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lunedì 17 giugno 2013

L'economia della truffa

        “A che punto siamo arrivati! L’economia della truffa”

       Sintesi della relazione tenuta al “Giardino dei ciliegi” il 31 maggio 2013

La riflessione su questo tema è stata suggerita da alcune truffe “ideologiche” di esponenti di spicco della classe dirigente mondiale ed europea, smascherate dall’analisi critica di alcuni economisti, come si dirà più avanti. Questi episodi hanno richiamato l’attualità di un libro scritto nel 2004, a 96 anni, dall’economista americano John K. Galbraith, dal titolo “L’economia della truffa”. In esso si denuncia il carattere ideologico della teoria economica dominante, messa al servizio dei grandi interessi capitalistici. Galbraith sottolinea il fatto che in economia l’inganno ed il falso sono accettati sia da chi li compie, sia da chi li subisce, in quanto endemici al nostro tessuto sociale. In tal modo la realtà viene mistificata e si distorce a piacimento la verità dando vita a miti e leggende: la speculazione come forma d’ingegno, l’economia di libero mercato come sistema di massima efficienza per risolvere i problemi del mondo, la guerra come strumento di democrazia.
Ciò che caratterizza in particolare l’ideologia economica è l’abbandono della categoria “capitalismo” sostituita da quella di “mercato” che riduce il processo economico a puro e semplice meccanismo di scambio, la cui efficienza sarebbe assicurata dalla libera concorrenza a vantaggio del “consumatore sovrano” che otterrebbe le merci ai prezzi più bassi possibili. Si nasconde in tal modo la realtà del dominio attuale praticato da veri e propri poteri oligopolistici e/o monopolistici, giacché sono le grandi imprese e non il mercato impersonale a manovrare i prezzi per realizzare il massimo profitto. Il meccanismo economico è ridotto così alla fase della circolazione della ricchezza, trascurando la premessa fondamentale della produzione, la cui natura capitalistica è attestata dal rapporto sociale conflittuale fra capitale e lavoro.

Categoria indispensabile per comprendere la realtà attuale è perciò quella di “capitalismo”, che è la forma storico-sociale assunta nel mondo moderno dalla funzione economica, presente in tutte le società come attività organizzata di base per produrre le risorse necessarie al mantenimento della vita individuale e collettiva. Occorre allora partire dalla strutturale legge del meccanismo capitalistico che assegna al sistema economico della produzione e della distribuzione della ricchezza, non l’obiettivo della soddisfazione dei bisogni umani, che dovrebbero essere definiti autonomamente dalla società che si vuole democratica, bensì quello della soddisfazione del bisogno di valorizzazione ed accumulazione del capitale. Di conseguenza gli è necessaria l’egemonia culturale come strumento di potere per controllare la vita sociale, imporre il modo di consumo funzionale ai suoi interessi, mettere al proprio servizio l’agire politico dei governi e dei parlamenti. Sotto il profilo dei rapporti di produzione, lo sfruttamento del lavoro è decisivo per ottenere la massima redditività del capitale. Quindi il conflitto di classe fra capitale e lavoro è oggettivamente strutturale, come mostra il recente libro di Gallino, “La lotta di classe dopo la lotta di classe”. “Dopo”, perché è scomparsa la lotta di classe dal basso, agita e diretta dal mondo del lavoro e dalle sue rappresentanze sindacali e politiche, in quanto il soggetto lavorativo ne è stato espropriato ed il conflitto sociale è oggi praticato e governato dall’alto, dal capitale stesso. Basta ricordare la recente vicenda Fiat , col duro attacco di Marchionne ai diritti del lavoro ed ai salari.


                           L’origine dell’attuale fase storica del capitalismo

Nel secondo dopoguerra fino ad oggi, possiamo suddividere l’andamento dell’economia capitalistica in tre fasi: quella del keynesismo sociale, quella neoliberista e quella della crisi in corso.



                                                 Il periodo 1945-anni ‘70

Superata con la guerra la crisi degli anni ’30, per evitare di ricadere in quella depressione e per far crescere l’economia, il capitalismo si è affidato alla politica, se non altro sotto la minaccia sovietica come alternativa al sistema occidentale.
Possiamo sintetizzare in alcuni punti le caratteristiche fondamentali di questa fase: concezione politica dell’economia, regolazione sociale del capitalismo, compromesso capitale/lavoro col conflitto distributivo mediato politicamente ed orientato verso la classe lavoratrice.
E’ stata l’epoca in cui è nato lo Stato sociale, con fondamentali diritti, con al primo posto quello al lavoro, a cui si aggiungono il diritto alla salute, all’istruzione per tutti e via dicendo. Il diritto al lavoro è chiaramente enunciato nella Carta delle Nazioni Unite al cap.IX, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo artt. 22/23, e nella nostra Costituzione , art. 4, 35/6, con l’aggiunta che l’attività economica pubblica e privata deve avere fini sociali, art.41.
La politica dei governi, di ispirazione keynesiana, è stata la politica della domanda. Poiché il meccanismo economico capitalistico, nella sua autonomia, non è capace di esprimere una domanda all’altezza della produzione possibile, generando disoccupazione, allora per garantire il diritto al lavoro col pieno impiego deve intervenire la spesa pubblica e la politica fiscale di distribuzione del reddito dall’alto verso il basso, in modo da creare la domanda in grado di consumare l’intero reddito prodotto al livello della piena occupazione. C’è anche da tenere presente che nell’economia capitalistica pura, non corretta, non sono riconosciuti bisogni e diritti sociali, essendo l’unico diritto ammesso e riconosciuto quello al profitto della proprietà privata del capitale.

                        La crisi degli anni ’70 ed il trionfo del “neoliberismo”

L’economia capitalistica governata politicamente dall’impostazione keynesiana, con gli anni ’70 entrava in una crisi profonda, caratterizzata dalla stagflazione. Per usare una previsione del 1942 di Kalecki contro Keynes, il segno del momento è stato manifestato dallo “sciopero del capitale”. In altre parole, gli investimenti privati si riducevano in misura consistente, riappariva quindi la disoccupazione, accompagnata da alta inflazione attribuita all’eccesso di spesa pubblica. In questo periodo prendeva gradatamente forza una profonda rivoluzione nella sfera culturale e nelle politiche economico-sociali.
Si passava dalla precedente concezione politica dell’economia ad una concezione economica della politica. Ciò ha determinato l’accettazione del capitalismo come ordine economico-sociale naturale, insorpassabile, senza alternative, con la rinuncia all’analisi critica circa la sua natura. E’ stato il momento in cui sono fiorite le teorie della fine della storia (Fukuiama). Da allora, la categoria teorica dominante non è stata più “capitalismo” ma “mercato”. Il problema economico su cui prosperano ancora le teorie “neoclassiche” è diventato quello dell’equilibrio di mercato, col consumatore come soggetto centrale. Il rapporto di produzione capitale/lavoro è stato sostituito ideologicamente da quello produttore-venditore e consumatore. Su tutti i piani, anche nell’etica sociale, è penetrato in misura sempre più pervasiva il più estremo individualismo, come traduzione pratica dell’individualismo metodologico della teoria economica “ortodossa”.
Sul piano dell’azione politica sono stati acriticamente accettati e praticati i precetti del neoliberismo. Si accusavano, e si accusano tuttora, le politiche economiche keynesiane di essere le responsabili della crisi in quanto, con l’eccesso di consumo del reddito prodotto, impediscono la formazione del risparmio necessario agli investimenti e quindi al rilancio degli stessi ed al riassorbimento della disoccupazione. Dalla politica della domanda si passava così alla politica dell’offerta, in cui è privilegiato il momento accumulativo, con la riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori, con l’aumento della produttività del lavoro, con l’introduzione di una sua sempre maggiore flessibilità. Il principio è che il taglio del costo della mano d’opera consente alle imprese di competere con successo su un mercato mondiale sempre più aperto e quindi di realizzare i profitti che permetteranno successivamente di allargare la base produttiva, tornando così ad assumere i lavoratori disoccupati.
Lo Stato è il problema non la soluzione (Reagan). Deve perciò ritirarsi dall’agire direttamente nella sfera economica, ma sostenerla dall’esterno con le privatizzazioni, le liberalizzazioni, la deregolamentazione, la libertà di movimento dei capitali, in modo da affidare al mercato capitalistico la quota più alta possibile di risorse disponibili in quanto il suo meccanismo garantisce il massimo rendimento al loro impiego. Perciò dalla fiscalità precedente basata sulla distribuzione del reddito dall’alto verso il basso, si è passati ad una fiscalità invertita dal basso verso l’alto, con la riduzione delle aliquote massime, dato che sono i ricchi che risparmiano ed investono. Le banche centrali, infine, divorziavano dai governi (non obbligatoriamente però. Solo in Italia, Ciampi ha tradotto quella facoltà in obbligo rigido), nel senso di non finanziare più i loro deficit ed il conseguente debito pubblico, ma consegnando gli Stati ai mercati finanziari che la libertà di movimento dei capitali e la deregolamentazione hanno reso sempre più potenti.
Gli effetti sociali. Con questa controrivoluzione sociale, è finita l’epoca dei diritti sociali, gradatamente ridotti e svuotati di contenuto. Con la riduzione dei salari (diretti, indiretti e differiti) e le “riforme del mercato del lavoro” aumentava la disuguaglianza sociale con una ripartizione del reddito che ha spaccato la società fra una èlite privilegiata ed una massa sempre più consistente di cittadini a basso reddito, verso la quale continua tuttora a precipitare anche il ceto medio. Lo stesso diritto al lavoro è stato di fatto cancellato, in base al principio che è il mercato capitalistico che crea i posti di lavoro necessari alle imprese. Pertanto il lavoro deve recuperare la sua figura di puro fattore della produzione, da combinare con gli altri (materie prime e macchinari) nel processo produttivo, in modo da essere reso occupabile (è il senso della riforma Fornero), eliminando le tutele sindacali e legali che lo rendono rigido e non rispondente alle necessità imprenditoriali.
Il messaggio è chiaro: i lavoratori, nel loro interesse, devono rinunciare a diritti e salari oggi – perché altrimenti la disoccupazione aumenta ed i salari scenderanno ulteriormente - in modo da rilanciare in futuro produzione, occupazione e recupero salariale.

