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venerdì 8 marzo 2013

Da Catacombe 1965 a Cappella Sistina 2013


Promemoria per i porporati riuniti in questi giorni nella Cappella di Michelangelo.
( Caro m’è ’l sonno, e più l’esser di sasso,
mentre che ’l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m’è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso).
Una testimonianza fra le più significative è stata quella di 500 Vescovi, alla fine del Concilio, che, con la loro presa di posizione,  indicano qual è la strada da seguire per un vero rinnovamento della Chiesa; un documento sconosciuto ai più.
E’ il cosiddetto ‘Patto delle catacombe’.
Fu scritto il 16 Novembre 1965 alle Catacombe di Domitilla, a 40 km da Roma, da 40 Vescovi provenienti da vari continenti. Poco dopo il numero dei firmatari si allargò a 500 Vescovi. 

                                PATTO DELLE CATACOMBE    (16 Novembre 1965)
Noi vescovi, essendo stati illuminati sulle deficienze della nostra vita per ciò che riguarda la povertà evangelica, incoraggiandoci gli uni gli altri in una medesima iniziativa nella quale ciascuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; uniti a tutti i nostri fratelli nell’'episcopato; contando soprattutto sulla forza e la grazia di nostro Si­gnore Gesù Cristo, sulle preghiere dei fedeli e dei sacerdoti delle nostre rispettive diocesi; mettendoci, col pensiero e con la preghiera, al co­spetto della Trinità, della Chiesa di Cristo, del clero e dei fedeli delle nostre diocesi; nell'umiltà e nella coscienza della nostra debolezza ma anche con tutta la determinazione e la forza della quale siamo sicuri che Dio voglia darci la grazia, ci impegniamo a quel che segue:
1. Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l'abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che vi è connesso (Mt 5,3; 6,33.34; 8,20).
2. Rinunziamo per sempre all'apparenza e alla realtà della ric­chezza, specialmente nelle vesti (stoffe di pregio, colori vistosi) e nelle insegne di metalli preziosi (queste insegne devono essere di fatto evangeliche, cf. Mc 6,9; Mt 10,9.10; At 3,6).
3. Non avremo proprietà né di immobili né di beni mobili né conti in banca o cose del genere a titolo personale; e se sarà necessario averne, le intesteremo tutte alla diocesi o a opere sociali o caritative (cf. Mt 6,19.21; Lc 12,33.34).
4. Affideremo, ogni volta che sia possibile, la gestione finanzia­ria e materiale nelle nostre diocesi a un comitato di laici compe­tenti e consapevoli del loro compito apostolico, per poter essere meno degli amministratori che dei pastori e degli apostoli (cf. Mt 10,8; At 6,1-7).
5. Rifiutiamo di lasciarci chiamare oralmente o per iscritto con nomi e titoli che esprimano concetti di grandezza o di potenza (per esempio: eminenza, eccellenza, monsignore). Preferiamo essere chia­mati con l'appellativo evangelico di "padre”.
6. Nel nostro modo di comportarci, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo ciò che può procurarci privilegi, precedenze o anche di dare una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (per esempio: ban­chetti offerti o accettati, "classi” nei servizi religiosi ecc.; cf. Lc 14,12.14; I Cor 9,14.19).
7. Eviteremo anche di incoraggiare o di lusingare la vanità di chiun­que con la prospettiva di ricavarne ricompense o regali o per qua­lunque altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare le loro offerte come una normale partecipazione al culto, all'apostolato e all’azione sociale (cf. Mt 6,2.4; Lc 16,9.13; 2Cor 12,14).
8. Dedicheremo tutto il tempo necessario al servizio apostolico e pastorale delle persone o dei gruppi di lavoratori che sono in con­dizione economica debole o sottosviluppata, senza che questo nuoccia ad altre persone o gruppi della diocesi. Sosterremo i laici re­ligiosi, i diaconi e i preti che il Signore chiama a evangelizzare i poveri e gli operai e a condividerne la vita operaia e il lavoro (cf. Lc 4,18; Mc 6,3; Mt 11,4-5; At 18,3.4; 20,33.35; I Cor 6,12).
9. Consapevoli delle esigenze della giustizia e della carità e dei loro mutui rapporti, noi cercheremo di trasformare le opere di be­neficenza in opere sociali, basate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze come un umile servi­zio degli organismi pubblici competenti (cf. Mt 25,31-46; Lc 12,13-14; 18,34).
10. Faremo di tutto perché i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici stabiliscano e applichino leggi sociali e promuo­vano le strutture sociali necessarie alla giustizia, all'eguaglianza e allo sviluppo armonioso e totale di tutto l'uomo in tutti gli uomini e giun­gano con questo a stabilire un nuovo ordine sociale degno dei figli del­l'uomo e dei figli di Dio (cf. At 2,44.45; 4,32.33.35; 5,4; 2Cor 8,9; ITm 5,16).
11. Poiché la collegialità episcopale trova la sua attuazione più evangelica nell'assumersi in comune l'onere delle masse umane in stato di miseria fisica, culturale e morale (due terzi dell'umanità), noi ci impegniamo a partecipare, secondo le nostre possibilità, agli inve­stimenti urgenti degli episcopati poveri; di raggiungere insieme, a li­vello delle organizzazioni internazionali ma a testimonianza del Vangelo, come il papa all'ONU, lo stabilimento di strutture econo­miche e culturali che non accrescano il numero delle nazioni prole­tarie in seno a un mondo sempre più ricco, ma permettano alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
12. Ci impegniamo a dividere nella carità pastorale la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, preti, religiosi e laici, perché il nostro mi­nistero sia un vero servizio. Così ci sforzeremo di “rivedere” la no­stra vita con il loro aiuto. Prepareremo dei collaboratori per poter maggiormente animare il mondo. Cercheremo di essere più umana­mente presenti e accoglienti; ci mostreremo aperti a tutti quale che sia la religione di ciascuno (cf. Mc 8,34.35; At 6,1-7; ITm 3,8.10).
13. Ritornati nelle nostre rispettive diocesi, noi faremo conoscere ai nostri diocesani queste nostre decisioni, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere. Che Dio ci aiuti a essere fedeli.

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O si riparte da qui o non c’è speranza!
Come si giunse a questo documento? Già Papa Roncalli, in un messaggio radiofonico ai cattolici del mondo, un mese prima dell’apertura del Concilio (il Concilio Vaticano II è durato dall’11 Ottobre 1962 al 7 Dicembre 1965) aveva affermato che la Chiesa si deve presentare al mondo come Chiesa di tutti e particolarmente come Chiesa dei poveri.
          Il Card. Lercaro, Arcivescovo di Bologna, che aveva trasformato il proprio Palazzo arcivescovile in un orfanotrofio e che poi sarà nominato come uno dei 4 Moderatori del Concilio, al termine della I Sessione riprese questa richiesta di Roncalli, chiedendo ai Padri conciliari di rendere la questione della presenza di Gesù Cristo nei poveri, non un tema fra gli altri, ma la questione centrale del Concilio.
          Il tema ‘Gesù, i poveri e la Chiesa’ era già stato lanciato dal Vescovo di Nazareth e dal Vescovo di Tournai in Belgio, perché avevano distribuito ai Padri conciliari uno scritto di Paul Gauthier, prete operaio a Nazareth, nel quale la povera gente di quella città poneva ai Padri la richiesta di considerare la stretta relazione di amore che deve unire la Chiesa e i poveri.
          Questa iniziativa sfociò poi nella nascita di un gruppo informale, animato dallo stesso Vescovo di Tournai e dal Card. Gerlier, formato da più di 50 Vescovi e da una trentina di esperti conciliari. Tra questi c’erano Helder Camara, Vescovo di Recife, Manuel Larrain Vescovo di Talca in Cile che poi furono tra i primi firmatari del ‘Patto delle Catacombe’. Mons. Larrain addirittura verrà citato da Paolo VI nell’Enciclica ‘Populorum progressio’.
          Il Papa fu sempre tenuto informato di questi lavori. Anzi fu proprio Paolo VI a indire un’assemblea dei Vescovi latino-americani e poi nel 1968 a fare il viaggio a S. Josè de Mosquera in Colombia, quando si inginocchiò davanti ai contadini, una delle popolazioni più povere del mondo. Sono belli e significativi i simboli, ma se restano solo gesti?.........
Questi sono gli antefatti del cosiddetto ‘Patto delle Catacombe’.

