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giovedì 10 aprile 2014

Fadwa Barghouti a Firenze

Fadwa Barghouti a Firenze per sostenere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi

Il 14 aprile 2014 alle 10.00, presso la Sala Pistelli della Provincia di Firenze, sarà presentata un'altra delle iniziative locali della Campagna per la Liberazione di Marwan Barghouti e dei Prigionieri Politici Palestinesi. E' una campagna internazionale, avviata lo scorso ottobre dal carcere di Robben Island in Sudafrica da parte di diverse personalità internazionali, nella stessa cella in cui è stato detenuto Nelson Mandela.   
La questione dei prigionieri politici è da decenni un punto nodale del conflitto mediorientale, dal momento che lo Stato di Israele utilizza la prigionia per i palestinesi come uno dei principali strumenti dell'occupazione militare, e come forma di punizione collettiva, contravvenendo alla legalità internazionale, a partire dalle Convenzioni di Ginevra. 
I prigionieri palestinesi oggi ancora nelle carceri israeliane sono più di cinquemila, tra cui 11 parlamentari, 13 donne e 195 giovani, di cui 36 al di sotto dei 16 anni. Diversi di loro sono arrestati in detenzione amministrativa, in carcere per diversi anni senza processo e senza capi di accusa definiti. Amnesty International, Physicians for Human Rights, l'organizzazione israeliana Bet'Selem e diverse altre organizzazioni hanno denunciato il conclamato uso di tecniche di tortura, oltre che di limitazioni alle cure mediche e al sostegno legale, come riconosciuto dal diritto umanitario internazionale, come accade a Karim Younes, in carcere ormai da 32 anni. Dal 1967, anno in cui è partita l’occupazione militare e civile della Palestina, sono più di 750.000 i palestinesi passati nelle carceri israeliane. Praticamente ogni famiglia palestinese ha avuto persone in carcere.
Tra i prigionieri tuttora in carcere, Marwan Barghouti è un leader politico, che ha  trascorso complessivamente più di 18 anni di carcere, i primi sette durante la prima Intifadah, e poi negli ultimi 11 anni. Non ha visto crescere i suoi tre figli, a causa delle regole restrittive imposte alle visite dei familiari. Tutti sostengono che, se fosse libero, oggi sarebbe il leader palestinese capace di gestire le difficili dinamiche interne alla società palestinese, oltre che trattare il processo di pace con lo Stato di Israele. 
Marwan Barghouti è stato condannato per resistenza militare a cinque ergastoli e 40 anni di prigione, accusato di essere il mandante di operazioni militari contro l'occupazione, senza però il sostegno di prove certe, e soprattutto senza le garanzie di un processo regolare, nel rispetto del diritto alla difesa garantito a tutti gli individui. Marwan Barghouti non ha riconosciuto la legittimità della Corte che lo giudicava, come aveva fatto Mandela per il suo popolo, ed ha rivendicato il diritto dei palestinesi alla libertà, alla pace e alla democrazia.
La campagna per la sua liberazione, e per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi, sostenuta in diversi paesi nel mondo da tante forze politiche e sociali, è stata lanciata da diverse personalità internazionali, tra cui i Premi Nobel Desmond Tutu, Jody Williams, Adolfo Perez Esquivel, Josè Ramos Horta e Maireread Maguire.
L'iniziativa del 14 aprile si inquadra nella settimana di mobilitazione internazionale per i prigionieri politici palestinesi e vedrà la presenza privilegiata di diversi testimoni e relatori di eccellenza:
-Fadwa Barghouti, moglie di Marwan Barghouti
-Mai Al Kaila, ambasciatrice palestinese in Italia
-Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo
-Andrea Barducci, presidente della Provincia di Firenze
-Susanna Agostini, presidentessa della Commissione Pace del Comune di Firenze
La campagna in Toscana è promossa da un vasto comitato di organizzazioni aderenti, che hanno risposto al primo appello lanciato da Assopace Palestina, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, COSPE, campagna BDS Firenze, ARCI Firenze

Per informazioni:
-Mahmud Hamad, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese: 3355240514
-Mariella Pala, Assopace Palestina: 3476000810
-Gianni Toma, COSPE: 3495766721

lunedì 27 maggio 2013

Don Gallo, cronaca del funerale.

    Quando la vera Chiesa decide di esserci

 di Paolo Farinella                                                                                                                                                                                                                                                                   Il Fatto Quotidiano - 26 maggio 2013
  
