunga pace che i cretesi hanno potuto vivere.
Ma nella società minoica non solo mancano le immagini di uomini maschi che incarnano il potere della forza e della vittoria, mancano anche del tutto immagini di uomini regnanti seduti sul trono, così frequenti in altre società del tempo (basti pensare ai faraoni!).
Esclusi gli affreschi della Dea Madre seguita da fanciulli e fanciulle, non vi sono immagini di regnanti: vi è forse un’unica eccezione, quella del cosiddetto “giovane principe”, un’eccezione peraltro controversa visto che l’immagine raffigura un giovane dai lunghi capelli, disarmato, nudo fino alla cintola incoronato con piume di pavone e circondato da fiori e farfalle, che – ammesso sia stato davvero un principe - non ha nulla dell’idea del dominio.
Tutto questo ha spinto alcune studiose come la Hawkes a pensare che sui troni minoici regnassero delle regine che si ispiravano, nella conduzione del potere, al criterio della “responsabilità materna”. Resta comunque il fatto, condiviso da tutti gli esperti, che nella società cretese l’esercizio del potere e del governo delle città-stato non sia stato associato ai concetti di dominio, di minaccia, di violenza. E le differenze con l’Egitto, l’impero Assiro-Babilonese e altre civiltà antiche sono particolarmente evidenti.

La ripartizione equa della ricchezza e opere pubbliche destinate a tutti: un’altra caratteristica significativa della società cretese, che la distingue nettamente dalle altre civiltà antiche, è la ripartizione abbastanza equa della ricchezza, molto più equa di quanto si sia verificato altrove, basti pensare al divario immenso che c’era tra i potenti e i poveri in Egitto o a Babilonia, e che invece a Creta non esisteva.
Platon scrive “...il tenore di vita medio, persino dei contadini, sembra fosse abbastanza alto ... nessuna delle case finora scoperte suggerisce l’idea di condizioni di vita estremamente misere”. Certamente Creta non aveva una ricchezza paragonabile a quella delle altre civiltà antiche che erano certamente più ricche, ma aveva un sistema di ripartizione della ricchezza più equo e moderno.
Intorno al 2.000 a.C. nel periodo chiamato Minoico Medio (o periodo dei palazzi), il periodo in cui sorsero i grandi palazzi, si sviluppò un’amministrazione governativa centralizzata, ma questo non portò la società cretese ad adottare un governo autocratico, e non comportò nemmeno l’uso delle tecnologie più avanzate ad esclusivo vantaggio di pochi. Al contrario le entrate governative (provenienti dalla crescente ricchezza dell’isola) furono destinate alla realizzazione di opere che oggi giudicheremmo “moderne”, sistemi di approvvigionamento d’acqua, condutture idriche, latrine domestiche in quasi tutte le abitazioni e poi strade, ricoveri e opere pubbliche i cui vantaggi erano percepibili da tutti. Le differenze con l’Egitto e l’Impero Babilonese sono molto marcate.

Il ruolo centrale delle donne e il rapporto tra i sessi: nella cultura minoica le donne avevano un ruolo molto importante in ogni ambito della sfera pubblica e religiosa. Sono raffigurate spesso in posizione centrale sia negli affreschi dei palazzi che in molte rappresentazioni artistiche, accanto alle immagini della Dea come sacerdotesse. Vi era probabilmente una forma di discendenza matrilineare. Anche quando Creta arrivò allo sviluppo tecnologico dell’Età del Bronzo, ad una certa urbanizzazione e più complessa stratificazione sociale la condizione delle donne non peggiorò.
Le donne avevano una posizione centrale nella vita pubblica e vi era una discendenza matrilineare ma non si sviluppò alcuna forma di matriarcato (il dominio delle donne sugli uomini, come il patriarcato è il dominio degli uomini sulle donne); sostanzialmente nella società cretese non era ideologizzato il criterio del dominio dell’uno sull’altro, vi era piuttosto un modello mutuale, di reciproco riconoscimento, sostegno e collaborazione.

