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giovedì 14 novembre 2013

Le tre vite di Marco Bisceglia

Mercoledì 13 novembre 2013, alle ore 18.00, alla Libreria IBS BOOKSHOP di Firenze, in via de' Cerretani 16/R, incontro con Rocco Pezzano  autore di "Troppo amore ti ucciderà. Le tre vite di Don Marco Bisceglia" (Edizioni Edigraferma, 2013). 
Chi era Marco Bisceglia? Sacerdote, omosessuale, promotore di battaglie a favore delle libertà individuali. Il fondatore di Arcigay, morto di AIDS nel 2001.
Gesuita, operaio in Francia, guida spirituale a Lavello (Basilicata), dove fonda la comunità del Sacro Cuore (modello studiato in tutta Europa), si distingue per le azioni tra i preti del dissenso e per la vicinanza alla Teologia della Liberazione. 
Vittima di un raggiro giornalistico, lo accusano di aver celebrato il primo matrimonio di coscienza tra gay, viene lanciato alla ribalta nelle più spietate cronache nazionali, quindi sospeso a divinis dalla Chiesa Cattolica. L'esperienza politica al fianco di Marco Pannella, il coming out, Roma e l'attivismo tra le fila dell'ARCI, l'amicizia con Nichi Vendola, la gestazione di Arcigay segnano l'approdo a una nuova vita.
Dopo la nascita del primo nucleo dell'associazione che tutela i diritti degli omosessuali, cala il sipario sul palcoscenico pubblico e rientra in seno alla Chiesa. Ricostruzioni, lettere, omelie, testimonianze, immagini indagano l'esperienza umana, religiosa e sociale di un uomo innamorato del Vangelo, ma troppo scomodo per le gerarchie vaticane e la società del tempo. 
Nella chiesa del Sacro Cuore di Lavello (Basilicata) non erano abituati a sentire i passi di decine e decine di militari che vi entrarono a forza per mandare via, su ordine del suo Vescovo, il Parroco don Marco Bisceglia. Era il 25 ottobre del 1978 quando, sbarrato l’ingresso della sua chiesa, don Marco si ritrovò ufficialmente disoccupato, un precario della fede. Sospeso a divinis e senza un posto in cui ricostruire la sua comunità. 
Da quel momento cominciò la sua seconda vita che lo porterà, dopo il suo coming out fatto davanti a cinquecento persone di un’assemblea di “cattolici del dissenso”, a compiere in solitudine la sua traversata nel deserto per i diritti delle persone omosessuali. 
Sempre militante, sempre dalla parte degli “ultimi”, anche se adesso per lui gli “ultimi” erano gli omosessuali non più i braccianti del Sud, ecco perché a sessantacinque anni fonderà l’Arcigay nazionale, la più grande associazione per la  tutela dei diritti dei gay in Italia e, portato a termine il suo compito, si ritirerà nel silenzio della sua fede sino alla conclusione fatale e inaspettata della sua vita.
"Troppo amore ti ucciderà. Le tre vite di don Marco Bisceglia (Editore    Edigrafema, 2013, 320 pagine), scritto da Rocco Pezzano, racconta le tre vite di don Marco Bisceglia come fossero i capitoli di un romanzo, attraverso una serie di documenti (omelie, interviste, articoli di giornale dell’epoca, fotografie) che ripercorrono quasi un secolo di vita del nostro Paese. 
Scrive l'Autore: "Ero rimasto folgorato dalla figura di questo parroco mingherlino che non aveva paura di niente e nessuno, e che alla fine è stato fra i pochi a pagare per la propria coerenza. Una figura affascinante dai tratti profetici".

Intervento di Luciana

Il titolo ed il sottotitolo secondo me definiscono bene la peculiarità di una storia vissuta in contesti specifici di un ambiente sociale e politico locale e nazionale, ma anche caratterizzata da una identità personale in cui per ogni persona contano :il dna – le vicende personali – la cultura a cui ha attinto – gli incontri – le relazioni – i vissuti , e che fanno di ciascuno di noi un essere unico con le proprie doti ed i propri limiti. Penso che ciascuno di noi abbia più di una vita da raccontare.
Apprezzo il rigore e l’onestà intellettuale dell’autore nel presentare la complessità di un vissuto documentando attraverso testi e testimonianze dirette e lasciando aperte le problematicità ad ogni comprensione del lettore (senza intervenire con valutazioni commenti e giudizi). Aver coinvolto in questa sua opera la sorella di Marco, Anita, è  segno di rispetto e una garanzia di autenticità.
Come persona informata sui fatti, che ha vissuto le tante esperienze del movimento delle CdB e  come comunità dell’Isolotto posso testimoniare che questo libro fa memoria in modo rigoroso degli avvenimenti che riguardano  il periodo storico ed i percorsi che narrano la vita di Marco Bisceglia.
Come comunità dell’Isolotto abbiamo  condiviso con Marco l’esperienza ed il percorso  della comunità nella parrocchia del Sacro Cuore  di Lavello prima e  fuori di essa dopo : è stato un intreccio di riflessioni, mobilitazioni, relazioni fra donne ed uomini di differenti contesti che si incontravano e cercavano insieme di aprirsi  al cambiamento sostenuti da valori ed ideali condivisi.
Cosa ci univa:
-   la consapevolezza che la lotta per i diritti e la giustizia sociale in un paese segnato da una identità culturale  cattolica non poteva fare a meno di un processo di liberazione e di riappropriazione dei valori originari del messaggio cristiano.
-   la scoperta di un popolo consapevole e partecipe
-   la repressione delle istituzioni religiose e laiche
-   incriminazioni e processi
-   solidarietà e relazioni
-   condivisione del pane e creativita’
-   grande partecipazione popolare in tutta Italia ma anche in Europa e nel resto del mondo
-   la fatica di tenere insieme  le diverse anime delle comunità , le fratture e la diversificazione delle scelte personali  di impegno
-   La ricerca di piazze e di  strade nuove dove poter elaborare insieme una società e una chiesa ”altra”

In quegli anni tante sono state  le esperienze del sud e non solo, tanti i preti del sud e in tutta Italia che hanno partecipato a questi movimenti di liberazione che bene vengono descritti in questo libro.
Nelle terre del sud però mantenersi vivi era molto difficile:  la partecipazione dei giovani alle mobilitazioni era numerosa ma aleatoria perché bisognava trovare un lavoro e dunque partire, abbandonare  la propria terra e l’impegno.
La partecipazione di uomini e soprattutto donne adulte coraggiose non è stata sufficiente a dare una continuità alle molte esperienze che nascevano perché la pressione psicologica dell’istituzione-chiesa , la sua cultura prevalente nell’opinione pubblica diffusa e la repressione  hanno fatto il deserto intorno alle esperienze di comunità di  base, schiacciando ancora una volta le persone  e le loro speranze.
 Resistere era eroico.
 Molte delle  esperienze costrette fuori dalle parrocchie non hanno retto ( Lavello, Avola, Messina, S Lucia del Melo, Pettorano sul Gizio,  Sulmona, Conversano , e molte altre sia al sud che al nord) e si sono dissolte nell’impegno esclusivamente sociale o politico o personale di vario genere. Nulla certamente è andato perduto ma è venuta meno quell’identità comunitaria luogo di riflessione
 e di sostegno reciproco.
Molti altri  preti e cattolici partecipi ( apertamente o timidamente) a questo movimento di rinnovamento ecclesiale hanno scelto di evitare rotture troppo traumatiche e di trovare una mediazione che permettesse loro di continuare nelle parrocchie: hanno resistito?  Hanno scelto il compromesso? Avevano bisogno di sicurezza ed identità? Hanno avuto paura della repressione,
dell’anomia, della precarietà economica?
Sono state “scelte diverse” -  “cammini che si differenziavano” – “ contesti e valutazioni particolari e locali” hanno tutti comunque avuto un ruolo e contribuito alla crescita di un modo nuovo e diverso di essere donne ed uomini, credenti e non.
La resistenza di comunità libere ed autogestite , fuori dalle istituzioni,  è stata possibile dove si è avuto gli spazi, il tempo e la costanza di far crescere comunità aperte ad un meticciato di relazioni umane e sociali che ha favorito un intreccio di vissuti ed una crescita culturale ed umana che è stata gratificante ed arricchente….
La  seconda vita di  Marco  ci ha colti di sorpresa, non tanto per la svolta personale e di impegno sociale quanto per la scelta dei modi e dei tempi nel fare dichiarazioni che  coinvolgevano anche  tutta la sua gente, compresi  noi e tutto il movimento delle comunità di base con le sue contraddizioni ed i suoi sforzi per far passare un messaggio di liberazione popolare. Ma in questo cammino dell’umanità hanno un senso anche gesti trasgressivi e di rottura.
A  Firenze ci siamo mobilitati più volte con l’Arci o con il Partito Radicale partecipando attivamente alle battaglie per l’affermazione di libertà, autonomia, diritti. Non è stato difficile dunque sentirci ancora una volta solidali con lui e con la sua battaglia contro ogni emarginazione e per il rispetto di tutte le persone e  delle loro diversità. Abbiamo mantenuto contatti con Marco anche se più rarefatti ed abbiamo cercato di accompagnare e sostenere la sorella Anita che si è trovata ad affrontare un vissuto problematico .
La terza vita: personalmente  ritengo problematica l’indagine e la pubblicazione dei vissuti personali privati. Nonostante il rapporto profondo che abbiamo coltivato con Marco e la sua sorella Anita, ad un certo punto lui ha deciso di vivere privatamente l’ultima fase della sua vita  e, anche se con perplessità e dispiacere per non poter socializzare ancora i nostri percorsi, abbiamo  scelto il rispetto della sua privacy. Voleva essere lasciato solo e nell’anonimato, avremmo voluto essergli più vicini ma cosa potevamo fare se non rispettare le sue volontà? E’ venuto a Firenze una o due volte a trovare sua sorella, si sono incontrati con Enzo, ma anche questo incontro è rimasto privato.
Queste parti del libro in cui si indagano aspetti del privato credo debbano interrogarci.
Rispetto la scelta dell’autore di dare testimonianza della carica di valori umani, sociali e culturali di un figlio di quella  terra a cui  appartiene lui stesso : solo un protagonista che vive in quel contesto può valutare il senso profondo e l’importanza di dare voce a chi, come Marco , ha amato molto quella terra e la sua gente ed ha  pagato di persona il suo impegno per il riscatto dei più umili a cui ha voluto rendere la parola e la voglia di lottare. Ritengo dunque che questo libro esprima legittimamente la voglia di non dimenticare e di mantenere viva una memoria che permetta a quei semi sparsi di germogliare e continuare a coltivare un cammino di riappropriazione e liberazione :  resistere è importante, sopravvivere non indispensabile.
Se si sono sparsi semi prima o poi germoglieranno come e dove sarà possibile, gli eventi ultimi ne sono una testimonianza. Questo bel lavoro di Rocco Pezzano favorisce un intreccio fra generazioni, fra memoria e presente, e dunque dà un suo significativo  contributo alla crescita umana, sociale e culturale della sua gente e di tutti noi.
Luciana Angeloni