Ma cosa ci dice il riscontro empirico di questa dottrina? Ci dice che si tratta di una grossa truffa, purtroppo subita passivamente dalle sue vittime e dalle organizzazioni sindacali e politiche che le dovrebbero difendere. Alcuni grafici ce ne forniscono la prova.
Il primo mostra l’andamento del tasso di profitto e degli investimenti industriali in America del Nord, Europa e Giappone, dalla fine degli anni ’60 in poi. Vediamo che fino al decennio ’80 i profitti diminuiscono e con essi gli investimenti. Dal 1983/4/5, risulta invece che i profitti riprendono a crescere rapidamente e consistentemente, come effetto dell’attacco al lavoro di cui si è detto, mentre il tasso degli investimenti produttivi continua a scendere. Per quel che riguarda i salari, dal ’73 al 2007 si riduce la loro quota sul reddito nazionale: Francia –12,07, Germania – 15,90, Italia – 7,34, Giappone – 5,06, Spagna – 4,26, Regno Unito – 15,73, Usa – 10,30, altri 12 paesi europei – 11,37.
In sostanza, i profitti non sono stati indirizzati verso il settore produttivo e quindi a ricreare posti di lavoro, ma erano dirottati verso quello finanziario delle rendite e dei facili ed immediati guadagni, come dimostra un grafico sull’andamento della borsa di New York dal 1900 al 2008. Vi si nota che con gli anni ’80 la curva prende a salire vertiginosamente, ben al di sopra della crescita del PIL (durante la presidenza Clinton l’indice borsistico aumentava del 201% contro il 17% del PIL) mentre nei periodi precedenti l’indice grafico dei corsi si muoveva sulla linea orizzontale, pur con oscillazioni. Insomma la deflazione salariale è servita ad alimentare l’inflazione finanziaria, sostenuta anche dalla liquidità delle banche centrali, prevalentemente ora rivolta non al sostegno dell’economia “reale” ma a quello della finanza, come settore preminente dell’accumulazione capitalistica.
Che si tratti di una truffa ce lo dicono anche le teorie di due economisti “ortodossi”. Friedman sostiene che perché non ci sia inflazione è necessario un tasso di disoccupazione, il NAIRU (Not acceleration inflation rate of unemployment). L’altro è Blanchard, capo economista del FMI. Ci viene detto che nell’economia contemporanea il salario reale di equilibrio è quello offerto dalle imprese. Perché i lavoratori lo accettino, è necessario indebolire la loro capacità di resistenza e per questo occorre mantenere un certo livello di disoccupazione (tasso naturale di equilibrio di disoccupazione). In breve il messaggio chiaramente espresso afferma che il sistema capitalistico funziona solo se c’è disoccupazione. Conclusione: l’invito ai lavoratori a ridurre i salari e a rinunciare ai loro diritti per riavere in futuro occupazione e recupero salariale è dimostrato essere una grossa truffa, purtroppo subita senza reazione.

                               La crisi iniziata nel 2007/8 ed ancora in corso

Questa crisi non solo conferma le truffe precedentemente richiamate, ma ne aggiunge di nuove, scientemente programmate.
La crisi ha avuto il suo momento tragico nel settembre 2008, quando il sistema capitalistico crollava. L’economista Usa Stiglitz ha dichiarato: “il settembre nero è stato per l’economia di mercato capitalista l’equivalente della caduta del muro di Berlino per i regimi comunisti”. Il crollo però non è avvenuto. Perché? Perché lo Stato che era il problema, dagli stessi che lo dichiaravano tale veniva invocato per la salvezza del sistema. Una volta realizzata, allo Stato è stato richiesto di ritirarsi e lasciare di nuovo i meccanismi del mercato a sé stessi. Comunque il salvataggio c’è stato ed è consistito nel convertire le passività dei privati in debito pubblico, senza però che i governi scambiassero questo intervento con una nuova disciplina politica dell’economia capitalistica, come invece è avvenuto con la crisi del ’30. Anzi il problema politicamente assunto è oggi quello della copertura di questi debiti pubblici enormemente aumentati. In altre parole, si sono socializzate le perdite private per garantire il mantenimento dei profitti.
Di conseguenza si è messa in atto un’altra grossa truffa a danno dei cittadini e dei lavoratori in specie, con la quale la necessità di ridurre il debito pubblico è stata ed è usata come occasione per un’ulteriore diminuzione della spesa sociale, ulteriori privatizzazioni e riduzioni dei servizi pubblici, in breve per portare a compimento la demolizione dello Stato sociale e dei diritti del mondo del lavoro, come già nel 2008 suggeriva al governo di allora l’economista bocconiani Giavazzi.
Per sostenere questo indirizzo fino dal 2002 Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, e Giavazzi, docente alla Bocconi, hanno lanciato la teoria della austerità espansiva. Vi si sostiene che lo sviluppo economico e la crescita della ricchezza richiedono una politica di drastico calo della spesa pubblica, quasi esclusivamente sociale. A confermare questa teoria due economisti, Reinhart e Rogoff, hanno presentato i risultati di una loro ricerca empirica riguardante l’arco di tempo 1946-2009, in base alla quale i paesi con un debito pubblico superiore al 90% del PIL sono decresciuti dello 0,1% medio annuo. Da un controllo dei loro calcoli sono emerse però omissioni incredibili, eliminate le quali il risultato ottenuto è che anche i paesi con un debito pubblico superiore al 90% hanno avuto storicamente una crescita del 2,2% e non la decrescita dello 0,1%. E’ difficile pensare a semplici errori quando nel conteggio di Reinhart e Rogoff si sono esclusi Australia, Canada e Nuova Zelanda che nello stesso periodo di tempo registravano un elevato debito ed un elevato tasso di crescita; lasciati fuori dal calcolo arbitrariamente alcuni anni ed infine sui dati è stato applicato un peso diverso, per cui paesi con forte debito pubblico ed alta crescita hanno visto ridotta la loro influenza nella media generale. Si tratta, quindi, di un calcolo arrangiato per ottenere risultati conformi alla ideologia dell’austerità espansiva.
Nondimeno su questo indirizzo è basata la struttura dell’attuale Unione Europea, in particolare l’area dell’Euro, come pure vi si ispirano gli indirizzi della Commissione Europea e l’esercizio della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea (BCE). In relazione a quest’ultima basta ricordare la lettera di Trichet e Draghi dell’agosto del 2011 al nostro governo, nella quale si è tracciato un vero e proprio programma di politica economico-sociale incardinato sull’attacco (le cosiddette “riforme”) alle pensioni, al lavoro (“riforma” Fornero), alla spesa sociale e fatto proprio dal governo Monti.

