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martedì 27 gennaio 2015

Le due memorie

Scontro di due memorie
Mahmud Darwish, Birwa(Alta Galilea 1942, Houston 2008)
   La memoria ebraica ha trasformato una delle sue pretese basilari in rivendicazione di diritto alla Palestina, eppure è incapace di riconoscere il diritto altrui e di apprezzarne il senso della memoria. Gli israeliani rifiutano di convivere con la memoria palestinese, rifiutano di riconoscerla, nonostante uno degli slogan nazionali ebraici sia “non dimenticheremo”.
Mantenere la coscienza collettiva in stato di perenne ricordo per polarizzare il sentimento nazionale è una delle materie fondamentali insegnate nella scuola israeliana nella prima nella scala delle priorità sioniste. Ripetono sempre: “possa io dimenticare la mia mano destra, se ti dimentico Gerusalemme!”. Dopo l’olocausto a cui gli ebrei europei sono stati sottoposti dal nazismo, il loro moto fondante è diventato “non dimenticheremo e non perdoneremo”.
Ogni anno gli israeliani commemorano le proprie vittime. Israele si ferma. Ci sono un museo specifico, un insegnamento specifico, un programma specifico per ricordare l’olocausto alle nuove generazioni. Nel libro di Amos Elon intitolato Israeliani, c’è un capitolo specifico dedicato a questo argomento che dice: “Agli occhi della giovane generazione post-sionista, l’olocausto ha perciò confermato uno dei temi fondamentali del sionismo classico del 19º secolo: senza un paese proprio si è la feccia della terra, preda inevitabile delle belve”. Nel libro viene riconosciuto il fatto che la politica israeliana strumentalizza l’olocausto come ricatto emotivo.
La cultura israeliana insiste nel saturare i cittadini con le memorie dell’Olocausto avvenuto in Europa per acuire la sensazione di esilio e isolamento dal resto del mondo. Sensazione essenziale nella psicologia e nel temperamento israeliani. Alimentare la memoria israeliana ha, dunque, un intento politico preciso: acuire la rivendicazione sionista della Palestina inculcando negli israeliani la convinzione che la minaccia dello sterminio rimane costante e che tornare e rifugiarsi in “terra d’Israele” è l’unica garanzia di sicurezza storica e politica.
   L’olocausto e sua utilizzazione a fini politici
 Non dimenticare le stragi naziste è un dovere di tutti, non soltanto degli ebrei. Qualsiasi livello di antagonismo arabo-israeliano si sia raggiunto, nessun arabo ha il diritto di simpatizzare con il nemico del proprio nemico, perché il nazismo è nemico di tutti i popoli. E questa è una cosa.
Però Israele sfoga i suoi rancori su un altro popolo chiedendo ai palestinesi e a qualsiasi altro arabo di pagare il prezzo di crimini che non hanno commesso. E questa è un’altra cosa.
Gli israeliani si vantano di fronte al mondo di essere i primi profughi ed esiliati nella storia dell’umanità, fino al punto di trasformare questo attributo in un segno distintivo. Però sono completamente incapaci di comprendere che anche altri possono possedere lo stesso senso.
Non è crudele affermare che il comportamento dei sionisti contro il popolo palestinese è paragonabile alle pratiche naziste applicate contro gli stessi ebrei.
 Non è crudele affermare che il comportamento israeliano e quello del movimento sionista nei rapporti internazionali strappano proprio di bocca il commento: commerciano con il sangue delle vittime ebree. Con i soldi e l’equipaggiamento ricevuti in risarcimento delle vittime del nazismo uccidono un altro popolo.
Dunque non è crudele nemmeno affermare che il modo in cui Israele commemora le vittime del nazismo è caratterizzato dal ricatto emotivo; in quanto saturare gli israeliani tramite il senso dell’olocausto spinto all’eccesso e contemporaneamente tramite il bisogno di vendicarsi non del proprio carnefice ma di un’altra vittima, ossia il popolo palestinese, è un obiettivo politico.
il sionista arrogante non si vergogna di vantare che la perdita di 6 milioni di ebrei, o giù di lì,  gli è valsa una patria.
(Darwish, Una trilogia palestinese, Feltrinelli, Milano 2014, pgg.45-46)
(Mahmud Darwish, Una trilogia palestinese, Feltrinelli ed., 2014, p.

