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venerdì 8 marzo 2013

Da Catacombe 1965 a Cappella Sistina 2013


Promemoria per i porporati riuniti in questi giorni nella Cappella di Michelangelo.
( Caro m’è ’l sonno, e più l’esser di sasso,
mentre che ’l danno e la vergogna dura;
non veder, non sentir m’è gran ventura;
però non mi destar, deh, parla basso).
Una testimonianza fra le più significative è stata quella di 500 Vescovi, alla fine del Concilio, che, con la loro presa di posizione,  indicano qual è la strada da seguire per un vero rinnovamento della Chiesa; un documento sconosciuto ai più.
E’ il cosiddetto ‘Patto delle catacombe’.
Fu scritto il 16 Novembre 1965 alle Catacombe di Domitilla, a 40 km da Roma, da 40 Vescovi provenienti da vari continenti. Poco dopo il numero dei firmatari si allargò a 500 Vescovi. 

                                PATTO DELLE CATACOMBE    (16 Novembre 1965)
Noi vescovi, essendo stati illuminati sulle deficienze della nostra vita per ciò che riguarda la povertà evangelica, incoraggiandoci gli uni gli altri in una medesima iniziativa nella quale ciascuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; uniti a tutti i nostri fratelli nell’'episcopato; contando soprattutto sulla forza e la grazia di nostro Si­gnore Gesù Cristo, sulle preghiere dei fedeli e dei sacerdoti delle nostre rispettive diocesi; mettendoci, col pensiero e con la preghiera, al co­spetto della Trinità, della Chiesa di Cristo, del clero e dei fedeli delle nostre diocesi; nell'umiltà e nella coscienza della nostra debolezza ma anche con tutta la determinazione e la forza della quale siamo sicuri che Dio voglia darci la grazia, ci impegniamo a quel che segue:
1. Cercheremo di vivere secondo il livello di vita ordinario delle nostre popolazioni per quel che riguarda l'abitazione, il cibo, i mezzi di comunicazione e tutto ciò che vi è connesso (Mt 5,3; 6,33.34; 8,20).
2. Rinunziamo per sempre all'apparenza e alla realtà della ric­chezza, specialmente nelle vesti (stoffe di pregio, colori vistosi) e nelle insegne di metalli preziosi (queste insegne devono essere di fatto evangeliche, cf. Mc 6,9; Mt 10,9.10; At 3,6).
3. Non avremo proprietà né di immobili né di beni mobili né conti in banca o cose del genere a titolo personale; e se sarà necessario averne, le intesteremo tutte alla diocesi o a opere sociali o caritative (cf. Mt 6,19.21; Lc 12,33.34).
4. Affideremo, ogni volta che sia possibile, la gestione finanzia­ria e materiale nelle nostre diocesi a un comitato di laici compe­tenti e consapevoli del loro compito apostolico, per poter essere meno degli amministratori che dei pastori e degli apostoli (cf. Mt 10,8; At 6,1-7).
5. Rifiutiamo di lasciarci chiamare oralmente o per iscritto con nomi e titoli che esprimano concetti di grandezza o di potenza (per esempio: eminenza, eccellenza, monsignore). Preferiamo essere chia­mati con l'appellativo evangelico di "padre”.
6. Nel nostro modo di comportarci, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo ciò che può procurarci privilegi, precedenze o anche di dare una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (per esempio: ban­chetti offerti o accettati, "classi” nei servizi religiosi ecc.; cf. Lc 14,12.14; I Cor 9,14.19).
7. Eviteremo anche di incoraggiare o di lusingare la vanità di chiun­que con la prospettiva di ricavarne ricompense o regali o per qua­lunque altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare le loro offerte come una normale partecipazione al culto, all'apostolato e all’azione sociale (cf. Mt 6,2.4; Lc 16,9.13; 2Cor 12,14).
8. Dedicheremo tutto il tempo necessario al servizio apostolico e pastorale delle persone o dei gruppi di lavoratori che sono in con­dizione economica debole o sottosviluppata, senza che questo nuoccia ad altre persone o gruppi della diocesi. Sosterremo i laici re­ligiosi, i diaconi e i preti che il Signore chiama a evangelizzare i poveri e gli operai e a condividerne la vita operaia e il lavoro (cf. Lc 4,18; Mc 6,3; Mt 11,4-5; At 18,3.4; 20,33.35; I Cor 6,12).
9. Consapevoli delle esigenze della giustizia e della carità e dei loro mutui rapporti, noi cercheremo di trasformare le opere di be­neficenza in opere sociali, basate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze come un umile servi­zio degli organismi pubblici competenti (cf. Mt 25,31-46; Lc 12,13-14; 18,34).
10. Faremo di tutto perché i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici stabiliscano e applichino leggi sociali e promuo­vano le strutture sociali necessarie alla giustizia, all'eguaglianza e allo sviluppo armonioso e totale di tutto l'uomo in tutti gli uomini e giun­gano con questo a stabilire un nuovo ordine sociale degno dei figli del­l'uomo e dei figli di Dio (cf. At 2,44.45; 4,32.33.35; 5,4; 2Cor 8,9; ITm 5,16).
11. Poiché la collegialità episcopale trova la sua attuazione più evangelica nell'assumersi in comune l'onere delle masse umane in stato di miseria fisica, culturale e morale (due terzi dell'umanità), noi ci impegniamo a partecipare, secondo le nostre possibilità, agli inve­stimenti urgenti degli episcopati poveri; di raggiungere insieme, a li­vello delle organizzazioni internazionali ma a testimonianza del Vangelo, come il papa all'ONU, lo stabilimento di strutture econo­miche e culturali che non accrescano il numero delle nazioni prole­tarie in seno a un mondo sempre più ricco, ma permettano alle masse povere di uscire dalla loro miseria.
12. Ci impegniamo a dividere nella carità pastorale la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, preti, religiosi e laici, perché il nostro mi­nistero sia un vero servizio. Così ci sforzeremo di “rivedere” la no­stra vita con il loro aiuto. Prepareremo dei collaboratori per poter maggiormente animare il mondo. Cercheremo di essere più umana­mente presenti e accoglienti; ci mostreremo aperti a tutti quale che sia la religione di ciascuno (cf. Mc 8,34.35; At 6,1-7; ITm 3,8.10).
13. Ritornati nelle nostre rispettive diocesi, noi faremo conoscere ai nostri diocesani queste nostre decisioni, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere. Che Dio ci aiuti a essere fedeli.