                                  
                                                   L’Europa dell’Euro

A questo punto si impone un breve accenno alle truffe su cui sono basate le strutture economiche europee. Una prima truffa consiste nel trasferimento di sovranità effettiva a istituzioni tecnocratico-burocratiche, come la BCE e la Commissione che non rispondono ai cittadini europei del loro operato. Stanno, infatti, imponendo ai paesi in maggiori difficoltà economiche una politica di austerità nonostante i suoi risultati dimostrino l’effetto decrescita che essa provoca, rendendo così sempre più difficile il rimborso del loro debito pubblico.
Per sostenere questo indirizzo, Draghi, presidente della BCE, a marzo di quest’anno ha presentato ai capi di Stato e di governo europei due grafici con i quali ha inteso provare che nei paesi con forte deficit pubblico, e quindi col debito tendente a crescere, come sono i paesi mediterranei, i salari sono aumentati al disopra della produttività del lavoro. In quelli virtuosi, invece, c’è stata corrispondenza fra i due dati. In altre parole, la causa delle difficoltà in cui si trovano le economie in recessione ricade sui lavoratori, e non sulla struttura ed i meccanismi dell’Unione Europea e dell’Euro. Uno studioso di politica macro-economica, Andrew Watt, ha denunciato la truffa perpetrata da Draghi nei suoi conteggi, consistente nel fatto che i salari sono conteggiati al loro valore nominale, cioè senza decurtare l’inflazione, mentre la produttività è calcolata in termini reali, cioè depurata dell’inflazione. Si tratta cioè dell’errore elementare di mettere a confronto dati disomogenei. Scrive Watt: «o un punto chiave della politica dell’Unione europea ignora il corretto uso di fondamentali concetti economici, oppure, intenzionalmente, li utilizza con l’introduzione di un errore, per costringere i politici a seguire una politica certamente coerente con le loro preferenze ideologiche, ma in contrasto con la stabilità ed il recupero della zona Euro…»
Ma oltre a questa fedeltà ideologica a politiche economiche neoliberiste, occorre considerare anche gli elementi strutturali dell’Unione europea e dell’Euro. Per i nostri paesi l’Euro è moneta straniera, è una moneta senza Stato con Stati senza moneta. Con la perdita della sovranità monetaria la competizione economica si gioca allora tutta con l’attacco ai salari. Non a caso si cita spesso la Germania in cui la riforma del lavoro e dello Stato sociale del 2003 (“riforma” Hartz) ha ridotto drasticamente il salario, con quello relativo (differenza fra salario reale e produttività del lavoro) ai minimi storici e la conseguente necessità di collocare all’estero una quota altissima della propria produzione.
Il perno del sistema è l’art. 123 del Trattato di Lisbona (ex 105 e segg. di quello di Maastricht). Esso consegna l’emissione di moneta alla BCE, facendole divieto di finanziare le istituzioni politiche (Stati, Regioni, Land, Dipartimenti, Province, Comuni ecc.) mentre la liquidità monetaria deve essere indirizzata solo verso le istituzioni finanziarie private (banche, istituti finanziari vari ecc.). Avendo la moneta una funzione pubblica, il principio su cui sono costruite l’’UE e l’Euro innalza in tal modo gli interessi privati del capitale finanziario al rango di interessi collettivi della società, cui tutti gli altri devono subordinarsi. Ciò significa la morte della democrazia sostanziale, dato che non sono più le istituzioni politiche il luogo di definizione degli obiettivi comuni.
Sul piano sociale si riversano conseguenze devastanti, in quanto gli Stati vengono ad assumere una configurazione privatistica, nel senso che devono finanziare il loro debito pubblico rivolgendosi ai mercati finanziari e, quindi, sottostare alle loro condizioni come un privato qualsiasi. Non a caso l’area dell’Euro, che complessivamente è la più virtuosa del mondo per quel che riguarda il deficit di bilancio pubblico ed il debito pubblico, è quella dove si è scatenata la speculazione finanziaria sui titoli di Stato, imponendo interessi altissimi, in quanto la BCE finanzia a tassi agevolati le banche private che poi esigono dagli Stati più in difficoltà una remunerazione ben più alta, facendo in tal modo crescere il loro indebitamento.
Per chiudere occorre esaminare la truffa racchiusa nel patto di stabilità. Il suo principio costitutivo è che tutto ciò che è pubblico è male, mentre tutto ciò che privato è bene. Così si impongono parametri al debito pubblico, mentre si trascura del tutto il livello del debito privato. Pertanto se ne ricava che i paesi che rispettano i parametri del patto hanno l’economia stabile e sicura (indipendentemente dal loro debito privato), giacché i problemi provengono solo ed esclusivamente dal debito pubblico e quindi dall’eccesso di spesa pubblica.
Prima di tutto è da notare che i due parametri da non superare del 3% di deficit pubblico sul PIL e del 60% del debito pubblico sul PIL, non hanno nessuna motivazione economica. Sono i dati della situazione tedesca ai primi anni ’90 che vennero accolti per paura, soprattutto francese ed inglese, che, dopo l’unificazione, la Germania si sganciasse dai legami europei. Il PIL nominale tedesco era il 5%, col debito pubblico al 60% e quindi per mantenere quel livello, dato quel tasso di crescita, basta non fare oltrepassare al deficit la soglia del 3% (5% del 60%). I parametri sono nati così.
Il Trattato di Lisbona li ripropone, anche con maggiore severità, insieme all’Euro. Esso è stato presentato al nostro parlamento nell’autunno del 2008, che lo ha approvato senza approfondimento di nessun genere. Si è trattato di un’approvazione truffaldina, ideologica, in quanto l’esperienza, in particolare di quel periodo, invalidava il patto di stabilità ed il principio fondativo dell’Unione Europea per il quale i problemi economici sorgono nella sfera pubblica. Infatti, nel settembre del 2008 è crollato il sistema finanziario privato salvato proprio dalla mano pubblica. Cioè la crisi è esplosa per l’eccesso di speculazioni finanziarie e debiti privati, non a causa della spesa pubblica o dei salari già allora fortemente ridotti. Non solo, ma in Europa i paesi che sono crollati per primi sono stati l’Irlanda che aveva un attivo di bilancio del 2,5%, un debito pubblico del 25% del Pil e una spesa pubblica del 27% del Pil contro una media europea del 47%; e la Spagna con un attivo di bilancio dell’1%, e un debito pubblico de 36% del Pil. Insomma sono crollati subito gli unici due paesi che rispettavano il patto di stabilità, che evidentemente non stabilizza niente. Nonostante ciò il nostro parlamento, all’unanimità o quasi, ha approvato istituzioni di cui l’esperienza ha dimostrato tutta la debolezza, senza alcun approfondimento e riflessione critica, senza coinvolgimento democratico dei cittadini, come invece la situazione avrebbe richiesto e tuttora richiederebbe.

Conclusione

Il capitalismo è colpito dalla contraddizione fra l’istanza accumulativa e realizzativa.

A sua volta nell’UE entrano in conflitto l’austerità che ci si illude possa servire a rimborsare i debiti, mentre aggrava le posizioni debitorie, e il rilancio della crescita che richiede interventi pubblici più sostenuti, visto che da solo il mercato capitalistico non è in grado di superare le proprie difficoltà. Infine abbiamo la contraddizione monetaria di una moneta senza Stato e di Stati senza moneta.

