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martedì 31 gennaio 2012

L'utopia della base

Gentile comunità dell'Isolotto,

siamo gli autori di un saggio storico che desideriamo portare alla vostra conoscenza. Il saggio, edito alla fine del 2011 dalle Edizioni Punto Rosso di Milano, è intitolato: "L'utopia della base. Un Collettivo operaio nella Toscana tra gli anni '60 e '70". Prefato da Mario Tronti, nel libro viene raccontata la storia del Collettivo operaio sorto alla fine degli anni '60 a Colle di Val d'Elsa, delle sue premesse storiche, economiche e sociali e dei contatti che questo ebbe con le altre realtà "eretiche" della Toscana, come la vostra, da noi documentata nel saggio. In particolare il legame tra il Collettivo e la vostra comunità fu tenuto da una figura che avrà un ruolo non secondario nel nostro saggio: don Auro Giubbolini, sacerdote della parrocchia di Borgatello e organizzatore di un'interessante esperienza di doposcuola.

Il libro che abbiamo scritto a tre mani rientra in un progetto di più ampio respiro che riguarda la costruzione di un archivo multimediale sulla Memoria operaia. Vi allego il link del sito: http://www.utopiadellabase.it

Il 20 febbraio prossimo faremo una presentazione presso il Consiglio Regionale toscano. Siete naturalmente invitati e se il libro ed il progetto trova vostro interesse potete pubblicizzarlo sulle pagine del vostro sito web.

Certi di un vostro interesse vi inviamo i nostri migliori saluti.

Francesco Corsi
Pietro Peli
Stefano Santini.

Abbiamo ritrovato questa memoria d'archivio che dedichiamo agli estensori dell'email e a D.Auro:


