Translate

Visualizzazione post con etichetta europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta europa. Mostra tutti i post

domenica 13 aprile 2014

Quale Europa vorremmo?

Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 13 aprile 2014
Quale Europa vorremmo?
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio, Moreno

Letture dal Vangelo e non solo
In giorno di sabato Gesù passava per i campi di grano, e i discepoli, camminando, cominciarono a strappare le spighe. 
I farisei gli dissero: «Vedi, perché essi fanno di sabato quel che non è permesso?». 
Ma egli rispose loro: «Non avete mai letto che cosa fece Davide quando si trovò nel bisogno ed ebbe fame, lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, sotto il sommo sacerdote Abiatàr, e mangiò i pani dell'offerta, che soltanto ai sacerdoti è lecito mangiare, e ne diede anche ai suoi compagni?». 
E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato»                                                             [Marco, 2, 23-28]

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.
La libertà non è star sopra un albero
non è neanche il volo di un moscone
la libertà non è uno spazio libero
libertà è partecipazione.
                                                                                                           [Giorgio Gaber, libertà, 1972]

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli
e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;
consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni;
promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
                                                             [art. 11- Costituzione della repubblica Italiana, 1948]

Ai Farisei, che passavano gran parte del giorno leggendo la Bibbia, Gesù, con grande ironia, chiede se per caso abbiano mai letto un brano molto noto della Bibbia, quello in cui il sommo sacerdote Achimelec sfamò Davide e i suoi compagni con i pani del santuario che erano riservati a i sacerdoti.
Con la sua domanda Gesù ammonisce i Farisei che leggono ma non intendono, guardano senza vedere, ascoltano senza capire. Rischio presente anche nelle prime comunità cristiane se l’autore della prima lettera di Timoteo denuncia quanti “pretendono di essere dottori della legge, mentre non capiscono né quello che dicono né alcuna di quelle cose che danno per sicure”.  [Alberto Maggi]
Abbiamo scelto questo brano del Vangelo e questo breve commento perché ci sono parsi rispecchiare la posizione dei cittadini nei confronti dei politici e della politica e viceversa : l’immagine (vera o presunta) di una casta, la presenza di una infinità di regole, di alchimie, alimentano il senso di distacco fra popolo e classe politica e di separazione fra vita reale e quanto si svolge nei palazzi del potere.
Anche la sempre più diffusa (almeno in Italia) personalizzazione dei movimenti politici richiama l’attesa del Messia liberatore degli Ebrei, più che la spinta dal basso del messaggio cristiano.
Ma è veramente così ? E, se si, ci sono possibilità di cambiamento ?


Introduzione
Domenica 25 maggio ci saranno sia le elezioni amministrative, che nel caso di Firenze rinnoveranno i consigli di quartiere e il consiglio comunale, che le elezioni europee.
Abbiamo colto questa occasione per fornire informazioni e notizie sulle istituzioni europee, e per riflettere e scambiarci opinioni sul clima che si respira riguardo all’Europa, e per affrontare insieme alcune domande:
  • come ci sentiamo nel locale (il quartiere) e nel globale (l’Europa);
  • come mai la partecipazione politica dei cittadini, almeno quella espressa con il voto alle europee, è in calo da decenni? la partecipazione ha capacità di incidere?
  • abbiamo imparato, per dirla con le parole di Lorenzo Milani che i problemi degli altri sono anche i nostri problemi, che sortirne da soli è avarizia, sortirne insieme è la politica. Assistiamo al ripetersi di spinte separatiste e rivolte agli interessi locali (Scozia, Catalogna, Veneto, …) : è un’ondata di crescita di avarizia? e come riproporre il sortirne tutti insieme?

Breve storia della nascita dell’idea di ‘Unione europea’.
Dall’Impero Romano al Manifesto di Ventotene
La costituzione di un’entità che comprendesse l'intero territorio europeo può essere fatta risalire all'Impero Romano che però era il frutto delle conquiste militari di Roma e che prevedeva per  le province annesse la sottomissione ad un'amministrazione statale fortemente centralizzata.
Esempi successivi furono l'Impero di Carlo Magno, il Sacro Romano Impero (struttura meno omogenea e caratterizzata da un'amministrazione decentrata) e l'unione doganale di Napoleone realizzata dopo l'anno 1800.
Una delle prime proposte di riunificazione pacifica del continente sotto l'egida di un'unica istituzione sovranazionale fu avanzata dal pacifista Victor Hugo; ma l'idea cominciò a prendere piede solamente dopo le due guerre mondiali, guidata dalla determinazione a completare rapidamente la ricostruzione dell'Europa anche al fine di eliminare l'eventualità di nuovi, futuri conflitti fra le sue nazioni. Esemplare in tal senso fu il Manifesto di Ventotene.

Il Manifesto di Ventotène, avente per titolo originale Per un'Europa libera e unita. Progetto d'un manifesto, è in effetti considerato il testo fondante dell'Unione europea.
Fu scritto negli anni ’40 da Altiero Spinelli[1] e Ernesto Rossi[2] durante il periodo che essi trascorsero al confino sull’isola di Ventotene. Altri esponenti antifascisti al confino sull'isola contribuirono alle discussioni che portarono alla definizione del testo. Fu poi diffuso e pubblicato in clandestinità.
Il Manifesto è il primo documento ufficiale che prefigura la necessità dell'istituzione di un'Unione europea di tipo federalista, con una moneta unica europea, un esercito unico europeo ed una politica estera unica europea. Propugna gli ideali di unificazione dell'Europa in senso federale fondandosi sui concetti di pace e libertà kantiana e sulla teoria istituzionale del federalismo hamiltoniano.
Il valore del Manifesto di Ventotene risiede nel fatto di individuare con chiarezza che:

“…la linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale. …”

Altero Spinelli e Ernesto Rossi si resero conto che era necessario creare una forza politica esterna ai partiti tradizionali, inevitabilmente legati alla lotta politica nazionale, e quindi incapaci di rispondere efficacemente alle sfide della crescente internazionalizzazione. Questa forza politica nacque poco tempo dopo come Movimento Federalista Europeo. Non era facile in quegli anni cogliere l'importanza di questa nuova impostazione (che poneva nel campo della reazione anche i partiti più "di sinistra", nella misura in cui non riuscivano a porsi su un piano realmente sovrannazionale) e vi fu chi, come Sandro Pertini, ritirò la firma dal documento su indicazione del suo partito.

L’Unione Europea
L'Unione europea (UE) è un'organizzazione sovranazionale e intergovernativa che dal 2013 comprende 28 stati membri. E’ stata istituita con il Trattato di Maastricht nel 1992 a seguito di un lungo cammino che ha preso avvio nel 1957 e che ha visto un progressivo allargarsi dell’Unione:
·       1957 – sono 6 i paesi fondatori - Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi;
·       1973 – si aggiungono Danimarca, Regno Unito e Irlanda
·       1981 – si aggiunge la Grecia
·       1986 – arrivano Spagna, Portogallo
·       1995 – Austria, Finlandia e Svezia (si arriva cosi ad un totale di 15 paesi)
·       2004 – entrano Cipro, Malta, Lettonia, Estonia, Lituania, Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria
·       2007 – entrano Romania e Bulgaria
·       2013 -  entra la Croazia
Vi sono poi Stati – Turchia, Islanda, Montenegro, Macedonia, la Serbia, l’Albania -  che hanno avviato i negoziati e le procedure per aderire all’Unione.

L'Unione europea non è una semplice organizzazione intergovernativa (come l’ONU) né una federazione di Stati (come gli USA) ma un organismo sui generis, alle cui istituzioni gli stati membri delegano parte della propria sovranità nazionale.
Le sue competenze vanno dagli affari esteri alla difesa, dalle politiche economiche, all'agricoltura alla protezione ambientale. In alcuni di questi campi le funzioni dell'Unione europea la rendono simile a una federazione di stati (per es. gli affari monetari o le politiche ambientali); in altri settori, per contro, l'Unione è più vicina a una confederazione (gli affari interni) o a un'organizzazione internazionale (la politica estera).
L'Unione ha definito un’area di libero mercato con una moneta unica, l'euro, regolamentata dalla Banca Centrale Europea e finora adottata da 18 dei 28 stati membri; vi è inoltre una unione doganale fra i paesi aderenti agli accordi di Schengen, che garantiscono ai suoi cittadini libertà di movimento, lavoro e investimento all'interno degli stati membri.
Gli organi principali dell'Unione sono il Consiglio dei Ministri, la Commissione, la Corte di Giustizia, il Parlamento, il Consiglio Europeo e la Banca centrale europea.