Il ruolo centrale del piacere per la vita e la sessualità: nella cultura minoica ogni aspetto della vita che può dare piacere e gioia era molto apprezzato. Le raffigurazioni artistiche di uomini e donne nudi o in abiti succinti, con i genitali ben visibili e con gesti che mostrano il bello del corpo, della sensualità, della sessualità e del piacere che ne può derivare, dimostrano un atteggiamento libero, positivo verso il piacere e la sessualità. Gli psicologi moderni mostrano come questo modo di vivere la sessualità abbia potuto ridurre i livelli di aggressività e accrescere il senso di riconoscimento reciproco tra uomini e donne. Il fatto che la divinità fosse una figura femminile spesso raffigurata come una donna incinta o in procinto di partorire è strettamente correlata a questa visione gioiosa e positiva del corpo e della sessualità.
L’esercizio fisico, lo spettacolo, la religione, l’amore per la vita: l’esercizio fisico era praticato da uomini e donne alla pari ed era sempre improntato al gioco e al divertimento. Lo spirito religioso spesso si intrecciava con le attività del tempo libero rendendo spettacoli, giochi e danze, ricchi di significato.  Scrive Platon “ Musica, canto e danza andavano ad aggiungersi ai piaceri della vita” e poi “C’erano frequenti cerimonie pubbliche, soprattutto religiose, accompagnate da processioni, banchetti, e dimostrazioni acrobatiche.” Lo studioso Higgins riassume così l’intreccio tra religione, gioco e svago: “La religione per i Cretesi era una faccenda lieta, veniva celebrata in palazzi-tempio o in santuari all’aperto e in caverne sacre ... La religione era strettamente collegata allo svago.
Le “taurocapzie”[3] erano spettacoli a carattere ludico e religioso, erano giochi in cui giovani di entrambi i sessi si esibivano facendo acrobazie, afferrando i tori per le corna e volteggiando sulla loro schiena. In queste imprese c’era l’eccitazione per l’abilità dei giovani, il salvarsi non aveva un carattere individuale ma collettivo.

La fine della Civiltà mutuale


Le civiltà dell’Antica Europa, che adoravano la Dea, che vissero pacificamente per millenni con un lento e progressivo sviluppo in ogni ambito, verso il V millennio a.C. cominciarono a subire una serie di bruschi e violenti attacchi, che poi nel tempo determinarono uno shock culturale e un arresto violento della loro evoluzione. Le scorribande di gruppi nomadi provenienti dalle steppe eurasiche, inizialmente insignificanti poi divennero vere e proprie invasioni violente e distruttive, sia sul piano materiale che culturale. Con i recenti metodi di datazione è stato possibile individuare tre grandi ondate di invasioni che gli esperti chiamano “invasioni kurganiche”:
·       la prima verso il 4.300-4.200 a.C;
·       la seconda verso il 3.400-3.200 a.C;
·       la terza tra il 3.000-2.800 a. C.
I Kurgan erano popolazioni che appartenevano al ceppo linguistico che gli studiosi chiamano indoeuropeo anche se non erano propriamente né indiani né europei; erano popolazioni nomadi provenienti dalle steppe del nord dell’Asia e dell’Europa; avevano un’economia fondata sull’allevamento nomade e sul pascolo, erano governati da sacerdoti-guerrieri; adoravano dèi maschili, dèi della forza, della guerra, delle montagne, del cielo tonante e delle folgori; avevano una struttura sociale autoritaria, gerarchica,  caratterizzata dal dominio maschile. Secondo il loro sistema di valori, il massimo potere era riconosciuto a chi aveva la capacità e il potere di togliere la vita (anziché a chi aveva la capacità di dare e nutrire la vita come nelle civiltà che adoravano la Dea)! Gli dei e i capi erano raffigurati con armi affilate, nell’atto di uccidere, accanto al sangue versato delle loro vittime. Questo sistema di valori è il presupposto culturale collegato al saccheggio, alla razzia, alla guerra, all’asservimento prima e poi alla schiavitù, ai riti religiosi di sacrificio, alla degradazione delle donne. Il ruolo delle donne, fisicamente più piccole e meno forti, che si identificavano e si riflettevano nell’immagine e nella cultura della Dea, fu drasticamente ridotto a quello di consorti, concubine o schiave, in ogni caso subalterne.
