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giovedì 15 maggio 2014

LA CHIESA CHE VORREI



LA CHIESA CHE VORREI – DI DON PIERLUIGI DI PIAZZA (*)
da: Adistaonline.it di giovedì 15 maggio 2014 – Intervista di Luca Kocci
Quella che sogna don Pierluigi Di Piazza è una Chiesa povera e senza potere, libera e liberatrice, non clericale, femminile, democratica e pluralista. Per delinearla, nel suo libro appena pubblicato da Laterza (Compagni di strada. In cammino nella Chiesa della speranza, pp. 152, euro 12), ha scelto lo stile narrativo, del racconto di viaggio, insieme ad alcuni compagni di strada, credenti, non credenti e credenti in altre fedi – Margherita Hack, don Tonino Bello, don Puglisi, mons. Romero, il Dalai Lama, don Gallo, Eluana e Beppino Englaro e altri ancora –, che sono profeti e testimoni. Ciascuno “incarna” un valore, evangelico e laico allo stesso tempo: Margherita Hack, per esempio, la laicità ma anche l’etica dei non credenti.
«Sono convinto – spiega don Di Piazza – della necessità di affermare e di praticare la laicità, la laicità autentica, libera dal confessionalismo, dall’integralismo e dal laicismo, perché ci possono essere forme di assolutismo in entrambe le posizioni, quindi di dipendenza, di chiusura, di ostilità. Invece la vera laicità libera la fede alla sua autenticità, come la vera fede favorisce e incoraggia la laicità. Mi sento laico, credente sempre in ricerca e prete. Per questo mi sono trovato a condividere l’etica dichiarata e vissuta da Margherita Hack sulla giustizia, l’accoglienza, la pace, i diritti civili, il superamento di ogni forma di discriminazione, esclusione e razzismo, l’attenzione e la premura per tutti gli esseri viventi, animali, piante e i diversi organismi. Margherita Hack diceva, in sintonia con me, che la fede è fede e che non si può dimostrare né che Dio esiste né che non esiste. Il rispetto quindi deve essere reciproco fra persone diverse per ispirazione ed itinerario, ma unite dal comune obiettivo di contribuire ad un mondo più giusto ed umano».
Poi c’è don Gallo, immagine di una Chiesa evangelica e schierata accanto agli ultimi…
«Don Gallo mi fa pensare soprattutto all’uomo di fede nel Dio di Gesù di Nazareth, al suo essere prete con convinzione ostinata e con libertà sorprendente dentro la Chiesa. La memoria viva del suo insegnamento è il suo essere stato e continuare ad essere un riferimento di luce, di accoglienza, di confronto fra le persone più diverse: credenti di diverse fedi religiose e non credenti, eterosessuali omosessuali, transessuali, carcerati, prostitute, persone dipendenti dalle sostanze, emarginate, discriminate, scartate. Ha saputo guardare la vita e le storie delle persone dalla strada, dal marciapiede e per questo restare sempre partigiano, come lo era stato nella lotta di Liberazione, cioè di parte, schierato, come ha vissuto e ci ha proposto Gesù».
Un capitolo è dedicato ad Eluana e Beppino Englaro, con cui hai condiviso un pezzo di strada, anche perché la parte finale della loro storia si è svolta ad Udine…
«Ho ricordato Eluana e Beppino per la necessità di liberare la storia delle persone dalle strumentalità del moralismo, della politica, della religione, perché l’incontro vero con la storia delle persone possa significare ascolto, rispetto, dialogo ricerca di strade possibili per poter contribuire a vivere, soffrire e morire nel modo più umano possibile».
E i “principi non negoziabili”?
«Negli ultimi anni la Chiesa, una Chiesa politica, e certa politica hanno fatto a gara a sostenersi nel dichiarare i principi non negoziabili, espressione che pare scomparsa con l’arrivo di papa Francesco, il quale ha affermato che l’espressione non gli piace, perché i valori sono tali e basta. Inoltre è grossolana nei contenuti e nel linguaggio: “non negoziabili” si riferisce ad una sorta di trattativa mercantile, sconveniente se riferita alla vita delle persone. E ancora più grave se si pensa che la Chiesa dovrebbe incontrare le persone con le loro storie diverse, ascoltare, curare, accompagnare, esprimere condivisione e incoraggiamento. La non negoziabilità annulla ogni possibilità di dialogo. Le questioni della bioetica, dell’inizio e del fine vita chiedono informazione e formazione, riferimenti etici profondi, rispetto della libertà delle persone, anche nell’accettare o rifiutare le cure, nel decidere riguardo alla morte. E questo non si pone contro Dio, ma si esprime alla sua presenza con una libertà consapevole e serena, con la fiducia e l’affidamento della vita, non solo di quella biologica, a lui, fonte e accoglienza della vita».
Fra i tuoi “compagni di strada” c’è anche Tonino Bello...
