Translate

Visualizzazione post con etichetta rom. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rom. Mostra tutti i post

lunedì 31 ottobre 2011

Uscire dal ghetto rom




Uscire dal ghetto rom







Paola Galli e la propria esperienza con le donne della cultura romani






Costrette a sposarsi a 13 anni, magari con un uomo che nemmeno conoscono. L’orizzonte costretto nel misero interno di una bidonville. “Si parla spesso dell’importanza delle tradizioni, ma la maggior parte delle tradizioni è semplicemente arretrata, incorpora i vizi del passato”, questi i termini del confronto proposto venerdì sera al Cafè de la Paix da Paola Galli, insegnante e scrittrice, impegnata da anni in diversi ambiti del sociale. Tema dell’incontro l’attuale condizione delle donne rom in Italia, parte di un programma più vasto organizzato dalla cooperativa il Germoglio per favorire una maggiore comprensione della cultura romanì. Dopo il primo incontro dedicato alla lettura di brani del testo “Zingari, storia di un’emergenza annunciata”, Paola Galli ha presentato il libro di testimonianza “Storie di donne rom”, una raccolta di appunti biografici nata dall’esperienza del laboratorio Kimete a Firenze.




“Nel quartiere dell’Isolotto c’è sempre stata una grande accozzaglia di persone diverse.  É una zona periferica, per molto tempo è stata una vera e propria bidonville – ha raccontato la scrittrice -. Molti rom hanno iniziato ad abitarci, soprattutto profughi dalla Macedonia e dal Kosovo. Con alcune donne il quartiere, supportato da una cooperativa sociale, ha iniziato un percorso di integrazione. Inizialmente sono stati organizzati dei corsi di alfabetizzazione, poi il corso di cucito che ha permesso di strutturare Kimete, il laboratorio sartoriale dove si effettuano piccole riparazioni e servizio di stireria”. La storia di questa attività è stata illustrata ai presenti attraverso la proiezione del documentario “Donne per le donne”, realizzato per il programma “Un mondo a colori” da RaiTv2.



Paola Galli ha poi approfondito la propria esperienza personale, esprimendo le proprie speranze e perplessità: “il libro è corale, raccoglie le vicende e i pensieri di due generazioni: le madri più anziane e le figlie più giovani. Non è sempre stato facile raccogliere le loro confidenze. La tradizione pesa molto sulle loro spalle: quelle considerate anziane hanno magari solo quarant’anni, ma possono ricordare un matrimonio imposto appena adolescenti, le botte della suocera, l’incapacità di gestire le prime gravidanze. Le figlie spesso accettano le stesse imposizioni, come il non poter scegliere il compagno della vita, reclutato dai genitori anche all’estero, ma lo fanno consapevoli della loro ingiustizia. Il desiderio di cambiamento è forte”.



Tanto che qualcuna osa ribellarsi. Come il caso di una delle testimoni cui il libro dà voce, “spedita” in Germania per un matrimonio combinato e tornata in Italia dopo un anno, fuggita da una casa che era diventata una prigione e da una relazione coniugale al’interno della quale il suo ruolo non andava oltre il sentirsi serva del marito.



Luciana Tufani, l’editrice che ha pubblicato il libro e ha introdotto la serata, ha considerato come “la situazione non è diversa da quella vissuta dalle donne italiane cinquanta anni fa. Si subivano grandi pressioni, ma si iniziava a essere coscienti della loro iniquità. Per iniziare a cambiare sul serio è servita l’indipendenza economica”.



Il ghetto è secondo Paola Galli l’ostacolo più difficile da superare: “bisogna che si abituino a vivere con il resto della città. Le più giovani hanno fatto la terza media, e almeno fino a quell’età – prima di andare spose – hanno potuto godere di una minima socializzazione con la realtà esterna. Per gli uomini è diverso, loro escono e hanno più coscienza di ciò che accade nel mondo, anche a livello economico e politico. Le donne è come se vivessero in una scatoletta, dove tutti si guardano e controllano. Le giovani generazioni a contatto con il mondo crescono, mutano, ma affinché questo percorso si realizzi è necessario un discorso serio sul valore della tradizione”.



Licia Vignotto



 



da Estense.com  22 ottobre 2011



venerdì 14 ottobre 2011

Storie di donne








logo-tufani














Luciana Tufani Editrice














associazione culturale Leggere Donna














Storie di donne rom





















 















Un libro di Paola Galli















Fra tradizione e cambiamento.















Dopo diversi anni di frequentazione delle donne attraverso il lavoro nella cooperativa Kimeta, ma anche all'interno delle loro case, accadeva che il mio interesse si concentrasse su aspetti particolari della loro vita. C'era la voglia di andare fin nell'intimità, di scoprire quali erano le loro aspirazioni profonde.







Erano contente di essersi sposate o di sposarsi a 15, 16 anni col ragazzo scelto dalla famiglia? Avevano altri desideri, altre aspirazioni come, per le giovani, lavorare o studiare?







Questo era ciò che mi interessava scoprire, anche se loro erano spesso reticenti e si chiudevano in se stesse come davanti a un intervento irrispetoso, quasi illecito. Non mi lasciavo scoraggiare. Era come giocare con le bambole russe. Si apre la prima e dentro ce c'è una più piccola di cui non puoi contentarti perché sai che dentro ce ne sono altre ancora. E tu vuoi arrivare all'ultima.







Lettera a Paola:




E' un libro ben fatto, sobrio e animato insieme che, lo capisco bene, ti è costato tempo e notevoli energie emotive tenute in equilibrio dal tuo sano realismo femminile.



Interrogare donne, cercare di creare con loro coinvolge profondamente la nostra femminilità, fa riaffiorare desideri, nostalgie, amarezze. Non è mai rasserenante, trovo, in quanto mostra sempre il gran lavoro che c'è da fare, che non ha fine per capire e capirsi nella diversità dei contesti, e che non esclude affatto, come tu fai percepire, le tante somiglianze.



Inoltre, anche se sono digiuna sull'argomento, capisco chiaramente che delle donne rom non se n'era mai parlato guardandole in loro stesse. Così, grazie a te, il libro fa pensare all'esistere di queste donne, e va diffuso.