Il potere di dominare e distruggere mediante la “spada”, ossia la guerra, la violenza e il sistema di dominio e di asservimento produsse non soltanto la sconfitta delle società mutuali dell’Antica Europa ma trasformò radicalmente il sistema di valori delle popolazioni che sopravvissero: moltissimi dei simboli di vita che prima erano associati al culto della Dea furono presi, trasformati e utilizzati per affermare il nuovo sistema. Un esempio: l’immagine dell’ascia che nella cultura della Dea era una stilizzazione della farfalla, simbolo di trasformazione e della capacità della natura di generare e rigenerare vita, fu ripreso e associato ai nuovi dèi maschili come arma, simbolo di forza e potenza distruttrice.
Metallurgia e supremazia maschile: Engels fu uno dei primi a collegare la comparsa delle gerarchie, della stratificazione sociale e del dominio maschile sulle donne con lo sviluppo della metallurgia intesa come la capacità di lavorare i metalli per la produzione di armi.
I nuovi metodi di datazione però hanno dimostrato che già dal Neolitico, le civiltà dell’Antico Europa conoscevano la lavorazione di alcuni metalli e la utilizzavano per produrre gioielli e attrezzi agricoli. Le prove archeologiche portano a concludere che non è stata la metallurgia in sé ma piuttosto il tipo di uso a determinare quella che Engels definì la “storica sconfitta mondiale del sesso femminile”.
La fine di Creta: Creta è un’isola e il mare per un po’ di tempo la protesse dalle invasioni delle orde guerriere; ma alla fine il modello di società dominatrice sbarcò anche lì. Quando e come si determinò la fine della cultura micenea è ancora oggetto di discussione e di studi; l’ipotesi più accreditata è che l’invasione degli Achei seguì ad una serie di enormi sconvolgimenti naturali, datati intorno al 1.450 a.C.; terremoti, eruzioni vulcaniche e maremoti che indebolirono la popolazione di Creta (sconvolgimenti narrati nella leggenda di Atlantide). Inizialmente gli Achei sembrarono inserirsi nella società cretese, ci furono anche matrimoni tra i re invasori e le regine cretesi, ma questo non riuscì a proteggere Creta da ulteriori invasioni e dal sistema di valori fondato sulla violenza portato dagli Achei. Di fronte alle invasioni le città-stato, non fortificate e non abituate all’uso della guerra e delle armi, non riuscirono a difendersi adeguatamente e intorno al 1200 a.C la civiltà minoica e fu spazzata via.
Riflessioni di Gisella
Nel Libro “Il calice e la spada” si parla dei ritrovamenti di un’immensa varietà di immagini e statuette femminili gravide o partorienti, e di simboli naturali, (uccelli, pesci, serpenti, farfalle che simboleggiano la capacità di rigenerarsi e trasformarsi, ecc) che, in base ad una nuova interpretazione, testimoniano la presenza del culto della Grande Madre, una forza femminile a cui era riconosciuto il potere di dare la vita e di presiedere ai cicli naturali di nascita, morte e rinascita.
Questa è una delle caratteristiche che, nel libro, vengono sottolineate per dire che all’origine della storia umana, la donna rivestiva un ruolo positivo e paritario rispetto all’uomo in una società fondata sul riconoscimento e il rispetto delle differenze, sull’autonomia e la collaborazione.
Nei secoli vediamo invece, soprattutto nel pensiero e nella società occidentale, affermarsi l’ordine patriarcale che ha imprigionato l’identità della donna nell’immagine della moglie e della madre votate alla cura e alla dedizione dell’altro, condannando e rimuovendo ogni alto aspetto, stigmatizzato come aggressività, colpa, distruttività.
Questa identificazione e questa scissione prodotte dalle proiezioni maschili, permangono nella psiche delle donne, spesso totalmente inconsce e riescono ad emergere, con sofferenza, nelle terapie psicologiche e analitiche.
La conquista dell’identità delle donne come capaci di porsi come soggetti autonomi e soggetti desideranti, per molte, viene percepita non come un dato acquisito, ma come un percorso interno da affermare ancora completamente rispetto a se stesse.