«È stato un uomo e un vescovo, poeta e profeta, in cammino con il suo popolo e al suo servizio. Si è liberato dal potere clericale, maschilista e autoritario, dal compito di funzionario della religione e per questo ha espresso il potere e la forza dei segni: nel muoversi, nel vestire, nell’incontrare, nel condividere, nell’aprire le porte del palazzo vescovile per accogliere, nel denunciare e nel proporre con forza e nell’incontrare con tenerezza. Continua a comunicarci una profonda spiritualità che anima l’audacia e la concretezza delle scelte, del linguaggio e dei gesti».
Che vescovi vorresti per la Chiesa?
«Vescovi insieme profeti e pastori, perché le due dimensioni non sono contrapposte ma complementari. La forza della profezia dovrebbe guidare il pastore perché non diventi un funzionario di un’istituzione religiosa, perché annunci con libertà e franchezza la Parola e ne viva la coerente testimonianza; perché si senta in mezzo al popolo di Dio, non al di sopra; perché esprima segni di semplicità, di sobrietà, rinunciando a titoli onorifici, al palazzo vescovile, all’automobile di rappresentanza. Un vescovo che incontri, ascolti, condivida esperienze e percorsi, un uomo appassionato del Dio di Gesù di Nazareth e delle persone, delle loro storie, accogliente, non preoccupato dell’organizzazione, ma della sensibilità del cuore e dell’atteggiamento di vicinanza e di prossimità. Anche nella scelta dei vescovi il criterio non dovrebbe essere quello di fedeltà all’istituzione religiosa, ma di fedeltà al Vangelo, di coerenza nella vita, di segni leggibili riguardo alla giustizia, all’accoglienza, alla pace, alla misericordia, alla verità, alla salvaguardia del creato, di tutti gli esseri viventi».
Il Concilio attraversa e permea ogni pagina del libro. Dopo 50 anni, a che punto siamo?
«Lo spirito del Concilio ci sta davanti, l’impegno per il suo compimento dovrebbe vederci coinvolti, soprattutto su due dimensioni fondamentali: la Chiesa come popolo di Dio in cammino nella storia, di cui papa, vescovi, preti, religiosi e religiose sono una piccola parte con compiti specifici, non di superiorità e di distanza, ma di condivisione, di servizio. E poi il rapporto fra Chiesa e mondo: non di superiorità, di sospetto, di giudizio preventivo, bensì di attenzione, ascolto, apprendimento, dialogo, e poi orientamento, indicazione, insegnamento sempre rispettoso, di forte denuncia e giudizio su tutte quelle situazioni che opprimono, offendono e umiliano la dignità delle persone».
L’ultimo capitolo ha come titolo “Una Chiesa che non ha paura e che guarda al futuro”. I gesti e le parole di Francesco sono di incoraggiamento? Quale Chiesa sogni?
«Certamente le parole e i gesti di Francesco incoraggiano tanti preti insieme a tante persone che in questi anni sono stati sospettati e criticati per il loro impegno nella società, per un rinnovamento di fondo della Chiesa. Sta spostando il baricentro dalla dottrina alla testimonianza, dall’istituzione alle relazioni, dalla preoccupazione organizzativa all’atteggiamento interiore».
Quali sono le prime riforme da fare?
«Innanzitutto la scelta di camminare con i poveri e di presentarsi come Chiesa povera, essenziale, sobria. Poi la scelta di una maggiore democrazia. Da parte di alcuni si dice che la Chiesa non è una democrazia, in parte è vero perché dovrebbe essere una comunione, che però di fatto dovrebbe partire dall’attuazione delle elementari forme di partecipazione e di democrazia, per poi tendere all’ulteriorità della comunione. Infine la realizzazione di una Chiesa pluralista che riconosce le diversità culturali e simboliche delle diverse comunità sparse su tutta la Terra. Un pluralismo di teologie e liturgie. E ancora una Chiesa che riprende in modo profondo e pacato alla luce del Vangelo e con il contributo delle scienze umane le dimensioni dell’affettività, dell’amore e della sessualità nelle loro diverse esperienze ed espressioni. È questa la dimensione fondamentale della vita delle persone: riguarda i rapporti donna-uomo, la famiglia, i separati, i divorziati; l’omosessualità e la transessualità, la pedofilia; il celibato obbligatorio da sciogliere per la credibilità del celibato stesso e per una Chiesa con preti celibi, sposati e con donne prete. Sempre, continuamente e prima di tutto il riferimento a Gesù di Nazareth e al suo Vangelo: da qui si parte e qui si ritorna, altrimenti la Chiesa diventa un’istituzione fra le altre, con una copertura esteriore di religiosità».
 (*) – Don Piazza e un prete “di frontiera”, fondatore del Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud).