Rimane comunque un interrogativo di fondo. A che cosa deve tendere la politica economica e sociale? A rimettere in moto il processo capitalistico secondo le sue attuali coordinate strutturali, oppure a rilanciare un progetto di nuova regolazione sociale del sistema, dopo la fine di quella keynesiana dei “Trenta gloriosi”? Ma questo capitalismo dà segni di disponibilità per un nuovo compromesso sociale?
Le risposte non sono facili data la complessità della situazione. Comunque un primo passo per affrontare e superare i problemi è quello di impostarli correttamente, tornando prima di tutto a praticare l’analisi critica dei processi capitalistici e delle condizioni della società attuale, per passare poi ad elaborare un progetto di intervento pubblico perché l’economia sia democraticamente regolamentata, in modo da essere condotta a svolgere la sua funzione propria di servizio per il benessere dei cittadini.


Roberto Bartoli














venerdì 5 aprile 2013

Incontro di eletti ed elettori



La Comunità  dell'Isolotto promuove un incontro con esponenti eletti e non eletti che sono l'espressione delle forze politiche, sociali e del volontariato, impegnate sul territorio nell'opera di profondo cambiamento  ormai non più eludibile
 per venerdì 12 aprile alle ore 21
presso la sede della Comunità  in via degli aceri 1 - Firenze
( v.mappa )
L’iniziativa scaturisce dalla sollecitazione venuta da più parti a dare seguito Al nostro documento“INSIEME SI PUO’ “ ed ha lo scopo di favorire il reciproco ascolto, di condividere le speranze e l’impegno di tutti/e noi, di capire se e come si può realizzare l’appello che proponiamo, nello spirito secondo il quale “ affrontare i problemi da soli è egoismo, uscirne insieme è politica”

Il nostro appello
A chi ha votato e a chi non è andato a votare, a chi è stato eletto e a chi è rimasto fuori,  a tutti coloro che pensano che un mondo nuovo è possibile rivolgiamo l’invito:
- ad avere la pazienza, la generosità  e la sapienza di riconoscere e valorizzare  le risorse positive degli/e uni/e e degli/e altri/e
- a lavorare cercando nuovi percorsi, mettendo in gioco competenze, collaborazioni, disponibilità, per cambiare le leggi in modo costruttivo,
- a non disperdere le nuove energie che si sono messe in gioco ed a mantenere una collaborazione costante ed attiva con i territori e le loro espressioni di partecipazione responsabile al bene comune.
Niente nuove elezioni, inciuci, distinguo, veti; molta creatività , costanza, generosità , pazienza, ma anche concretezza e aderenza ai problemi ed ai contesti reali, impegno a crescere insieme ed a rendere alla politica il suo vero significato di luogo per il raggiungimento della felicità .

Hanno accolto il nostro invito:
Elisa Simoni, deputata Pd
Marisa Nicchi, deputata Sel
Maurizio Romani, senatore Cinquestelle
Giovanni Scotto, Presidente - Corso di Laurea "Sviluppo economico, Cooperazione internazionale, sociale e sanitaria  e gestione dei conflitti" - dell'Università  di Firenze (Facoltà  di Scienze della formazione)

martedì 5 marzo 2013

Insieme si può

Piazza dell'Isolotto, agosto 1969

Preghiamo coloro che considerano le presenti riflessioni un contributo positivo a sostegno del nuovo che nasce, di diffonderle e , a chi ha gli indirizzi per farlo, di raggiungere personalmente i nuovi eletti delle varie aree di riferimento.


Lettera della Comunità dell’Isolotto per il sostegno alle elette/i e alle elettrici/elettori impegnati nella responsabilità di costruire il nuovo che nasce.

Siamo la Comunità di base dell’Isolotto in Firenze, una realtà con una storia di impegno nel territorio, nel sociale, nella politica, nella chiesa.
Abbiamo pagato spesso pesantemente le nostre scelte dalla parte di chi difende i valori della giustizia e della solidarietà a partire dai bisogni degli ultimi. Lungo la nostra storia che viene dal lontano ‘68, abbiamo sperimentato che il nuovo che nasce è sempre avvertito come destabilizzante per le abitudini consolidate, per i ritmi consueti, per le sicurezze acquisite. Produce reazioni di difesa. Innesca ansie, paure, conflitti. I sistemi di dominio, che si sentono minacciati dalla creatività generativa della vita e della storia, temono il collasso e invece di contribuire al superamento positivo delle tensioni verso sintesi culturali nuove, alimentano il conflitto, soffiano sul fuoco della paura e offrono i vecchi recinti restaurati e magari abbelliti.
Oggi sentiamo l’urgenza di sostenere “il nuovo che sta nascendo” e aggiungiamo la nostra voce alle tante che chiedono al nuovo Parlamento il coraggio di operare con determinazione e senso di responsabilità per il cambiamento.
· Abbiamo imparato che “la verità” non esiste, ma esistono le “tante verità” che possono arricchire il cammino dell’umanità e che siamo chiamati a coniugare insieme, in atteggiamento critico ma di reciproca fiducia.
· Abbiamo capito che le “piazze” sono tante: quelle delle adunate fasciste, delle guerriglie urbane, delle manovre militari, delle esibizioni di potere, degli osanna al papa, delle processioni, delle feste, ma anche le piazze “contro la mafia”,quelle della resistenza, delle manifestazioni sindacali, delle donne, degli studenti, delle marce per la pace, e ancora le piazze della musica, dei carnevali, della solidarietà, dei mercatini alternativi, del camminare insieme. La piazza è il luogo aperto di tutti, il luogo della relazione fisica, del parlarsi l’uno accanto all’altro, quel luogo che noi dell’Isolotto abbiamo animato per oltre quaranta anni anche quando le piazze si svuotarono.
· Abbiamo capito che oggi è importante vivere questa piazza che si è imposta con le elezioni come la nascita di una nuova resistenza, la capacità di cogliere i segni dei tempi, il bisogno di affrontare il futuro con generosità. La piazza non risolve i problemi, ma è il momento unificante di tante persone di buona volontà che dicono: ci siamo, vogliamo contare e vogliamo impegnarci.
· Siamo consapevoli che la battaglia “contro” degli uni verso gli altri serve solo a rinserrare le fila di quella destra dove prevale l’individualismo aggressivo o la paura di perdere privilegi.
· Guardiamo con fiducia chi oggi è sceso nelle piazze perché quello è per lo più un popolo informato, consapevole, desideroso di mettersi in gioco. E’ il popolo che abbiamo contribuito a formare e generare con la nostra resistenza di piccole formiche operose anche se invisibili.
· Abbiamo scoperto che la piazza geografica e la piazza telematica sono oggi luoghi molto frequentati e importantissimi anche per la maturazione umana e culturale. Da sempre abbiamo sostenuto il valore della comunicazione e della crescita culturale delle persone: abbiamo lottato per la “scuola di tutti”, per la cultura diffusa, per la crescita delle consapevolezze, per l’impegno, la partecipazione, la democrazia.
· Siamo consapevoli che il nuovo che nasce non è perfetto, che non sarà semplice né facile elaborare e costruire un cammino comune, sfrondare i riferimenti ai “leaderismi individualisti” per favorire l’assunzione di responsabilità diffuse e condivise. Abbiamo davanti tempi complicati e non facili, ma noi che veniamo da lontano sentiamo il dovere di accompagnare e partecipare a questo cammino in cui si intrecciano le generazioni con le loro energie, esperienze e sapienze.
IL NOSTRO APPELLO
A chi ha votato e a chi non è andato a votare, a chi è stato eletto e a chi è rimasto fuori, a tutti coloro che pensano che “un mondo nuovo è possibile” rivolgiamo l’invito:
- ad avere la pazienza, la generosità e la sapienza di riconoscere e valorizzare le risorse positive degli/delle uni/e e degli/delle altri/e,
- a lavorare cercando nuovi percorsi, mettendo in gioco competenze, collaborazioni, disponibilità per cambiare le leggi in modo costruttivo,
- a non disperdere le nuove energie che si sono messe in gioco e a mantenere una collaborazione costante ed attiva con i territori e le loro espressioni di partecipazione responsabile al bene comune.
Niente nuove elezioni, inciuci, distinguo, veti; molta creatività, costanza, generosità, pazienza, ma anche concretezza e aderenza ai problemi ed ai contesti reali, impegno a crescere insieme ed a rendere alla “politica” il suo vero significato di luogo per il raggiungimento della felicità.
Non sarà facile, buon lavoro a tutti noi!
La Comunità dell’Isolotto riunita in assemblea
domenica 3 marzo 2013
Baracche Verdi - Via degli Aceri 1
50142 Firenze
tel/fax: o55711362
Web: http://www.comunitaisolotto.org/
Blog: http://baracchesempreverdi.blogspot.it/

Nota di aggiornamento sul dibattito che ha preceduto (e poi seguito) la stesura della lettera appello.