Il parlamento europeo
Il Parlamento europeo è  stato istituito nel 1950 e dal 1979 i suoi membri sono democraticamente eletti, in tutti i territori dell'Unione, a suffragio universale, per una durata in carica di cinque anni.
Il Parlamento europeo è dunque una delle più grandi assemblee democratiche del mondo.
I 766 deputati che lo compongono rappresentano i circa 500 milioni di cittadini dell'Unione europea, e sono eletti ogni cinque anni dagli elettori dei 28 Stati membri in proporzione alla popolazione dei singoli stati.
I poteri del Parlamento europeo, per quanto non tutti esercitati in via autonoma, ma anzi prevalentemente condivisi con il Consiglio dell’Unione Europea (o Consiglio dei Ministri Europei), sono il potere legislativo, il potere di bilancio e il potere di controllo democratico.

Le principali funzioni del Parlamento Europeo sono:
  • l'esercizio del controllo politico sull'operato della Commissione tramite interrogazioni scritte e orali e lo strumento della mozione di censura;
  • l'esame delle proposte legislative della Commissione (assieme al Consiglio dell'Unione europea, nell'ambito della procedura legislativa ordinaria);
  • l'approvazione del bilancio annuale dell'Unione, insieme al Consiglio dell'Unione europea;
  • la nomina del  mediatore europeo;
  • l'istituzione di commissioni d'inchiesta.



I gruppi politici presenti nel Parlamento Europeo e i partiti italiani aderenti sono :
·       partito popolare europeo                                     (cristiano democratici)      UDC, FI, NCD
·       alleanza progressista socialisti e democratici     (socialdemocratici)          PD
·       alleanza liberali e democratici per l’Europa      (liberaldemocratici)         IDV
·       verdi europei – alleanza libera europea              (ecologisti, regionalisti)      VERDI
·       conservatori e riformisti europei                                    (conservatori)
·       sinistra unitaria europea                                      (comunisti, socialisti)       SEL, PC, RC
·       Europa della libertà e della democrazia             (euroscettici)                    LEGA
·       unione per l’Europa delle nazioni                       (conservatori)
·       alleanza radicale europea                                    (regionalisti, ecologisti)
·       identità, tradizione, sovranità                             (nazionalisti)

Il Consiglio dell’Unione Europea
Il Consiglio è composto, da un rappresentante di ciascuno Stato membro a livello ministeriale che possa impegnare il governo dello Stato membro, scelto in funzione della materia oggetto di trattazione. Tale ampia formulazione consente un maggiore flessibilità, e dunque una maggiore discrezionalità da parte degli Stati, rispetto alla previsione della necessaria partecipazione di un ministro: ordinamenti federali come quello tedesco, infatti, nelle materie di competenza dei singoli Lander non hanno un unico ministro, ma un ministro per ogni Land, e la previsione della partecipazione di un "ministro" creerebbe difficoltà di individuazione.
Esso si riunisce in varie formazioni: a seconda della questione all'ordine del giorno, infatti, ciascuno Stato membro sarà rappresentato da un rappresentante a livello ministeriale responsabile di quell'argomento (affari esteri, affari sociali, trasporti, agricoltura, ecc.), più il commissario europeo responsabile del tema in esame.
La presidenza del Consiglio dei Ministri è assunta a rotazione da uno Stato membro ogni sei mesi.
Dopo l'entrata in vigore del Trattato di Lisbona del 2007 le formazioni sono dieci:
  • Affari Generali
  • Affari Esteri
  • Affari Economici e Finanziari
  • Agricoltura e pesca
  • Giustizia e affari interni
  • Occupazione, politica sociale, salute e consumatori
  • Competitività
  • Trasporti, telecomunicazioni ed energia
  • Ambiente
  • Istruzione, gioventù e cultura

Scheda di informazioni sulle prossime Elezioni europee 2014

QUANDO SI VOTA? Le elezioni europee 2014 si terranno fra il 22 e il 25 maggio, con calendario variabile a seconda dei Paesi. In Italia si vota solo domenica 25 maggio.

CHI VOTA?:  sono chiamati alle urne tutti i cittadini aventi diritto al voto di tutti gli stati membri dell'Unione Europea. A questa tornata elettorale partecipa, per la prima volta, anche la Croazia.

CHI SONO I CANDIDATI ALLA PRESIDENZA EUROPEA? Quest'anno gli elettori avranno la possibilità di eleggere anche il futuro Presidente della Commissione Europea. In linea teorica perché in verità non è stabilito per legge. Secondo il Trattato di Lisbona, il Parlamento Europeo eleggerà il Presidente della Commissione Europea (capo dell'esecutivo) sulla base di una proposta fatta dal Consiglio europeo, "prendendo in considerazione le elezioni europee". E c'è già chi ha messo le mani avanti in merito. Nonostante questo, ci sono alcuni candidati palesi alla presidenza :
Martin Schulz                (PSE- Partito Socialista europeo)
Guy Verhofstadt            (ALDE)
Alexis Tsipras                (L'altra Europa)
José Bove e Ska Keller (Verdi)
Jean Claude Juncker   (PPE – Partito Popolare europeo)
Marine Le Pen, invece, non sarà candidata. Alleanza Europea per la Libertà (Eaf), di estrema destra, ha annunciato che non presenterà nessun candidato alla presidenza.

Come mai la partecipazione alle europee è in calo da decenni? l’opinione dell’Economist (tratto da in Internazionale 28.03.2014)
La democrazia sta attraversando un momento difficile : nei paesi in cui i tiranni sono stati cacciati l’opposizione non è quasi mai riuscita a creare regimi democratici credibili; anche nelle democrazie più stabili i vizi del sistema sono sempre più evidenti e c’è una grande disaffezione per la politica.
La fede nella democrazia si infiamma nei momenti trionfali come il rovesciamento di regimi impopolari (Egitto, Ucraina) ma poi di nuovo si affievolisce. In occidente viene sempre più spesso associata al debito pubblico, all’inefficienza e ad eccessive ingerenze nei confronti di altri paesi.
Perché la democrazia ha perso slancio ? I due motivi principali sono la crisi finanziaria del 2007-2008 e l’ascesa della Cina. I danni provocati dalla crisi sono stati psicologici, oltre che: hanno svelato la debolezza strutturale dei sistemi politici occidentali, mettendo in crisi quella fiducia che era sempre stata una delle loro maggiori risorse. Per decenni gli Stati hanno continuato ad erogare prestazioni e diritti, permettendo al debito pubblico di gonfiarsi a dismisura. Con la crisi però la gente ha perso fiducia nella politica, soprattutto dopo che i governi hanno deciso di salvare le banche con i soldi pubblici e sono rimasti a guardare mentre gli uomini d’affari della finanza continuavano ad assegnarsi bonus spropositati.
Nel frattempo il Partito Comunista Cinese ha spezzato il monopolio del mondo democratico sul progresso economico. Le elite cinesi sostengono che il loro modello – un rigido controllo da parte del partito e una continua ricerca di personale di talento da cooptare nelle gerarchie – sia più efficiente e meno soggetto a intoppi rispetto alla democrazia. Molti cinesi sono disposti a convivere con un sistema non democratico in cambio della crescita economica.
Neanche l’Unione Europea è un esempio di democrazia: la decisione di passare alla moneta unica nel 1999 è stata presa quasi esclusivamente da tecnici. Solo due paesi, Danimarca e Svezia, hanno tenuto i referendum di approvazione e in entrambi i casi gli elettori hanno detto di no. I tentativi di dare una legittimazione popolare al Trattato di Lisbona (detto anche Costituzione Europea) che rafforza il potere di Bruxelles sono stati abbandonati quando la gente ha cominciato a votare nel modo sbagliato. Nei giorni più bui dell’euro, l’elite europea ha costretto l’Italia e la Grecia a mettere dei tecnici al posto di politici democraticamente eletti. Il parlamento europeo, che non è riuscito a risolvere il problema del deficit democratico dell’Unione Europea è ignorato e disprezzato. L’Unione è diventata terreno fertile per i partiti populisti come il Partito per le Libertà di Geert Wilders in Olanda, il Movimento 5 Stelle di Grillo in Italia e il Front National di Marine Le Pen in Francia, che dicono di difendere la gente comune da una elite arrogante  e incompetente. Il progetto dell’Europa unita doveva tenere a bada il populismo nel vecchio continente, ma lo sta di fatto risvegliando.
La globalizzazione ha cambiato profondamente la politica dei singoli paesi : i politici hanno ceduto sempre più poteri ai mercati internazionali, e per questo spesso non riescono a mantenere le promesse che hanno fatto agli elettori. Organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, L’Unione Europea hanno esteso la loro influenza.