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O si riparte da qui o non c’è speranza!
Come si giunse a questo documento? Già Papa Roncalli, in un messaggio radiofonico ai cattolici del mondo, un mese prima dell’apertura del Concilio (il Concilio Vaticano II è durato dall’11 Ottobre 1962 al 7 Dicembre 1965) aveva affermato che la Chiesa si deve presentare al mondo come Chiesa di tutti e particolarmente come Chiesa dei poveri.
          Il Card. Lercaro, Arcivescovo di Bologna, che aveva trasformato il proprio Palazzo arcivescovile in un orfanotrofio e che poi sarà nominato come uno dei 4 Moderatori del Concilio, al termine della I Sessione riprese questa richiesta di Roncalli, chiedendo ai Padri conciliari di rendere la questione della presenza di Gesù Cristo nei poveri, non un tema fra gli altri, ma la questione centrale del Concilio.
          Il tema ‘Gesù, i poveri e la Chiesa’ era già stato lanciato dal Vescovo di Nazareth e dal Vescovo di Tournai in Belgio, perché avevano distribuito ai Padri conciliari uno scritto di Paul Gauthier, prete operaio a Nazareth, nel quale la povera gente di quella città poneva ai Padri la richiesta di considerare la stretta relazione di amore che deve unire la Chiesa e i poveri.
          Questa iniziativa sfociò poi nella nascita di un gruppo informale, animato dallo stesso Vescovo di Tournai e dal Card. Gerlier, formato da più di 50 Vescovi e da una trentina di esperti conciliari. Tra questi c’erano Helder Camara, Vescovo di Recife, Manuel Larrain Vescovo di Talca in Cile che poi furono tra i primi firmatari del ‘Patto delle Catacombe’. Mons. Larrain addirittura verrà citato da Paolo VI nell’Enciclica ‘Populorum progressio’.
          Il Papa fu sempre tenuto informato di questi lavori. Anzi fu proprio Paolo VI a indire un’assemblea dei Vescovi latino-americani e poi nel 1968 a fare il viaggio a S. Josè de Mosquera in Colombia, quando si inginocchiò davanti ai contadini, una delle popolazioni più povere del mondo. Sono belli e significativi i simboli, ma se restano solo gesti?.........
Questi sono gli antefatti del cosiddetto ‘Patto delle Catacombe’.

Quello che è successo in questi ultimi anni dentro le mura vaticane non solo tradisce quegli obiettivi profetici di cui parla il documento dei 500 Vescovi, ma si pone su un piano condannabile perfino dal Codice penale.
Che ci sia questa vergognosa lotta di potere all’interno del Vaticano è fuori discussione, ma riconoscere la crisi può diventare un’occasione opportuna di conversione e di rinascita. Secondo me è giunto il momento che la Chiesa passi da una struttura rigidamente monarchica, che consente rapporti di potere al suo interno, ad una struttura dialogica, conciliare. Anche la gestione dei beni della Chiesa deve essere pubblica, trasparente, controllabile dal popolo cristiano.
‘Chiesa per i poveri’ o ‘Chiesa povera’? Ai tempi del Concilio era un’alternativa forte. Sembra quasi la stessa cosa, ma c’è un abisso fra questi due obiettivi. Il primo può giustificare gli intrallazzi più impensabili per acquistare potere e danaro, col pretesto di aiutare chi ha bisogno. Il secondo esige un totale coinvolgimento con gli ‘ultimi’.
Il libro di Geremia si apre con questa visione: il Profeta vede da una parte un ramo di mandorlo che sta per fiorire; dall’altra una caldaia inclinata che sta per rovesciarsi. Sono due possibilità che sia la Chiesa che l’umanità hanno davanti: lo sbocciare di una nuova stagione oppure la devastazione più completa. Ma Dio è ‘vigile’; se avremo il coraggio di rinnovarci, una nuova primavera ci attende.

don Fabio Masi – Parroco

mercoledì 13 febbraio 2013

La chiesa vaticana romana, tridentina e papista(inizio di una fine?)