mercoledì 13 agosto 2014

La polizia israeliana picchia palestinese e confisca il suo trattore

La polizia israeliana picchia palestinese e confisca il suo trattore

Il palestinese stava trasportando acqua dal villaggio palestinese di At Tuwani alla città di Yatta
At Tuwani- La mattina del 12 agosto 2014, alle 9:45 circa la Polizia Israeliana ha picchiato un autista palestinese e confiscato il suo trattore.
M.A. di 20 aani mentre stava trasportando una cisterna d'acqua con il suo trattore dal villaggio di At Tuwani alla città di Yatta è stato fermato dalla polizia israeliana. Stando alle testimonianze dei palestinesi accorsi sul posto, i poliziotti lo avrebbero picchiato in viso e spruzzato dello spray al peperoncino nei suoi occhi. Quando dei volontari internazionali sono arrivati sul posto, assieme al Medical Relief palestinese, hanno visto un uomo steso a terra che gridava a causa del dolore, attorniato da due poliziotti.
Alle ore 10:00 M.A. è stato portato all'ospedale palestinese di Yatta dal soccorso medico per essere medicato a seguito dei maltrattamenti.
Subito dopo la polizia ha confiscato il suo trattore staccando la cisterna carica d'acqua che è rimasta in mezzo alla strada a ostruire il passaggio.
I poliziotti sul luogo si sono rifiutati di dare alcuna spiegazione dei fatti e hanno impedito al palestinese di parlare con il suo avvocato.
Secondo B'tselem “ l'esercizio illegale della forza da parte dei poliziotti è un fenomeno caratteristico di regimi oppressivi e antidemocratici, e che calpesta i diritti umani”.

La politica di restrizioni, checkpoint, chiusura dei villaggi, arresti e confische portata avanti dall'esercito e polizia israeliani, combinata con le continue minacce e attacchi da parte dei coloni nell'area nega l'accesso ai diritti umani per i palestinesi, come la libertà di movimento, l'accesso ai diritti umani di base, e impedisce il naturale sviluppo delle comunità locali.

Dopo il rapimento di 3 ragazzi israeliani e durante l'operazione militare israeliana “protective Edge” questa politica si sta trasformando in un contesto più generale di punizione collettiva a danno della popolazione pelastinese per mano delle forze armate israeliane.
Ciononostante le comunità palestinesi delle colline a sud di Hebron sono fortemente coinvolte nella rivendicazione dei loro diritti e nella scelta di resistere all'occupazione israeliana in maniera nonviolenta.
Operazione Colomba mantiene una presenza internazionale ad At Tuwani e nelle colline a sud di Hebron dal 2004.
Video of the incident :
 http://goo.gl/T2Pb9M

Operation Dove - Nonviolent Peace Corps Palestine/Israel  Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII
Email: tuwani@operationdove.org
Web: www.operationdove.org
Mobile: +972 54 9925773

mercoledì 30 luglio 2014

MESSAGGIO DEL VESCOVO DI GERUSALEMME IN ESILIO

MESSAGGIO DEL VESCOVO DI GERUSALEMME IN ESILIO IL MONSIGNOR ILARION CAPUCCI TRASMESSO DALLA TV PALESTINESE.

 Alla nostra gente,
Ai nostri amori,
Ai nostri figli a Gaza l’Araba Cristiana e Musulmana.
Ai figli di Khadigia Om El Moumenin (madre dei fedeli),
Ai figli di Maria madre della Luce,
Al Popolo della Lotta e della Resistenza,
A voi cui il nemico dell’umanità ha depredato l’esistenza, la pace e la sicurezza,
Il nostro saluto, il saluto del Signore dell’Amore Cristo, ed il saluto del Signor della Pace Mohammad a Voi.
In questi momenti critici che state attraversando dove il nemico di Mosè, di Cristo e di Mohammad sta infierendo con la sua barbarie e la sua macchina distruttrice contro i nostri bambini, le nostre donne ed i nostri anziani.
Oggi il sangue è diventato il mattino e la sera di Gaza, questo sangue puro sta scorrendo a fiumi in Palestina, accompagnato dal silenzio arabo e mondiale, che sta coprendo i crimini dell’occupazione sionista, ed il tradimento degli stati arabi fondati sulle monarchie del petrodollaro è chiaro come il sole a mezzogiorno.
Noi sappiamo che in mezzo a questa sottomissione degli arabi, siete voi gli eroi del nostro tempo e state scrivendo ogni giorno le pagine dell’epico poema dell’eroismo e della resistenza di fronte ad un nemico vile e vigliacco, capace di affrontarvi solo con la sua macchina da guerra dal cielo e dal mare.
In verità, questo nemico è talmente vigliacco da non affrontarVi faccia a faccia “Vi combatteranno uniti solo dalle loro fortezze o dietro le mura. Grande è l'acrimonia che regna tra loro. Li ritieni uniti, invece i loro cuori sono discordi: è gente che non ragiona" Versetto Coranico. 
Noi lo diciamo in tutte le lingue del mondo che siamo di fronte ad una brutale carneficina, pertanto la condanniamo con tutte le nostre forze, e annunciamo la nostra solidarietà al nostro Popolo, quello Palestinese.
Siamo solidali e complici con il nostro Popolo, con i frammenti di carne dei nostri bimbi uccisi, con il lamento ed il pianto delle madri e la debolezza dei nostri anziani.
Come uomo di fede chiedo a Dio la Pace per Gaza, quella città ferita e distrutta.
Chiedo a Dio la Pazienza per Gaza, la pazienza per i lutti, per i momenti che stiamo attraversando.
Chiedo a Dio la Vittoria di Gaza contro un occupante assassino.
Misericordia per i Martiri, le mie sentite condoglianze ai loro familiari e la pronta guarigione per i feriti, Inchallah.
Voi Resistete, Voi sarete i Vittoriosi e in verità risorgerete.
Monsignor Ilarion Capucci
Vescovo di Gerusalemme in esilio.

