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mercoledì 21 novembre 2012

Il futuro della chiesa

Nota: al termine dell'assemblea la Comunità ha dichiarato la sua partecipazione alla manifestazione pro Palestina indetta per martedi 20 in Piazza della Repubblica (v. in fondo al post il video)

Assemblea 18.11.2012 Maria, Elena, Giulia, Roberto, Gianpaolo, Sergio-
Tema: quale futuro della chiesa.

1 lettera di Paolo ai Corinti 1, 26-29
Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: in mezzo a voi non ci sono molti sapienti secondo la carn, né molti potenti,né molti nobili. Ma Dio ha scelto le cose stolte del mondo per confondere i sapienti, e Iddio ha scelto le cose deboli del mondo per confondere le forti; e Iddio ha scelto le cose ignobili e disprezzate del mondo e quelle che non sono per ridurre a nulla quelle che sono, perché nessun uomo possa vantarsi davanti a Dio.

Luca  4, 18-21
Lo Spirito del Signore è su di me. Per questo Egli mi ha scelto, per evangelizzare i poveri mi ha mandato, a guarire i contriti di cuore, ad annunziare ai prigionieri la libertà, a restituire ai ciechi la vista, a rendere liberi gli oppressi a proclamare l’anno di grazia del Signore.
……
Oggi si è compiuta questa scrittura che avete udito poco fa con i vostri orecchi-

Matteo, 25, 34-40
Venire benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi… perché ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi deste da bere, fui pellegrino e mi alloggiaste, ero nudo e mi rivestiste, infermo e mi visitaste,carcerato e veniste a trovarmi…Tutte le volte che avete fatto questo ad uno dei più piccoli di questi miei fratelli l’avete fatto a me.

PAESE SERA  - giovedì 13 settembre 1984

Perché la teologia della liberazione è diventata bersaglio del Vaticano

La fede e la lotta
nell'America Latina

Come le Ceb, sorte in Brasile nel 1956,
cambiarono il volto e il modo di essere
della chiesa cattolica.

di Ramos  Regidor

A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, cosa resta di un’esperienza che sognava di costruire una Chiesa popolare al servizio dei poveri e leggere il Vangelo alla luce della realtà sociale.

Nell'assemblea episcopale di Medellin nel 1968, la chiesa cattolica fece tre opzioni fondamentali: per i poveri, per le comunità ecclesiale di base, per la liberazione integrale. Nacque così l'esperienza della chiesa dei poveri e della teologia della liberazione, intesa come riflessione critica sulla fede vissuta all'interno della prassi di liberazione. Anche se con molteplici ambiguità e con qualche freno, questo processo fu sostanzialmente ratificato dall'episcopato latinoamericano nell'assemblea di Puebla nel 1979.
Verso la fine di gli anni settanta le Ceb del Brasile raggiungevano tra 60.00 e 70.000 comunità, ognuna con una media di circa 15-20 persone.

Ma nella chiesa cattolica del Brasile, l'esperienza della chiesa di poveri e della teologia della liberazione è diventata egemone. Oltre le migliaia di Ceb, essa è rappresentata o appoggiata dalla maggior parte dell'episcopato. Infatti, pur riconoscendo che la realtà è piena di sfumature che i numeri rischiano di appiattire, i vescovi brasiliani sono circa 320 e nelle ultime elezioni (primavera del '79 e dell' '84 del direttivo della Cnbb )Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile) i vescovi rappresentanti della teologia della liberazione hanno raggiunto il 60-70 per cento dei voti. Tra ciò vuol dire che circa 200 vescovi appoggiano, in forme diverse, la chiesa dei poveri e la sua teologia della liberazione.


Due pennellate ancora per completare il quadro: 1) Fin dal 1955 fu creato nell'assemblea episcopale di Rio de Janeiro, il Celam (Consiglio episcopale latino-americano) con l'incarico di coordinare l'attività delle diverse Conferenze episcopali nazionali. A causa del suo sistema di nomina o di elezioni dei membri, non realmente proporzionale al numero dei vescovi di ogni paese, vi sono presenti pochi vescovi brasiliani. Fin dal 1972 quest'organismo è stato dominato dal colombiano mons. Alfonso Lòpez Trujillo, prima a segretario generale e poi presidente e attualmente cardinale di Medellin. Nel 1973 il Celam comincia ad organizzare la lotta contro la teologia della liberazione. Appoggiata a finanziamenti dalla destra religiosa politica degli Usa e dell' "Adveniat", organismo dei vescovi tedeschi per l'aiuto alla chiesa latino-americana. Dal punto di vista dottrinale essa è animata da un gruppo internazionale di studio chiamato "Chiesa e liberazione", sorto da un incontro a Bogotà nel febbraio dello stesso anno 1973, formato da vescovi e teologi latino-americani e europei (tedeschi, francesi, svizzeri, belgi, ecc.) e presieduto da da mons. A. Lèpez Truillo r da mons.  Franz Hengesbach, vescovo di Essen (Germania occidentale) e già presidente di "Adveniat". Dal punto di vista della politica ecclesiale  il Celam  è appoggiato in questa sua lotta da settori conservatori del Vaticano, tra cui il card. Baggio fini a poco fa prefetto della Congregazione dei vescovi.
Il processo di riforme della Chiesa cattolica, avviato dal Concilio Vaticano II, di cui è appena ricorso il cinquantesimo anniversario, subì battute di arresto a partire dagli anni Settanta. Diversamente accadde in Sud America, dove le aspettative che esso aveva generato suscitarono grandi entusiasmi e produssero cambiamenti radicali.
In quegli anni, infatti, mentre nei Paesi capitalistici più avanzati, si realizzò un miglioramento dello standard di vita anche per le classi lavoratrici, in America Latina le diseguaglianze sociali aumentarono e gli indici di povertà crebbero ulteriormente. Guidati dall’illusoria concezione dell’esistenza di un tempo storico unilineare, che avrebbe dovuto
riprodurre gli stessi stadi di avanzamento in tutte le società, esperti di vari organismi internazionali elaborarono piani di sviluppo per il Cono Sur. Nel 1961, ad esempio, l’amministrazione Kennedy avviò l’Alleanza per il progresso (Ap), progetto con il quale vennero stanziati 20 miliardi di dollari allo scopo di eliminare «le basi del comunismo», pericolo apparso ancora più concreto dopo la rivoluzione castristra a Cuba. Tuttavia, l’operazione si risolse in un clamoroso fallimento, osteggiata non solo dai latifondisti locali, ma anche dalle compagnie nordamericane, e il periodo di Ap si contraddistinse per i colpi di Stato, quasi tutti avallati dagli Usa, che fecero poi sprofondare l’intero continente in una spirale di violenza e morte.
In questo contesto, presero corpo, in forme differenti, alleanze tra i settori più progressisti del mondo cristiano e di quello marxista. Dall’esempio di Camilo Torres, il famoso sacerdote scomparso nel 1966 dopo aver aderito all’Esercito di liberazione nazionale colombiano; ai Cristiani per il socialismo, movimento nato in Cile nel 1972 durante il governo di Salvador Allende; dalla Patagonia al Messico sorsero gruppi di fedeli, spesso impegnati politicamente a sinistra, che reclamavano una Chiesa diversa, lontana dal potere e solidale con i più deboli.
Tali esigenze si manifestarono anche all’interno della Conferenza episcopale latino-americana (Celam), organismo sorto nel 1955 e che celebrò a Medellin, nel 1968, la sua seconda assise generale, per riorganizzarsi in base alle decisioni assunte al Concilio Vaticano II. Questo incontro rappresentò una vera svolta per la Chiesa del continente. Anche se il termine Teologia della liberazione (TdL) non venne mai utilizzato nei suoi documenti finali - era stato coniato solo poche settimane prima dal sacerdote peruviano Gustavo Gutiérrez -, a Medellin nacque un nuovo modo di fare teologia. Una chiesa popolare al servizio dei poveri e basata sul protagonismo delle Comunità ecclesiali di base, gruppi di persone che si incontravano regolarmente per leggere il vangelo alla luce della propria realtà sociale.
Gustavo Gutierrez