Genova 25 maggio 2013 - Già di prima mattina, come nei giorni precedenti, la chiesa di San Benedetto al Porto in Genova, sede della Comunità, è gremita di folla, accorsa per l’ultimo saluto sulla terra a don Andrea Gallo. Piove, come se gli angeli volessero partecipare al distacco fisico e le loro lacrime scendono dal cielo bagnando tutti. La pioggia è una benedizione che purifica tutti per essere degni di partecipare alla morte di un profeta che ha partecipato alla vita di tutti quelli che lo hanno incontrato e amato. In chiesa, oltre alla folla di gente, vi sono alcuni preti, un paio di Genova e gli altri venuti da tutta Italia: da Cossato (Biella), da Torino, da Antrosano (l’Aquila), da Lucca, da Firenze, da Budrio (Bologna), da Napoli, da Caserta e da altre città.
Parte il corteo da San Benedetto al Porto verso la chiesa di N. S. del Carmine e Sant'Agnese, nella zona della Nunziata, passando per la Stazione di Porta Principe. Un mare di ombrelli copre le strade. Quando il corteo giunge alla Nunziata il colpo d’occhio di via Balbi, che è un solo fitto ombrello, toglie il respiro: Genova non ha mai visto un folla così ai funerali di qualcuno, e pure di un prete. C’era Genova, c’era l’Italia e anche oltre. A intervalli spontanei e non organizzati – non esiste nemmeno la parvenza di servizio d’ordine – scoppia dalla folla «O bella, ciao, ciao, ciao» che è la sola preghiera laica che accomuna tutti nel segno della libertà. Alla Nunziata, don Andrea Gallo è preso a spalle dalla Comunità e dai «Camalli» del porto e ci si avvia per il Carmine, distante poche decine di metri. C’è Vauro, c’è Landini, c’è Dalla Chiesa, c’è don Ciotti. C’è Dio.
Altra folla in attesa che unita a quella che arriva forma un oceano di umanità riunita attorno all'Uomo, al Prete, al Combattente che in tutta la vita ha solo unito tutti, restando rigorosamente Uomo, Prete e Combattente di parte perché non si può stare con tutti come alibi per non stare con nessuno. Come in fisica un corpo non può occupare due spazi, così anche la coscienza umana non può stare dalla parte degli oppressi e anche da quella degli oppressori, dei giusti e degli ingiusti, dei ladri e dei derubati, dei poveri e dei ricchi. Don Gallo stava da una parte ben precisa, ma costringeva tutti all'unità con gli altri, facendo scelte radicali. Fu amato da tutti perché non barò mai e non era irenico a buon mercato. La Pace per lui aveva un cognome puntuale: Giustizia.
I funerali sono presieduti dal cardinale Bagnasco Angelo, vescovo di Genova e presidente della Cei. Egli si sforza fin dall'inizio di mantenere un contegno asettico, istituzionale, neutro, impassibile, anzi impenetrabile. Prigioniero del suo ruolo cultuale non riesce – e forse non si sforza nemmeno o non può –  a capire quello che sta succedendo. Non ha visto il mare di persone che affollava non solo la chiesa ma via Brignole De Ferrari, la piazzetta del mercato, Piazza della Nunziata, via Balbi. Bagnasco è «dentro», la gente è «fuori». Egli gestisce un evento straordinario come se fosse un ordinario funerale qualsiasi e non si rende conto che il ritorno di don Gallo al Carmine è una forma di risarcimento postumo, perché da quella Chiesa nel 1969 fu letteralmente cacciato via da un altro cardinale, Giuseppe Siri, campione unico di ottusità maniacale.
Bagnasco prende i fogli, forse scritti da altri, e comincia a leggere. Incauto, non è capace di dire una parola fuori dal protocollo rituale, «recitato» pedissequamente, anche nelle parti lasciate libere all'iniziativa del celebrante, secondo l’occasione del momento. Al nome di Siri «padre e benefattore», da fuori scoppia un urlo che immediatamente si propaga dentro la chiesa al grido di «Andrea, Andrea». Solo l’intervento di Lilli, la storica segretaria di don Gallo e la mamma della Comunità, riesce a calmare lo sdegno e la contestazione.
Un’occasione perduta per il cardinale e per la chiesa istituzionale, rappresentata da una trentina di preti presenti in chiesa, alcuni, assenti con il cuore e l’anima: sono infastiditi dalle preghiere, da alcune presenze e forse anche dalla presenza stessa di don Gallo. Il cardinale non vedendo e non rendendosi conto che la chiesa è là fuori della balaustra e del tempio, parla come se parlasse a un raduno di preti e manca l’appuntamento con la storia della sua città che sabato 25 maggio 2013, dalle ore 11,30 alle ore 13,30 si era data convegno per celebrare l’Eucaristia con il suo prete, con il Gallo, comandante, sobillatore di coscienze, perturbatore delle quiete, dissacratore del Dio dissacrato da tutte le gerarchie ecclesiastiche che hanno fatto finta di appropriarsene per impedire che la gente della strada, gli ultimi, i perduti, i tartassati dai governi dei tecnici e delle larghe intese, appoggiati dalla Cei e dal Vaticano, potessero accedere al Dio della Giustizia e dell’Amore.
Il cardinale Angelo Bagnasco nel giorno del funerale di don Andrea Gallo, non si presenta come il padre di una chiesa in ricerca, ma come il burocrate del sacro e delle formulette prefabbricate, limitandosi a «recitare un funerale» anonimo. La folla lo percepisce come «nemico», anzi peggio, come «altro». Il funerale del Gallo è l’emblema visibile di due chiese parallele: una di popolo, di sfigati, di gente di carne e di sangue, che sbaglia, ma che ama e l’altra quella rappresentata dal cardinale che vive in un altro mondo, un mondo alieno, senza storia e senza cuore. Una chiesa asfittica, morta. Don Gallo morto è vivo e pimpante. Il cardinale vivente e imbacuccato in paramenti e cappelli, è morto e seppellito. Nel giorno del funerale del Gallo abbiamo seppellito una Chiesa, ormai finita e assistito alla risurrezione popolare di un profeta che, autentico, parla anche da morto e fa vibrare i cuori del desiderio di Dio che è lì in quella folla, possente nella sua tenerezza.

venerdì 25 gennaio 2013

La forza e il coraggio della Resisternza palestinese


Il Circolo ANPI “Soldi Battaglini” -- Il Filo Rosso
L’Associazione per la Pace -- La Comunità dell’Isolotto
organizzano un incontro sul tema

LA FORZA E IL CORAGGIO DELLA RESISTENZA NON VIOLENTA
Lunedì 28 Gennaio 2013, ore 21
Proiezione del video

Viaggio in Palestina
Un paese sotto occupazione militare
realizzato da Piero Caramelli durante un viaggio con ASSOPACE
Introduce e coordina: Urbano Cipriani
Circolo ARCI Due Strade, Via Senese 129/r, Firenze


venerdì 18 gennaio 2013

BAB al-Shams (Gerusalemme est)


Il giorno 17 gennaio 2013 12:09, Luisa Morgantini ha scritto:

Ogni tenda demolita di Bab Al Shams è una ferita aperta, è come quando un albero viene sradicato dai buldozzer israeliani, ferite alla vita, come il giovane ragazzo assassinato a Budrus. Dolore e rabbia, ma non soccomberemo, si ritornerà, Bab Al Shams e la Porta del Sole riapriranno le nostre strade.Luisa Morgantini
L'OCCUPAZIONE ISRAELIANA DEMOLISCE "BAB al-Shams" E CHIUDE OGNI ACCESSO ALLL'AREA CON BLOCCO DI CEMENTO E TERRA
Il Coordinamento dei comitati di resistenza popolare ha comunicato che  un enorme dispiego di forze militari di occupazione prima di mezzanotte (notte tra Mercoledì-Giovedi) hanno  demolito e rimosso  il  villaggio "Bab al-Shams", che è stato fondato da attivisti nella cosiddetta area "E1", a est di Gerusalemme occupata .
Alcuni  residenti del villaggio di  Za`yyem e diversi attivisti hanno riportato in conversazioni telefoniche con il giornale Al Quds, che centinaia di soldati  con i lavoratori ed i bulldozer, sono entrati nella zona  ed hanno iniziato l'operazione di demolizione.
Hanno aggiunto che le  forze di occupazione hanno circondato una vasta area attorno al villaggio e sigillato tutte le vie di accesso con cumuli di sporcizia.(http://www.alquds.com/news/article/view/id/411391)
Ieri, il tribunale militare di  "Ofer" ha stabilito che 18  attivisti di "Bab al-Shams"  dopo essere stati arrestati dalle forze di occupazione durante il tentativo, Martedì, di tornare al villaggio , siano rilasciati con pagamento di multe.
L' avvocato Bassam Baher ha detto che gli attivisti sono stati accusati di essere entrati  in una zona militare chiusa, e che il Tribunale ha stabilito che 15 giovanidevono  pagare 1, 000 shekel (200 euro) a testa, mentre altri tre sono stati rilasciati su cauzione.
Ai 18 attivisti, secondo la sentenza della Corte, è stata proibita la presenza nell'area per un mese. Il ministero di detenuti ed ex-detenuti del governo palestinese, ha coperto tutte le  multe giudiziarie.L'Alta Corte israeliana ha stabilito Mercoledi' che il governo israeliano può smantellare il villaggio di"Bab Al-Shams" ,annullando un precedente provvedimento che proibiva di rimuovere le tende del villaggio. Il giudice ha motivato la nuova sentenza sostenendo che la presenza delle tende potrebbe incitare altre "sommosse".