Intervento di Urbano
La vicenda di Marco è sintomatica della situazione dell'intero clero cattolico. "Il vizio e la virtù sono due prodotti, come il vetriolo e lo zucchero" (Emile Zola). Direi che la tre vite di Marco Bisceglia sono il frutto del modo come si fanno i preti, come si separano dal resto dell'umanità; sono come Harry Potter e i suoi amici una volta saliti nel treno del binario tra 9 e 10 che li trasporta nel regno di Hogwarths dove diventano maghi, buoni e cattivi diversi tra loro, immersi in un mondo di magia che li separa totalmente dal resto degli uomini che sono i babbani. Alla scuola di magia e stregoneria di  Hogwarths sono ammessi solo maschi. Il creatore di tutto questo è, semplificando, il Concilio di Trento: la scuola è ferma al secolo XVI, e la terra sta ferma nel mezzo dell'Universo obbligando il sole a muoversi intorno a essa.  A contatto con il mondo di noi babbani questi maghi rimangono disorientati e condizionati; sono partiti da Tolomeo e si trovano con Copernico, Le loro reazioni sono disparate, in perenne crisi di adattamento. Il titolo del libro può diventare: Le tre vite di Marco Bisceglia, la troppa Chiesa ti ucciderà. Le tre vite di Marco sono all'insegna dell'eccesso o dello straordinario, e vanno non per continuità pacifica e tranquilla, ma procedono con due esplosioni e una implosione. Le tre vite di Marco mettono in evidenza la mancata riforma della chiesa cattolica. I preti che essa produce sono il prodotto del complesso di colpa e del ricatto economico. A loro non è dato essere comuni babbani, sono sempre immersi in un mondo di nevrosi e di magia, un prete-operaio è una cosa diversa da un operaio. Finché un operaio non potrà fare il prete, finchè una badante non potrà essere pretessa non si esce dal circolo degli esseri magici, santi, mezzi santi, finti, bugiardi, eroi, perversi. D.Mazzi o D.Cantini, Dalla Costa o Florit, D.Milani o i cappellani militari, Pio XII o Giovanni XXIII, Ratzinger o Bergoglio. D.Gallo o il pedofilo fondatore dei Legionari di Cristo. Già Bergoglio: chiamandosi Francesco tenta la fuoruscita dal regno di Hogwarths, dalla Controriforma  tridentina. Ma deve ricordare che Francesco non è un prete, non fa parte della casta, non è rappresentato da Padre Cristoforo ma da Fra' Galdino…
Alle esplosioni della prima e seconda vita di Marco Bisceglia è seguita la implosione della terza vita con il rientro sotto le ali protettive della Istituzione; il che ha significato il rinnegamento delle prime due: il complesso di colpa e il ricatto economico hanno avuto ragione sulla fragile durezza di Marco.
Le tre vite di Marco Bisceglia prete indicano che è ormai l'ora, per la Chiesa cattolica, della Riforma che attende da 5 secoli; non più preti ma pastori eletti dal popolo, uomini e donne; non maghi che sequestrano Gesù Cristo nella camera segreta del tabernacolo e lo nascondono ai babbani, ma persone che volta a volta vengono indicate e scelte all'interno di Comunità di base per diffondere l'annuncio della liberazione …
Il nostro Enzo (Mazzi) ci ha lasciato ormai da 2 anni, non ha voluto i "conforti religiosi", è uscito dal regno dei maghi di Hogwarths, le sue ceneri riposano in anonimo tra gli abeti di Monte Morello. Enzo ha avuto una sola vita.
Queste riflessioni mi suggerisce il bel libro di Rocco Pezzano, accurato preciso sensibile nel lavoro di ricerca e ricostruzione dei fatti. Complimenti, Rocco. 
Urbano. 

lunedì 6 maggio 2013

Siamo gli incontri che abbiamo vissuto


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 5 maggio 2013
Percorsi di memoria: siamo gli incontri che abbiamo vissuto
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con un laboratorio a sorpresa …!!

1. Letture dal Vangelo e riflessioni sulle parole “Fate questo in memoria di me”
2. Memoria: siamo gli incontri che abbiamo vissuto
3. Memoria: “a proposito di memoria storica”
4. Laboratorio: “Siamo gli incontri che abbiamo vissuto”

1. Letture dal Vangelo e riflessioni sulle parole “Fate questo in memoria di me”

“Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo : prendete e mangiate, questo è il mio corpo. Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro dicendo : Bevetene tutti, perché questo è il sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò di nuovo con voi nel regno del Padre mio.”
                                                                                                   [Matteo, 26, 26-29]

“Mentre mangiavano prese il pane e, pronunciata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro dicendo : prendete, questo è il mio corpo. Po prese il calice e rese grazie, lo diede loro e tutti ne bevvero. E disse : questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio.”
                                                                                                  [Marco, 14, 22-25]                                                                                  
“Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui e disse : ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, poiché vi dico, non la mangerò più  finché essa non si compia nel regno di Dio. E preso un calice, rese grazie e disse : prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché io vi dico, da questo momento non berrò più del frutto della vite finché non venga il regno di Dio. 
Poi prese un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo : questo è il mio corpo che è dato per voi ; fate questo in memoria di me. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo : questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi.”
                                                                                                  [Luca, 22, 14-20]
                                                                                                                                          Non abbiamo riportato nessuno stralcio dal vangelo di Giovanni perché in questo non c’è nessun riferimento alla eucarestia, anche se viene dedicato moltissimo spazio alle considerazioni che Gesù fa durante la cena pasquale prima di essere arrestato.             
Secondo alcune interpretazioni (in particolare quella dello studioso di sacre scritture Giuseppe Amato) Gesù non ha voluto istituire un “sacramento ripetitivo”, ma la sua intenzione era quella di  anticipare ai discepoli quello che di lì a poco sarebbe accaduto e di sollecitarli a ricordare e a ricordarlo.
Le parole “in memoria di me” presenti solo nel testo di Luca intendono il ricordo di quel momento, così come Gesù aveva voluto ricordare la salvezza del popolo di Israele dopo aver attraversato il mar Rosso.
Secondo l’interpretazione del biblista p.Alberto Maggi,  quando Gesù dice “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” non istituire la comunione, ma invita a nutrirsi del “pane” che viene da Gesù  cioè ad avere i suoi stessi sentimenti nei confronti degli altri. “Fate questo in memoria di me” non significa partecipare ad un rito commemorativo ma mettere nella nostra vita gli stessi sentimenti che portarono Gesù a sentirsi vicino ai poveri e agli esclusi del suo tempo. 
          E’ a partire dal II secolo che l’eucaristia sembra assumere una connotazione esclusiva ed identitaria per i cristiani dell’impero romano (stimati in circa 20.000 su 60 milioni di abitanti): “nel giorno detto a Roma del Sole i cristiani si radunano e leggono le memorie degli apostoli. Seguono una esortazione del presidente dell’assemblea e la preghiera comune. Vengono quindi portati pane, vino ed acqua. Il presidente prega e rende grazie su di essi, poi il pane e le bevande consacrate vengono distribuiti ai presenti ed inviati agli assenti tramite i diaconi. Il cibo benedetto viene chiamato eucaristia, a cui nessun altro può prendere parte se non chi crede nella verità delle dottrine, dopo essersi purificato nel lavacro e aver ottenuto la remissione dei peccati.” [da Storia del cristianesimo, di Potestà e Vian, pag. 41-42].

          Negli anni scorsi quando abbiamo affrontato il tema della comunione con i ragazzi abbiamo “riletto” i brani del Vangelo con queste parole:  
ci immaginiamo che Gesù, seduto tra i suoi amici e le sue amiche, possa aver detto qualcosa del tipo: “se davvero mi uccideranno, quando non sarò più con voi, se vorrete ricordarmi, ricordatevi delle cose che ho fatto nella mia vita e del modo con cui le ho fatte, e fatele anche voi, naturalmente a modo vostro ma con questo spirito”.
E rispetto alla frase “Fate questo in memoria di me” abbiamo osservato che ci colpivano due parole: FATE e QUESTO.
Innanzi tutto “Fate”, voce del verbo fare, non pensare, pregare, ricordare, ma fare! E ci siamo chiesti a  chi si rivolgeva con il suo “fate”? e ci siamo detti a chi era lì con lui, quel giorno e oggi,... adulti e bambini, vecchi e giovani, donne e uomini, pescatori o pastori, ebrei e gentili (stranieri).
Poi ci siamo chiesti che significa la parola “questo”, a cosa si riferisce; e le nostre risposte sono state una serie di parole, gesti, scelte che si ritrovano nel messaggio evangelico. Tra queste:   

“Venite nel regno che ho preparato per voi perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato , nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” .. ogni volta che avrete fatto queste cose a uno solo di questi fratelli più piccoli l’avete fatto a me” (Matteo, 25)

“I re e i potenti si fanno chiamare benefattori ma tra voi non sia così! Chi vuol essere il più grande sia il più piccolo...” (Luca 22).

“Gesù si alzò da tavola preso un asciugamano e poi versò dell’acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano. Vi ho dato questo esempio perché come ho fatto io, facciate anche voi”. (Giovanni, 13, 2-17)

Se stai portando un’offerta al tempio ma sei arrabbiato con tuo fratello.. lascia quello che stai facendo e vai a fare pace con tuo fratello”. (Matteo, 5)

“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”                 

“Se vuoi pregare non fare come gli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe per farsi vedere dagli uomini .. tu quando preghi entra nella tua camera e chiusa la porta prega” (Mt 6,5-6)


2. Memoria: siamo gli incontri che abbiamo vissuto
Quello di oggi è l’ultimo incontro che il nostro gruppo doveva preparare.
Quest’anno ci siamo dati, come filo conduttore, il tema della memoria, della memoria sociale, “della sua vitalità generativa, dei suoi avversari e della sua resistenza” , come scriveva Enzo ne “Il processo dell’Isolotto”.
Abbiamo affrontato “L’antichissima memoria della civiltà della dea Madre, per un futuro mutuale”, “Le conquiste da difendere e i nuovi referendum sul lavoro”, “La libertà è di destra o di sinistra?”  e infine “La salute bene collettivo”.
Vorremmo continuare con le parole di Enzo per dare senso a quello che proponiamo oggi.
“La memoria del vivere sociale ha una grande vitalità generativa: produce identità collettiva, tesse la trama del tessuto relazionale, crea di continuo comunità solidali e ostacola i germi distruttivi della frantumazione egoistica. E’ la vitalità propria del seme: può restare a lungo apparentemente inattiva, a causa di contingenze storiche che ne impediscono lo sviluppo o la visibilità, ma è sempre pronta a esplodere in nuove fioriture, e inoltre, come avviene nei pollini, è racchiusa in forme piccole e leggerissime che possono essere trasportate lontano dal vento.
E’ una convinzione che ci deriva dall’esperienza di vita. Non dalle mappe dei navigatori culturali offerte dalla storiografia tuttora dominante, le quali sono per lo più devianti perché indirizzano solo sulle autostrade dei grandi eventi, delle individualità emergenti, dei fasti e dei nefasti del potere, mentre sono cieche sugli intrecci sotterranei dove si muovono le grandi masse dei senza potere. Non vedono quegli intrecci di relazioni che tessono di continuo la trama sociale del vivere legando fra loro fatti distanti fra loro anche secoli e creando sintonie incredibilmente profonde fra persone, messaggi, esperienze che magari non si sono mai fisicamente incontrate. Il vivere sociale nella strada, nella piazza, nel lavoro, nella famiglia, negli stessi luoghi della segregazione, è la mappa che ci consente di vedere la struttura profonda dell’interrelazione che cavalca i secoli e produce e riproduce ininterrottamente valori di comunità aperta oltre i confini….
La memoria sociale…..è anche un luogo di resistenza, anzi il luogo privilegiato della resistenza rispetto ai sistemi di dominio che tendono sempre a frantumare il vivere sociale: divide et impera. E forse si può dire che questa resistenza può essere essa stessa come una struttura profonda del vivere e rientrare così nella vitalità creativa della memoria sociale……
Per questo salvaguardare la memoria, spogliarla della ritualità necrofila, attualizzarla, è uno dei compiti più urgenti di chi vede un futuro per l’umanesimo sociale, per la solidarietà planetaria, per la società dei diritti di tutti/e a partire dai diritti sociali, per l’etica comunitaria aperta oltre i confini…..
E una memoria unitaria tiene insieme la nostra identità sociale. La quale però ha molte e potenti nemici. I quali puntano a disarticolare la memoria che cementa il processo di socialità dal basso in modo da annullare tale identità. L’agguato è dietro ogni angolo. Occorre averne consapevolezza.”