1 - Spunti raccolti da Marco nella discussione di domenica 3 marzo 2013 alle Baracche

Paola: 
- il risultato elettorale, seppur complicato, offre una grande occasione alla Politica di rinnovarsi aprendosi ai giovani;
-  E’ sempre più evidente la divisione del paese in due visioni del presente e del futuro: da un lato chi continua  a votare Berlusconi, dall’altro chi spera nel cambiamento
Lucia:
- emozioni contrastanti rispetto ai risultati elettorali;
- la presenza di giovani che tornano a partecipare è interessante e importante (l’esempio dell’appello di Viola)
- poca fiducia in Grillo che interpreta il peggiore personalismo violento e volgare visto in politica negli ultimi decenni;
Maria:
- somiglianza dei programmi di PD e 5 Stelle nella sostanza, grandi differenze però nella forma comunicativa;
- le piazze urlate di Grillo senza contraddittorio contro la seria pacatezza del confronto televisivo sostenuto da Bersani;
- gli interrogativi: come si va avanti? Quali prospettive per la sinistra? Come si comunica in modo più efficace?
Danilo:
- L’attuale caos politico ricorda il caos primordiale della Creazione del mondo narrata nella Bibbia;
- Come Dio mise ordine nel caos, così Napolitano può rappresentare l’unico in grado di gestire questa fase di confusione per il paese;
- la riflessione di Mao sulla confusione come generatrice di cose positive;
Sandro:
- non molto in comune tra i programmi del PD e del Movimento 5 Stelle;
- la confusione politica non promette nulla di buono;
- molti problemi ed incertezza sulla costituzione tecnica di un nuovo governo;
Carmen:
- Grillo come protagonista politico arrogante orientato alla distruzione e non alla costruzione;
- esigenza di trovare accordi sulle cose più importanti ed urgenti;
Gianpiero:
- governabilità del paese come priorità;
- rinnovamento generazionale anche nel PD e non solo nel Movimento 5 Stelle;
- saranno capaci i “cittadini” 5 Stelle di ragionare con le proprie teste oltre Grillo? Si cercherà di attuare il programma del Movimento o quello urlato nelle piazze da Grillo?
-  è necessario fare riforme importanti per i risolvere i problemi del lavoro e dell’economia della gente comune;
Nonna di 93 anni:
- importanza del rinnovamento, incontro tra generazioni, speranza sui giovani, “la vita deve andare avanti”
Moreno:
- cercare convergenza tra sinistra e 5 Stelle  su contenuti condivisi: conflitto di interesse, costi della politica, legge elettorale, spese militari, grandi opere…
- complessità del Movimento 5 Stelle e contraddizioni preoccupanti al suo interno (razzismo; maschilismo…);
Paolo:
- riflettere sulla partecipazione dal basso a partire dall’esperienza fiorentina degli anni 60-70 di organizzazione spontanea della gente: alluvione, comitati di quartiere….
- i rischi della transizione dallo spontaneismo di base all’istituzionalizzazione: la perdita di partecipazione e la delega ai partiti-istituzione sono responsabili dell’attuale crisi;
Marco:
- guardare al percorso comunitario per capire il presente:  il dissenso del popolo umile dell’Isolotto verso l’istituzione Chiesa non è molto diverso dall’attuale dissenso di una parte rilevante del popolo italiano verso la deriva dell’istituzione Partiti;
- l’esperienza comunitaria come metodo di confronto positivo, seppure dialettico, che può consentire il superamento del leaderismo per sostenere la carica innovatrice dei movimenti oltre i “Grilli” di turno;
Tina:
- un governo trasversale tra chi di “buona volontà” è possibile?
- coniugare ciò che è buono del “vecchio” con l’energia e la creatività del nuovo che avanza;
- valutare la sostenibilità delle riforme: il reddito di cittadinanza è sostenibile e utile per sempre?
Vanna:
- senso di rabbia per il risultato elettorale;
- Grillo e Berlusconi accomunati dalla spettacolarizzazione e dalla personalizzazione;
- il rinnovamento del parlamento attraverso una maggiore partecipazione (primarie PD, democrazia diretta del 5 Stelle) e la speranza di un “buon governo”;
- l’importanza dei mezzi di comunicazione offerti dalla rete;
Maurizio:
- un risultato elettorale più netto sarebbe stato forse più rassicurante ma senza grandi possibilità di cambiamento;
- straordinaria opportunità, invece, da queste elezioni per mettere alla prova una nuova leva di politici rispetto alla possibilità di rappresentare tutti oltre le appartenenze partitiche e gli interessi personali e di casta;
Paola R.:
- porsi rispetto al risultato elettorale senza paura ma come davanti all’occasione di un cambiamento vero;
- il riferimento alla Comunità come modello per il paese da parte dei 5 Stelle ci deve interrogare;
Paola:
- idea del mondo e del futuro dei 5 Stelle che va oltre i confini della politica nazionale;
Urbano
- spunto da Massimo Fini (Il Fatto quotidiano) sulla rivoluzione “conservatrice” di Grillo che potrebbe diffondersi a scala planetaria mettendo in discussione assieme ad altri movimenti l’attuale Ordine Mondiale;
Luciana:
- una riflessione elaborata sul nuovo che avanza e su come sostenerlo nella consapevolezza che questo nuovo, in continuo divenire e pieno di contraddizioni, è anche figlio della nostra storia fatta di piazze come spazi aperti di confronto ed eresie creative;
Moreno:
- va bene il sostegno al nuovo senza però perdere di vista le conflittualità su temi che fanno ancora la differenza tra destra e sinistra (diritti, lavoro, pace…);
Mario:
- impostazione dell’assemblea è quella giusta ma importante è approfondire ulteriormente la discussione;
- elaborare dalle riflessioni di tutti, (quella di Luciana con pensieri già organizzati in forma scritta potrebbe essere una base di partenza) una posizione comunitaria da diffondere