Dedicato alle dimissioni di Papa Ratzinger.
Inizio della fine della chiesa tridentina, romana e papista. Risorge dalle ceneri l'anima di Giordano Bruno?
Pagine conclusive:

pp.201-205­­­
CONCLUSIONE
Dal groviglio delle vicende della storia religiosa italiana dagli ultimi decenni del' 400 al' 600, col XVI secolo in posizione centrale data la rottura consumata in quegli anni dell 'unità cristiana occidentale e la conseguente reazione della Chiesa cattolica, quali conclusioni possiamo trarre? A parte I 'indubbia novità rivoluzionaria della Riforma di marca protestante, per quel che riguarda il mondo cattolico è possibile, a mio parere, registrare cambiamenti anche rilevanti pur in un quadro di continuità, nova et vetera. In altre parole, da un lato la vita religiosa italiana a tutti i livelli, nel popolo come nei ceti intellettuali e colti, nella sua dimensione spirituale e morale, subisce trasformazioni radicali. Dall'altro, riguardo all'assetto istituzionale della Chiesa cattolica, viene esasperata la sua struttura gerarchica e verticistica proveniente da una lunga tradizione, i cui inizi possono essere rintracciati nel secondo secolo, quando comincia a prendere corpo prima la separazione fra clero e popolo e, negli ultimi decenni, a trovare progressiva affermazione nelle singole chiese la monarchia vescovile. Il Concilio di Trento, infatti, reagisce alla sfida protestante sviluppando al massimo grado questa eredità, facendo della Chiesa un corpo unico e compatto, militarizzato potremmo dire, sottoposto ad una disciplina ferrea che impone a tutti fedeli sottomissione ed obbedienza incondizionata all'autorità ecclesiastica, senza sbavature e dubbi. Al vertice di questa si impone poi la figura del papa, non solo come simbolo dell'unità senza incrinature del corpo ecclesiale, ma anche come effettiva forza impositiva di coesione. In tal modo, l'iconografia che ne esce trova la sua espressione nella sacralizzazione del pontefice romano, ormai collocato su un piano superiore rispetto alla massa dei fedeli ed allo stesso clero. In fin dei conti i dogmi del primato di giurisdizione su tutta la Chiesa e dell 'infallibilità attribuiti al papa dal Concilio Vaticano I nel 1870 (Sessione IV del 18 luglio 1870), non fanno altro che condurre a conclusione la realizzazione dell'idea di Chiesa enunciata a Trento. Certamente, come si accennava prima, questo esito non introduce elementi assolutamente nuovi. In fondo, esso non fa altro che esplicitare ciò che già è presente implicitamente nell'assetto che la Chiesa cristiana occidentale è venuta assumendo nella sua lunga storia, anche in relazione alle complesse vicende seguite alla crisi ed alla caduta dell'Impero romano d'occidente. Dovendo affrontare la sfida protestante, il cattolicesimo sceglie perciò la via che gli appare in quel momento meno rischiosa, più facilmente praticabile, e cioè estrarre da questa tradizione il nucleo autoritario e gerarchico conservato e fatto crescere nel corso dei secoli, per condurlo alla logica conclusione di una ecclesiologia autoreferenziale tutta incentrata sul vertice papale. La Chiesa finisce quindi fatalmente per coincidere con questa massima autorità e col corpo ecclesiastico che le fa da corona, anch' esso però su un gradino inferiore e quindi sottomesso al capo supremo. Non è questo certamente l'unico apporto estraibile dal passato dell ' esperienza storica cristiana. In fin dei conti l' evangelismo tenta il recupero di motivi evangelici andati smarriti o quasi, ma comunque ben presenti anch'essi in quel grande corpo in cui consiste la tradizione, talvolta manifestatisi anche in maniera esplosiva. Basti pensare alla sconvolgente esperienza spirituale e cristiana di Francesco di Assisi. Tuttavia, quando la rottura protestante esplode infrangendo l'unità della Chiesa, l'iniziativa per affrontare questa situazione non viene ricercata nel rilancio dello spirito evangelico, che avrebbe comportato la riforma interna del cattolicesimo nel senso del rinnovamento della coscienza dei fedeli e della riattivazione della vita spirituale e morale. La scelta disciplinare fatta a Trento, patrocinata dal papato, rompe ogni collegamento con questa eredità e riprende al contrario i motivi autoritari dell'ordine imposto dall'alto, della appartenenza obbediente al corpo ecclesiale, della passiva sottomissione del fedele all'autorità ecclesiastica. Gli effetti che ne conseguono sono devastanti. Come abbiamo visto, la simulazione, la doppia morale, l'ipocrisia, il conformismo, lo svuotamento della vita interiore e della spiritualità, da cui vengono espulsi il dubbio e la ricerca di novità che ne costituiscono spesso alimento indispensabile, la delazione e la cortigianeria, finiscono per disegnare il panorama che da allora in poi viene a contrassegnare in profondità il carattere italiano sotto tutti gli aspetti e non solo sotto il profilo strettamente religioso. Perché è l'intero impasto della persona che viene forgiato dal dominio totalitario di questa religione dell ' autorità, che non chiede al fedele di cambiare, di praticare un rivolgimento profondo, rivoluzionario e permanente della coscienza, ma esige solo di obbedire e di sottomettersi. E sul fedele rispettoso e remissivo l'autorità ecclesiastica stende poi la sua mano amorevole, liberandolo dalle sue colpe e restituendolo puro col perdono della confessione. Con la reiterazione ininterrotta di questo sacramento non è quindi rimesso in questione il comportamento peccaminoso in modo da dare alla vita una svolta decisiva. Il messaggio che vi è racchiuso è chiaro e dice al fedele: tu sei un peccatore, non puoi cambiare; io Chiesa ti capisco, ma ti tranquillizzo con la mia autorità di rimetterti i peccati, purché tu mi sia rispettoso e rimanga obbediente ai miei precetti. Viene in tal modo scavato un abisso incolmabile con qualsiasi istanza di rinnovamento morale e spirituale della coscienza personale, anche quella espressa e promossa dall'evangelismo