09.11.69. Il buon grano e la zizzania crescono insieme. Anche dentro di noi. BA044 (al giro 629
della prima parte della bobina che inizia questa volta con la coda rossa).
(Interventi di: Enzo Mazzi, Sergio Gomiti, d. Auro Giubbolini di Colle Val d’Elsa, Urbano Cipriani, Raffaello Corsi, altre voci non identificate)
Enzo M.: Stamattina si era detto che doveva esserci il battesimo della bambina della Fiorella, quella
signora che ci annunziò questo fatto domenica scorsa, solo che è ammalata nel frattempo e ci tiene
tanto ad esserci anche lei presente insieme a Pierluigi che è suo marito e allora ha preferito
rimandare il battesimo a quando potrà esserci e quando sarà guarita. Per la sua bimba un pochino
più grande mi ha mandato a dire questo e ci ha mandato saluti a tutti. Noi gli auguriamo buona
guarigione e una sollecita guarigione anche. [Una voce maschile fa notare a Enzo M, che invece si tratta del figlio di Maurizio e non della Fiorella]. Ah!, Sì, ho sbagliato, è il figlio di Maurizio, Maurizio, sì, la moglie di Maurizio si è ammalata e gli auguriamo pronta guarigione.
[A questo punto sono registrati solo alcuni accordi di chitarra per iniziare un canto e poi la voce del celebrante che inizia il “Confesso a Dio onnipotente”. Non è registrato il proseguo della messa fino all’intervento del celebrante dopo le letture].
d. Auro G.: Abbiamo letto la lettera di San Paolo ai colossesi, una lettera molto importante perché
quella Comunità della città di Colossi era impegnata a superare alcune difficoltà rappresentate da
idee che contrastavano col messaggio cristiano. Sembra che queste difficoltà nascessero da un
ritorno del giudaismo, del concetto giudaico del rapporto umano basato sul legalismo e non
sull’amore che Cristo era venuto a portare sulla terra. Sembrava che a questo si aggiungesse anche
un’altra forma che minava al fondamento del messaggio cristiano. Ed era il concetto del bene e del
male che non era un qualche cosa che calava nella realtà e nella storia degli uomini ma era un
qualche cosa che dall’esterno veniva imposto agli uomini. L’angelo e il demonio erano le due realtà
di bene e di male esistenti nel mondo. E allora in questo contesto di errori Paolo vuole riportare la
figura di Cristo al suo centro, nel suo vero regno che è la realtà dell’uomo che vive la sua vita. E la
vive in mezzo al bene e in mezzo al male, la vive la lotta del bene e del male, che è una lotta degli
individui, della società, del mondo, dell’uomo, per realizzare quell’avvento del regno che Cristo ha
profetizzato con la sua presenza nel mondo. Quindi è interessante, importante questo. Forse
importante sarebbe leggerla più a lungo non solo in questo pezzo che forse non ci dà questa idea
centrale che ha voluto San Paolo portare alla Chiesa che era nella città di Colossi. Ma certo che
accoppiato soprattutto alla parola di Matteo della zizzania – avete sentito – può essere base di
meditazione del nostro incontro comunitario di questa mattina, della nostra celebrazione eucaristica.
In che cosa consiste per noi il bene e il male? Cioè che cosa vuole Cristo rappresentare in un mondo
e nel mondo degli uomini in cui insieme alla bontà, insieme all’amore, insieme all’attenzione alle
cose e agli altri c’è l’egoismo, c’è la disuguaglianza, c’è la sofferenza? Che cosa vuole
rappresentare il messaggio di Cristo, immesso nei nostri cuori e nella nostra vita, in un mondo dove
il bene e il mal non lo vediamo derivare da fattori extra terreni ma da fattori terreni? Cosa possiamo
rappresentare noi di fronte a questa realtà? Falciamo la zizzania, dicono i servi al padrone. Lasciate
che la storia gli uomini la costruiscano e la costruiscano in questa realtà qui che vivono, perché è da
questa realtà che supereranno anche il loro male, perché in tutti noi il seme del male esiste, quale
(che) sia. Io tento di scoprire il mio; con la mia gente tento di scoprire il nostro; nella realtà che
viviamo tentiamo di scoprire e in questo facciamo la storia delle nostre Comunità, della nostra
Chiesa. Quello che sarà per voi la zizzania della Chiesa fiorentina io non lo so. Questa è una
riflessione che potete fare voi approfondendo questa parte del Vangelo. Forse nelle chiese oggi – il
Vangelo si presta – si ricorderà forse la vostra Comunità come elemento di zizzania nella Chiesa
fiorentina. Non lo so, può darsi. Pensano così. Credo che ci sarà chi lo pensa e chi lo dice così,
magari anche da un altare. Io dico che la cosa non è così facile, perlomeno la cosa non è così facile
stabilire chi è zizzania, chi è grano buono e credo che non sia la divisione verticale, sia orizzontale,
cioè un po’ di male c’è in tutti come un po’ di bene forse ci sarà in tutti. Lo stare insieme, il capirci,
il dialogare è un modo di andare avanti e di capire forse. Fino a che stiamo lontani, fino a che
sentiamo di dare dei giudizi non realizziamo la storia nuova del cristianesimo, quella parola di
amore che ci ha detto Paolo come risoluzione al problema della divisione del bene e del male, Paolo
che ha portato centralità di Cristo nella mia storia: cioè portare questa volontà di rinnovamento, di
conversione, di cambiamento interiore e sociale nella vita dell’individuo e della storia, portare
questa parola nuova che è l’amore, conservare, come dice Paolo, la parola di Dio. Questi sono
elementi positivi che noi possiamo mettere insieme per capirci qualche cosa, per vedere se non
altro, individuare se non altro alcuni aspetti della zizzania che può essere e nella Chiesa di Dio e nel
mondo e nella realtà del mondo. E’ certo che nel vostro cammino, da quanto ho potuto seguire io,
alcuni aspetti della zizzania nel mondo come ingiustizia, come alcune realtà disumane esistenti le
avete presenti nella vostra storia di Comunità dell’Isolotto. Forse ancora del cammino ne farete per
individuare ancora, sia socialmente e sia individualmente, alcuni elementi di divisione nel mondo
degli uomini e questo apporto che voi recate all’umanità sia un apporto veramente di persone vive
come lo siete oggi e come spero rimaniate nella storia futura perché il mondo ha bisogno della
vostra presenza. Come forse ha bisogno degli altri. Una ragione ci sarà. Il Vangelo ci ha detto che
deve e zizzania e grano buono andare avanti insieme, il male e il bene camminare insieme. Una
ragione misterica ci sarà. E’ certo che arriverà il regno e arriverà l’amore. La vostra strada che avete
scelto, la mia strada che ho scelto, la strada di tanti altri forse tenderà a questo recupero dell’amore
nel mondo. Speriamo. E’ certo che la presentazione che la lettera di Paolo e la lettura di Matteo ci
ha presentato non deve, non può finire qui: discorso molto lungo e molto vasto, un discorso che non
posso proporlo io perché è il discorso della vostra Comunità. Il discorso del bene e del male deve
essere visto dove si opera e voi operate in Firenze, nella Chiesa che è in Firenze. Io non sono in
Firenze. Qualche cosa di più potrei dire alla mia gente. A voi non posso altro che prospettarvi il
problema, ricordare la parola di Cristo e augurarvi che le vostre riflessioni e il vostro cammino
continuino sempre per il bene vostro e della Chiesa e anche dell’umanità. Se qualcuno vuole
aggiungere qualche cosa…
Enzo M.: Anzitutto volevo dire che il discorso che ci ha fatto questo sacerdote è un discorso che noi
sentiamo profondamente perché è da tanto tempo che diciamo che noi consideriamo la Chiesa la
Comunità di coloro che si accolgono nonostante tutti i limiti che possiamo avere. Tante volte
abbiamo detto anche questo: che noi non accetteremmo volentieri, non vorremmo un
provvedimento autoritario nemmeno nei confronti di Florit perché tutto ciò che nella Chiesa vi è di
autoritarismo, di oppressione verso chiunque noi lo rifiutiamo proprio in nome di quell’amore, di
quel dialogo, di quell’essere un po’ tutti zizzania e un po’ tutti buon grano di cui ci ha parlato
questo parroco. E quindi ci dà un po’ di fiducia, un po’ di speranza la notizia che è apparsa su un
giornale di ieri, quella del cardinale Florit che ha risposto di no al papa il quale lo voleva mandare a
Venezia. Ci dà una certa fiducia perché anzitutto dimostra che siamo tutti un po’ buon grano e tutti
un po’ zizzania allo stesso modo e quindi è illogico, è ridicolo colpire una Comunità, colpire delle
persone perché hanno della zizzania perché c’è in tutti. Quindi non si deve giudicare l’un l’altro.
Bisogna aiutarsi a trasformarci costantemente in buon grano. Ci dà fiducia questa notizia perché
vogliamo sperare che il cardinale Florit capisca, capisca pagando di persona, trovandosi in fondo
nella nostra stessa situazione, perché capisca e perché arrivi anche lui a cercare una unione nel
dialogo, non nel prepotere, una unione nell’amore, nella fraternità, non nell’autoritarismo, una
unione nella solidarietà con coloro che soffrono e non nel Diritto che il più potente impone verso i
più deboli. Noi abbiamo fiducia. La nostra fiducia non deve venire mai meno ed effettivamente non
viene mai meno. Inoltre vorrei anche dirvi che insieme ad alcuni della comunità, come vi avvisai
domenica scorsa, d’accordo con voi perché ne abbiamo parlato in una assemblea precedente, siamo
stati ad incontrare alcune Comunità in Germania e in Svizzera, e in particolare in Svizzera, gli
emigrati. Una relazione di quello che abbiamo fatto, degli incontri che abbiamo avuto ve la daremo
mercoledì prossimo. Già fino da ora io posso portarvi la simpatia, la solidarietà, l’attenzione e la
ricerca che c’è anche, lo sapevamo di già ma si è toccato con mano, che c’è anche in regioni così
lontane da noi. Ci sono comunità, si cono persone, ci sono laici, sacerdoti che cercano con passione,
con amore, a volte pagando di persona anche loro, cercano questa nuova strada dell’unità, questa
nuova strada della fraternità, questa nuova strada della pace. La cercano con entusiasmo e dobbiamo
dire che questi incontri che abbiamo fatto sono incontri che servono molto, servono a noi perché ci
fanno capire che questo cerchio che noi componiamo intorno a questo altare non è un cerchio
chiuso, ristretto ma è un cerchio aperto che comprende uomini e Comunità di tutto il mondo, che
sono presenti qui anche se non fisicamente sono presenti con tutto il loro essere, con tutta la loro
tensione, la loro ricerca, la loro fede, ci fa capire che la nostra Comunità non è una setta religiosa
ma una Comunità che comprende tanti uomini ormai in tutto il mondo e serve a loro per lo stesso
motivo, perché spesso queste Comunità, questi gruppi, queste persone, questi emigrati hanno
l’impressione di sentirsi soli, hanno l’impressione di essere abbandonati da tutti, hanno
l’impressione di non avere sbocchi e invece questa comunione, questi incontri servono ad aprire
l’animo, il cuore a tutti e a rendere più efficace a rendere più pieno, più comunitario il cammino
della fede. Comunque un resoconto, come ho detto, lo daremo mercoledì prossimo all’assemblea
che faremo alle Baracche come sempre. E un’ultima cosa: dobbiamo di nuovo ringraziare il Signore
per questo sole che ci dà che è qualcosa di misterioso che non sappiamo veramente spiegare. A
Ravensburg, in Germania, quest’anno, a memoria di uomo, sono fiorite le rose di novembre.
Sergio G.: Io vi voglio leggere due lettere che ci sono arrivate molto importanti proprio per
verificare quello che Enzo diceva, di quante persone nel mondo tendono verso questa strada. Questa
lettera è della parrocchia di Cristo Giovane, Largo de Lapas, San Paolo del Brasile. E’ una
parrocchia che ci scrive e dice:
“Caro don Enzo e Comunità dell’Isolotto. La nostra Comunità vuole inviare la propria solidarietà ai
nostri fratelli per l’amore e la lotta sostenuta in ogni momento contro lo strutturalismo e il legalismo
della Chiesa istituzionalizzata allo scopo di restare fermi e fedeli al Vangelo, dentro il dialogo che
lo Spirito del Vangelo ispirò al Concilio Vaticano secondo. Un giorno sarà riconosciuto il vostro
sforzo e il vostro lavoro che noi non dubitiamo affatto sia stato diretto dall’amore per gli uomini e
dal servizio al Popolo di Dio. Noi seguiamo con molta attenzione gli avvenimenti qui in Brasile,
consapevoli che questo sia l’unico mezzo di vivere l’incarnazione nel mondo in cui viviamo. Vi
inviamo le nostre preghiere. Preghiamo Dio che vi mantenga fermi nella lotta in questa prova fino
al punto di uscire dal deserto per arrivare a vivere nella speranza del trionfo della fede che ci
stimola. Ricevete le nostre preghiere di solidarietà. Vostro fratello nella fede don Pedro Vareze,
parroco della parrocchia di Cristo Giovane di San Paolo”.
Questa è invece la lettera di un sacerdote che è prete da poco tempo e ce l’ha scritta prima di essere
ordinato prete:
“Carissimi. Questa lettera avrei dovuto scrivervela diversi giorni fa ma solo oggi mi sono deciso.
Dopodomani sarò ordinato prete dal mio Vescovo. Mi giungono diverse lettere di amici veri e di
amici falsi in cui leggo continuamente auguri e felicitazioni per il coraggio e la testimonianza che
do per il fatto stesso che mi fo prete. E’ tanto il coraggio che non ne ho avuto neanche un pizzico
per scrivervi come ho fatto con tutti gli amici. Vi scrivo ora quasi di nascosto come Nicodemo
quando va a trovare Gesù di notte. Non me ne vogliate e prendetemi così come sono, con la
vigliaccheria che ho dentro di me, incapace ancora di fare precise scelte. Voi avete molti amici che
si dichiarano tali in pubblico senza paura. Io sono vostro amico soltanto dentro di me, non sono
ancora capace di essere libero e di agire come sento. Forse lo Spirito di Dio un giorno o l’altro me
lo concederà. Ancora gli resisto troppo. Dopo la famosa messa di Florit all’Isolotto io ho perduto la
speranza per la pace religiosa della Chiesa fiorentina. Non so a che punto siate adesso voi.
Comunque sia dopodomani anch’io sarò prete. Non ho fatto il passo a occhi chiusi: ormai ho una
certa età e capisco cosa significa farsi prete oggi. Mi manca solo il coraggio che deriva dalla fede e
certo non è poco, comunque aspetto di avere un popolo con cui lavorare e spero di non fallire. Spero di non parlare di un Dio mistificato e falso, fatto su misura per i borghesi. Durante questo mese forse verrò a Firenze e parleremo meglio di queste cose. Intanto vi saluto con i vostri preti Enzo, Sergio e Paolo. Don David”. Ha detto messa pochi giorni fa.
d. Auro G.: Prima di continuare è giusto che dica chi è in comunione con voi questa mattina ed è
qui in mezzo a voi. Sono don Auro, mi chiamo don Auro, don perché è l’usanza da mettere davanti
al prete, al nome del prete. Sono parroco di un chiesetta di campagna alla periferia di Colle,
parrocchietta di poche anime ma interessante come ambiente perché è un ambiente completamente
in trasformazione che è base colonica ma con la vicinanza delle industrie e quindi la unione
economica tra il campo e l’industria ha creato problemi completamente nuovi che è inutile che io
stia qui ad indicarli a voi perché ne avete tutti tanti altri molto più grossi forse di quelli che ci sono
là. Ma in ogni modo, dato che è una società in evoluzione, quindi è interessante starci nel mezzo
come io ci sto, come Auro. Il resto, quello che mi chiedono penso di farlo. Poi ho un doposcuola,
ragazzi che sentono questo mutamento, il cambiamento sociale che vivono nella parrocchia, nella
zona per cui si tenta, nel doposcuola, di crearlo, di orientarlo veramente verso una risposta da dare a
ragazzi di quella specifica società. Non so se avete desiderio di qualche altra notizia…e, se c’è
qualcuno che vuole parlare sia su quello che abbiamo detto in precedenza sia chiedere qualcosa a
me, io sono qua. Ho quarantasei anni fra poco [Applausi]. Che all’Isolotto non parli nessuno, altro che i preti? Non ci credo. Allora i giornali inventano tutto? Allora vi ho addormentato io!
Urbano C.: Io, assieme a Osvaldo, Sergio e Mauro ho parlato fino all’una e mezza di stanotte.
Siamo andati lì in provincia di Lucca e si è avuto un incontro con della gente che è dalla nostra,
qualcheduno con perplessità ma istintivamente. Io sono stato con un gruppo dell’Isolotto da don
Auro dalla sua Comunità vicino a Colle Val D’Elsa e si fece una bella chiacchierata. Fra l’altro io ci
incontrai lì un prete che mi aveva fatto scuola in prima media a cui io volevo tanto bene, di quei
preti simpatici, bravi e si fece una solenne litigata proprio da amici sull’Isolotto e lì venne fuori…
No, non eri te. Io incontrai lì da don Auro quest’altro sacerdote, mio amico, proprio di quei preti che
si fanno voler bene dai bambini, però che quando i bambini diventano ragazzi e giovanotti li
perdono, perché non basta il pallone, non basta la maglietta della Fiorentina, eccetera, non bastano
neppure le olimpiadi e neppure dire ai ragazzi grandi andiamo a fare la San Vincenzo e andiamo a
fare l’elemosina ai poveri. Non basta neppure quello se non c’è accanto un discorso di giustizia. In
parole povere questo prete, che vi dico bravo, onestissimo, in buona fede, di quelli che sono tutto
cuore, pensa ancora, come pensano i preti di Firenze, che gli invalidi si aiutano portandoli a
Lourdes, mandandogli su in cima all’ascensore, però non si aiutano andando un bel giorno per le vie
di Firenze, mentre loro fanno la manifestazione, tutti, unitaria, tutti per avere l’applicazione di una
legge, 382 cosa fosse. Cioè ci sono questi preti che sono ancora così ingenui, così alienati col
lavaggio del cervello che hanno avuto che non si rendono conto di questo. Chi c’era con quegli
invalidi quella mattina? C’era don Borghi, mi pare don Fanfani, un prete che veniva dalle missioni
mi pare delle Filippine, e c’era don Mazzi. Non c’era mica Florit. Non c’era mica monsignor
Panerai, non c’era mica don Pietro, non c’era mica don Gabriele, non c’era mica il diacono. Capito?
Magari non c’erano neanche tanti di noi però noi ci siamo sempre. Ci siamo in altre occasioni, se
non ci siamo stati ci andremo. Questo è il discorso. Ecco e stamani da don Auro imparo di nuovo
questo discorso. Io aspetto e voglio che lui glielo dica a questo prete a cui io voglio tanto bene che
venga a dir messa. Per lui sarebbe come morire, pensare che ha fallito tutta la vita e poi però, dopo
una settimana, rivedrebbe tornare i giovani, quelli che non ci sono più, quelli che gli han voluto
bene da ragazzi, eccetera. Bisogna mettere insieme la carità e la giustizia. Bisogna dire la messa in
quel poggetto dove don Auro la dice e dirla anche su questa piazza perché, senza tante chiacchiere,
lui si sottopone alla stessa oppressione a cui siamo sottoposti noi e soprattutto i poveri del mondo,
perché lui si sottomette al pericolo di essere sospeso a divinis, d’essere dichiarato un sacerdote
contestatore. A quarantasei anni gli diranno che ti sei messo a fare il birichino ma ingrullisci
invecchiando. Nell’ambiente di preti, un uomo che fa come lui a quarantasei anni è una cosa che
bisognerebbe farla noi. D’altronde noi abbiamo queste donne anziane che sono le più feroci
paladine dell’Isolotto e sono quelle che, con la sola presenza e senza parlare, sono quelle che stanno
facendo la rivoluzione all’Isolotto. Io, e finisco, ho letto in un libro scientifico, un discorso
sull’Isolotto fatto da un ragazzo in gamba, marxista, che conosce le cose dal profondo, eccetera,
insomma stringi, stringi di quel libro che cosa dice? La cosa che più mi ha colpito andando
all’Isolotto è stata le persone anziane, quelle vecchie per intendersi e la cosa che più dà noia,
evidentemente, a chi l’Isolotto lo vorrebbe soffocare, è la presenza di quella signora lì, che sta lì
tremolando. Voglio dire, don Auro, anche se non ti parlano, hanno dentro un cuore che basta la
presenza. Queste donne qui così anziane – ora lo dedico a voi perché tanto ho un debole, pazienza!
– con questa sola presenza loro hanno la soddisfazione, dopo una vita di lotte, di sacrifici, forse di
stenti, perché che cos’è una donna che tira al mondo dei figlioli lo sanno solo loro, la soddisfazione
con la sola presenza di fare più canaio, di obbligare la gente a convertirsi molto più di io che sto qui
e faccio il parolaio, proprio stando lì e magari battendo le mani come han fatto prima. Loro aiutano
molto di più quei i bambini di Grottaferrata, quelli dei Celestini, i nostri ragazzi che vanno alla
comunione, aiutano molto di più loro che non io e forse che noi tutti giovani messi insieme. Io
forse sono andato fuori del discorso ma sono sempre dentro al circolo e allora viva le vecchie
dell’Isolotto! [Applausi].
Enzo M.:Non ce ne sono vecchi all’Isolotto, siamo tutti giovani. Anche se ci s’ha parecchi anni ma
lo spirito è giovane e quindi siamo giovani.
Raffaello C.: Scusate, volevo fare una riflessione su San Francesco. L’avevo scritta ma l’ho lasciata
a casa La improvviso così. Da un fatto: San Francesco volle, lasciò detto di voler essere sepolto ad
carnarium. Non so se sapete, cioè fra i giustiziati. Volle essere sepolto nudo e così per essere più
vicino agli ultimi, proprio agli ultimi, agli esclusi, volle essere vicino a questi ultimi seppellito
nudo. E allora io vorrei invitare alla riflessione alla diversità di questo esemplare di quello che è
veramente lo spirito di Cristianesimo, dell’umiltà, della rinuncia ai beni terreni con la diversità di
questo esempio con quello che succede oggi nella Chiesa tradizionale. Con questo atto Francesco
volle anche condannare la società del godimento dei beni terreni e allora vorrei invitare a questa
riflessione: vedere la differenza fra questo che poi è stato fatto santo, fra questo esemplare del
cristianesimo puro a quello che fanno oggi i principi della Chiesa, a come si comportano oggi i
principi della Chiesa, peni di ricchezze, non solo, ma non vogliono addirittura lasciare queste
ricchezze, non solo, ma sono attaccati al potere della ricchezza.
Enzo M.: Il signor Lunghi, Lunghi che è dell’Associazione genitori chiedeva di poter dare un
avviso. Credo che siamo d’accordo.
Lunghi: Soltanto poche parole. Martedì prossimo, alle dieci andiamo in delegazione a parlare con la
Preside della scuola media Barsanti. Avremmo bisogno di essere in diversi. Ora siamo soltanto sei
persone. Avremmo bisogno di essere quindici, venti. Quindi chi è disponibile martedì mattina e ha i
ragazzi alla scuola media Barsanti può venire da me o da Franco o da Sbordoni o da qualcuno di
noi. Martedì mattina alle dieci ci troviamo direttamente alla scuola. Chi può venire lo fa per sé e per
noi tutti. Abbiamo bisogno di tutti. Martedì mattina alle dieci davanti alla scuola Barsanti. Caso mai
per accordi può venire a parlare con me o con Franco Quercioli o con Mauro Sbordoni. Va bene?
Enzo M.: Buon appetito!
[Termina la registrazione e l’assemblea del 9 novembre ’69 al giro 966 della prima parte della bobina. Il resto della bobina nella prima parte ha tracce di musica e canzoni ma si ritiene praticamente vuota. Si passa alla seconda parte che inizia con l’assemblea del 12.11.69]