Alcuni psicologi, nei loro studi, sostengono che è proprio della capacità riproduttiva che gli uomini si sono voluti appropriare per poter “dominare” le donne e instaurare il “patriarcato”, appropriare del potere di mettere al mondo figli e garantire così la prosecuzione della specie, forza che, fin dai tempi antichi, è vissuta come oscura e minacciosa.
Alcuni riti di iniziazione nelle popolazioni primitive vengono interpretati in questo senso.
Per esempio un rito praticato nell’isola di Ceram (Indonesia). I giovani maschi vengono introdotti a occhi bendati, seguiti da genitori e parenti, in una casa nel cuore della foresta. Appena in casa, si odono urla terribili e una spada stillante sangue viene conficcata sul tetto della capanna, le madri urlano, convinte, che il diavolo ha assassinato i loro figli e non sapranno mai cosa, in realtà, è successo. Dopo alcuni giorni gli uomini, che avevano fatto da tutori ai ragazzi, tornano al villaggio con la notizia che il diavolo ha ridato la vita ai giovani e questi tornano facendo finta di non saper comunicare e di essere disorientati come dei neonati. Tale rito viene interpretato come la simulazione della morte e della rinascita, la capanna è l’utero in cui si nasce una seconda volta ma non dal grembo materno, ma da questa alleanza tra uomini che si prendono, così, beffe delle donne.
Anche i riti della circoncisione e della subincisione (taglio praticato nel pene fino ad aprirlo in due metà) vengono visti come un procurarsi, da parte maschile, una ferita con fuoriuscita di sangue come il flusso mestruale, come, quindi, un riappropriarsi del potere fecondante e non svirilizzarsi, anzi quasi un diventare un ermafrodito, riunificando gli opposti.
Se pensiamo invece ai riti di iniziazione delle donne,  (pensiamo alla clitoridectomia, all’infibulazione, ecc..) questi esprimono la violenza dell’uomo che mira a togliere loro qualcosa che esse possiedono e le rende simili all’uomo.
Non parliamo poi delle mestruazioni, viste come un tabù; le donne erano ritenute impure, preda di uno spirito maligno, pericolose e quindi segregate, perché il ciclo era il segno della loro capacità riproduttiva. Oggi ci siamo liberate del tabù delle mestruazioni, ma il fatto che molte donne, durante il ciclo, presentino difficoltà fisiche e psicologiche può forse dipendere dal fatto che i contenuti psichici che venivano proiettati nel tabù agiscono ancora a livello inconscio.
Quindi, fin dai tempi più antichi, l’uomo, attraverso miti e riti, ha voluto appropriarsi del potere fecondante femminile, da cui la donna è stata depotenziata, tanto è vero che anche la decisione della sua maternità spettava all’uomo, ma al tempo stesso l’ha imprigionato nell’identità di moglie e madre.
Ma la commercializzazione dei metodi contraccettivi e la legalizzazione dell’aborto ridanno in pieno il “potere” alle donne: la sessualità femminile diventa indipendente dalla procreazione e dalla maternità e si capovolgono i ruoli uomo/donna, ora è la donna che sceglie se avere o no un figlio da un determinato uomo, la maternità diventa una libera scelta, come pure la paternità ora dipende dalla libera scelta della donna.
Faccio un accenno solo a tutte le nuove tecniche di procreazione: può trattarsi del “vecchio” progetto maschile di controllo totale della filiazione, di riappropriazione della fecondità attraverso “un rituale scientifico”?
Studi recenti di analiste e filosofe donne stanno rileggendo i riti e i miti dal punto di vista della differenza di genere che è capace di smontare certezze consolidate, di rovesciare prospettive e modi di vedere, rivelare verità rimosse perché sgradite.
Per esempio Maria Cristina Barducci (“Il velo e il coltello”) rivisita alcune figure femminili della Bibbia: Tamar, scelta da Giuda, figlio di Giacobbe, come moglie prima del figlio Er, che muore senza eredi, poi del figlio Onan, che muore anche lui, stanca di aspettare, indossa il velo della prostituta e, con l’inganno, non essendo riconosciuta,  giace con il suocero dando alla luce dei figli, viene vista non come una donna che lotta per il diritto alla maternità, ma come capace di aderire ai propri desideri con un gesto di rottura delle norme vigenti in nome della “passione per se stessa”.