interno nonostante che, come si ricorderà, esso continui pure a riservare un ruolo centrale al clero ed alla gerarchia. Sotto questo riguardo, allora, si può dire che la Controriforma cattolica uscita dall'assise tridentina o, se vogliamo, il progetto riformistico di quel concilio, non è solo rivolta all'esterno, contro il mondo protestante, ma colpisce anche tutti i conati, compresi i più moderati, di un riformismo interno che intenda far leva sulla coscienza personale quale premessa irrinunciabile per la maturazione della fede. Ne conseguono inevitabilmente effetti nefasti che investono in profondità il tessuto morale e civile del nostro paese, che esce sfibrato moralmente, privo di forza creativa e di iniziativa, sprofondato nella rassegnazione e nella passività, irriconoscibile rispetto alla vitalità che lo ha reso grande fino dal' 200 e dal '300, con l'umanesimo quattrocentesco e la sua esaltazione della dignità dell 'uomo teso a progettare e creare la sua città di vita terrena, ed anche esaltato dal genio del Rinascimento. Si può dire, allora, che col rogo di Giordano Bruno e con i processi di Galilei si mette davvero fine a questa grande tradizione civile e morale del nostro paese ed inizia una fase nuova, di profonda decadenza. Per rendersene conto ci si può limitare a considerare la sola dimensione della religiosità vissuta, dove è riscontrabile in modo particolarmente pregnante quello che si accennava sopra e cioè la rottura profonda che con la Controriforma cattolica si è verificata nella storia cristiana del nostro paese. Perche davvero qui gli aspetti appena segnalati segnano con nettezza lo spartiacque fra la religiosità del credente nel Basso Medio Evo e quella nuova che va modellandosi sulle prescrizioni tridentine. Ai cristiani di quel tempo è estranea infatti la sacralizzazione della figura papale, che copre con la sua imponenza come una cupola la Chiesa post-tridentina. Un uomo di fede come Dante, ad esempio, non esita a scaraventare all'Inferno ben cinque papi, cosa sconvolgente ed inconcepibile per il cattolico medio moderno, compreso quello contemporaneo inchiodato ad una ferrea idolatria papale172. Forse perche tutti i papi moderni, da Pio IX in poi sono tutti santi e degni del Paradiso, mentre la perversione si concentra interamente in quelli del passato? Forse che la Chiesa moderna e contemporanea rimane del tutto estranea agli appetiti terreni di potere anche politico e della ricchezza? Solo un fanatismo cieco e di attaccamento idolatrico all'istituzione ecclesiastica ed ai suoi vertici può sostenere una cosa del genere. Ma torniamo al Medio Evo. Per capire quale sia lo spirito che anima gli uomini dell ' età comunale esemplari mi paiono queste pagine di Luigi Salvatorelli che riporto per intero, dove si descrive la politica dei Comuni ostile alla Chiesa per la sua pretesa di immunità e di privilegi economici. " Si discutevano questioni di principio: i limiti fra potere civile e potere religioso, la distinzione, nella Chiesa, dello spirituale e del temporale, dei doni celesti e degli interessi terreni. I beni del clero e i diritti ecclesiastici, materia di conflitti, erano sentiti come un ostacolo ed una pietra d 'inciampo. Parole mordaci correvano sugli attaccamenti terreni ed i costumi mondani del clero; fiorivano motti satirici contro I' avarizia e la cupidità della Curia, rasentando talora la bestemmia. Si giocava sul nome di papa Lucio III paragonandolo al pesce omonimo: «questo insidia i pesci, quegli divora gli uomini». Si diceva che a Roma il dio non era Trino, ma Quattrino". Ed ancora: "L'isolamento della casta e della gerarchia, il contrasto di interessi, l'urto dei poteri, acquistavano profondità e gravità, perché al di là di essi era sorta una certa incomprensione morale. Non si trattava del Credo, di dommi: il popolo seguitava a credere quello che la Chiesa insegnava. ..Tanto meno si trattava di rito e di culto: nessuna società come quella dei Comuni aveva tanto amato le grandi cattedrali e le processioni solenni. Come prima, il popolo trovava nel sacerdote il ministro del rito, il dispensiere dei sacramenti. Vi trovava invece assai meno di prima l'interprete dei propri sentimenti, il confidente delle proprie incertezze, il consigliere intimo e la guida morale". Il fatto è che " Lo stato degli spiriti, dal secolo X al XIIL era cambiato profondamente nel mondo laico. Non si chinava più il capo, con rassegnazione inerte, sotto le difficoltà, i dolori e le oppressioni; e si cercava di provvedere alla proprie sorti secondo il motto: aiutati che Dio ti aiuta. La fede religiosa si faceva morale e vita pratica: accanto alle virtù monacali della umiltà e della penitenza venivano in onore quelle laiche della prudenza, della fortezza, della giustizia, generatrici di bene, rettrici e maestre della città e della vita sociale "(173). Da queste pagine, come si può ben vedere, esce l'immagine di un popolo vivo, non passivo e supinamente sottomesso alla gerarchia ecclesiastica, come invece accadrà quando il peso schiacciante della disciplina imposta dal Concilio di Trento soffocherà, anche con inaudita violenza fisica oltre che morale, ogni barlume di autonomia nella spiritualità e nella coscienza religiosa del popolo italiano. sicché, si può davvero argomentare storicamente che con la Controriforma cattolica non solo vengono davvero sradicati dalla vita spirituale del nostro paese, qualsiasi accenno e conato ad una pur minima autonomia, ma muoiono anche quelle riserve di energia morale e di forza creatrice che nel passato avevano fatto dell'Italia un faro di civiltà. Insomma, dopo avere narcotizzato la coscienza religiosa e, proprio per quel motivo, la Controriforma cattolica opera una vera e propria espulsione di ogni forma di indipendenza personale ed è quindi alla radice della corruzione della coscienza morale del nostro paese, che tanti effetti nefasti riverserà sulla successiva storia nazionale italiana fino ai nostri giorni.