 2 - Moreno
Sinistra e Movimento 5 stelle
Trovo di notevole interesse gli appunti di Luciana, come anche il dibattito di ieri mattina.
Vorrei però sottolineare che il processo di cambiamento nel nostro Paese non è riducibile alle piazze del Movimento 5 stelle.
Vi sono più cose in giro, nelle esperienze delle varie realtà di base, di quante non risultino dalla filosofia e dalla pratica di Grillo e di quanti sono stati qualificati impropriamente come "grillini".
Riscontriamo, a guardarci intorno, una lunga serie di esperienze, realtà, movimenti, saperi, iniziative di resistenza e di lotta al dominio del mercato, e dei poteri finanziari, che hanno sì punti di contatto con il complesso, e per certi versi contraddittorio, arcipelago grillino, ma che non vi si ritrovano certo in toto. Penso che la ricostruzione di culture e pratiche partecipative per un processo profondo di cambiamento, che rigeneri un tessuto lacerato da vent'anni di berlusconismo e di subordinazione - sia a destra che nel centro/sinistra - della politica al mercato (con il trionfo del liberismo, che è la causa prima della tremenda crisi attuale e le cui ricette, però, vengono riproposte senza ripensamenti), possa avere una bella spinta dal successo elettorale del Movimento 5 stelle -, ma che ciò non sia sufficiente.
Ritengo che, finché esiste un mondo diviso in sfruttati e sfruttatori, oppressi e oppressori, "padroni del vapore" e persone senza potere - indubbiamente in forme diverse dal passato, ma pur sempre di sfruttamento, di oppressione, di assetto ingiusto della società continua a trattarsi -,  vi sarà sempre il conflitto di classe e la sinistra, per come si è configurata storicamente, avrà un senso [il Movimento 5 stelle nega tutto ciò, affermando che i termini destra e sinistra non hanno più alcun significato]. E ritengo anche che una situazione del genere non sarà mai del tutto superata e che l'utopia di una società di liberi ed eguali continuerà a farci andare avanti per cambiare lo stato di cose esistenti.
Di conseguenza, a mio parere, rimane davanti a noi l'obiettivo di una ridefinizione della sinistra come soggetto nuovo, che sappia rapportarsi al cuore ed al cervello di chi vive nel ventunesimo secolo, senza rifarsi agli schemi, ormai del tutto superati, del passato,  senza incrostazioni ideologiche non più aderenti alla realtà, senza leaderismi. Una sinistra che contribuisca a riqualificare la politica, mai caduta così in basso (anche da qui scaturisce il successo di Grillo), e che dia finalmente una rappresentanza forte a tutte quelle esperienze, attività di base, movimenti che lottano per l'ambiente, per i beni comuni, per i diritti, per lo stato sociale, per la democrazia di genere, per una nuova qualità del lavoro e della vita, tenendo ben saldi i valori così bene espressi dalla nostra Costituzione (a partire dall'antifascismo, dall'antirazzismo, dalla laicità, dalla pace, dalla nonviolenza). Riconnettendo il tutto in un progetto unitario che tenga conto delle diversità, dando spazio ad iniziative come quella della "Commissione Rodotà aperta" - che ha avviato da poco il suo percorso e intende riscrivere dal basso, con un ampio confronto fra giuristi/costituzionalisti ed esperienze di base, il senso dei beni comuni e le loro modalità di gestione -, sperimentando forme nuove di democrazia partecipativa, riscoprendo il senso del fare comunità. Solo in parte quanto ho sommariamente esposto trova spazio nel Movimento 5 stelle, anche se dal suo successo può venire un positivo rimescolamento di carte ed una spinta in direzione del rinnovamento (il lavoro, la democrazia nelle fabbriche, l'antirazzismo, l'antifascismo, ad esempio, hanno scarso  peso nei suoi programmi e nella sua pratica). Un rinnovamento che potrebbe trovare una prima parziale risposta in un programma di governo centrato su pochi ma significativi punti (che potrebbero - dovrebbero - avere l'approvazione del centro-sinistra e del Movimento 5 stelle):

 - una legge elettorale "decente",
- una legge sul conflitto d'interessi,

 - un ridimensionamento drastico degli emolumenti ai  parlamentari e dei rimborsi alle forze politiche,
- la cancellazione dell'acquisto degli F/35 e delle grandi opere tipo la TAV (inutili e dannose),
- provvedimenti urgenti a salvaguardia della sanità e della scuola pubblica, - l'avvio di un processo volto a mettere in sicurezza il territorio. L'esigenza di ridare voce e slancio ad una sinistra completamente rinnovata - nelle idee, nelle pratiche, nelle modalità d'intervento, nella capacità di relazioni, nella progettualità - continua ad esistere, anzi diviene ancora più pressante.
E non può essere sostituita dalla "carica dei 101" (o, meglio, degli oltre 150 parlamentari) del Movimento 5 stelle [che peraltro, lo ripeto, ha elementi positivi (specialmente se si liberano energie oggi compresse dal ruolo predominante del "capo")].
3 - Piero
Ci dispiace non essere stati presenti all'incontro di domenica, ma la lettura delle interessanti riflessioni di Luciana e di Moreno mi stimola a fare alcune altre riflessioni. Sicuramente il successo del movimento di Grillo, inaspettato e impensabile nelle proporzioni con cui si è manifestato,  ha causato uno sconvolgimento nelle speranze, a volte certezze, dei partiti, rischiando in alcuni casi di corrodere, soprattutto in prospettiva futura, le fondamenta della loro stessa sopravvivenza. Esso ha dato le gambe al disgusto, all'indignazione, alla rabbia che i comportamenti della classe politica in generale (ma anche qui occorrerebbe fare molti distinguo che invece il movimento non fa) hanno suscitato nell'opinione pubblica, soprattutto in questa seconda repubblica.  Ma non dobbiamo neanche dimenticare che l'opinione pubblica ha molte facce: basta pensare che in questi ultimi anni
le distorsioni, l'"allegra" amministrazione della cosa pubblica, lo sfascio economico e soprattutto etico delle istituzioni sono avvenuti perchè gran parte dei cittadini l'hanno permesso se non addirittura approvato con il sostegno del loro voto.  Certo bisogna riconoscere l'abilità di Grillo nell'avere bene interpretato la protesta, tout court, sia di persone oneste deluse dai partiti in cui credevano, sia dei qualunquisti, normalmente astensionisti, convinti che "i partiti e i politici sono tutti uguali" e pensano solo ai propri interessi. Quindi TUTTI A CASA. Qui, a nostro avviso, è chiaro il fallimento del messaggio politico della sinistra, che, impegnata a contrastare Berlusconi e a rincorrerlo sulle cose da fare, non ha capito o comunque non ha saputo reagire al fatto che il "berlusconismo" ha contaminato  trasversalmente tutta questa nostra società dei consumi individualista e competitiva, spesso perfino gli stessi partiti di sinistra, perfino molti cittadini che avevano sempre votato a sinistra. Per contrastare questo fenomeno occorreva proporre un coraggioso progetto alternativo, un modello di sviluppo eco sostenibile, una diversa politica orientata a ridurre le diseguaglianze e a realizzare una maggiore giustizia sociale, un modello che riportasse al centro le persone e i loro bisogni al di sopra delle logiche di mercato, insomma una vera politica di sinistra. Occorreva interpretare e fare proprie le istanze che provenivano dai tanti movimenti nuovi che stavano nascendo, invece di prenderne le distanze.  Nel movimento di Grillo è indubbio che ci sia tanta gente di sinistra delusa, ma dentro c'è di tutto, dall'imprenditore che si sente vessato all'operaio che si sente non tutelato, dai giovani dei centri sociali ai militanti di casa pound. Mi pare che sia questo  il nuovo, un movimento senza steccati ideologici, con tutti i limiti che questo comporta, ma che punta sulla protesta contro il potere costituito per aprirsi alla speranza di un mondo diverso dove la politica riacquisti un significato di servizio ai cittadini, spazzando via i privilegi e le malversazioni della casta. Del resto ricordiamo che anche Forza Italia quando nacque sembrò a molti il nuovo.... Grillo ha avuto senza dubbio il merito di provocare uno "tsunami" nella palude della conservazione e del mantenimento dello status quo. E' riuscito laddove i vari  movimenti e soggetti politici nuovi degli ultimi anni, portatori di specifiche proposte ma fra loro divisi e scoordinati e senza riferimenti istituzionali, i girotondi, il popolo viola, democrazia km 0, i  movimenti per i beni comuni ecc, per finire ad Alba, abortita  nel nascere, hanno fallito. In questa Italia tutto sommato nella sua maggioranza più pancia che testa e cuore, conservatrice e moderata,  è compito ora della sinistra capire questo messaggio, far proprio ciò che di buono c'è in esso,  e con umiltà e pazienza, ma con pari fermezza e senza autoreferenzialità, cercare di ricostruire un consenso basato non solo su sterili proteste a volte qualunquistiche ma su un serio
progetto di cambiamento su: Lavoro, ambiente, difesa e riordino del territorio, tutela dei diritti degli immigrati, tutela dei diritti civili delle minoranze, questioni etiche, lotta agli sprechi, trasparenza
delle decisioni ecc. insomma, come ho già detto,  ciò che è nel DNA di una seria politica di
sinistra. Se non si farà questo, Grillo avrà ragione a urlare che il concetto di destra e di sinistra è morto e sepolto. E la sinistra, già oggi divisa e rissosa, avrà il suo colpo di grazia.

lunedì 31 ottobre 2011

Uscire dal ghetto rom




Uscire dal ghetto rom







Paola Galli e la propria esperienza con le donne della cultura romani






Costrette a sposarsi a 13 anni, magari con un uomo che nemmeno conoscono. L’orizzonte costretto nel misero interno di una bidonville. “Si parla spesso dell’importanza delle tradizioni, ma la maggior parte delle tradizioni è semplicemente arretrata, incorpora i vizi del passato”, questi i termini del confronto proposto venerdì sera al Cafè de la Paix da Paola Galli, insegnante e scrittrice, impegnata da anni in diversi ambiti del sociale. Tema dell’incontro l’attuale condizione delle donne rom in Italia, parte di un programma più vasto organizzato dalla cooperativa il Germoglio per favorire una maggiore comprensione della cultura romanì. Dopo il primo incontro dedicato alla lettura di brani del testo “Zingari, storia di un’emergenza annunciata”, Paola Galli ha presentato il libro di testimonianza “Storie di donne rom”, una raccolta di appunti biografici nata dall’esperienza del laboratorio Kimete a Firenze.