Quello che è successo in questi ultimi anni dentro le mura vaticane non solo tradisce quegli obiettivi profetici di cui parla il documento dei 500 Vescovi, ma si pone su un piano condannabile perfino dal Codice penale.
Che ci sia questa vergognosa lotta di potere all’interno del Vaticano è fuori discussione, ma riconoscere la crisi può diventare un’occasione opportuna di conversione e di rinascita. Secondo me è giunto il momento che la Chiesa passi da una struttura rigidamente monarchica, che consente rapporti di potere al suo interno, ad una struttura dialogica, conciliare. Anche la gestione dei beni della Chiesa deve essere pubblica, trasparente, controllabile dal popolo cristiano.
‘Chiesa per i poveri’ o ‘Chiesa povera’? Ai tempi del Concilio era un’alternativa forte. Sembra quasi la stessa cosa, ma c’è un abisso fra questi due obiettivi. Il primo può giustificare gli intrallazzi più impensabili per acquistare potere e danaro, col pretesto di aiutare chi ha bisogno. Il secondo esige un totale coinvolgimento con gli ‘ultimi’.
Il libro di Geremia si apre con questa visione: il Profeta vede da una parte un ramo di mandorlo che sta per fiorire; dall’altra una caldaia inclinata che sta per rovesciarsi. Sono due possibilità che sia la Chiesa che l’umanità hanno davanti: lo sbocciare di una nuova stagione oppure la devastazione più completa. Ma Dio è ‘vigile’; se avremo il coraggio di rinnovarci, una nuova primavera ci attende.

don Fabio Masi – Parroco

martedì 29 gennaio 2013

Riforma cattolica e reazione antiprotestante

Il libro di Roberto Bartoli


  Roberto Bartoli - Riforma cattolica e reazione antiprotestante. Aspetti della realtà religiosa italiana fra '400 e '600. 
 Il Pensiero Critico ed. marzo 2012. € 10, pagine 208.                       

L’idea che sta alla base del libro è che la religione riveste un ruolo di grande importanza nella formazione della coscienza di un popolo sotto tutti gli aspetti, politici, morali, civili in genere e non solo religiosi. Per quel che riguarda il nostro paese assumono un particolare rilievo le vicende che si snodano fra ‘400 e ‘600, con al centro la Riforma protestante e la reazione cattolica definita in tutti i suoi aspetti dal Concilio di Trento. A Trento viene tracciato il progetto di riforma del cattolicesimo avente per obiettivo primario quello di fare della Chiesa un corpo compatto, sottoposto ad una disciplina ferrea basata sul principio dell’obbedienza incondizionata del fedele all’autorità ecclesiastica, senza interrogativi e dubbi. Riceve perciò un forte impulso l’indirizzo volto a rafforzare ed esasperare la struttura gerarchica ed istituzionale della Chiesa cattolica, con la separazione sempre più marcata fra laici e clero e col rafforzamento dell’autorità ecclesiastica, con al centro la figura del papa. La stessa religiosità prende sempre più un’impronta disciplinare, in modo da consentire al clero il controllo stretto sulla vita del popolo, separato dal contatto diretto con la Scrittura ed inserito in un modello di vita cristiana centrato sui sacramenti, sulla partecipazione alla messa ed alle grandi cerimonie religiose, sulla venerazione dei santi ed il culto delle reliquie, ovvero su una sistematica manifestazione esterna della fede. Per contro il clero, cui viene assegnato il compito primario di controllare il comportamento dei fedeli, vede esaltata la propria figura di superiore autorità che si presenta con una veste sacrale ad un popolo chiamato alla passiva sottomissione. Finiscono in tal modo cancellati quegli orientamenti interni di riforma della Chiesa cattolica che dalla fine del ‘400 ai primi decenni del ‘500 avevano mirato al rinnovamento spirituale della coscienza cristiana alimentato dal contatto diretto con la Scrittura. Anche il ceto colto dei “letterati” perde la propria indipendenza culturale e viene inquadrato nelle schiere dell’antiprotestantesimo ad esclusivo servizio della Chiesa, come suo “intellettuale organico”. Sotto l’effetto di questo indirizzo tridentino, sostenuto dalla minaccia di feroci mezzi repressivi, non c’è da meravigliarsi se il livello di spiritualità religiosa e di moralità degradano nella simulazione, nell’ipocrisia, nel conformismo, nella doppia morale: «Insomma, dopo aver narcotizzato la coscienza religiosa e, proprio per quel motivo, la Controriforma cattolica opera una vera e propria espulsione di ogni forma di indipendenza personale ed è quindi alla radice della corruzione della coscienza morale del nostro paese, che tanti effetti nefasti riverserà sulla successiva storia nazionale italiana fino ai nostri giorni».
 Roberto Bartoli

Per chi interessa il libro può essere richiesto alla Comunità dell’Isolotto di Firenze (Via degli aceri1, tel. 055711362, email comunitaisolotto@comunitaisolotto.org) ed all’autore al numero telefonico 055 6531683, con un rimborso spese di € 10.

Nota
Indice e Introduzione del libro:


SOMMARIO
Introduzione 7

I -RIFORMA CATTOLICA E
CONTROLLO DEL MONDO RURALE E POPOLARE pag. lO
Gli strumenti per il controllo della
fede popolare nel programma tridentino:
PREDICAZIONE E CATECHESI 17
IL SACRAMENTALISMO 21
SACRIFICIO DELLA MESSA, VENERAZIONE DEI SANTI,
DELLE RELIQUIE E DELLE IMMAGINI SACRE pag. 27
IL MONOPOLIO DEL CLERO SULLA SCRI1TURA pag. 31
IL RUOLO DEL CLERO E LA NUOVA FIGURA DEL PRETE pag. 35
IL PROBLEMA DELLA PERMANENZA DELLA RELIGIOSIT À
PAGANO-NATURALlsncA E DELLA CULTURA FOLKLORICA NEL POPOLO,
SOPRAlTU1TO NELLE CAMPAGNE 55
L'ATTACCO CULTURALE E L 'uso DELLA REPRESSIONE INQUISITORIALE.pag. 62

Il -IL CONTROLLO ECCLESIASTICO SULLE t LITE POLITICHE,
SOCIALI ED INTELLETTUALI E SULLA CULTURA
L 'intellettuale ad esclusivo servizio della fede pag. 75
LA RELIGIONE NEL PENSIERO DI MACHIAVELLI pag. 79
IL RIFORMISMO INTERNO ALLA CHIESA 83
IL "LIBELLUS" DI QUIRINI E GIUSTINIANI 95
I FRAGILI EQUILIBRI DELL 'EVANGELISMO 100
IL DIBATTITO RELIGIOSO ITALIANO E
LA SCRITTURA FINO AL CONCILIO DI TRENTO pag. 104

III -IL CONCILIO DI TRENTO
Il fallimento dei tentativi di conciliazione prima di Trento.pag. 115
IL PROGETTO TRIDENTINO... 125
TRENTO: RIFORMA DELLA CHIESA O CONTRORIFORMA? pag. 130
GLI EFFETTI DEL CONCILIO DI TRENTO 136
INTELLElTUALI ITALIANI E CHIESA CATfOLICA NEL '500 pag. 149
LA DISCIPLINA CQNTRORIFORMISTICA DELLA SCRITTURA SACRA,
DEGLI STUDI E DELLA STAMPA DEI LIBRI pag. 157
LA CRISI DEFINITIVA DELL 'EVANGELISMO 162

IV -I MEZZI REPRESSIVI
Lo sterminio indiscriminato e l'Indice dei libri proibiti pag. 173

L'INQUISIZIONE UNIVERSALE 179
LE RADICI STORICHE DELL 'IDEOLOGIA INQUISlTORIALE pag. 188
V -CONCLUSIONE 201
BIBLIOGRAFIA 207