172. I nomi dei papi condannati nell 'Inferno dantesco sono: Celestino V nel vestibolo, fra gli ignavi (Canto III); Anastasio Il, nel cerchio VII fra i violenti (Canto XI); Niccolò III Orsini nel cerchio VIII, terza bolgia, fra i simoniaci; Bonifacio VIII, non ancora defunto nell'anno in cui Dante immagina il suo viaggio nell’oltretomba, sempre fra i simoniaci; Clemente V; non solo non ancora defunto, ma addirittura neppure ancora papa, anche lui fra i simoniaci.
173. Luigi SaIvatoreIIi -Vita di San Francesco di Assisi -Einaudi 1973, pag. 15 e 18/19

Nascita (e fine) del prete tridentino


Come nasce la casta sacerdotale
(dedicato alle dimissioni di papa Ratzinger, come segno dell'inizio della fine del Concilio di Trento e come segno di ripresa del Concilio Vaticano secondo che lentamente rinasce dalle sue ceneri)

Roberto Bartoli - Riforma cattolica e reazione antiprotestante

pp.64-65
... Il basso clero fu, infatti, strappato a forza dal suo ambiente naturale, a quel mondo dei rustici di cui era figlio ed al quale partecipava in modo totale, condividendone le tristi condizioni di vita materiale e gli originari ed autonomi valori culturali. Seguendo le linee di una politica religiosa e culturale elaborata, organizzata e diretta soprattutto dai gesuiti, i futuri curati di campagna vennero isolati dalle loro comunità per andare a ricevere la loro formazione intellettuale, teologica, religiosa e culturale in quella sorta di collegi per preti che furono i seminari. Nel seminario il futuro prete ebbe una cultura superiore di tipo letterario classico, conformemente al programma di studio modellato sulla "ratio studiorum" dei gesuiti, unitamente alla cura per la sua preparazione teologica. Uno dei segni di questa superiorità culturale dello stato ecclesiastico, fu il latino. Con la conoscenza del latino il prete entrava nella classe intellettuale, si appropriava di un linguaggio difficile ed incomprensibile per il popolo. Finiva, perciò, per essere investito di un'aureola di magica superiorità con l' accesso a questo esoterismo linguistico, che incantava e  suggestionava i semplici proprio attraverso il mistero di quelle parole incomprensibili. Orbene, questa formazione culturale superiore, accompagnata al riassetto della proprietà ecclesiastica nelle campagne che consentisse al curato una certa agiatezza economica, ebbe lo scopo di inquadrare il basso clero in modo organico nell'«ordo clericorum», in modo da farlo sentire partecipe di un corpo clericale nettamente separato dal mondo dei semplici rustici, nel quale doveva svolgere la sua missione sacerdotale. Come si è già messo in risalto, anche l'atteggiamento esterno del curato, il suo modo di comportarsi, di parlare, di gesticolare, il suo abito dovevano essere segni visibili di appartenenza ad un corpo privilegiato e superiore, con funzione di comando, e quindi tale da incutere rispetto già di per se stesso. In altre parole, tutto doveva indicare la rottura e la separazione più complete dai corrispondenti modi di vita del mondo contadino.
Le prescrizioni conciliari erano in proposito tassative. Il già ricordato Canone I della XXII sessione del 17 settembre 156266, stabiliva norme precise per il comportamento esterno dei chierici. Abbiamo visto in precedenza che non fu il solo. Infatti il già citato canone IV della XIV sessione del 25 novembre 1551, li richiamava a portare l'abito conforme al proprio stato. Anche i seminaristi dovevano prendere subito la tonsura ed indossare la veste clericale, come disponeva la sessione XXIII del 15 luglio 1563 al canone XVIII. Nella sessione XXI del 15 giugno 1562, il canone primo vietava a coloro che entravano al servizio di Dio, di mendicare o di esercitare un mestiere ignobile come mezzo di guadagno. Da queste prescrizioni, come da molte altre -ad esempio i canoni IV e V della XXIII sessione del 15 luglio 1563 facevano divieto di ammettere alla prima tonsura "quelli che non sappiano leggere e scrivere" e si dispone (canone V) "che i chierici ammogliati debbano prestare servizio nella chiesa in cui sono destinati e portino I' abito clericale e la tonsura" -emerge con estrema chiarezza quella che doveva essere la condizione del prete, così come viene confermata da altri documenti e testimonianze 67. A questo riguardo i canoni tridentini costituiscono una fonte preziosa per la conoscenza della situazione religiosa del popolo e del clero prima di Trento. In sostanza, per riepilogare gli aspetti più rilevanti messi in risalto anche nelle pagine precedenti, quello del clero e quello dei laici incolti erano due stili di condotta e di contegno esterni che rivelavano, già nell'immediatezza delle apparenze, due condizioni sociali e, sul piano ecclesiale, fissavano in maniera definitiva e completa la scissione fra Chiesa sacerdotale e gerarchica e quella discente degli umili fedeli. Agli occhi del povero contadino, il curato doveva perciò rappresentare la superiorità della gerarchia e, pertanto, incutergli un senso di deferente e filiale devozione, in modo da instillare nel suo animo quel complesso di inferiorità e di nullità personale che lo rendesse pronto ad accogliere con obbedienza filiale l'indottrinamento e la disciplina pratica trasmessigli autoritativamente dal prete.
66. Documenti cit. pag. 651
67. Documenti cit. pag. 617, 673, 636/7, 666/7
68. Si veda il paragrafo in questo capitolo "Gli strumenti per il controllo della fede popolare nel
programma tridentino: il ruolo del clero e la nuova figura del prete"