martedì 1 ottobre 2013

La fede, la scienza, il male

- COSÌ L’EX PONTEFICE MI HA RISPOSTO - DI PIERGIORGIO ODIFREDDI
da: la Repubblica di martedì 24 settembre 2013
Pochissime persone al mondo, ed Eugenio Scalfari è una di queste, possono comprendere la sorpresa e l’emozione che si provano nel ricevere a casa propria un’inaspettata lettera di un Papa. Una sorpresa e un’emozione che non vengono scalfite dal fatto di essere dei miscredenti, perché l’ateismo riguarda la ragione, mentre le personalità e i simboli del potere agiscono sui sentimenti.
A me questa sorpresa e quest’emozione sono capitate il 3 settembre, quando il postino mi ha recapitato una busta sigillata, contenente 11 pagine protocollo datate 30 agosto, nelle quali Benedetto XVI rispondeva al mio “Caro papa, ti scrivo” (Mondadori, 2011). Una risposta che mi ha sorpreso per due ragioni. Anzitutto, perché un Papa ha letto un libro che, fin dalla copertina, veniva presentato come una «luciferina introduzione all’ateismo». E poi, perché l’ha voluto commentare e discutere.
Poco dopo le dimissioni di Ratzinger, avevo approfittato di un amico comune per chiedere all’arcivescovo Georg Gänswein se fosse possibile recapitare all’ormai Papa emerito una copia del mio libro, nella speranza che lo potesse vedere. E in seguito, in un paio di occasioni, mi era stato detto dapprima che l’aveva ricevuto e poi che lo stava leggendo. Ma che potesse rispondermi, e addirittura commentarlo in profondità, era al di là delle ragionevoli speranze.
Aprire la busta e trovarci 11 fitte pagine, che iniziavano con una richiesta di scuse per il ritardo nella risposta, e un’offerta di ringraziamenti per la lealtà della trattazione, era la realizzazione del massimo delle aspettative possibili, in un mondo che di solito non ne realizza che il minimo. Ed era anche la soddisfazione di veder finalmente presi sul serio e non rimossi, benché non condivisi, i miei argomenti a favore dell’ateismo e contro la religione in generale, e il cattolicesimo in particolare.
D’altronde, non era certo un caso che avessi indirizzato la mia lettera aperta a Ratzinger. Dopo aver letto la sua “Introduzione al Cristianesimo”, suggeritami da Sergio Valzania, avevo capito che la fede e la dottrina di Benedetto XVI, a differenza di quelle di altri, erano sufficientemente salde e agguerrite da poter benissimo affrontare e sostenere attacchi frontali. Un dialogo con lui, benché allora immaginato soltanto a distanza, poteva dunque rivelarsi un’impresa stimolante e non banale, da affrontare a testa alta.
Scrivendo il mio libro come un commento al suo, avevo cercato di favorire la pur remota possibilità che un giorno il destinatario potesse effettivamente riceverlo. Avevo dunque abbassato i toni sarcastici di altri saggi, scegliendo uno stile di scambio tra professori “alla pari”, ovviamente nel senso accademico dell’espressione. E mi ero concentrato sugli argomenti intellettuali che potevo sperare avrebbero mantenuta viva la sua attenzione, pur senza rinunciare ad affrontare di petto i problemi interni della fede e i suoi rapporti esterni con la scienza.
L’approccio evidentemente non era sbagliato, visto che ha raggiunto il suo scopo: che, ovviamente, non era cercare di “sconvertire il Papa”, bensì esporgli onestamente le perplessità, e a volte le incredulità, di un matematico qualunque sulla fede.
Analogamente, la lettera di Benedetto XVI non cerca di “convertire l’ateo”, ma gli ritorce contro onestamente le proprie simmetriche perplessità, e a volte le incredulità, di un credente molto speciale sull’ateismo.
Il risultato è un dialogo tra fede e ragione che, come Benedetto XVI nota, ha permesso a entrambi di confrontarci francamente, e a volte anche duramente, nello spirito di quel Cortile dei Gentili che lui stesso aveva voluto nel 2009. Se ho atteso qualche settimana a rendere pubblica la sua partecipazione al dialogo, è perché volevo essere sicuro che egli non volesse mantenerla privata.
Ora che ne ho ricevuto la conferma, anticipo qui una parte della sua lettera, che è comunque troppo lunga e dettagliata per essere riportata integralmente, soprattutto nelle sezioni filosofiche iniziali. Lo sarà a breve in una nuova versione del mio libro, sfrondato delle parti sulle quali lui ha deciso di non soffermarsi, e ampliata con un resoconto della nascita e degli sviluppi di quello che risulta essere un unicum nella storia della Chiesa: un dialogo fra un papa teologo e un matematico ateo.

Divisi in quasi tutto, ma accomunati almeno da un obiettivo: la ricerca della Verità, con la maiuscola.

lunedì 27 maggio 2013

Don Gallo, cronaca del funerale.

    Quando la vera Chiesa decide di esserci

 di Paolo Farinella                                                                                                                                                                                                                                                                   Il Fatto Quotidiano - 26 maggio 2013
  