“Nel quartiere dell’Isolotto c’è sempre stata una grande accozzaglia di persone diverse.  É una zona periferica, per molto tempo è stata una vera e propria bidonville – ha raccontato la scrittrice -. Molti rom hanno iniziato ad abitarci, soprattutto profughi dalla Macedonia e dal Kosovo. Con alcune donne il quartiere, supportato da una cooperativa sociale, ha iniziato un percorso di integrazione. Inizialmente sono stati organizzati dei corsi di alfabetizzazione, poi il corso di cucito che ha permesso di strutturare Kimete, il laboratorio sartoriale dove si effettuano piccole riparazioni e servizio di stireria”. La storia di questa attività è stata illustrata ai presenti attraverso la proiezione del documentario “Donne per le donne”, realizzato per il programma “Un mondo a colori” da RaiTv2.



Paola Galli ha poi approfondito la propria esperienza personale, esprimendo le proprie speranze e perplessità: “il libro è corale, raccoglie le vicende e i pensieri di due generazioni: le madri più anziane e le figlie più giovani. Non è sempre stato facile raccogliere le loro confidenze. La tradizione pesa molto sulle loro spalle: quelle considerate anziane hanno magari solo quarant’anni, ma possono ricordare un matrimonio imposto appena adolescenti, le botte della suocera, l’incapacità di gestire le prime gravidanze. Le figlie spesso accettano le stesse imposizioni, come il non poter scegliere il compagno della vita, reclutato dai genitori anche all’estero, ma lo fanno consapevoli della loro ingiustizia. Il desiderio di cambiamento è forte”.



Tanto che qualcuna osa ribellarsi. Come il caso di una delle testimoni cui il libro dà voce, “spedita” in Germania per un matrimonio combinato e tornata in Italia dopo un anno, fuggita da una casa che era diventata una prigione e da una relazione coniugale al’interno della quale il suo ruolo non andava oltre il sentirsi serva del marito.



Luciana Tufani, l’editrice che ha pubblicato il libro e ha introdotto la serata, ha considerato come “la situazione non è diversa da quella vissuta dalle donne italiane cinquanta anni fa. Si subivano grandi pressioni, ma si iniziava a essere coscienti della loro iniquità. Per iniziare a cambiare sul serio è servita l’indipendenza economica”.



Il ghetto è secondo Paola Galli l’ostacolo più difficile da superare: “bisogna che si abituino a vivere con il resto della città. Le più giovani hanno fatto la terza media, e almeno fino a quell’età – prima di andare spose – hanno potuto godere di una minima socializzazione con la realtà esterna. Per gli uomini è diverso, loro escono e hanno più coscienza di ciò che accade nel mondo, anche a livello economico e politico. Le donne è come se vivessero in una scatoletta, dove tutti si guardano e controllano. Le giovani generazioni a contatto con il mondo crescono, mutano, ma affinché questo percorso si realizzi è necessario un discorso serio sul valore della tradizione”.



Licia Vignotto



 



da Estense.com  22 ottobre 2011



sabato 15 ottobre 2011

Libero Stato in libera Chiesa


Riportiamo qui sotto la "lettera" di Federico Orlando, socio onorario di LiberaUscita, sull’importanza fondamentale di un rilancio della cultura laica nel nostro Paese mediante la costituzione di un "pre-partito". Forse, visto che in Italia vige il maggioritario e le elezioni si possono vincere anche con soli 24.000 voti di scarto, l’obiettivo può essere raggiunto non necessariamente attraverso un “partito” bensì mediante una forte "lobby" laica, che riesca a condizionare, al pari della Chiesa, i risultati elettorali.

Per fare ciò da tempo sosteniamo che occorre dare vita ad un COMITATO LAICO NAZIONALE, ossia un nuovo CLN guidato da personalità notoriamente laiche, stimate, credibili, conosciute non soltanto in Italia ma anche a livello internazionale e per questo in grado di “bucare” i mass-media.

I cittadini che si riconoscono nel principio della laicità dello Stato sono milioni: affinché le loro opinioni contino occorre una leadership autorevole che li rappresenti e sappia dare le indicazioni giuste, in particolare nei momenti elettorali. Alcune iniziative in tal senso già esistono e sono meritorie, ma anche del tutto insufficienti e inadatte a gestire un simile compito. Le varie “Consulte”, i vari “Comitati” e le tantissime associazioni laiche operanti su tutto il territorio potrebbero invece prendere l’iniziativa di pubblicare sulla stampa quotidiana un’intera pagina con un appello da loro firmato e rivolto alle tante personalità della società civile notoriamente laiche affinché si coordino fra loro e diano vita al CLN, sapendo di poter contare sull’appoggio della maggioranza degli italiani e dei non italiani.

Giampietro Sestini



AMATO, FOLLI, GALLI DELLA LOGGIA E IL RISORGIMENTO LAICO. IERI E OGGI

DI FEDERICO ORLANDO - da: Europa di mercoledì 12 ottobre 2011

Cara Europa, insegno, ho circa 50 anni, non appartengo alla mitica generazione dei quarantenni che dovrebbe rifare il mondo, e mi chiedo perché non lo rifaccia, né alla generazione degli anziani (non dico vecchi, anche perché oggi ci si chiama giovani o ragazzi a 40 anni, quando io avevo due figli). Con la dissoluzione della prima repubblica, che travolse anche il mio partito o partitino laico (ce n’erano quattro più o meno “moderati”, liberale, radicale, repubblicano, socialdemocratico, 3-4 milioni di voti a dir poco, sempre necessari prima al centrismo con la Dc poi al centrosinistra Dc-Psi).

Adesso mi limito a leggere i giornali, non ritrovandomi in alcuno dei grandi partiti di destra e di sinistra del pseudo-bipolarismo. Così leggo che mercoledì, a Roma, alla libreria Arion di via Milano (Traforo), l’editore Rubettino presenterà il libro di Massimo Teodori Risorgimento laico. Gli inganni clericali sull’unità d’Italia; con tre leader delle culture laiche cadute sotto le macerie della prima repubblica, il socialista Giuliano Amato, il repubblicano Stefano Folli e il liberaldemocratico Galli della Loggia. Cosa succede? Ci fossero fatti nuovi anche per noi italiani che non ci schiodiamo dalle origini liberali e dallo stato laico?

Miriam Massari, Milano

Risponde Federico Orlando

Cara signora, quel che sicuramente succede è che, dopo l’appello ai cattolici del cardinale Bagnasco (a torto o a ragione interpretato come la preparazione di una nuova balena bianca dopo il naufragio finale del berlusconismo), è che svariate formazioni del laicato cattolico si son date appuntamento a Todi per fine settimana. A fronte di questo fatto unificante, ci sono i fatti dissolventi nel Pdl, nel Pd e nella Lega.