mercoledì 28 novembre 2012

Daniela Yoel


Sono 150. Ogni mattina si alzano, bevono un caffè e vanno a monitorare i check point dell’esercito israeliano nei Territori Palestinesi Occupati. Sono le donne dell’organizzazione israeliana Machsom Watch. Tra loro Daniela Yoel, ospite di un incontro romano, fra donne.
di Cecilia Dalla Negra
In una fredda mattina di febbraio di 11 anni fa cinque donne si avvicinano al check point 300, tra Betlemme e Gerusalemme.
Non sanno bene cosa fare: ci sono i soldati con gli M-16, i palestinesi in fila, fa freddo.
Si fermano, indecise su come comportarsi, ma sicure che sia necessario agire. Quando il soldato chiede loro cosa sono venute a fare laggiù, la più intraprendente si guarda intorno: verso la colonia di Har Homa il sole splende. “Beh, siamo venute a goderci questa bella giornata”.
Così Yehudit Keshet racconta l’inizio – “magari non esplosivo” – del lungo percorso di Machsom Watch, l’organizzazione femminile israeliana che da anni presidia i check point (in lingua ebraica machsom - http://www.machsomwatch.org/en) per denunciare le violenze e gli abusi contro i cittadini palestinesi nei Territori Occupati.
Se c’è un oppresso c’è anche un oppressore. Quello che troppo spesso manca è qualcuno che si incarichi di monitorare l’oppressione.
Quelle cinque “pioniere” diventano in breve cinquecento: è il 2001, è in corso la Seconda Intifada. Un periodo terribile, che vede il moltiplicarsi continuo di check point e posti di blocco israeliani.
“C’è un’occupazione là fuori: è feroce e immorale: dobbiamo stare dalla parte di chi la oppone, senza esclusione di colpi”, sostiene quel gruppo di donne, che sceglie di non ammettere uomini “perché non sono capaci di mantenere il controllo davanti ai militari”.
Sono loro a commettere abusi e violazioni contro una popolazione civile cui è negata la libertà. Le donne diMachsom Watch sono realiste: capiscono di non poter vincere contro la forza del governo e le armi dell’esercito: ma possono almeno testimoniare quelle violazioni, fungere da deterrente verso i soldati, essere l’occhio attento che guarda, registra, denuncia.
La spilla con l’occhio aperto che portano addosso diventerà conosciuta: loro, in breve, una fastidiosa spina nel fianco dei militari.
I loro report, aggiornati quotidianamente, vengono inviati a stampa e governo nel tentativo di rendere evidente un fatto: nessuno, in futuro, potrà dire “io non sapevo”.
È anche la convinzione di Daniela Yoel, una delle ‘nonne’ di Machsom Watch, ospite insieme a Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo, di un incontro organizzato da Associazione per la Pace alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Daniela ogni mattina da 11 anni si sveglia, prende il caffè e va a presidiare un check point: proprio perché “in Israele la gente ogni mattina si sveglia, prende il caffè e non vuole saperne niente di quello che succede al di là del muro”.
Ebrea ortodossa osservante, Daniela appartiene alla prima generazione nata in terra di Palestina da genitori immigrati: “Israele per me e quelli della mia generazione ha un significato enorme”, spiega.
“Perché forse come ebrea non mi sentirò a mio agio da nessuna parte; ma come israeliana ho una patria, e la patria è quella di cui ci si può anche vergognare”.
È una concezione particolare la sua, religiosa praticante in un contesto di attivismo per i diritti umani come quello di Machsom Watch, per la maggior parte laico e femminista.
“Come religiosa mangio kosher: per spiegare la schizofrenia nella quale vivo racconto sempre che non posso parlare con quelli con cui posso mangiare, e non posso mangiare con quelli con cui posso parlare”. Perché la verità è che “Israele è un paese di destra, e le persone che mi circondano non vogliono sapere quello che il governo fa in loro nome”.
Non è così per lei, che 11 anni fa ha scelto di dedicare il tempo che la pensione da studiosa le concedeva per presidiare i posti di blocco che l’esercito del suo paese impone e controlla.
“Un giorno di molti anni fa venni a sapere che una donna palestinese, incinta di due maschi, era stata bloccata a un check point mentre cercava di raggiungere l’ospedale. Fermata dai soldati, fu costretta a partorire in strada, per terra. Entrambi i suoi bambini morirono, e le fu concesso di passare solo quando fu evidente che anche lei stava per morire”.
Una storia di ordinaria amministrazione nei Territori, di disumana quotidianità. Che la colpisce, perché “in quello stesso periodo anche mia nuora era incinta di due maschi. Che sono nati normalmente in un ospedale, e che oggi sono i miei nipoti. Da quel momento non ho potuto fare a meno di pensare a quale enorme differenza ci fosse tra queste due esperienze; a che tipo di trauma quella donna palestinese ha dovuto affrontare”.
Ma, soprattutto, “al fatto che se fossi stata presente, forse i soldati l’avrebbero lasciata passare”.
Perché in una mente educata “all’odio, alla violenza e al machismo”, come quella dei militari, e in un paese “in cui il simbolo della società è l’erezione nazionale”, vale più un concittadino israeliano che ti osserva di centinaia di palestinesi “a cui viene rubata una cosa molto più preziosa di qualsiasi bene materiale: il tempo. Qualcosa che una volta portata via non può più essere restituita”.
Il tempo negato di uno spostamento, all’apparenza banale, da casa al posto di lavoro. “Non si capisce per quale ragione i palestinesi debbano avere speciali permessi anche solo per andare a dormire”.
Daniela Yoel, come tanti altri attivisti israeliani per i diritti umani, è considerata dai suoi compatrioti una self-hating jew, una di quegli ebrei che devono necessariamente odiare loro stessi per poter criticare il proprio stato.
Un’accusa che respinge: “E’ vero il contrario. Nella parola ‘indignazione’ è contenuto il termine ‘dignità’: è per rispetto e amore verso me stessa che devo denunciare le ingiustizie. È scritto persino nel Talmud. E se chi ci governa in questo modo sostiene di essere ebreo, allora io non sono ebrea”.
“Stare in disparte non è possibile, se testimoni dolore è tuo dovere cercare di alleviarlo”.
È una lettura mossa dal profondo attaccamento a valori religiosi quella di Yoel. Lei, che nel suo paese è minoranza di una minoranza, ben consapevole della sproporzione di forze in campo.
“Non posso vincere contro il governo e l’esercito, ma posso portare il mio corpo e miei occhi laddove ci sono violazioni. Non si combatte una battaglia solo per vincerla, ma anche perché la causa è giusta”, sostiene.
Quello palestinese è un territorio barbaramente depredato, lo dimostra anche il filmato che mostra a una platea attenta, quasi tutta al femminile. È stato girato dalle donne di Machsom Watch nei pressi della colonia di Efrat, tra Betlemme e Gerusalemme. Sul sottofondo musicale di una preghiera cabalistica si muovono le ruspe israeliane che distruggono una vallata e i suoi albicocchi, proprietà di contadini palestinesi. Al loro posto verranno costruite le fognature a cielo aperto necessarie alla colonia.
“La preghiera chiede a Dio che il grido degli ebrei sia ascoltato. Adesso la situazione è un po’ cambiata”, commenta.
“Gli architetti del male sono pochissimi, ma hanno bisogno di gente che non vuole sapere. Accadde così anche al mio popolo: noi non possiamo permetterci di dire ‘io non sapevo’, come fecero altri con 6 milioni di ebrei”.
E se un paradosso crudele mostra un popolo a lungo senza radici sradicare quelle altrui, distruggendo alberi, terra e storia, diventa importante agire per fermare la violenza.
“Chi sarebbe disposto a lasciar andare la sua preda se non c’è nessuno che lo costringa a farlo? Quello che chiedo è che ognuno faccia pressione sui propri governi. Non solo per i palestinesi, ma per salvare Israele da se stesso”.
Una battaglia impari, che va comunque combattuta secondo le donne di Machsom Watch.
Ecco perché alla domanda “voi cosa fate” hanno una sola risposta da dare: “Tutto quello che possiamo”.
27 novembre 2012