Genova 25 maggio 2013 - Già di prima mattina, come nei giorni precedenti, la chiesa di San Benedetto al Porto in Genova, sede della Comunità, è gremita di folla, accorsa per l’ultimo saluto sulla terra a don Andrea Gallo. Piove, come se gli angeli volessero partecipare al distacco fisico e le loro lacrime scendono dal cielo bagnando tutti. La pioggia è una benedizione che purifica tutti per essere degni di partecipare alla morte di un profeta che ha partecipato alla vita di tutti quelli che lo hanno incontrato e amato. In chiesa, oltre alla folla di gente, vi sono alcuni preti, un paio di Genova e gli altri venuti da tutta Italia: da Cossato (Biella), da Torino, da Antrosano (l’Aquila), da Lucca, da Firenze, da Budrio (Bologna), da Napoli, da Caserta e da altre città.
Parte il corteo da San Benedetto al Porto verso la chiesa di N. S. del Carmine e Sant'Agnese, nella zona della Nunziata, passando per la Stazione di Porta Principe. Un mare di ombrelli copre le strade. Quando il corteo giunge alla Nunziata il colpo d’occhio di via Balbi, che è un solo fitto ombrello, toglie il respiro: Genova non ha mai visto un folla così ai funerali di qualcuno, e pure di un prete. C’era Genova, c’era l’Italia e anche oltre. A intervalli spontanei e non organizzati – non esiste nemmeno la parvenza di servizio d’ordine – scoppia dalla folla «O bella, ciao, ciao, ciao» che è la sola preghiera laica che accomuna tutti nel segno della libertà. Alla Nunziata, don Andrea Gallo è preso a spalle dalla Comunità e dai «Camalli» del porto e ci si avvia per il Carmine, distante poche decine di metri. C’è Vauro, c’è Landini, c’è Dalla Chiesa, c’è don Ciotti. C’è Dio.
Altra folla in attesa che unita a quella che arriva forma un oceano di umanità riunita attorno all'Uomo, al Prete, al Combattente che in tutta la vita ha solo unito tutti, restando rigorosamente Uomo, Prete e Combattente di parte perché non si può stare con tutti come alibi per non stare con nessuno. Come in fisica un corpo non può occupare due spazi, così anche la coscienza umana non può stare dalla parte degli oppressi e anche da quella degli oppressori, dei giusti e degli ingiusti, dei ladri e dei derubati, dei poveri e dei ricchi. Don Gallo stava da una parte ben precisa, ma costringeva tutti all'unità con gli altri, facendo scelte radicali. Fu amato da tutti perché non barò mai e non era irenico a buon mercato. La Pace per lui aveva un cognome puntuale: Giustizia.
I funerali sono presieduti dal cardinale Bagnasco Angelo, vescovo di Genova e presidente della Cei. Egli si sforza fin dall'inizio di mantenere un contegno asettico, istituzionale, neutro, impassibile, anzi impenetrabile. Prigioniero del suo ruolo cultuale non riesce – e forse non si sforza nemmeno o non può –  a capire quello che sta succedendo. Non ha visto il mare di persone che affollava non solo la chiesa ma via Brignole De Ferrari, la piazzetta del mercato, Piazza della Nunziata, via Balbi. Bagnasco è «dentro», la gente è «fuori». Egli gestisce un evento straordinario come se fosse un ordinario funerale qualsiasi e non si rende conto che il ritorno di don Gallo al Carmine è una forma di risarcimento postumo, perché da quella Chiesa nel 1969 fu letteralmente cacciato via da un altro cardinale, Giuseppe Siri, campione unico di ottusità maniacale.
Bagnasco prende i fogli, forse scritti da altri, e comincia a leggere. Incauto, non è capace di dire una parola fuori dal protocollo rituale, «recitato» pedissequamente, anche nelle parti lasciate libere all'iniziativa del celebrante, secondo l’occasione del momento. Al nome di Siri «padre e benefattore», da fuori scoppia un urlo che immediatamente si propaga dentro la chiesa al grido di «Andrea, Andrea». Solo l’intervento di Lilli, la storica segretaria di don Gallo e la mamma della Comunità, riesce a calmare lo sdegno e la contestazione.
Un’occasione perduta per il cardinale e per la chiesa istituzionale, rappresentata da una trentina di preti presenti in chiesa, alcuni, assenti con il cuore e l’anima: sono infastiditi dalle preghiere, da alcune presenze e forse anche dalla presenza stessa di don Gallo. Il cardinale non vedendo e non rendendosi conto che la chiesa è là fuori della balaustra e del tempio, parla come se parlasse a un raduno di preti e manca l’appuntamento con la storia della sua città che sabato 25 maggio 2013, dalle ore 11,30 alle ore 13,30 si era data convegno per celebrare l’Eucaristia con il suo prete, con il Gallo, comandante, sobillatore di coscienze, perturbatore delle quiete, dissacratore del Dio dissacrato da tutte le gerarchie ecclesiastiche che hanno fatto finta di appropriarsene per impedire che la gente della strada, gli ultimi, i perduti, i tartassati dai governi dei tecnici e delle larghe intese, appoggiati dalla Cei e dal Vaticano, potessero accedere al Dio della Giustizia e dell’Amore.
Il cardinale Angelo Bagnasco nel giorno del funerale di don Andrea Gallo, non si presenta come il padre di una chiesa in ricerca, ma come il burocrate del sacro e delle formulette prefabbricate, limitandosi a «recitare un funerale» anonimo. La folla lo percepisce come «nemico», anzi peggio, come «altro». Il funerale del Gallo è l’emblema visibile di due chiese parallele: una di popolo, di sfigati, di gente di carne e di sangue, che sbaglia, ma che ama e l’altra quella rappresentata dal cardinale che vive in un altro mondo, un mondo alieno, senza storia e senza cuore. Una chiesa asfittica, morta. Don Gallo morto è vivo e pimpante. Il cardinale vivente e imbacuccato in paramenti e cappelli, è morto e seppellito. Nel giorno del funerale del Gallo abbiamo seppellito una Chiesa, ormai finita e assistito alla risurrezione popolare di un profeta che, autentico, parla anche da morto e fa vibrare i cuori del desiderio di Dio che è lì in quella folla, possente nella sua tenerezza.

venerdì 15 marzo 2013

Ancora su Bergoglio

Dalle email arrivate:


>> articolo da Peace Reporter
>> 11/05/2006 - Il lato oscuro del cardinale
>>
>>
>> In un libro le collusioni dell'arcivescovo di Buenos Aires con la
>> dittatura militare
>>
>> Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires,
>> presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel
>> conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è
>> accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila
>> persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo
>> 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa
>> nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky,
>> che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese
>> sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso
>> ricerche serie e attente.
>>
>>
>> I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni,
>> gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di
>> Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta
>> influenza e molto potere, dato che in quel periodo l'istituzione religiosa
>> ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di
>> base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti
>> che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel
>> febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due
>> dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle
>> baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si
>> rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella
>> gente povera che faceva affidamento su di loro.
>>
>> La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti
>> immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno
>> informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per
>> toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe,
>> furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca
>> fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della
>> Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato
>> di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con
>> l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano
>> qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari
>> simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne
>> che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti,
>> fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile
>> a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella
>> famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono
>> rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.
>>
>> Botta e risposta. Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e
>> denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di
>> lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un
>> imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che
>> Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel
>> mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi
>> documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a
>> ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio
>> specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania,
>> da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede
>> nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario,
>> fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta.
>> Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del
>> culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto:
>> “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è
>> stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste
>> informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti
>> padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.
>> E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il
>> ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la
>> Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi
>> per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno
>> dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova
>> fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9,
>> schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di
>> Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il
>> giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha
>> cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non
>> ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò
>> l’arcivescovo – tra l’altro perché no ho mai creduto che lo fossero”.
>>
>> Ma… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio,
>> morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla
>> terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata
>> a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza
>> dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì
>> gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva
>> vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore
>> argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo
>> eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori
>> ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un
>> guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.
>> Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura
>> militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro,
>> un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una
>> formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del
>> Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale
>> arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della
>> Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse
>> collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro.
>> Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io
>> non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione
>> politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza
>> Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione
>> costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri
>> del governo.
>>
>> Oggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il presidente dei
>> vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano a
>> pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario
>> del colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per
>> costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica,
>> dove viene chiesto agli argentini di volgere lo sguardo al passato per
>> ricordare la rottura della vita democratica, la violazione della dignità
>> umana e il disprezzo per la legge e le istituzioni. “Questo, avvenuto in
>> un contesto di grande fragilità istituzionale – hanno scritto i vescovi
>> argentini – e reso possibile dai dirigenti di quel periodo storico, ebbe
>> gravi conseguenze che segnarono negativamente la vita e la convivenza del
>> nostro popolo. Questi fatti del passato che ci parlano di enormi errori
>> contro la vita e del disprezzo per la legge e le istituzioni sono
>> un’occasione propizia affinché come argentini ci pentiamo una volta di più
>> dai nostri errori  per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella
>> costruzione del presente”.
>> Tanti tasselli, quelli raccolti dal giornalista argentino nel suo libro
>> che ci aiutano a vedere un po’ meglio in un mosaico tanto complesso quanto
>> doloroso della storia recente di Santa Romana Chiesa.
>>
>> Stella Spinelli



Ti ringrazio, Luciana, ed avevo capito del tuo inoltro a tutta la comunità.
Anch'io come molti, penso, ero rimasto abbastanza contento in un primo
momento (come dice anche Hans Kung) ma quando ho ricevuto questa notizia di
collusione con la dittatura sono rimasto senza fiato. Speriamo che sia
pentito e convertito come Romero...sarebbe una bella cosa, ma ce lo deve
dire! Ciao, mauro.



Tanto per capire..........
Aldo Antonelli è un parroco abruzzese impegnato in percorsi alternativi
Luciana
----- Original Message -----
From: Aldo Antonelli
To: Undisclosed-Recipient:;
Sent: Thursday, March 14, 2013 12:25 AM
Subject: Benvenuto

UN PAPA CHE SI INCHINA.
Ho rotto il digiuno quaresimale.
Stasera ho brindato con ottimo vino al nuovo papa.
Io, antigerarchico e non popalista!
Sono felice a triplice titolo:
1- Il nuovo papa è un sudamericano.
2- Si chiama Francesco Primo
3- Parlando di se stesso ha fatto riferimento, più di una volta, al "Vescovo di Roma"  e non al "Papa" e, prima di benedire il popolo, ha chiesto la benedizione dal popolo:
Grance rivoluzione!
GRANDE!
 Che il domani sia già l'oggi!
ALDO

mercoledì 13 febbraio 2013

Nascita (e fine) del prete tridentino


Come nasce la casta sacerdotale
(dedicato alle dimissioni di papa Ratzinger, come segno dell'inizio della fine del Concilio di Trento e come segno di ripresa del Concilio Vaticano secondo che lentamente rinasce dalle sue ceneri)