L’Europa tra Europeismo e anti-europeismo
Europeismo è il termine che indica l’atteggiamento di coloro che credono in una politica di integrazione nell'Unione europea; credono che l'unità politica dell'Europa possa garantire la pace fra i popoli europei e favorire una crescita in diversi settori (economico, culturale, politico, sociale, scientifico, diplomatico, militare), l'Europa si porrebbe come potenza di bilanciamento nell'assetto mondiale.
L'europeismo si pone principalmente i seguenti obiettivi:
  • garantire la pace e la prosperità dei popoli europei: dalla nascita della Comunità economica europea nel 1957, gli Stati membri hanno potuto godere del più lungo periodo di pace della storia d'Europa. Le guerre, che hanno incessantemente causato milioni di morti e distruzioni in tutta Europa, sono cessate nei Paesi che hanno aderito alla Comunità europea;
  • garantire la sicurezza dei suoi cittadini;
  • favorire un equilibrato sviluppo economico e sociale;
  • salvaguardare la diversità dei popoli europei in risposta alla globalizzazione;
  • sostenere i valori che i cittadini europei condividono, quali la difesa dell'ambiente, lo sviluppo sostenibile, il rispetto dei diritti umani.
Secondo gli europeisti altri vantaggi sono:
·       Riduzione dei costi della politica: molte decisioni possono essere prese a livello europeo da un unico parlamento anziché da 27 diversi parlamenti, con sensibile riduzione di tempi e di costi.
·       Libertà per i cittadini: l'Unione europea ha permesso ai suoi cittadini di viaggiare, studiare, lavorare fuori dai confini statali, cosa molto più difficile fino a pochissimi decenni fa.

L'euroscetticismo è un movimento politico formatosi in Europa, contrario alle politiche dell' Unione europea, all'allargamento della giurisdizione comunitaria negli affari nazionali e all'introduzione dell'euro come moneta unica.
Ha come base la sfiducia verso le politiche economiche e le istituzioni dell’Unione Europea.
Tra i successi storici degli euroscettici ci sono stati la bocciatura della Costituzione Europea nel referendum francese e in quello olandese del 2005, che portarono all'affossamento della carta comune europea. Un altro successo è stato il no irlandese nel referendum sul Trattato europeo, che nel 2008 sostituiva la Costituzione Europea proprio in seguito alle bocciature francese e olandese.
Una sconfitta per gli euroscettici è però arrivata proprio con il secondo referendum sul Trattato di Lisbona dove più di due terzi degli irlandesi si sono espressi per il sì dando il via libera definitivo alla ratifica.
I partiti che si rifanno all'euroscetticismo sono generalmente i partiti nazionalisti e indipendentisti appartenenti ai gruppi parlamentari nell'Europarlamento.
I principali partiti euroscettici italiani sono la Lega Nord (che ha organizzato il "Basta Euro Tour" nel 2014), il movimento nazionalista Forza Nuova, il partito No Euro e il partito Euro Scettici (nato nel 2008 e membro italiano del movimento europeo EUDemocrats).

Cosa dicono i principali partiti sulle elezioni europee 2014

Partito Democratico: il programma del PD non è ancora stato presentato: ancora manca una piattaforma ufficiale, ma in più occasioni gli esponenti del Pd hanno espresso le posizione fondamentali del partito, all’insegna di un forte europeismo (”Dalla crisi si esce con più Europa, non con l’euroscetticismo”, ebbe a dire Bersani) che si possono riassumere così:
- rafforzare la piattaforma dei progressisti europei per salvaguardare l’euro e accelerare l’integrazione politica, economica e fiscale;
- portare a compimento le promesse della moneta unica, integrando la più grande area economica del pianeta in un modello di civiltà che nessun’altra nazione o continente è in grado di elaborare.
Nella prossima legislatura l’orizzonte ideale degli Stati Uniti d’Europa dovrà iniziare ad acquistare concretezza in una nuova architettura istituzionale dell’Eurozona.

Forza Italia: sul sito di Forza Italia non c’è un programma bensì i seguenti 4 slogan:
·       Più Italia meno Germania. L’austerità imposta dalla Germania ci ha portato alla recessione. E’ ora di cambiare!
·       Europa davvero unita. Unica politica economica, fiscale, estera e della difesa!
·       Basta con l’euro moneta straniera. La Banca Centrale europea deve garantire il debito pubblico e stampare moneta.
·       Risparmiamo 50 miliardi. No al “fiscal compact” impostoci dall’Europa,

Lega Nord: sul sito della Lega Nord alla voce Elezioni europee c’è solo l’immagine del simbolo con le parole “Lega Nord. Basta Euro” e le seguenti parole: "Liberi, mai più schiavi di nessuno!


L’Altra Europa: Il documento programmatico per le europee di Tsipras indica tre priorità politiche:
1)    Porre fine all’austerità e alla crisi;
2)    Avviare la trasformazione ecologica della produzione, per rispondere alla crisi ambientale e dare priorità alla qualità della vita, …, alle fonti energetiche rinnovabili, allo sviluppo ecosostenibile;
3)    Riformare le politiche europee dell’immigrazione, rifiutando il concetto di “Fortezza Europa” che alimenta forme di discriminazione, e garantendo invece i diritti umani e l’integrazione.
Alcuni dei contenuti principali del Piano contro la crisi sono:
1)    la fine immediata dell’austerità, che ha portato a 27 milioni di disoccupati attraverso un programma di ricostruzione economica, finanziato dall’Europa con prestiti a basso tasso d'interesse, e centrato sulla creazione di posti di lavoro, sullo sviluppo di tecnologia e infrastrutture;
2)    la sospensione del patto di bilancio europeo (Fiscal Compact), che attualmente impone il pareggio di bilancio anche ai paesi in gravi difficoltà economiche;
3)    una Conferenza europea sul debito, simile a quella che nel 1953 alleviò il peso del debito che gravava sulla Germania, e le consentì di ricostruire la nazione dopo la guerra;
4)    una banca europea, che possa prestare denaro anche agli stati e non solo alle banche, e che fornisca prestiti a basso tasso di interesse agli istituti di credito, a patto che accettino di fornire credito a costi contenuti a piccole e medie imprese; una legislazione europea che renda possibile tassare i guadagni che derivano dalle operazioni finanziarie, oggi fiscalmente colpite molto meno del lavoro.