Quel  Cristo latino-americano
Le speranze, le lotte e le sconfitte della Teologia della liberazione

MARCELLO  MUSTO
l’Unità, lunedì 15 0tt0bre 2012 – pag. 19
. . . . .

L'OPZIONE PREFERENZIALE PER I POVERI
Negli anni successivi si susseguirono iniziative e incontri per meglio delineare il carattere di questa svolta. La principale opera, tradotta poi in 20 lingue e stampata in numerosissime edizioni, che mise a fuoco gli snodi centrali della Teologia della liberazione apparve nel 1971, ad opera dello stesso Gutiérrez: Teologia della liberazione. Prospettive. Secondo l’autore la scelta centrale stava nella «opzione preferenziale per i poveri». Essi facevano finalmente irruzione nella Chiesa, divenendone interlocutore privilegiato e soggetto protagonista di una possibile trasformazione sociale.

Al magistero tradizionale impartito nelle parrocchie, andò ad affiancarsi una diffusa catechesi popolare nelle aree urbane e rurali più marginali. L’ecclesio-centrismo tradizionale definito dalla formula «fuori dalla Chiesa non c’è salvezza» fu rovesciato in «fuori dal mondo (ossia lontano dai poveri) non c’è salvezza». Leonardo Boff parlò di una nuova ecclesiogenesi, una rinascita della Chiesa a partire dalla riappropriazione della Bibbia anche attraverso ministeri laici.
Le reazioni critiche non si fecero attendere. La terza riunione della Celam (Puebla, 1979), dalla quale vennero esclusi tutti i principali esponenti della TdL, sancì il mutamento dei tempi. Giovanni Paolo II, insediatosi nel 1978, introdusse l’evento esortando a vigilare sulla «purezza della dottrina» contro il rischio dell’eccessiva politicizzazione del vangelo e diversi esponenti delle gerarchie ecclesiastiche si scagliarono contro le comunità di base, considerate un intollerabile ministero parallelo.

LO SCONTRO CON ROMA
Al principio degli anni Ottanta le polarizzazioni all’interno della Chiesa si acuirono, ma la teologia della liberazione, grazie all'incessante lavoro di divulgazione di scritti e riflessioni, avviato nel decennio precedente, riuscì a conservare una presenza significativa in tutto il continente latinoamericano. L’assassinio di Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, e la partecipazione di alcuni sacerdoti al governo rivoluzionario sandinista in Nicaragua costituirono, inoltre, due episodi - di eclatante ferocia il primo e di enorme speranza il secondo - che diedero vita a manifestazioni di solidarietà in tutto il mondo.
Tuttavia, gli equilibri interni al Vaticano erano cambiati. Il clima mutò con l’elezione del conservatore Lopez Trujillo alla presidenza della Celam. Più in generale, Wojtyla favorì l’ascesa - anche in America Latina - dell’Opus Dei, organizzazione divenuta, nel 1982, prelatura personale, ovvero un’istituzione speciale che si sottrae all’autorità delle diocesi territoriali.
Inoltre, nel 1984 il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, l'allora cardinale Joseph Ratzinger, pubblicò la «Istruzione» sulla teologia della liberazione. In questo documento affermò che la TdL doveva «essere criticata - pena rischi di gravi deviazioni ideologiche - non per singole affermazioni, ma per il punto di vista di classe che adotta a priori e che funge in essa come principio ermeneutico determinante». La Congregazione invitò l'episcopato peruviano a isolare Gutiérrez, accusato di «ammettere la concezione marxista della storia», e spinse alla condanna di Boff a un anno di silenzio per le sue tesi ecclesiologiche dichiarate «insostenibili e pericolose per la fede».


la Repubblica  -  martedì 4 settembre 1984

La Chiesa e la lotta di classe  - di SAVERIO TUTINO

Saverio Tutino

Le quattro correnti delle forze ecclesiali che operano in 
Argentina, Guatemala, Salvador, Nicaragua, Cile.....


1. La Chiesa del popolo. Appoggiandosi sulle comunità di base, che sono nate in Brasile a partire dal 1956 - e che poi si sono sviluppate in Cile e soprattutto nel Centro America (Salvador, Nicaragua, Guatemala) - questa tendenza è arrivata ad abbracciare circa il 30% della Chiesa latino-americana. La Chiesa dei poveri - come è chiamata popolarmente - si rifà alla teologia della liberazione ed è appoggiata da circa il 70% dell'episcopato brasiliano e dalla metà dei vescovi di tutta l'America Latina.
Nel' apparato eletto dalla Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, quasi tutti appartengono alla teologia della liberazione. Le comunità di base, dal 1956 ad oggi, sono andate politicizandosi: così ora sono poco meno di ottantamila, composti ognuna da una quindicina di persone in tutto il Brasile. Lucio Lombardo Radice fede ai fini come "i soviet prima che si rovinassero". Alla guida di questo grande movimento oltre a i Boff e Gutierrez, che oggi vengono a rispondere a Roma, ci sono il cardinale Arns Arcivescovo di San Paolo, monsignor Casaldaliga, il vescovo di Acre e Puru, monsignor  Alves Moacyr, e poi monsignor Balduino, Helder Camara, Antonio Fragoso, il cardinale Loscheider e molti altri che le cronache hanno reso famosi. E il loro martire è Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di San Salvador, assassinato nel 1980 dagli squadroni della morte.
2. La Chiesa democratica. Questo settore rappresenta un altro 30% della Chiesa latino-americana. Seriamente impegnato nella lotta per i diritti umani, ha contribuito, alleandosi tatticamente alla Chiesa dei poveri, alla adozione delle conclusioni progressiste di Medellin e di Puebla.
È quindi particolarmente impegnato nella difesa dei diritti dell'uomo e condanna i regimi che si ispirano alla dottrina della sicurezza nazionale, pur rifiutando mutamenti radicali nella società e nella chiesa. In questa delicata posizione parecchi esponenti della tendenza democratica, come il cileno Sila Enriquez e il salvadoregno Rivera y Damas, hanno più volte rischiato la vita.


La Repubblica  domenica 23/lunedì 24 settembre 1984 II parte
la prima parte in "la Repubblica del 22/9/'84

Intervista a padre Leonardo Boff.

La teologia della liberazione, i poteri del Vaticano, i vescovi, i poveri. 