Scheda del libro:
Un collettivo operaio della Toscana degli anni ‘60 e ‘70 e l’utopia della base [31/01/2012]

Francesco Corsi, Pietro Peli e Stefano Santini
La nostra analisi trova il suo culmine tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, quando più conflittuale fu la dialettica tra le componenti che si muovevano all’interno del movimento operaio locale e più evidente la carica delle contraddizioni destinate a deflagrare sulla scena politica. In effetti, questo nostro lavoro vuol essere il racconto di una rottura politica, nata e sviluppatasi in un ambito ben preciso: quello del Partito comunista e della Camera del Lavoro di Colle Val d’Elsa. E’ in questo contesto che si andarono gettando le basi per la formazione di un nucleo di militanti, prima informale poi sempre più strutturato, che avrebbe dato vita alla singolare esperienza del Collettivo operaio, gruppo a vocazione pre-partitica e di base, animato da operai, intellettuali e studenti.

La storia del Collettivo operaio - Proprio le vicende del Collettivo operaio rappresentano la pietra angolare della nostra ricerca. Questa esperienza fu, principalmente, il risultato dell’incontro di tre diversi elementi: un radicale rinnovamento all’interno della Camera del Lavoro con l’emergere di una diversa concezione del sindacato e della lotta di fabbrica; la presenza all’interno del Pci di una componente critica, seppure minoritaria e non strutturata, che si interrogava da tempo sulla natura dello stalinismo e sull’inadeguatezza del centralismo democratico; infine, l’influenza culturale e politica delle istanze del ’68 studentesco e del ’69 operaio. L’acuirsi della tensione politica tra Pci e Camera del Lavoro, la cui impronta politica si era radicalizzata, portò inevitabilmente a uno scontro frontale tra le due realtà. A questo contribuirono anche significative sollecitazioni esterne come le vicende del Maggio francese, la nascita di nuove formazioni alla sinistra del Pci e, soprattutto, la radiazione del gruppo del Manifesto. Si posero così le condizioni per una cesura di carattere non solo politico, ma anche generazionale, che si concretizzò nel 1970 con la radiazione dal Pci locale di 5 membri del Collettivo, le dimissioni di altri 17 militanti e con la riconquista della Camera del Lavoro da parte della corrente legata al Pci. La rottura determinò la trasformazione del Collettivo da movimento di base della sinistra operaia a organizzazione autonoma, fino alla sua confluenza, nel 1975, nel Pdup per il Comunismo. Gli effetti di questo scontro si ripercossero nell’immediato (tanto nei partiti quanto nelle fabbriche e nel sindacato) e si sarebbero perpetuati, nel corso degli anni, nell’immaginario collettivo e politico del sistema locale.

La Val d’Elsa - Il nostro progetto, tuttavia, non si presenta semplicemente come una ricerca di storia locale. Gli avvenimenti e le dinamiche sociali e politiche che si sono sviluppate a Colle Val d’Elsa in quegli anni possono rappresentare un microcosmo significativo utile per un’analisi più ampia. Lo studio di questo periodo storico in un ambito territoriale ristretto ci permette di osservare, da ottiche diverse, fenomeni che troppo spesso sono diventati emblematici unicamente in ambito metropolitano. Del resto quella colligiana non è semplicemente una realtà di provincia; essa presenta una sua originalità fin dall’età medievale per la vivacità economica e sociale dovuta, in modo particolare, alla forza idraulica che ha alimentato le sue manifatture e attività produttive: un contesto proto-industriale che si è evoluto nel tempo, mantenendo, anche nel ‘900, un significativo rilievo in particolare nel settore del vetro, che contribuì a far emergere dal punto di vista sindacale alcune figure che superavano l’ambito locale, come nel caso del segretario nazionale del Sindacato Vetro, Orazio Marchi. Questa vivacità economica e sociale ha sviluppato una tradizione culturale che si è espressa in vari campi, dalla presenza, a partire dal XIX secolo, di riviste e quotidiani che hanno ricoperto un ruolo spesso determinante all’interno del dibattito politico toscano (e talvolta nazionale), come “La Martinella”, “L’Elsa”, “La Giustizia sociale”, fino al “Selvaggio”, con importanti riflessi nell’ambito della cultura, come nel caso di Romano Bilenchi. Colle Val d’Elsa si inserisce pienamente in quelle aree di subcultura rossa (o di terza Italia) che è stata ampiamente analizzata in numerosi contributi storiografici e sociologici. Mancava tuttavia un’analisi che mettesse a fuoco i rilevanti, e poco conosciuti, spazi di eresia politica sorti all’interno di una salda egemonia riformista.

Gli anni ’60 e ’70 - La nostra ricerca si è concentrata soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, finendo per coincidere con la periodizzazione, ormai classica, del lungo Sessantotto italiano. Rimane aperto, a questo riguardo, un interrogativo: se la vicenda del Collettivo operaio sia completamente ascrivibile alla categoria dei movimenti sessantottini. Senza dubbio il Collettivo può considerarsi, a livello locale, l’espressione più fedele delle istanze della contestazione, dal momento che ha coperto lo spazio politico dei gruppi extraparlamentari e ha attratto a sé gran parte del movimento studentesco. Tuttavia possiamo scorgerne alcuni presupposti sia nella trasformazione del sindacato sia nella dialettica politica all’interno del Pci, a partire dalla crisi del 1956: tematiche politiche che travalicano lo spirito politico del Sessantotto; questo, semmai, ha agito da detonatore per determinare la rottura degli equilibri da un punto di vista politico, sindacale e culturale.

L’importanza della memoria - Il nostro lavoro verte in gran parte sull’analisi di fonti primarie: documenti, circolari, volantini, manifesti e materiali conservati in fondi pubblici e privati; una mole documentaria che, assieme alle cronache riportate sulla stampa del periodo, ha permesso la definizione delle linee portanti e dei contorni della storia che abbiamo provato a raccontare. Tuttavia non ci sarebbe stato possibile completare il quadro senza fare ricorso ad altri tipi di contributi come le testimonianze orali e la memorialistica inedita. Delle prime sono stati già ampiamente ricordati, in sede di ricerca storiografica, pregi e limiti; ci è sufficiente, in questa sede, evidenziare quanto il contributo del ricordo e della rievocazione testimoniale sia stato utile per colmare i vuoti lasciati dalla carenza (quando non dall’assenza) di documentazione ufficiale e, d’altro canto, anche per restituire importanza al lato prettamente umano ed emotivo di quell’esperienza. Diverso, e più complesso, il discorso sull’utilizzo della memorialistica inedita. Da questo punto di vista, due sono state le assi portanti di questo lavoro: la memoria “Il 68 a Colle” scritta da Enzo Sammicheli e il diario di Silvano Tanzini.