Movimento 5 Stelle: Il manifesto del M5S per le elezioni europee è costituito dai seguenti 7 punti:
1) referendum per la permanenza nell’euro
2) abolizione del fiscal compact                                        
3) adozione degli eurobond
4) alleanza tra i paesi mediterranei per una politica comune
5) investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal 3% annuo di deficit di bilancio
6) finanziamenti per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni
7) abolizione del pareggio di bilancio.
Verdi (Green Italia – Verdi europei): saranno presenti alle elezioni per affermare la necessità di un’Europa che deve cambiare, attraverso un Green New Deal, e realizzare la conversione ecologica di un'economia vecchia e responsabile dell'inquinamento e dell’impoverimento sociale.
Il Nobel Fo: “I miracoli esistono, sono dentro la natura”
Il miracolo? Hai presente i latterini, quei pesci piccolini che, di fronte a un predatore, si dispongono fino a creare l’immagine di un pesce grande e feroce? Ecco, per me questo è qualcosa di straordinario, come dire un miracolo”. Dario Fo, premio Nobel e drammaturgo è capace di stupire sempre. Il 14 aprile riporterà al teatro Arcimboldi di Milano “Lu Santo Jullare Francesco”, per questo di miracoli ha parlato spesso. E qualche volta si è anche arrabbiato.
Esiste una declinazione atea dei miracoli?
Gli eventi capaci di sorprendere la fantasia: lì c’è la presenza di uno spirito superiore capace di mettere in piedi cose straordinarie.
Cioè?
La storia dei pesci latterini. Gli scienziati rimangono sbalorditi, non riescono a capacitarsi di quest’organizzazione fantastica. Ogni pesciolino ha un numero e uno spazio dentro il mosaico, ma non c'è un regista a organizzare il tutto. Sono animaletti nati dieci giorni prima e riescono a realizzare una cosa fuori da ogni logica, impossibile. I miracoli, la magia: tutto esiste, ma dentro la natura.









[1] Altiero Spinelli (1907-1986) ha aderito molto giovane al PCI e ha partecipato alla lotta contro il fascismo. Arrestato nel 1927, ha scontato 10 anni di prigione e 6 di confino a Ventotene, dove ha studiato i testi dei federalisti anglo-sassoni. Con Ernesto Rossi ha elaborato il manifesto di Ventotene nel 1941 e successivamente è stato promotore della nascita del Movimento Federalista Europeo. Il suo impegno è stato fondamentale per la nascita delle prime istituzioni europee. Dal 1976 al 1986 è stato membro del Parlamento europeo, e nel 1984 presidente della Commissione Affari Costituzionali.
[2] Ernesto Rossi (1897-1967) è stato un politico, giornalista e antifascista italiano. Operò nell'ambito del Partito d'Azione e del successivo Partito Radicale. Con Altiero Spinelli ed Eugenio Colorni è stato tra i principali promotori del federalismo europeo.  Il Manifesto di Ventotene, che scrisse con Spinelli e che fu pubblicato e curato da Colorni, è considerato il suo libro più importante e il suo testamento morale.

lunedì 30 gennaio 2012

Esiste una via di uscita a sinistra ?



Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 29 gennaio 2012
Storie dell’altro mondo: la crisi, ma esiste una via di uscita a sinistra ?
riflessioni di Carlo, Chiara, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con un intervento di Moreno


“Il popolo non è tornato a chi lo percuoteva;
non ha ricercato il Signore degli eserciti.
Pertanto il Signore ha amputato a Israele capo e coda,
palma e giunco in un giorno.
L’anziano e i notabili sono il capo,
il profeta, il maestro di menzogna, è la coda.
Le guide di questo popolo lo hanno fuorviato
e i guidati si sono perduti.
[…]
Brucia l’iniquità come fuoco,
che divora rovi e pruni,
divampa nel folto della selva,
da dove si sollevano colonne di fumo.
Per l’ira del Signore brucia la terra,
e il popolo è come un’esca per il fuoco;
nessuno ha pietà del proprio fratello.
Dilania a destra, ma è ancora affamato,
mangia a sinistra, ma senza saziarsi;
ognuno mangia la carne del proprio vicino.”                                        [Isaia, 9, 12-19]


“Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli : “quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio.” I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole, ma Gesù riprese :”Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio. E’ più facile che un canapo passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.” Essi, ancora più sbigottiti, dicevano fra loro :”E chi mai si può salvare?”. Ma Gesù guardandoli disse: ”Impossibile agli uomini, ma non presso Dio, perché tutto è possibile presso Dio”.
                                                                                                     [Marco, 10, 23-27]     

“[…] Il Dio in cui gli uomini credevano al tempo di Gesù era una divinità che andava temuta, della quale avere paura. Ed era questo il Dio che il Messia al suo arrivo avrebbe manifestato, un Dio più facile all’ira che alla compassione, alla collera che al perdono.
E alle folle questo andava bene.
Tremavano quando sentivano Giovanni il Battista tuonare contro di loro con parole tremende (“razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?”), ma lo accettavano.
Si spaventavano, ma non si scandalizzavano.
Era questo il Dio in cui sempre avevano creduto e da lui non si aspettavano altro. Era un Dio che premiava i (pochi) buoni, ma castigava inesorabilmente i (tanti) malvagi, come minacciava il Battista: ”la scure è posta alla radice degli alberi, perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco.”   
Il nome di Dio era associato più alla paura che all’amore, al castigo più che al perdono, al timore più che alla fiducia, al sacrificio più che al dono, alla sofferenza più che al piacere.
Finché non apparve Gesù e tutto questo cambiò, e cominciò lo scandalo.
Le persone pie e devote, che non si scandalizzavano quando si presentava loro un Dio che castigava i suoi figli con atroci pene, si sdegnavano quando Gesù parlava loro di un amore che era più grande di qualsiasi colpa.
Per la gente religiosa era normale presentare un Dio la cui giustizia prevaleva sulla misericordia, capace di punire per l’eternità anche a causa di un solo peccato, ma essa poi si scandalizzava quando le si presentava un Signore che agli ultimi concedeva lo stesso salario dei primi, ovvero un amore che questi non avevano meritato.”

[Alberto Maggi, Versetti pericolosi, ed. Campo dei fiori, 2011]
“…il passaggio più recente dal primato della produzione a quello del consumo si inserisce all’interno di un orizzonte ancora governato da presupposti e finalità politiche.
Poi, con l’imporsi irresistibile del capitale finanziario, anche questo compromesso economico-politico è saltato in una forma che lascia addirittura pensare a una sorta di teologia economica.
Con questa categoria, elaborata negli anni ’20 del Novecento si intendeva indicare il carattere di vera e propria religione assunto dal Capitale: non più derivato da un’antica fede, ma oggetto di culto esso stesso, con i propri preti, i propri luoghi di celebrazione (costituiti dalle Borse), i propri inesorabili castighi che, nell’attuale situazione, sono rappresentati dalle minacce di default che pesano sui Paesi insolventi. Per evitare la bancarotta, gli stati europei si sono dovuti affidare a medici capaci di curare i loro corpi malati con farmaci essi stessi tossici, destinati più che a guarirli, a prolungarne la tenuta economica fino alla prossima crisi.
Da qui la scelta, del tutto conseguente e ormai inevitabile, vista la gravità irreparabile della situazione, di mettersi nelle mani dei grandi sacerdoti, vale a dire della tecnostruttura economica interna al gioco dei mercati. E’ evidente come in questo quadro, insieme alla sovranità dei diversi Stati, è la stessa politica a segnare il passo, ormai guidata dalla finanza e perfino dalla speculazione internazionale.
Per il necessario rinnovamento teorico della sinistra credo che la prima direzione da seguire riguardi la nozione di “bene comune”.
Contro la rivoluzione d’alto imposta dai mercati mondiali, è tempo che la sinistra metta in moto un nuovo processo dal basso capace di salvare i singoli Paesi senza abbandonare il mondo alle forze della distruzione.
[Roberto Esposito, dalla Teologia ai beni comuni, Micromega, dicembre 2011]

“Non si può assolutamente fare politica senza avere dei grandi ideali. Soprattutto i partiti di sinistra si distinguono di solito dai partiti di destra e dai partiti conservatori proprio perché vogliono trasformare la società. I conservatori sono quelli che vogliono conservare quello che c'è: i partiti di sinistra vogliono trasformare. Per trasformare bisogna farlo in base a principi, in base a degli ideali che giustifichino la trasformazione: bisogna giustificare la trasformazione. La differenza fra il conservatore e il riformatore è che il conservatore non ha bisogno di giustificare la conservazione, invece colui che vuole riformare la società deve giustificare, deve giustificare perché la vuole; e non può giustificarlo se non ricorrendo a dei grandi principi.
Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi. “
Norberto Bobbio, "Che cos'è la democrazia?" - Torino, Fondazione Einaudi, 28 febbraio 1985