"Ma un giorno il papa
ci chiederà perdono..."
In Europa la Chiesa è in via di disfacimento
il futuro dei cattolici è nel Terzo Mondo"

Secondo le nostre informazioni, il Papa si serve appunto di esponenti dell'episcopato tedesco per togliere vigore alla teologia della liberazione.
"Si, questo purtroppo è vero. Ratzinger è venuto a Bogotà all'inizio di quest'anno per farci stare buoni. E non si è mostrato molto disponibile ad ascoltarci. Dopo Ratzinger che è arrivato il cardinale Huffner, su incarico del Vaticano; è intervenuto presso il cardinale Arns. Aveva portato con sé un testo articolato in dodici punti, nei quali si metteva sotto accusa in particolare la facoltà di teologia dell'Università di San Paulo, l'unica ad aver abbracciato senza riserve la teologia della liberazione"
In caso di scontro sul frontale, lei abbandonerà la Chiesa di Roma?
"Io vorrei rimanere sempre nella Chiesa. Forse verrà anche il momento in cui Roma dovrà chiederci perdono".
Questo è improbabile.
"Sapete, Roma è qualcosa di molto complesso. A Roma abbiamo anche buoni amici. Ad esempio, ho avuto una conversazione telefonica con il cardinale della Curia Pironio di nazionalità Argentina. Mi ha detto: "Va' avanti Boff, io ti sostengo: quello che fai è giusto". Pironio è stato il primo teologo della liberazione - ovviamente moderato - a essere stato nominato cardinale. Anche il cardinale Martini, arcivescovo di Milano, si è pronunciato pubblicamente in termini critici sulla Instructio".
Ma proprio Lei ha definito Roma capitale dell'ambiguità.
"Naturalmente esiste anche l'ipocrisia. E tuttavia bisogna rendersi conto che nella Chiesa e esistono diversi orientamenti. In ciò sta la grandezza di questa Chiesa, nel cui seno possono convivere un vescovo con me Helder Camara (il vescovo brasiliano Helder Camara figura tra i più eminenti rappresentanti della teologia della liberazione n.d.r.) e un conservatore di ferro quale ad esempio il cardinale Sales di Rio de Janeiro".
"Convivere"? A suo fratello, docente di teologia a Rio, è stata ritirata l'autorizzazione all'insegnamento.
"Si, ma ha ricevuto immediatamente un altro incarico a San Paolo dal cardinale Arns. E' perfino venuto a Roma per fare alcune conferenze presso un istituto pontificio. Ovviamente a Roma gli hanno spiegato che avrebbe fatto meglio a rinunciarvi per non mancare di rispetto al cardinale Sales. Intanto però il tema delle conferenze di mio fratello era già stato preannunciato nel programma".
Tutto questo però può dipendere esclusivamente dall'insicurezza che si avverte in questo momento a Roma di fronte alla forza della Chiesa brasiliana. Già ora, il 43% di tutti i cattolici del mondo vivono in America latina, e nel 2000 saranno più della metà.
"Nel 2000, due terzi dei cattolici vivranno nel Terzo Mondo, dove la teologia della liberazione è  già oggi determinante. Il fatto che la maggioranza dei cattolici non si trovi più in Europa e nell'America del Nord non può non incidere sul ruolo e sull'importanza di Roma, che non sarà più preposta a orientare il pensiero e il magistero della Chiesa, o almeno non lo sarà automaticamente".
Non sarebbe questa la fine di Roma in quanto al centro della Chiesa cattolica romana?
"Roma resterebbe il centro amministrativo, ma non sarebbe più il centro vitale. L'egemonia della chiesa europea si sposterà sempre più verso la periferia, dove sorgono le grandi Chiese".
Quindi, per così dire, una moderna riforma?
"Si, e una riforma che ha un avvenire. Non si valuterà mai abbastanza la portata di quanto sta avvenendo oggi nella Chiesa"
Questo però non può non portare a grandi tensioni; e il modo in cui vengono gestite sembra dimostrare che a Roma non si interessa tanto alle questioni teologiche quanto invece a posizioni politiche di potere.
"Io non direi "politica di potere"; e d'altra parte, credo anch'io che Roma potrebbe avvertire il pluralismo una minaccia per l'unità della Chiesa. Noi però crediamo che il pluralismo sia in verità una ricchezza per la Chiesa, un rafforzamento del suo potere morale. E se Roma trova difficoltà a gestire il pluralismo, siamo ben disposti a dare un aiuto per risolvere queste difficoltà".
La Chiesa romana che esiste da quasi 2.000 anni. Perché non potrebbe poter sopravvivere senza danni anche alla teologia della liberazione?
"Per la Chiesa, l'attenzione nei confronti delle nuove, grandi Chiese alla periferia è una questione di vita o di morte. In Europa alla chiesa è palesemente in via di disfacimento. La speranza e il futuro della chiesa cattolica sono nel terzo mondo.

Firenze Piazza della Repubblica, Piazza Signoria, Piazza S.Giovanni: manifestazione dal titolo: Gaza è un genocidio - Palestina libera! 
Guarda il video: 



mercoledì 29 agosto 2012

Giampaolo Taurini

Giampaolo Taurini nella foto indicato dalla freccia
Nota: Questa fotografia è altamente simbolica: mentre Franco (foto sotto) consegna le chiavi della parrocchia al Monsignore di Curia, i parrocchiani mostrano le chiavi della loro casa che da lì in avanti si chiamerà Comunità. Libera coscienza in libera chiesa.