martedì 24 giugno 2014

La Palestina è sotto attacco

La Palestina è sotto attacco! Appello urgente alla solidarietà internazionale

·   Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina chiede con urgenza a tutti i sostenitori e gli amici della Palestina, al popolo palestinese in tutto il mondo, alle nostre comunità palestinesi e alle persone in tutto il mondo in esilio e nella diaspora di scendere in piazza e di agire in risposta agli attacchi da parte dell’occupazione in corso e alle atrocità contro quasi tutte le città, i paesi, i campi profughi e i villaggi della Cisgiordania e di Gaza.
Ovunque le strade sono piene di jeep e veicoli blindati e di soldati armati per uccidere, i cieli pieni di elicotteri Apache e F-16 che minacciano di far piovere morte sulla nostra gente. La scorsa settimana le forze di occupazione hanno intensificato la loro guerra contro il popolo palestinese, ecco una lista dei crimini:
 l'uccisione proprio oggi del ragazzo di 13 anni Mahmoud Jihad Dudeen a Dura fuori da Al-Khalil, colpito al petto, l'uccisione di Ahmad Sabarin, 20 anni, del campo profughi Jalazone;
 la sparatoria e il ferimento di numerosi palestinesi in tutta la Cisgiordania e Gaza, tra cui il ferimento dei giovani palestinesi Yazan Yacoub, 17 anni al torace, nel campo profughi di Qalandiya e di Amir Sa'dy Saleh, anche lui 17 anni, a Jenin;
 le invasioni massicce e le razzie, l'invio di migliaia di soldati di occupazione ad al-Khalil, Ramallah, Nablus, Jenin, Betlemme, Gerusalemme, Qalqilya, l’area di Salfit e l’assedio delle città, dei villaggi e dei campi profughi, che sono stati particolarmente presi di mira con invasioni di massa e violenti attacchi;
 le violente invasioni di case e gli arresti di massa di centinaia di palestinesi tra cui studenti, attivisti, parlamentari, leader politici e la presa di mira di ex prigionieri politici per ri-arrestarli e molestarli, compresa la cattura di 51 ex prigionieri liberati nello scambio di prigionieri del 2011 e un fallito tentativo di arrestare Samer Issawi, ex prigioniero in sciopero della fame.
 la demolizione di case palestinesi, lasciando sempre più famiglie senza casa;
 la violenza crescente e dilagante dei coloni e gli attacchi contro i palestinesi e le terre palestinesi in tutta la Cisgiordania;
il bombardamento e distruzione di Gaza da parte di aerei da guerra dell’occupazione;
 la chiusura, il coprifuoco, i posti di blocco e le restrizioni di movimento imposti ai palestinesi;

 l'invasione dell’Università di Birzeit e gli arresti di studenti, assedi di varie organizzazioni della società civile e anche associazioni di beneficenza.

martedì 3 dicembre 2013

Libertà per Marwan Barghouti e i prigionieri palestinesi

Russell Tribunal on Palestine

Libertà per Marwan Barghouti e i prigionieri palestinesi
Giovedì 5 Dicembre, ore 15-18
Sala delle Bandiere del Parlamento Europeo
Via IV Novembre, n. 149 – ROMA
Assopace Palestina e Fondazione Lelio e Lislie Basso vi invitano a:
Lancio della Campagna “Libertà per Marwan Barghouti e i prigionieri palestinesi”
Presentazione delle conclusioni del Russell Tribunal on Palestine
“Possa questo tribunale prevenire il crimine del silenzio”. Con questo scopo è nato il Tribunale Russel per la Palestina (TRP), un Tribunale Internazionale nato su iniziativa della società civile in seguito alla immobilità della comunità internazionale rispetto alle violazioni del diritto internazionale commesse da Israele nei Territori Occupati.
Giovedì 5 Dicembre, dalle 15 alle 18, presso la Sala delle Bandiere del Parlamento Europeo, in Via IV Novembre, n. 149 a ROMA, in occasione del lancio della Campagna Internazionale “Free Mrwan Barghouti”, verranno presentati i risultati ai quali è pervenuta la giuria composta da personalità internazionali, come la scrittrice statunitense Alice Walker, Roger Waters, musicista dei Pink Floyd, e lo scomparso Stephane Hessel, combattente della Resistenza Francese durante la Seconda Guerra Mondiale e autore del best-seller “Indignatevi”. Durante l’incontro, moderato da Gianni Tognoni, interverranno Pierre Galand, coordinatore generale Tribunale Russell, Leyla Shahid, ambasciatrice dello stato di Palestina presso l' Unione Europea, e  Nurit Peled El Hanan, docente universitaria in Israele e Premio Sacharaov del Parlamento Europeo. Racconterà la sua testimonianza di resistenza Manal Al Tamimi del Comitato popolare di Nabi Saleh. 
Nella seconda parte dell’incontro, Luisa Morgantini, Presidente di Assopace Palestina e già vicepresidente del Parlamento Europeo, presenterà la campagna Internazionale per la Libertà di Marwan Barghouti e dei prigionieri palestinesi lanciata dalla cella di Mandela in Sud Africa e a cui hanno aderito, tra gli altri, Premi Nobel per la pace come Desmond Tutu, il pacifista argentino Adolfo Pérez Esquivel, nonché personalità come l’attivista del movimento afroamericano statunitense Angela Davis e l’ex primo ministro irlandese John Bruton. Tra gli ospiti, l’attore e regista Moni Ovadia e Mai Aikaila, Ambasciatrice in Italia dello Stato di Palestina.
Nell’occasione, saranno resi noti i nomi dei primi firmatari della Dichiarazione di Robben Island, che prende il nome dall’isola dove Nelson Mandela fu tenuto prigioniero e rivolge un appello per la liberazione dei palestinesi tenuti prigionieri per motivi politici, ribadendo che “Occupazione e pace sono incompatibili. La libertà deve prevalere perché il conflitto cessi”. 
Assopace Palestina e Fondazione Lelio e Lislie Basso con l’adesione di:
Arci, Libera, Fiom–Cgil, C.G.I.L., Comunità Palestinese in Italia, Associazione Italia–Palestina,Un Ponte per, Associazione per la Pace, Rete Romana di solidarietà con il popolo palestinese, Restiamo Umani con Vick, Ass.Amici Mezzaluna Rossa, Donne in Nero, Rete Radie Resh, Pax Christi, Cipsi - rivista Solidarietà Internazionale.
Per informazioni:
Luisa Morgantini  luisamorgantini@gmail.com      tel. +39348 3921465
Livia Parisi          liv.parisi@gmail.com                tel. +393485443954