martedì 29 gennaio 2013

Riforma cattolica e reazione antiprotestante

Il libro di Roberto Bartoli


  Roberto Bartoli - Riforma cattolica e reazione antiprotestante. Aspetti della realtà religiosa italiana fra '400 e '600. 
 Il Pensiero Critico ed. marzo 2012. € 10, pagine 208.                       

L’idea che sta alla base del libro è che la religione riveste un ruolo di grande importanza nella formazione della coscienza di un popolo sotto tutti gli aspetti, politici, morali, civili in genere e non solo religiosi. Per quel che riguarda il nostro paese assumono un particolare rilievo le vicende che si snodano fra ‘400 e ‘600, con al centro la Riforma protestante e la reazione cattolica definita in tutti i suoi aspetti dal Concilio di Trento. A Trento viene tracciato il progetto di riforma del cattolicesimo avente per obiettivo primario quello di fare della Chiesa un corpo compatto, sottoposto ad una disciplina ferrea basata sul principio dell’obbedienza incondizionata del fedele all’autorità ecclesiastica, senza interrogativi e dubbi. Riceve perciò un forte impulso l’indirizzo volto a rafforzare ed esasperare la struttura gerarchica ed istituzionale della Chiesa cattolica, con la separazione sempre più marcata fra laici e clero e col rafforzamento dell’autorità ecclesiastica, con al centro la figura del papa. La stessa religiosità prende sempre più un’impronta disciplinare, in modo da consentire al clero il controllo stretto sulla vita del popolo, separato dal contatto diretto con la Scrittura ed inserito in un modello di vita cristiana centrato sui sacramenti, sulla partecipazione alla messa ed alle grandi cerimonie religiose, sulla venerazione dei santi ed il culto delle reliquie, ovvero su una sistematica manifestazione esterna della fede. Per contro il clero, cui viene assegnato il compito primario di controllare il comportamento dei fedeli, vede esaltata la propria figura di superiore autorità che si presenta con una veste sacrale ad un popolo chiamato alla passiva sottomissione. Finiscono in tal modo cancellati quegli orientamenti interni di riforma della Chiesa cattolica che dalla fine del ‘400 ai primi decenni del ‘500 avevano mirato al rinnovamento spirituale della coscienza cristiana alimentato dal contatto diretto con la Scrittura. Anche il ceto colto dei “letterati” perde la propria indipendenza culturale e viene inquadrato nelle schiere dell’antiprotestantesimo ad esclusivo servizio della Chiesa, come suo “intellettuale organico”. Sotto l’effetto di questo indirizzo tridentino, sostenuto dalla minaccia di feroci mezzi repressivi, non c’è da meravigliarsi se il livello di spiritualità religiosa e di moralità degradano nella simulazione, nell’ipocrisia, nel conformismo, nella doppia morale: «Insomma, dopo aver narcotizzato la coscienza religiosa e, proprio per quel motivo, la Controriforma cattolica opera una vera e propria espulsione di ogni forma di indipendenza personale ed è quindi alla radice della corruzione della coscienza morale del nostro paese, che tanti effetti nefasti riverserà sulla successiva storia nazionale italiana fino ai nostri giorni».
 Roberto Bartoli

Per chi interessa il libro può essere richiesto alla Comunità dell’Isolotto di Firenze (Via degli aceri1, tel. 055711362, email comunitaisolotto@comunitaisolotto.org) ed all’autore al numero telefonico 055 6531683, con un rimborso spese di € 10.