Nel Pdl neocorrenti democristiane contro il governo Berlusconi-Scilipoti; nel Pd rottamatori quarantenni contro quarantenni non rottamatori, e Modem favorevoli al governo di transizione col centrodestra contro Dem favorevoli a una coalizione di centrosinistra; infine nella Lega dove si è ormai ai metodi stalinisti di Bossi. In questo caos, esce opportuno il libro di Massimo Teodori, di cui ho letto anche la recensione fattane ieri da Dino Messina sul Corriere della sera.

Si tratta di una veemente contestazione della tesi di Benedetto XVI, e cioè che «L’identità nazionale degli italiani, così fortemente radicata nelle tradizioni cattoliche, costruì in verità la base più solida della conquista dell’unità politica» (Lettera agli italiani, per il 150° dell’unità). Anche senza essere anticlericale nella misura di Teodori, mi sono laureato sul saggio Chiesa e Stato in Italia di Carlo Arturo Jemolo e non ho trovato quel “radicamento” così forte, men che meno nelle gerarchie vaticane e nelle promanazioni fino a Torino e alle altre capitali.

Ho trovato solo poche illusioni cattoliche, tutte variamente cadute con lo spegnersi della brevissima stagione liberale di Pio IX. Non mi sorprende che Teodori, del quale conosco l’amore per la cultura laica liberale, fondativa, essa sì, dell’unità e poi dello stato e della nazione italiana, abbia voluto accentuare il suo messaggio polemico arricchendo il titolo di questo pamphlet col disegno di un cappello frigio (simbolo giacobino e radicale) e con un sottotitolo preso da Risorgimento scomunicato del liberale Vittorio Gorresio, “Il dissidio che continuiamo a pagare”.

Perché l’abbia fatto glie lo chiederò andando anch’io stasera alla libreria di via Milano, alle 18,30. Posso immaginare che, nel rigettare la tesi del papa sul contributo fondamentale dei cattolici all’unità d’Italia, intenda soprattutto scongiurare ritorni di partiti clericali, che stavolta sarebbero guidati da baciapile e non da chi, come De Gasperi, sapeva distinguere tra chiesa e stato.

Preoccupazione legittima, anche se il libro è precedente al “partito di Bagnasco”, negato dal cardinale eponimo ma molto atteso dalle culture deritiane (nel senso di De Rita, il meglio del democristianismo perenne). La storia è la storia e dice che, per molti decenni dopo l’unità, la chiesa, fedele al Sillabo che aveva posto il liberalismo al numero uno fra gli «errori del tempo moderno», ha condannato non solo i radicali-repubblicani ma la cultura moderata (liberale-monarchica) da Amendola a Ruffini a Croce.

Il fatto che oggi pomeriggio tre esponenti delle culture postliberali si ritrovino intorno a questo saggio, può essere d’auspicio per l’avvento di un “prepartito” laico, che aiuti anche a far piazza pulita dei 200 (a dir poco) “partiti” liberali o socialisti ad personam, che ogni giorno un amante di pennacchi fonda per proclamarsene leader.








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giovedì 15 settembre 2011

Ci voleva una grande crisi


 



MANOVRA: APPROVATO ODG SU REVISIONE ESENZIONE ICI PER CHIESA E TRASPARENZA IOR Roma, 14 set. (Adnkronos) - La Camera con 254 voti a favore, 185 contrari e 137 astenuti, soprattutto nelle fila di Lega e PdL, ha approvato un ordine del giorno sulla manovra di finanza pubblica presentato dal deputato di Fli Enzo Raisi, per la revisione delle esenzioni fiscali di cui beneficia la Chiesa, con la richiesta di escludere le attivita' commerciali, anche se esercitate non in via esclusiva, facendo salve solo quelle accessorie fino ad un fatturato massimo di diecimila euro annui, e l'apertura di un tavolo di confronto con la Santa Sede per arrivare alla piena adesione dello Ior, la banca vaticana, alle norme in materia di evasione ed elusione  fiscale, riciclaggio e frodi vigenti nell'Unione europea.

'A questo punto - ha commentato Enzo Raisi - mi pare chiaro quale sia l'indirizzo del Parlamento, anche con la 'non opposizione di vasti settori della maggioranza, su di un tema che tante polemiche ha suscitato. Non penso affatto che, per quanto inaspettato, sia un voto contro la Chiesa, ma per l'equita' fiscale, la concorrenza dei mercati e la trasparenza bancaria'.


domenica 28 agosto 2011

Chiesa e privilegi

Repubblica Firenze 27 agosto 2011 pag.1



 



La Chiesa e la sfida della rinuncia ai privilegi



Enzo Mazzi



 



Era inevitabile che la Chiesa cattolica fosse chiamata in causa di fronte al decreto emanato dal governo per avviare il risanamento della situazione economica.



Non era invece scontato che fosse il Presidente di una Regione come la Toscana, Enrico Rossi, a chiedere pubblicamente all'amministrazione ecclesiastica di "fare la sua parte" rinunciando a qualcosa, "decida lei cosa, se l'esenzione dall'Ici, l'8 per mille o altro ancora".



E’ stato un gesto di grande coraggio che va sostenuto, non solo dai laici ma dagli stessi cattolici.



Al fondo dell’appello c’è il valore della laicità positiva che non è affatto laicismo. “La Chiesa ha da essere dei poveri e non solo per i poveri” tuonò il card. Giacomo Lercaro nell’assise conciliare. La pagò cara perché fu costretto a dimettersi da arcivescovo di Bologna, ma il suo messaggio risuona ancora in molte coscienze di cattolici e non che restano sconvolti dai tanti scandali economici che coinvologono le opere cattoliche e lo stesso Vaticano.



Vorrei raccontare un aneddoto.



Durante un presidio per il diritto alla casa mi accompagno ad un clochard.



- Tu, prete/non-prete – mi dice – convinci il tuo Dio a fare il miracolo di dare una casa a tutti. Dio è "senza fissa dimora", la sua unica chiesa è il mondo, la sua religione è la giustizia e l'amore universale".



- Ma se sono almeno due millenni - gli obbietto provocatoriamente - che i senza fissa dimora, come Gesù di Nazareth, annunciano la distruzione del "Tempio" e sono sempre sconfitti.



- Hai torto anche tu - mi dice - perché pensi la vita come una guerra con vincitori e sconfitti. Questa è la logica del potere. Così ti porti il "Tempio" dentro. Prendi il tuo fagotto per le sole necessità giornaliere e vieni con me a dormire alla stazione. Ti sentirai liberato da ogni forma di Tempio e riconciliato col mondo. La stessa cosa succederebbe anche al papa di Roma e al pope di Mosca e agli altri capi religiosi. Se andassero poveri come li voleva Gesù, i loro conflitti svanirebbero d'incanto.



- Ma allora - gli domando - che ci fai qui a lottare per la casa?



- La casa diventa prigione e tempio perché è un privilegio - ribatte scaldandosi - un possesso esclusivo da difendere contro chi non ce l'ha. Io lotto perché sia un diritto di tutti, una specie di piazza sconfinata.



Non andai con lui a dormire alla stazione. Ma la sua provocazione mi è penetrata ed ha continuato a lavorare nel profondo. Potrei raccontarne mille altre di provocazioni simili. Ognuna di esse è stata per me una testimonianza di laicità in senso molto profondo, come esodo dalla dimensione del privilegio. Si fa strada ormai il senso della “Laicità” come caratteristica di uno stato che fonda la legittimazione propria e delle proprie istanze costitutive esclusivamente su se stesso senza dipendere da autorità esterne, in particolare da autorità religiose. Questo senso della laicità in Occidente è il frutto di conflitti durisssimi che hanno segnato per secoli la transizione dalla societas christiana del medioevo alla modernità e alla secolarizzazione. E di tale conflittualità conserva tutt’ora i segni e le ferite. E’ un po’ il nervo scoperto della politica in tutto l’Occidente e nel nostro paese in modo tutto speciale per la particolarità della storia che lo contraddistingue.



La rinuncia della Chiesa cattolica ad alcuni privilegi potrebbe costituire un passo avanti della laicità sia nella stessa Chiesa che si avvicinerebbe a quell’ideale di Chiesa dei poveri che tanti cattolici auspicano, sia dello stato che verrebbe spinto ad assumersi in proprio il compito della sicurezzasociale per tutti.