Una idea che circola da tempo nel nostro gruppo, tanto cara a Carlo, è questa: abbiamo un archivio, che, grazie soprattutto al lavoro egregio e paziente di Sergio, è encomiabile, è un tesoro preziosissimo, è un archivio fatto di documenti, scritti, registrazioni, fotografie ecc.. che ripercorre, e continua a documentare, un importante pezzo di storia, che ha visto e vede la nostra Comunità inserita nel mondo. Comunità fatta di persone in carne ed ossa che hanno dato il loro contributo e la loro presenza, nelle fotografie volti senza nome.
Allora perché non provare a dare, non solo un nome a questi volti, ma anche tentare di inserirli in relazioni che si sono costruite, in episodi piccoli e banali, ma che possono caratterizzare le loro personalità, non di individualità emergenti, ma “quegli intrecci sotterranei dove si SONO MOSSE le grandi masse dei senza potere”?
Il nostro tentativo, speriamo di riuscirci, è questo: non un ripercorrere nostalgico di eventi già ampiamente presenti nella nostra memoria, ma di quei piccoli episodi, incontri che hanno il sapore della vita comune e il senso profondo di quel tessuto relazionale che ha formato la nostra identità.
Partiamo noi da alcuni volti ricavati dagli album fotografici dell’archivio, a cui abbiamo dato nome e una veloce caratterizzazione derivata da alcuni episodi, come dai nostri ricordi, per lanciare la palla a tutti voi, perché riconosciate altri volti, altre “persone” in carne ed ossa, legate a vostri momenti comuni e che così possano assumere una più concreta identità.
Possiamo provare a costruire, tutti insieme, un archivio “in carne ed ossa”?
Ha un qualche significato provare a fare tutto questo?
Un sorriso finale. Oggi è il 5 maggio di manzoniana memoria:
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
stette la spoglia immemore
orba di tanto spiro…

Ecco, non vorremmo proprio finire così!!!


3. Memoria : “A proposito di memoria storica” di Giovanni Greco, (estratto)
               Università di Bologna  (dal sito www.bibliomanie.it)

Noi siamo ciò che ricordiamo di essere stati.
La memoria storica è un diario, un salvadanaio dello spirito, e racconta i fatti più pregnanti della vicenda umana: ecco perché la storia diventa la memoria vivente del mondo intero. Non c’è futuro senza memoria.  […]
Tutto ciò che oggi noi siamo ha le sue radici nel passato, e dimenticare queste radici è come condurre una vita priva di riferimenti. Si ha fame e sete di memoria storica, non per una sterile nostalgia del passato, ma perché essa orienta una visione positiva della vita e dei rapporti umani, educa alla convivenza pacifica.  […]
In uno dei suoi libri più famosi e fortunati, Primo Levi ha scritto da par suo che, fra i prigionieri, si diceva che bisognava farcela, bisognava sopravvivere anche per far vivere la memoria. Questa era, in effetti, la prima preoccupazione di Levi allorquando compose Se questo è un uomo: fornire grandi motivazioni alla memoria, l’atto di ricordare porta un uomo a porsi davanti al suo passato e alla storia, davanti ai luoghi della memoria, cercando di trarre da essa una strategia di comportamento.
[…]
Sono persuaso che il miglior modo di valorizzare la memoria storica non consista nell’indulgere in espressioni magniloquenti e nemmeno nella comunicazione di un bagaglio d’informazioni tanto cospicuo quanto scollato dai temi decisivi della nostra epoca, bensì nel tentativo di far scaturire dal reale fluire di ogni elemento storico le ragioni di un concreto innovamento.
[…]
Gli storici non han da essere professori di morale, ma devono esprimere la condizione umana con una speciale attenzione però alla distinzione fra il bene e il male, altrimenti tradisce la propria natura più profonda e non può aspirare alla sua insostituibile funzione formativa. È invece nell’officina delle emozioni che la storia deve cercare di fondere la cifra degli elementi storico-politici con le più avvincenti suggestioni del passato, nella complessa filigrana di passioni che è in grado di suscitare. Mettere in fila i fatti, le cifre, le date, gli eventi, i dati sono importanti, ma sono le emozioni che fanno la storia, forse l’unica verità è l’emozione. Ecco perché noi dobbiamo recuperare i particolari, i dettagli, finanche le piccole cose vere che restituiscono il senso delle grandi tragedie con un’attenzione particolare all’autoformazione delle coscienze.
Grazie alla memoria storica bisogna tentare di ridare respiro a nuove e più forti tensioni sociali ora sostanzialmente addormentate e rese inoffensive da potenti ammortizzatori sociali sapientemente progettati. Il senso più alto della conoscenza storica credo risieda soprattutto nel fatto che non si tratta solo di conservare il passato, ma principalmente di realizzarne le sue speranze. E l’unico modo di valorizzare il passato è quello di saper essere innovatori, cercando d’immettere il ricordo e le immagini dell’antico entro un circuito di stimoli e di pensieri rinnovato.


4. Laboratorio: “Siamo gli incontri che abbiamo vissuto”
Con questo laboratorio non vogliamo indulgere alla nostalgia o fare un “amarcord” ma vogliamo ricordare volti, nomi, situazioni, episodi perché siamo gli incontri che abbiamo vissuto.
Inizia Carlo con questi due brevi volti e ricordi:  

Come facciamo a non ricordare Clara che tutte le domeniche veniva in piazza munita del suo registratore a cassette e registrava tutto quello che veniva detto per poi portare le cassette al fratello che era emofiliaco e immobilizzato a letto, in modo che anche lui potesse partecipare alle nostre assemblee liturgiche.

Quando sono venuti i vietnamiti, che parlavano francese, li ho ospitati a casa mia e dormivano seduti appoggiati alla testiera del letto e bevevano il tè caldissimo in dei loro contenitori e lo aspiravano per poterlo raffreddare.
                                                    Poi la parola passa a tutti gli altri   

mercoledì 7 novembre 2012

Beniamino Deidda

Un caro saluto a Beniamino Deidda, neo pensionato, da parte di tutti noi, Comunità dell'Isolotto.  Sei un bel personaggio, ti consideriamo uno di noi come noi vorremmo essere tanti di te: tanti, tutti come te. Abbiamo ancora nella mente il tuo intervento della biblioteca delle Oblate quando presentammo il libro "Il processo dell'Isolotto". Lo rinfreschiamo qui dopo il bell'articolo di Franca Selvatici, pubblicato su La Repubblica. (le sottolineature sono nostre)

Il procuratore generale Deidda lascia - Ha indagato su amianto e sicurezza 

«E' giunto il momento di concludere e di salutarvi con un abbraccio collettivo». Quando il procuratore generale Beniamino Deidda ha terminato il suo discorso di addio, nell' aula della corte di assise di appello del palazzo di giustizia di Novoli molti avevano gli occhi rossi. Ieri Deidda è andato in pensione per raggiunti limiti di età, dopo quasi 50 anni trascorsi in magistratura e dopo essere stato uno dei protagonisti della storia giudiziaria italiana, con le sue inchieste sull' amianto, sulle malattie professionali e sugli incidenti sul lavoro e i suoi interventi determinanti: come nel 2009, quando era procuratore generale di Trieste e fu fermo nell' esigere il rispetto delle sentenze e della Costituzione nella vicenda di Eluana Englaro, a cui fu finalmente consentita una morte dignitosa. «Specialmente durante la mia attività di dirigente degli uffici - ha ricordato - ho avuto la fortuna di costituire gruppi così uniti da poter affrontare qualsiasi difficoltà». Un lavoro di squadra che ha voluto realizzare anche nell' intero distretto toscano, dove è stato al fianco dei colleghi impegnati nelle inchieste più complesse: come quelle sulla strage dei Georgofili, sul disastro ferroviario di Viareggio, sul naufragio della Concordia, sulla cricca dei grandi appalti. «Io non posso fare un bilancio della mia vita professionale - ha detto - posso solo dire quali sono state le ispirazioni costanti nella mia attività di giudice e di pubblico ministero»: 1) «La scoperta della Costituzione e delle sue implicazioni nel lavoro di magistrato», con l' adesione alla nascente Magistratura Democratica. 2) «Fare entrare aria fresca e trasparenza all' interno di una corporazione che somigliava molto ad una casta». 3) La convinzione che «il diritto ha senso quando costituisce un argine all' egoismo e al privilegio e quando è in grado di tutelare le minoranze dallo strapotere delle maggioranze». Ai giovani colleghi, ai quali si appresta a insegnare nella Scuola della magistratura di Castelpulci, Deidda ricorda che «ogni giorno un numero notevole di magistrati è sotto l' esame degli utenti della giustizia». «I giudici cialtroni, i pubblici ministeri superficiali, i giudici che trattano male le parti e i loro avvocati, quelli che non studiano le carte, i pavidi attentano ogni giorno all' immagine della magistratura». «I magistrati hanno in mano un potere terribile, da far tremare quelli che sono più consapevoli. Possono toglierti la libertà, possono incidere sul patrimonio, possono rovinarti la vita. Un potere terribile che in ogni stato di diritto deve essere rigorosamente esercitato secondo le regole. Ma è decisivo sapere al servizio di chi verrà esercitato questo potere». E' la Costituzione a indicarlo: «Rendere uguali quelli che le circostanze della vita hanno reso più deboli, più fragili, più indifesi e meno uguali degli altri. Ridare pari dignità a quelli che le dinamiche sociali ed economiche hanno reso insopportabilmente diseguali. Questo è il compito principale del giudice, che riassume tutti gli altri. Se non sapremo essere la garanzia dei più deboli, la nostra funzione sarà inutile. Se lo dimenticheremo, il nostro mestiere non saprà più di nulla».
FRANCA SELVATICI


Beniamino Deidda biblioteca delle Oblate Firenze 22 marzo 2012
Il processo dell’Isolotto
Intervento di Beniamino Deidda (sintesi)

Quella dell’Isolotto è stata un’esperienza che ha mostrato come ci si potesse sottrarre alla mediazione della gerarchia e dell’autorità; come ci si potesse organizzare e rivendicare gli spazi della propria libertà senza chiedere il permesso ai governi, ai cardinali, al potere e ai capi. E’ cominciata con l’esperienza dell’Isolotto – e ancora prima – una fase della vita democratica non ancora esplorata, nella quale il potere come tale non era più avvolto dal fascino che possiedono le cose indiscutibili. Per la prima volta nell’Italia repubblicana si sperimentava quanto fosse vera l’intuizione del Kelsen secondo cui l’idea di democrazia è inconciliabile con la figura del capo al quale si assegnano funzioni di rappresentanza del volere del popolo. Per la prima volta il popolo si riappropriava della sua sovranità e la esprimeva senza l’intermediazione del potere.

La comunità dell’Isolotto inoltre presentava un’altra caratteristica che la rendeva assai temibile per il potere costituito. Mentre altre esperienze più ideologizzate si ritagliavano per definizione uno spazio contrapposto ad altre forze ideologiche, quella dell’Isolotto non presentava un’evidente piattaforma ideologica: raccoglieva indifferentemente religiosi e laici, cattolici e atei, comunisti e democristiani di sinistra, radicali progressisti ed extraparlamentari. Si proponeva insomma di riunire tutti senza discriminazioni ideologiche in una comunità solidale intorno ad un progetto di rinnovamento religioso e sociale insieme.