Buona notte Giampaolo
di Franco Quercioli
Con Giampaolo di strada insieme ne abbiamo fatta parecchia qui all’Isolotto ma non solo, anche perché proprio a partire da quegli anni l’Isolotto non fu più un’isola.
Si stava vicini di casa in via degli Agrifogli e spesso si  tornava dalle riunioni in parrocchia e si facevano le ore piccole a discutere di quello che capitava. E capitava di tutto.
Ancora oggi  si dice e si scrive del famoso ‘processo dell’Isolotto’. I processi dell’Isolotto in realtà furono due: uno piccolo e uno grande. E noi ci trovammo dentro a tutti e due..
Quello piccolo si celebrò in Pretura il 22 aprile del 1969. Il reato contestato era  manifestazione non autorizzata e vilipendio alla religione, per via dei cartelli contro il Vescovo Florit portati nelle due manifestazioni incriminate del 5 e dell’8 dicembre 1968. Quella del 5 dicembre passò alla storia perché sui gradini del Duomo fu letto “Il catechismo dell’Isolotto” dagli alunni della Montagnola scesi in sciopero insieme ai genitorie e ad alcuni maestri in solidarietà con Don Mazzi.
Sei imputati tutti laici. Gli altri quattro erano Sergio Rusich Giovanni Palagi, Giovanni Cipani, Donatello Gerbi, tutti assolti dal pretore Francesco Fleury.
Quello grande, iniziò con l’ordine di comparizione inviato in data 14 gennaio 1969 a cinque preti e undici laici tra cui Giampaolo ed io. I reati erano diversi ma quello più grave era “impedimento di funzione religiosa” ( la messa del 4 gennaio 1969).
Nel giugno dello stesso anno furono incriminate  438 persone, che si erano autodenciate in solidarietà con i primi imputati.
L’11 gennaio 1971 furono amnistiati tutti gli imputati compresi Giampaolo ed io, e rinviati a giudizio in nove:  i cinque preti e quattro laici (Mira Furlani, Mario Consigli, Daniele Protti e Lino Benvenuti).
 Il processo si concluse il 5 luglio 1971 con la piena assoluzione.
Praticamente Giampaolo era sempre in prima fila nel gruppo di coordinamento che organizzava le molteplici iniziative di quel movimento che caratterizzò il sessantotto fiorentino.
Lui insieme ad altri giovani che intorno a Enzo Mazzi e Sergio Gomiti erano cresciuti in quegli anni specie nel gruppo degli scout, che fu davvero una scuola di formazione politica, nel senso della ‘polis’.
Ma Giampolo guardava anche oltre. Spinto dalla sua curiosità culturale aveva stretto legami con padre Ernesto Balducci e la rivista Testimonianze di cui era diventato collaboratore, soprattutto per la redazione tecnica della rivista che lo portò presto a frequentare le tipografie fino ad entrare nell’albo dei giornalisti. Naturalmente il numero speciale sull’Isolotto lo vide impegnato particolarmente con la sua ‘cronaca degli avvenimenti’.
Per questi preti che furono i suoi grandi maestri lui nutrì sempre un affetto filiale profondo.
Il suo amore per la cultura e la scuola lo portò a fondare insieme ad altri la scuola serale alle baracche dell’Isolotto, dove realizzò il suo sogno: insegnare.
Dicesi maestro chi non tiene le cose che sa solo per sé. Dicevano i ragazzi di Barbiana.
Ci trovammo insieme ancora una volta nel movimento di ‘Scuola e Quartiere’ e anche qui Giampaolo dette il suo contributo professionale al mensile ‘I quartieri’, il punto di riferimento di quella ‘rivoluzione culturale’ che fece di Firenze un centro di elaborazione per un nuovo modo di fare politica.
Nasceva una generazione politica nel cuore dei movimenti  che credeva in una ‘lunga marcia attraverso le istituzioni’ rifiutando semplificazioni e scorciatoie rivoluzionarie.
Gli anni settanta furono vissuti da noi dentro il percorso dei comunisti di Berlinguer, portando in quel partito le istanze e le metodologie dei movimenti di cui eravamo espressione.
Fu una sezione ‘ di sinistra’ dove le simpatie per Pietro Ingrao e Bruno Trentin erano prevalenti
Giampaolo fece il segretario della sezione del PCI dell’Isolotto in quegli anni e lo rifece ancora alla fine degli anni ottanta quando ce la facemmo a tirar su la nuova casa del popolo in via Maccari che poi prese il nome di Paolo Pampaloni, il compagno passato alla storia anche per le leticate epocali con il Taurini.
Litigare con il Taurini non era difficile, perché aveva un caratteraccio, come si dice da queste parti.
Na sanno qualcosa i compagni che dettero vita a questo laboratorio politico che è stato il quartiere 4 nella sua storia. Una storia che è riuscita sempre a dire qualcosa di sinistra passando dalle diverse fasi della sua trasformazione in partiti diversi.
Quando il PDS dell’Isolotto prese il nome di Ernesto Balducci Giampaolo fu naturalmente tra i sostenitori più convinti di questa scelta che si è rivelata felice fino a questo PD in cui lui ha continuato a dare attività fino ad oggi, preso dalla sua passione politica inestinguibile.
Volle diventare socio dell’Archivio del Movimento di Quartiere perché il suo desiderio era quello di donare tutta la sua documentazione che sappiamo essere di grande importanza, preciso come lui era con le cose che fanno la storia. E lui ne ha fatta davvero.
Agosto di tanti anni fa.
La notte arriva e nel prato di via Maccari la festa dell’Unità si scioglie piano piano.
La casa del popolo non c’è ancora.
Restano i due compagni che davanti alla piccola roulotte fanno il turno di guardia agli stands di bandone.
Salutano chi va via.
li ultimi ad andarsene a casa sono sempre loro:il Pampaloni e il Taurini.
Buona notte Giampaolo.
Franco Quercioli consegna le chiavi della parrocchia alla Curia fiorentina (1969)

domenica 20 maggio 2012

2 GIUGNO, RIPUDIAMO LA GUERRA


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 20 maggio 2012

Storie dell’altro mondo: la resistenza politico-culturale delle donne
dell’associazione “Il Giardino dei Ciliegi”
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con l’intervento di Sandra Cammelli del Giardino dei Ciliegi

Gesù, il fariseo e la prostituta (dal Vangelo di Luca, 7, 36-50)
"Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una prostituta di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato e fermatasi dietro si rannicchiò ai suoi piedi e cominciò a bagnarli di lacrime, li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
Nel vedere questo il fariseo che lo aveva invitato pensò tra sé. "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice".
Gesù allora gli disse: "Simone, ho una cosa da dirti". Ed egli: "Maestro, dì pure".
"Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva 500 denari, l’altro 50. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?". Simone rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene".
E volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco". Poi disse a lei: "Ti sono perdonati i tuoi peccati".
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?". Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!""