“La sinistra è oggi introvabile, almeno come forza organizzata e presenza istituzionale. Sinistra infatti vuol dire eguaglianza, lotta incessante per l’eguaglianza, impegno inesausto per riforme che asintoticamente l’approssimino. Senza la bussola dell’eguaglianza, “sinistra” diventa flatus voci: irrisione e menzogna.”  Ma l’uguaglianza implica libertà. Logicamente e storicamente. L’azione della sinistra, la sua efficacia e la fedeltà alle ragioni che la costituiscono si misura perciò in più eguaglianza e più libertà. Insieme. “  
Paolo Flores D’Arcais, "La sinistra presa sul serio", Micromega, dicembre 2011

“[…] Dove sono gli Stati Uniti d'Europa? Non chiamiamo Europa la destra europea, la coppia Merkel-Sarkozy. Il riformismo neo-liberista della sinistra europea ha fallito la propria missione: quella di temperare le febbri della globalizzazione e di dare coscienza sociale al Capitale. E oggi il tema della sinistra torna discriminante. Euro Mediterraneo, la primavera araba, la questione palestinese, chiarezza con la Libia e con i nostri partner sul rispetto dei diritti umani. Rifondare la sinistra per rifondare l'Europa. Il mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio: la Cina , India, Brasile, la Russia, le speranze e le incognite africane.
Oppure abolire la sinistra per governare tecnicamente nella stagione della recessione e della povertà di massa […].
C'è una girandola di domande che ruota attorno alla politica, ma la politica discetta dei vizi e delle virtù dell'animo umano. Noi sentiamo come insopportabile il tentativo violento di rimuovere, di abolire quelle domande. Non è previsto un calcolo dello spread sociale, o ambientale, o culturale. Noi quelle domande le vogliamo ascoltare: investono persino il senso del vivere associato. Chiamano in causa le prerogative del genere umano anzi umanizzato, prerogative smarrite nei labirinti dell'individualismo celebrato dalla Lady di quel ferro liberista che ha percosso le nostre comunità di lavoro e di sentimento. Noi le dobbiamo sapere intendere, sondarle, tradurle, quelle domande. Non sfuggire alla loro radicale politicità, non buttarla in filosofia. […].”
Nichi Vendola, intervento alla assemblea generale di SEL, gennaio 2012
Le radici vitali di una società fondata sui beni comuni, di Enzo Mazzi

Lo spettro di un baratro verso cui stiamo inesorabilmente scivolando sta riaprendo la riflessione sui fondamenti della vita sociale, sul senso dello sviluppo, della crescita e del consumo, sulla «razionalità» del mercato, sugli stili di vita individuali e collettivi, sulla nostra quotidianità. È questo il succo dell'incontro che si è tenuto recentemente al centro sociale Rivolta di Marghera, attorno ai due grandi protagonisti attuali della scena pubblica e cioè gli operai della Fiom, i ricercatori, gli studenti medi e universitari.
In discussione è l'asse del vivere civile imposta al mondo intero dalla oligarchia che domina l'economia e la politica a livello planetario: la guerra di tutti contro tutti, chiamata eufemisticamente competizione mondiale. È la follia al potere. Quando avremo raggiunto il fondo a cosa ci attaccheremo per risalire? Non è dal potere che verranno le soluzioni. Perché «non si possono risolvere i problemi con gli stessi schemi di pensiero con cui sono stati creati».

Un nuovo paradigma storico si sta delineando, appena intravisto. È basato sulla cooperazione anziché sulla competizione, sulla condivisione anziché sull'appropriazione individualistica. Il nuovo paradigma si sta configurando come un nuovo patto tra gli esseri umani che però include necessariamente anche un nuovo patto con la terra, con la natura, con la vita. Un sogno? Un'utopia consolatoria senza aderenza alla realtà? Qualche volta il dubbio ci assale. E allora bisogna alimentare la speranza alle esperienze concrete, alle buone pratiche e anche alle buone teorie.

Ci viene in aiuto una recente pubblicazione curata da Paolo Cacciari pubblicata con il titolo “La società dei beni comuni”: una rassegna. «Il libro - è scritto nel risvolto di copertina - raccoglie diciannove opinioni di autrici e autori italiani che da diverse visuali disciplinari ... si sono confrontati con i temi dei commons. Aria, acqua, terra, energia, e conoscenza sono risorse speciali, beni primari da cui tutto dipende e la cui fruizione richiede quindi attenzioni particolari. L'applicazione a tali beni della logica del mercato ha sperimentato infatti i più clamorosi fallimenti. ... ma cresce anche l'opposizione da parte di numerosi gruppi di citttadinanza attiva».
Dopo una panoramica complessiva del problema offerta dall'introduzione di Paolo Cacciari e dal documento “La società dei beni comuni” redatto dalla Officina delle idee di «Rete@Sinistra», si snodano i vari contributi suddivisi in due grandi sezioni: «Le buone teorie» e «Le buone pratiche». Se è permessa una critica, posso rilevare l'assenza di una riflessione sulla memoria. La crisi strutturale che stiamo vivendo oggi c'impone di riscoprire criticamente nella nostra storia i germi di quelle esperienze alternative, di pensiero e di pratiche, che ci hanno preceduto. Non si tratta di riproporre oggi sogni, lotte, racconti del passato ma di ispirarsi di nuovo ai loro valori di fondo. La memoria del vivere sociale ha una grande vitalità generativa: produce identità collettiva, tesse la trama del tessuto relazionale della città, crea di continuo comunità solidali e ostacola i germi distruttivi della frantumazione egoistica.
La memoria sociale, però, non è solo questo. È anche un luogo di resistenza, anzi il luogo privilegiato della resistenza. Il neo-liberismo infatti si afferma nella misura in cui riesce ad annullare la memoria sociale. Perché è creatore di società-necropoli. Ha bisogno di produttori/consumatori senza identità sociale. Per questo salvaguardare la memoria sociale, spogliarla dalla ritualità necrofila, attualizzarla, è uno dei compiti più urgenti di chi vede un futuro per l'umanesimo sociale, per la solidarietà planetaria, per la società dei diritti a partire dai diritti sociali, per l'etica comunitaria aperta oltre i confini.

La via d’uscita (a sinistra)

Si può definire “un altro mondo” quello che si è riunito a Firenze al teatro Puccini il 9 dicembre 2011: le 800 persone che hanno partecipato al forum “La via d’uscita. L’Europa e l’Italia, crisi economica e democrazia” promosso da Rete@Sinistra, Sbilanciamoci, Il Manifesto e Lavoro e Libertà ?
Forse sì, un “mondo” che ha cercato di parlare, confrontarsi, capire, analizzare per trovare e proporre “un’altra strada per l’Europa”. Almeno è stata una voce diversa che, in questo incontro, ha parlato del disastro italiano, del debito italiano, del governo Berlusconi e del berlusconismo e delle manovre del governo Monti; ma soprattutto ha parlato e ha cercato di confrontarsi su proposte alternative a livello europeo, inserite in un’ottica di globalizzazione, che vadano nel segno di mantenere saldi alcuni temi “imprescindibili”: un’altra Europa può essere possibile se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di una maggiore integrazione.
Al Forum sono stati trattati temi che definiamo “imprescindibili”; ci si è interrogati su:
-come salvare e praticare la democrazia all’interno dell’ormai conclamata sua crisi in Europa, e quale democrazia, vedendo come nodo ancora da sciogliere la ricerca di una sintesi tra democrazia rappresentativa e democrazia “partecipativa” diretta;
-come integrare le politiche economiche in un “modello di sviluppo alternativo” (per non parlare di crescita e decrescita) in cui l’assunto sia aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze, quindi rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici;
-come ridimensionare la finanza e fare in modo che la politica si riprenda il suo potere, uscendo anch’essa dalla sua crisi e individuare un soggetto deputato a fare proposte, analizzando seriamente, senza mascheramenti, la crisi dei sindacati e dei partiti;
-come riportare il controllo degli Stati sul movimenti dei capitali, sulla manovre finanziarie.

Parlavamo di temi “imprescindibili”, ma per che cosa? Per la costruzione di una società basata sull’uguaglianza, sulla giustizia, sull’equità, sulla democrazia, una società di “sinistra”? Ma cosa significano oggi “destra e sinistra”. Vorremmo interrogarci e confrontarci su questi temi, capire come li sentiamo noi, oggi, come riusciamo a miscelare utopia e realtà.