Per intendere bene il senso dell’azione repressiva della Magistratura bisogna pensare che ci si trovava di fronte ad una società di credenti e non credenti che in modo autonomo si sostituiva alla società dei poteri costituiti, creando dal basso una comunione libera e non autoritaria.

...il “reato” vero che la magistratura intendeva perseguire era la voglia e la maturità di partecipare alla vita religiosa politica e sociale. Vorrebbe dire in sostanza non cogliere il nesso strettissimo che correva tra quel tentativo di rinnovare la Chiesa e il suo rapporto con i fedeli e i movimenti di lotta e di liberazione che infiammavano tutto il mondo civile. Questa è stata la ragione vera per la quale la Magistratura si è intromessa in una questione che apparentemente non la riguardava: la contestazione dell’Isolotto non metteva in pericolo l’ordine pubblico, non dava luogo a manifestazioni di violenza, non attentava alla pace o alla tranquillità delle persone. Eppure il potere si sentiva in pericolo. Lo mostravano segni tradizionali ed inequivocabili: si muovono i fascisti; i giornali dei padroni sparano colonne di fuoco, i benpensanti scuotono il capo e dicono che così non si può andare avanti. Ecco perché la magistratura si intromette formulando imputazioni, a pensarci bene, grottesche: “istigazione a delinquere”. E chi veniva istigato? In quella comunità erano tutti istigatori. “Turbamento di funzione religiosa”. I teologi al tempo non fecero fatica a dire che l’unica funzione religiosa in atto era quella dei fedeli riuniti in preghiera in piazza. Imputazioni grottesche, dunque, che rispondevano ad una logica molto diversa da quella che sosteneva i due articoli del codice penale. Il senso vero lo colse padre Balducci quando scrisse: “tutti i regimi oppressivi, quale che sia la loro ideologia, sono sempre portati a prendere accordi con il clero...”. Da un lato l’autoritarismo della Curia aveva bisogno dell’aiuto dello Stato; dall’altro lo Stato con il suo braccio secolare correva in aiuto della Curia perché sentiva e sapeva che era in discussione anche l’autoritarismo dello Stato.
...
La magistratura ha reagito all’esperienza dell’Isolotto come, immediatamente prima e immediatamente dopo, ha reagito ad altri fenomeni, magari meno clamorosi, che essa ha considerato “eversivi” dell’ordine costituito. Si pensava che il pericolo venisse dalle iniziative dal basso, dalle organizzazioni spontanee, dalle esperienze che incidevano sulle gerarchie del potere.

C’è stato un piccolo strascico della vicenda dell’Isolotto che riguarda chi vi parla.
L’episodio è noto dentro la magistratura ma sconosciuto all’opinione pubblica. Nei giorni in cui venivano rese note le imputazioni si era tenuta all’Isolotto un’assemblea alla quale avevo partecipato prendendo la parola. Pochi giorni dopo il Consiglio Giudiziario di Firenze aveva all’ordine del giorno la mia promozione a magistrato di Tribunale. Il Consiglio Giudiziario a maggioranza formulò parere negativo con una motivazione, come risulta dal verbale della seduta, che suonava sostanzialmente così: “non può continuare ad appartenere all’ordine giudiziario un magistrato che in una pubblica manifestazione prenda la parola per esprimere la propria solidarietà agli imputati”. Per fortuna il Consiglio Superiore della Magistratura, che doveva decidere sulla mia permanenza in carriera, fu di parere contrario, ritenendo che quell’episodio fosse né più né meno che la legittima manifestazione del pensiero, garantita dalla Costituzione. A sua volta il Procuratore Generale fiorentino, che a quell’epoca era Mario Calamari, rischiò il trasferimento da parte del Consiglio Superiore . E’ passato molto tempo, Magistratura Democratica esiste ancora ed è in buona salute, ma le contraddizioni non si sono ancora sopite. Il fatto che il giovane magistrato, che si voleva cacciare allora, sia poi diventato Procuratore Generale di Firenze è forse solo uno scherzo del destino oppure il frutto dell’astuzia della storia. Ma le contraddizioni rimangono tutte, sia pure in termini diversi.
Ed è questa in fondo la ragione per la quale della vicenda dell’Isolotto e del suo processo è necessario continuare a parlare per “contrastare la strategia dell’oblio” - come ha scritto nel suo bellissimo saggio Enzo Mazzi. “Non per esumare un cadavere, continuava Enzo, ma per dar vita al presente e al futuro attraverso la creatività della memoria”.
Beniamino Deidda biblioteca delle Oblate Firenze 22 marzo 2012

Video dell'intervento

martedì 9 ottobre 2012

Percorsi di memoria


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 7 ottobre 2012
Percorsi di memoria:
l’antichissima memoria della civiltà della dea Madre per un futuro mutuale
riflessioni di Carlo, Chiara, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio

La parabola del Samaritano dal Vangelo di Luca
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

In Cantico delle Creature: conosciuto anche come “Il cantico di Frate sole e Sorella Luna” ed è la prima poesia scritta in italiano. Francesco d’Assisi l’ha composta nel 1226. La poesia è una lode a Dio, alla vita e alla natura vista in tutta la sua bellezza e complessità.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono la lode, la gloria, l’onore ed ogni benedizione.
A te solo Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di pronunciare il tuo nome.
Tu sia lodato, mio Signore, insieme a tutte le creature specialmente il fratello sole, il quale è la luce del giorno, e tu attraverso di lui ci illumini.
Ed esso è bello e raggiante con un grande splendore: simboleggia te, Altissimo.
Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello vento, e per l’aria e per il cielo; quello nuvoloso e quello sereno e ogni tempo tramite il quale dai sostentamento alle creature.
Tu sia lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. E’ bello, giocondo, robusto e forte.
Tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento, ci mantiene e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba.
Tu sia lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore e sopportano malattie e sofferenze.
Beati quelli che le sopporteranno in pace, perchè saranno incoronati. Tu sia lodato, mio Signore, per la nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare: guai a quelli che moriranno mentre sono in situazione di peccato mortale.
Beati quelli che la troveranno mentre stanno rispettando le tue volontà, perché la seconda morte, non farà loro male.
Lodate e benedicete il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.
Introduzione

Il libro di Riane Eisler “Il calice e la spada” rappresenta una nuova e interessante rilettura della  storia dell’umanità a partire da una serie di straordinarie scoperte archeologiche fatte nella seconda metà del secolo scorso un po’ in tutta Europa e in particolare nell’Anatolia turca (Catal Huyuk).
Dall’analisi degli elementi emersi con queste scoperte e dal loro collegamento con altri, numerosissimi, provenienti dalle più disparate discipline, è emersa l’esistenza di una civiltà antichissima, localizzata nell’Europa già nel Paleolitico[1] e poi sviluppatasi nel Neolitico[2] (tra 10.000 a.C a circa 6.000 a.C.), caratterizzata da un’organizzazione sociale sostanzialmente paritaria ed ugualitaria, un mondo agricolo, pacifico, in cui di venerava una forza femminile simbolo della capacità di dare e nutrire la vita, in cui il rapporto tra i sessi era equilibrato e fondato sulla collaborazione.
Questa civiltà, denominata “civiltà dell’Antica Europa” o “civiltà della Dea Madre” o fu sconfitta da popoli nomadi provenienti da est portatori di un’organizzazione sociale fondata su una cultura guerriera e dominatrice, nella quale aveva valore e potere chi aveva la capacità e la forza di dare la morte, di uccidere.
Il libro è quindi titolato “Il calice e la spada” per indicare questi due diversi modelli culturali contrapposti: il calice segno di convivialità e la spada strumento di morte.

Ma questo non è un libro di archeologia, è uno strumento che, attraverso la lettura del passato, vuole affrontare il presente, vuole trovare possibili risposte a domande sempre attuali come per esempio:
Perché ci cacciamo e perseguitiamo l’un l’altro?
Perché nel nostro mondo regna la brutalità dell’uomo verso i suoi simili?
E’ ineluttabile la guerra? E’ ineluttabile la violenza dell’uomo sulla donna?
Cosa ci spinge perennemente alla guerra anziché alla pace e all’armonia?
Cosa ci spinge al una inesorabile distruzione del pianeta?
Riane Eisler si chiede: E’ realisticamente possibile un passaggio da un sistema di guerre incessanti, di ingiustizia sociale e di squilibrio ecologico a un sistema che porti alla pace, alla giustizia sociale e all’equilibrio ecologico?”; e nel libro offre strumenti che danno elementi di fiducia e speranza:
·     non è utopico, ma anzi possibile e ragionevole, cercare di costruire un futuro basato sulla collaborazione e sulla mutualità, per la semplice e ottima ragione che una concretizzazione di tale visione del mondo si è già concretizzata almeno una volta nella storia dell’umanità;
·     la nostra antichissima storia ci dimostra che la guerra e “la guerra dei sessi” non sono decretate divinamente o biologicamente;

Infine Riane Eisler dice che il suo libro racconta la storia di come il corso, inizialmente mutuale, della cultura occidentale abbia compiuto una svolta cruenta di tipo dominatore durata 5.000 anni ..... e che i nostri crescenti problemi planetari sono in gran parte la logica conseguenza .. del modello di organizzazione sociale dominatore, per cui non possono essere risolti dal suo interno.

La civiltà dell’Antica Europa o della Dea Madre

IL PALEOLITICO: Tra i molti ritrovamenti fatti in molti scavi archeologici, realizzati un po’ in tutta Europa, dai Balcani alla Siberia dalla Francia a Vienna, ci sono:
·       migliaia di antichissime statuette che raffigurano donne senza volto, dai grandi fianchi, dai grandi seni, spesso incinte;
·       i dipinti in numerose caverne del Paleolitico, tra l’altro con moltissimi “bastoncini”;
·       sepolture in cui i resti scheletrici erano collocati all’interno di una figura fatta da conchiglie disposte con cura a dare forma ad una grande vagina, cosparsa di polvere rossa, simbolo evidente di sangue mestruale.

Figura 1 – Piantina con i ritrovamenti di alcune delle più celebri “Dee Madri”

L’interpretazione tradizionale ha classificato le statuette femminili come espressioni dell’erotismo maschile o come oggetti usati in primitivi riti di fertilità e i “bastoncini” come simboli di armi o di lance per la caccia. Nell’interpretazione classica del Paleolitico, infatti, al centro c’è l’uomo, cacciatore e guerriero, caratterizzato da una cultura simbolica primitiva. Tutto il resto è non visto o trascurato.

La nuova interpretazione si fonda sul collegamento tra le conoscenze pre-esistenti e gli elementi dei nuovi scavi archelogici e su una lettura di tutti questi elementi in un’ottica nuova: il corpo femminile di animali e donne è fonte di vita, una grande forza femminile è alla base dei cicli di vita, di morte e rinascita della natura di cui la specie umana è parte integrante. Inoltre, in quest’ottica, i riti funebri in cui i morti venivano collocati nella grande vagina cosparsa di rosso descrivono un orizzonte simbolico in cui la forza femminile può assicurare il ritorno alla vita in uno dei cicli di rinascita della natura. E i “bastoncini” dipinti delle caverne paleolitiche, che l’interpretazione classica classifica come armi, lance per la caccia, in queste nuova lettura appaiono come forme stilizzate di alberi e di piante (altrimenti inesistenti nelle raffigurazioni paleolitiche).
André Leroi Gourhan, uno dei massimi esperti di arte paleolitica di impostazione classica, ha convenuto che non si può più liquidare come “culto primitivo della fertilità” tutto il nuovo materiale rinvenuto e che i nostri avi del paleolitico avevano senz’altro sviluppato credenze molto più complesse di quanto si sia pensato finora: i nostri avi del Paleolitico avevano sviluppato una cultura religiosa e simbolica che, a partire dalla constatazione che sono i corpi femminili che danno vita, poneva al centro la forza femminile: ad essa si riconosceva il grande potere di dare la vita. Era questo il nocciolo culturale che poi nel Neolitico diventerà il culto della “Dea madre”.
Ma perché questa interpretazione per certi versi così ovvia è stata così a lungo ignorata o minimizzata? in parte perché queste scoperte archeologiche si sono realizzate solo nella seconda metà del ‘900 e in parte perché persiste il “paradigma culturale” di un paleolitico incentrato sulla figura del maschio forte, cacciatore e dominatore.  