Giuditta libera il suo popolo di Israele affermandosi come colei che rifiuta sia la brama di potere di Oloferne, sia la rassegnazione dei propri cittadini.
Penelope tesse nella tela le imprese dello sposo Ulisse, per affermare la sua fedeltà, ma attraverso la propria identità di soggetto erotico e desiderante.
Medea, nella versione classica, uccide i propri figli, perché si ribella alla scelta di Giasone di sposare Creusa per brama di potere e lo vuole punire, non per l’abbandono, ma perché ha tradito la loro relazione, cioè ha negato lei stessa come soggetto d’amore.
Elena Pulcini, filosofa, propone, (“La cura del mondo”) in altri termini, quanto espresso da Riane Eisler. Dice che va valorizzata l’eredità simbolica che vede la donna come soggetto relazionale incline alla cura e capace di empatia, ma va rivista l’idea di soggettività, che non può essere quella che conosciamo e viviamo nell’attuale mondo occidentale che porta all’individualismo, all’indifferenza l’uno per l’altro, alla mancanza di solidarietà per poter emergere, ciascuno di noi, con il proprio narcisismo. Va pensata una soggettività aperta all’altro, alle contaminazioni dell’altro e la relazione non può essere vissuta secondo il modello materno come totale dedizione e oblatività, ma come “passione per l’altro”. La prima fedeltà è  a se stessi, ai propri desideri che si aprono all’altro come a quella parte che ci manca, non come a colui a cui dobbiamo le nostre cure o il nostro sacrificio, ma come ad un soggetto che ci mobilita emotivamente, non in un percorso semplice e lineare, ma sempre contraddittorio, perché l’altro è colui che ci attrae, ma anche ci respinge, ci seduce, ma ci sfida,  processo in cui le due identità si mettono in gioco per la costruzione di un soggetto relazionale che vede il mondo come una “comunità”.

Un’ultima annotazione. Enzo Mazzi nel suo libro “Il valore dell’eresia” nel paragrafo “L’eresia della convivialità nella cultura ancestrale” riprende ampiamente l’analisi di Riane Eisler e conclude dicendo:
La speranza nella fine della cultura di guerra e nell’instaurazione di un’era di pace non è un sogno di anime belle prive di senso di realtà. Il sogno del profeta biblico Isaia e di tanti profeti disseminati nella storia di tutti i popoli può essere visto come il realismo più razionale perché è declinabile al passato in quanto già in qualche modo sperimentato fin dall’origine dell’umanità:
Il lupo dimorerà presso l’agnello
e la tigre si accovaccerà accanto al capretto,
il vitello e il leone pascoleranno insieme
e un bimbo piccolo li condurrà per mano.
La mucca e l’orsa staranno insieme al pascolo
e i loro piccoli si sdraieranno insieme
e il leone come il bue mangerà l’erba.
Un bambino lattante giocherà sul covo dell’aspide
e un bambino appena svezzato
stenderà la sua mano nella tana della vipera…
Non si farà più del male né si compierà più strage”.
La Poudrière dell'utopia
di Angelo Mastrandrea – BRUXELLES
da Il Manifesto 6 ottobre 2012

Una comunità che abolisce proprietà privata e individualismo. In una ex polveriera occupata nel cuore del «coin du diable», nell'ex polo industriale di Bruxelles a un passo dalle istituzioni europee


Esiste un luogo, oggi in Europa, in cui la proprietà privata è abolita ed è messa al bando ogni forma di individualismo. È un'oasi di resistenza al neoliberismo, un laboratorio di pratiche sociali alternative, un esperimento radicale di vita comunitaria, una zona temporaneamente liberata dal capitalismo, come l'avrebbe definita il teorico americano Hakim Bey, dove gli abitanti come giapponesi nella foresta non si sono finora accorti della crisi che sta sconvolgendo l'Europa, o meglio il suo modello economico.