INTRODUZIONE

Nella tradizione cristiana di tutto il Medio Evo, alto e basso, la massa dei fedeli era esclusa dalla conoscenza diretta della Bibbia. A colmare questa lacuna provvedeva da un lato 1 'immagine sacro-pittorica, ossia la sacra rappresentazione intesa come la Bibbia per gli ignoranti; e, dall'altro, la predica, rivendicata come esclusivo compito dell'ordine sacerdotale. Nell'ignoranza delle grandi turbe, il sacerdozio trovava uno dei motivi per l' affermazione della propria necessità, come ponte fra la parola di Dio ed il singolo fedele. Uno dei temi fondamentali su cui era maturata la separazione dal corpo della Chiesa ufficiale dei movimenti ereticali, era stato appunto questo della Scrittura, che gli eretici volevano rendere accessibile direttamente al popolo -da qui la traduzione della Bibbia in lingua volgare -negando con ciò ogni ragion d'essere all'ordine sacerdotale e, quindi, ad una Chiesa gerarchicamente strutturata con la sua netta divisione fra clero (Chiesa docente) e laicato (Chiesa discente ). Si comprende, allora, agevolmente perche nella lotta contro l' eresia, il perno su cui ruotava la difesa dell'ortodossia dottrinale fosse appunto questo della Scrittura. Si diceva che la parola di Dio era difficile ad intendere per gli ignoranti, sicché solo la Chiesa sacerdotale possedeva la chiave per comprenderla correttamente, Cosicché al fedele per salvarsi bastava affidarsi al magistero ecclesiastico, credere ciò che esso comandava ed ubbidirlo fedelmente. Era questa, del potere gerarchico del clero, una rivendicazione che ha improntato di se molti secoli di storia ecclesiastica e che era andata delineandosi sempre più decisamente in stretta connessione al progressivo carattere gerarchico-istituzionale assunto dalla Chiesa. Un tale indirizzo è stato presente fino dai primi secoli del cristianesimo, almeno dal secondo secolo, con particolare intensità nella seconda metà. Ma senza andare così lontano, lo vediamo emergere in modo consistente nell 'XI secolo con le lotte per la riforma della Chiesa nel grande conflitto fra papato ed impero. Alla fine del XlIo secolo ed all'inizio del XIlIo, col pontificato di Innocenzo III, la coscienza delle prerogative affatto speciali del clero e del suo ruolo unico e carismatico, era ormai decisamente formulata in termini inequivocabili. Nel suo " Dialogus" il papa affermava che " la funzione di predicare, vale a dire di insegnare pubblicamente, la posseggono coloro che sono designati per essa, vale a dire i vescovi e i preti nelle loro chiese, e gli abati nei monasteri, cui è affidata la cura delle anime"I, In tal modo il corpo sacerdotale si distanziava dal popolo, in special modo dalla folla dei fedeli incolti, di cui si tendeva a sottolineare l'ignoranza e l'incapacità a ben vivere ed operare senza la guida del clero. In una predica tenuta nella quaresima del 1304 a Pisa, Giordano da Rivalto, domenicano, affermava che "non è commesso ad ogni uomo 1 'ufficio di predicare,' che, innanzi a tutte le femmine è vietato in tutto e per tutto; appresso, tutti i laici e idioti che non hanno lettere; onde niuno può essere predicatore se non è letterato e scientifìco".  Con la seconda metà del '300, dopo la terribile esperienza della peste nera, cominciò a maturare una tendenza religiosa, peraltro già presente nella coscienza cristiana, che sovrapponeva alI'ansia per la fine del mondo quella per la fine individuale e per la sorte dell’anima dopo la morte, Si assiste, pertanto, ad una sempre maggiore accentuazione di una religiosità intimistica e privatistica, tutta tesa a cercare i mezzi che assicurassero la certezza della salvezza dell'anima. Le pratiche cultuali, le devozioni ritualistiche, il rispetto ossessivo delle prescrizioni liturgiche, diventarono allora il centro costitutivo di questa aspirazione alla sicurezza che voleva sciogliere tensioni ed inquietudini. Si trattava di una religiosità che recava in se una evidente impronta mercantile, con la sua contabilità del dare e dell'avere, dei peccati da rimettere ed espiare e dei meriti acquisiti con le opere di devozione e di culto. Non c'è quindi da meravigliarsi se essa caratterizzava in primo luogo il ceto borghese mercantile, culturalmente aperto ed ormai nettamente separato e distinto, per modi di vita e cultura, dalla massa ancora ignorante del popolo. Per quest'ultima andavano ancora bene le bibbie dipinte, "le dipinture degli angeli e Santi, per utilità mentale dei più bassi ", mentre " le Scritture rivelate sono principalmente per i più perfetti".
Così il ceto mercantile colto includeva anche la Bibbia fra le sue letture, di modo che, col' 400, il monopolio ecclesiastico della conoscenza scritturistica aveva perso la sua esclusività. Si rendeva in tal modo ancor più palese, che la discriminazione in materia di Sacra Scrittura si radicava nella differenziazione sociale che poneva adesso, accanto alla elite culturale e sociale dei chierici, quella economico-sociale del ceto mercantile. D'altra parte la esclusione dal contatto diretto col testo sacro delle donne e degli idioti, secondo la designazione di Giordano da Rivalto prima richiamata, era resa materialmente possibile dati il diffuso analfabetismo ed il latino in cui era pubblicato il testo biblico. Quando però nel '500 irruppe la Riforma luterana a lacerare il tessuto fino ad allora unitario della Chiesa legata a Roma, l'intero quadro del cristianesimo di marca cattolica finì per subire cambiamenti profondi, pur nel segno della continuità di alcuni aspetti fondamentali, che vennero addirittura notevolmente sviluppati, come l'irrigidimento gerarchico dell'istituzione ecclesiastica. In particolare, per quel che concerne il rapporto del fedele con la Sacra Scrittura, mentre venne perseguito e reso ancor più drastico il precedente orientamento nei confronti del popolo incolto, riguardo al ceto intellettuale, ai letterati come si diceva allora, il rivolgimento fu radicale e la separazione fra clero e laici in generale fu ancor più esasperata con le imposizioni controriformistiche. Ne uscì una particolare forma di religiosità che, per quanto non del tutto estranea alla spiritualità cristiana maturata nel corso dei secoli, recava anch'essa i segni di una selezione che potenziava ed inaspriva alcuni elementi del modo di vivere la fede, escludendone o comunque soffocandone altri. Questi brevi accenni credo bastino per farci capire l' importanza dell'epoca che andremo a prendere in considerazione, distesa fra il' 400 ed il '600, dalla quale l'intero cristianesimo occidentale venne profondamente segnato. In particolare in Italia, sede del papato, le ripercussioni furono di intensità e profondità tali da forgiare anche per i secoli futuri la coscienza religiosa e civile del nostro paese, come le pagine che seguono cercheranno di spiegare.

l. Citato in J. LeGoff -Gli intellettuali nel Medioevo, Milano 1979, pag. 101
2. Citato in C. Ginsburg- Folklore, magia, religione -Storia d'ltalia Einaudi Voi. l, pag. 620/1
3. O. Dominici -Regola del governo di cura familiare, citato in Oinsburg op.cit.












mercoledì 11 aprile 2012

Comunione che non comunica


Nega la comunione a un bimbo
"Non è capace di intendere e volere"

Don Piergiorgio Zaghi si oppone a concedere l'eucaristia a un bambino con ritardo mentale. Il vicario della diocesi: "Nessuna discriminazione, per ricevere il sacramento dovrebbe distinguere il pane dall'ostia". La famiglia: faremo ricorso in Vaticano e alla Corte europea dei diritti dell'uomo.
La parrocchia di Porto Garibaldi
Negata la comunione a un bimbo di 10 anni, disabile psichico, "perché non è in grado di intendere e volere". Questa la spiegazione di don Piergiorgio Zaghi, parroco di Porto Garibaldi, lido ferrarese, a chi è rimasto sconcertato dal fatto che il sacerdote, nella cerimonia propedeutica alle prime comunioni avvenuta durante il Giovedì santo, abbia saltato un piccolo, affetto da ritardo mentale.
Continua qui

Da quando Cristo risorto è diventato cristo sacramentato non c'è stata altro che discriminazione, divisione... Spezzare il pane insieme con gli altri non è più stata cosa da cristiani.
Continua con il commento di Barbabianca

mercoledì 18 gennaio 2012

Dove stavi tu quando...


Lettera-invito aperta alle teologhe e teologi italiani


“Dove stavi tu quando….” (Giobbe 38,4)


Dove stai tu quando si soffrono cambiamenti climatici e cambiamenti di umore?


Dove stai tu mentre il nostro pianeta va al collasso e le multinazionali e le banche, vendute al dio profitto e al dio denaro, governano il mondo?


Dove stai tu quando si deve decidere se intervenire per sostenere un intervento armato della NATO nella terra degli altri?


Dove stai tu quando si riducono tutte le spese per il sociale, la sanità e la scuola, mentre continuano ad aumentare i bilanci della difesa e si spendono cifre folli per le armi?


Dove stai tu quando la gente dei Sud del mondo si sospinge fino alle spiagge di Lampedusa e viene ricacciata indietro o chiusa nei Cie colpevoli soltanto di immigrazione?


Dove stai tu quando qualcuno dice che l’ex primo ministro è meglio che un politico dichiarato gay, perché il primo è secondo natura?


Dove stai tu quando il bilancio familiare è insufficiente e si vive una precarietà che riduce a brandelli sogni e progetti?


Dove stai tu quando gli indignados scendono in piazza o fanno rete virtuale su internet?


E ancora….perchè accettiamo solamente che qualcuno tenga le chiavi del Regno e decida chi farci entrare?


Forse tu ci sei? E se ci sei, ci sei clandestinamente perché la tua teologia non appartiene a questi ambiti?