Enzo Sammicheli - La memoria di Sammicheli - segretario della Camera del Lavoro colligiana dal 1953 al 1967 e poi sindaco fino al 1980 - ha ricoperto un’importanza significativa per il nostro lavoro perché si è trattato del primo tentativo di fornire una rielaborazione organica degli eventi intorno agli anni della contestazione in ambito locale; ricostruzione tanto più interessante in quanto proveniente da una voce contrapposta a quella del Collettivo operaio.

Silvano Tanzini - Il diario di Tanzini ha assunto invece un ruolo del tutto particolare nell’economia della nostra ricerca. Silvano Tanzini è stato una figura di primaria importanza nell’ambito delle vicende legate al Collettivo e alla rottura all’interno del movimento operaio colligiano1. Il suo diario, che copre un arco di 45 anni, si presenta come un’opera insolitamente ricca dal punto di vista della riflessione politica, culturale ed esistenziale. La traccia lasciata dai ricordi di Tanzini si è trasformata spesso nel filo conduttore delle vicende più importanti che abbiamo raccontato ne “L’utopia della base”. Ma, al di là di questo, Silvano Tanzini ha avuto un altro grande merito: egli è stato il primo a dedicarsi alla ricerca in relazione alla storia del movimento operaio colligiano degli anni Sessanta e Settanta. Molto del materiale da lui raccolto è lo stesso che noi abbiamo utilizzato per portare avanti la stesura del libro e il compimento di questo progetto. E’ anche grazie al suo lavoro se “L’utopia della base” ha potuto essere scritto e pubblicato.


venerdì 25 marzo 2011

Mondo operaio e Cristianesimo di base





Clicca sulla foto di copertina per leggere la scheda editoriale e le prime pagine.







Il libro verrà presentato lunedi 18 aprile 2011, alle ore 17, alle Baracche verdi in via degli Aceri n.1(traversa di via Torcicoda).



Interventi di:



Bruna Bocchini Camaiani, docente di storia del Cristianesimo e delle Chiese all'Università di Firenze;



Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil;



Silvano Miniati, consigliere Cnel, vicepresidente della Fondazione Bruno Buozzi.



Introduce e coordina Paola Ricciardi, Archivio storico della Comunità dell'Isolotto.

Commenti:


La bravura di Christian De Vito. Via via che leggevo cpv per cpv, pagina per pagina, capitolo per capitolo mi si materializzava davanti agli occhi la realtà nella quale ho vissuto senza poterne avere la visione d'insieme: come davanti a un bel quadro impressionista che parte da uno zoom estremo dei singoli colpi di pennello per arrivare piano piano a successive visioni d'insieme che si unificano finalmente nell'unico quadro comprensivo di figure e paesaggio. Come una manciata di perline sparse sulla tavola via via infilate nel filo rosso che le trasforma in collana. E Christian grande artista professionale che le individua con acume appunto professionale, disponendole in successione temporale e logica così da farne venir fuori il quadro d'autore o il pezzo d'oreficeria. Complimenti. Mi son visto da fuori; una vera emozione. Gagarin che vede la terra dalla navicella spaziale, Amstrong dalla luna. E Sergio artista del pennello e costruttore di perline. L'Archivista-artista del piccolo universo isolottiano. Da Biblioteca Nazionale. La lunga prefazione di Enzo opera un altro effetto ottico: come un inchiostro simpatico fa emergere dal sottofondo del racconto di Christian "l'abbraccio dei secoli" intorno a questo istante di storia nostra in modo da renderlo anch'esso "secolare"; un cofano protettivo. Domenico Maselli ha messo un bel fiocco intrecciato con passione a questo cofanetto che custodisce "uno dei tentativi meglio riusciti di cristianesimo laico nella storia dell'età contemporanea". Alessio Gramolati ha sigillato fiocco e cofanetto col timbro editoriale: "questa non è una storia astratta e generale, ma la storia delle storie, dei volti e dei luoghi, delle persone. La contaminazione delle vite, dei problemi e delle idee è l'innesco decisivo, il tratto costitutivo e duraturo di questa storia".


Urbano Cipriani


Caro Urbano,

condivido davvero il tuo bel commento. Anch'io rileggendo ora d'un fiato il libro in vista della presentazione comprendo ancora meglio il valore di questo lavoro, che già avevo colto quando il testo ci è stato presentato per la prima volta alcuni mesi fa. Un valore aggiunto, rispetto alla ricerca in sè e per sè e agli elementi di conoscenza che porta sull'argomento specifico e sulla vicenda della Comunità, trovo che stia nel "racconto", nella capacità di fare sintesi (cosa difficilissima), di restituire la visione d'insieme di cui parli, ma avendo presente la complessità delle vicende umane, delle relazioni, delle storie che fanno parte della storia più grande che abbiamo vissuto e che è rappresentata nel nostro archivio. Un altro aspetto molto importante trovo che sia la capacità di cogliere nel nostro microcosmo gli elementi di cambiamento del rapporto tra mondo cattolico e mondo operaio, e anche l'attenzione (che poi si lega ai temi affrontati da Enzo nell'introduzione) per l'evoluzione del nostro modo di essere "comunità" e per il modo in cui è stata vissuta l'esperienza comunitaria nei diversi periodi affrontati. Questo è un aspetto centrale della riflessione proposta da Christian e, se non ricordo male, il titolo inizialmente da lui proposto era "Il lavoro della comunità, ecc..".

Risultava certo di difficile comprensione, ma si trattava probabilmente di un tentativo per dare maggiore risalto a questo aspetto.


Paola Ricciardi

giovedì 3 febbraio 2011

Incontro con Alessio Gramolati



E’ nostalgica riesumazione di un passato sepolto o apertura a un futuro possibile vedere nel riemergere della classe operaia, unita ai nuovi movimenti, il soggetto dell’emancipazione capace di tenere insieme "strategia dei diritti ed etica della responsabilità"?



Su questo tema si svolgerà l’incontro con Alessio Gramolati, segretario toscano CGIL, alle "Baracche" dell’Isolotto in via degli Aceri 1 Firenze, domenica 6 febbraio ore 10,30.



                                                    La Comunità dell'Isolotto



Sembrava che la mitica classe operaia, la "classe generale", fosse svanita nel nulla, ridotta ad arrampicarsi sulla cima delle ciminiere o delle gru per far valere qualche brandello di diritto. Chi avrebbe pensato, oltre agli addetti, che esisteva ancora l’altrettanto mitica catena di montaggio immortalata da Charlie Chaplin in Tempi moderni? La vicenda Fiat, il coraggio di decine di migliaia di operai di dire No a Marchionne, salvato ancora una volta dai colletti bianchi, lo sciopero del 28 gennaio e le piazze d’Italia gremite di operai, hanno ridato speranza a un’Italia in ginocchio, immersa in un fetido pantano, priva di ogni barlume di speranza.



domenica 16 gennaio 2011


Da la Repubblica Firenze 15 gennaio 2011 pag. 1



La notizia



L’inaugurazione: Per ricordare La Pira una statua io marmo rosso (all’Isolotto)



 



Il Commento:



Io lo preferisco vivo in mezzo a noi



Enzo Mazzi



 



Non posso in coscienza accogliere l’invito del sindaco Matteo Renzi alla cerimonia di scoprimento della scultura dedicata a Giorgio La Pira situata nel piazzale della Chiesa dell’Isolotto. I motivi sono diversi.



Il primo riguarda il senso della mitizzazione statuaria e della santificazione di soggetti umani che emergono per il loro eroismo. A guardar bene oltre la superficie della consuetudine, non si può evitare di domandarsi se queste elevazioni non creino nella massa sensi di frustrazione morale di fronte a modelli di eroismo e santità irraggiungibili, producendo personalità insicure, dipendenti e quindi inclini alla eterodirezione e alla ubbidienza. Ecco emergere uno dei motivi profondi della erezione di statue e della santificazione ufficiale: favorire il dominio.



Un secondo rilievo critico riguarda il bisogno che la persona di Giorgio La Pira resti viva in mezzo a noi. Immortalarlo in una effigie marmorea lo ritengo come una seconda morte. La Pira è un testimone di una società-crogiuolo di forze diverse tese alla trasformazione nel senso della giustizia, della solidarietà e della pace fin dal tempo della Costituente e in particolare è testimone di una Firenze trainante nel grande sforzo di unificazione del pianeta nel segno della pace e del senso critico e creativo dopo che la guerra e l’equilibrio del terrore avevano dato sì al mondo la coscienza della interdipendenza globale ma nel segno tragico della distruzione e della paura. Egli è vivo ovunque oggi una tale transizione procede nonostante le rovinose involuzioni e i drammatici arretramenti che ci angustiano.



Un terzo rilievo riguarda l’anima dell’Isolotto e della città.



Quando La Pira seppe che ero stato nominato parroco dell'Isolotto, la sua « città satellite », volle incontrarmi a Palazzo Vecchio e mi chiese di contribuire a «rendere lieto il cuore della gente e a organizzare tante feste ». Eravamo nel novembre 1954.



Facemmo le feste, ma vennero ben presto i guai caratteristici delle periferie urbane. Non sapevamo ancora che ogni aula scolastica, ogni servizio, ogni spazio sociale, avremmo dovuto conquistarcelo con la lotta. Così anche per l’affermazione del diritto al lavoro nel tempo della crisi industriale: Pignone, Galileo, Fivre, Confi, ecc. Nacquero i primi comitati unitari, dove persone di varia estrazione ideologica, di varia militanza politica, di fedi diverse, si ritrovavano insieme sui bisogni comuni e scoprivano il valore e la forza dell'unità. E fu lì che incontrammo un nuovo La Pira. Fu la sua seconda nascita. Lo testimonia lui stesso: “Finché non mi trovai a contatto con i movimenti dei lavoratori, occupati e disoccupati, dei senza casa, dei poveri, ero come un turista. Il turista che viene a Firenze passa accanto alla città e non sa cos’è la città. Così io, ero passato accanto a tante cose, anche al lavoro, ma non l’avevo capito. Facevo preghiere affettuose al Signore ma non mi arrabbiavo. Ora mi arrabbio anche nella preghiera”.



Ritengo questa confessione del 1951 il fulcro per capire la vicenda di un uomo con cui ho avuto una frequentazione di amicizia già da quei primi tempi del suo impegno ecclesiale, sociale e politico. Non avrebbe mai detto: “io sto con Marchionne”. Forse lo avrebbe incontrato per indurlo a soluzioni meno drastiche. Lo so, lo so, c’è anche il suo “ubi episcopus ibi ecclesia” detto nell’agosto 1969 davanti alla chiesa dell’Isolotto. Un senso dell’assoluto primato gerarchico, che io considero preconciliare, privo della nuova centralità conciliare del Popolo di Dio, poneva nella sua coscienza limiti invalicabili, ma solo a livello ecclesiale. Nessun Marchionne o Berlusconi o altro erogatore di benefici economici in linea col capitalismo della globalizzazione neoliberista lo avrebbero incantato.