Roberto Bartoli - Riforma cattolica e reazione antiprotestante

pp.64-65
... Il basso clero fu, infatti, strappato a forza dal suo ambiente naturale, a quel mondo dei rustici di cui era figlio ed al quale partecipava in modo totale, condividendone le tristi condizioni di vita materiale e gli originari ed autonomi valori culturali. Seguendo le linee di una politica religiosa e culturale elaborata, organizzata e diretta soprattutto dai gesuiti, i futuri curati di campagna vennero isolati dalle loro comunità per andare a ricevere la loro formazione intellettuale, teologica, religiosa e culturale in quella sorta di collegi per preti che furono i seminari. Nel seminario il futuro prete ebbe una cultura superiore di tipo letterario classico, conformemente al programma di studio modellato sulla "ratio studiorum" dei gesuiti, unitamente alla cura per la sua preparazione teologica. Uno dei segni di questa superiorità culturale dello stato ecclesiastico, fu il latino. Con la conoscenza del latino il prete entrava nella classe intellettuale, si appropriava di un linguaggio difficile ed incomprensibile per il popolo. Finiva, perciò, per essere investito di un'aureola di magica superiorità con l' accesso a questo esoterismo linguistico, che incantava e  suggestionava i semplici proprio attraverso il mistero di quelle parole incomprensibili. Orbene, questa formazione culturale superiore, accompagnata al riassetto della proprietà ecclesiastica nelle campagne che consentisse al curato una certa agiatezza economica, ebbe lo scopo di inquadrare il basso clero in modo organico nell'«ordo clericorum», in modo da farlo sentire partecipe di un corpo clericale nettamente separato dal mondo dei semplici rustici, nel quale doveva svolgere la sua missione sacerdotale. Come si è già messo in risalto, anche l'atteggiamento esterno del curato, il suo modo di comportarsi, di parlare, di gesticolare, il suo abito dovevano essere segni visibili di appartenenza ad un corpo privilegiato e superiore, con funzione di comando, e quindi tale da incutere rispetto già di per se stesso. In altre parole, tutto doveva indicare la rottura e la separazione più complete dai corrispondenti modi di vita del mondo contadino.
Le prescrizioni conciliari erano in proposito tassative. Il già ricordato Canone I della XXII sessione del 17 settembre 156266, stabiliva norme precise per il comportamento esterno dei chierici. Abbiamo visto in precedenza che non fu il solo. Infatti il già citato canone IV della XIV sessione del 25 novembre 1551, li richiamava a portare l'abito conforme al proprio stato. Anche i seminaristi dovevano prendere subito la tonsura ed indossare la veste clericale, come disponeva la sessione XXIII del 15 luglio 1563 al canone XVIII. Nella sessione XXI del 15 giugno 1562, il canone primo vietava a coloro che entravano al servizio di Dio, di mendicare o di esercitare un mestiere ignobile come mezzo di guadagno. Da queste prescrizioni, come da molte altre -ad esempio i canoni IV e V della XXIII sessione del 15 luglio 1563 facevano divieto di ammettere alla prima tonsura "quelli che non sappiano leggere e scrivere" e si dispone (canone V) "che i chierici ammogliati debbano prestare servizio nella chiesa in cui sono destinati e portino I' abito clericale e la tonsura" -emerge con estrema chiarezza quella che doveva essere la condizione del prete, così come viene confermata da altri documenti e testimonianze 67. A questo riguardo i canoni tridentini costituiscono una fonte preziosa per la conoscenza della situazione religiosa del popolo e del clero prima di Trento. In sostanza, per riepilogare gli aspetti più rilevanti messi in risalto anche nelle pagine precedenti, quello del clero e quello dei laici incolti erano due stili di condotta e di contegno esterni che rivelavano, già nell'immediatezza delle apparenze, due condizioni sociali e, sul piano ecclesiale, fissavano in maniera definitiva e completa la scissione fra Chiesa sacerdotale e gerarchica e quella discente degli umili fedeli. Agli occhi del povero contadino, il curato doveva perciò rappresentare la superiorità della gerarchia e, pertanto, incutergli un senso di deferente e filiale devozione, in modo da instillare nel suo animo quel complesso di inferiorità e di nullità personale che lo rendesse pronto ad accogliere con obbedienza filiale l'indottrinamento e la disciplina pratica trasmessigli autoritativamente dal prete.
66. Documenti cit. pag. 651
67. Documenti cit. pag. 617, 673, 636/7, 666/7
68. Si veda il paragrafo in questo capitolo "Gli strumenti per il controllo della fede popolare nel
programma tridentino: il ruolo del clero e la nuova figura del prete"

martedì 29 gennaio 2013

Riforma cattolica e reazione antiprotestante

Il libro di Roberto Bartoli


  Roberto Bartoli - Riforma cattolica e reazione antiprotestante. Aspetti della realtà religiosa italiana fra '400 e '600. 
 Il Pensiero Critico ed. marzo 2012. € 10, pagine 208.                       

L’idea che sta alla base del libro è che la religione riveste un ruolo di grande importanza nella formazione della coscienza di un popolo sotto tutti gli aspetti, politici, morali, civili in genere e non solo religiosi. Per quel che riguarda il nostro paese assumono un particolare rilievo le vicende che si snodano fra ‘400 e ‘600, con al centro la Riforma protestante e la reazione cattolica definita in tutti i suoi aspetti dal Concilio di Trento. A Trento viene tracciato il progetto di riforma del cattolicesimo avente per obiettivo primario quello di fare della Chiesa un corpo compatto, sottoposto ad una disciplina ferrea basata sul principio dell’obbedienza incondizionata del fedele all’autorità ecclesiastica, senza interrogativi e dubbi. Riceve perciò un forte impulso l’indirizzo volto a rafforzare ed esasperare la struttura gerarchica ed istituzionale della Chiesa cattolica, con la separazione sempre più marcata fra laici e clero e col rafforzamento dell’autorità ecclesiastica, con al centro la figura del papa. La stessa religiosità prende sempre più un’impronta disciplinare, in modo da consentire al clero il controllo stretto sulla vita del popolo, separato dal contatto diretto con la Scrittura ed inserito in un modello di vita cristiana centrato sui sacramenti, sulla partecipazione alla messa ed alle grandi cerimonie religiose, sulla venerazione dei santi ed il culto delle reliquie, ovvero su una sistematica manifestazione esterna della fede. Per contro il clero, cui viene assegnato il compito primario di controllare il comportamento dei fedeli, vede esaltata la propria figura di superiore autorità che si presenta con una veste sacrale ad un popolo chiamato alla passiva sottomissione. Finiscono in tal modo cancellati quegli orientamenti interni di riforma della Chiesa cattolica che dalla fine del ‘400 ai primi decenni del ‘500 avevano mirato al rinnovamento spirituale della coscienza cristiana alimentato dal contatto diretto con la Scrittura. Anche il ceto colto dei “letterati” perde la propria indipendenza culturale e viene inquadrato nelle schiere dell’antiprotestantesimo ad esclusivo servizio della Chiesa, come suo “intellettuale organico”. Sotto l’effetto di questo indirizzo tridentino, sostenuto dalla minaccia di feroci mezzi repressivi, non c’è da meravigliarsi se il livello di spiritualità religiosa e di moralità degradano nella simulazione, nell’ipocrisia, nel conformismo, nella doppia morale: «Insomma, dopo aver narcotizzato la coscienza religiosa e, proprio per quel motivo, la Controriforma cattolica opera una vera e propria espulsione di ogni forma di indipendenza personale ed è quindi alla radice della corruzione della coscienza morale del nostro paese, che tanti effetti nefasti riverserà sulla successiva storia nazionale italiana fino ai nostri giorni».
 Roberto Bartoli