Quando il profeta Gioele (3,1-2) dice che tutti diventeranno profeti e gli anziani faranno sogni e i giovani avranno visioni a chi si rivolge? Forse non parla a tutti gli uomini e le donne del nostro tempo?


E allora, se fare sogni e interpretarli e diventare profeti è proprio della teologia, non è forse vero che tutti i credenti sono teologi? E perché non glielo diciamo più?


Con queste ed altre inquietudini vorremmo convocare tutte le teologhe e i teologi ad un incontro aperto


VENERDI’ 20 GENNAIO dalle 17.30


c/o la sede della Comunità delle Piagge


Centro comunitario sociale Il Pozzo – Via Lombardia 1/p- Firenze


Alessandro Santoro – prete della Comunità delle Piagge – Firenze


Antonietta Potente – teologa domenicana


Andrea Bigalli – prete di S.Andrea in Percussina – Firenze


Pasquale Gentili – parroco di Sorrivoli (Cesena)


Benito Fusco – frate dei Servi di Maria – bologna


Pier Luigi Di Piazza – parroco Centro Balducci di Zugliano (Udine)


Paolo Tofani – parroco di Agliana (Pistoia)

lunedì 24 ottobre 2011

"Gesù, l'invenzione del Dio cristiano"


Giovedì 24 ottobre a Reggio Emilia sarà presentato il libro di Paolo Flore d'Arcais "Gesù, l'invenzione del Dio cristiano". E' un piccolo libro divulgativo (127 pagine, 5 euro) che sulla scorta della più aggiornata storiografia, mostra come Gesù di Galilea non abbia nulla a che fare con il Cristo, Seconda Persona della Trinità, che la Chiesa ha dogmatizzato all’inizio del quarto secolo nel Concilio di Nicea. Gesù era solo un profeta ebreo che proclamava l’incombente fine del mondo e l’avvento del Regno di Dio: mai si proclamò “messia” e meno che mai pensò di fondare una nuova religione. A mostrarlo sono gli stessi testi del Nuovo Testamento, in una lettura critica ormai consueta tra gli storici ma ancora “stupefacente” per molti credenti e non credenti. Qui sotto la locandina con le altre informazioni.

Giampietro Sestini





 



*****************************************

LiberaUscita

Associazione nazionale laica e apartitica

per il diritto di morire con dignità

via Edgardo Ferrati, 12 - 00154 Roma

tel: 366.4539907 ore 9/12 - 16/18

fax: 06.5127174 ore 0/24

email: info@liberauscita.it

sito web: www.liberauscita.it

gruppo Facebook: LiberaUscita



 



 



 



 





I LAICI TENDONO A DIFENDERSI, E' ORA DI ATTACCARE 





 news n. 42 del 18.10.2011

 

 

 

Lunedì 24.10.2011 ore 18,00

 aula 1 (di fronte aula magna)

sede reggiana dell'Università MO/RE

v.le Allegri, 9 RE



incontro pubblico promosso da Iniziativa Laica



Paolo Flores d'Arcais

(direttore MicroMega)

e Augusto Ditel

(direttore Gazzetta di Reggio)



parleranno del libro



Gesù, l'invenzione del Dio cristiano



******



sul sito www.iniziativalaica.it si possono già vedere gli

incontri delle 'Giornate della laicità 2011' con:

Platone e Pellizzetti /  Odifreddi/ Flores d'Arcais e don Molari / D'Orsi / Giorello / Cordero / Flamigni / Pievani /

Giorello e don Molari.



Nelle prossime settimane inseriremo gli altri incontri.



Per vederli andare in 'categorie' e cliccare

su 'giornate della laicità'



 

 

 

 


sabato 10 settembre 2011

Io e Dio

“IO E DIO”: NUOVO LIBRO DI MANCUSO -  DI GUSTAVO ZAGREBELSKY

da: la Repubblica di venerdì 9 settembre 2011

Su questo libro non mancheranno discussioni e polemiche. Che sia ignorato è impossibile, se non altro perché esprime intelligenza e sensibilità che è di molti nel mondo cattolico, più di quanti si palesino. Le sue tesi si sviluppano dall´interno del messaggio cristiano, della "buona novella". Vito Mancuso, che tenacemente si professa cattolico, cerca il confronto, un confronto non facile. Lui si considera "dentro"; ma l´ortodossia lo colloca "fuori". Tutto si svolge con rispetto, ma l´accusa mossa al discorso ch´egli va svolgendo da tempo è radicale. La sua sarebbe, negli esiti, una teologia confortevole e consolatoria, segno di tempi permissivi, relativisti e ostili alle durezze della verità cristiana; nelle premesse, sarebbe la riproposizione di un, nella storia del cristianesimo, mai sopito spirito gnostico. Uno "gnostico à la page"?

Il motivo conduttore del libro “Io e Dio” (Garzanti) è il primato della coscienza e dell´autenticità sulla gerarchia e sulla tradizione, nei discorsi sul "divino". Siamo nel campo della "teologia fondamentale", cioè dell´atteggiamento verso a ciò che chiamiamo Dio e delle "vie" e dei mezzi per conoscerlo: in breve, delle ragioni a priori della fede religiosa. Ma, la teologia fondamentale è la base di ogni altra teologia. La teologia morale, in particolare, riguarda l´agire giusto, ovunque la presenza di Dio possa essere rilevante: la politica, l´economia, la cultura, il tempo libero, l´amore e la sessualità, la scienza... La teologia aspira alla totalità della vita. Si comprende così la portata del rovesciamento, dall´autorità che vincola alla coscienza che libera. Quella di Mancuso vuole essere, tanto nel conoscere quanto nell´agire, una teologia liberante, non opprimente. Le sue categorie non sono il divieto, il peccato e la pena, ma la libertà, la responsabilità e la felicità. Sullo sfondo, non c´è il terrore dell´inferno ma la chiamata alla vita buona.

Il passo decisivo è forse il rigetto dell´idea di un dio come "persona": un Dio che comanda, giudica, condanna, cioè esercita un potere esterno, assoluto e irresistibile. Il sacrificio di Isacco (Dio ordina ad Abramo di sgozzare il figlio, vittima sacrificale; Abramo non obbietta; Dio all´ultimo ferma il coltello) è di solito presentato come esempio di fede perfetta, ma Mancuso ne prova disgusto, sia per l´immagine d´un dio spietato (la mano omicida, comunque, viene trattenuta in tempo), sia per la disumanità d´un padre capace di tanto delitto. Quel padre, però, è immagine della perfetta fedeltà al "divino", lodata nei secoli da una tradizione in cui fede e violenza si danno facilmente la mano. Quando poi sulla parola di Dio (il "Dio lo vuole") si crea il potere d´una chiesa, la violenza sulle coscienze è sempre di nuovo possibile da parte di "uomini di Dio". La perfezione cristiana per Ignazio di Loyola – se vedo bianco e la Chiesa dice nero, è nero – nasce da una concezione del divino che, invece di ravvivare, spegne.

«Il mio assoluto, il mio dio, ciò che presiede la mia vita, non è nulla di esterno a me», dice Mancuso. Vuol dire che è dentro di me, nel senso ch´io sono dio per me stesso? Per nulla. «Credendo in Dio, io non credo all´esistenza di un ente separato da qualche parte là in alto; credo piuttosto a una dimensione dell´essere più profonda di ciò che appare in superficie […], capace di contenere la nostra interiorità e di produrre già ora energia vitale più preziosa, perché quando l´attingiamo ne ricaviamo luce, forza, voglia di vivere, desiderio di onestà. Per me affermare l´esistenza di Dio significa credere che questa dimensione, invisibile agli occhi, ma essenziale al cuore, esista, e sia la casa della giustizia, del bene, della bellezza perfetta, della definitiva realtà». Credere in Dio, allora, non è lo "status del credente"; non è dire: "Signore, Signore" a un deus ex machina che ci salva dai pericoli – qui Mancuso è Bonhöffer –. È agire per colmare lo scarto tra il mondo, così com´è, e la sua perfezione, alla cui realizzazione la fede chiama i credenti. Con un´espressione di Teilhard de Chardin, credere è amouriser le monde. È un modo di ridire le parole di Gesù che chiama i suoi discepoli a essere "sale della terra" Si può essere sale sacrificando la libertà? Al più, si può essere soldati di Cristo.