Il cortocircuito fra le sue belle idee, fra le sue affettuose preghiere e la forza umana, vitale e storica dei movimenti del dopoguerra fu la sua ricchezza e la sua rovina. 



La sua ricchezza perché divenne un altro uomo: restò un contemplativo ma con gli occhi e la sensibilità della gente umile che contempla dal basso, laicamente, cioè con le mani, con i piedi, col sangue, con la collera, con la lotta.



Fu la sua rovina perché i poteri del tempo lo considerarono pericoloso per i disegni restaurativi e lo emarginarono in senso politico, sociale, ecclesiale.



E lui scelse: prima la vita, la dignità, i diritti a partire dal basso e dalla Costituzione e poi la convenienza economica e la poltrona.



 



Enzo Mazzi



 



Firenze 13 gennaio 2011


domenica 26 aprile 2009

Libera volpe in libero pollaio

In Africa gira una storiella


Comunità dell’Isolotto

Firenze, domenica 26 aprile 2009

Le tentazioni del denaro

riflessioni di Carlo, Claudia, Luisella, Maurizio

 

Letture dal Vangelo

 

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.

Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane”.

Ma egli rispose: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo. Il pane va condiviso come dice ogni parola che esce dalla bocca di Dio”.

Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: “Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede”.

Gesù gli rispose: “Sta scritto anche: Non chiedere al Signore Dio tuo ciò che puoi fare da te”.

Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò, se, ti affidi a me”. Ma Gesù gli rispose: “Vattene, satana! Sta scritto: Affidati solo al Signore Dio tuo”.

Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

 

Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro…: non potete servire a Dio e Mammona” (Matteo 6, 24)

 

Non accumulate tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano, dove ladri scassinano e rubano; accumulate invece tesori nel cielo, dove tignola e ruggine non consumano, dove ladri non scassinano e non rubano. Perché la dov’è il tuo tesoro sarà anche il tuo cuore. (Matteo 6,19).;

 

Uno della folla gli disse: « Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità ».

Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi? ».

E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni ».

Disse poi una parabola: « La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà?

Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio ».

 

C’è chi sostiene che tutto l’Antico Testamento affermi che la ricchezza sia benedizione di Dio. Nel Vangelo, ci sembra che la prospettiva cambi notevolmente: i beni vanno condivisi e apprezzati insieme, non accaparrati e goduti in forma individualistica.  

 

Attraverso questi passi del Vangelo di Luca e di Matteo ci sembra di poter fare almeno 3 sottolineature (alcune nostre e altre del teologo gesuita Silvano Fausti, che vive a Villapizzone, alla periferia di Milano in una comunità di religiosi ed autore fra l’altro del libro “per una lettura laica della Bibbia” (ed. Ancora)  :

 

1) ‘Mammona’ ha un’etimologia incerta; tradotto con Satana in realtà vuol dire “sostanza”, “beni che si posseggono”. L’affermazione sembra abbastanza chiara: non si può stare dalla parte del regno di Dio, ossia dalla parte del senso di fratellanza, di giustizia e condivisione, e di amore, e cercare l’accumulo del denaro e dei beni, il profitto.

 

2) gli altri due passi del vangelo non solo avvertono della precarietà dei beni e dei denari che possono essere rubati, svalutati, annientati dalle banche, distrutti da un terremotato o … ma avvertono (e forse anche prendono in giro) della vanità e dell’illusione del senso di onnipotenza di coloro che accumulano beni e denari.

 

3) La storia dei due fratelli che litigano per l’eredità ( che è poi la storia dell’umanità, che inizia con due fratelli che si litigano per un giocattolo e poi possono continuare …fino all’eredità etc..) mostra anche l’idea secondo cui per poter essere felici si debba prima accumulare … e che solo dopo aver ben accumulato si possa gioire.

Mi sembra invece che il Vangelo ci suggerisca che il godere e il piacere per quello che c’è debba accompagnare la nostra vita, per senso di giustizia, condivisione e fratellanza con gli altri ma anche per il senso di rispetto e di gioia che dobbiamo a noi stessi.

 

Infine il teologo gesuita Silvano Fausti ci ricorda “agli inizi degli Atti degli Apostoli troviamo la comunità cristiana che fa la cosa più strana per un ebreo: vende la terra e le case. La terra è la terra promessa, a cui è legata la promessa di Dio. Uno che vende la terra butta via la promessa di Dio?! Come mai i Cristiani allora vendono la terra Promessa? La risposta è che il ricavato lo mettono in comune. Il denaro è il mediatore universale che garantisce la vita in modo pieno. Vendono la terra e mettono a disposizione il denaro perché la vita non è più né la terra né il danaro. La vita è la comunione fraterna tra gli uomini”.

 

 

Il punto di partenza :

 

Leggiamo da Sole 24 ore del 24 gennaio 2009: “il settore [bancario internazionale], considerato la massima espressione del capitalismo occidentale, di quel capitalismo che a partire dagli anni ‘80 ha fatto della finanza il fulcro della economia mondiale, si ritrova adesso nazionalizzato di fatto, come negli USA, o di diritto, come sta avvenendo in Gran Bretagna, con i liberisti di un tempo che invocano ora l’aiuto dello stato e gli ultra liberisti che lo accettano di buon grado per non veder svanire anche quella reliquia di sistema bancario che le borse si affannano ad azzannare”.

 

Ma come è stato possibile arrivare a questo punto?

Dal punto di vista storico ed economico Roberto Bartoli ci ha spiegato molte cose in occasione dell’incontro comunitario di domenica scorsa.

Noi vogliamo cercare di capire come è stato possibile dal punto di vista culturale, etico.

Cos’è stato che ha portato la società a questo punto: l’illusione che ci possa una crescita infinita e un consumo illimitato? l’idea che anche se i ricchi si arricchiscono poi ci saranno delle briciole per altri? piccoli e grandi tornaconti personali? la bramosia del denaro e del denaro facile? ossia la cupidigia, l’idea che “furbo è meglio”….?

 

Domenica scorsa Scalfari scriveva su Repubblica (19 aprile):

“Il quadro è desolante. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Il controllo dei "media" non serve soltanto a procacciar voti ma soprattutto a trasformare l'antropologia d'una nazione. Ed è questa trasformazione che ha imbarbarito la nostra società, l'ha de-costruita, de-politicizzata, frantumata, resa sensibile soltanto a precarie emozioni e insensibile alla logica e alla razionalità…..

Il tema di oggi è il rapporto tra i grandi ideali della modernità: libertà eguaglianza fraternità.

L'ho già scritto altre volte: l'età moderna è nata da questo trittico di principi e ha dato segnali di decadenza tutte le volte che quel trittico si è indebolito nelle coscienze e nella politica.

Il tema di oggi è quello di ridurre le disuguaglianze senza mettere a rischio la libertà. Questo distingue la sinistra dalla destra.

Bisogna tradurlo in atti politici. Bisogna cambiare l'antropologia del Paese. Bisogna superare l'indifferenza e l'apatia. Bisogna resistere per costruire il futuro.

 

La nostra società, dice Scalfari, si è imbarbarita perché è messo in crisi il rapporto tra i grandi ideali della modernità: libertà, eguaglianza. fraternità.

Sulla difficoltà di coniugare questi ideali si sofferma anche Ralf Dahrendorf in un articolo apparso recentemente anche sulla rivista “Internazionale” il cui titolo è significativo “Se torna l’uomo forte". L’autore, partendo dalla considerazione che la ricchezza non produce più benessere, si domanda: “si può parlare ancora di una civiltà solidale e civilizzata?”…. “.questa situazione può mettere a rischio la libertà “ afferma e prosegue sostenendo che la società ricca, la società buona e la società libera non sono la stessa cosa, e che “è un’illusione credere che il benessere possa garantire da solo la libertà e la solidarietà. La libertà è una conquista continua” E qui sta il rischio della nostra società: essere disposti a sacrificare le libertà politiche per raggiungere obiettivi di benessere economico, il pericolo sta in un nuovo autoritarismo. Poiché i provvedimenti per tornare ad essere economicamente competitivi saranno impopolari, occorrerà sospendere in qualche modo il processo democratico. “La reazione inorridita dei progressisti non basta –dice Dahrendorf- chi vuole una società buona oltre che libera deve farsi venire in mente qualche idea…Stare in guardia contro il nuovo autoritarismo è importante perchè non si presenta apertamente come una dittatura. Può consistere nello svuotamento strisciante dei diritti e delle libertà civili…E probabilmente con il consenso dei cittadini” l’articolo si conclude affermando la necessità di porci l’obiettivo di risolvere la crisi , competere sul mercato globale senza distruggere la solidarietà sociale”

Durante una crisi possono esserci atteggiamenti differenti: si amplifica l’egoismo e si esasperano le differenze, ma ci potrebbe anche essere un’interpretazione più positiva: cogliere l’occasione per un cambiamento, costringendoci a rivedere i nostri stili di vita. Forse solo in queste situazioni riusciamo a mettere in discussione, riesaminare, relativizzare principi e abitudini fino a quel momento indiscutibili. In questo senso si esprime Romano Prodi

 

La ripresa verrà, ma nulla sarà come prima - Romano Prodi (Roma, 19 aprile 2009)

Un segnale puramente politico viene dall’incontro dei G20. Pur non avendo preso nessuna decisione straordinaria, la riunione di Londra all’inizio di Aprile, ha dimostrato che nel mondo si è ricostituito un possibile nucleo di comando. Il fatto che attorno allo stesso tavolo fossero seduti gli Stati Uniti, la Cina e, seppure in modo più defilato, l’Unione Europea, ha mandato a tutti il messaggio che si sta ricostituendo la struttura di comando di cui vi era assolutamente bisogno. Da una crisi anarchica stiamo cioè passando ad un mondo in qualche modo governato.

Per questi e altri motivi, e non solo per l’iniezione di capitale pubblico nelle banche, è diventato ormai un luogo comune ripetere che l’uscita dall’emergenza economica passa più dalla Casa Bianca che non da Wall Street. Tale uscita, infatti, deve essere forzatamente accompagnata dalla messa in atto di quella grande innovazione sociale che stava alla base del programmaelettorale di Obama.

La ripresa verrà probabilmente dopo l’estate. Ma verrà con una radicale redistribuzione del potere fra i diversi Paesi e le diverse classi sociali. Credo perciò che dovremmo impiegare i prossimi mesi non tanto a fare previsioni, quanto invece a preparare le nostre imprese e la nostra società a svolgere un ruolo da protagonista in questo nuovo mondo.”

 

In questo intervento, in cui si richiamano principalmente questioni e riferimenti di tipo economico e politico, emerge a nostro parere un aspetto importante per il tema sul quale stiamo riflettendo, ma non sufficientemente sviluppato: il “nulla sarà come prima” vuol dire (dovrebbe voler dire a nostro parere) che non sarà più possibile considerare il mercato come capace di autoregolarsi, che il liberismo economico è una dottrina sbagliata e tesa unicamente all’accaparramento, che la politica e la società devono dettare le regole del gioco.