IL NEOLITICO, L’EUROPA ANTICA, L’ARTE DEL NEOLITICO: le conoscenze sulla preistoria sono potute progredire enormemente grazie a straordinarie scoperte nella regione dell’Anatolia turca – gli scavi archeologici di Catal Huyuk e Hacilar - e grazie al collegamento tra gli elementi raccolti in questi scavi e quelli ritrovati in moltissime altre zone dal medio Oriente all’India, dalla Palestina fino all’Inghilterra.
Dall’analisi degli elementi reperiti dagli “scavi di edifici”, dagli “scavi funerari” e soprattutto dall’Arte del Neolitico è sorprendente osservare ciò che NON viene ritratto o rinvenuto (e ciò che non è ritratto può essere altrettanto rivelatore di ciò che è ritratto):
  • non ci sono immagini di violenza, crudeltà o sacrifici, né immagini di “nobili guerrieri”, capi vittoriosi” e scene di battaglia;
  • non ci sono tracce di sontuose sepolture dedicate a “capi tribu”;
  • non ci sono immagini di armi, né tracce di depositi di armi e di fortificazioni militari;
  • nelle raffigurazioni delle molteplici forme della “Dea madre” non vi sono lance, spade, folgori a indicare forza e potenza.
Ciò che invece si trova dappertutto, nei templi e nelle case, nei dipinti murali e nell’arte sono:
  • una immensa varietà di immagini e simboli presi dalla natura;
  • una immensa varietà di immagini e statuette femminili, gravide o in fase di parto,
  • una immensa varietà di immagini che raffigurano la “dea madre” come una figura di donna incinta o mentre partorisce e con forme molto diversificate ma sempre connesse alla natura.

Figura 2 – Dea Madre Catal Huyuk 6.000 a.C.
Ne è derivata una nuova lettura e conoscenza della preistoria e del Neolitico, una nuova immagine delle origini e dello sviluppo della società preistorica:
  • si è capito che la più grande rivoluzione della storia umana, ossia la rivoluzione agricola, risale al Neolitico, ed è quindi molto più antica di quanto finora si ritenesse; tutti i luoghi nei quali si è realizzata questa rivoluzione agricola (e gli altri grandi progressi sociali e materiali che ne sono seguiti) avevano come comune denominatore il “culto della Dea Madre”.
  • la culla della civiltà, finora identificata nella “Mezzaluna fertile” non è la culla della civiltà, o quanto meno non la sola culla. Nel Neolitico vi sono state moltissime altre culle, disseminate in una vastissima area dell’Europa, del medio - oriente, delle isole del Mediterraneo. Si è trattato di una civiltà denominata, dalla studiosa Marija Gimbutas, “Civiltà dell’Europa Antica”.

La Civiltà dell’Antica Europa fu caratterizzata da:
1.     la presenza del culto alla Dea Madre: il principale comune denominatore di tutte le popolazione della Civiltà dell’Antica Europa fu il culto della Dea Madre, una articolata e complessa forma religiosa che poneva al centro l’immagine di una figura o forza femminile, cui era riconosciuto il grande  potere di dare la vita, di presiedere ai cicli della natura di nascita, morte e rinascita. La Dea è rappresentata da immagini di donne incinte o che partoriscono e da una immensa varietà di simboli presi dalla natura (uccelli, pesci, acque primordiali, tori, serpenti o farfalle (questi ultimi due simboli della capacità di Madre natura di trasformarsi, di rigenerarsi, di metamorfosi)). La Dea Madre, nelle sue varie vesti di Vergine, Progenitrice o Creatrice, personifica l’unità di tutte le cose della natura, la forza naturale che governa l’universo, la madre che dà vita e che al momento della morte si prenderà cura dei suoi figli riportandoli ad un grembo cosmico.
2.     un’organizzazione religiosa a base comunitaria anziché centralizzata e gerarchica, fondata su una spiritualità quotidiana: non esisteva una distinzione tra sacro e profano, la religione era vita e la vita era religione; la religione era una spiritualità da riconoscere in ogni forma di vita, che ognuno poteva vivere e esprimere nei gesti quotidiani (la divinità era seminare, cucinare, avere rapporti sessuali e procreare, tessere e molto altro..). I templi non erano strutturalmente diversi dalle abitazioni, né necessariamente di dimensioni maggiori, ed erano dislocati tra le case, indicando la presenza di una struttura sociale e religiosa a base comunitaria e non centralizzata e gerarchica.
3.     un’organizzazione sociale pacifica: l’assenza di immagini di violenza e di battaglie, l’assenza di ritrovamenti di depositi di armi e di tracce di fortificazioni, il fatto che gli insediamenti erano posti in valli fluviali e non in colli alti o scoscesi, come fanno le popolazioni con intenti bellicosi e con necessità difensive, sono chiari segnali di un’organizzazione sociale tendenzialmente pacifica;
4.     un’organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria tra i sessi: non si sono ritrovati elementi che segnalano superiorità e dominio degli uomini sulle donne; sono stati individuate invece molti elementi  che mostrano il ruolo fondamentale che le donne avevano nella società. Per esempio: il luogo adibito al sonno per le donne era spesso più ampio e migliore rispetto a quello degli uomini; le donne sono spesso ritratte, nei modelli di templi e altari domestici e nei resti di templi, a supervisionare la preparazione e lo svolgimento di rituali dedicati alla Dea Madre; o nello svolgimento di funzioni importanti nel culto alla Dea (macinavano e cuocevano il pane dei riti, tessevano e dipingevano, etc..). Questo ha portato alcuni studiosi a classificare questa società (dato che non era patriarcale) come “patriarcale” cioè fondata sulla superiorità e il dominio delle donne sugli uomini. La Gimbutas sostiene però che questo ragionamento è frutto del nostro modello di pensiero dualistico, che non riesce ad uscire dal meccanismo di pensiero “se non domina l’uno allora domina l’altro”. In questa società dell’Antica Europa non esisteva né il patriarcato né il matriarcato. M.Gimbutas scrive “ci sono indizi di una divisione del lavoro tra i sessi, ma non di una superiorità dell’uno sull’altro...”; e poi ancora “...Nel cimitero 53 di Vinca non si distingueva nessuna differenza tra la ricchezza degli addobbi delle tombe maschili e quelle femminili”, e poi ancora “..il corredo delle tombe di praticamente tutti i cimiteri che si conoscono dell’Antica Europa rivela una società egualitaria uomo-donna”. Le donne erano dunque importanti ma non superiori e non in posizione di dominio rispetto all’uomo (per riuscire a immaginarlo possiamo pensare al solo rapporto umano che, anche nelle società a dominio maschile, non viene concettualizzato in termini di superiorità – inferiorità, quello di madre-figlio. Evidentemente la madre adulta è più grande e più forte del figlio ma non per questo il figlio è considerato inferiore o di poco conto). Per concludere nella società dell’Europa Antica che adorava la Dea Madre e in cui le donne avevano un ruolo importante, esistevano relazioni egualitarie tra i sessi e in generale tra tutti i suoi componenti.
5.     un’organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria: dagli scavi relativi agli edifici e dalle immagini dell’arte Neolitica si è potuto constatare che le abitazioni erano sostanzialmente analoghe per grandezza, ricchezza nei materiali di costruzione e di addobbi. Laddove si sono trovate differenze sociali queste non erano molto marcate, molto vistose. Questo fa ritenere che esistesse una organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria tra i suoi componenti;
6.     lo sviluppo dell’agricoltura e dell’arte di addomesticare gli animali: si coltivavano grano, orzo, piselli, legumi e si sono addomesticati tutti gli animali presenti oggi nei Balcani ad esclusione del cavallo. Questi progressi hanno consentito un certo grado di benessere e lo sviluppo di nuove tecnologie e di attività artigianali (lavorazione dell’osso, della ceramica, dei metalli). La Eisler osserva che probabilmente la rivoluzione agricola si poté realizzare proprio perché la società aveva un’organizzazione sociale pacifica e egualitaria.
7.     un orizzonte culturale e simbolico che pone al centro l’amore per la vita e la natura: non essendoci immagini di dei maschili potenti e irascibili, né immagini di capi tribù bellicosi con armi, folgori e  schiavi ai loro piedi, è ragionevole pensare che questo non ci fosse nemmeno nella vita reale; e se la principale immagine religiosa è quella di una donna gravida o che partorisce è ragionevole pensare che l’orizzonte culturale e simbolico fosse quello dell’amore per la natura e la vita, anziché quello della paura e della morte.
Creta, la sola civiltà della Dea Madre che arrivò in epoca storica
Creta è l’unica grande civiltà in cui il culto della Dea sia giunto fino ad epoca storica.Ed è incredibile come oggi continui ad essere visitata da migliaia di turisti ignari di ciò che vedono. Questo accade perché le grandi scoperte fatte su Creta e la loro nuova interpretazione stentano a diffondersi per il permanere di pregiudizi duri ad essere sradicati.
La storia della civiltà cretese comincia intorno al 6.000 a.C. quando arrivano sulle spiagge dell’isola un gruppo di immigrati probabilmente provenienti dalla Anatolia. Portano con sé il culto della Dea e una tecnologia che li colloca nel Neolitico.
Nei successivi 4.000 anni Creta vive un lento ma costante progresso tecnologico in molti ambiti (agricoltura, tessitura, metallurgia, incisione, architettura, etc..), una evoluzione sociale pacifica, una grande espansione del commercio e lo sviluppo di uno stile artistico molto particolare.
Poi verso il 2.000 a.C., Creta entra nel cosiddetto Minoico Medio (o periodo dei Palazzi): in questo periodo nel resto del mondo “civilizzato” del tempo la Dea era stata già rimpiazzata da divinità maschili e bellicose o ridotta a divinità femminile subalterna. A Creta invece la cultura della Dea è ancora viva e presente; non vi sono tracce di guerre, l’economia è prospera e l’arte è vivace e gioiosa. Anche quando nel XV sec a.C. (intorno al 1500 a.C.) l’isola finisce sotto il dominio acheo (a questo punto gli archeologi parlano non più di cultura minoica ma di cultura minoica-micenea) sembra che i nuovi dominatori si siano inseriti adottando almeno inizialmente la cultura e la religione dell’isola.
L’arte e la cultura cretese, un inno alla vita, alla gioia, alla natura: secondo la quasi totalità degli archeologi e degli storici dell’arte antica, la cultura e l’arte cretese si differenziano molto da quelle delle altre civiltà del tempo (per es. in Egitto, in Babilonia) per i loro caratteri unici di inno alla gioia e alla vita, all’armonia con la natura e tra uomini e donne.
L’archeologo Platon scrive che l’arte cretese è “delizia per la bellezza, la grazia e il movimento, .... godimento della vita e del rapporto con la natura”. Altri esperti hanno usato espressioni come “il più completo riconoscimento della grazia della vita che il mondo abbia conosciuto” e ancora “la perfetta espressione dell’idea di “homo ludens””.
Il culto della Dea: nella cultura minoica il culto della Dea permeava ogni aspetto della vita quotidiana. La Dea era madre dell’universo, del cielo e della terra, di animali, piante e di ogni forma di vita. Il Culto della Dea significava fecondità della natura, della terra, potenza creatrice dispensatrice di vita e anche di morte come forma naturale di rigenerazione; la paura della morte praticamente non esisteva perché la morte era concepita come un momento del percorso rigenerativo della vita: la morte era un tornare nel grembo materno, alla madre terra che è madre della vita.