Questa teologia è insieme gioiosa e tragica: gioiosa perché indica, come senso della vita, il bene – sintesi di giustizia, verità e bellezza –; tragica, perché è consapevole dell´enormità del compito. Dice Mancuso: «Conosco il dramma e talora la tragedia che spesso attraversa il mestiere di vivere. Per questo io definisco il mio sentimento della vita come "ottimismo drammatico´": vivo cioè nella convinzione fondamentale di far parte di un senso di armonia, di bene, di razionalità, e per questo parlo di ottimismo, ma sono altresì convinto che tale armonia si compie solo in modo drammatico, cioè lottando e soffrendo all´interno di un processo da cui non è assente il negativo e l´assurdo». È questa un´accomodante e confortevole giustificazione delle coscienze, l´autorizzazione alla creazione di "dei di comodo"? Per nulla. Al contrario, è un appello al rigore morale come risposta onesta, autentica, al senso del divino che sta nell´essere umano. Ma qui viene la seconda accusa: gnosticismo.

La teologia di Mancuso sarebbe una riedizione dell´orgoglio di chi si considera "illuminato" da una grazia particolare che lo solleva dalla bruta materia e lo introduce al mondo dello spirito e alla conoscenza delle verità ultime, nascoste agli uomini semplici. La Chiesa ha sempre combattuto la gnosi come eresia, peccato d´orgoglio luciferino. Nelle pagine di Mancuso non mancano argomenti per replicare. Dappertutto s´insiste sull´intrico di materia e spirito e sulla loro appartenenza a quella realtà (che aspira a diventare) buona, cioè vera, giusta e bella, che chiamiamo creazione o azione che va creando. Se mai, il dubbio che potrebbe porsi è se, in quest´unione, non vi sia una venatura panteista: Dio come natura. Punto, probabilmente, da approfondire.

Dal rigetto del dualismo materia-spirito, deriva il rifiuto d´una fede di élite ,contrapposta alla fede di massa. Certo, se il turismo religioso del nostro tempo si scambia per manifestazione di fede, si può pensare che la seria introspezione di coscienza che chiama al vero, bello e giusto sia cosa per pochi. Questa tensione è il carattere della moltitudine degli "uomini di onesto sentire" (gli ánthropoi eudokías dell´angelo che annuncia ai pastori la nascita di Gesù, in Lc 2, 14). La teologia di Mancuso non è affatto da accademia, per pochi iniziati. Il suo libro, al contrario, distrugge il pregiudizio che la teologia sia questione astrusa, per ciò stesso riservata a una cerchia di iniziati, sospetti di astruseria, fumisteria, esoterismo, presunzione. Parliamo di quei teologi che costruiscono sul nulla, a partire da cose inconoscibili, immense cattedrali di pensieri che si arrampicano gli uni sugli altri fino ad altezze inarrivabili, oltre le quali essi stessi, presi dalla vertigine, cercano la salvezza si rifugiano nel mistero. Al contrario, se c´è una materia che dev´essere aperta a tutti, secondo coscienza, questa è la teologia.

Nella "vita buona" di Mancuso, il primato è della coscienza; nella "vita buona" della Chiesa il primato è dell´ubbidienza. Libertà contro autorità: una dialettica vecchia come il mondo. Scambiare la libertà di coscienza con la gnosi è un artificio retorico. Vale per persistere nell´accantonare i molti problematici aspetti della vita della Chiesa impostati su dogmi e gerarchia. Non solo: rende difficile il rapporto con i credenti di altre fedi, religiose e non. Riporta in auge il prepotente principio extra Ecclesiam nulla salus. La teologia di Mancuso consentirebbe di tracciare nuovi e sorprendenti confini, non più basati sull´obbedienza e sulla disciplina. Così, si scoprirebbe forse che molti, che si dicono dentro, sono fuori; e molti, che si dicono fuori, sono dentro. "Dentro" vuol dire: in una comune tensione verso quel logos del mondo che è la giustizia, appannaggio di nessuno e compito dei molti "di onesto sentire", secondo l´insegnamento di G. E. Lessing, l´Autore di Nathan il saggio, al quale Mancuso di frequente ricorre.

Ora, si tratta del passo ulteriore: la "teologia sistematica", cioè la rilettura d´insieme del messaggio cristiano alla stregua di queste premesse. Dimostrare che una tale rilettura sia possibile è la sfida che Mancuso, con questo libro, dichiara di accettare.

domenica 28 agosto 2011

Chiesa e privilegi

Repubblica Firenze 27 agosto 2011 pag.1



 



La Chiesa e la sfida della rinuncia ai privilegi



Enzo Mazzi



 



Era inevitabile che la Chiesa cattolica fosse chiamata in causa di fronte al decreto emanato dal governo per avviare il risanamento della situazione economica.



Non era invece scontato che fosse il Presidente di una Regione come la Toscana, Enrico Rossi, a chiedere pubblicamente all'amministrazione ecclesiastica di "fare la sua parte" rinunciando a qualcosa, "decida lei cosa, se l'esenzione dall'Ici, l'8 per mille o altro ancora".



E’ stato un gesto di grande coraggio che va sostenuto, non solo dai laici ma dagli stessi cattolici.



Al fondo dell’appello c’è il valore della laicità positiva che non è affatto laicismo. “La Chiesa ha da essere dei poveri e non solo per i poveri” tuonò il card. Giacomo Lercaro nell’assise conciliare. La pagò cara perché fu costretto a dimettersi da arcivescovo di Bologna, ma il suo messaggio risuona ancora in molte coscienze di cattolici e non che restano sconvolti dai tanti scandali economici che coinvologono le opere cattoliche e lo stesso Vaticano.



Vorrei raccontare un aneddoto.



Durante un presidio per il diritto alla casa mi accompagno ad un clochard.



- Tu, prete/non-prete – mi dice – convinci il tuo Dio a fare il miracolo di dare una casa a tutti. Dio è "senza fissa dimora", la sua unica chiesa è il mondo, la sua religione è la giustizia e l'amore universale".



- Ma se sono almeno due millenni - gli obbietto provocatoriamente - che i senza fissa dimora, come Gesù di Nazareth, annunciano la distruzione del "Tempio" e sono sempre sconfitti.



- Hai torto anche tu - mi dice - perché pensi la vita come una guerra con vincitori e sconfitti. Questa è la logica del potere. Così ti porti il "Tempio" dentro. Prendi il tuo fagotto per le sole necessità giornaliere e vieni con me a dormire alla stazione. Ti sentirai liberato da ogni forma di Tempio e riconciliato col mondo. La stessa cosa succederebbe anche al papa di Roma e al pope di Mosca e agli altri capi religiosi. Se andassero poveri come li voleva Gesù, i loro conflitti svanirebbero d'incanto.



- Ma allora - gli domando - che ci fai qui a lottare per la casa?



- La casa diventa prigione e tempio perché è un privilegio - ribatte scaldandosi - un possesso esclusivo da difendere contro chi non ce l'ha. Io lotto perché sia un diritto di tutti, una specie di piazza sconfinata.



Non andai con lui a dormire alla stazione. Ma la sua provocazione mi è penetrata ed ha continuato a lavorare nel profondo. Potrei raccontarne mille altre di provocazioni simili. Ognuna di esse è stata per me una testimonianza di laicità in senso molto profondo, come esodo dalla dimensione del privilegio. Si fa strada ormai il senso della “Laicità” come caratteristica di uno stato che fonda la legittimazione propria e delle proprie istanze costitutive esclusivamente su se stesso senza dipendere da autorità esterne, in particolare da autorità religiose. Questo senso della laicità in Occidente è il frutto di conflitti durisssimi che hanno segnato per secoli la transizione dalla societas christiana del medioevo alla modernità e alla secolarizzazione. E di tale conflittualità conserva tutt’ora i segni e le ferite. E’ un po’ il nervo scoperto della politica in tutto l’Occidente e nel nostro paese in modo tutto speciale per la particolarità della storia che lo contraddistingue.



La rinuncia della Chiesa cattolica ad alcuni privilegi potrebbe costituire un passo avanti della laicità sia nella stessa Chiesa che si avvicinerebbe a quell’ideale di Chiesa dei poveri che tanti cattolici auspicano, sia dello stato che verrebbe spinto ad assumersi in proprio il compito della sicurezzasociale per tutti.




martedì 23 agosto 2011

La croce della crisi




La croce della crisi va portata anche dal Vaticano. O no?

  La rivista "Lucidamente", diretta dal ns. socio Rino Tripodi, ha pubblicato sull'ultimo numero un articolo del Segretario del Partito Socialista, Riccardo Nencini, dal titolo "
La croce della crisi va portata non solo dai cittadini, ma anche dalla Chiesa cattolica" (http://www.lucidamente.com/wordpress/interventi/riccardo-nencini-la-croce-della-crisi-va-portata-non-solo-dai-cittadini-ma-anche-dalla-chiesa-cattolica/).



 Qualche giorno prima la rivista online "Cronache Laiche" aveva pubblicato un articolo sullo stesso tema di Walter Peruzzi dal titolo "Il Governo del Vaticano" 



(http://www.cronachelaiche.it/2011/08/il-governo-del-vaticano/).