...La storia del laboratorio Kimeta è importante. Con le tue compagne e con Giusa avete fatto un grande lavoro.




Gabriella Fiori (Fiorentina. traduttrice di testi in inglese e francese, autrice di pubblicazioni  su Simone Veil, Anna Maria Ortese ed altro)



Aggiornamento del 15 ottobre 2011





Il Germoglio - cooperativa sociale onlus


Sezione di Ferrara


Rom, Sinti, Gagè - un'integrazione possibile?


 


Una serie di iniziative molto variegate (dalla lettura alla cucina, dal film al dibattito, alle mostre fotografiche) in questo percorso realizzato dalla Cooperativa insieme a numerosi partner, nell'ambito dei Piani di Zona del Comune di Ferrara e del più ampio progetto "INCLUSIONI DIFFUSE".


 


Il primo appuntamento è per  venerdì 14 ottobre con "l'Aperitivo con l'Autore" al Cafè de la Paix alle ore 18,00.


Sarà presente Annarita Calabrò col suo libro "Zingari, storia di un'emergenza annunciata" - lettura di testi a cura di Marcello Brondi.


 


Il secondo appuntamento è per venerdi 21 ottobre:


Paola Galli presenta il suo libro "Storie di donne rom fra tradizione e cambiamento". Introduce l'editrice Luciana Tufani.

Qui puoi vedere Il programma generale


 



 

mercoledì 26 settembre 2007

ROM 


 Livorno: Sindaco apre un blog per discutere la questione rom



“Livorno e i Rom. Tra inclusione e legalità” : è il tema su cui il sindaco Alessandro Cosimi invita i cittadini a riflettere e a commentare sul suo blog, che si è aperto oggi 


“Livorno e i Rom. Tra inclusione e legalità” : è il tema su cui il sindaco Alessandro Cosimi, dopo la tragedia della morte dei quattro bambini rom,  invita a riflettere ed a dare  il proprio contributo con idee, suggerimenti, proposte.

Per questo, a partire da lunedì 24 settembre,  mette a disposizione un nuovo canale di comunicazione con i cittadini, un “Blog”, ovvero uno spazio di dialogo e discussione diretta per dare a tutti la possibilità di esprimersi e per capire cosa i cittadini pensano davvero di un evento che ha in vario modo scosso l’opinione pubblica.

Partecipare al Blog è facile e chiunque può farlo attraverso il sito del Comune di Livorno.


Il via alla discussione viene dato da un intervento dello stesso sindaco, con il quale mette a fuoco , senza infingimenti, il rapporto non semplice con il popolo rom. “La componente Rom- scrive Cosimi-  rappresenta senza dubbio la parte più complessa e difficile del più generale fenomeno dell’immigrazione”; ed ancora : “forse un popolo nomade, come quello dei Rom, non si sente neanche emigrante, ma sempre “di passaggio”: un rapporto, quindi, con “diritti e doveri” ben diverso dal nostro o da quello di altri immigrati. Un rapporto che spesso sfocia anche nella piccola delinquenza e che raramente, almeno per ora, è alla ricerca di un’integrazione fatta di lavoro, scuola, cultura, amicizia”.

Ma Cosimi ricorda anche che “ è un popolo con una cultura viva e ricca, che ha pagato la propria “diversità” anche con la persecuzione nazista, che ha ucciso almeno mezzo milione di Rom nei campi di concentramento della seconda guerra mondiale”.

Il sindaco non nasconde che davanti alla morte dei quattro bambini Livorno ha avuto una reazione per certi versi diversa da quelle registrate in situazioni per le quali c’è stato bisogno di solidarietà. “ E’ stato un segnale di difficoltà, ed è stato registrato da tutti”, sostiene , e proprio per questo dobbiamo riflettere e lavorare.


A questa fase di sperimentazione del nuovo strumento di comunicazione, per ampliare al massimo le possibilità di intervento dei cittadini, partecipano anche i quotidiani locali, Il Tirreno, la Nazione, il Corriere di Livorno, e le emittenti televisive GranducatoTv e 50Canale, che dedicheranno uno spazio  esplicitamente collegato al blog.

In questo modo chi vorrà intervenire nella discussione potrà farlo sia scrivendo sul blog sia inviando lettere ai quotidiani e alle emittenti. Telegranducato, nei tg, proporrà anche brevi interviste sull’argomento e pubblicherà gli interventi del blog sul suo canale di televisione digitale, mentre 50Canale dedicherà uno spazio all’interno del suo sito internet e pubblicizzerà l’iniziativa.

Se il blog supererà, con il contributo di tutti, la sua fase sperimentale potrà divenire un ulteriore utile strumento di riflessione partecipata sulla Livorno che vogliamo.

Il sindaco si inserirà nel dibattito, sia del blog, che dei quotidiani e delle tv,  con  i propri interventi e le proprie conclusioni su questa fase di riflessione.

Per ragioni di leggibilità, i commenti che saranno inviati non dovranno superare la lunghezza di 30  righe e saranno pubblicati entro il giorno successivo al loro arrivo.

La discussione avrà un moderatore con il compito di evitare che vengano pubblicati messaggi offensivi o non pertinenti con l'argomento in discussione.


(Comune di Livorno)

24.09.2007


 Trovato qui

ROM 


 Livorno: Sindaco apre un blog per discutere la questione rom



“Livorno e i Rom. Tra inclusione e legalità” : è il tema su cui il sindaco Alessandro Cosimi invita i cittadini a riflettere e a commentare sul suo blog, che si è aperto oggi 


“Livorno e i Rom. Tra inclusione e legalità” : è il tema su cui il sindaco Alessandro Cosimi, dopo la tragedia della morte dei quattro bambini rom,  invita a riflettere ed a dare  il proprio contributo con idee, suggerimenti, proposte.

Per questo, a partire da lunedì 24 settembre,  mette a disposizione un nuovo canale di comunicazione con i cittadini, un “Blog”, ovvero uno spazio di dialogo e discussione diretta per dare a tutti la possibilità di esprimersi e per capire cosa i cittadini pensano davvero di un evento che ha in vario modo scosso l’opinione pubblica.