Nota
Indice e Introduzione del libro:


SOMMARIO
Introduzione 7

I -RIFORMA CATTOLICA E
CONTROLLO DEL MONDO RURALE E POPOLARE pag. lO
Gli strumenti per il controllo della
fede popolare nel programma tridentino:
PREDICAZIONE E CATECHESI 17
IL SACRAMENTALISMO 21
SACRIFICIO DELLA MESSA, VENERAZIONE DEI SANTI,
DELLE RELIQUIE E DELLE IMMAGINI SACRE pag. 27
IL MONOPOLIO DEL CLERO SULLA SCRI1TURA pag. 31
IL RUOLO DEL CLERO E LA NUOVA FIGURA DEL PRETE pag. 35
IL PROBLEMA DELLA PERMANENZA DELLA RELIGIOSIT À
PAGANO-NATURALlsncA E DELLA CULTURA FOLKLORICA NEL POPOLO,
SOPRAlTU1TO NELLE CAMPAGNE 55
L'ATTACCO CULTURALE E L 'uso DELLA REPRESSIONE INQUISITORIALE.pag. 62

Il -IL CONTROLLO ECCLESIASTICO SULLE t LITE POLITICHE,
SOCIALI ED INTELLETTUALI E SULLA CULTURA
L 'intellettuale ad esclusivo servizio della fede pag. 75
LA RELIGIONE NEL PENSIERO DI MACHIAVELLI pag. 79
IL RIFORMISMO INTERNO ALLA CHIESA 83
IL "LIBELLUS" DI QUIRINI E GIUSTINIANI 95
I FRAGILI EQUILIBRI DELL 'EVANGELISMO 100
IL DIBATTITO RELIGIOSO ITALIANO E
LA SCRITTURA FINO AL CONCILIO DI TRENTO pag. 104

III -IL CONCILIO DI TRENTO
Il fallimento dei tentativi di conciliazione prima di Trento.pag. 115
IL PROGETTO TRIDENTINO... 125
TRENTO: RIFORMA DELLA CHIESA O CONTRORIFORMA? pag. 130
GLI EFFETTI DEL CONCILIO DI TRENTO 136
INTELLElTUALI ITALIANI E CHIESA CATfOLICA NEL '500 pag. 149
LA DISCIPLINA CQNTRORIFORMISTICA DELLA SCRITTURA SACRA,
DEGLI STUDI E DELLA STAMPA DEI LIBRI pag. 157
LA CRISI DEFINITIVA DELL 'EVANGELISMO 162

IV -I MEZZI REPRESSIVI
Lo sterminio indiscriminato e l'Indice dei libri proibiti pag. 173

L'INQUISIZIONE UNIVERSALE 179
LE RADICI STORICHE DELL 'IDEOLOGIA INQUISlTORIALE pag. 188
V -CONCLUSIONE 201
BIBLIOGRAFIA 207