Chi pensa che stiamo esagerando, è scettico, dubbioso e vuole toccare con mano, deve solo fare lo sforzo di spostarsi fino a Bruxelles e, una volta arrivato a destinazione, spostarsi dal centro turistico e dalla Grand Place verso il quartiere dove sorgono gli edifici più antichi della città, fin quasi al ponte che separa il cuore della capitale del Belgio, geograficamente ma anche socialmente ed economicamente, dal melting pot di Molenbeek e, un po' più a sud, di Anderlecht. Volendo, può chiedere ospitalità e un letto agli occupanti della Poudrière, l'antica polveriera oggi considerata monumento nazionale e diventata la quinta teatrale di un esperimento sociale che Riccardo Petrella, intellettuale di punta del movimento altermondialista e vecchia conoscenza dei lettori del manifesto, con entusiasmo neppure celato non esita a definire un «modello di comunismo realizzato», all'infuori del socialismo reale e a un passo dalle principali istituzioni europee.
Petrella da queste parti è di casa, non solo perché vive a Bruxelles, da anni ed è professore emerito all'università di Lovanio. In questo quadrilatero di stradine denominato le coin du diable, l'angolo del diavolo, in virtù di una leggenda risalente al XVII secolo e riguardante la costruzione del ponte che porta dall'altra parte della Senna, il professore ha sistemato un ufficio della sua Università del bene comune (con le facoltà dell'acqua, dell'alterità, della creatività, della mondialità) e ogni anno conferisce un dottorato honoris causa in Utopia a chi, singolo o collettivo, ritiene doveroso premiare per la sua visionarietà. Questo è il terzo anno in cui il riconoscimento verrà assegnato e, dopo l'avvocato calabrese Domenico Vestito, premiato per aver scelto di tornare a esercitare la professione nel paese d'origine, Locri, e per aver messo a disposizione di tutti le proprie competenze professionali, e dopo, noblesse oblige, la Poudrière, quest'anno la borsa di studio andrà a una comunità colombiana.

Comune? No, comunità
Non è una comune, la Poudrière, e nemmeno un condominio o un centro sociale occupato come quelli che conosciamo in Italia. È una comunità che, partendo da un'originaria spinta religiosa e dall'impulso di un gruppetto di preti operai, nel tempo si è trasformata in un progetto collettivo e socialisteggiante. Tutto cominciò nel 1958, quando le numerose fabbriche costruite intorno ai canali che avevano fatto meritare a quell'area la definizione di «piccola Manchester», presero a chiudere una dietro l'altra e il quartiere divenne un piccolo cimitero industriale, con un tasso di povertà dickensiano. Fu per questo che quel pugno di missionari, guidati da padre Léon Van Hoorde, un uomo che ancora oggi, a quindici anni dalla morte, è ricordato come fondatore e leader carismatico, occupò la fabbrica dismessa, formando da subito una piccola comunità aperta al quartiere. Fu con il '68 che l'originario spirito missionario si contaminò definitivamente con istanze laiche, senza che venissero però stravolti i suoi principi fondativi: presenza nella società senza adottare il suo stile di vita; amicizia; giustizia ed eguaglianza sociale; utopia nel cercare di costruire un mondo nuovo; crescita personale. Obiettivi da raggiungere attraverso il lavoro, la condivisione, uno stile di vita sobrio, l'aiuto reciproco tra i membri della comunità.

Chi entrava nella Poudrière doveva mettere in comune i propri redditi, «non il patrimonio» però, «per evitare di trasformarci in una setta», spiega Giovanni Morocutti, per tutti Vanni, che arrivò qui dalle Alpi friulane nel 1969 e che oggi è considerato un «saggio» della comunità, vero e proprio leader dopo la morte del fondatore padre Léon. Con il tempo, anche le case di fronte alla ex polveriera cominciarono a essere occupate, un edificio fu adibito a granaio e molti dei vecchi abitanti del quartiere, in segno di gratitudine, presero a lasciare le loro abitazioni in eredità alla Poudrière o a venderle loro a prezzi più che ridotti. Il risultato oggi, a 54 anni dall'occupazione, è che praticamente tutte le case che affacciano su rue de la Poudrière e alcune di quelle sulla tangenziale rue des Fabriques sono abitate da esponenti della comunità.