Partecipare al Blog è facile e chiunque può farlo attraverso il sito del Comune di Livorno.


Il via alla discussione viene dato da un intervento dello stesso sindaco, con il quale mette a fuoco , senza infingimenti, il rapporto non semplice con il popolo rom. “La componente Rom- scrive Cosimi-  rappresenta senza dubbio la parte più complessa e difficile del più generale fenomeno dell’immigrazione”; ed ancora : “forse un popolo nomade, come quello dei Rom, non si sente neanche emigrante, ma sempre “di passaggio”: un rapporto, quindi, con “diritti e doveri” ben diverso dal nostro o da quello di altri immigrati. Un rapporto che spesso sfocia anche nella piccola delinquenza e che raramente, almeno per ora, è alla ricerca di un’integrazione fatta di lavoro, scuola, cultura, amicizia”.

Ma Cosimi ricorda anche che “ è un popolo con una cultura viva e ricca, che ha pagato la propria “diversità” anche con la persecuzione nazista, che ha ucciso almeno mezzo milione di Rom nei campi di concentramento della seconda guerra mondiale”.

Il sindaco non nasconde che davanti alla morte dei quattro bambini Livorno ha avuto una reazione per certi versi diversa da quelle registrate in situazioni per le quali c’è stato bisogno di solidarietà. “ E’ stato un segnale di difficoltà, ed è stato registrato da tutti”, sostiene , e proprio per questo dobbiamo riflettere e lavorare.


A questa fase di sperimentazione del nuovo strumento di comunicazione, per ampliare al massimo le possibilità di intervento dei cittadini, partecipano anche i quotidiani locali, Il Tirreno, la Nazione, il Corriere di Livorno, e le emittenti televisive GranducatoTv e 50Canale, che dedicheranno uno spazio  esplicitamente collegato al blog.

In questo modo chi vorrà intervenire nella discussione potrà farlo sia scrivendo sul blog sia inviando lettere ai quotidiani e alle emittenti. Telegranducato, nei tg, proporrà anche brevi interviste sull’argomento e pubblicherà gli interventi del blog sul suo canale di televisione digitale, mentre 50Canale dedicherà uno spazio all’interno del suo sito internet e pubblicizzerà l’iniziativa.

Se il blog supererà, con il contributo di tutti, la sua fase sperimentale potrà divenire un ulteriore utile strumento di riflessione partecipata sulla Livorno che vogliamo.

Il sindaco si inserirà nel dibattito, sia del blog, che dei quotidiani e delle tv,  con  i propri interventi e le proprie conclusioni su questa fase di riflessione.

Per ragioni di leggibilità, i commenti che saranno inviati non dovranno superare la lunghezza di 30  righe e saranno pubblicati entro il giorno successivo al loro arrivo.

La discussione avrà un moderatore con il compito di evitare che vengano pubblicati messaggi offensivi o non pertinenti con l'argomento in discussione.


(Comune di Livorno)

24.09.2007


 Trovato qui

domenica 23 settembre 2007

Cronache22 set 11:44 


 Firenze: corteo protesta lavavetri aperto da bambini rom


FIRENZE - Si sta svolgendo in queste ore nel centro di Firenze, il corteo di protesta contro l'ordinanza del Comune sui lavavetri e, in generale, contro le politiche definite repressive nei confronti degli immigrati. La manifestazione e' stata aperta da una decina di bambini rom che portavano uno striscione con su scritto ''Noi non conosciamo il razzismo''. (Agr)

Cronache22 set 11:44 


 Firenze: corteo protesta lavavetri aperto da bambini rom


FIRENZE - Si sta svolgendo in queste ore nel centro di Firenze, il corteo di protesta contro l'ordinanza del Comune sui lavavetri e, in generale, contro le politiche definite repressive nei confronti degli immigrati. La manifestazione e' stata aperta da una decina di bambini rom che portavano uno striscione con su scritto ''Noi non conosciamo il razzismo''. (Agr)

domenica 13 maggio 2007



clicca sulla foto per ingrandimento


Chiara Riondino



in piazza dell'Isolotto


Per "Mani di Donne"


Si presenta così


E canta la storia del nonno


Qualche foto della Piazza la mattina del 13 Maggio.



clicca sulla foto per ingrandimento


Chiara Riondino



in piazza dell'Isolotto


Per "Mani di Donne"


Si presenta così


E canta la storia del nonno


Qualche foto della Piazza la mattina del 13 Maggio.

venerdì 4 maggio 2007

Passa parola


Un libro, una festa,

un impegno di solidarietà


Il Laboratorio Kimeta,

il Centro Educativo Popolare,

il Q.4 Comune di Firenze


invitano alla presentazione del libro

"mani di donne"


Un’ esperienza di solidarietà femminile narrata dalla viva voce

delle donne protagoniste,

un libro per comunicare uno stile di integrazione ed una capacità operativa:

contenuti, valori e realizzazioni di donne che accettano di mettersi in gioco

e di osare il futuro possibile.


domenica 13 maggio alle ore 10,00

in piazza dell’isolotto a Firenze


A dieci anni dall’inizio di un progetto di riscatto

fortemente voluto da molti di noi, donne e uomini,

vogliamo socializzare il percorso di questa significativa esperienza

e fare festa insieme


            ore 10 concerto musicale organizzato e coordinato da Valerio Vezzani

                       per conto della Commissione cultura del Q4


            ore 10,30 presentazione del libro "mani di donne"con letture, interventi ed


intermezzi di canzoni eseguite da Chiara Riondino


            ore 12 convivialità multietnica.