sabato 30 novembre 2013

Solidarietà con il popolo palestinese

29 novembre - Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese
Onore alla Provincia di Firenze e al suo Presidente Andrea Barducci che da sempre sostengono con forza i diritti del popolo palestinese angariato programmaticamente dallo Stato di Israele che lo vuole cancellare dalla Palestina per mezzo dei coloni inseriti in sempre maggior numero nei territori appartenenti ai palestinesi con l'aiuto dell'esercito più armato del mondo.
Questo un breve video della manifestazione del 29 novembre in Palazzo Medici Riccardi a Firenze.
Video
PS. Questa la lettera di invito inviata dallo staff del Presidente Barducci:
Carissimi,

vi inoltro la locandina dell'iniziativa che si svolgerà venerdì prossimo 29 novembre dalle ore 9.00 alle 12.00 circa a Palazzo Medici Riccardi, in sala Luca Giordano, in occasione della Giornata Internazionale di Solidarietà con il popolo palestinese.
La Giornata è stata istituita da una risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ormai più di trenta anni fa, per ricordare al mondo che nel 1948 la nascita dello Stato di Israele prevedeva anche la contemporanea nascita di uno Stato Palestinese libero, indipendente ed autonomo.
Oggi, a distanza di 65 anni, lo Stato Palestinese finalmente esiste, riconosciuto il 29 novembre di un anno fa dalla maggioranza dei Paesi rappresentati all'Assemblea ONU. Ma questo importante successo diplomatico, al momento, non ha portato concreti miglioramenti delle condizioni di vita per la popolazione, che deve quotidianamente  fronteggiare i vincoli e le violenze connesse ad uno stato di occupazione militare.
Le colonie nei territori della West Bank e di Gerusalemme Est, in contrasto con gli indirizzi ed i pronunciamenti del diritto internazionale, continuano a crescere fino a negare di fatto la possibilità dell'esistenza di Due Stati per Due Popoli. 
Le limitazioni cui sono sottoposti i civili palestinesi sono ormai intollerabili, ed il Governo di Israele non pare intenzionato a rivedere le linee guida delle proprie politiche nei confronti della popolazione araba della Cisgiordania.
Per questo la Provincia di Firenze, per il quarto anno consecutivo, organizza questo evento di sensibilizzazione, e lo dedica ai movimenti non violenti della società civile palestinese che protestano contro l'espansione degli insediamenti israeliani e la confisca delle terre.
Saranno presenti, tra gli altri, e porteranno la loro testimonianza di mobiltazione sul campo: la Signora Manal Tamimi, in rappresentanza del Comitato Popolare di Resistenza Non Violenta del villaggio di Nabi Saleh; l'attivista Lema Nazeeh, che un anno fa ha partecipato all'azione simbolica di Baab Al Shams (Villaggio del Sole) sulle terre di Gerusalemme Est dove il Governo Netanyahu prevede la costruzione di una nuova cintura di colonie; la Signora Mahira Dajani, Direttrice dell'istituto Dar Al-Tifel Al-Arabi di Gerusalemme Est, importante presidio della memoria e dell'identità araba della Città Santa.