mercoledì 7 novembre 2012

Beniamino Deidda

Un caro saluto a Beniamino Deidda, neo pensionato, da parte di tutti noi, Comunità dell'Isolotto.  Sei un bel personaggio, ti consideriamo uno di noi come noi vorremmo essere tanti di te: tanti, tutti come te. Abbiamo ancora nella mente il tuo intervento della biblioteca delle Oblate quando presentammo il libro "Il processo dell'Isolotto". Lo rinfreschiamo qui dopo il bell'articolo di Franca Selvatici, pubblicato su La Repubblica. (le sottolineature sono nostre)

Il procuratore generale Deidda lascia - Ha indagato su amianto e sicurezza 

«E' giunto il momento di concludere e di salutarvi con un abbraccio collettivo». Quando il procuratore generale Beniamino Deidda ha terminato il suo discorso di addio, nell' aula della corte di assise di appello del palazzo di giustizia di Novoli molti avevano gli occhi rossi. Ieri Deidda è andato in pensione per raggiunti limiti di età, dopo quasi 50 anni trascorsi in magistratura e dopo essere stato uno dei protagonisti della storia giudiziaria italiana, con le sue inchieste sull' amianto, sulle malattie professionali e sugli incidenti sul lavoro e i suoi interventi determinanti: come nel 2009, quando era procuratore generale di Trieste e fu fermo nell' esigere il rispetto delle sentenze e della Costituzione nella vicenda di Eluana Englaro, a cui fu finalmente consentita una morte dignitosa. «Specialmente durante la mia attività di dirigente degli uffici - ha ricordato - ho avuto la fortuna di costituire gruppi così uniti da poter affrontare qualsiasi difficoltà». Un lavoro di squadra che ha voluto realizzare anche nell' intero distretto toscano, dove è stato al fianco dei colleghi impegnati nelle inchieste più complesse: come quelle sulla strage dei Georgofili, sul disastro ferroviario di Viareggio, sul naufragio della Concordia, sulla cricca dei grandi appalti. «Io non posso fare un bilancio della mia vita professionale - ha detto - posso solo dire quali sono state le ispirazioni costanti nella mia attività di giudice e di pubblico ministero»: 1) «La scoperta della Costituzione e delle sue implicazioni nel lavoro di magistrato», con l' adesione alla nascente Magistratura Democratica. 2) «Fare entrare aria fresca e trasparenza all' interno di una corporazione che somigliava molto ad una casta». 3) La convinzione che «il diritto ha senso quando costituisce un argine all' egoismo e al privilegio e quando è in grado di tutelare le minoranze dallo strapotere delle maggioranze». Ai giovani colleghi, ai quali si appresta a insegnare nella Scuola della magistratura di Castelpulci, Deidda ricorda che «ogni giorno un numero notevole di magistrati è sotto l' esame degli utenti della giustizia». «I giudici cialtroni, i pubblici ministeri superficiali, i giudici che trattano male le parti e i loro avvocati, quelli che non studiano le carte, i pavidi attentano ogni giorno all' immagine della magistratura». «I magistrati hanno in mano un potere terribile, da far tremare quelli che sono più consapevoli. Possono toglierti la libertà, possono incidere sul patrimonio, possono rovinarti la vita. Un potere terribile che in ogni stato di diritto deve essere rigorosamente esercitato secondo le regole. Ma è decisivo sapere al servizio di chi verrà esercitato questo potere». E' la Costituzione a indicarlo: «Rendere uguali quelli che le circostanze della vita hanno reso più deboli, più fragili, più indifesi e meno uguali degli altri. Ridare pari dignità a quelli che le dinamiche sociali ed economiche hanno reso insopportabilmente diseguali. Questo è il compito principale del giudice, che riassume tutti gli altri. Se non sapremo essere la garanzia dei più deboli, la nostra funzione sarà inutile. Se lo dimenticheremo, il nostro mestiere non saprà più di nulla».
FRANCA SELVATICI


Beniamino Deidda biblioteca delle Oblate Firenze 22 marzo 2012
Il processo dell’Isolotto
Intervento di Beniamino Deidda (sintesi)

Quella dell’Isolotto è stata un’esperienza che ha mostrato come ci si potesse sottrarre alla mediazione della gerarchia e dell’autorità; come ci si potesse organizzare e rivendicare gli spazi della propria libertà senza chiedere il permesso ai governi, ai cardinali, al potere e ai capi. E’ cominciata con l’esperienza dell’Isolotto – e ancora prima – una fase della vita democratica non ancora esplorata, nella quale il potere come tale non era più avvolto dal fascino che possiedono le cose indiscutibili. Per la prima volta nell’Italia repubblicana si sperimentava quanto fosse vera l’intuizione del Kelsen secondo cui l’idea di democrazia è inconciliabile con la figura del capo al quale si assegnano funzioni di rappresentanza del volere del popolo. Per la prima volta il popolo si riappropriava della sua sovranità e la esprimeva senza l’intermediazione del potere.

La comunità dell’Isolotto inoltre presentava un’altra caratteristica che la rendeva assai temibile per il potere costituito. Mentre altre esperienze più ideologizzate si ritagliavano per definizione uno spazio contrapposto ad altre forze ideologiche, quella dell’Isolotto non presentava un’evidente piattaforma ideologica: raccoglieva indifferentemente religiosi e laici, cattolici e atei, comunisti e democristiani di sinistra, radicali progressisti ed extraparlamentari. Si proponeva insomma di riunire tutti senza discriminazioni ideologiche in una comunità solidale intorno ad un progetto di rinnovamento religioso e sociale insieme.