 
Passa parola


Un libro, una festa,

un impegno di solidarietà


Il Laboratorio Kimeta,

il Centro Educativo Popolare,

il Q.4 Comune di Firenze


invitano alla presentazione del libro

"mani di donne"


Un’ esperienza di solidarietà femminile narrata dalla viva voce

delle donne protagoniste,

un libro per comunicare uno stile di integrazione ed una capacità operativa:

contenuti, valori e realizzazioni di donne che accettano di mettersi in gioco

e di osare il futuro possibile.


domenica 13 maggio alle ore 10,00

in piazza dell’isolotto a Firenze


A dieci anni dall’inizio di un progetto di riscatto

fortemente voluto da molti di noi, donne e uomini,

vogliamo socializzare il percorso di questa significativa esperienza

e fare festa insieme


            ore 10 concerto musicale organizzato e coordinato da Valerio Vezzani

                       per conto della Commissione cultura del Q4


            ore 10,30 presentazione del libro "mani di donne"con letture, interventi ed


intermezzi di canzoni eseguite da Chiara Riondino


            ore 12 convivialità multietnica.

 

giovedì 15 marzo 2007



Mani di donne

A cura di Luciana Angeloni

Tiratura 1500 copie

Distribuzione gratuita



I QUADERNI DI PORTO FRANCO. nuova serie.

16. Manididonne

un racconto a più voci

donne

si incontrano,

comunicano,

progettano

un’esperienza

di integrazione




Un libro per comunicare uno stile di integrazione ed una capacità operativa al femminile: contenuti, valori e realizzazioni di donne che accettano di mettersi in gioco e di osare il futuro possibile.

dicembre2006


 

Introduzione

 

Esistono nella società le risorse umane per affrontare costrut­tivamente le emergenze dovute alle grandi trasformazioni della nostra epoca fra cui il crescente divario fra ricchezza e povertà, l’immigrazione e la convivenza fra culture diverse? Esistono sì, ma spesso non fanno notizia. Manca l’informazione. Chi cerca uno sbocco positivo e non si limita a covare o a gridare le pro­prie paure scaricandole irresponsabilmente sui capri espiatori di turno ha difficoltà a comunicare. Favorire la comunicazione delle esperienze positive e la crescita delle coscienze può essere uno dei modi per affrontare i problemi che emergono.

Prendiamo il tema della convivenza con i rom accampati nelle periferie di Firenze.

Oltre l’Isolotto, in una discarica abbandonata, si apre il terri­torio degli uomini del nulla, popolo dall’identità eternamente negata. Vivono in alcuni campi che l’Amministrazione comu­nale, decentrata nel Quartiere (il Q4 dell’Isolotto), ha da poco tempo strutturato in forma dignitosa realizzando due villaggi di casette prefabbricate, in attesa di un definitivo superamento dei campi stessi.

Il problema dell’integrazione rimane però ancora aperto. La cultura dell’accoglienza, espressa per anni da un intreccio fra società civile e istituzioni pubbliche, tenta di abbattere queste nuove mura dell’esclusione. Ecco la fase nuova che sta apren­dosi: la strada dell’integrazione.

Si tratta di una fase che si fa strada a livello generale e mondia­le. La questione fondamentale dei nostri tempi non è la giusti­zia nel senso tradizionale della redistribuzione, bensì l’inclusio­ne o meglio l’integrazione. Lo affermano economisti e sociologi aperti e fa parte della nostra esperienza quotidiana.

“Inclusione” è parola particolarmente equivoca. “Integrazio­ne~~ e equivoca anch’essa, come tutte le parole del resto, ma forse esprime meglio la fase storica di incontro e di reciproca fecondazione fra culture diverse in cui viviamo. L’integrazione ben governata è l’unica alternativa razionale alla guerra fra civiltà. La città non può rinunziare all’integrazione.

Si tratta di assicurare diritti di cittadinanza, con l’assunzione dei rispettivi doveri, e di integrare nel tessuto vitale della socie­tà i diversi di ogni tipo e gli esclusi, non per dovere di ospitalità, ma come orizzonte progettuale, come pietra fondamentale di una città sicura e accogliente per tutti. Opposto a questo è il progetto liberista che vuole la città della competizione globale, della guerra di tutti contro tutti, del patto fra privilegiati per escludere chiunque resta indietro. E questo lo spessore de]lo scontro che si svolge a Firenze e nelle altre città sui rom e più in generale sugli immigrati. In gioco, insieme ai diritti dei rom, sono i nostri stessi diritti, diritti di lavoratori, di pensionati, di disoccupati, di persone più deboli.

Il Quartiere 4 di Firenze, alle prese con il campo o meglio con i vari campi del Poderaccio, ha dato negli anni un contributo notevole con la progettazione e realizzazione di esperienze po­sitive di integrazione nel rispetto dei diritti e delle identità ed ha dimostrato che è di lì che si passa anche per dare sicurezza ai cittadini.

Una fra le esperienze di positiva integrazione è il laboratorio “Kimeta”.

Kimeta è il nome di una giovane donna rom prematuramente scomparsa ed il cui ricordo suscita ancora tanto rimpianto in chi l’ha conosciuta.

Kimeta abbiamo titolato il laboratorio di servizi (stiratura, ag­giustatura, cucito, ricamo...), scaturito da un progetto di don­ne dell’Isolotto e di donne di altre culture, in particolare rom, “donne & donne”, con il coinvolgimento delle istituzioni citta­dine, in particolare della Regione Toscana, del Quartiere 4 e della Cooperativa sociale Samarcanda.

La donna ha sempre rappresentato nella cultura del popolo rom un elemento fondamentale dell’economia familiare, in un contesto però fortemente patriarcale e maschilista. Nell’incon­

tro con la nostra cultura questo ruolo non è molto cambiato. I pregiudizi, l’emarginazione, le pessime condizioni ambientali in cui si sono trovate a vivere hanno impedito alle donne rom ogni possibilità di inserimento lavorativo ed esse hanno dovu­to mettere in atto strategie di sopravvivenza quotidiana legate ai residui della nostra economia di consumo: l’accattonaggio rimaneva la loro unica risorsa. L’integrazione non può esclude­re la donna rom. Anzi forse è proprio da lei che l’integrazione deve partire, cioè dalla realtà doppiamente esclusa ma che co­stituisce l’anima profonda della società rom.

È questa l’idea che si trova al fondo dell’esperienza che stiamo cercando di raccontare. Era oggettivamente nelle cose, nelle nostre esperienze di vita, nei nostri passi incerti; ma all’inizio era un’idea più intuita che consapevole. Le stesse donne rom non erano coscienti delle loro possibilità e della loro ricchezza. Solo progressivamente siamo andate prendendone coscienza.