Per spiegare perché raccontiamo una storiella…

 

Una storiella…

In Africa gira una storiella per spiegare alla gente, a digiuno di economia, la frana finanziaria e il crollo delle Borse che hanno travolto il globo. «Un giorno, uno sconosciuto arriva in un villaggio e annuncia agli abitanti che è pronto a comperare scimmie a 10 dollari l’una. Subito, quei paesani vanno in foresta e catturano scimmie a centinaia, a migliaia addirittura. Poco a poco, la popolazione dei primati si assottiglia e i cacciatori devono ridurre il ritmo.

Lo sconosciuto annuncia che, d’ora in poi, pagherà 15 dollari la scimmia. I paesani raddoppiano lo zelo, e così, ben presto, non si trova più una sola scimmia nella foresta. Allora, lo sconosciuto offre prima 20 e poi 50 dollari per animale, avvertendo, però, che deve assentarsi. Sarà il suo aiutante a comperare le loro prede. Questi riunisce la gente e indica le gabbie con le migliaia di scimmie che il padrone ha comperato. “Se le volete – dice – ve le cedo a 35 dollari l’una. Così, quando il mio padrone tornerà, potrete rivendergliele a 50”. Accecati dalla prospettiva dell’arricchimento facile, i paesani vendono i loro beni per riscattare le scimmie. Incassato il malloppo, l’assistente sparisce nella notte. Né lui né il padrone si vedranno più. Nel villaggio, solo scimmie che corrono all’impazzata».

Benvenuti nel mondo della Borsa!

 

Altrettanto amaro è il risveglio per tutti noi, abitanti del villaggio globale, in attesa della resa dei conti. Con la cintura stretta. E con lo sguardo rivolto al crollo rapido dell’unico fondamentalismo accettato come legge divina anche dal laico più sfrenato: il fondamentalismo mercatista. Anche la società della competitività fondata sul consumo e sull’egoismo economico ha esaurito il proprio serbatoio. La finzione è stata smascherata: il libero mercato non è (stato) sinonimo di concorrenza leale. Ha semplicemente consentito – rubando un’espressione a Joyce – alla libera volpe di muoversi in un libero pollaio. E le piume abbondano, come le scimmie della storiella.

Ci ritroviamo, così, tutti più poveri. Ma c’è sempre qualcuno più povero degli altri. Perché a pagare le conseguenze della rincorsa statale al salvataggio del sistema finanziario e speculativo globale sono soprattutto i paesi del sud del mondo e gli strati sociali più deboli del mondo occidentale. Con contraddizioni inaggirabili.

Per anni gli Stati Uniti e le grandi agenzie economiche internazionali (Fondo monetario internazionale e Banca mondiale) hanno imposto il loro modello liberista alle economie africane. Hanno preso il megafono e urlato che il libero mercato era l’unico sistema in grado di migliorare le condizioni di vita nei paesi più poveri. Hanno condizionato gli aiuti ai cosiddetti “aggiustamenti strutturali”: meno stato e più liberalizzazioni; altrimenti, niente fondi.

Poi, cos’è accaduto? Che la dottrina è fallita anche in Occidente. E Washington & Co. non si sono fatti scrupoli a nazionalizzare le loro banche, la loro economia, facendo ricadere le perdite sui cittadini inconsapevoli. E il rigore liberista praticato in Africa, spesso con conseguenze disastrose? Capitolo chiuso.

Ma non può essere chiuso il capitolo relativo agli aiuti alla povertà. Perché i miliardi di dollari o di euro che vengono oggi impiegati per tamponare la crisi finanziaria sono sempre stati negati alla lotta alla povertà. Le Monde cita le stime delle ong, secondo cui per sfamare i 923 milioni di esseri umani denutriti oggi nel mondo basterebbero 30 miliardi di dollari l’anno. Meno del 5% della cifra prevista dal primo piano del ministro delle finanze americano, Henry Paulson, per salvare le sue banche (700 miliardi di dollari).

Così, oggi, sono a rischio gli stessi Obiettivi del Millennio. Lo 0,70% del Pil di ciascuna nazione da destinare, entro il 2015, agli aiuti ai paesi in via di sviluppo si profila come mera utopia.

A questa ipotesi se ne affianca un’altra, altrettanto pericolosa: il disimpegno “pubblico” nella lotta alla povertà. Governi e comunità internazionale si ripiegano su sé stessi, relegando solo al privato l’impegno in questa direzione. Come ci ricorda il documento finale degli Stati generali della solidarietà e della cooperazione internazionale, riuniti a Roma a metà ottobre, «ciò vorrebbe dire sancire definitivamente l’inesistenza di una responsabilità pubblica dei paesi ricchi verso quelli impoveriti».

È evidente che pompare risorse pubbliche per lanciare il salvagente al sistema finanziario vuol dire anche togliere risorse al welfare e alle politiche sociali di ogni paese, con l’emersione inevitabile di nuove forme di povertà e di emarginazione.

Gli economisti ci hanno detto che allargare la sfera d’intervento dello stato è l’unico mezzo per scongiurare la catastrofe. Ma il sistema è già entrato nel tunnel dell’assurdo: chi ha speculato e si è arricchito, viene garantito; chi ha subito il sistema, ritorna a essere bastonato.

[Editoriale di Nigrizia, novembre 2008]






 

Dall’editoriale di VALORI, mensile di Banca Etica (marzo 2009, numero 67)

La discussione non riguarda solo le cifre in gioco (le perdite delle banche ammonterebbero a 2200 miliardi di dollari) ma anche la tipologia degli interventi da mettere in atto. Se la solidità delle banche è un problema di patrimonializzazione si tratta di sostenere il capitale delle banche stesse magari acquisendo azioni senza però entrare nella gestione. Se invece il problema èla mancanza di liquidità e il deprezzamento dei beni (i cosiddetti assets) serve una ripulitura dei bilanci attraverso l’acquisto dei cosiddetti “titoli tossici” da parte de Tesoro di ciascuna nazione.

Purtroppo a questo punto l’ipotesi più probabile è che servano entrambi gli interventi.

A questa incredibile quanto drammatica situazione si è giunti celebrando il mito del ROE (Return On Equity) ovvero il rendimento del patrimonio netto, cioè quell’indicatore che misura la redditività dei capitali messi a disposizione dall’azionista.

L’idea è (era) che tutta l’attività di impresa debba tradursi in valore per gli azionisti per cui c’è una rincorsa ad un ROE sempre più alto che i mercati finanziari impongono ai manager anche attraverso lauti incentivi (stock options); ma un rendimento molto elevato presuppone un modello di business molto rischioso che per le banche ha voluto dire anche un uso distorto del proprio capitale.

In breve, quello che è successo è che il capitale è cresciuto meno del credito, con una enorme leva finanziaria: con una unità di patrimonio si investiva per 30 o per 50, evidentemente con risultati straordinari se tutto va bene, ma con il disastro se qualcosa va storto.

Servono dunque nuove regole non solo per i mercati finanziari ma anche per la “governance di impresa” (soprattutto nel settore del credito) a partire dagli incentivi economici per coloro che stanno ai vertici.”

 





Tra le tante cose che si dicono, commenti che sono stati fatti in relazione alla crisi finanziaria che si è abbattuta sul mondo intero e che ci porta anche a considerazioni relative a come è stata strutturata l’economia (cioè essenzialmente la metodologia che regola le prestazioni di ognuno nei confronti di tutti gli altri) e al cattivo comportamento di chi può pilotare i comportamenti, io vorrei riportare al fatto di come ognuno di noi, nell’ambito del proprio intimo (io lo chiamo il buco nero), cerca sempre di massimizzare il proprio interesse e se ci viene offerto un tasso più alto per i nostri risparmi ce ne ingegniamo, anche se si può correre qualche rischio.

Se facciamo riferimento a quelli che hanno un lavoro dipendente o sono pensionati e che pagano le tasse in quanto trattenute dal datore di lavoro e che pertanto sono ottimi cittadini, anche loro se ne hanno l’occasione cercano, nell’ambito delle spese che effettuano, di pagare meno e, spesso e volentieri, invece di pagare la prestazione dell’idraulico o del muratore con l’IVA la pagano senza, preferendo avere un vantaggio per sé pur sapendo che il prestatore pagherà meno tasse.

Con questo voglio dire che tanti se sono posti in determinate condizioni, cioè si trovano in condizione di prendere decisioni, privilegiano il proprio interesse rispetto al bene della collettività.

Cosa dire degli amministratori delle banche che avevano i patrimoni immobiliari valutati 1 lira e pertanto avevano all’interno un valore sostanziale del capitale e che in tempi di crisi e comunque per fare crescere l’utile hanno venduto gli immobili per realizzare sopravvenienze notevoli con le quali hanno potuto, avendo rispettato i budget economici, ottenere i bonus e le stock options? Anche per questo motivo oggi le banche valgono meno.

Cosa dire degli amministratori che ottengono bonus, non perché operano al fine di creare ricchezza e, pertanto, sarebbe giusto che una parte di questa venisse loro assegnata, ma semplicemente perché raggiungono obiettivi che loro stessi possono determinare?

Cosa dire di quegli amministratori che sapendo che un bene potrà dare la sua utilità tra 5 o 10 anni e che scelgono l’ammortamento per 10 anni al fine di attribuire al conto economico solo il 10% del valore in modo da avere un utile più grande ed ottenere il bonus; e tutto questo nell’ambito della legge.

Coloro che hanno sempre avuto i soldi, sono nati ricchi, cercano di mantenere il loro status e pertanto cercano di fare sempre più denari; oggi l’economia come è strutturata mette nelle condizioni anche le persone semplici ma intelligenti di utilizzare i meccanismi finanziari al fine di ottenere guadagni notevoli per raggiungere uno status elevato per sé e per le loro future generazioni. Se lo fanno a danno della collettività è sicuramente un comportamento condannabile, ma se lo fanno anche facendo l’interesse della collettività Cosa ne pensiamo?

 

 

Le considerazioni di Carlo Cecchi

Ancora un contributo alla idea che il “nulla sarà come prima” evocato da Prodi debba voler dire che è necessario identificare le responsabilità e non nasconderle, capire chi debba e possa ridefinire le regole viene da questa riflessione di Carlo Cecchi, nostro amico e impiegato di banca:

Dov'erano in questi anni la Banca d'Italia, la Consob, l'ABI, i ministri del Tesoro?

Le banche e gli enti di controllo sono i primi responsabili della catastrofe finanziaria.

Dov'erano in questi anni la Banca d'Italia, la Consob, l'ABI, i ministri del Tesoro?

I Tremorti e i Padoa Schioppa? I Fazio e i Draghi? I Geronzi, i Passera, i Profumo?