Per intendere bene il senso dell’azione repressiva della Magistratura bisogna pensare che ci si trovava di fronte ad una società di credenti e non credenti che in modo autonomo si sostituiva alla società dei poteri costituiti, creando dal basso una comunione libera e non autoritaria.

...il “reato” vero che la magistratura intendeva perseguire era la voglia e la maturità di partecipare alla vita religiosa politica e sociale. Vorrebbe dire in sostanza non cogliere il nesso strettissimo che correva tra quel tentativo di rinnovare la Chiesa e il suo rapporto con i fedeli e i movimenti di lotta e di liberazione che infiammavano tutto il mondo civile. Questa è stata la ragione vera per la quale la Magistratura si è intromessa in una questione che apparentemente non la riguardava: la contestazione dell’Isolotto non metteva in pericolo l’ordine pubblico, non dava luogo a manifestazioni di violenza, non attentava alla pace o alla tranquillità delle persone. Eppure il potere si sentiva in pericolo. Lo mostravano segni tradizionali ed inequivocabili: si muovono i fascisti; i giornali dei padroni sparano colonne di fuoco, i benpensanti scuotono il capo e dicono che così non si può andare avanti. Ecco perché la magistratura si intromette formulando imputazioni, a pensarci bene, grottesche: “istigazione a delinquere”. E chi veniva istigato? In quella comunità erano tutti istigatori. “Turbamento di funzione religiosa”. I teologi al tempo non fecero fatica a dire che l’unica funzione religiosa in atto era quella dei fedeli riuniti in preghiera in piazza. Imputazioni grottesche, dunque, che rispondevano ad una logica molto diversa da quella che sosteneva i due articoli del codice penale. Il senso vero lo colse padre Balducci quando scrisse: “tutti i regimi oppressivi, quale che sia la loro ideologia, sono sempre portati a prendere accordi con il clero...”. Da un lato l’autoritarismo della Curia aveva bisogno dell’aiuto dello Stato; dall’altro lo Stato con il suo braccio secolare correva in aiuto della Curia perché sentiva e sapeva che era in discussione anche l’autoritarismo dello Stato.
...
La magistratura ha reagito all’esperienza dell’Isolotto come, immediatamente prima e immediatamente dopo, ha reagito ad altri fenomeni, magari meno clamorosi, che essa ha considerato “eversivi” dell’ordine costituito. Si pensava che il pericolo venisse dalle iniziative dal basso, dalle organizzazioni spontanee, dalle esperienze che incidevano sulle gerarchie del potere.

C’è stato un piccolo strascico della vicenda dell’Isolotto che riguarda chi vi parla.
L’episodio è noto dentro la magistratura ma sconosciuto all’opinione pubblica. Nei giorni in cui venivano rese note le imputazioni si era tenuta all’Isolotto un’assemblea alla quale avevo partecipato prendendo la parola. Pochi giorni dopo il Consiglio Giudiziario di Firenze aveva all’ordine del giorno la mia promozione a magistrato di Tribunale. Il Consiglio Giudiziario a maggioranza formulò parere negativo con una motivazione, come risulta dal verbale della seduta, che suonava sostanzialmente così: “non può continuare ad appartenere all’ordine giudiziario un magistrato che in una pubblica manifestazione prenda la parola per esprimere la propria solidarietà agli imputati”. Per fortuna il Consiglio Superiore della Magistratura, che doveva decidere sulla mia permanenza in carriera, fu di parere contrario, ritenendo che quell’episodio fosse né più né meno che la legittima manifestazione del pensiero, garantita dalla Costituzione. A sua volta il Procuratore Generale fiorentino, che a quell’epoca era Mario Calamari, rischiò il trasferimento da parte del Consiglio Superiore . E’ passato molto tempo, Magistratura Democratica esiste ancora ed è in buona salute, ma le contraddizioni non si sono ancora sopite. Il fatto che il giovane magistrato, che si voleva cacciare allora, sia poi diventato Procuratore Generale di Firenze è forse solo uno scherzo del destino oppure il frutto dell’astuzia della storia. Ma le contraddizioni rimangono tutte, sia pure in termini diversi.
Ed è questa in fondo la ragione per la quale della vicenda dell’Isolotto e del suo processo è necessario continuare a parlare per “contrastare la strategia dell’oblio” - come ha scritto nel suo bellissimo saggio Enzo Mazzi. “Non per esumare un cadavere, continuava Enzo, ma per dar vita al presente e al futuro attraverso la creatività della memoria”.
Beniamino Deidda biblioteca delle Oblate Firenze 22 marzo 2012

Video dell'intervento

domenica 20 maggio 2012

2 GIUGNO, RIPUDIAMO LA GUERRA


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 20 maggio 2012

Storie dell’altro mondo: la resistenza politico-culturale delle donne
dell’associazione “Il Giardino dei Ciliegi”
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con l’intervento di Sandra Cammelli del Giardino dei Ciliegi

Gesù, il fariseo e la prostituta (dal Vangelo di Luca, 7, 36-50)
"Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco una donna, una prostituta di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato e fermatasi dietro si rannicchiò ai suoi piedi e cominciò a bagnarli di lacrime, li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.
Nel vedere questo il fariseo che lo aveva invitato pensò tra sé. "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice".
Gesù allora gli disse: "Simone, ho una cosa da dirti". Ed egli: "Maestro, dì pure".
"Un creditore aveva due debitori: l’uno gli doveva 500 denari, l’altro 50. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?". Simone rispose: "Suppongo quello a cui ha condonato di più". Gli disse Gesù: "Hai giudicato bene".
E volgendosi verso la donna, disse a Simone: "Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m’hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli.
Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi.
Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco". Poi disse a lei: "Ti sono perdonati i tuoi peccati".
Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: "Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?". Ma egli disse alla donna: "La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!""