In sintesi: integrazione e non paternalismo assistenziale, reci­procità e non omologazione, integrazione a partire dalla donna, dalla forza creativa nascosta ma viva del mondo femminile rom e del mondo femminile autoctono, “donne per le donne” appun­to; integrazione reciproca attraverso una specie di complicità fra le donne di tutte le etnie accomunate da sempre da un pre­zioso patrimonio di competenze e in qualche modo di “segreti”. Già: i segreti delle donne, un tempo segreti di streghe e di zin­gare! Così disprezzati dalla perenne puzza al naso dei maschi di tutte le etnie. Ma anche così egoisticamente sfruttati. I segreti accumulati da millenni di strategie vitali di sopravvivenza, da mille e mille tentativi per trovare varchi di speranza in notti senza barlumi: fame, epidemie, guerre, genocidi, catastrofi na­turali. Competenze acquisite nella pratica avveduta e amorevo­le della cura. Tutto questo lentamente abbiamo scoperto che ci accomunava: donne rom e donne del territorio. E insieme siamo cresciute, intrecciando lavoro, confidenze, riflessioni, racconti di vita, perplessità, intuizioni. Lo abbiamo condensato con un logo di tre parole: mani di donne. I segreti, le competenze, la creatività di tutto il nostro essere simboleggiato dalle nostre mani. E da lì siamo partite per una scommessa di integrazione che può costituire una indicazione di percorso di significato più generale, un barlume che insieme a tanti lucignoli più o meno fumiganti può consentire di intravedere un orizzonte nuovo di rapporti umani.

Oltre l’alternativa fra il modello di integrazione “multicultura­lista” britannico, un modello carcerario che accosta ghetti se­parati, enfatizza l’appartenenza, ma non favorisce la reciproca contaminazione, e il modello “assimilazionista” francese che produce anomia creando indistinte banlieues senza identità, abbiamo tentato la strada che passa attraverso la lenta deco­struzione della fissità delle rispettive appartenenze culturali e l’altrettanto lenta costruzione condivisa della “comunità oltre i confini”.

Sia le rom che le volontarie sono donne legate alla cultura antica della cura. Che è stata annullata dalla cultura della in-curanza per le persone e le cose in nome del dominio del danaro e del profitto. Una globale e profonda rimozione delle persone è infatti il sacrificio richiesto dalla nuova religione del dio danaro. Le donne della società industrializzata e le donne della società rom hanno così perso la loro soggettività e il loro ruolo. I loro segreti e le loro competenze non servono più nella cultura delle pillole per ogni disturbo, delle trovate tecnologiche per ogni sogno e bisogno, dei prodotti a prezzi sempre più stracciati frutto della schiavizzazione di persone anch’esse stracciate come i frutti della loro fatica. L’usa e get­ta ha coperto di rifiuti non solo la faccia della terra ma anche la memoria, i segreti, le competenze accumulate in millenni di cultura della cura, dell’attenzione amorosa per la vita, del­la preoccupazione e responsabilità verso le persone. E così le donne della società del consumo divennero preda della depres­sione e le donne rom dell’accattonaggio.

Tutto questo è sotto i nostri occhi. Ma siamo anche testimoni di una crisi senza sbocco. Così non può durare. Passiamo da un’emergenza all’altra. E di nuovo, come in altri momenti tra­gici della storia, la soggettività femminile riemerge alla ricerca di varchi e di barlumi nella notte.

In alternativa all’usa e getta, in-curante di tutto pur di rea­lizzare il mitico profitto, fa di nuovo capolino, in forma quasi impercettibile, come le piccole gemme degli anemoni nei prati ancora impregnati del gelo invernale, la cura delle cose che èanche almeno indirettamente cura delle persone, anzi da que­sta fondamentalmente deriva. Cura delle cose e cura delle per­sone stanno sempre insieme.

Non buttar via, non disprezzare le cose, non sprecare natura e lavoro. Recuperare. Questa cura delle persone e delle cose, da sempre praticata nelle società conviviali, contiene una pro­fonda filosofia di vita, indica una vera e propria svolta di civil­tà. Intorno al riemergere di gemme di cura, piccole esperienze, incerti tentativi, ricerca a tentoni di varchi che consentano di rianimare la speranza in questo tempo di crisi profonda, si può aggregare un’altra società, più comunitaria, più aperta, carat­terizzata non da ciò che può spendere e sprecare, ma da quanto sa fare e quanto sa aiutarsi e farsi aiutare. Non sarà così eroico come ‘rovesciare i potenti dai loro troni’, ma c’è molto il senso di ‘innalzare i senza potere’. Chi lo fa contribuisce alla salute del nostro povero pianeta e dei viventi che lo popolano molto di più di quanto non capiti a molti dottori della legge ambientali-sta. Diceva queste cose fra gli altri un testimone della cultura ambientalista, Alex Langer, nel 1992, parlando a Lione in un incontro per gli ottant’anni dell’abbé Pierre.