I sindaci che hanno investito in derivati le tasse dei cittadini? Gli analisti finanziari?

I giornalisti economici? I Cardia e i Capuano? I titoli spazzatura, i futures senza futuro, i subprime, i Cdo, i buchi di bilancio, le esposizioni bancarie senza garanzie.

Questi signori o sapevano tutto, e allora sono dei criminali e vanno perseguiti, oppure sono degli incompetenti da licenziare al più presto.

Il rinnovamento deve partire dai vertici finanziari. Liquidare i politici e lasciare al loro posto i banchieri non serve a nulla. Al prossimo giro chi ha il controllo del sistema finanziario eleggerà altri prestanome, servi o soci in affari.

Per salvare il Paese distrutto dalle banche si prestano soldi alle banche senza rimuovere i responsabili. E' un mondo alla rovescia. Si premiano con soldi pubblici, frutto delle tasse delle famiglie, gli stupratori del risparmio dei cittadini. Senza neppure chiedere un ricambio, con Passera e Geronzi al loro posto con stipendi da milioni di euro. Invece di fare un passo indietro, hanno fatto due passi avanti.

I responsabili sono premiati, i cittadini, spesso, hanno perso tutto. Se rubi per fame del prosciutto al supermercato ti arrestano, se mandi sul lastrico migliaia di famiglie diventi presidente di Mediobanca. E' in atto una rimozione collettiva.

Le banche controllano i giornali, sono presenti nei consigli di amministrazione dei gruppi editoriali. Lo tsunami finanziario è descritto come un evento soprannaturale, qualcosa di inevitabile, di cosmico. I vertici delle banche sono vittime della situazione, non responsabili.

Quanto hanno guadagnato di stock option negli ultimi anni i banchieri grazie ai titoli tossici?

Di quanto si sono ridotti lo stipendio dopo la crisi?

Credo che sia necessario una pubblica discussione con dati, nomi, responsabilità, guadagni illeciti di chi è stato al vertice delle istituzioni finanziarie e dei loro complici dell'informazione.

Nel frattempo, non un solo euro dello Stato alle banche.

 

 




Le nuove regole per il futuro 

 

Abbiamo visto nei documenti precedenti che da più parti si parla di nuove regole, di nuovi comportamenti, di nuovi rapporti sociali e internazionali; ma quanti di questi auspici sono o saranno effettivamente possibili, ovvero, in termini evangelici, quanto il Regno di Dio sarà realizzabile in questo mondo o rimarrà soltanto una aspirazione post mortem ?

Proviamo a proporre alcune visioni.

 

Che l’attuale crisi economica sia stata innescata da una finanza spregiudicata e priva di valori è ormai chiaro a tutti. – spiega Simona Geraci, referente Banca Etica per la provincia di Rieti - Quello che serve ora è pensare a come uscire da questa situazione: i governi e le istituzioni stanno cercando di tamponare le falle con iniezioni di liquidità per salvare le banche e manovre sui tassi per rilanciare gli scambi. Ma occorre individuare soluzioni strutturali per il medio-lungo periodo. Il nostro auspicio è che i governi e le istituzioni possano prendere esempio dalle buone praticheadottate dalla Finanza Etica che in tutti questi anni ha dimostrato che una finanza trasparente e orientata al bene comune può anche essere efficace ed efficiente e certamente tutela i risparmiatori”.

“Banca Etica – aggiunge - vuole offrire a un numero sempre maggiore di persone la possibilità di orientare eticamente i propri risparmi e per sostenere sempre più le tante iniziative di valore sociale, culturale e ambientale di chi vuole un mondo più giusto. Per affrontare queste nuove sfide Banca Etica deve incrementare il proprio capitale sociale e la base di soci, siano essi singoli o associazioni, che rappresentano la vera linfa vitale del nostro progetto e che proprio per questo godono di condizioni agevolate sia sui prodotti di deposito che sui finanziamenti”.

 

I valori di Banca Popolare Etica (ossia gli orientamenti valoriali e i principi deontologici che guidano le scelte strategiche, le linee politiche e i comportamenti operativi di tutti coloro che, a vario titolo e a livelli diversi, contribuiscono alla sua gestione) derivano dai principi fondanti della Finanza Etica, che Banca Etica adotta come criteri di orientamento della propria attività.

Per dare risposta all'esigenza di coniugare etica ed operatività bancaria, Banca Etica ha creato strumenti e comportamenti che mirano a creare organismi indipendenti di verifica sulla coerenza delle attività bancarie, a coinvolgere quella parte della società che crede negli obiettivi della finanza etica (la rete dei soci, il terzo settore e i movimenti) e a contaminare la gli operatori economici, gli enti locali e il mondo accademico.

 

L'Articolo 5 dello Statuto

Banca Popolare Etica, all'Art. 5 del proprio Statuto, così esplicita i propri valori di riferimento:

- la finanza eticamente orientata è sensibile alle conseguenze non economiche delle azioni economiche;

- il credito, in tutte le sue forme, è un diritto umano;

- l'efficienza e la sobrietà sono componenti della responsabilità etica;

- il profitto ottenuto dal possesso e scambio di denaro deve essere conseguenza di attività orientate al bene comune e deve essere equamente distribuito tra tutti i soggetti che concorrono alla sua realizzazione;

- la massima trasparenza di tutte le operazioni è un requisito fondante di qualunque attività di finanza etica;

- va favorita la partecipazione alle scelte dell'impresa, non solo da parte dei soci, ma anche dei risparmiatori;

- l'istituzione che accetta i princìpi della finanza etica orienta con tali criteri l'intera sua attività.


Nell'ambito di questi valori di riferimento, Banca Etica opera con la seguente missione:

- essere i pionieri di una nuova idea di banca, intesa come luogo di incontro, dove le persone e la banca manifestano trasparenza, solidarietà e partecipazione facendo della banca uno strumento anche culturale per la promozione di un'economia che ritiene fondamentale la valutazione sociale ed ambientale del proprio agire.

- stimolare chi riceve il credito a sviluppare le competenze, le capacità e l'autonomia necessarie ad acquisire la responsabilità economica, sociale ed ambientale.

- garantire il risparmiatore in ordine alla precisione, all'efficienza della gestione e all'uso degli affidamenti, all'attenzione all'uso delle risorse (sobrietà) ed alla ripartizione dei profitti, in modo coerente con le proprie attese.

- agire nel rispetto dell'uomo e dell'ambiente e delle specificità culturali dei contesti territoriali in cui opera Banca Etica, per una migliore qualità della vita, orientando coerentemente le attività della banca stessa.

- permettere l'accesso al credito ai soggetti dell'Economia Sociale: imprese, persone e progetti valutati principalmente per la loro capacità di produrre "valore sociale".

 

 

Le RETI DI ECONOMIA SOLIDALE

 

Il progetto "RES" (Rete di Economia Solidale) è un esperimento in corso per la costruzione di una economia "altra", a partire dalle mille esperienze di economia solidale. Questa progetto in costruzione, come sta avvenendo in diversi altri luoghi in giro per il mondo, segue la "strategia delle reti" come pista di lavoro. Intende cioè rafforzare e sviluppare le realtà di economia solidale attraverso la creazione di circuiti economici, in cui le diverse realtà si sostengono a vicenda creando insieme spazi di mercato finalizzato al benessere di tutti.

L' idea nasce dall' intreccio delle problematiche teoriche della teoria delle liberazione con le dinamiche pratiche dei movimenti di lotta sociale e di economia solidale presenti in Brasile. Da questo apprendimento reciproco si è elaborato una teoria di organizzazione di reti, integrandole e dandole un carattere strategico. Da lì iniziano ad organizzarsi le reti di economica solidale, la prima in Curitiba, rivendicando una concezione di produzione articolata con la domanda di consumo locale, in forma autogestita e un processo di auto alimentazione produzione e consumo, di sviluppo sostenibile. Nel 1999 si è realizzato un portale internet (www.redesolidaria.com.br), ricca di informazioni, esperienze, spazi di approfondimento e discussione.

Una rete è costituita dalle cellule, sue unità costitutive, dalle loro interconnessioni relazionali e dai i flussi che le alimentano. Questi flussi possono essere di tre tipi: flussi d' informazione e tecnologia, flussi di beni e prodotti e flussi di valori, sia economici che etici, di gran lunga i più importanti. Ogni volta che due gruppi, due organizzazioni si integrano in un processo di scambio con altri gruppi, in cui uno alimenta l' altro in un intercambio di diversità ed arricchimento reciproco allora abbiamo una rete. Tutti i tipi di organizzazioni (movimenti delle donne, reti di diritti umani, reti di produttori agricoli) che si organizzano e che s'integrano in un flusso di informazioni e consumo fanno poi parte di questa rete. Le dinamiche relazionali fra cellule avvengono senza gerarchie verticali prestabilite. La nozione di rete permette di lavorare con la diversità, e fare della diversità la forza del cambiamento. Le reti si autoalimentano tramite la diversità: tanto maggiore è la diversità, tanto più forte è la rete. La sua forza è nella tessitura, nell' inclusività e nella qualità dei legami tra i suoi componenti. È la stessa idea dell'ecologia, ma qui si tratta di una diversità con principi etici; non tutte le diversità sono buone, alcune annullano le libertà dell' individuo, ma quelle «buone» ne garantiscono le libertà. Le reti sono importanti, e rivoluzionarie, perché per la prima volta esiste una forma di organizzazione politica che integra i vari gruppi di produzione, cultura, educazione. Ognuno lavorando in sua autonomia, e cercando di garantire alla comunità le condizioni basilari all' esercizio della libertà prima ricordate.  Il concetto cruciale è quello del “bem-vivir”, del ben-vivere, contrapposto a quel ben-avere che, nella mentalità oggi dominante, coincide con il benessere. 

In Italia questo percorso è stato avviato il 19 ottobre 2002 a Verona nel corso di un seminario sulle "Strategie di rete per l'economia solidale", in cui le numerose realtà convenute hanno deciso di affrontare questo viaggio collettivo. Un primo passo è stata la definizione della "Carta per la Rete Italiana di Economia Solidale", presentata al salone Civitas di Padova il 4 maggio 2003. Ora il percorso prevede la attivazione di reti locali di economia solidale, denominati "distretti", come passaggio fondamentale per la costruzione di una futura rete italiana di economia solidale. Questo progetto è sostenuto da un gruppo di lavoro su base volontaria a cui partecipano diversi soggetti dell'economia solidale italiana. Gli incontri del gruppo di lavoro sono aperti alle persone interessate. E' attivo il portale internet www.retecosol.org 

In vari paesi del mondo (Brasile, Argentina, Spagna, Francia) esistono già reti di economia solidale, nate negli ultimi anni. In Italia la Rete di Lilliput e diversi soggetti di economia alternativa (Botteghe del Mondo-commercio equo solidale, Gruppi di Aquisto Solidali, organizzazioni della Finanza Etica e del Turismo Responsabile, cooperative sociali) stanno promuovendo un processo analogo, per collegare e rafforzare queste pratiche di economia basate su principi opposti a quelli del neoliberismo; punto di partenza di questo processo è la costituzione di Distretti locali di Economia Solidale.