Una riflessione sul Vangelo di Luca[1]
Prima di fare alcune considerazioni su questo passo del Vangelo, volevamo ricordare qual’era il modo di concepire e di trattare le donne nella Bibbia, nel Talmud e in molti altri scritti.
Le donne erano considerate creature impure; solo fonte di guai. Nascere femmina era una sciagura. Avere un figlia femmina era una disgrazia.
Nel Siracide è scritto “dalla donna ha avuto inizio il peccato:  per causa sua tutti moriamo” e ancora “.. è meglio la cattiveria di un uomo che la bontà di una donna”.
Nel Levitico si legge “quando la donna partorirà una femmina sarà immonda ..”.
Nel Siracide si legge: “Una figlia per il padre è una preoccupazione che toglie il sonno: nella giovinezza perché non sfiorisca, quando è accasata perché non sia ripudiata. Finché è ragazza si teme che resti incinta, quando è accasata che cada in colpa o che sia sterile”.
Le famiglie temevano la nascita di una femmina e pregavano che Dio li preservasse da questa sciagura. I padri quando avevano già una figlia potevano non nutrire la neonata lasciandola morire di fame o abbandonarla fuori della città (morivano mangiate dagli animali o venivano allevate da mercanti che ne facevano prostitute) oppure potevano allevarla e poi venderla come schiava. Erano pratiche diffuse, consentite dalle leggi e dalla religione. Le bambine abbandonate se sopravvivevano non avevano altra possibilità che fare la prostituta. Le bambine anche quando allevate in famiglia erano comunque destinate ad essere serve, prima del padre e poi del marito. A loro non era riservata alcuna istruzione, nemmeno quella religiosa perché nel Deuteronomio è scritto “le parole del Signore le insegnerete ai vostri figli” (e non è scritto “e alle vostre figlie”).
Questa è la condizione femminile nel mondo ebraico al tempo di Gesù.
Nel Vangelo si scopre una visione diversa, ci sono passi che raccontano gesti e comportamenti di Gesù di attenzione, di inclusione, di gentilezza per le donne, gesti scandalosi e inconcepibili per quel tempo.
Ci sono diversi passi che mostrano questo stile – il brano di Gesù e l’adultera, quello della donna emorroissa ed altri. Quello che abbiamo letto è stato a lungo considerato il più sconvolgente di tutti, tanto che per moltissimo tempo non è stato inserito nelle liturgie, non era letto. Ecco allora qualche sottolineatura su questo brano del Vangelo:
·        un fariseo invita a pranzo Gesù; i farisei, gli uomini più pii osservanti della legge nel mondo più minuzioso, già avevano inquadrato Gesù, lo detestavano, lo avrebbero voluto morto. Quindi questo non è un invito di gentilezza, è un modo per tendergli un tranello, metterlo in difficoltà e poi denunciarlo alle autorità; Gesù comunque accetta l’invito. E’ un pranzo solenne, in cui ci si distende alla greco-romana, gli invitati si reggono su un gomito e con la mano libera prendono il cibo. Le donne non sono ammesse. 
·        “Ed ecco” che entra una donna, una prostituta, con in mano gli arnesi del suo mestiere.
·        E’ un fatto sconvolgente inimmaginabile per molte ragioni:
o   perché le donne non erano mai ammesse ai pranzi (stavano separate in cucina) perché erano impure per definizione e le prostitute erano le più impure.
o   questa donna entra in casa, prende l’iniziativa, si inginocchia, gli tocca, gli bacia, gli bagna i piedi, li asciuga con i capelli. Il farisei e gli uomini di quel tempo restano sconvolti, Gesù si lascia avvicinare (i rabbini dovevano stare lontani almeno 2 metri dalle prostitute) si lascia toccare e baciare da una donna impura come una prostituta, con i capelli sciolti (le donne portavano il velo dall’età di 12 anni).
o   è sconvolgente il fatto che Gesù non la rimprovera affatto, non la richiama alle regole della legge, lascia fare. 
o   e la cosa più sconvolgente di tutte è che non le dice affatto “non peccare più”; le dice “ti sono cancellati i tuoi peccati”, senza che lei abbia fatto alcuna richiesta di perdono, alcuna promessa di cambiamento di vita. Gesù non le chiede niente perché questa donna non ha alcuna possibilità di cambiamento: non ha famiglia, nessuno la vorrebbe sposare, non può sopravvivere che così.
·        secondo i farisei, gli uomini più religiosi, il Regno di Dio tardava ad arrivare per colpa degli impuri, i peccatori, le prostitute, i pubblicani. Nel Regno di Dio sarebbero entrati i pochi selezionati osservanti di tutte le leggi, per i loro meriti. Gesù descrive un Regno nel quale sono accolti gli esclusi, dove non conta il merito ma la capacità di amare e accogliere l’altro.
·        ultima considerazione: nel brano la prostituta è anonima, non si sa chi sia, non ha nome. Ma questo episodio era così scandaloso che il papa Gregorio Magno vissuto tra il 500 e il 600 ha promosso nel 591 un’operazione con la quale si è accostata questa prostituta a Maria Maddalena dandole una immagine di donna penitente. Questa identificazione è stata ufficialmente rigettata dalla Chiesa Cattolica nel 1961 ma l’immagine di “donna penitente” è rimasta nelle stratificazioni religiose e nelle molte immagini artistiche.
Perché parliamo del Giardino dei Ciliegi

Il filo conduttore del nostro gruppo quest’anno é stato “Storie dell’altro mondo” abbiamo, pertanto, pensato di condividere insieme l’esperienza delle donne del Giardino dei Ciliegi, quale forma di resistenza ed azione politico-culturale nella nostra città.

Resistenza ed azione politica e culturale non solo perché si tratta di un gruppo di donne che dal 1988 porta avanti le tematiche della differenza di genere, ma anche perché in un sistema neoliberista come quello in cui oggi viviamo – che tende sempre più ad emarginare ogni forma di diversità e ad omologare tutto in un unico pensiero – è significativo e forte il lavoro politico che le donne del Giardino dei Ciliegi oppongono a questo disegno.

L’associazione ha mantenuto i principi per i quali é nata. Si legge in un suo primo documento “Un luogo” e “Un progetto”: è, infatti, luogo aperto di relazione, luogo che appartiene a chi agisce il pensiero del suo progetto e lo condivide con il ‘fuori’, spazio per attività diverse, “per lo studio, per la lettura, per la documentazione”, per l’agire dei femminismi e il cogliere la ricchezza dei loro saperi, per costruire – nella consapevolezza delle differenze – un mondo ‘altro’ di donne e uomini insieme.

Le attività, oggi, del Giardino dei Ciliegi sono molteplici e vanno dai Laboratori di Scrittura, sia all’interno dell’associazione ma anche presso il carcere di Sollicciano, nella sezione femminile - in Comunità è stato di recente presentato il libro, curato da Monica Sarsini, “Alice nel paese delle domandine”, una raccolta di scritti delle detenute – ai Laboratori di Intercultura. L’intercultura attraverso la letteratura, con incontri di autrici di altri paesi che scrivono anche nella nostra lingua, ma anche l’intreccio con donne migranti che vivono le contraddizioni della società occidentale e raccontano le esperienze, amare, da loro vissute e le sofferenze patite nei paesi di origine.
Si promuove la conoscenza con la presentazione di libri e documenti sia di scrittrici dimenticate o non riconosciute dal “canone” letterario, ma anche con scrittrici famose, molte delle quali sono diventate amiche dell’associazione.

All’interno del Giardino dei Ciliegi esiste la Libera Università di donne e uomini IPAZIA: un gruppo di donne e uomini giovani e meno giovani riflettono sulle tematiche del vivere in una quotidianità urbana, dove spazi e tempi sono sempre più corrosi da uno spregiudicato consumo del territorio. Vengono costruiti insieme incontri e iniziative con il movimento dei precari.