Tra immigrati e «gentrification»
Anche se in tutta l'area è ben visibile quella che gli americani chiamerebbero gentrification, vale a dire la risistemazione innanzitutto urbanistica del quartiere al prezzo di un aumento del valore degli immobili e della progressiva espulsione dei ceti più poveri, che va di pari passo con la riconversione delle ex industrie abbandonate e la sistemazione dei ponti sul canale, il resto del coin du diable è ancora oggi in larga parte abitato da immigrati, in stragrande maggioranza nordafricani. Sono quelli che vediamo affollarsi nel mercato della Poudrière per acquistare gli oggetti usati ma rimessi a nuovo dagli occupanti o i prodotti delle fattorie che la comunità ha fondato a Rummen, nelle Fiandre, e che garantiscono loro l'autosufficienza alimentare. È aperto tre pomeriggi a settimana e, anche in questo senza timore di esagerare, possiamo garantire che con cifre che si discostano poco dal centinaio di euro si riesce ad arredare una casa intera.
Un altro mercato, più grande, è stato aperto in un ex cementificio a Peruwelz, alla frontiera con la Francia, e tutto ciò, grazie all'arte del riciclo e nonostante i prezzi a dir poco competitivi, ha fatto della Poudrière una comunità che tutto sommato riesce a vivere bene, con una gran cura di tutto ciò che è collettivo. Agiata ma ispirata alla sobrietà, e soprattutto con un principio: chi ne fa parte deve lavorare, in base alle proprie capacità, e i frutti del proprio lavoro devono essere messi in comune. «Noi non facciamo assistenza», ci tengono a precisare, «chi chiede di venire fra noi deve contribuire con il suo lavoro in base alle sue possibilità e gli sarà dato a seconda dei suoi bisogni». A decidere, con il metodo della democrazia consensuale, faticoso per loro stessa ammissione perché basta un solo veto a produrre ulteriori discussioni e slittamenti, è l'intera comunità: un'assemblea mensile, denominata «riunione spaghetti», è destinata alle decisioni più importanti, poi ci sono quelle settimanali o quotidiane per le cose minori. L'argent de poche, una sorta di mini salario di 25 euro a persona ogni settimana, serve invece per le piccole spese, che non necessitano di un'assemblea per essere decise. Al resto provvede la comunità, in base a un'analisi dei bisogni: cosa comprare? Il richiedente ne ha davvero necessità? Il consumismo non abita certo qui. Non che tutto sia totalitariamente collettivo: gli spazi personali sono garantiti, a cominciare dalla casa, l'importante è che vengano rispettate le regole della vita comunitaria.

Il pastore e la giovane infermiera
Gli abitanti della Poudrière, oltre al mercatino, svolgono un'attività ormai consolidata di traslocatori. «All'inizio non chiedevamo soldi ma ad ognuno di darci quello che poteva. Poi ci siamo accorti che i più ricchi spesso erano quelli che pagavano meno e così siamo stati costretti a mettere delle tariffe, variabili a seconda del committente. Per i più poveri traslochiamo gratis», dicono. La maggior parte di loro lavora nelle attività della «polveriera», alcuni invece hanno un lavoro esterno e versano il reddito alla comunità.
Gli utili vengono utilizzati per le necessità degli abitanti, reinvestiti nelle attività o utilizzati per finanziare azioni di solidarietà o la rete di Emmaus, l'associazione francese contro la povertà fondata dall'Abbè Pierre della quale fanno parte. Tra i sessanta membri effettivi che la comunità attualmente può contare (ma sono arrivati fino a 150 negli anni '90) ci sono oggi un pastore protestante, una ragazza, Marise, che rappresenta ormai la terza generazione, quella dei nipoti dei primi occupanti, e che lavora all'ospedale come infermiera, alcuni immigrati musulmani, persone in difficoltà economiche o senza casa che vengono ospitate temporaneamente, ma anche chi ha deciso di sperimentare un modello di vita alternativo, come il friulano Vanni. Lui, che in Italia lavorava per una ditta di spedizioni, per trent'anni ha montato tensostrutture in Belgio e condiviso i proventi della sua attività con i compagni della Poudrière. Voleva andare a Cuba per vivere la revoluciòn, si è invece fermato a Bruxelles. «Sono venuto per una decina di giorni nel '69 in attesa del visto cubano, in seguito ho chiesto di tornare perché affascinato dalla radicalità di questo laboratorio di vita comunitaria, più umana, che non esclude nessuno e dove l'individualismo non ha diritto di esistere», dice. Alla Poudrière ha incontrato la donna della sua vita, una studentessa che come lui era ospite per provare a vedere come si viveva senza essere proprietari individualmente delle proprie cose. Era l'epoca della trasformazione da comunità religiosa a laica, e così quando i due annunciarono di volere sposarsi, ma solo in forma civile, ci fu una lunga discussione in cui alla fine la loro volontà fu accettata. Oggi alla Poudrière la maggioranza non ha più molto a che vedere con la religione, ma rimane una «spiritualità comunitaria» fusa in un originale impasto con un socialismo autogestionario e antistatalista («dal governo non vogliamo nulla, né sussidi di disoccupazione né pensioni minime») e con un anticapitalismo radicale.