La giornata di discussione al Puccini è stata suddivisa in tre sessioni in cui sono stati affrontati da vari relatori diversi temi.
La prima sessione si intitolava “La rotta d’Europa” ed è stato affrontato il doppio senso che la frase propone: rotta d’Europa perché si cerca di individuare quale rotta, quale direzione l’Europa può ancora prendere, per non diventare un’ Europa rotta, in rotta.
Gli interventi di Massimo Torelli, Rossana Rossanda, Mario Pianta, Luigi Ferrajoli concordavano nel dire che va trovata una via d’uscita alternativa alla depressione economica, in cui le proposte per sanare il deficit di bilancio non vanno cercate fra i più deboli, nelle pensioni, nei salari, nella riduzione della spesa pubblica, del welfare, della scuola, dell’istruzione, ma la tassazione deve spostarsi sui redditi alti e sulla ricchezza, sulle transazioni finanziarie, sull’evasione fiscale. Ma oltre che avanzare proposte alternative in economia, se per economia si intende la “contabilità di bilancio”, vanno affrontate misure politiche, nel senso che la politica si riassuma i suoi poteri per dare una struttura democratica all’Europa, sotto il profilo dei rapporti fra le classi, in cui le decisioni vengano prese dai popoli. Basti pensare che l’Europa Unita, invece di luogo preparato a fermare la globalizzazione, ne è diventata avamposto e che quando la UE si è costituita, il primo atto è stato la creazione di una moneta unica, l’euro, non una costituzione comune, cioè una dichiarazione politica unitaria. E, a questo proposito, Ferrajoli ha proposto, e il forum le ha fatte sue, due azioni immediate:
a)      l’avvio di un gruppo di lavoro che veda insieme giuristi, economisti e politici sui trattati europei per arrivare ad una costituzionalizzazione dei diritti, del diritto al lavoro e dei lavoratori, una costutuzionalizzazione dei beni demaniali e “comuni” ( in base all’esperienza di Napoli), e dei diritti sociali.
b)      b) l’avvio di un gruppo di lavoro sull’audit del debito, per capire non solo a che punto siamo, ma come questo debito si è costituito.

La seconda sessione “Italia: le alternative all’austerità, al debito, per il lavoro” attraverso i relatori ( Gabriele Polo, Giulio Marcon, Guido Viale, Francuccio Gesualdi, Annamaria Simonazzi e Maurizio Landini) ha affrontato più nello specifico quale modello di sviluppo, quale economia si vuole costruire, cioè quale produzione e consumi incentivare.
E’ stata fatta un’analisi della crisi, una crisi molto profonda “nel” capitalismo, non “del” capitalismo che, come sistema, non sta perdendo la sua egemonia, anzi ha reagito con grande determinazione e aggressività agli scossoni del ’68; il neo liberismo “ha vinto”, cambiando l’organizzazione del lavoro, mondializzandola, ha enfatizzato lo spazio della finanza che ha sommerso l’economia reale, il dominio del capitale finanziario non ha più limiti e si stanno smantellando anche quegli elementi riformisti che erano considerati come “diritti” intoccabili, minando alle radici della democrazia.
Si è parlato di uscire dall’opposizione  crescita-decrescita, scegliendo il termine sviluppo, che non significa aumento dei consumi materiali, con la conseguente ricaduta sull’ambiente e su di noi, ma come? Con chi? Va tenuto presente che nel mondo, oggi, ci sono paesi ancora alla fame, paesi emergenti desiderosi di crescere e consumare, enormi interessi contrastanti.
E lo sviluppo deve portare ad un aumento dell’occupazione, soprattutto giovanile.
E’ stato ripreso il tema del lavoro legato ad una rivisitazione del concetto stesso di lavoro, inteso, da una parte, come soddisfacimento dei bisogni e quindi sono tornati slogan quali lavorare meno, lavorare tutti, ridistribuire risorse e salari, puntare su investimenti in infrastrutture sociali che utilizzino capitale umano, quali il tempo pieno a scuola, la formazione, i servizi di cura.
Dall’altra parte Landini ha sottolineato, con forte emotività, il fatto che in Italia e nel mondo, nonostante la disoccupazione galoppante, non ci sono mai stati tanti lavoratori salariati come oggi. Il problema è che il lavoratore non ha più capacità di contrattazione, è ricattato dalle aziende e le domande da porci sono:
-       quale può essere, oggi, il soggetto politico in grado di fare delle proposte, sottolineando la profonda crisi dei sindacati, dei partiti e della stessa “classe operaia”;
-       dove e quali sono i “luoghi” di discussione;
-       come si mette di nuovo al centro la rappresentanza del lavoro;
-       cosa serve oggi produrre;
-       come ricostruire una democrazia sociale.

Dai relatori sono state avanzate anche proposte concrete “riformiste”, come: colpire la finanza con una tassazione forte, colpire gli alti patrimoni e l’evasione fiscale, reintrodurre il controllo dei capitali, ridare fiato agli organismi comunitari, ricondurre la Bce ai suoi obiettivi, riqualificare la spesa in infrastrutture sociali, nei servizi (non tanto in “grandi opere”), per creare occupazione e sostenere l’occupazione femminile, rivedere le pensioni (se si allungano gli anni lavorativi, come possono crearsi posti di lavoro per i giovani?).