Siete invitati a partecipare all'incontro ed a diffondere quanto più possibile l'evento, in modo da dimostrare quanto ancora il tema dei diritti e della solidarietà internazionale siano vicini alla nostra sensibilità.

Stefano Vannucci

mercoledì 20 novembre 2013

Moni Ovadia - Perché lascio la «mia» comunità ebraica

TESTIMONIANZA
Perché lascio la «mia» comunità ebraica
 Moni Ovadia
Lunedì scorso tramite un'intervista chiestami dal Fatto Quotidiano, ho dato notizia della mia decisione definitiva di uscire dalla comunità ebraica di Milano, di cui facevo parte, oramai solo virtualmente, ed esclusivamente per il rispetto dovuto alla memoria dei miei genitori. A seguito di questa intervista il manifesto mi ha invitato a riflettere e ad approfondire le ragioni e il senso del mio gesto, invito che ho accolto con estremo piacere. Premetto che io tengo molto alla mia identità di ebreo pur essendo agnostico.
Ci tengo, sia chiaro, per come la vedo e la sento io. La mia visione ovviamente non impegna nessun altro essere umano, ebreo o non ebreo che sia, se non in base a consonanze e risonanze per sua libera scelta. Sono molteplici le ragioni che mi legano a questa «appartenenza».
Una delle più importanti è lo splendore paradossale che caratterizza l'ebraismo: la fondazione dell'universalismo e dell'umanesimo monoteista - prima radice dirompente dell'umanesimo tout court - attraverso un particolarismo geniale che si esprime in una "elezione" dal basso. Il concetto di popolo eletto è uno dei più equivocati e fraintesi di tutta la storia.
Chi sono dunque gli ebrei e perché vengono eletti? Il grande rabbino Chaim Potok, direttore del Jewish Seminar di New York, nel suo «Storia degli ebrei» li descrive grosso modo così : «Erano una massa terrorizzata e piagnucolosa di asiatici sbandati. Ed erano: Israeliti discendenti di Giacobbe, Accadi, Ittiti, transfughi Egizi e molti habiru, parola di derivazione accadica che indica i briganti vagabondi a vario titolo: ribelli, sovversivi, ladri, ruffiani, contrabbandieri. Ma soprattutto gli ebrei erano schiavi e stranieri, la schiuma della terra». Il divino che incontrano si dichiara Dio dello schiavo e dello Straniero. E, inevitabilmente, legittimandosi dal basso non può che essere il Dio della fratellanza universale e dell'uguaglianza.
Non si dimentichi mai che il «comandamento più ripetuto nella Torah sarà: Amerai lo straniero! Ricordati che fosti straniero in terra d'Egitto! Io sono il Signore!» L'amore per lo straniero è fondativo dell'Ethos ebraico. Questo «mucchio selvaggio» segue un profeta balbuziente, un vecchio di ottant'anni che ha fatto per sessant'anni il pastore, mestiere da donne e da bambini. Lo segue verso la libertà e verso un'elezione dal basso che fa dell'ultimo, dell'infimo, l'eletto - avanguardia di un processo di liberazione/redenzione. Ritroveremo la stessa prospettiva nell'ebreo Gesù: «Beati gli ultimi che saranno i primi» e nell'ebreo Marx: «La classe operaia, gli ultimi della scala sociale, con la sua lotta riscatterà l'umanità tutta dallo sfruttamento e dall'alienazione».
Il popolo di Mosé fu inoltre una minoranza. Solo il venti per cento degli ebrei intrapresero il progetto, la stragrande maggioranza preferì la dura ma rassicurante certezza della schiavitù all'aspra e difficile vertigine della libertà.
Dalla rivoluzionaria impresa di questi meticci «dalla dura cervice», scaturì un orizzonte inaudito che fu certamente anche un'istanza di fede e di religione, ma fu soprattutto una sconvolgente idea di società e di umanità fondata sulla giustizia sociale.
Lo possiamo ascoltare nelle parole infiammate del profeta Isaia. Il profeta mette la sua voce e la sua indignazione al servizio del Santo Benedetto che è il vero latore del messaggio: «Che mi importa dei vostri sacrifici senza numero, sono sazio degli olocausti di montoni e del grasso dei giovenchi. Il sangue di tori, di capri e di agnelli Io non lo gradisco. Quando venite a presentarvi a me, chi richiede da voi che veniate a calpestare i Miei Atri? Smettete di presentare offerte inutili, l'incenso è un abominio, noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io li detesto, sono per me un peso sono stanco di sopportarli. Quando stendete le mani, Io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, Io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete il male delle vostre azioni dalla mia vista. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova».( Isaia I, cap 1 vv 11- 17).
Il messaggio è inequivocabile. Il divino rifiuta la religione dei baciapile e chiede la giustizia sociale, la lotta a fianco dell'oppresso, la difesa dei diritti dei deboli. Un corto circuito della sensibilità fa sì che molti ebrei leggano e non ascoltino, guardino e non vedano. Per questo malfunzionamento delle sinapsi della giustizia, i palestinesi non vengono percepiti come oppressi, i loro diritti come sacrosanti, la loro oppressione innegabile.
Qual'è il guasto che ha creato il corto circuito. Uno smottamento del senso che ha provocato la sostituzione del fine con il mezzo. La creazione di uno Stato ebraico non è stato più pensato come un modo per dare vita ad un modello di società giusta per tutti, per se stessi e per i vicini, ma un mezzo per l'affermazione con la forza di un nazionalismo idolatrico nutrito dalla mistica della terra, sì che molti ebrei, in Israele stesso e nella diaspora, progressivamente hanno messo lo Stato d' Israele al posto della Torah e lo Stato d'Israele, per essi, ha cessato di essere l'entità legittimata dal diritto il internazionale, nelle giuste condizioni di sicurezza, che ha il suo confine nella Green Line, ed è diventato sempre più la Grande Israele, legittimata dal fanatismo religioso e dai governi della destra più aggressiva. Essi si pretendono depositari di una ragione a priori.
Per questi ebrei, diversi dei quali alla testa delle istituzioni comunitarie, il buon ebreo deve attenersi allo slogan: un popolo, una terra, un governo, in tedesco suona: ein Folk, ein Reich, ein Land. Sinistro non è vero? Questi ebrei proclamano ad ogni piè sospinto che Israele è l'unico Stato democratico in Medio Oriente. Ma se qualcuno si azzarda a criticare con fermezza democratica la scellerata politica di estensione delle colonizzazioni, lo linciano con accuse infamanti e criminogene e lo ostracizzano come si fa nelle peggiori dittature.
Ecco perché posso con disinvoltura lasciare una comunità ebraica che si è ridotta a questo livello di indegnità, ma non posso rinunciare a battermi con tutte le mie forze per i valori più sacrali dell'ebraismo che sono poi i valori universali dell'uomo.