INTRODUZIONE

Nella tradizione cristiana di tutto il Medio Evo, alto e basso, la massa dei fedeli era esclusa dalla conoscenza diretta della Bibbia. A colmare questa lacuna provvedeva da un lato 1 'immagine sacro-pittorica, ossia la sacra rappresentazione intesa come la Bibbia per gli ignoranti; e, dall'altro, la predica, rivendicata come esclusivo compito dell'ordine sacerdotale. Nell'ignoranza delle grandi turbe, il sacerdozio trovava uno dei motivi per l' affermazione della propria necessità, come ponte fra la parola di Dio ed il singolo fedele. Uno dei temi fondamentali su cui era maturata la separazione dal corpo della Chiesa ufficiale dei movimenti ereticali, era stato appunto questo della Scrittura, che gli eretici volevano rendere accessibile direttamente al popolo -da qui la traduzione della Bibbia in lingua volgare -negando con ciò ogni ragion d'essere all'ordine sacerdotale e, quindi, ad una Chiesa gerarchicamente strutturata con la sua netta divisione fra clero (Chiesa docente) e laicato (Chiesa discente ). Si comprende, allora, agevolmente perche nella lotta contro l' eresia, il perno su cui ruotava la difesa dell'ortodossia dottrinale fosse appunto questo della Scrittura. Si diceva che la parola di Dio era difficile ad intendere per gli ignoranti, sicché solo la Chiesa sacerdotale possedeva la chiave per comprenderla correttamente, Cosicché al fedele per salvarsi bastava affidarsi al magistero ecclesiastico, credere ciò che esso comandava ed ubbidirlo fedelmente. Era questa, del potere gerarchico del clero, una rivendicazione che ha improntato di se molti secoli di storia ecclesiastica e che era andata delineandosi sempre più decisamente in stretta connessione al progressivo carattere gerarchico-istituzionale assunto dalla Chiesa. Un tale indirizzo è stato presente fino dai primi secoli del cristianesimo, almeno dal secondo secolo, con particolare intensità nella seconda metà. Ma senza andare così lontano, lo vediamo emergere in modo consistente nell 'XI secolo con le lotte per la riforma della Chiesa nel grande conflitto fra papato ed impero. Alla fine del XlIo secolo ed all'inizio del XIlIo, col pontificato di Innocenzo III, la coscienza delle prerogative affatto speciali del clero e del suo ruolo unico e carismatico, era ormai decisamente formulata in termini inequivocabili. Nel suo " Dialogus" il papa affermava che " la funzione di predicare, vale a dire di insegnare pubblicamente, la posseggono coloro che sono designati per essa, vale a dire i vescovi e i preti nelle loro chiese, e gli abati nei monasteri, cui è affidata la cura delle anime"I, In tal modo il corpo sacerdotale si distanziava dal popolo, in special modo dalla folla dei fedeli incolti, di cui si tendeva a sottolineare l'ignoranza e l'incapacità a ben vivere ed operare senza la guida del clero. In una predica tenuta nella quaresima del 1304 a Pisa, Giordano da Rivalto, domenicano, affermava che "non è commesso ad ogni uomo 1 'ufficio di predicare,' che, innanzi a tutte le femmine è vietato in tutto e per tutto; appresso, tutti i laici e idioti che non hanno lettere; onde niuno può essere predicatore se non è letterato e scientifìco".  Con la seconda metà del '300, dopo la terribile esperienza della peste nera, cominciò a maturare una tendenza religiosa, peraltro già presente nella coscienza cristiana, che sovrapponeva alI'ansia per la fine del mondo quella per la fine individuale e per la sorte dell’anima dopo la morte, Si assiste, pertanto, ad una sempre maggiore accentuazione di una religiosità intimistica e privatistica, tutta tesa a cercare i mezzi che assicurassero la certezza della salvezza dell'anima. Le pratiche cultuali, le devozioni ritualistiche, il rispetto ossessivo delle prescrizioni liturgiche, diventarono allora il centro costitutivo di questa aspirazione alla sicurezza che voleva sciogliere tensioni ed inquietudini. Si trattava di una religiosità che recava in se una evidente impronta mercantile, con la sua contabilità del dare e dell'avere, dei peccati da rimettere ed espiare e dei meriti acquisiti con le opere di devozione e di culto. Non c'è quindi da meravigliarsi se essa caratterizzava in primo luogo il ceto borghese mercantile, culturalmente aperto ed ormai nettamente separato e distinto, per modi di vita e cultura, dalla massa ancora ignorante del popolo. Per quest'ultima andavano ancora bene le bibbie dipinte, "le dipinture degli angeli e Santi, per utilità mentale dei più bassi ", mentre " le Scritture rivelate sono principalmente per i più perfetti".
Così il ceto mercantile colto includeva anche la Bibbia fra le sue letture, di modo che, col' 400, il monopolio ecclesiastico della conoscenza scritturistica aveva perso la sua esclusività. Si rendeva in tal modo ancor più palese, che la discriminazione in materia di Sacra Scrittura si radicava nella differenziazione sociale che poneva adesso, accanto alla elite culturale e sociale dei chierici, quella economico-sociale del ceto mercantile. D'altra parte la esclusione dal contatto diretto col testo sacro delle donne e degli idioti, secondo la designazione di Giordano da Rivalto prima richiamata, era resa materialmente possibile dati il diffuso analfabetismo ed il latino in cui era pubblicato il testo biblico. Quando però nel '500 irruppe la Riforma luterana a lacerare il tessuto fino ad allora unitario della Chiesa legata a Roma, l'intero quadro del cristianesimo di marca cattolica finì per subire cambiamenti profondi, pur nel segno della continuità di alcuni aspetti fondamentali, che vennero addirittura notevolmente sviluppati, come l'irrigidimento gerarchico dell'istituzione ecclesiastica. In particolare, per quel che concerne il rapporto del fedele con la Sacra Scrittura, mentre venne perseguito e reso ancor più drastico il precedente orientamento nei confronti del popolo incolto, riguardo al ceto intellettuale, ai letterati come si diceva allora, il rivolgimento fu radicale e la separazione fra clero e laici in generale fu ancor più esasperata con le imposizioni controriformistiche. Ne uscì una particolare forma di religiosità che, per quanto non del tutto estranea alla spiritualità cristiana maturata nel corso dei secoli, recava anch'essa i segni di una selezione che potenziava ed inaspriva alcuni elementi del modo di vivere la fede, escludendone o comunque soffocandone altri. Questi brevi accenni credo bastino per farci capire l' importanza dell'epoca che andremo a prendere in considerazione, distesa fra il' 400 ed il '600, dalla quale l'intero cristianesimo occidentale venne profondamente segnato. In particolare in Italia, sede del papato, le ripercussioni furono di intensità e profondità tali da forgiare anche per i secoli futuri la coscienza religiosa e civile del nostro paese, come le pagine che seguono cercheranno di spiegare.

l. Citato in J. LeGoff -Gli intellettuali nel Medioevo, Milano 1979, pag. 101
2. Citato in C. Ginsburg- Folklore, magia, religione -Storia d'ltalia Einaudi Voi. l, pag. 620/1
3. O. Dominici -Regola del governo di cura familiare, citato in Oinsburg op.cit.