Per chi interessa il libro può essere richiesto alla Comunità dell’Isolotto di Firenze (Via degli aceri1, tel. 055711362, email comunitaisolotto@comunitaisolotto.org) ed all’autore al numero telefonico 055 6531683, con un rimborso spese di € 10.

Nota
Indice e Introduzione del libro:


SOMMARIO
Introduzione 7

I -RIFORMA CATTOLICA E
CONTROLLO DEL MONDO RURALE E POPOLARE pag. lO
Gli strumenti per il controllo della
fede popolare nel programma tridentino:
PREDICAZIONE E CATECHESI 17
IL SACRAMENTALISMO 21
SACRIFICIO DELLA MESSA, VENERAZIONE DEI SANTI,
DELLE RELIQUIE E DELLE IMMAGINI SACRE pag. 27
IL MONOPOLIO DEL CLERO SULLA SCRI1TURA pag. 31
IL RUOLO DEL CLERO E LA NUOVA FIGURA DEL PRETE pag. 35
IL PROBLEMA DELLA PERMANENZA DELLA RELIGIOSIT À
PAGANO-NATURALlsncA E DELLA CULTURA FOLKLORICA NEL POPOLO,
SOPRAlTU1TO NELLE CAMPAGNE 55
L'ATTACCO CULTURALE E L 'uso DELLA REPRESSIONE INQUISITORIALE.pag. 62

Il -IL CONTROLLO ECCLESIASTICO SULLE t LITE POLITICHE,
SOCIALI ED INTELLETTUALI E SULLA CULTURA
L 'intellettuale ad esclusivo servizio della fede pag. 75
LA RELIGIONE NEL PENSIERO DI MACHIAVELLI pag. 79
IL RIFORMISMO INTERNO ALLA CHIESA 83
IL "LIBELLUS" DI QUIRINI E GIUSTINIANI 95
I FRAGILI EQUILIBRI DELL 'EVANGELISMO 100
IL DIBATTITO RELIGIOSO ITALIANO E
LA SCRITTURA FINO AL CONCILIO DI TRENTO pag. 104

III -IL CONCILIO DI TRENTO
Il fallimento dei tentativi di conciliazione prima di Trento.pag. 115
IL PROGETTO TRIDENTINO... 125
TRENTO: RIFORMA DELLA CHIESA O CONTRORIFORMA? pag. 130
GLI EFFETTI DEL CONCILIO DI TRENTO 136
INTELLElTUALI ITALIANI E CHIESA CATfOLICA NEL '500 pag. 149
LA DISCIPLINA CQNTRORIFORMISTICA DELLA SCRITTURA SACRA,
DEGLI STUDI E DELLA STAMPA DEI LIBRI pag. 157
LA CRISI DEFINITIVA DELL 'EVANGELISMO 162

IV -I MEZZI REPRESSIVI
Lo sterminio indiscriminato e l'Indice dei libri proibiti pag. 173

L'INQUISIZIONE UNIVERSALE 179
LE RADICI STORICHE DELL 'IDEOLOGIA INQUISlTORIALE pag. 188
V -CONCLUSIONE 201
BIBLIOGRAFIA 207