 (segnalato da Luciana)

venerdì 1 novembre 2013

LA PALESTINA STA SCOMPARENDO

LA PALESTINA STA SCOMPARENDO
Nazareth - Due recenti immagini ritraggono il messaggio che sta dietro alle secche statistiche contenute nella relazione della scorsa settimana della Banca mondiale sullo stato dell'economia palestinese. 
di Jonathan Cook
Il primo è un poster del gruppo della campagna Visualizing Palestine, che mostra un'immagine modificata di Central Park, stranamente vuota. Tra i grattacieli di New York, il parco è stato privato dei suoi alberi dalle ruspe. Una didascalia rivela che da quando è iniziata l'occupazione nel 1967, Israele ha sradicato 800.000 alberi di ulivo appartenenti ai palestinesi, abbastanza da riempire 33 diversi Central Park.
              

La seconda, un'ampia fotografia pubblicata in Israele il mese scorso, è di una diplomatica francese sdraiata per terra, fissando i soldati israeliani che la circondano, con le loro armi puntate verso di lei. Marion Castaing era stata maltrattata quando lei e un piccolo gruppo di colleghi diplomatici hanno tentato di fornire aiuti di emergenza, tra cui tende, a contadini palestinesi le cui case erano state appena rase al suolo.
Le demolizioni furono parte degli sforzi a lungo termine da parte di Israele per cancellare i palestinesi fuori dalla Valle del Giordano, il cuore agricolo di un futuro Stato palestinese. La sfida della signora Castaing ha portato come risultato quello di essere tranquillamente rimpatriata in Europa, in quanto i funzionari francesi hanno tentato di evitare un confronto con Israele.
Il rapporto della Banca Mondiale è un modo di affermare con discrezione ciò che Castaing e altri diplomatici speravano di evidenziare in modo più diretto: ovvero che Israele sta gradualmente minando le basi su cui i palestinesi possono costruire una vita economica autonoma e uno stato vitale.
La presente relazione segue una lunga serie di avvertimenti ricevuti in questi ultimi anni da organismi internazionali sulla situazione disastrosa economica che affrontano i palestinesi. Ma, significativamente, la Banca Mondiale ha azzerato la chiave del campo di battaglia di una comunità internazionale che ancora nutre la vana speranza che il conflitto israelo-palestinese si concluderà con la stabilità palestinese.
L'attenzione del rapporto è sui quasi due terzi della Cisgiordania, nota come Area C, che è esclusivamente sotto il controllo israeliano e in cui Israele ha impiantato più di 200 colonie per impadronirsi dei terreni e delle risorse palestinesi.
Il rapporto della Banca Mondiale dovrebbe essere visto come un pendant alla decisione presa a sorpresa in estate dall'Unione Europea di escludere dai finanziamenti UE le entità associate agli insediamenti.
A loro volta riflettono la crescente frustrazione nelle capitali europee e altrove per l'intransigenza israeliana e per l'apparente impotenza degli Stati Uniti. Gli Europei, in particolare, sono esasperati dal loro ruolo costante di sovvenzionare effettivamente con i loro aiuti Israele per un'occupazione di cui non si vede la fine.
Con Israele e i Palestinesi costretti a tornare al tavolo dei negoziati da luglio, e dopo che il segretario di stato americano, John Kerry, ha avvertito che questo era "l'ultima chance" per un accordo, la comunità internazionale sta cercando disperatamente di esercitare qualunque piccola influenza che ha su Israele e sugli USA per garantire uno stato palestinese.
La preoccupazione della Banca Mondiale per l'Area C è giustificata. Questo è il luogo di quasi tutte le risorse che uno stato palestinese dovrà sfruttare: terreno non edificato per la futura costruzione, terreni coltivabili e sorgenti d'acqua per la coltivazione; cave per estrarre pietra e il Mar Morto per estrarre i minerali, e siti archeologici per attirare il turismo.