La Dea era rappresentata da una amplissima gamma di forme di vita, tra le tante si sottolineano il serpente e la farfalla: il loro cambiare forma e pelle era simbolo della capacità di trasformazione e rinascita della vita e della natura. La Dea era anche spesso rappresentata con una “doppia ascia”, che serviva a dissodare il terreno prima della semina e che aveva la forma stilizzata della farfalla: non era un’arma come erroneamente è stata considerata, bensì un simbolo di fecondità e di fertilità della natura. Scrive Platon: “tutta la vita era permeata da una fede.. nella Dea Natura, sorgente di tutto il creato e dell’armonia. Ciò spingeva all’amore per la pace, all’orrore per la tirannia, al rispetto per la legge...”.
Una società sostanzialmente pacifica, non-violenta, non dominatrice: per lunghissimo tempo e certamente nel lungo periodo più antico (periodo minoico) le città-stato sul mare non hanno avuto fortificazioni, né vi sono tracce che abbiamo combattuto tra loro o che abbiano intrapreso guerre di conquista; anche le ville sul mare erano completamente sguarnite di forme di difesa.
Le molteplici forma d’arte non raffigurano scene di battaglie, di caccia o di condottieri vittoriosi, né uomini che rappresentano il potere della vittoria e della conquista. L’idea di un re guerriero che trionfa umiliando e uccidendo è completamente assente. Per queste ragioni quasi tutti gli esperti sostengono che quella minoica sia stata sostanzialmente una società pacifica, dove per oltre 1500 anni è regnata la pace, interna all’isola ed esterna, in un’epoca di guerre incessanti.

L’assenza di immagini di uomini maschi che incarnano il potere della forza, della conquista è strettamente legato al fatto che l’immagine della divinità non è quella di una divinità dominante, violenta e minacciosa, ma quella di una figura femminile che dispensa vita, fertilità e protezione materna; e la totale assenza di una concezione del potere basato sulla violenze e sul dominio è una delle fondamentali ragioni della lunga pace che i cretesi hanno potuto vivere.
Ma nella società minoica non solo mancano le immagini di uomini maschi che incarnano il potere della forza e della vittoria, mancano anche del tutto immagini di uomini regnanti seduti sul trono, così frequenti in altre società del tempo (basti pensare ai faraoni!).
Esclusi gli affreschi della Dea Madre seguita da fanciulli e fanciulle, non vi sono immagini di regnanti: vi è forse un’unica eccezione, quella del cosiddetto “giovane principe”, un’eccezione peraltro controversa visto che l’immagine raffigura un giovane dai lunghi capelli, disarmato, nudo fino alla cintola incoronato con piume di pavone e circondato da fiori e farfalle, che – ammesso sia stato davvero un principe - non ha nulla dell’idea del dominio.
Tutto questo ha spinto alcune studiose come la Hawkes a pensare che sui troni minoici regnassero delle regine che si ispiravano, nella conduzione del potere, al criterio della “responsabilità materna”. Resta comunque il fatto, condiviso da tutti gli esperti, che nella società cretese l’esercizio del potere e del governo delle città-stato non sia stato associato ai concetti di dominio, di minaccia, di violenza. E le differenze con l’Egitto, l’impero Assiro-Babilonese e altre civiltà antiche sono particolarmente evidenti.

La ripartizione equa della ricchezza e opere pubbliche destinate a tutti: un’altra caratteristica significativa della società cretese, che la distingue nettamente dalle altre civiltà antiche, è la ripartizione abbastanza equa della ricchezza, molto più equa di quanto si sia verificato altrove, basti pensare al divario immenso che c’era tra i potenti e i poveri in Egitto o a Babilonia, e che invece a Creta non esisteva.
Platon scrive “...il tenore di vita medio, persino dei contadini, sembra fosse abbastanza alto ... nessuna delle case finora scoperte suggerisce l’idea di condizioni di vita estremamente misere”. Certamente Creta non aveva una ricchezza paragonabile a quella delle altre civiltà antiche che erano certamente più ricche, ma aveva un sistema di ripartizione della ricchezza più equo e moderno.
Intorno al 2.000 a.C. nel periodo chiamato Minoico Medio (o periodo dei palazzi), il periodo in cui sorsero i grandi palazzi, si sviluppò un’amministrazione governativa centralizzata, ma questo non portò la società cretese ad adottare un governo autocratico, e non comportò nemmeno l’uso delle tecnologie più avanzate ad esclusivo vantaggio di pochi. Al contrario le entrate governative (provenienti dalla crescente ricchezza dell’isola) furono destinate alla realizzazione di opere che oggi giudicheremmo “moderne”, sistemi di approvvigionamento d’acqua, condutture idriche, latrine domestiche in quasi tutte le abitazioni e poi strade, ricoveri e opere pubbliche i cui vantaggi erano percepibili da tutti. Le differenze con l’Egitto e l’Impero Babilonese sono molto marcate.

Il ruolo centrale delle donne e il rapporto tra i sessi: nella cultura minoica le donne avevano un ruolo molto importante in ogni ambito della sfera pubblica e religiosa. Sono raffigurate spesso in posizione centrale sia negli affreschi dei palazzi che in molte rappresentazioni artistiche, accanto alle immagini della Dea come sacerdotesse. Vi era probabilmente una forma di discendenza matrilineare. Anche quando Creta arrivò allo sviluppo tecnologico dell’Età del Bronzo, ad una certa urbanizzazione e più complessa stratificazione sociale la condizione delle donne non peggiorò.
Le donne avevano una posizione centrale nella vita pubblica e vi era una discendenza matrilineare ma non si sviluppò alcuna forma di matriarcato (il dominio delle donne sugli uomini, come il patriarcato è il dominio degli uomini sulle donne); sostanzialmente nella società cretese non era ideologizzato il criterio del dominio dell’uno sull’altro, vi era piuttosto un modello mutuale, di reciproco riconoscimento, sostegno e collaborazione.

Il ruolo centrale del piacere per la vita e la sessualità: nella cultura minoica ogni aspetto della vita che può dare piacere e gioia era molto apprezzato. Le raffigurazioni artistiche di uomini e donne nudi o in abiti succinti, con i genitali ben visibili e con gesti che mostrano il bello del corpo, della sensualità, della sessualità e del piacere che ne può derivare, dimostrano un atteggiamento libero, positivo verso il piacere e la sessualità. Gli psicologi moderni mostrano come questo modo di vivere la sessualità abbia potuto ridurre i livelli di aggressività e accrescere il senso di riconoscimento reciproco tra uomini e donne. Il fatto che la divinità fosse una figura femminile spesso raffigurata come una donna incinta o in procinto di partorire è strettamente correlata a questa visione gioiosa e positiva del corpo e della sessualità.
L’esercizio fisico, lo spettacolo, la religione, l’amore per la vita: l’esercizio fisico era praticato da uomini e donne alla pari ed era sempre improntato al gioco e al divertimento. Lo spirito religioso spesso si intrecciava con le attività del tempo libero rendendo spettacoli, giochi e danze, ricchi di significato.  Scrive Platon “ Musica, canto e danza andavano ad aggiungersi ai piaceri della vita” e poi “C’erano frequenti cerimonie pubbliche, soprattutto religiose, accompagnate da processioni, banchetti, e dimostrazioni acrobatiche.” Lo studioso Higgins riassume così l’intreccio tra religione, gioco e svago: “La religione per i Cretesi era una faccenda lieta, veniva celebrata in palazzi-tempio o in santuari all’aperto e in caverne sacre ... La religione era strettamente collegata allo svago.
Le “taurocapzie”[3] erano spettacoli a carattere ludico e religioso, erano giochi in cui giovani di entrambi i sessi si esibivano facendo acrobazie, afferrando i tori per le corna e volteggiando sulla loro schiena. In queste imprese c’era l’eccitazione per l’abilità dei giovani, il salvarsi non aveva un carattere individuale ma collettivo.