Nel riportare qui sotto ambedue gli articoli, pensiamo che sia giusto che anche la ChiesaCattolica, in quanto finanziata dai cittadini e dallo Stato italiano, contribuisca ad uscire dalla crisi, e non solo a parole.

 Giampietro Sestini



 LA CROCE DELLA CRISI VA PORTATA NON SOLO DAI CITTADINI MA ANCHE DALLA CHIESA CATTOLICA 




  da: www.lucidamente.it di sabato 20 agosto 2011



  Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Reggio Calabria alla vigilia di Ferragosto, il segretario nazionale del Psi Riccardo Nencini, rispondendo a una domanda relativa ai costi della politica e alla manovra finanziaria presentata dal governo, ha osservato che «è giusto e necessario che tutti facciano la loro parte, cominciando a equiparare le indennità degli assessori e consiglieri regionali al livello più basso, tema, questo, non da oggi oggetto di una delle campagne del Psi».

  Per Nencini tuttavia occorre che: «Chi ha di più paghi di più. In questo contesto appare necessario che anche alla Chiesa cattolica sia chiesto di fare la sua parte, eliminando gli attuali privilegi fiscali e finanziari di cui continua a godere, cosa che non avviene con questa manovra del Governo nazionale».







La proposta del segretario ha subito ottenuto un ampio consenso nel partito.

  Roberto Biscardini si è detto pienamente d’accordo: «Non è giusto che sia concesso solo alla Chiesa di non fare sacrifici. Bisogna che il Parlamento faccia giustizia. Senza la quota non dovuta dell’8 per mille e introducendo l’obbligo anche per la Chiesa di pagare l’Ici sugli immobili commerciali si recupererebbero almeno 8 miliardi di euro all’anno. Non è poco».

  «Tra le tante iniquità di questa manovra spicca l’eliminazione delle feste laiche mentre vengono salvate quelle religiose. Pasquetta, per il governo italiano, vale dunque più della Festa dei lavoratori, onorata in tutte le democrazie occidentali, e della Festa della Liberazione. Così Marco Di Lello, coordinatore della segreteria nazionale del partito. «Evidentemente – ha concluso Di Lello – più ancora dei diktat della Bce in Italia valgono quelli del Vaticano: spero che il Parlamento in un sussulto di dignità corregga queste scelte nell’interesse di tutti gli italiani, e non solo di una parte di essi».







Per Bobo Craxi i privilegi fiscali a enti religiosi e affini, assegnati con la revisione concordataria, oggi, con la grave crisi in atto, non hanno più ragione di sussistere. Mi auguro – ha proseguito Craxi – che venga messa mano a questa materia con spirito costruttivo e per ragioni di equità, non per altro: si recupererebbero, in misura consistente, risorse sottratte allo Stato che, notoriamente, a sua volta ha sempre contribuito a sostenere e ad alimentare enti e istituti religiosi con finalità pubblica».

  Successivamente Nencini ha nuovamente ribadito che «la manovra economica è una croce addosso ai cristiani ma non addosso alla Chiesa. Tra mancato pagamento dell’Ici, finanziamenti tramite l’8 per mille e pagamento da parte dello Stato degli insegnanti di religione – osserva il leader socialista – la Chiesa italiana incamera ogni anno tra gli 8 e i 10 miliardi di euro. Un tesoretto imponente parte del quale dovrebbe essere a disposizione dello Stato per fronteggiare la crisi economica. La Chiesa, invece, risulta esente da ogni responsabilità. L’unico cenno della sua presenza in questi giorni difficili è stato la difesa della Festa di san Gennaro. I cristiani e non cristiani pagano un prezzo salato ma la Chiesa è l’unico soggetto esonerato».



  «Una prova magnifica di ingiustizia – ha concluso Nencini – soprattutto da parte del Governo».

 IL GOVERNO DEL VATICANO - DI WALTER PERUZZI 



  da: www,cronachelaiche.it di martedì 16 agosto 2011



  Pur preso dalle sue manovre di macelleria sociale, il governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti ha trovato il tempo per respingere la legge contro l’omofobia, che dava l’orticaria a Giovanardi, e far approvare il ddl sul testamento biologico, in base a cui dovremo morire nei tempi e nei modi stabiliti daDio tramite il suo medico di fiducia, cioè la Chiesa. Il governo si è inoltre preoccupato di non mettere le mani nelle tasche di Ratzinger & soci; e distabilire che anche per saperequando lavorare o fare festa ci si deve regolare sul calendario del Vaticano, eliminando tutte le festività laiche e conservando solo quelle religiose (per quelle locali dei santi patroni si sta “trattando”…).

  Da una fiaba all’altra

 Sono le ultime elemosine fatte dal duo distonico Tremonti-Berlusconi con i nostri soldi. Piccole regalie, rispetto alla baraonda di sovvenzioni, contributi alle private, tagli dell’ICI, coinvolgimento in cricche affari appalti & altre ladronerie piovuti sulla Chiesa in diciassette anni di berlusconismo. Piccole cose, rispetto ai soldi dati ai docenti di religione nominati dalle curie per insegnare la loro religione sempre a spese nostre; o rispetto all’arrogante esposizione del crocifisso, privato amuleto cattolico, in ogni spazio pubblico. Briciole, che non bastano certo a saziare il Vaticano e la CEI, anche se ricche di valore simbolico, come la soppressione delle festività laiche: uno stimolo a dimenticare gli eventi reali della storia (la nascita della repubblica, la liberazione dal nazifascismo, le lotte dei lavoratori), da sempre sgraditi al Caimano e alla sua corte; e ad abbandonarsi alla dimensione fantastica e mitologica nutrita finora dal famigerato «meno tasse per tutti» e adesso – che questa favola è finita – da un vecchio libro di fiabe improbabili e feroci raccontate (si dice) da Jhavé in persona.







Il Bagnasco imbiancato







Ma ci vuol altro. Per questo gli alti prelati, dopo aver retto il sacco al mafioso di Arcore e al razzista di Gemonio, si stanno adesso affannando a trovare nuove sponde. Bertone sta tentando con ripetuti incontri bipartisan di dar vita a una replica fuori tempo della DC; la CEI vagheggia invece un forte gruppo di parlamentari cattolici sparpagliati in vari partiti ma uniti sui principi non negoziabili, cioè pronti a votare come un sol uomo leggi e privilegi richiesti dalla Chiesa. La formula poco conta. L’importante, come ha ripetuto il 10 agosto Bagnasco, è che i cristiani continuino a occupare la scena politica e sociale, perché «essi hanno l’onere e l’onore e di ricordare a tutti chi è l’uomo, quali sono i suoi principi costitutivi, la necessità dell’etica, il suo fondamento trascendente, la via aurea dell’autentica giustizia e del bene comune».







Testimonial cercasi







L’unica incertezza riguarda i testimonial, tipo «se non ci credi, chiedilo a loro», da far sfilare per documentare come i cristiani, nei secoli, abbiano perseguito «la via aurea» in questione. Si sta valutando se potrebbe essere più efficace qualche sopravissuto delle stragi ustascia benedette dal beato Stepinac; o i figli e i nipoti dei desaparecidos assassinati dai generali argentini, compagni di merende del nunzio apostolico Pio Laghi (nell’immagine a colloquio con Videla); o se è meglio qualche dvd, a piacere, sulla vera storia dell’Inquisizione, delle “giustizie” a Roma, dell’evangelizzazione delle Americhe, delle crociate contro infedeli e albigesi, della caccia papale alle streghe. Ma forse basta far parlare qualche rifugiato respinto in mare o rinchiuso nei CIE da Maroni, sulla cui «piena condivisione col pensiero della Chiesa» in materia etica, ha giurato Fisichella.



Inviata da  LiberaUscita



Associazione nazionale laica e apartitica



per il diritto di morire con dignità



via Edgardo Ferrati, 12 - 00154 Roma



tel: 366.4539907 ore 9/12 - 16/18



fax: 06.5127174 ore 0/24



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sito web: www.liberauscita.it



gruppo Facebook: LiberaUscita



(pubblicata da Urbano)







domenica 14 agosto 2011

Conforto per i delusi dalla Chiesa



Carissime/i, volentieri inoltro nuovamente questa riflessione di Leonardo Boff ricevuta da Berto Pace accompagnandola da questa semplice considerazione:


- Nella visione complessiva che condivido, manca però, a mio giudizio, la lettura critica del ruolo che il messaggio di Maria di Nazareth e Gesù di Nazareth ebbero nei confronti delle donne, e di come fin dai primi secoli l'organizzazione dei cristiani venne risucchiata nel patriarcato determinando e confermando le discriminazioni di sesso che ci portiamo ancora dietro.......Vale la pena di approfondire perchè ne va della "liberazione di tutte e tutti" noi; grazie al postino per il suo infaticabile lavoro!!!!!!!!