Con l'accesso a queste risorse, le Autorità palestinesi potrebbero generare un reddito aggiuntivo di 3,4 miliardi di dollari l'anno, aumentando il loro PIL di un terzo, riducendo un crescente deficit, tagliando i tassi di disoccupazione che hanno raggiunto il 23%, alleviando la povertà e l'insicurezza alimentare e aiutando lo stato nascente a liberarsi dalla dipendenza degli aiuti. Ma niente di tutto questo può essere realizzato, mentre Israele mantiene la sua barbarie sull'Area C in violazione degli accordi di Oslo del 1993.
Israele ha radicato il suo dominio nell'Area C proprio per la sua ricchezza di risorse naturali. Israele non vuole che i palestinesi ottengano i beni con cui costruire uno Stato, né intende perdere i molti benefici materiali che ha maturato per se stesso e per la popolazione dei coloni nell'Area C.
Il suo comportamento nell'Area C smentisce l'affermazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, secondo la quale egli ha perseguito la "pace economica" con i palestinesi invece dei progressi sul fronte diplomatico. Piuttosto, la descrizione palestinese della politica di Israele come "guerra economica" è molto più vicina alla realtà. Durante il periodo di Oslo, la disparità tra PIL pro capite israeliano e quello dei palestinesi è raddoppiato, a $ 30.000 dollari. E la Banca Mondiale afferma che l'economia palestinese si sta rapidamente fermando: la crescita dell'11 per cento che Netanyahu ha previsto per il 2011 si è ridotta drasticamente all'1,9 per cento nei primi sei mesi di quest'anno. In Cisgiordania, il PIL si è effettivamente contratto dello 0,1%.
Nonostante le proprie risorse, l'Area C è affamata di fondi palestinesi. Gli investitori sono avversi a trattare con le autorità militari israeliane che invariabilmente negano loro i permessi di sviluppo e gravemente limitano il movimento. L'immagine del diplomatico francese nella sporcizia è quello che simboleggia il loro probabile comportamento se si confrontano con Israele nell'Area C. I contadini palestinesi, nel frattempo, non possono coltivare colture redditizie con minime porzioni di acqua che Israele consente loro dalle proprie sorgenti.
Consapevoli dei molti ostacoli sullo sviluppo dell'Area C, i funzionari palestinesi li hanno semplicemente ignorati, concentrandosi invece sul terzo densamente popolato e povero di risorse della Cisgiordania sotto il loro controllo totale o parziale.
La speranza era che ciò sarebbe cambiato quando Kerry ha annunciato in fase di preparazione per i rinnovati colloqui di un piano per incoraggiare gli investitori privati a versare 4 miliardi di dollari per sviluppare l'economia palestinese. Ma la realtà, come osserva il rapporto, è che non ci può essere alcun serio investimento nel cuore economico dell'Area C fino a quando non finisce il controllo di Israele.
In effetti, la Banca Mondiale sta dicendo che il piano di Kerry - e il ruolo della comunità internazionale dell'inviato Tony Blair, il cosiddetto Quartetto rappresentante - non è solo sbagliato, è deliberatamente deludente. Il Quartetto ha cercato di rilanciare l'economia palestinese per la restaurazione della stabilità; l'opinione della Banca mondiale è che non ci può essere alcuno Stato palestinese, senza alcuna ulteriore ripresa economica, fino a quando Israele non sarà spinto fuori dai territori. La comunità internazionale ha ottenuto tutto l'opposto.
L'idea che un aiuto finanziario - se il piano di Kerry o il piano economico di pace di Netanyahu - sta per spianare la strada alla fine del conflitto è un'illusione. La pace e la prosperità arriveranno solo quando i palestinesi saranno liberati dal controllo israeliano.
(Traduzione a cura di Alex T.)