La fine della Civiltà mutuale


Le civiltà dell’Antica Europa, che adoravano la Dea, che vissero pacificamente per millenni con un lento e progressivo sviluppo in ogni ambito, verso il V millennio a.C. cominciarono a subire una serie di bruschi e violenti attacchi, che poi nel tempo determinarono uno shock culturale e un arresto violento della loro evoluzione. Le scorribande di gruppi nomadi provenienti dalle steppe eurasiche, inizialmente insignificanti poi divennero vere e proprie invasioni violente e distruttive, sia sul piano materiale che culturale. Con i recenti metodi di datazione è stato possibile individuare tre grandi ondate di invasioni che gli esperti chiamano “invasioni kurganiche”:
·       la prima verso il 4.300-4.200 a.C;
·       la seconda verso il 3.400-3.200 a.C;
·       la terza tra il 3.000-2.800 a. C.
I Kurgan erano popolazioni che appartenevano al ceppo linguistico che gli studiosi chiamano indoeuropeo anche se non erano propriamente né indiani né europei; erano popolazioni nomadi provenienti dalle steppe del nord dell’Asia e dell’Europa; avevano un’economia fondata sull’allevamento nomade e sul pascolo, erano governati da sacerdoti-guerrieri; adoravano dèi maschili, dèi della forza, della guerra, delle montagne, del cielo tonante e delle folgori; avevano una struttura sociale autoritaria, gerarchica,  caratterizzata dal dominio maschile. Secondo il loro sistema di valori, il massimo potere era riconosciuto a chi aveva la capacità e il potere di togliere la vita (anziché a chi aveva la capacità di dare e nutrire la vita come nelle civiltà che adoravano la Dea)! Gli dei e i capi erano raffigurati con armi affilate, nell’atto di uccidere, accanto al sangue versato delle loro vittime. Questo sistema di valori è il presupposto culturale collegato al saccheggio, alla razzia, alla guerra, all’asservimento prima e poi alla schiavitù, ai riti religiosi di sacrificio, alla degradazione delle donne. Il ruolo delle donne, fisicamente più piccole e meno forti, che si identificavano e si riflettevano nell’immagine e nella cultura della Dea, fu drasticamente ridotto a quello di consorti, concubine o schiave, in ogni caso subalterne.
Il potere di dominare e distruggere mediante la “spada”, ossia la guerra, la violenza e il sistema di dominio e di asservimento produsse non soltanto la sconfitta delle società mutuali dell’Antica Europa ma trasformò radicalmente il sistema di valori delle popolazioni che sopravvissero: moltissimi dei simboli di vita che prima erano associati al culto della Dea furono presi, trasformati e utilizzati per affermare il nuovo sistema. Un esempio: l’immagine dell’ascia che nella cultura della Dea era una stilizzazione della farfalla, simbolo di trasformazione e della capacità della natura di generare e rigenerare vita, fu ripreso e associato ai nuovi dèi maschili come arma, simbolo di forza e potenza distruttrice.
Metallurgia e supremazia maschile: Engels fu uno dei primi a collegare la comparsa delle gerarchie, della stratificazione sociale e del dominio maschile sulle donne con lo sviluppo della metallurgia intesa come la capacità di lavorare i metalli per la produzione di armi.
I nuovi metodi di datazione però hanno dimostrato che già dal Neolitico, le civiltà dell’Antico Europa conoscevano la lavorazione di alcuni metalli e la utilizzavano per produrre gioielli e attrezzi agricoli. Le prove archeologiche portano a concludere che non è stata la metallurgia in sé ma piuttosto il tipo di uso a determinare quella che Engels definì la “storica sconfitta mondiale del sesso femminile”.
La fine di Creta: Creta è un’isola e il mare per un po’ di tempo la protesse dalle invasioni delle orde guerriere; ma alla fine il modello di società dominatrice sbarcò anche lì. Quando e come si determinò la fine della cultura micenea è ancora oggetto di discussione e di studi; l’ipotesi più accreditata è che l’invasione degli Achei seguì ad una serie di enormi sconvolgimenti naturali, datati intorno al 1.450 a.C.; terremoti, eruzioni vulcaniche e maremoti che indebolirono la popolazione di Creta (sconvolgimenti narrati nella leggenda di Atlantide). Inizialmente gli Achei sembrarono inserirsi nella società cretese, ci furono anche matrimoni tra i re invasori e le regine cretesi, ma questo non riuscì a proteggere Creta da ulteriori invasioni e dal sistema di valori fondato sulla violenza portato dagli Achei. Di fronte alle invasioni le città-stato, non fortificate e non abituate all’uso della guerra e delle armi, non riuscirono a difendersi adeguatamente e intorno al 1200 a.C la civiltà minoica e fu spazzata via.
Riflessioni di Gisella
Nel Libro “Il calice e la spada” si parla dei ritrovamenti di un’immensa varietà di immagini e statuette femminili gravide o partorienti, e di simboli naturali, (uccelli, pesci, serpenti, farfalle che simboleggiano la capacità di rigenerarsi e trasformarsi, ecc) che, in base ad una nuova interpretazione, testimoniano la presenza del culto della Grande Madre, una forza femminile a cui era riconosciuto il potere di dare la vita e di presiedere ai cicli naturali di nascita, morte e rinascita.
Questa è una delle caratteristiche che, nel libro, vengono sottolineate per dire che all’origine della storia umana, la donna rivestiva un ruolo positivo e paritario rispetto all’uomo in una società fondata sul riconoscimento e il rispetto delle differenze, sull’autonomia e la collaborazione.
Nei secoli vediamo invece, soprattutto nel pensiero e nella società occidentale, affermarsi l’ordine patriarcale che ha imprigionato l’identità della donna nell’immagine della moglie e della madre votate alla cura e alla dedizione dell’altro, condannando e rimuovendo ogni alto aspetto, stigmatizzato come aggressività, colpa, distruttività.
Questa identificazione e questa scissione prodotte dalle proiezioni maschili, permangono nella psiche delle donne, spesso totalmente inconsce e riescono ad emergere, con sofferenza, nelle terapie psicologiche e analitiche.
La conquista dell’identità delle donne come capaci di porsi come soggetti autonomi e soggetti desideranti, per molte, viene percepita non come un dato acquisito, ma come un percorso interno da affermare ancora completamente rispetto a se stesse.
Alcuni psicologi, nei loro studi, sostengono che è proprio della capacità riproduttiva che gli uomini si sono voluti appropriare per poter “dominare” le donne e instaurare il “patriarcato”, appropriare del potere di mettere al mondo figli e garantire così la prosecuzione della specie, forza che, fin dai tempi antichi, è vissuta come oscura e minacciosa.
Alcuni riti di iniziazione nelle popolazioni primitive vengono interpretati in questo senso.
Per esempio un rito praticato nell’isola di Ceram (Indonesia). I giovani maschi vengono introdotti a occhi bendati, seguiti da genitori e parenti, in una casa nel cuore della foresta. Appena in casa, si odono urla terribili e una spada stillante sangue viene conficcata sul tetto della capanna, le madri urlano, convinte, che il diavolo ha assassinato i loro figli e non sapranno mai cosa, in realtà, è successo. Dopo alcuni giorni gli uomini, che avevano fatto da tutori ai ragazzi, tornano al villaggio con la notizia che il diavolo ha ridato la vita ai giovani e questi tornano facendo finta di non saper comunicare e di essere disorientati come dei neonati. Tale rito viene interpretato come la simulazione della morte e della rinascita, la capanna è l’utero in cui si nasce una seconda volta ma non dal grembo materno, ma da questa alleanza tra uomini che si prendono, così, beffe delle donne.
Anche i riti della circoncisione e della subincisione (taglio praticato nel pene fino ad aprirlo in due metà) vengono visti come un procurarsi, da parte maschile, una ferita con fuoriuscita di sangue come il flusso mestruale, come, quindi, un riappropriarsi del potere fecondante e non svirilizzarsi, anzi quasi un diventare un ermafrodito, riunificando gli opposti.
Se pensiamo invece ai riti di iniziazione delle donne,  (pensiamo alla clitoridectomia, all’infibulazione, ecc..) questi esprimono la violenza dell’uomo che mira a togliere loro qualcosa che esse possiedono e le rende simili all’uomo.
Non parliamo poi delle mestruazioni, viste come un tabù; le donne erano ritenute impure, preda di uno spirito maligno, pericolose e quindi segregate, perché il ciclo era il segno della loro capacità riproduttiva. Oggi ci siamo liberate del tabù delle mestruazioni, ma il fatto che molte donne, durante il ciclo, presentino difficoltà fisiche e psicologiche può forse dipendere dal fatto che i contenuti psichici che venivano proiettati nel tabù agiscono ancora a livello inconscio.
Quindi, fin dai tempi più antichi, l’uomo, attraverso miti e riti, ha voluto appropriarsi del potere fecondante femminile, da cui la donna è stata depotenziata, tanto è vero che anche la decisione della sua maternità spettava all’uomo, ma al tempo stesso l’ha imprigionato nell’identità di moglie e madre.
Ma la commercializzazione dei metodi contraccettivi e la legalizzazione dell’aborto ridanno in pieno il “potere” alle donne: la sessualità femminile diventa indipendente dalla procreazione e dalla maternità e si capovolgono i ruoli uomo/donna, ora è la donna che sceglie se avere o no un figlio da un determinato uomo, la maternità diventa una libera scelta, come pure la paternità ora dipende dalla libera scelta della donna.
Faccio un accenno solo a tutte le nuove tecniche di procreazione: può trattarsi del “vecchio” progetto maschile di controllo totale della filiazione, di riappropriazione della fecondità attraverso “un rituale scientifico”?
Studi recenti di analiste e filosofe donne stanno rileggendo i riti e i miti dal punto di vista della differenza di genere che è capace di smontare certezze consolidate, di rovesciare prospettive e modi di vedere, rivelare verità rimosse perché sgradite.
Per esempio Maria Cristina Barducci (“Il velo e il coltello”) rivisita alcune figure femminili della Bibbia: Tamar, scelta da Giuda, figlio di Giacobbe, come moglie prima del figlio Er, che muore senza eredi, poi del figlio Onan, che muore anche lui, stanca di aspettare, indossa il velo della prostituta e, con l’inganno, non essendo riconosciuta,  giace con il suocero dando alla luce dei figli, viene vista non come una donna che lotta per il diritto alla maternità, ma come capace di aderire ai propri desideri con un gesto di rottura delle norme vigenti in nome della “passione per se stessa”.
Giuditta libera il suo popolo di Israele affermandosi come colei che rifiuta sia la brama di potere di Oloferne, sia la rassegnazione dei propri cittadini.
Penelope tesse nella tela le imprese dello sposo Ulisse, per affermare la sua fedeltà, ma attraverso la propria identità di soggetto erotico e desiderante.
Medea, nella versione classica, uccide i propri figli, perché si ribella alla scelta di Giasone di sposare Creusa per brama di potere e lo vuole punire, non per l’abbandono, ma perché ha tradito la loro relazione, cioè ha negato lei stessa come soggetto d’amore.
Elena Pulcini, filosofa, propone, (“La cura del mondo”) in altri termini, quanto espresso da Riane Eisler. Dice che va valorizzata l’eredità simbolica che vede la donna come soggetto relazionale incline alla cura e capace di empatia, ma va rivista l’idea di soggettività, che non può essere quella che conosciamo e viviamo nell’attuale mondo occidentale che porta all’individualismo, all’indifferenza l’uno per l’altro, alla mancanza di solidarietà per poter emergere, ciascuno di noi, con il proprio narcisismo. Va pensata una soggettività aperta all’altro, alle contaminazioni dell’altro e la relazione non può essere vissuta secondo il modello materno come totale dedizione e oblatività, ma come “passione per l’altro”. La prima fedeltà è  a se stessi, ai propri desideri che si aprono all’altro come a quella parte che ci manca, non come a colui a cui dobbiamo le nostre cure o il nostro sacrificio, ma come ad un soggetto che ci mobilita emotivamente, non in un percorso semplice e lineare, ma sempre contraddittorio, perché l’altro è colui che ci attrae, ma anche ci respinge, ci seduce, ma ci sfida,  processo in cui le due identità si mettono in gioco per la costruzione di un soggetto relazionale che vede il mondo come una “comunità”.

Un’ultima annotazione. Enzo Mazzi nel suo libro “Il valore dell’eresia” nel paragrafo “L’eresia della convivialità nella cultura ancestrale” riprende ampiamente l’analisi di Riane Eisler e conclude dicendo:
“La speranza nella fine della cultura di guerra e nell’instaurazione di un’era di pace non è un sogno di anime belle prive di senso di realtà. Il sogno del profeta biblico Isaia e di tanti profeti disseminati nella storia di tutti i popoli può essere visto come il realismo più razionale perché è declinabile al passato in quanto già in qualche modo sperimentato fin dall’origine dell’umanità:
Il lupo dimorerà presso l’agnello
e la tigre si accovaccerà accanto al capretto,
il vitello e il leone pascoleranno insieme
e un bimbo piccolo li condurrà per mano.
La mucca e l’orsa staranno insieme al pascolo
e i loro piccoli si sdraieranno insieme
e il leone come il bue mangerà l’erba.
Un bambino lattante giocherà sul covo dell’aspide
e un bambino appena svezzato
stenderà la sua mano nella tana della vipera…
Non si farà più del male né si compierà più strage”.
La Poudrière dell'utopia
di Angelo Mastrandrea – BRUXELLES
da Il Manifesto 6 ottobre 2012

Una comunità che abolisce proprietà privata e individualismo. In una ex polveriera occupata nel cuore del «coin du diable», nell'ex polo industriale di Bruxelles a un passo dalle istituzioni europee


Esiste un luogo, oggi in Europa, in cui la proprietà privata è abolita ed è messa al bando ogni forma di individualismo. È un'oasi di resistenza al neoliberismo, un laboratorio di pratiche sociali alternative, un esperimento radicale di vita comunitaria, una zona temporaneamente liberata dal capitalismo, come l'avrebbe definita il teorico americano Hakim Bey, dove gli abitanti come giapponesi nella foresta non si sono finora accorti della crisi che sta sconvolgendo l'Europa, o meglio il suo modello economico.
Chi pensa che stiamo esagerando, è scettico, dubbioso e vuole toccare con mano, deve solo fare lo sforzo di spostarsi fino a Bruxelles e, una volta arrivato a destinazione, spostarsi dal centro turistico e dalla Grand Place verso il quartiere dove sorgono gli edifici più antichi della città, fin quasi al ponte che separa il cuore della capitale del Belgio, geograficamente ma anche socialmente ed economicamente, dal melting pot di Molenbeek e, un po' più a sud, di Anderlecht. Volendo, può chiedere ospitalità e un letto agli occupanti della Poudrière, l'antica polveriera oggi considerata monumento nazionale e diventata la quinta teatrale di un esperimento sociale che Riccardo Petrella, intellettuale di punta del movimento altermondialista e vecchia conoscenza dei lettori del manifesto, con entusiasmo neppure celato non esita a definire un «modello di comunismo realizzato», all'infuori del socialismo reale e a un passo dalle principali istituzioni europee.
Petrella da queste parti è di casa, non solo perché vive a Bruxelles, da anni ed è professore emerito all'università di Lovanio. In questo quadrilatero di stradine denominato le coin du diable, l'angolo del diavolo, in virtù di una leggenda risalente al XVII secolo e riguardante la costruzione del ponte che porta dall'altra parte della Senna, il professore ha sistemato un ufficio della sua Università del bene comune (con le facoltà dell'acqua, dell'alterità, della creatività, della mondialità) e ogni anno conferisce un dottorato honoris causa in Utopia a chi, singolo o collettivo, ritiene doveroso premiare per la sua visionarietà. Questo è il terzo anno in cui il riconoscimento verrà assegnato e, dopo l'avvocato calabrese Domenico Vestito, premiato per aver scelto di tornare a esercitare la professione nel paese d'origine, Locri, e per aver messo a disposizione di tutti le proprie competenze professionali, e dopo, noblesse oblige, la Poudrière, quest'anno la borsa di studio andrà a una comunità colombiana.