Ciao a tutte e tutti, buon ferragosto sia per coloro che sono in vacanza, sia per quelli che sono rimasti in città o al lavoro!!!! Catti Cifatte



Conforto per i delusi dalla Chiesa.



Attualmente c’è molto sconforto a causa della Chiesa cattolica istituzionale. Avviene una doppia migrazione: una visibile, persone che abbandonano concretamente la Chiesa; un’altra interiore, fedeli che rimangono nella Chiesa ma non la sentono più come un focolare spirituale. Continuano a credere, nonostante la Chiesa.


E con buone ragioni. L’attuale Papa ha preso alcune iniziative radicali che hanno diviso il corpo ecclesiale. Ha intrapreso una rotta conflittuale con due importanti episcopati, quello tedesco e quello francese, introducendo la messa in latino; ha elaborato una strana riconciliazione con la Chiesa scismatica dei seguaci di Lefèvre; ha svuotato le principali intuizioni rinnovatrici del Concilio Vaticano II, specialmente l’ecumenismo, negando, offensivamente, il titolo di «Chiesa» alle altre chiese che non siano quella cattolica e quella  ortodossa; quand’era ancora cardinale si è mostrato gravemente tiepido con i pedofili; il suo rapporto con l’AIDs sta ai confini del disumano. L’attuale Chiesa cattolica è sprofondata in un rigido inverno. La base sociale di appoggio al modello vecchio tipo dell’attuale Papa è costituita da gruppi conservatori, interessati alle sortite mediatiche, alla logica del mercato, più che a proporre un messaggio adeguato ai gravi problemi attuali. Offrono un “cristianesimo prozac”, utile ad anestetizzare coscienze angustiate, ma alienato davanti all’umanità sofferente.


È urgente animare questi cristiani in via di emigrazione con l’essenza del cristianesimo. Sicuramente non si tratta della Chiesa, che non è stata oggetto della predicazione di Gesù. Lui ha annunciato un sogno, il regno di Dio, in contrapposizione al regno di Cesare, regno di Dio che rappresenta una rivoluzione assoluta delle relazioni cominciando da quelle individuali fino a quelle divine e cosmiche.                                                                                                                    


Il cristianesimo è apparso in un primo tempo nella storia come movimento e come il sentiero di Cristo. Esso è anteriore alla sua sedimentazione nei quattro Vangeli e nelle dottrine. Il carattere di cammino spirituale è un tipo di cristianesimo che possiede un suo proprio percorso. Generalmente vive ai margini e, a volte, a distanza critica dall’istituzione ufficiale. Ma nasce e si alimenta col fascino permanente della figura e con il messaggio libertario e spirituale di Gesù di Nazaret. Inizialmente etichettato come “eresia dei nazareni” (At24,5) o semplicemente “eresia” (At 28,22) nel senso di gruppuscolo, il cristianesimo è andato lentamente guadagnando autonomia finché i suoi seguaci, negli atti degli apostoli (11,36), arrivarono a essere chiamati “cristiani”.


Il movimento di Gesù è sicuramente la forza più vigorosa del cristianesimo, più che le Chiese, perché non sta inquadrato nelle istituzioni o imprigionato in dottrine e dogmi. È composto da gente di ogni tipo, delle più svariate culture e tradizioni, perfino da agnostici e atei che si lasciano toccare dalla figura coraggiosa di Gesù, dal sogno che ha annunciato, un Regno di amore e di libertà, per la sua etica di amore incondizionato specialmente verso i poveri e gli oppressi e dal modo con cui ha fatto suo il dramma umano, in mezzo a umiliazioni, torture e fino all’esecuzione sulla croce. Ha presentato un’immagine di Dio così intima e amica della vita, che è difficile sottrarsi ad essa perfino da parte di chi non crede in Dio. Molti arrivano a dire: se esiste un Dio, questi deve essere quello che porta i tratti del Dio di Gesù”.


Questo cristianesimo come cammino spirituale, ecco quel che realmente conta. Pertanto, da movimento che era, molto presto prese la forma di istituzione religiosa con vari modi di organizzazione. Nel suo seno si elaborarono le varie interpretazione della figura di Gesù che si sono trasformate in dottrine e furono raccolte dagli attuali evangeli. Le chiese, nell’atto di assumere un carattere istituzionale, stabiliranno criteri di appartenenza e di esclusione, dottrine come referenza identitaria e riti propri da celebrare. Chi spiega tale fenomeno è la sociologia e non la teologia. L’istituzione sempre vive in tensione come cammino spirituale. Ottimo quando camminano insieme, ma è raro. La cosa decisiva, pertanto, è il cammino spirituale. Questo ha la forza di alimentare una visione spirituale della vita e di animare il senso del cammino umano.


L’aspetto problematico nella Chiesa Romano-Cattolica, è la sua pretesa di essere l’unica vera. La cosa giusta è che tutte le chiese si riconoscano mutuamente, perché tutte rivelano le dimensioni differenti e complementari del Nazareno. L’importante è che il cristianesimo mantenga il suo carattere di cammino spirituale. È  questo che può sostenere tanti cristiani e cristiane davanti alla mediocrità e all’irrilevanza in cui è sprofondata la Chiesa attuale.


Leonardo Boff

martedì 12 luglio 2011

Libero Islam in libero Stato










Lettera a Assad 'Ascolti il popolo che inventò l' alfabeto'