Ma c’è dell’altro. Questa cultura della cura è anche storicamen­te all’origine del cooperativismo e tuttora ne è l’anima. Le coo­perative sono nate in alternativa al capitalismo padronale che considerava l’operaio come merce funzionale anch’essa al pro­fitto. La dignità umana del “socio” era il valore supremo della cooperazione. E di conseguenza anche la dignità del lavoro e dei prodotti del lavoro. L’interesse per le persone e per le cose al primo posto. Il grande successo anche economico della coo­perazione ha dimostrato che non c’è incompatibilità fra cura e sviluppo. Ma oggi la cooperazione rischia di essere ingoiata dal nuovo capitalismo degli gnomi senza volto. Se vuol salvare l’anima la cooperazione deve anch’essa rinnovarsi, quasi rina­scere. Non basta che offra merci in concorrenza spietata con un mercato globale impazzito. Né tanto meno basta che offra servizi anonimi agli enti pubblici a prezzi concorrenziali che obbligano a trascurare la dignità e talvolta i diritti dei soci lavo­ratori. La cooperazione deve ritrovare la via della cura apren­dosi ai servizi diretti alle persone e alla natura. La Cooperati-va sociale Samarcanda, assumendo il compito di far crescere il Laboratorio Kimeta è un esempio di cooperazione solidale al servizio delle persone e non del mercato. Quando la coopera­zione segue un tale orientamento può rivendicare il sostegno da parte dello Stato e degli Enti pubblici. La Pubblica Ammini­strazione infatti non riesce a soddisfare adeguatamente, come sarebbe suo dovere istituzionale, i diritti sociali dei cittadini. La cooperazione ha il valore aggiunto della solidarietà nella trasparenza e nella laicità. E giusto quindi che venga sostenuta nel momento che offre servizi sociali con quel valore aggiunto che solo lei, cioè solo la cooperazione può dare. “I beni privati (i prodotti commerciali) offerti dalle imprese capitaliste sono più che sufficienti a soddisfare i desideri più futili e strampalati”. Lo scrive un osservatore esperto e attento come Giorgio Ruffo­lo su «la Repubblica» (8 gennaio 2006). E ne deduce la seguente indicazione di orientamento per la cooperazione: “C’è invece una crescente scarsità relativa di beni sociali.... Sarebbe pro­prio questo il terreno sul quale la natura genetica solidaristica e democratica del movimento cooperativo potrebbe trovare una rinnovata fioritura”.

La stireria e piccola sartoria del Laboratorio Kimeta sono, nel­l’intenzione e nei fatti, servizi sociali offerti alle persone, atti­vità di cura per le persone e per le cose. La clientela è costituita da famiglie che non possono permettersi la donna di servizio, da single magari con lavoro e figli, da anziani soli, da giovani che tentano i primi approcci con l’autonomia dalla famiglia. I prezzi sono calcolati non in base al metro del profitto, ma in base a un difficile equilibrio fra dignità di chi offre il servizio e di chi ne usufruisce. Il laboratorio è in espansione, ma non ancora al pareggio. Il sostegno istituzionale ci è indispensabile e forse costituisce un diritto. Lo stesso movimento cooperativo che non volesse perdere l’anima in una svolta storica cruciale dovrebbe guardare a esperienze simili come a una risorsa posi­tiva e promettente.

 

L’abbiamo presa larga, abbiamo volato alto, non per presunzio­ne. Siamo ben consapevoli della nostra piccolezza e del nostro trovarci di continuo sul pericoloso crinale fra resistere e soc­combere. Abbiamo allargato il discorso parlando di orizzonti nuovi perché crediamo nella legge delle formiche. E’evidente infatti che la crisi della società moderna sta riaprendo la di­scussione sui fondamenti, sul senso dello sviluppo, della cresci­ta e del consumo, sulla “razionalità” del mercato, sugli stili di vita individuali e collettivi, sulla nostra quotidianità. Fine del tempo dei dinosauri che non hanno bocche abbastanza grandi per la loro insaziabile avidità. A chi è affidata la speranza? Solo le formiche, sempre calpestate e sempre riemergenti, possono dare continuità alla vita.




Copie delle pubblicazioni si possono richiedere presso:

Regione Toscana Giunta Regionale - Direzione Generale politiche formative e beni culturali

PORTO FRANCO.Toscana. Terra dei popoli e delle culture

Via G. Modena 13- 50121 Firenze

Tel. 0554384127-129-122

Fax 0554384100





Mani di donne

A cura di Luciana Angeloni

Tiratura 1500 copie

Distribuzione gratuita



I QUADERNI DI PORTO FRANCO. nuova serie.

16. Manididonne

un racconto a più voci

donne

si incontrano,

comunicano,

progettano

un’esperienza

di integrazione




Un libro per comunicare uno stile di integrazione ed una capacità operativa al femminile: contenuti, valori e realizzazioni di donne che accettano di mettersi in gioco e di osare il futuro possibile.

dicembre2006


 

Introduzione

 

Esistono nella società le risorse umane per affrontare costrut­tivamente le emergenze dovute alle grandi trasformazioni della nostra epoca fra cui il crescente divario fra ricchezza e povertà, l’immigrazione e la convivenza fra culture diverse? Esistono sì, ma spesso non fanno notizia. Manca l’informazione. Chi cerca uno sbocco positivo e non si limita a covare o a gridare le pro­prie paure scaricandole irresponsabilmente sui capri espiatori di turno ha difficoltà a comunicare. Favorire la comunicazione delle esperienze positive e la crescita delle coscienze può essere uno dei modi per affrontare i problemi che emergono.

Prendiamo il tema della convivenza con i rom accampati nelle periferie di Firenze.

Oltre l’Isolotto, in una discarica abbandonata, si apre il terri­torio degli uomini del nulla, popolo dall’identità eternamente negata. Vivono in alcuni campi che l’Amministrazione comu­nale, decentrata nel Quartiere (il Q4 dell’Isolotto), ha da poco tempo strutturato in forma dignitosa realizzando due villaggi di casette prefabbricate, in attesa di un definitivo superamento dei campi stessi.

Il problema dell’integrazione rimane però ancora aperto. La cultura dell’accoglienza, espressa per anni da un intreccio fra società civile e istituzioni pubbliche, tenta di abbattere queste nuove mura dell’esclusione. Ecco la fase nuova che sta apren­dosi: la strada dell’integrazione.

Si tratta di una fase che si fa strada a livello generale e mondia­le. La questione fondamentale dei nostri tempi non è la giusti­zia nel senso tradizionale della redistribuzione, bensì l’inclusio­ne o meglio l’integrazione. Lo affermano economisti e sociologi aperti e fa parte della nostra esperienza quotidiana.

“Inclusione” è parola particolarmente equivoca. “Integrazio­ne~~ e equivoca anch’essa, come tutte le parole del resto, ma forse esprime meglio la fase storica di incontro e di reciproca fecondazione fra culture diverse in cui viviamo. L’integrazione ben governata è l’unica alternativa razionale alla guerra fra civiltà. La città non può rinunziare all’integrazione.