E’ un luogo dove si fanno installazioni di mostre, performances, seminari intensivi sull’autobiografia e sulla maggior consapevolezza di sé. Ma anche incontri fra donne e uomini sulla violenza sessuale e sulla sessualità in genere.
Le donne del Giardino dei Ciliegi nel loro lavoro politico collaborano con la Società Italiana delle Letterate, la Libreria delle Donne, Libere Tutte, Artemisia.

Il progetto politico dell’associazione riconosce e promuove i valori propri di una democrazia compiuta, è aperto al confronto, anche conflittuale, con saperi ed esperienze complesse e variegate.


2 GIUGNO, RIPUDIAMO LA GUERRA

Dal 20 al 22 aprile scorso si è tenuto a Pietralba (Bolzano) il Convegno “La Pace: realismo di un'utopia. Ernesto Balducci e David Maria Turoldo vent'anni dopo 1992 – 2012”. Al termine del Convegno è stata inviata una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nella quale si chiede che la Festa della Repubblica non sia celebrata con parate militari e sfoggio di armi. Proponiamo di leggere la lettera (già firmata tra gli altri da Pax Christi, Movimento nonviolento, dal Cipax, dalla Tavola per Pace, dalla Fondazione Balducci, Testimonianze, Mosaico di Pace) e di sottoscriverla ed inviarla anche noi come Comunità.


Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano,
Palazzo del Quirinale, 00187 Roma.

La pace è l'unico valore veramente rivoluzionario, diceva Turoldo, perché costringe a ripensare tutte le categorie del vecchio mondo che è stato costruito sulle macerie delle guerre.
E Balducci, rivolgendosi ai cristiani, ricordava che una chiesa veramente evangelica deve essere come un'obiezione di coscienza piantata da Dio nella carne viva del mondo.

Essere costruttori di pace oggi significa obiettare al sistema di guerra e alle spese militari che la guerra rendono possibile. 
Noi vogliamo essere cittadini obbedienti alla Costituzione italiana, scritta subito dopo il flagello del secondo conflitto mondiale, e proprio per questo tesa al ripudio della guerra stessa. Lo dice l'articolo 11. E' la stessa Costituzione che ci indica come la nostra Repubblica sia fondata sulla forza del lavoro. Lo dice l'articolo 1. In mezzo, tra l'articolo 1 e l'articolo 11, ci sono 10 articoli fondamentali della nostra carta costituzionale, su altrettanti valori fondanti: la giustizia, la libertà, la salute, l'educazione, ecc. Questo significa che i lavoratori devono costruire le condizioni per la dignità della vita di tutti coloro che vivono nel nostro paese, e che la guerra (e la sua preparazione) è l'unico vero disvalore da espellere per sempre dal contesto sociale e civile.

Per tutto questo noi non comprendiamo perché la Festa della Repubblica, che ricorre il 2 giugno, venga celebrata con le parate militari, la sfilata della armi, la mostra degli ordigni bellici. E' una contraddizione divenuta ormai insopportabile. Questo è il ripudio della Costituzione,non della guerra. E' il rovesciamento della verità.

Il 2 giugno ad avere il diritto di sfilare sono le forze del lavoro, i sindacati, le categorie delle arti e dei mestieri, gli studenti, gli educatori, gli immigrati, i bambini con le madri e i padri, le ragazze e i ragazzi del servizio civile. Queste sono le forze vive della Repubblica; i militari hanno già la loro festa, il 4 novembre, che ricorda “l'inutile strage” della prima guerra mondiale, come disse il papa Benedetto XV.

A lei, Presidente della Repubblica chiediamo di abolire la parata militare del 2 giugno, anche per rispettare la necessità di risparmio economico (ci costerà dieci milioni di euro): inviti i giovani disoccupati e i pensionati come rappresentanti del popolo italiano in sofferenza. E' un vero e proprio scandalo che mentre si impongono pesanti sacrifici a tutti, il Parlamento ed il Governo abbiano confermato l'enorme spesa di oltre 10 miliardi di euro per l'acquisto dei cacciabombardieri F35.

Ci impegniamo ad interpellare le autorità civili delle nostre città, sindaci, prefetti, consiglieri comunali, deputati, affinché sostengano questa nostra proposta, scrivendo anche lettere ai giornali e diffondendole nei luoghi di lavoro. Il 2 giugno con le nostre associazioni vogliamo celebrare l'Italia che “ripudia la guerra”: dove possibile organizzeremo delle sfilate dove i cittadini disarmati innalzeranno i cartelli con l'articolo 11 della Costituzione.

In ricordo di Benedetta Liberi, una delle fondatrici del Giardino dei Ciliegi e una cara amica della Comunità, leggiamo questa sua poesia


FEMMINILE
Con puntiglio tentiamo di ricomporre
il puzzle delle generazioni
con la luna e la terra il latte il sangue il vento
(ma la luna è di neon e ci inchioda
in pose da manichini
la terra avvelena i suoi frutti
il latte ci inacidisce nelle mammelle
il sangue ce lo levano sul tavolo di marmo
il vento vischioso atterra
il castello di carte della rivoluzione)
Non vogliamo che le figlie
abbiano pena di noi
come noi delle madri
non vogliamo che mangino frutti velenosi
e bevano latte inacidito
non vogliamo che la fucina della nostra ira
prepari altri coltelli spuntati
(con l’ago ci siamo cucite i sudari
di complice silenzio
con la scopa abbiamo spazzato via
gabbiani e stelle
e i sogni,ben ripiegati,sepolti
in cassetti odorosi di spigo)
Ed ora che ci strappiamo di dosso
 la pelle delle abitudini
e andiamo a riprenderci la luna e la terra
il latte il sangue il vento
il mondo che mettiamo al  mondo

ci spaventa il nostro coraggio
e oscilliamo smarrite in cima a una scala
di cui mancano gli ultimi pioli

E Dio mi fece donna

E Dio mi fece donna,
con lunghi capelli,
gli occhi, il naso e la bocca da donna
Con rotondità e peli e dolci cavità,
mi scavò dall'interno
e fece di me lo studio degli esseri umani.
Tessé delicatamente i miei nervi,
equilibrò con cura il numero dei miei ormoni,
Compose il mio sangue e me l'iniettò
perché irrigasse tutto il mio corpo.
Così nacquero le idee, i sogni e l'istinto.
Creò il tutto con grandi colpi di fiato
scolpendo con amore
le mille e una cosa
che mi fanno donna ogni giorno e
per le quali con orgoglio
mi alzo ogni mattina
e benedico il mio sesso.      
         

di Gioconda Belli



[1] queste considerazioni sono tratte dal Seminario “Tra fede e sacrilegio: le donne nel Vangelo”, tenuto dal biblista Alberto Maggi nel 2009.

lunedì 14 maggio 2012

la Nakba o catastrofe palestinese:15 maggio 1948



 Per ogni palestinese il 15 maggio, ovunque si trovi, è  giorno di memoria e di dolore. Ed è per questo che oggi, dalle 18, sfilerà per le strade di Roma una marcia silenziosa in ricordo della Nakba (catastrofe), che colpì nel 1948 la terra di Palestina e il suo popolo.