Comune? No, comunità
Non è una comune, la Poudrière, e nemmeno un condominio o un centro sociale occupato come quelli che conosciamo in Italia. È una comunità che, partendo da un'originaria spinta religiosa e dall'impulso di un gruppetto di preti operai, nel tempo si è trasformata in un progetto collettivo e socialisteggiante. Tutto cominciò nel 1958, quando le numerose fabbriche costruite intorno ai canali che avevano fatto meritare a quell'area la definizione di «piccola Manchester», presero a chiudere una dietro l'altra e il quartiere divenne un piccolo cimitero industriale, con un tasso di povertà dickensiano. Fu per questo che quel pugno di missionari, guidati da padre Léon Van Hoorde, un uomo che ancora oggi, a quindici anni dalla morte, è ricordato come fondatore e leader carismatico, occupò la fabbrica dismessa, formando da subito una piccola comunità aperta al quartiere. Fu con il '68 che l'originario spirito missionario si contaminò definitivamente con istanze laiche, senza che venissero però stravolti i suoi principi fondativi: presenza nella società senza adottare il suo stile di vita; amicizia; giustizia ed eguaglianza sociale; utopia nel cercare di costruire un mondo nuovo; crescita personale. Obiettivi da raggiungere attraverso il lavoro, la condivisione, uno stile di vita sobrio, l'aiuto reciproco tra i membri della comunità.

Chi entrava nella Poudrière doveva mettere in comune i propri redditi, «non il patrimonio» però, «per evitare di trasformarci in una setta», spiega Giovanni Morocutti, per tutti Vanni, che arrivò qui dalle Alpi friulane nel 1969 e che oggi è considerato un «saggio» della comunità, vero e proprio leader dopo la morte del fondatore padre Léon. Con il tempo, anche le case di fronte alla ex polveriera cominciarono a essere occupate, un edificio fu adibito a granaio e molti dei vecchi abitanti del quartiere, in segno di gratitudine, presero a lasciare le loro abitazioni in eredità alla Poudrière o a venderle loro a prezzi più che ridotti. Il risultato oggi, a 54 anni dall'occupazione, è che praticamente tutte le case che affacciano su rue de la Poudrière e alcune di quelle sulla tangenziale rue des Fabriques sono abitate da esponenti della comunità.

Tra immigrati e «gentrification»
Anche se in tutta l'area è ben visibile quella che gli americani chiamerebbero gentrification, vale a dire la risistemazione innanzitutto urbanistica del quartiere al prezzo di un aumento del valore degli immobili e della progressiva espulsione dei ceti più poveri, che va di pari passo con la riconversione delle ex industrie abbandonate e la sistemazione dei ponti sul canale, il resto del coin du diable è ancora oggi in larga parte abitato da immigrati, in stragrande maggioranza nordafricani. Sono quelli che vediamo affollarsi nel mercato della Poudrière per acquistare gli oggetti usati ma rimessi a nuovo dagli occupanti o i prodotti delle fattorie che la comunità ha fondato a Rummen, nelle Fiandre, e che garantiscono loro l'autosufficienza alimentare. È aperto tre pomeriggi a settimana e, anche in questo senza timore di esagerare, possiamo garantire che con cifre che si discostano poco dal centinaio di euro si riesce ad arredare una casa intera.
Un altro mercato, più grande, è stato aperto in un ex cementificio a Peruwelz, alla frontiera con la Francia, e tutto ciò, grazie all'arte del riciclo e nonostante i prezzi a dir poco competitivi, ha fatto della Poudrière una comunità che tutto sommato riesce a vivere bene, con una gran cura di tutto ciò che è collettivo. Agiata ma ispirata alla sobrietà, e soprattutto con un principio: chi ne fa parte deve lavorare, in base alle proprie capacità, e i frutti del proprio lavoro devono essere messi in comune. «Noi non facciamo assistenza», ci tengono a precisare, «chi chiede di venire fra noi deve contribuire con il suo lavoro in base alle sue possibilità e gli sarà dato a seconda dei suoi bisogni». A decidere, con il metodo della democrazia consensuale, faticoso per loro stessa ammissione perché basta un solo veto a produrre ulteriori discussioni e slittamenti, è l'intera comunità: un'assemblea mensile, denominata «riunione spaghetti», è destinata alle decisioni più importanti, poi ci sono quelle settimanali o quotidiane per le cose minori. L'argent de poche, una sorta di mini salario di 25 euro a persona ogni settimana, serve invece per le piccole spese, che non necessitano di un'assemblea per essere decise. Al resto provvede la comunità, in base a un'analisi dei bisogni: cosa comprare? Il richiedente ne ha davvero necessità? Il consumismo non abita certo qui. Non che tutto sia totalitariamente collettivo: gli spazi personali sono garantiti, a cominciare dalla casa, l'importante è che vengano rispettate le regole della vita comunitaria.

Il pastore e la giovane infermiera
Gli abitanti della Poudrière, oltre al mercatino, svolgono un'attività ormai consolidata di traslocatori. «All'inizio non chiedevamo soldi ma ad ognuno di darci quello che poteva. Poi ci siamo accorti che i più ricchi spesso erano quelli che pagavano meno e così siamo stati costretti a mettere delle tariffe, variabili a seconda del committente. Per i più poveri traslochiamo gratis», dicono. La maggior parte di loro lavora nelle attività della «polveriera», alcuni invece hanno un lavoro esterno e versano il reddito alla comunità.
Gli utili vengono utilizzati per le necessità degli abitanti, reinvestiti nelle attività o utilizzati per finanziare azioni di solidarietà o la rete di Emmaus, l'associazione francese contro la povertà fondata dall'Abbè Pierre della quale fanno parte. Tra i sessanta membri effettivi che la comunità attualmente può contare (ma sono arrivati fino a 150 negli anni '90) ci sono oggi un pastore protestante, una ragazza, Marise, che rappresenta ormai la terza generazione, quella dei nipoti dei primi occupanti, e che lavora all'ospedale come infermiera, alcuni immigrati musulmani, persone in difficoltà economiche o senza casa che vengono ospitate temporaneamente, ma anche chi ha deciso di sperimentare un modello di vita alternativo, come il friulano Vanni. Lui, che in Italia lavorava per una ditta di spedizioni, per trent'anni ha montato tensostrutture in Belgio e condiviso i proventi della sua attività con i compagni della Poudrière. Voleva andare a Cuba per vivere la revoluciòn, si è invece fermato a Bruxelles. «Sono venuto per una decina di giorni nel '69 in attesa del visto cubano, in seguito ho chiesto di tornare perché affascinato dalla radicalità di questo laboratorio di vita comunitaria, più umana, che non esclude nessuno e dove l'individualismo non ha diritto di esistere», dice. Alla Poudrière ha incontrato la donna della sua vita, una studentessa che come lui era ospite per provare a vedere come si viveva senza essere proprietari individualmente delle proprie cose. Era l'epoca della trasformazione da comunità religiosa a laica, e così quando i due annunciarono di volere sposarsi, ma solo in forma civile, ci fu una lunga discussione in cui alla fine la loro volontà fu accettata. Oggi alla Poudrière la maggioranza non ha più molto a che vedere con la religione, ma rimane una «spiritualità comunitaria» fusa in un originale impasto con un socialismo autogestionario e antistatalista («dal governo non vogliamo nulla, né sussidi di disoccupazione né pensioni minime») e con un anticapitalismo radicale.

Marx e la demonologia
A Bruxelles ci si chiede da un secolo e mezzo quanto il fatto che Karl Marx abbia vissuto qui per tre anni, tra il 1845 e il 1848, e vi abbia scritto il Manifesto del partito comunista, possa avere influenzato la società e la politica belga. O, al contrario, quanto il Belgio, che per la sua politica «liberale» nel diciannovesimo secolo divenne rifugio di tanti intellettuali (non solo il barbuto di Treviri, ma pure Victor Hugo e Charles Baudelaire, tanto per fare un esempio) abbia influenzato l'estensione del Manifesto, e quanto abbia influito sul pensiero marxiano la visione del proletariato in quell'area industriale dove qualche anno prima, tra il 1830 e il 1837, aveva soggiornato un celebre demonologo, Jacques Collins de Plancy, che non aveva scritto alcun proclama politico né elaborato teorie rivoluzionarie ma pubblicato un Dizionario infernale in cui raccontava la leggenda della costruzione del ponte che avrebbe collegato finalmente le due sponde del canale. La prima pietra, secondo il demonologo, fu opera del diavolo, da qui il nomignolo del quartiere. Poi arrivò Marx il quale, considerando la religione, e figuriamoci la demonologia, «l'oppio dei popoli», fece altro. Non avrebbe potuto immaginare che centocinquant'anni dopo tutto sarebbe cambiato ma proprio lì, in quel quadrilatero di stradine oggi affollato di immigrati nordafricani, sarebbe rimasto un piccolo germoglio di quello che aveva seminato.


[1] Il Paleolitico (dal greco significa “età della pietra antica”) è quel lunghissimo periodo della preistoria che va da 2,5 milioni a 10 mila anni fa. Con questo termine, nell’accezione classica, si indica il lungo tempo in cui l’umanità ha imparato/inventato la lavorazione della pietra con la tecnica della scheggiatura per creare utensili, armi e strumenti; ed ha imparato a usare il fuoco per cuocere il cibo, proteggersi dalle belve feroci e riscaldarsi.
[2] Il Neolitico (dal greco “età della pietra nuova”) è quel periodo della preistoria (10.000 - 5000 a.C) nel quale la specie umana diventa più sedentaria, e impara/inventa l’agricoltura, l’addomesticamento di molti animali, la ceramica, la  lavorazione della pietra con la tecnica della levigatura e molto altro.
[3] NB informazioni non presenti nel libro ma fornitemi dalla guida del Palazzo di Crosso quest’estate: il palazzo di Crosso era anche chiamato “palazzo della doppia ascia o ascia bipenne” (la doppia ascia era la stilizzazione della farfalla uno degli antichi simboli della Dea Madre) per la loro frequente presenza nelle stanze del palazzo. Doppia ascia si diceva (labris); quindi labirinto significa “palazzo dei labris” e non significa labirinto, luogo dove senza guida ci si perde e si muore. Il mito di Teseo e del Minotauro secondo la visione cretese trova questa spiegazione: al tempo dell’arrivo dei greci nei Palazzi, i cretesi invitavano/sfidavano gli ospiti greci nelle taurocaptie, i giovani greci meno abili morivano. Così i viaggiatori greci quando tornavano elaboravono racconti terribili di “minotauri” sanguinari, per giustificare la morte dei giovani greci.