Marx e la demonologia
A Bruxelles ci si chiede da un secolo e mezzo quanto il fatto che Karl Marx abbia vissuto qui per tre anni, tra il 1845 e il 1848, e vi abbia scritto il Manifesto del partito comunista, possa avere influenzato la società e la politica belga. O, al contrario, quanto il Belgio, che per la sua politica «liberale» nel diciannovesimo secolo divenne rifugio di tanti intellettuali (non solo il barbuto di Treviri, ma pure Victor Hugo e Charles Baudelaire, tanto per fare un esempio) abbia influenzato l'estensione del Manifesto, e quanto abbia influito sul pensiero marxiano la visione del proletariato in quell'area industriale dove qualche anno prima, tra il 1830 e il 1837, aveva soggiornato un celebre demonologo, Jacques Collins de Plancy, che non aveva scritto alcun proclama politico né elaborato teorie rivoluzionarie ma pubblicato un Dizionario infernale in cui raccontava la leggenda della costruzione del ponte che avrebbe collegato finalmente le due sponde del canale. La prima pietra, secondo il demonologo, fu opera del diavolo, da qui il nomignolo del quartiere. Poi arrivò Marx il quale, considerando la religione, e figuriamoci la demonologia, «l'oppio dei popoli», fece altro. Non avrebbe potuto immaginare che centocinquant'anni dopo tutto sarebbe cambiato ma proprio lì, in quel quadrilatero di stradine oggi affollato di immigrati nordafricani, sarebbe rimasto un piccolo germoglio di quello che aveva seminato.


[1] Il Paleolitico (dal greco significa “età della pietra antica”) è quel lunghissimo periodo della preistoria che va da 2,5 milioni a 10 mila anni fa. Con questo termine, nell’accezione classica, si indica il lungo tempo in cui l’umanità ha imparato/inventato la lavorazione della pietra con la tecnica della scheggiatura per creare utensili, armi e strumenti; ed ha imparato a usare il fuoco per cuocere il cibo, proteggersi dalle belve feroci e riscaldarsi.
[2] Il Neolitico (dal greco “età della pietra nuova”) è quel periodo della preistoria (10.000 - 5000 a.C) nel quale la specie umana diventa più sedentaria, e impara/inventa l’agricoltura, l’addomesticamento di molti animali, la ceramica, la  lavorazione della pietra con la tecnica della levigatura e molto altro.
[3] NB informazioni non presenti nel libro ma fornitemi dalla guida del Palazzo di Crosso quest’estate: il palazzo di Crosso era anche chiamato “palazzo della doppia ascia o ascia bipenne” (la doppia ascia era la stilizzazione della farfalla uno degli antichi simboli della Dea Madre) per la loro frequente presenza nelle stanze del palazzo. Doppia ascia si diceva (labris); quindi labirinto significa “palazzo dei labris” e non significa labirinto, luogo dove senza guida ci si perde e si muore. Il mito di Teseo e del Minotauro secondo la visione cretese trova questa spiegazione: al tempo dell’arrivo dei greci nei Palazzi, i cretesi invitavano/sfidavano gli ospiti greci nelle taurocaptie, i giovani greci meno abili morivano. Così i viaggiatori greci quando tornavano elaboravono racconti terribili di “minotauri” sanguinari, per giustificare la morte dei giovani greci.