Per rivivere il giorno in cui 9 città palestinesi e 53 villaggi  furono letteralmente cancellati dalla cartina geografica, costringendo oltre 900 mila palestinesi ad abbandonare le loro case, oggi 15 maggio un corteo silenzioso partirà da Piazza della Repubblica di Roma, alle 18, per arrivare a Piazza dell’Esquilino (Santa Maria Maggiore), dove verranno simbolicamente ricreati i campi profughi dove tutt’ora vivono gran parte delle persone cacciate dalla loro terra.

Promosso dai Giovani Palestinesi e dalla Comunità Palestinese di Roma e del Lazio, con il sostegno di tutte le realtà amiche della città, sul palco del 15 maggio si alterneranno testimonianze e collegamenti telefonici con i Territori Occupati e la Striscia di Gaza, ma anche proiezioni di video storici, musiche e canti tradizionali, con una cena araba offerta dagli organizzatori.

Oggi  i palestinesi  che resistono  nei propri villaggi  e città vivono in condizioni impossibili, dall’assedio  di Gaza all’occupazione dei Territori in regime di apartheid, fino ai tantissimi campi profughi che ospitano ancora la diaspora palestinese.

Ma il Popolo palestinese non si arrende, e continua a resistere e a lottare, rivendicando il diritto alla libertà, alla dignità e alla vita sulla propria terra.
Per questo in tutto il mondo, il 15 maggio rappresenta una giornata di memoria e dolore, ma anche di resistenza e lotta. 

  Alle 18 da Piazza della Repubblica  partirà un corteo, che simulerà l’esodo forzato al quale i palestinesi furono costretti per raggiungere Santa Maria Maggiore alle 19 dove rievocheremo con diverse testimonianze gli avvenimenti della Nakba

Il corteo sarà guidato da uomini e donne in costumi tradizionali, nel silenzio colpevole che tutt’ora avvolge la tragedia del Popolo palestinese.

There will be a silent march tomorrow, Tuesday the 15th in Rome, to mark Nakba Day, the 64th anniversary of the eviction of Palestinians from their homes by Israelis. Palestinians refer to May 15, 1948 as the Nakba Day or catastrophe, referring to the displacement of some 900,000 Palestinians by Israeli forces, leading to their exile in neighboring countries. 

The march will begin at Piazza della Repubblica at 6 pm and end at Piazza dell’Esquilino (Santa Maria Maggiore), where there will be a symbolic recreation of the refugge camps where a large part of those driven out in 1948 are still living. Videos, music and more will follow; for more details please see the press release (in Italian) below. 

All are welcome to join in this event in solidarity with the Palestinian people’s fight for freedom. 

All'uscita dal campo profughi di Aida (Betlemme, gennaio 2012)

giovedì 26 gennaio 2012

Demolizioni di case palestinesi


COMUNICATO STAMPA

Nuove demolizioni nel villaggio beduino di Umm Al Kheer

Dopo le demolizioni l'IDF ha sequestrato un trattore nel villaggio palestinese di Khallet el Mayya



25 gennaio 2012


At-Tuwani – La mattina del 25 gennaio l'esercito israeliano ha prima demolito due abitazioni nel villaggio beduino di Umm Al Kheer e successivamente ha sequestrato un trattore nel villaggio di Khallet el Mayya.
Attorno alle ore 9:00 due bulldozer, scortati da alcune jeep militari e dal Dco (District Coordinating Office) dell'esercito israeliano, hanno fatto irruzione nel villaggio di Umm Al Kheer. Le due abitazioni che sono state demolite non avevano ricevuto alcun avviso di demolizione, sebbene ad oggi pendano sul villaggio 20 ordini di demolizione. La prima struttura apparteneva ad una coppia di anziani, mentre la seconda ad una donna con 9 figli. Durante le operazioni i palestinesi, che hanno cercato di ostacolare le attività interponendosi fra le abitazioni e i bulldozer, sono stati spintonati dai soldati. L'anziano proprietario di una delle abitazioni ha avuto un malore dopo esser stato strattonato dai militari. Intanto nel vicino insediamento israeliano di Karmel 2 ruspe lavoravano alla costruzione di nuove unità abitative.

Poco dopo aver terminato le demolizioni, i mezzi dell'IDF (Israeli Defence Force) si sono recati nel villaggio palestinese di Khallet el Mayya per sequestrare un trattore col rimorchio utilizzato da operai palestinesi per costruire una casa, a cui la settimana precedente il DCO aveva consegnato l'ordine di fermo dei lavori. Nel corso dell'operazione gli abitanti del villaggio si sono interposti e un palestinese si è sdraiato sotto il rimorchio per impedire il sequestro del mezzo, rischiando di essere investito. Gli ufficiali del Dco hanno quindi sganciato il rimorchio portando via solo il trattore.

Umm Al Kheer è un villaggio beduino nato nel 1948, situato nelle colline a sud di Hebron in area C, sotto controllo civile e militare israeliano. Trovandosi a pochi metri dall'insediamento israeliano di Karmel, sorto negli anni '80, il villaggio è soggetto a vessazioni ed a maltrattamenti da parte dei coloni dell'insediamento e dall'esercito israeliano.

La politica portata avanti da Israele in area C è quella di impedire lo sviluppo delle comunità palestinesi negando ogni permesso di costruzione e demolendo ogni struttura considerata “illegale”. Allo stesso tempo, gli insediamenti ed avamposti israeliani presenti nell'area, pur essendo illegali secondo il diritto internazionale, continuano ad espandersi senza sosta mentre i coloni continuano ad attaccare impunemente i palestinesi.

Questa politica di restrizioni, chiusura, demolizioni, evacuazioni e soprusi, unita alle continue violenze da parte dei coloni presenti nell'area, nega di fatto i diritti umani dei palestinesi, ostacolando la possibilità di vivere nei propri villaggi e coltivare le proprie terre impedendo lo sviluppo delle comunità locali.

Ciò nonostante, le comunità palestinesi delle colline a sud di Hebron sono fortemente impegnate nell'affermare i propri diritti ed a resistere in modo nonviolento all'occupazione israeliana.



Operazione Colomba mantiene una presenza costante nel villaggio di At-Tuwani e nell'area delle colline a sud di Hebron dal 2004.



Foto dell'incidente: http://goo.gl/S0Tfg

Video dell'incidente: il video verrà caricato a breve



Per informazioni:

Operazione Colomba, +972 54 99 25 773