Si tratta di assicurare diritti di cittadinanza, con l’assunzione dei rispettivi doveri, e di integrare nel tessuto vitale della socie­tà i diversi di ogni tipo e gli esclusi, non per dovere di ospitalità, ma come orizzonte progettuale, come pietra fondamentale di una città sicura e accogliente per tutti. Opposto a questo è il progetto liberista che vuole la città della competizione globale, della guerra di tutti contro tutti, del patto fra privilegiati per escludere chiunque resta indietro. E questo lo spessore de]lo scontro che si svolge a Firenze e nelle altre città sui rom e più in generale sugli immigrati. In gioco, insieme ai diritti dei rom, sono i nostri stessi diritti, diritti di lavoratori, di pensionati, di disoccupati, di persone più deboli.

Il Quartiere 4 di Firenze, alle prese con il campo o meglio con i vari campi del Poderaccio, ha dato negli anni un contributo notevole con la progettazione e realizzazione di esperienze po­sitive di integrazione nel rispetto dei diritti e delle identità ed ha dimostrato che è di lì che si passa anche per dare sicurezza ai cittadini.

Una fra le esperienze di positiva integrazione è il laboratorio “Kimeta”.

Kimeta è il nome di una giovane donna rom prematuramente scomparsa ed il cui ricordo suscita ancora tanto rimpianto in chi l’ha conosciuta.

Kimeta abbiamo titolato il laboratorio di servizi (stiratura, ag­giustatura, cucito, ricamo...), scaturito da un progetto di don­ne dell’Isolotto e di donne di altre culture, in particolare rom, “donne & donne”, con il coinvolgimento delle istituzioni citta­dine, in particolare della Regione Toscana, del Quartiere 4 e della Cooperativa sociale Samarcanda.

La donna ha sempre rappresentato nella cultura del popolo rom un elemento fondamentale dell’economia familiare, in un contesto però fortemente patriarcale e maschilista. Nell’incon­

tro con la nostra cultura questo ruolo non è molto cambiato. I pregiudizi, l’emarginazione, le pessime condizioni ambientali in cui si sono trovate a vivere hanno impedito alle donne rom ogni possibilità di inserimento lavorativo ed esse hanno dovu­to mettere in atto strategie di sopravvivenza quotidiana legate ai residui della nostra economia di consumo: l’accattonaggio rimaneva la loro unica risorsa. L’integrazione non può esclude­re la donna rom. Anzi forse è proprio da lei che l’integrazione deve partire, cioè dalla realtà doppiamente esclusa ma che co­stituisce l’anima profonda della società rom.

È questa l’idea che si trova al fondo dell’esperienza che stiamo cercando di raccontare. Era oggettivamente nelle cose, nelle nostre esperienze di vita, nei nostri passi incerti; ma all’inizio era un’idea più intuita che consapevole. Le stesse donne rom non erano coscienti delle loro possibilità e della loro ricchezza. Solo progressivamente siamo andate prendendone coscienza.

In sintesi: integrazione e non paternalismo assistenziale, reci­procità e non omologazione, integrazione a partire dalla donna, dalla forza creativa nascosta ma viva del mondo femminile rom e del mondo femminile autoctono, “donne per le donne” appun­to; integrazione reciproca attraverso una specie di complicità fra le donne di tutte le etnie accomunate da sempre da un pre­zioso patrimonio di competenze e in qualche modo di “segreti”. Già: i segreti delle donne, un tempo segreti di streghe e di zin­gare! Così disprezzati dalla perenne puzza al naso dei maschi di tutte le etnie. Ma anche così egoisticamente sfruttati. I segreti accumulati da millenni di strategie vitali di sopravvivenza, da mille e mille tentativi per trovare varchi di speranza in notti senza barlumi: fame, epidemie, guerre, genocidi, catastrofi na­turali. Competenze acquisite nella pratica avveduta e amorevo­le della cura. Tutto questo lentamente abbiamo scoperto che ci accomunava: donne rom e donne del territorio. E insieme siamo cresciute, intrecciando lavoro, confidenze, riflessioni, racconti di vita, perplessità, intuizioni. Lo abbiamo condensato con un logo di tre parole: mani di donne. I segreti, le competenze, la creatività di tutto il nostro essere simboleggiato dalle nostre mani. E da lì siamo partite per una scommessa di integrazione che può costituire una indicazione di percorso di significato più generale, un barlume che insieme a tanti lucignoli più o meno fumiganti può consentire di intravedere un orizzonte nuovo di rapporti umani.

Oltre l’alternativa fra il modello di integrazione “multicultura­lista” britannico, un modello carcerario che accosta ghetti se­parati, enfatizza l’appartenenza, ma non favorisce la reciproca contaminazione, e il modello “assimilazionista” francese che produce anomia creando indistinte banlieues senza identità, abbiamo tentato la strada che passa attraverso la lenta deco­struzione della fissità delle rispettive appartenenze culturali e l’altrettanto lenta costruzione condivisa della “comunità oltre i confini”.

Sia le rom che le volontarie sono donne legate alla cultura antica della cura. Che è stata annullata dalla cultura della in-curanza per le persone e le cose in nome del dominio del danaro e del profitto. Una globale e profonda rimozione delle persone è infatti il sacrificio richiesto dalla nuova religione del dio danaro. Le donne della società industrializzata e le donne della società rom hanno così perso la loro soggettività e il loro ruolo. I loro segreti e le loro competenze non servono più nella cultura delle pillole per ogni disturbo, delle trovate tecnologiche per ogni sogno e bisogno, dei prodotti a prezzi sempre più stracciati frutto della schiavizzazione di persone anch’esse stracciate come i frutti della loro fatica. L’usa e get­ta ha coperto di rifiuti non solo la faccia della terra ma anche la memoria, i segreti, le competenze accumulate in millenni di cultura della cura, dell’attenzione amorosa per la vita, del­la preoccupazione e responsabilità verso le persone. E così le donne della società del consumo divennero preda della depres­sione e le donne rom dell’accattonaggio.

Tutto questo è sotto i nostri occhi. Ma siamo anche testimoni di una crisi senza sbocco. Così non può durare. Passiamo da un’emergenza all’altra. E di nuovo, come in altri momenti tra­gici della storia, la soggettività femminile riemerge alla ricerca di varchi e di barlumi nella notte.