La terza sessione “La democrazia, la politica” ha affrontato, tramite Norma Rangeri, Paul Ginsborg, Donatella Della Porta, Alberto Lucarelli, Mario Dogliani e Tania Rispoli questi temi con grande passione, talora sconforto, talora punte di speranza, ma sempre con grande desiderio di trovare “una via d’uscita” e di non tirare i remi in barca.
Passato in secondo piano Berlusconi, l’imbroglione, ora Monti, il pulito, l’onesto ci copre onestamente di lividi. “Gli economisti stanno governando mentre la democrazia sta cercando il modo di rappresentarsi ai cittadini. Siamo governati da paura e da sensi di colpa, la democrazia sembra un lusso. Crisi economica, crisi politica, crisi di leadership; a sinistra non esiste più il partito come soggetto collettivo, i partiti oggi sono un ostacolo al rinnovamento della politica e della rappresentanza”. Sono, all’incirca, le parole di Norma Rangeri che sono servite ad aprire un fertile e acceso dibattito su cosa si intende oggi per democrazia, qual è la sintesi possibile tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa diretta, rispetto a cui Alberto Lucarelli, assessore ai Beni Comuni del Comune di Napoli, ha portato la sua interessante esperienza della costruzione di una rete fra Comuni in cui questi possano diventare laboratori di partecipazione dal basso.
Riportiamo alcuni stralci di un’intervista fatta ad Alberto Lucarelli, (Professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico, Università di Napoli Federico II, dal 1999 Componente della Commissione Rodotà per la riforma del regime civilistico della proprietà pubblica e per la difesa dei beni comuni, diventato assessore nella giunta De Magistris), da Checchino Antonimi e  ripresa da “Liberazione” del 17 luglio 2011.
“Napoli è la prima città a introdurre la nozione di “bene comune” nel proprio Statuto. Quando la modifica statutaria che riprende la nozione elaborata dalla “Commissione Rodotà” è passata in Giunta, Alberto Lucarelli, assessore ai Beni comuni, non ha esitato a evocare la rivoluzione. Da allora sembra prendere corpo un approccio inedito ai temi della partecipazione e dei beni comuni. Già la prima riunione di Giunta, nell’imminenza del referendum aveva stabilito immediatamente la ripubblicizzazione del servizio idrico da affidare a un ente di diritto pubblico con i cittadini nel Cda. Passano alcune settimane e centinaia di persone riempiono una sala di Piscinola, la municipalità di Scampia, per lanciare dal luogo simbolo del degrado sociale, la Costituente per i beni comuni – “Laboratorio Napoli”. Lucarelli le chiama «assemblee del popolo. La parola cittadino — spiega – riconduce alla rivoluzione borghese, popolo richiama le conquiste del XX secolo. Il tutto è avvenuto seguendo un particolare modo di lavorare. C’è stata un’assemblea di duecento persone al Maschio Angioino, esponenti di associazioni, singoli cittadini. Il modello che seguiamo è quello definito dalla convenzione di Aarhus (è legge dello Stato dal 2001) con cui l’Ue prevede che i cittadini partecipino alla determinazione delle politiche ambientali, non solo alle fasi di proposta o controllo. E’ qualcosa di più della democrazia partecipativa. Si può definire democrazia deliberativa e a Napoli verrà estesa non solo ai temi ambientali ma a tutte le tematiche locali. E’ il senso della prima assemblea del popolo di Piscinola. Verranno istituite dodici consulte, una per ciascun assessorato, autogestite ma in contatto on line tra loro e con l’assessorato, ciascuna consulta avrà più tavoli tematici e dalle consulte verranno proposte delibere per l’assessore. La Giunta deve attenersi al deliberato oppure argomentare la scelta differente. Ne immagino 2-3 in un anno.
Questo percorso ci aiuta ad uscire dalle mistificazioni della partecipazione, usata spesso per scaricare la responsabilità sui cittadini o per mascherare forme lobbistiche o corporative. In effetti, spesso la partecipazione è ridotta alla messinscena di un rito. E i riti servono a confermare i rapporti di forza.
E’ certo un rischio del processo partecipativo ma l’assessorato sarà garante dell’interesse pubblico, di questa trasformazione che è una rivoluzione perché così si va a destrutturare il concetto di diritto pubblico che prevede finora un processo decisionale ottocentesco, la finzione giuridica dello stato borghese per cui la sovranità appartiene al popolo ma la esercita qualcun altro a suo nome. Il diritto pubblico, fino ad ora, prevede tre dimensioni: quella amministrativo-gestionale, la più autoritaria, la dimensione politica e, con Weimar e con la nostra Costituzione del 1948, arriva la dimensione sociale. Dagli anni 70 ogni forma di democratizzazione non è stata sufficiente a realizzare una democrazia sostanziale. Oggi affermiamo una quarta dimensione quella partecipativa che si può affermare solo se passa una categoria giuridica nuova, quella dei beni comuni. Una dimensione comunista, in grado di uscire dalla strettoia dei regimi proprietari pubblici o privati, dall’accentramento decisionale, dalle politiche sociali calate dall’alto e dallo sfruttamento sui beni pubblici e privati. Tutto ciò è stato reso più grave dai processi di privatizzazione degli anni ’90, da allora assistiamo ad un’accelerazione del saccheggio. Ecco allora l’esigenza di uscire dalla dicotomia pubblico-privato con la categoria dei beni comuni che sono una categoria inclusiva e collettiva in contrasto con i principi escludenti, individualistici e borghesi della proprietà.»

Tornando alla terza sessione del Forum, fertile dibattito anche sulla possibile “alternativa” oggi, su “chi siamo, quanti siamo, come allargare queste riflessioni”, come analizzare la crisi delle forme partito e sindacato e come riattivare un processo che parta dal basso, tenendo presenti che segnali positivi e di speranza ci sono, basti pensare alle risposte che i lavoratori della Fiat riescono ancora a dare, ai movimenti che si sono sviluppati dalla primavera araba, agli indignados nelle piazze del mondo, compresi quelli di Occupy Wall Street che hanno sfilato a New York chiedendo l’istituzione di una “Robin Hood Tax” dell’1% su tutte le transazioni finanziarie e gli scambi di valuta e alle tante altre esperienze sparse per il mondo.

Dal Forum “Via di uscita”- Firenze 9 dicembre 2011 
Proposta di Appello Europeo per “Un’altra strada per l’Europa”
La crisi dell’Europa è l’esaurirsi di un percorso fondato sul neoliberismo e sulla finanza. Negli ultimi vent’anni il volto dell’Europa è stato il mercato e la moneta unica, liberalizzazioni e bolle speculative, perdita di diritti ed esplodere delle disuguaglianze. Alla crisi finanziaria, le autorità europee e i governi nazionali hanno dato risposte irresponsabili: hanno rifiutato di intervenire con gli strumenti dell’Unione monetaria per arginare la crisi, hanno imposto a tutti i paesi politiche di austerità e tagli di bilancio, che saranno ora inseriti nei trattati europei. I risultati sono che la crisi finanziaria si estende a quasi tutti i paesi, l’euro potrebbe saltare, si profila una nuova grande depressione, c’è il rischio della disintegrazione dell’Europa.
L’Europa può sopravvivere soltanto se cambia strada. Un’altra Europa può essere possibile, se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di più integrazione. E’ la strada indicata da una parte importante della cultura e della società europea, dai movimenti per la giustizia, dalle proteste in tutti i paesi contro le politiche di austerità dei governi. E’ una strada che non ha ancora trovato un’eco tra le forze politiche europee.
La strada per un’altra Europa deve far convergere le visioni di cambiamento, le proteste sociali, le politiche nazionali ed europee verso un quadro comune.
Proponiamo cinque obiettivi da cui partire:
Ø  Ridimensionare la finanza. La finanza – all’origine della crisi – dev’essere messa nelle condizioni di non devastare più l’economia. L’Unione monetaria dev’essere riorganizzata e deve garantire collettivamente il debito pubblico dei paesi che adottano l’euro; non può essere accettato che il peso del debito distrugga l’economia dei paesi in difficoltà. Tutte le transazioni finanziarie devono essere tassate, devono essere ridotti gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, una regolamentazione più stretta deve impedire le attività più speculative e rischiose, si deve creare un’agenzia di rating pubblica europea.
Ø  Integrare le politiche economiche. Oltre a mercato e moneta servono politiche comuni in altri ambiti, che sostituiscano il Patto di Stabilità e Crescita, riducano gli squilibri, cambino la direzione dello sviluppo. In campo fiscale occorre armonizzare la tassazione in Europa, spostando il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorse non rinnovabili, con nuove entrate che finanzino la spesa a livello europeo. La spesa pubblica – a livello nazionale e europeo – dev’essere utilizzata per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici. Le politiche industriali e dell’innovazione devono orientare produzioni e consumi verso maggiori competenze dei lavoratori, qualità e sostenibilità. Gli eurobond devono essere introdotti non per rifinanziare il debito, ma per finanziare la riconversione ecologica dell’economia europea, con investimenti capaci di creare occupazione e tutelare l’ambiente.
Ø  Aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa. Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, e hanno riportato le disuguaglianze in Europa ai livelli degli anni trenta, ora serve mettere al primo posto sia la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi che la democrazia e la contrattazione collettiva.
Ø  Proteggere l’ambiente. La sostenibilità, l’economia verde, l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia devono essere il nuovo orizzonte dello sviluppo europeo. Tutte le politiche devono tener conto degli effetti ambientali, ridurre il cambiamento climatico e l’uso di risorse non rinnovabili, favorire le energie pulite, le produzioni locali, la sobrietà dei consumi.
Ø  Praticare la democrazia. La forme della democrazia rappresentativa e della democrazia solciale  attraverso partiti, rappresentanza sociale e governi nazionali, sono sempre meno capaci di dare risposte ai problemi. A livello europeo, la crisi toglie legittimità alle burocrazie – Commissione e Banca centrale – che esercitano poteri senza risponderne ai cittadini, mentre il Parlamento europeo non ha ancora un ruolo adeguato. In questi decenni la società civile europea ha sviluppato movimenti sociali e pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa – dalle mobilitazioni dei Forum sociali alle proteste degli indignados in molti paesi – che hanno dato ai cittadini la possibilità di essere protagonisti. Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale. Occorre superare il divario tra i cambiamenti economici e sociali di oggi e gli assetti istituzionali e politici che sono fermi a un’epoca passata. L’inclusione sociale e politica dei migranti è una condizione imprescindibile di promozione della convivenza civile e rappresenta un’opportunità per l’inclusione dell’area europea dei movimenti dell’Africa mediterranea che hanno rovesciato regimi autoritari.
Ø  Fare la pace. L’integrazione europea ha consentito di superare molti conflitti, ma l’Europa resta responsabile della presenza di armi nucleari e di un quinto della spesa militare mondiale: 316 miliardi di dollari nel 2010. Con gli attuali problemi di bilancio, drastici tagli e razionalizzazioni della spesa militare sono indispensabili. L’Europa deve costruire la pace intorno a sé con una politica di sicurezza umana anziché di proiezione di forza militare. L’Europa si deve aprire alle nuove democrazie del Medio oriente, così come si era aperta ai paesi dell’Europa dell’est. Si deve aprire ai migranti riconoscendo i diritti di tutti i cittadini del mondo.
Le mobilitazioni dei cittadini, le esperienze della società civile, del sindacato e dei movimenti che hanno costruito quest’orizzonte diverso per l’Europa devono ora trovare ascolto nelle forze politiche e nelle istituzioni nazionali ed europee.
Trent’anni fa, all’inizio della “nuova guerra fredda” tra est e ovest, l’Appello per il disarmo nucleare europeo lanciava l’idea di un’Europa libera dai blocchi militari e chiedeva di “cominciare ad agire come se un’Europa unita, neutrale e pacifica già esistesse”. Oggi, nella crisi dell’Europa della finanza, dei mercati, della burocrazia, dobbiamo lanciare l’idea e le pratiche di un’Europa egualitaria, di pace, verde e democratica.
Primi firmatari (relatori e organizzatori dell’incontro di Firenze):
Rossana Rossanda, Maurizio Landini, Paul Ginsborg, Luigi Ferrajoli, Mario Pianta, Massimo Torelli, Gabriele Polo, Giulio Marcon, Guido Viale, Annamaria Simonazzi, Norma Rangeri, Donatella Della Porta, Alberto Lucarelli, Mario Dogliani, Tania Rispoli, Claudio Riccio, Gianni Rinaldini, Chiara Giunti, Domenico Rizzuti e Vilma Mazza.