SIGNOR Presidente Bashar Al Assad, nessuno crede, non sarebbe realistico, che la democrazia possa realizzarsi in Siria immediatamente dopo la caduta dell' attuale regime. Ma al confronto, è incredibile e irrealistico che prosegua in Siria la violenza sistematica per ristabilire l' ordine, ed è questo il problema: da una parte, in Siria, la democrazia non potrà nascere se non nell' ambito di condizioni e principi inderogabili. Ma occorre gettarne le basi, fin dall' inizio, ora e non domani. D' altro canto, senza la democrazia ci sarà soltanto arretramento, fino a giungere al baratro. È superfluo dire che gli arabi, politicamente, nella loro storia recente come in quella antica, non hanno conosciuto la democrazia. Essa è estranea al loro patrimonio culturale. Questo non significa che sia impossibile lavorare per fondarla, tale lavoro coraggioso ha preso il via dagli albori dell' indipendenza. Significa, invece, che è un' opera che richiede condizioni politiche basilari. La prima di queste condizioni è il passaggio della società, politico e culturale, dal «tempo del cielo, collettivo e divino» al «tempo terreno, individuale e umano», altrimenti detto: una totale separazione tra ciò che è religioso, e ciò che è politico, sociale e culturale. Per questo hanno lottato, dai primi secoli della fondazione dello Stato arabo islamico fino a oggi, molti pensatori e poeti arabi che non soltanto hanno fallito, ma sono stati scherniti, uccisi e accusati di apostasia. La religione istituzionale è stata quella vincente, e tuttora continua a vincere. Mischiare il religioso al politico è ancora alle basi della concezione e della pratica nella vita arabo-islamica. È il principio con cui viene legalmente ucciso l' uomo: a volte come pensiero, a volte fisicamente, a causa dell' interpretazione del Testo. Come può nascere una democrazia in un clima che non tiene conto della libertà individuale, rifiutando l' altro, il diverso, uccidendolo o accusandolo di apostasia, e non vede la vita, la cultura e le civiltà dell' uomo se non attraverso lo specchio della sua lettura del Testo, che è, come sappiamo, varia? Fondamentalmente non vi è democrazia nella religione, nel senso comune come noto in ambito culturale grecooccidentale. La religione è per natura l' appartenenza al cielo, la terra è vincolata al cielo, come gli uomini ai Testi. Fondare la democrazia presuppone quindi la totale separazione di ciò che è religioso da una parte, e ciò che è politico, sociale e culturale dall' altra. Questo è quanto il partito arabo socialista Baath non ha fatto. Anzi al contrario, ha indossato i vecchi panni: ha dominato l' arena del vecchio «gioco» e governato con la vecchia mentalità. Così nella prassi si è trasformato in un partito semi «razzista» per tutto quello che riguarda le etnie non arabe, specialmente i curdi. Tutti gli esperti concordano nel dire che l' esperienza partitica ideologica nella vita araba ha fallito su tutti i fronti, e ha fallito anche il suo modello comunista. Il partito arabo socialista Baath è parte di questo fallimento. Non è riuscito a mantenere il controllo sulla Siria con la forza dell' ideologia bensì con il pugno di ferro. Ma l' esperienza storica conferma che il pugno, cheè stato saldo, non può assicurare il dominio se non per un breve periodo e non può offrire al popolo che lo smembramento e l' arretramento oltre all' umiliazione della dignità umana. Signor presidente, il partito non ha fondato nulla che si possa considerare nuovo e importante, in nessun settore, anzi, esso nella pratica e sul piano culturale è un partito tradizionale, reazionario e in molti casi religioso, specie nell' istruzione. Non ha dato alcuna importanza all' uomo in quanto tale, al di là delle sue appartenenze. Non ha costruito una sola istituzione modello del sapere.È stata una sorta di associazione «religiosa»: ha ostacolato lo sviluppo di una libera cultura urbana, minato la moralità degli uomini, valutando la cultura in base alla fedeltà e considerando nemici i suoi nemici. Il difetto delle autorità del partito consiste nell' aver fatto proprio un contesto vecchio confermandone logiche e metodi. Si sono inserite in un Testo politico e religioso che poteva solo fagocitare chi vi entra. Così si è prodotta la cultura dei favori, dell' esclusione, delle accuse, oltre alla cultura tribale, confessionale, di clan. Il partito ha fatto proprio tutto ciò per un solo obiettivo: detenere il potere. Era interessato più al potere che alla costruzione di una società nuova, una cultura nuova, un uomo nuovo. Così il suo potere si è trasformato in potere reazionario che non richiede una rivoluzione per abbatterlo perché esso porta in sé il seme della sua caduta. Nessuno mette in dubbio che rivendicare la democrazia non implica necessariamente che chi la rivendica sia veramente democratico. La democrazia si realizza soltanto con due fattori: appartenere in quanto cittadino alla società quale unità indivisibile, prima di appartenere a una religione o a un' etnia; riconoscere l' altro, il diverso in quanto, come me, membro di questa società, con gli stessi miei diritti. È corretto che il pensiero orienti, ma non governi. Per questo il pensiero dell' opposizione deve essere anch' esso chiaro. Nel momento in cui l' opposizione, o parte di essa, in Siria rivendica la caduta del regime, dovrà esplicitare i suoi obiettivi per il dopo regime. Ma qual è l' opposizione oggi? Ci sono «voci», pensatori, scrittori, artisti, intellettuali, giovani, che hanno punti di vista e aspirazioni nobili e giuste, ma non accomunati da un documento che chiariscai loro obiettivi. Una voce che non si concretizza rimane voce ma non entra necessariamente nel tessuto pratico della realtà, ne rimane al di sotto o al di sopra. Signor presidente, la sfida che ha di fronte è duplice. Primo, che lei svolga la sua attività oggi non in quanto presidente di un partito ma di un popolo. È necessario, in qualità di presidente eletto, preparare il terreno per l' alternanza di governo in base a elezioni libere. Secondo: osservare la situazione siriana con una prospettiva che vada oltre i limiti della sicurezza e che comprenda che la permanenza del partito come guida non convince più la maggioranza dei siriani. Così la questione non è più di salvaguardia del regime, la questione è salvare la Siria, popolo e terra. Diversamente, sarà il partito il primo a contribuire non solo alla propria distruzione ma anche a quella dell' intera Siria. Signor presidente, la Siria ha bisogno oggi più che mai di inventare per gli arabi un abbecedario politico per completare ciò che aveva inventato in passato in molti campi. Tale abbecedario si regge sul rifiuto dell' identificazione tra patria e partito, tra leader e popolo. Quest' identificazione è propria solo dei tiranni. Il califfo Omar non l' aveva praticata e nemmeno l' imam Ali. Lei ora è invitato a smantellare quest' identificazione tra Siria e partito arabo socialista al-Baath. La Siria è più vasta, più ricca, più grande per essere riassunta in questo o qualsiasi altro partito. Lei è invitato, quindi, umanamente e civilmente, a essere dalla parte della Siria, non dalla parte del partito. L' esperienza conferma il suo totale fallimento. È inutile l' arroganza. La forza o la violenza serviranno soloa confermare il contrario. Le prigioni possono contenere gli individui ma non possono contenere i popoli. Le prigioni politiche indicano soltanto il fallimento. Anzi il partito nella sua gestione del potere in tutto questo periodo ha molto danneggiato l' identità culturale siriana. Ha privilegiato l' appartenenza alla razza e alla religione anziché alla lingua e alla cultura, fondando così una culturaa una sola dimensione, prodotta da una società a una sola dimensione. Una cultura ristretta, nostalgica, basata sulla contrapposizione: accusare il diverso di tradimento e apostasia, rifiutarlo. Un panarabismo che ha preso il posto della teologia. Signor presidente, occorre una revisione radicale, anche se il partito riuscisse a fermare la rivoluzione. Senza questo, sarà esso stesso un elemento fondamentale nel crollo totale: spingere la Siria verso una lunga guerra civile che potrebbe essere più pericolosa di quanto successo in Iraq, perché porterebbe alla lacerazione di questa terra singolare chiamata Siria. Spingerà di conseguenza tutti i suoi abitanti, inventori dell' alfabeto,a vagare nelle latitudini di una terra che promette solo cavalli di angeli che volano con le ali dei sette cieli. 



Adonis





Le donne di Siena


Autonomia è l’obiettivo a cui tendono con forza le donne che hanno riempito le piazze d’Italia e ora si sono ritrovate per la due giorni di Siena.



 





Il movimento attuale ha caratteri originali rispetto alle fasi precedenti del femminismo. Ma la liberazione dal dominio in tutte le sue forme accomuna le donne di oggi e quelle delle fasi precedenti. Ha detto bene Sandra Bonsanti: l’attuale movimento femminile viene da lontano. E noi maschi ci siamo dentro o come avversari o come complici. L’autonomia delle donne è anomia per gli uomini che sentono vacillare la propria identità fondata da millenni sul dominio. O c’impegniamo a elaborare positivamente il lutto e diveniamo partecipi della liberazione femminile o accendiamo roghi.



 





Da Agostino a Freud la diversità di genere è stata interpretata come mancanza, passività, inadeguatezza e perfino invidia del pene. Ma all’interno della cultura occidentale egemone esiste da sempre tutta una pratica e una elaborazione intellettuale di donne che si oppone con forza a tale cultura. La controcultura delle donne è stata la punta di diamante di ogni cambiamento culturale. E anche oggi il processo di “esodo” dalla cultura del dominio è trainato dalle donne, a livello mondiale e non solo in Occidente.



 





Ciò che le donne si prefiggono è la ridefinizione dei rapporti fra generi, classi, popoli, culture, ma anche la ridefinizione del rapporto fra umanità e natura, che s’impone come condizione da cui dipende la sopravvivenza stessa della specie. Lo hanno detto in molte anche a Siena: vogliamo un cambiamento globale della società. E tutto questo sintetizzato efficacemente dallo slogan: tremate le streghe son tornate. Il recupero del naturalismo delle streghe è lo sbocco inevitabile del cambiamento globale.



 





Dopo quattro secoli di rimozione violenta, l’eresia del naturalismo riemerge in forme nuove. Esso non è da confondere con l’espandersi del mercato ai bisogni della psiche attraverso mode pseudo-religiose. E’ piuttosto emersione di soggettività dal basso e riscatto di culture represse, delle donne e dei popoli indigeni. I roghi che si accesero forse a milioni all'inizio dell'epoca moderna fino alla fine del Settecento, immensa perdita di energie umane, di saperi e di cultura, è stata la condizione per lo sviluppo della scienza, della tecnologia, dell’industria, dell’economia ma al tempo stesso ha aperto la strada al dominio sconsiderato sulla natura e allo sfruttamento illimitato della terra fino ad arrivare all’esaurimento di ricchezze accumulate in milioni di anni, alla devastazione della biodiversità, alla rottura dell’equilibrio di ecosistemi, all’inquinamento di aria, terreni e acqua, al prodursi del riscaldamento globale. Il nuovo movimento femminile nasce proprio da una tale consapevolezza. Le donne non pretendono di tornare indietro né di fermare il processo evolutivo. L’utopia, che appare oggi l’unica razionalità possibile, è quella di animare lo sviluppo umano con un’etica e un’ottica nuove: un nuovo modo di relazionarci con tutti coloro che vivono nella nostra dimora umana e con la natura circostante. L’etica dell’autonomia dal dominio dovrà essere planetaria. Per questo l’attuale movimento femminile di liberazione è una immensa ricchezza e una fonte di grande speranza per la società intera. Lo dico con senso di gratitudine.

Repubblica Firenze – martedì 12 luglio 2011 – pag.1



Le donne di Siena e noi uomini avversari o complici



Enzo Mazzi