Una riflessione sul Vangelo di Luca[1]
Prima di fare alcune considerazioni su questo passo del Vangelo, volevamo ricordare qual’era il modo di concepire e di trattare le donne nella Bibbia, nel Talmud e in molti altri scritti.
Le donne erano considerate creature impure; solo fonte di guai. Nascere femmina era una sciagura. Avere un figlia femmina era una disgrazia.
Nel Siracide è scritto “dalla donna ha avuto inizio il peccato:  per causa sua tutti moriamo” e ancora “.. è meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna”.
Nel Levitico si legge “quando la donna partorirà una femmina sarà immonda ..”.
Nel Siracide si legge: “Una figlia per il padre è una preoccupazione che toglie il sonno: nella giovinezza perché non sfiorisca, quando è accasata perché non sia ripudiata. Finché è ragazza si teme che resti incinta, quando è accasata che cada in colpa o che sia sterile”.
Le famiglie temevano la nascita di una femmina e pregavano che Dio li preservasse da questa sciagura. I padri quando avevano già una figlia potevano non nutrire la neonata lasciandola morire di fame o abbandonarla fuori della città (morivano mangiate dagli animali o venivano allevate da mercanti che ne facevano prostitute) oppure potevano allevarla e poi venderla come schiava. Erano pratiche diffuse, consentite dalle leggi e dalla religione. Le bambine abbandonate se sopravvivevano non avevano altra possibilità che fare la prostituta. Le bambine anche quando allevate in famiglia erano comunque destinate ad essere serve, prima del padre e poi del marito. A loro non era riservata alcuna istruzione, nemmeno quella religiosa perché nel Deuteronomio è scritto “le parole del Signore le insegnerete ai vostri figli” (e non è scritto “e alle vostre figlie”).
Questa è la condizione femminile nel mondo ebraico al tempo di Gesù.
Nel Vangelo si scopre una visione diversa, ci sono passi che raccontano gesti e comportamenti di Gesù di attenzione, di inclusione, di gentilezza per le donne, gesti scandalosi e inconcepibili per quel tempo.
Ci sono diversi passi che mostrano questo stile – il brano di Gesù e l’adultera, quello della donna emorroissa ed altri. Quello che abbiamo letto è stato a lungo considerato il più sconvolgente di tutti, tanto che per moltissimo tempo non è stato inserito nelle liturgie, non era letto. Ecco allora qualche sottolineatura su questo brano del Vangelo:
·        un fariseo invita a pranzo Gesù; i farisei, gli uomini più pii osservanti della legge nel mondo più minuzioso, già avevano inquadrato Gesù, lo detestavano, lo avrebbero voluto morto. Quindi questo non è un invito di gentilezza, è un modo per tendergli un tranello, metterlo in difficoltà e poi denunciarlo alle autorità; Gesù comunque accetta l’invito. E’ un pranzo solenne, in cui ci si distende alla greco-romana, gli invitati si reggono su un gomito e con la mano libera prendono il cibo. Le donne non sono ammesse. 
·        “Ed ecco” che entra una donna, una prostituta, con in mano gli arnesi del suo mestiere.
·        E’ un fatto sconvolgente inimmaginabile per molte ragioni:
o   perché le donne non erano mai ammesse ai pranzi (stavano separate in cucina) perché erano impure per definizione e le prostitute erano le più impure.
o   questa donna entra in casa, prende l’iniziativa, si inginocchia, gli tocca, gli bacia, gli bagna i piedi, li asciuga con i capelli. Il farisei e gli uomini di quel tempo restano sconvolti, Gesù si lascia avvicinare (i rabbini dovevano stare lontani almeno 2 metri dalle prostitute) si lascia toccare e baciare da una donna impura come una prostituta, con i capelli sciolti (le donne portavano il velo dall’età di 12 anni).
o   è sconvolgente il fatto che Gesù non la rimprovera affatto, non la richiama alle regole della legge, lascia fare. 
o   e la cosa più sconvolgente di tutte è che non le dice affatto “non peccare più”; le dice “ti sono cancellati i tuoi peccati”, senza che lei abbia fatto alcuna richiesta di perdono, alcuna promessa di cambiamento di vita. Gesù non le chiede niente perché questa donna non ha alcuna possibilità di cambiamento: non ha famiglia, nessuno la vorrebbe sposare, non può sopravvivere che così.
·        secondo i farisei, gli uomini più religiosi, il Regno di Dio tardava ad arrivare per colpa degli impuri, i peccatori, le prostitute, i pubblicani. Nel Regno di Dio sarebbero entrati i pochi selezionati osservanti di tutte le leggi, per i loro meriti. Gesù descrive un Regno nel quale sono accolti gli esclusi, dove non conta il merito ma la capacità di amare e accogliere l’altro.
·        ultima considerazione: nel brano la prostituta è anonima, non si sa chi sia, non ha nome. Ma questo episodio era così scandaloso che il papa Gregorio Magno vissuto tra il 500 e il 600 ha promosso nel 591 un’operazione con la quale si è accostata questa prostituta a Maria Maddalena dandole una immagine di donna penitente. Questa identificazione è stata ufficialmente rigettata dalla Chiesa Cattolica nel 1961 ma l’immagine di “donna penitente” è rimasta nelle stratificazioni religiose e nelle molte immagini artistiche.
Perché parliamo del Giardino dei Ciliegi

Il filo conduttore del nostro gruppo quest’anno é stato “Storie dell’altro mondo” abbiamo, pertanto, pensato di condividere insieme l’esperienza delle donne del Giardino dei Ciliegi, quale forma di resistenza ed azione politico-culturale nella nostra città.

Resistenza ed azione politica e culturale non solo perché si tratta di un gruppo di donne che dal 1988 porta avanti le tematiche della differenza di genere, ma anche perché in un sistema neoliberista come quello in cui oggi viviamo – che tende sempre più ad emarginare ogni forma di diversità e ad omologare tutto in un unico pensiero – è significativo e forte il lavoro politico che le donne del Giardino dei Ciliegi oppongono a questo disegno.

L’associazione ha mantenuto i principi per i quali é nata. Si legge in un suo primo documento “Un luogo” e “Un progetto”: è, infatti, luogo aperto di relazione, luogo che appartiene a chi agisce il pensiero del suo progetto e lo condivide con il ‘fuori’, spazio per attività diverse, “per lo studio, per la lettura, per la documentazione”, per l’agire dei femminismi e il cogliere la ricchezza dei loro saperi, per costruire – nella consapevolezza delle differenze – un mondo ‘altro’ di donne e uomini insieme.

Le attività, oggi, del Giardino dei Ciliegi sono molteplici e vanno dai Laboratori di Scrittura, sia all’interno dell’associazione ma anche presso il carcere di Sollicciano, nella sezione femminile - in Comunità è stato di recente presentato il libro, curato da Monica Sarsini, “Alice nel paese delle domandine”, una raccolta di scritti delle detenute – ai Laboratori di Intercultura. L’intercultura attraverso la letteratura, con incontri di autrici di altri paesi che scrivono anche nella nostra lingua, ma anche l’intreccio con donne migranti che vivono le contraddizioni della società occidentale e raccontano le esperienze, amare, da loro vissute e le sofferenze patite nei paesi di origine.
Si promuove la conoscenza con la presentazione di libri e documenti sia di scrittrici dimenticate o non riconosciute dal “canone” letterario, ma anche con scrittrici famose, molte delle quali sono diventate amiche dell’associazione.

All’interno del Giardino dei Ciliegi esiste la Libera Università di donne e uomini IPAZIA: un gruppo di donne e uomini giovani e meno giovani riflettono sulle tematiche del vivere in una quotidianità urbana, dove spazi e tempi sono sempre più corrosi da uno spregiudicato consumo del territorio. Vengono costruiti insieme incontri e iniziative con il movimento dei precari.

E’ un luogo dove si fanno installazioni di mostre, performances, seminari intensivi sull’autobiografia e sulla maggior consapevolezza di sé. Ma anche incontri fra donne e uomini sulla violenza sessuale e sulla sessualità in genere.
Le donne del Giardino dei Ciliegi nel loro lavoro politico collaborano con la Società Italiana delle Letterate, la Libreria delle Donne, Libere Tutte, Artemisia.

Il progetto politico dell’associazione riconosce e promuove i valori propri di una democrazia compiuta, è aperto al confronto, anche conflittuale, con saperi ed esperienze complesse e variegate.


2 GIUGNO, RIPUDIAMO LA GUERRA

Dal 20 al 22 aprile scorso si è tenuto a Pietralba (Bolzano) il Convegno “La Pace: realismo di un'utopia. Ernesto Balducci e David Maria Turoldo vent'anni dopo 1992 – 2012”. Al termine del Convegno è stata inviata una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella quale si chiede che la Festa della Repubblica non sia celebrata con parate militari e sfoggio di armi. Proponiamo di leggere la lettera (già firmata tra gli altri da Pax Christi, Movimento nonviolento, dal Cipax, dalla Tavola per Pace, dalla Fondazione Balducci, Testimonianze, Mosaico di Pace) e di sottoscriverla ed inviarla anche noi come Comunità.


Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
Palazzo del Quirinale, 00187 Roma.

La pace è l'unico valore veramente rivoluzionario, diceva Turoldo, perché costringe a ripensare tutte le categorie del vecchio mondo che è stato costruito sulle macerie delle guerre.
E Balducci, rivolgendosi ai cristiani, ricordava che una chiesa veramente evangelica deve essere come un'obiezione di coscienza piantata da Dio nella carne viva del mondo.