 Forum dei Comuni per i Beni Comuni
Il Comune di Napoli ha promosso, per il 28 gennaio, il Forum dei Comuni per i beni comuni. Protagonisti della giornata saranno amministratori, movimenti, associazioni, cittadine e cittadini.
Location dell'evento: Teatro Politeama e Maschio Angioino.

Una giornata, quella che si svolgerà a Napoli il 28 gennaio, che vorremmo fosse dedicata al tema della difesa dei beni comuni, fondamento irrinunciabile dei diritti, ma anche pilastro della democrazia partecipativa.
Documenti
Programma
Ore 9-10,00: Registrazione presso il Teatro Politeama, via Monte di Dio
Ore 11,00: apertura dei lavori:
Norma Rangieri (Il manifesto)
Alberto Lucarelli (Assessore ai beni comuni e democrazia partecipativa del Comune di Napoli)
Ore 12-17,30: presso il Maschio Angioino, svolgimento dei quattro tavoli tematici:
1. Autonomia finanziaria degli enti locali
2. Beni comuni, partecipazione e servizi pubblici
3. Politiche del welfare, diritti, politiche dei migranti e del lavoro
4. Nuovo modello urbano e sviluppo sostenibile
Ore 13,30: light lunch presso il Maschio Angioino
Ore 17,30: pausa caffè presso il Maschio Angioino
Ore 18-19,00: presso il teatro Politeama, in via Monte di Dio: Report dei quattro tavoli tematici
Interventi di: Nichi Vendola (Presidente della Regione Puglia), Massimo Zedda (Sindaco di Cagliari), Giuliano Pisapia (Sindaco di Milano), Michele Emiliano (Sindaco di Bari), Giorgio Orsoni (Sindaco di Venezia), Virginio Merola (Sindaco di Bologna), Nicola Zingaretti (presidente della Provincia di Roma)
Conclusioni di Luigi de Magistris (Sindaco di Napoli)


Valori della sinistra di Pierluigi Bersani (dal Programma “Vieni via con me” 15.11.2010)

La sinistra è l'idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi fare davvero un mondo migliore per tutti.
Abbiamo la più bella Costituzione del mondo, la si difende ogni giorno e il 25 aprile si fa festa.
Nessuno può star bene da solo: stai bene se anche gli altri stanno un po' bene. Se pochi hanno troppo e troppi hanno poco, l'economia non gira, perché l'ingiustizia fa male all'economia.
Si vuole un mercato che funzioni, senza monopoli, corporazioni, posizioni di dominio, ma ci sono beni che non si possono affidare al mercato: la salute, l'istruzione, la sicurezza.
Il lavoro non è tutto, ma questo può dirlo solo chi un lavoro ce l'ha. Il lavoro è la dignità di una persona: sempre. E sopratutto quanto hai 30 anni e hai paura di passare la vita in panchina.
Ma chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto. E allora un'ora di lavoro precario non può costare meno di un'ora di lavoro stabile.
Chi non paga le tasse mette le mani nelle tasche di chi è più povero di lui. Se 100 euro di un operaio, di un pensionato, di un artigiano pagano di più dei 100 euro di uno speculatore, vuol dire che il mondo è capovolto.
Davanti ad un problema serio di salute non ci può essere né povero né ricco né calabrese, né lombardo, né marocchino: si fa con quel che si ha, ma si fa per tutti.
L'insegnante che insegue un ragazzo per tenerlo a scuola è l'eroe dei nostri tempi: indebolire la scuola pubblica vuol dire rubare il futuro ai più deboli.
La condizione alla donna è la misura della civiltà di un paese: calpestarne la dignità è l’umiliazione di un paese.
Dobbiamo lasciare il pianeta meglio di come l'abbiamo trovato perché non abbiamo il diritto di distruggere quello che non è nostro e l'energia va risparmiata e rinnovata sgombrando la testa da fanta-piani nucleari.
Il bambino figlio di immigrati che è nato oggi non è né immigrato né italiano. Dobbiamo dirgli chi è: lui è un italiano.
Se devo morire attaccano per mesi a mille tubi non può deciderlo il parlamento, perché un uomo resta un uomo con la sua dignità, anche nel momento della sofferenza e del distacco.
C'è un modo per difendere la fede di ciascuno, per garantire le convinzioni di ciascuno, per riconoscere la condizione di ciascuno. Questo modo, irrinunciabile, si chiama laicità.
Per guidare un'automobile – che è un fatto pubblico – ci vuole la patente – che è un fatto privato.
Per governare – che è un fatto pubblico – bisogna essere persone per bene, che è un fatto privato.
Chi si ritiene di sinistra, chi si ritiene progressista deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace senza ovvie violenze e deve combatterle contro la pena di morte, la tortura, ogni altra sopraffazione fisica o morale e ogni illegalità.
Essere progressisti significa combattere l'aggressività che ci abita dentro, quella del più forte sul più debole, dell'uomo sulla donna, di chi ha potere su chi non ne ha. E prendere la parte di chi ha meno forza e meno voce.

Qui finisce il mio tempo, ma non certo il mio elenco. Grazie.

 Destra Sinistra di Giorgio Gaber

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Fare il bagno nella vasca è di destra
far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra
di contrabbando è di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una bella minestrina è di destra
il minestrone è sempre di sinistra
tutti i films che fanno oggi son di destra
se annoiano son di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Le scarpette da ginnastica o da tennis
hanno ancora un gusto un po' di destra
ma portarle tutte sporche e un po' slacciate
è da scemi più che di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

I blue-jeans che sono un segno di sinistra
con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra
i prezzi sono un po' di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
I collant son quasi sempre di sinistra
il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra
il cesso è sempre in fondo a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La piscina bella azzurra e trasparente
è evidente che sia un po' di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare
sono di merda più che sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l'ossessione
della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra
la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra
la Nutella è ancora di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Il pensiero liberale è di destra
ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra
la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Il saluto vigoroso a pugno chiuso
è un antico gesto di sinistra
quello un po' degli anni '20, un po' romano
è da stronzi oltre che di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare
un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c'è
se c'è chissà dov'è, se c'é chissà dov'é.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra
la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente
è un po' a sinistra
è il demonio che ora è andato a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La risposta delle masse è di sinistra
con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra
il figlio di puttana è a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po' più di destra
ma un figone resta sempre un'attrazione
che va bene per sinistra e destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Basta!