I principi su cui si basano le reti di economia solidale :

* Nuove relazioni tra i soggetti economici, fondate su principi di cooperazione e reciprocità.

* Giustizia e rispetto delle persone (condizioni di lavoro, salute, formazione, inclusione sociale, garanzia di beni e servizi essenziali).

* Partecipazione democratica

* Disponibilità a entrare in rapporto con il territorio (partecipazione a progetti locali).

* Disponibilità a entrare in relazione con le altre realtà dell’economia solidale condividendo un percorso comune.

* Investimento degli utili per scopi di utilità sociale

 

 

 

Com'è piccola la torta del mondo

Su "Nigrizia" la provocazione di padre Zanotelli: basta parlare di crescita, dobbiamo dividere le risorse in maniera più equa.

Zamagni: ma lo sviluppo sostenibile non è un'utopia

E' uno dei grandi temi del nostro tempo: su di esso si confrontano, almeno da un decennio, esperti, ecologisti ed economisti di tutto il mondo. Gli stessi che il mese prossimo si incontreranno a Johannesburg per discutere - ancora una volta - di come sia possibile perseguire uno "sviluppo sostenibile". Le riflessioni toccano punti quali lo sfruttamento delle risorse del Pianeta, l'inquinamento, le scandalose diseguaglianze tra Nord e Sud del globo. Ma c'è anche chi, alla domanda su dove abiti lo sviluppo sostenibile, risponde deciso: da nessuna parte. E' il caso di padre Alex Zanotelli, missionario comboniano autore di un editoriale sull'ultimo numero di Nigrizia, nel quale sostiene che "non c'è nessuno sviluppo oggi che sia sostenibile". "La torta economica del mondo non si può più aumentare", scrive Zanotelli. "Possiamo solo cominciare ad imparare a dividercela un po' più equamente". Parte da premesse del tutto diverse da Zanotelli ma si sovrappone parzialmente alla sua analisi l'economista Carlo Pelanda, vicedirettore del Center for the study of Global issues dell'Università della Georgia. "E' vero, lo sviluppo sostenibile non esiste, perché il concetto stesso di sviluppo legato a un uso costruttivo del capitale, tipico della cultura occidentale, è caratterizzato dall'idea della creazione attraverso la distruzione". "Il processo di crescita - spiega Pelanda - si esplica con la distruzione di un equilibrio, salvo poi, a posteriori, creare le condizioni per il raggiungimento di una nuova stabilità: il capitalismo è portato a creare e innovare senza calcolare le conseguenza di un evento, e solo dopo si preoccupa di risolvere i problemi sorti dalla nuova situazione". Quindi la sostenibilità non è contemplata nel processo, ma tutt'al più "si raggiunge per fasi". E se un giorno gli equilibri spezzati non fossero più ricomponibili? "Il rischio esiste, per questo è importante che ci siano forze sociali che per impostazione ideologica o tradizione culturale fungano da "coscienza esterna" del capitalismo. Ma credo ingannevole pensare che esso possa incarnare in sé una quota rilevante di autoregolamentazione etica". Argomentazioni che, secondo l'economista Stefano Zamagni, sono viziate da un errore di fondo: "Questi discorsi confondono lo sviluppo con la crescita economica. E' vero che il pil di uno Stato non può aumentare costantemente in eterno, ma lo sviluppo è un concetto umano più ampio, di cui la crescita è solo un indicatore e nemmeno quello più importante. Ci sono poi indici qualitativi essenziali quali la diminuzione delle diseguaglianze, l'aumento del grado di democraticità di un sistema, l'attenzione all'ambiente". Ponendo la questione in questi termini, è dunque possibile immettersi su una via di sviluppo sostenibile? "Sì, perché non esiste problema di natura sociale che non ammetta soluzione, purché ce ne sia la volontà". E quale sia la soluzione, per Zamagni, oggi è piuttosto chiaro: "Il primo segnale che occorrerebbe dare consiste nella costituzione di un organismo mondiale - analogo al Wto, al Fmi, al Tribunale penale internazionale - che si occupi della tutela dell'ambiente e sia in grado di sanzionare gli Stati che non rispettano i parametri concordati. Contestualmente, è necessario affrontare con serietà il problema dell'aumento vertiginoso della povertà relativa, e cioè delle diseguaglianze. Il Nord del mondo deve smetterla di strangolare i Paesi in via di sviluppo". Ma Zamagni fa un passo oltre e arriva a riflettere sul nostro stile di vita: "Dobbiamo cambiarlo, modificare il modello di consumo imperante. Questo non vuol dire crescita zero, bensì crescita diversa: il progresso non significa consumare più auto, telefonini o vestiti ma più beni culturali e relazionali: non bisogna fermare la macchina, bisogna ri-direzionarla". Il punto non è quindi lo sviluppo in generale ma "il modello di sviluppo dominante": ne è convinto Alfredo Somoza, antropologo dello sviluppo e direttore dell'ICEI (Istituto per la cooperazione economica internazionale). "Il consumo "usa e getta", che è stato propagandato come un passo avanti, è in realtà una follia che ci porta a grandi passi verso il degrado ambientale, e su ciò stanno riflettendo oggi gli stessi gestori di questo modello imperante. C'è urgenza di nuove proposte, di modelli alternativi che siano razionali e confido che a Johannesburg emergano spunti concreti positivi". Somoza non crede alla tesi secondo cui lo sviluppo sostenibile non esiste. "Credo invece che si tratti di una battaglia culturale. Ciò che invece oggi non è davvero più sostenibile è il sottosviluppo: la povertà avanza a livello globale, l'immigrazione ne è un volto ma non certo il peggiore. Ci sono Paesi che non reggono più, abbiamo visto cosa è successo in Argentina e in Perù: non si tratta solo di un dramma africano. Di fronte a tali emergenze il problema ambientale passa addirittura in secondo piano". Ma come si sente oggi chi da decenni lavora per la cooperazione allo sviluppo? "E' chiaro che la cooperazione classica non basta più: di fronte all'infezione della povertà essa rappresenta un'aspirina, ma ciò di cui non si può più fare a meno è l'antibiotico". Fuor di metafora? "La crescita non è sufficiente, ciò che conta è come vengono distribuiti i frutti di tale crescita. Serve una politica seria, che agisca sulle leve della povertà. Il primo passo? Che i Paesi ricchi la smettano con il protezionismo".

 

 

 

 

 

 

 






 

Per finire

 

Un aiuto alla riflessione sull’etica del rapporto con il denaro può venire dal testo seguente, scritto dal teologo gesuita Silvano Fausti, che vive a Villapizzone, alla periferia di Milano in una comunità di religiosi ed autore fra l’altro del libro “per una lettura laica della Bibbia” (ed. Ancora) :

 

“Il denaro e il tempio” di Padre Silvano Fausti, 09.12.2002

“[...] Il bene e il male non stanno nelle cose, visto che le cose sono buone, ma stanno nell’uso che ne facciamo. Prendiamo l’affermazione fondamentale di Gesù “non si può servire a due padroni, a Dio e amammona. ‘Mammona ha un’etimologia incerta, vuol dire la sostanza, i beni, tutto ciò che hai. L’etimologia più probabile la fa risalire ad “Amun”, ovvero qualcosa in cui puoi porre la tua fiducia, sulla quale fondi la tua vita. Altre etimologie fanno risalire il termine all’idea dell’accumulo. Ma cosa vuol dire che non si può servire Dio e il denaro? L’affermazione per sé chiara può portare a qualcosa di sbagliato, come demonizzare il denaro. Siccome ‘mammona’ è cattiva, ma anche necessaria, allora non si può che utilizzare il denaro in modo cattivo. Questo è il risultato della demonizzazione del denaro.

Dire che non si può servire due padroni significa che il denaro non deve essere il Signore della mia vita. Si contestano i beni come idoli. Se faccio dell’accumulo dei beni il senso della mia vita succede che per accumularli li sottraggo agli altri. Il problema è di vivere i beni come doni del Padre che nella creazione ha dato ai suoi figli. Se i beni vengono usati non per accumulare, quindi non vengono sottratti agli altri, ma per comunicare tra gli uomini, essi diventano il luogo nel quale si realizza il nostro essere fratelli, il nostro essere figli del Padre.

Prendiamo ad esempio il passo del Vangelo in cui un giovane ricco chiede a Battista durante una sua predicazione “che devo fare per avere la vita eterna?”. Battista gli risponde “Vai e dai quello che hai ai poveri”. Tutti gli episodi del rapporto con i beni in Luca sono sempre preposti dalla domanda “che devo fare?”. Ci si interroga quando si è davanti a un bivio. Per Luca è proprio nell’uso dei beni che realizziamo il Regno di Dio o distruggiamo l’umanità.

In un passo del Vangelo di Luca ci sono due fratelli che stanno litigando per l’eredità e uno di loro chiede a Gesù di dire al fratello, che ha preso tutti i beni, di condividere con lui l’eredità. Questi due fratelli rappresentano l’umanità, quello che noi facciamo tra noi uomini, litighiamo tra di noi per dividerci l’eredità del Padre. E Gesù da una risposta strana e dice: “Io non sono venuto per dividere l’eredità, non ci sto a questo gioco. Guardatevi dalle pleunexia”. Pleunexia significa avere di più, cupidigia, alterigia. Questo testo di Luca mette come motore della storia dell’uomo questo ‘avere di più’. L’uomo è fatto per questo, allora pensa che accumulando sempre di più sazia quel desiderio profondo di essere di più. Gesù dice guardatevi da questo perché è una falsa pista, perché la vita dell’uomo non dipende da quello che ha ma da quello che è. Se la fai dipendere dalle cose esse diventano il principio e la fine, così sacrifichi la vita per le cose, le cose diventano gli idoli e ci si distrugge. E allora Gesù racconta una parabola di un uomo ricco che un anno ha una grande fortuna, la terra frutta molto, e allora si interroga sul da farsi. Non ha depositi dove mettere tutti i frutti e in fine trova un programma. Come tutti decide di fare granai più grandi. “Raccoglierò il tutto lì, il grano e i miei beni, e dirò alla mia vita: vita mia hai molti beni in deposito per molti anni, riposa, mangia, bevi e godi”. È un programma di vita fondamentale secondo il quale la nostra felicità dipende dalla quantità di beni accumulati. La storia continua. Dio gli disse “Stolto in questa notte a te chiederanno la tua vita, quanto hai accumulato di chi sarà?”. La storia torna così al problema dei due fratelli e dell’eredità. Con l’aver accumulato ipotechi il futuro in modo negativo. Questo è il primo modello, quello del possidente stolto. La stoltezza sta nel fatto stesso di possedere.”

 

 

 

 


Le considerazioni di Carlo Consigli