Essere costruttori di pace oggi significa obiettare al sistema di guerra e alle spese militari che la guerra rendono possibile. 
Noi vogliamo essere cittadini obbedienti alla Costituzione italiana, scritta subito dopo il flagello del secondo conflitto mondiale, e proprio per questo tesa al ripudio della guerra stessa. Lo dice l'articolo 11. E' la stessa Costituzione che ci indica come la nostra Repubblica sia fondata sulla forza del lavoro. Lo dice l'articolo 1. In mezzo, tra l'articolo 1 e l'articolo 11, ci sono 10 articoli fondamentali della nostra carta costituzionale, su altrettanti valori fondanti: la giustizia, la libertà, la salute, l'educazione, ecc. Questo significa che i lavoratori devono costruire le condizioni per la dignità della vita di tutti coloro che vivono nel nostro paese, e che la guerra (e la sua preparazione) è l'unico vero disvalore da espellere per sempre dal contesto sociale e civile.

Per tutto questo noi non comprendiamo perché la Festa della Repubblica, che ricorre il 2 giugno, venga celebrata con le parate militari, la sfilata della armi, la mostra degli ordigni bellici. E' una contraddizione divenuta ormai insopportabile. Questo è il ripudio della Costituzione,non della guerra. E' il rovesciamento della verità.

Il 2 giugno ad avere il diritto di sfilare sono le forze del lavoro, i sindacati, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile. Queste sono le forze vive della Repubblica; i militari hanno già la loro festa, il 4 novembre, che ricorda “l'inutile strage” della prima guerra mondiale, come disse il papa Benedetto XV.

A lei, Presidente della Repubblica chiediamo di abolire la parata militare del 2 giugno, anche per rispettare la necessità di risparmio economico (ci costerà dieci milioni di euro): inviti i giovani disoccupati e i pensionati come rappresentanti del popolo italiano in sofferenza. E' un vero e proprio scandalo che mentre si impongono pesanti sacrifici a tutti, il Parlamento ed il Governo abbiano confermato l'enorme spesa di oltre 10 miliardi di euro per l'acquisto dei cacciabombardieri F35.

Ci impegniamo ad interpellare le autorità civili delle nostre città, sindaci, prefetti, consiglieri comunali, deputati, affinché sostengano questa nostra proposta, scrivendo anche lettere ai giornali e diffondendole nei luoghi di lavoro. Il 2 giugno con le nostre associazioni vogliamo celebrare l'Italia che “ripudia la guerra”: dove possibile organizzeremo delle sfilate dove i cittadini disarmati innalzeranno i cartelli con l'articolo 11 della Costituzione.

In ricordo di Benedetta Liberi, una delle fondatrici del Giardino dei Ciliegi e una cara amica della Comunità, leggiamo questa sua poesia


FEMMINILE
Con puntiglio tentiamo di ricomporre
il puzzle delle generazioni
con la luna e la terra il latte il sangue il vento
(ma la luna è di neon e ci inchioda
in pose da manichini
la terra avvelena i suoi frutti
il latte ci inacidisce nelle mammelle
il sangue ce lo levano sul tavolo di marmo
il vento vischioso atterra
il castello di carte della rivoluzione)
Non vogliamo che le figlie
abbiano pena di noi
come noi delle madri
non vogliamo che mangino frutti velenosi
e bevano latte inacidito
non vogliamo che la fucina della nostra ira
prepari altri coltelli spuntati
(con l’ago ci siamo cucite i sudari
di complice silenzio
con la scopa abbiamo spazzato via
gabbiani e stelle
e i sogni,ben ripiegati,sepolti
in cassetti odorosi di spigo)
Ed ora che ci strappiamo di dosso
 la pelle delle abitudini
e andiamo a riprenderci la luna e la terra
il latte il sangue il vento
il mondo che mettiamo al  mondo

ci spaventa il nostro coraggio
e oscilliamo smarrite in cima a una scala
di cui mancano gli ultimi pioli

E Dio mi fece donna

E Dio mi fece donna,
con lunghi capelli,
gli occhi, il naso e la bocca da donna
Con rotondità e peli e dolci cavità,
mi scavò dall'interno
e fece di me lo studio degli esseri umani.
Tessé delicatamente i miei nervi,
equilibrò con cura il numero dei miei ormoni,
Compose il mio sangue e me l'iniettò
perché irrigasse tutto il mio corpo.
Così nacquero le idee, i sogni e l'istinto.
Creò il tutto con grandi colpi di fiato
scolpendo con amore
le mille e una cosa
che mi fanno donna ogni giorno e
per le quali con orgoglio
mi alzo ogni mattina
e benedico il mio sesso.      
         

di Gioconda Belli



[1] queste considerazioni sono tratte dal Seminario “Tra fede e sacrilegio: le donne nel Vangelo”, tenuto dal biblista Alberto Maggi nel 2009.

martedì 28 febbraio 2012

“non avere paura, ti racconto una storia"


 Comunità dell’Isolotto: incontri ragazzi, genitori, adulti
26 febbraio 2012
“non avere paura, ti racconto una storia”
la paura di restare soli: non aver paura, non resterai solo!

0. Introduzione al film “La profezia delle ranocchie”
Nel film che abbiamo visto nei giorni scorsi si racconta la storia di Ferdinand, marinaio in pensione, di sua moglie Juliette, originaria d'Africa e di Tom, loro figlio adottivo; una famiglia che vive in un casolare in cima ad una collina. I vicini, i Lamotte, che vivono poco lontano, stanno per partire per un viaggio. Juliette e Ferdinand si sono offerti di occuparsi, durante la loro assenza, di Lili la loro bambina. Ma la sera in cui i Lamotte stanno per partire, la campagna circostante è percorsa da un’enorme preoccupazione; il mondo delle rane è in subbuglio: le rane hanno capito che sta per arrivare un diluvio universale. Pioverà per quaranta giorni e quaranta notti, ma…

1. Storie del diluvio universale. Una metafora delle paure dell’umanità
Vediamo insieme alcune scene del film che annunciano un nuovo diluvio universale e che raccontano la paura delle rane, degli animali e degli uomini. E’ la paura naturale che l’umanità, ha provato, sia in tempi antichissimi sia oggi, di fronte alle calamità naturali, siano esse terremoti, alluvioni,  siccità, epidemie…ed è una metafora di tutte o di tante delle paure che ci attraversano.