In alternativa all’usa e getta, in-curante di tutto pur di rea­lizzare il mitico profitto, fa di nuovo capolino, in forma quasi impercettibile, come le piccole gemme degli anemoni nei prati ancora impregnati del gelo invernale, la cura delle cose che èanche almeno indirettamente cura delle persone, anzi da que­sta fondamentalmente deriva. Cura delle cose e cura delle per­sone stanno sempre insieme.

Non buttar via, non disprezzare le cose, non sprecare natura e lavoro. Recuperare. Questa cura delle persone e delle cose, da sempre praticata nelle società conviviali, contiene una pro­fonda filosofia di vita, indica una vera e propria svolta di civil­tà. Intorno al riemergere di gemme di cura, piccole esperienze, incerti tentativi, ricerca a tentoni di varchi che consentano di rianimare la speranza in questo tempo di crisi profonda, si può aggregare un’altra società, più comunitaria, più aperta, carat­terizzata non da ciò che può spendere e sprecare, ma da quanto sa fare e quanto sa aiutarsi e farsi aiutare. Non sarà così eroico come ‘rovesciare i potenti dai loro troni’, ma c’è molto il senso di ‘innalzare i senza potere’. Chi lo fa contribuisce alla salute del nostro povero pianeta e dei viventi che lo popolano molto di più di quanto non capiti a molti dottori della legge ambientali-sta. Diceva queste cose fra gli altri un testimone della cultura ambientalista, Alex Langer, nel 1992, parlando a Lione in un incontro per gli ottant’anni dell’abbé Pierre.

Ma c’è dell’altro. Questa cultura della cura è anche storicamen­te all’origine del cooperativismo e tuttora ne è l’anima. Le coo­perative sono nate in alternativa al capitalismo padronale che considerava l’operaio come merce funzionale anch’essa al pro­fitto. La dignità umana del “socio” era il valore supremo della cooperazione. E di conseguenza anche la dignità del lavoro e dei prodotti del lavoro. L’interesse per le persone e per le cose al primo posto. Il grande successo anche economico della coo­perazione ha dimostrato che non c’è incompatibilità fra cura e sviluppo. Ma oggi la cooperazione rischia di essere ingoiata dal nuovo capitalismo degli gnomi senza volto. Se vuol salvare l’anima la cooperazione deve anch’essa rinnovarsi, quasi rina­scere. Non basta che offra merci in concorrenza spietata con un mercato globale impazzito. Né tanto meno basta che offra servizi anonimi agli enti pubblici a prezzi concorrenziali che obbligano a trascurare la dignità e talvolta i diritti dei soci lavo­ratori. La cooperazione deve ritrovare la via della cura apren­dosi ai servizi diretti alle persone e alla natura. La Cooperati-va sociale Samarcanda, assumendo il compito di far crescere il Laboratorio Kimeta è un esempio di cooperazione solidale al servizio delle persone e non del mercato. Quando la coopera­zione segue un tale orientamento può rivendicare il sostegno da parte dello Stato e degli Enti pubblici. La Pubblica Ammini­strazione infatti non riesce a soddisfare adeguatamente, come sarebbe suo dovere istituzionale, i diritti sociali dei cittadini. La cooperazione ha il valore aggiunto della solidarietà nella trasparenza e nella laicità. E giusto quindi che venga sostenuta nel momento che offre servizi sociali con quel valore aggiunto che solo lei, cioè solo la cooperazione può dare. “I beni privati (i prodotti commerciali) offerti dalle imprese capitaliste sono più che sufficienti a soddisfare i desideri più futili e strampalati”. Lo scrive un osservatore esperto e attento come Giorgio Ruffo­lo su «la Repubblica» (8 gennaio 2006). E ne deduce la seguente indicazione di orientamento per la cooperazione: “C’è invece una crescente scarsità relativa di beni sociali.... Sarebbe pro­prio questo il terreno sul quale la natura genetica solidaristica e democratica del movimento cooperativo potrebbe trovare una rinnovata fioritura”.

La stireria e piccola sartoria del Laboratorio Kimeta sono, nel­l’intenzione e nei fatti, servizi sociali offerti alle persone, atti­vità di cura per le persone e per le cose. La clientela è costituita da famiglie che non possono permettersi la donna di servizio, da single magari con lavoro e figli, da anziani soli, da giovani che tentano i primi approcci con l’autonomia dalla famiglia. I prezzi sono calcolati non in base al metro del profitto, ma in base a un difficile equilibrio fra dignità di chi offre il servizio e di chi ne usufruisce. Il laboratorio è in espansione, ma non ancora al pareggio. Il sostegno istituzionale ci è indispensabile e forse costituisce un diritto. Lo stesso movimento cooperativo che non volesse perdere l’anima in una svolta storica cruciale dovrebbe guardare a esperienze simili come a una risorsa posi­tiva e promettente.

 

L’abbiamo presa larga, abbiamo volato alto, non per presunzio­ne. Siamo ben consapevoli della nostra piccolezza e del nostro trovarci di continuo sul pericoloso crinale fra resistere e soc­combere. Abbiamo allargato il discorso parlando di orizzonti nuovi perché crediamo nella legge delle formiche. E’evidente infatti che la crisi della società moderna sta riaprendo la di­scussione sui fondamenti, sul senso dello sviluppo, della cresci­ta e del consumo, sulla “razionalità” del mercato, sugli stili di vita individuali e collettivi, sulla nostra quotidianità. Fine del tempo dei dinosauri che non hanno bocche abbastanza grandi per la loro insaziabile avidità. A chi è affidata la speranza? Solo le formiche, sempre calpestate e sempre riemergenti, possono dare continuità alla vita.




Copie delle pubblicazioni si possono richiedere presso:

Regione Toscana Giunta Regionale - Direzione Generale politiche formative e beni culturali

PORTO FRANCO.Toscana. Terra dei popoli e delle culture

Via G. Modena 13- 50121 Firenze

Tel. 0554384127-129-122

Fax 0554384100