INTRODUZIONE

Nella tradizione cristiana di tutto il Medio Evo, alto e basso, la massa dei fedeli era esclusa dalla conoscenza diretta della Bibbia. A colmare questa lacuna provvedeva da un lato 1 'immagine sacro-pittorica, ossia la sacra rappresentazione intesa come la Bibbia per gli ignoranti; e, dall'altro, la predica, rivendicata come esclusivo compito dell'ordine sacerdotale. Nell'ignoranza delle grandi turbe, il sacerdozio trovava uno dei motivi per l' affermazione della propria necessità, come ponte fra la parola di Dio ed il singolo fedele. Uno dei temi fondamentali su cui era maturata la separazione dal corpo della Chiesa ufficiale dei movimenti ereticali, era stato appunto questo della Scrittura, che gli eretici volevano rendere accessibile direttamente al popolo -da qui la traduzione della Bibbia in lingua volgare -negando con ciò ogni ragion d'essere all'ordine sacerdotale e, quindi, ad una Chiesa gerarchicamente strutturata con la sua netta divisione fra clero (Chiesa docente) e laicato (Chiesa discente ). Si comprende, allora, agevolmente perche nella lotta contro l' eresia, il perno su cui ruotava la difesa dell'ortodossia dottrinale fosse appunto questo della Scrittura. Si diceva che la parola di Dio era difficile ad intendere per gli ignoranti, sicché solo la Chiesa sacerdotale possedeva la chiave per comprenderla correttamente, Cosicché al fedele per salvarsi bastava affidarsi al magistero ecclesiastico, credere ciò che esso comandava ed ubbidirlo fedelmente. Era questa, del potere gerarchico del clero, una rivendicazione che ha improntato di se molti secoli di storia ecclesiastica e che era andata delineandosi sempre più decisamente in stretta connessione al progressivo carattere gerarchico-istituzionale assunto dalla Chiesa. Un tale indirizzo è stato presente fino dai primi secoli del cristianesimo, almeno dal secondo secolo, con particolare intensità nella seconda metà. Ma senza andare così lontano, lo vediamo emergere in modo consistente nell 'XI secolo con le lotte per la riforma della Chiesa nel grande conflitto fra papato ed impero. Alla fine del XlIo secolo ed all'inizio del XIlIo, col pontificato di Innocenzo III, la coscienza delle prerogative affatto speciali del clero e del suo ruolo unico e carismatico, era ormai decisamente formulata in termini inequivocabili. Nel suo " Dialogus" il papa affermava che " la funzione di predicare, vale a dire di insegnare pubblicamente, la posseggono coloro che sono designati per essa, vale a dire i vescovi e i preti nelle loro chiese, e gli abati nei monasteri, cui è affidata la cura delle anime"I, In tal modo il corpo sacerdotale si distanziava dal popolo, in special modo dalla folla dei fedeli incolti, di cui si tendeva a sottolineare l'ignoranza e l'incapacità a ben vivere ed operare senza la guida del clero. In una predica tenuta nella quaresima del 1304 a Pisa, Giordano da Rivalto, domenicano, affermava che "non è commesso ad ogni uomo 1 'ufficio di predicare,' che, innanzi a tutte le femmine è vietato in tutto e per tutto; appresso, tutti i laici e idioti che non hanno lettere; onde niuno può essere predicatore se non è letterato e scientifìco".  Con la seconda metà del '300, dopo la terribile esperienza della peste nera, cominciò a maturare una tendenza religiosa, peraltro già presente nella coscienza cristiana, che sovrapponeva alI'ansia per la fine del mondo quella per la fine individuale e per la sorte dell’anima dopo la morte, Si assiste, pertanto, ad una sempre maggiore accentuazione di una religiosità intimistica e privatistica, tutta tesa a cercare i mezzi che assicurassero la certezza della salvezza dell'anima. Le pratiche cultuali, le devozioni ritualistiche, il rispetto ossessivo delle prescrizioni liturgiche, diventarono allora il centro costitutivo di questa aspirazione alla sicurezza che voleva sciogliere tensioni ed inquietudini. Si trattava di una religiosità che recava in se una evidente impronta mercantile, con la sua contabilità del dare e dell'avere, dei peccati da rimettere ed espiare e dei meriti acquisiti con le opere di devozione e di culto. Non c'è quindi da meravigliarsi se essa caratterizzava in primo luogo il ceto borghese mercantile, culturalmente aperto ed ormai nettamente separato e distinto, per modi di vita e cultura, dalla massa ancora ignorante del popolo. Per quest'ultima andavano ancora bene le bibbie dipinte, "le dipinture degli angeli e Santi, per utilità mentale dei più bassi ", mentre " le Scritture rivelate sono principalmente per i più perfetti".
Così il ceto mercantile colto includeva anche la Bibbia fra le sue letture, di modo che, col' 400, il monopolio ecclesiastico della conoscenza scritturistica aveva perso la sua esclusività. Si rendeva in tal modo ancor più palese, che la discriminazione in materia di Sacra Scrittura si radicava nella differenziazione sociale che poneva adesso, accanto alla elite culturale e sociale dei chierici, quella economico-sociale del ceto mercantile. D'altra parte la esclusione dal contatto diretto col testo sacro delle donne e degli idioti, secondo la designazione di Giordano da Rivalto prima richiamata, era resa materialmente possibile dati il diffuso analfabetismo ed il latino in cui era pubblicato il testo biblico. Quando però nel '500 irruppe la Riforma luterana a lacerare il tessuto fino ad allora unitario della Chiesa legata a Roma, l'intero quadro del cristianesimo di marca cattolica finì per subire cambiamenti profondi, pur nel segno della continuità di alcuni aspetti fondamentali, che vennero addirittura notevolmente sviluppati, come l'irrigidimento gerarchico dell'istituzione ecclesiastica. In particolare, per quel che concerne il rapporto del fedele con la Sacra Scrittura, mentre venne perseguito e reso ancor più drastico il precedente orientamento nei confronti del popolo incolto, riguardo al ceto intellettuale, ai letterati come si diceva allora, il rivolgimento fu radicale e la separazione fra clero e laici in generale fu ancor più esasperata con le imposizioni controriformistiche. Ne uscì una particolare forma di religiosità che, per quanto non del tutto estranea alla spiritualità cristiana maturata nel corso dei secoli, recava anch'essa i segni di una selezione che potenziava ed inaspriva alcuni elementi del modo di vivere la fede, escludendone o comunque soffocandone altri. Questi brevi accenni credo bastino per farci capire l' importanza dell'epoca che andremo a prendere in considerazione, distesa fra il' 400 ed il '600, dalla quale l'intero cristianesimo occidentale venne profondamente segnato. In particolare in Italia, sede del papato, le ripercussioni furono di intensità e profondità tali da forgiare anche per i secoli futuri la coscienza religiosa e civile del nostro paese, come le pagine che seguono cercheranno di spiegare.

l. Citato in J. LeGoff -Gli intellettuali nel Medioevo, Milano 1979, pag. 101
2. Citato in C. Ginsburg- Folklore, magia, religione -Storia d'ltalia Einaudi Voi. l, pag. 620/1
3. O. Dominici -Regola del governo di cura familiare, citato in Oinsburg op.cit.