1a. La storia del “diluvio universale” nella tradizione biblica (tratto dalla Genesi)
Il mondo era diventato un posto brutto perché gli uomini non facevano che litigare e farsi la guerra. Quando Dio se ne accorse si dispiacque così tanto che pensò che se il mondo era venuto così, tanto valeva distruggerlo.
Ma sulla Terra c’era un uomo buono, il suo nome era Noè. Allora Dio parlò a Noè: “So che ci sarà un grande diluvio…il mondo così com’è non mi piace, ma tu costruisci una grande arca, con più piani, ricoprila di pece per renderla impermeabile, portaci tutta la tua famiglia e una coppia di animali di tutte le specie”.
Poi cominciò a piovere. La pioggia divenne sempre più forte. I fiumi ruppero gli argini, il mare inondò la Terra. L’arca galleggiava. Piovve per giorni e giorni. Il mondo si ricoprì d’acqua, ma nell’arca tutti erano all’asciutto.
Poi dopo molti giorni, il vento si calmò e le acque cominciarono ad abbassarsi. Allora Noè mandò un corvo a fare un giro, ma il corvo non trovò un posto asciutto sulla Terra dove fermarsi.
Allora Noè aspettò ancora un po’ e poi mandò una colomba a fare un giro, ma la colomba dopo un po’ ritornò, non aveva trovato un posto asciutto dove fermarsi.
Noè aspettò ancora. Poi fece volare via di nuovo la colomba e questa volta la colomba tornò con un ramoscello di olivo nel becco. Noé capì allora che era arrivato finalmente il momento per scendere dalla barca. Tutti erano felici. In quel momento un bellissimo arcobaleno brillò nel cielo. E Dio disse: “Ve lo prometto ogni volta che vedrete l’arcobaleno ricordatevi della promessa che ti faccio ora: mai più sarà distrutta la Terra con tutte le sue creature”.

Il racconto del diluvio universale è presente nella memoria di moltissimi popoli, anche molto lontani tra loro. Sono stati contati oltre 400 miti diversi che narrano la storia di un grande diluvio. Questi miti sono così diffusi, diversi ma simili tra loro per molti aspetti, che gli studiosi sono arrivati a sostenere che è probabile che l’attuale umanità derivi da un’umanità sopravvissuta a terribili cataclismi avvenuti in tempi lontanissimi. Facciamo una lettura animata del mito greco.

1b. Il racconto del “diluvio universale” secondo il mito greco
Il Dio del mare e degli oceani, Poseidone, batté il suo tridente, il mondo tremò e ogni superficie fu invasa dalle acque provenienti dal cielo, dai fiumi e dal mare
Il Titano Prometeo però aveva letto nella mente di Zeus, aveva capito cosa stava per succedere, e poiché aveva a cuore la sorte degli uomini si adoperò per salvare dal diluvio almeno suo figlio Deucalione e sua moglie Pirra, famosi in tutta la Grecia per la loro benevolenza e onestà.
Prometeo disse, allora: “Deucalione, Figlio mio, Presto, costruisci un’arca di legno e mettiti in salvo insieme a tua moglie! Porta con te le cose più care!”.
Deucalione si mise al lavoro e in poco tempo completò la costruzione dell’arca.
Poi piovve, piovve e piovve, per nove lunghi giorni e nove lunghe notti. Le acque ricoprirono completamente la Terra. La mattina del decimo giorno le piogge cessarono e l’arca fluttuava sulle acque finalmente calme.
“Guarda, moglie mia, i venti si sono placati…” disse Deucalione.
“… e i raggi del sole ricompaiono tra gli squarci delle nuvole”, aggiunse Pirra.
“Io però sono immensamente triste. Siamo rimasti soli. Non esiste più la Terra…. non ci sono più colline, né pianure, né montagne, né esseri viventi…Tutto è sommerso dalle acque” disse Deucalione.
Poi lentamente le acque si ritirarono, le valli si prosciugarono e il mondo riprese l’aspetto di prima. Era però completamente deserto e silenzioso.
“Moglie mia – disse triste Deucalione – siamo rimasti gli unici esseri umani. O se fossi capace, come fece un giorno mio padre, di modellare con il fango gli uomini e dare loro la vita”.
“Andiamo a pregare al Santuario della Dea Temi – propose Pirra, ella è benevola e sicuramente ci aiuterà”. Si misero in viaggio e quando giunsero al tempio invocarono la Dea. La loro preghiera fu così intensa che la Dea, commossa, rispose: “Andate, copritevi il capo in segno di rispetto e gettate dietro di voi le ossa della Grande Madre”.
I due si guardarono stupiti.
“Che cosa avrà voluto dire la Dea moglie mia?” disse Deucalione.
“Non capisco, rispose Pirra, come possiamo disperdere le ossa di nostra madre?”.
Pirra e Deucalione rimasero silenziosi a lungo, pensando alle parole della Dea. Ad un certo punto Deucalione esclamò: “Ma certo!! La nostra Grande Madre è la Terra! le sue ossa sono le pietre! sono queste che dobbiamo gettarci dietro le spalle!”. Così i due decisero di tentare, si coprirono il capo con un velo e iniziarono a camminare raccogliendo sassi e gettandoli dietro le spalle; in poco tempo le pietre persero la loro fredda durezza e presero la forma di esseri umani. I sassi scagliati da Pirra diventarono donne; quelli di Deucalione presero la forma di uomini. In questo modo il genere umano ripopolò la Terra sua Grande Madre.



1.c Il racconto del “diluvio universale” nella tradizione induista
Manu era un grande saggio. Suo padre era il Sole e suo nonno era il dio Brahma, ma Manu li superò entrambi per la fede e la costanza di una vita austera.
Un giorno mentre stava meditando vicino alla riva di un fiume un pesce gli rivolse la parola. Era un pesciolino e, disse, che la vita era molto difficile per lui a causa di tutti i pericoli che lo minacciavano. Manu ascoltò la supplica di quella piccola creatura, lo prese con le mani e lo mise in un vaso di argilla.
In poco tempo il pesce crebbe così tanto da non poter stare nel vaso e chiese a Manu di trovargli una dimora più adatta. Manu lo spostò prima in una grande vasca, poi nel Gange e infine nell’Oceano, tanto grande era diventato il pesce.
Il pesce ringraziò Manu per la sua benevolenza e gli disse che presto l’universo sarebbe stato distrutto da un grande diluvio: Manu doveva costruire una barca grande e robusta capace di resistere al diluvio. Non doveva parlare di questo con nessuno; avrebbe dovuto anche costruire una lunga corda e raccogliere nell’arca tutti i semi tenendoli ben divisi gli uni dagli altri. Il pesce promise che sarebbe ricomparso al momento giusto.
Manu costruì l’arca, vi raccolse semi di ogni tipo, intessé una lunga corda e attese il diluvio.
Quando questo iniziò Manu salpò sulle acque in tempesta e proprio in quel momento riapparve il pesce: Manu gettò la corda intorno alla grande pinna del pesce e questi trascinò l’Arca in mezzo alla tempesta.
Il diluvio durò per anni e in questo tempo scomparvero tutti gli esseri viventi, compresi gli dèi, i demoni, le bestie, gli uomini, gli abitanti del cielo e della terra.
Venne infine il giorno in cui il diluvio cessò e l’arca approdò su una montagna dell’Himalaya. A questo punto il pesce parlò di nuovo e disse: “Io sono Brahma, il signore di tutte le creature. Ho preso la forma di pesce per salvarti dal diluvio e ora tu creerai gli dèi, i demoni e gli uomini per ripopolare l’universo”.
Con il potere concessogli da Brahma, Manu iniziò a ripopolare la Terra e tutto l’universo.

2. Scene dall’Arca. Una metafora di una possibile gestione dei conflitti
In ogni Arca ci sono creature anche molto diverse: c’è chi è piccolo e teme di essere schiacciato e chi è grande e grosso e ha bisogno di spazio, chi dorme di notte e chi di giorno, chi è tranquillo e chi è vivace.... Si possono creare dei conflitti: in genere questi si creano non perché ci sono i “buoni” e i “cattivi”, ma perché ognuno ha bisogni diversi.
Nella prima parte della scenetta mostreremo come i contrasti possono degenerare (animali che si aggrediscono l’uno con l’altro) quando non si sanno dire i propri bisogni e non si ascoltano quelli degli altri. Nella seconda parte un bradipo in gamba, ci mostrerà che “per con-vivere sull’arca” può essere utile e anche divertente vedere le cose da più punti di vista, imparare a riconoscere i propri bisogni, ad ascoltare quelli degli altri e a cercare delle soluzioni per tutti.
Recita delle scenette.






3. Proiezione delle scene tratte dal film su bambini che hanno paura di restare soli..
In questo film, e anche nel film che avevamo visto prima di Natale “Vai e vivrai”, sono raccontate storie di bambini spaventati perché hanno perso (o temono di perdere) i genitori, hanno paura di restare soli e che nessuno si occuperà di loro. Nel film c’è anche la storia di una bambina i cui genitori hanno una difficoltà temporanea e si appoggiano ad una famiglia amica per fronteggiare la situazione.

3a. Il racconto di esperienze di adozione, affido, reti familiari di sostegno
Le paure di questi bambini sono grandi paure, legittime, alle quali il mondo degli adulti deve dare risposte. Non abbiamo voluto parlarne in teoria ma con esperienze e testimonianze vissute.
Abbiamo pensato di farci raccontare alcune storie:
• la testimonianza di Luciana che ci racconta le scelte fatte tanti anni fa dalla Comunità nel farsi carico di bambini che non avevano famiglia;
• la testimonianza dei genitori di Michele che anni fa hanno adottato una bambina coreana;
• le testimonianze di altri che vogliono raccontare la loro esperienza ….
Oltre a quelle di Luciana e di Carla ci sono state anche le testimonianze di Noemi, di Maria e Giampaolo, di Paola e Urbano, di Claudia, di Lucia e Lorenzo … una emozionante condivisione di ricordi e di racconti passati e presenti, di difficoltà, di gioie, di scelte e affetti importanti.
























4. Dal Vangelo: la storia della tempesta [Marco, 4, 35-41]
In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro:“Passiamo all’altra riva”.
E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca.
Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento che gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena.
Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva.
Allora lo svegliarono e gli dissero:“Maestro, non t’importa che moriamo?”.
Destatosi, sgridò il vento e disse al mare:“Taci, calmati!”.
Il vento cessò e vi fu grande bonaccia.
Poi disse loro:“Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”.
E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una tempesta che spaventa i personaggi di questa storia; il mare non è un mare vero e proprio, ma è il lago di Tiberiade che gli Ebrei chiamavano “mare di Galilea”.
Abbiamo imparato che le storie del Vangelo spesso descrivono una situazione, ma in realtà vogliono spiegare qualcosa di diverso.
Anche in questo caso il significato della storia è un po’ più complicato rispetto a quello che sembra, al racconto miracoloso di Gesù che calma il vento e le onde. Lo studioso della Bibbia Padre Alberto Maggi dà questa interpretazione: “nella parabola precedente, quella del seminatore, Gesù aveva paragonato il regno di Dio a un granello di senape che, gettato nell’orto, fa nascere un albero così grande che tutti gli uccelli vi possono trovare riparo.
Con questo Gesù intendeva che il regno di Dio era così grande che tutti gli uomini vi avrebbero trovato posto, non solo gli ebrei, chi professava una certa religione o viveva in una certa nazione.
Gesù diceva che non era venuto a restaurare il regno di Israele (riservato al popolo che si considerava eletto) ma a inaugurare il regno di Dio, aperto a tutti i popoli grazie all’amore di Dio che non conosce confini e abbraccia tutta l’umanità.
Ma qui iniziano le difficoltà, perché i discepoli non capiscono, non ne vogliono sapere di dividere con qualcun altro il Messia, pensano al dominio di Israele su tutte le altre nazioni, che dovevano essere sottomesse e dominate.
Quindi i discepoli in qualche modo “sequestrano” Gesù per non farlo stare troppo con gli altri, per non condividerlo e tenerlo tutto per loro e si preparano ad attraversare il lago per andare verso la sponda opposta dove Gesù ha chiesto di andare.
Ma sulla sponda opposta abitano i pagani e i discepoli non hanno nessuna intenzione di mescolarsi con loro; come nel libro di Giobbe, il timore è quello che “se vado in terra pagana e predico la conversione, poi il Signore li perdona”, allora meglio prendere un’altra direzione per non incontrarli e non correre rischi.
Quindi la tempesta che si scatena non è una vera tempesta ma è una metafora del contrasto fra i discepoli e Gesù: i discepoli sono in ”tempesta” perché combattuti fra rispettare la sua richiesta e obbedire alla propria diffidenza, invece Gesù “dorme a poppa” perché è perfettamente tranquillo.
Gesù  vuole portare il suo amore ai pagani, invece i discepoli resistono e hanno paura.
Gesù li rimprovera “perché siete così paurosi, non avete ancora fede?”, non hanno quel briciolo di fede grande come un  granello di senape che sarebbe sufficiente per portare l’amore di Dio a tutta l’umanità”.






CANZONE “Ci son due cocco-drilli ed uno orango tango…”
prima di cantarla facciamo una sottolineatura….. i popoli antichi di fronte alle grandi catastrofi pensavano che il loro Dio (o i loro Dei) fossero arrabbiati con gli uomini… oggi sappiamo che i diluvi, i terremoti, le catastrofi, le malattie sono fenomeni naturali non sono mandati da nessun Dio. Allora possiamo cantare la canzone correggendo la frase:
"Il Signore si è arrabbiato il diluvio manderà:voi non ne avete colpa, io vi salverò" con: “Attenzione, attenzione, un diluvio ci sarà: bisogna organizzarci, ci salveremo”.


Ci son due coccodrilli
ed un orango tango,
due piccoli serpenti
e un'aquila reale,
il gatto, il topo, l'elefante:
non manca più nessuno;
solo non si vedono i due leocorni.

Un dì Noè nella foresta andò
e tutti gli animali volle intorno a sè:
"Il Signore si è arrabbiato il diluvio manderà:
voi non ne avete colpa, io vi salverò"
"Attenzione, attenzione un diluvio ci sarà: bisogna organizzarsi, ci salveremo”

Ci son due coccodrilli
ed un orango tango,
due piccoli serpenti
e un'aquila reale,
il gatto, il topo, l'elefante:
non manca più nessuno;
solo non si vedono i due leocorni.

E mentre salivano gli animali
Noè vide nel cielo un grosso nuvolone
e goccia dopo goccia a piover cominciò:
"Non posso più aspettare l'arca chiuderò."

Ci son due coccodrilli
ed un orango tango,
due piccoli serpenti
e un'aquila reale,
il gatto, il topo, l'elefante:
non manca più nessuno;
solo non si vedono i due leocorni.

E mentre continuava a salire il mare
e l'arca era lontana con tutti gli animali
Noé non pensò più a chi dimenticò:
da allora più nessuno vide i due liocorni.

Ci son due coccodrilli
ed un orango tango,
due piccoli serpenti
e un'aquila reale,
il gatto, il topo, l'elefante:
non manca più nessuno;
solo non si vedono i due leocorni