mercoledì 4 settembre 2013

Terrasanta, in lotta contro l'oppressione israeliana

CREMISAN: La battaglia dei Cristiani Palestinesi per una giusta pace in Terrasanta
Cremisan è una delle ultime aree verdi rimaste nel distretto di Betlemme, questa parte storica della città di Beit Jala è ora in pericolo. Israele ha annunciato che separerà questa zona dal resto di Beit Jala con la costruzione del muro, annettendo Cremisan in modo effettivo a Israele. Beit Jala è una città tradizionale cristiano palestinese di 15.000 abitanti. Ci sono sei chiese appartenenti a quattro diverse comunità: greco ortodossi, cattolici, luterani e Battisti. E' la prima parrocchia del Patriarcato Latino di Gerusalemme (160 anni) ed anche la sede del Seminario del Patriarcato Latino.
La valle di Cremisan si trova tra gli insediamenti illegali di Gilo e Har Gilo. Il muro fornirà ad Israele, la potenza occupante, più terra per espandere entrambi gli insediamenti illegali in terra di proprietà privata palestinese. Questo piano devasterà la vita di 58 famiglie cristiane palestinesi, che non saranno più in grado di accedere alla loro terra, che Israele prevede di annettere sul suo lato del Muro illegale. Cremisan ha anche un seminario cattolico e un asilo per i bambini della città, gestito dalle suore salesiane.
La città, conosciuta per il suo raffinato olio d'oliva, rischia di perdere più della metà dei suoi ulivi a causa del muro illegale israeliano. Il percorso del muro illegale pianificato da Israele, avrà un effetto devastante su questa comunità contrazione. Oltre alle perdite economiche e al costo emotivo, la comunità di Beit Jala perderà una delle sue più preziose tradizioni: la processione che, durante gli ultimi giorni di maggio, la comunità cattolica della città effettua in onore della Vergine Maria, da Cremisan verso la chiesa dell'Annunciata, nel centro di Beit Jala.
Come risposta a tutto ciò, ogni venerdì la comunità di Beit Jala organizza una S. Messa settimanale all'aperto, sotto gli Ulivi, per protestare contro questa confisca illegale. Chiese di tutto il mondo si sono uniti alle preghiere, che hanno attirato l'attenzione dei media internazionali nei confronti di questo esempio di fermezza e devozione per la propria terra e di esistenza come comunità.

Luisa Morgantini Cell: +39 3483921465
Email: lmorgantiniassopace@gmail.com
Livia Parisi Cell: +39 3485443954 Email: liv.parisi@gmail.com

mercoledì 29 maggio 2013

Teatro delle Pietre nel campo profughi di Jenin


Ricordate Arna e Giuliano Mer Khamis?
Il teatro della Libertà di Jenin in Palestina?
I giovani attori del campo profughi di Jenin?
Hanno bisogno del nostro aiuto !_ Adesso!
Sono stati invitati a partecipare all’estate culturale della città di Bologna.
Andranno in scena il 13 e 14 Luglio 2013 Ma i fondi messi a disposizione non sono sufficienti per coprire tutte le spese ed avere un margine economico per gli attori, che è giusto siano retribuiti per il loro lavoro.
Dobbiamo raccogliere entro il 30 Giugno 5.000 (cinquemila) euro.
Possiamo farcela, sarà un piccolo contributo per far conoscere all'Italia e al mondo la
creatività e la forza della cultura del popolo palestinese.
Versa il tuo contributo sul conto corrente bancario:
Assopace Palestina – causale ___Jenin
Banca Unipol_IBAN _IT 50 O 03127 74610 00000 0001527
Per chi non si ricordasse o non sapesse:
Arna, israeliana, sposata ad un palestinese aveva fondato nella prima Intifadah il Teatro delle Pietre nel campo profughi di Jenin, per togliere i bambini e le bambine dalla strada e dalla violenza, per usare l’arma della cultura come espressione di libertà, e per conquistare la libertà.
Dei giovani attori del teatro delle Pietre, in pochi si sono salvati: nel 2002 hanno difeso anche con le armi il campo profughi di Jenin dall’invasione dell’esercito israeliano. Zakaria Zubeidi, uno dei bambini di Arna, cresciuto e diventato capo delle brigate di Al Fatah, sopravvissuto al massacro di Jenin, ha lasciato le armi ed insieme a Giuliano, figlio di Arna, hanno ridato vita al Teatro della Libertà.
Giuliano Mer Khamis, che diceva di sé di essere al 100% palestinese ed ebreo, è stato ucciso a Jenin da qualcuno ancora sconosciuto.
Qualcuno che voleva distruggere il sogno di libertà dei giovani del Teatro della Libertà.
La sua morte è stata una perdita pesante come le montagne del mondo, ma chi è rimasto ha deciso di continuare e portare ovunque, in Palestina e nel mondo, il suo messaggio di libertà. Da tempo, come AssoPace, seguiamo il lavoro e il progetto del Freedom Theatre.
Nei viaggi di conoscenza e solidarietà che organizziamo in Palestina e Israele, l’incontro con il Freedom Theatre è uno dei momenti più emozionanti .
Abbiamo anche sostenuto, dopo l’assassinio di Giuliano, la campagna finanziaria per dotare il teatro di un nuovo spazio al di fuori dal campo profughi . Luisa Morgantini nella prima Intifadah aveva conosciuto e sostenuto Arna ed il suo teatro. Per questo Giuliano le aveva chiesto di entrare a far parte della Fondazione per il Teatro e per questo, ad oggi, Luisa è ancora nel comitato esecutivo della Fondazione.
La solidarietà è la tenerezza dei popoli! Dimostriamolo!
Raccogliamo i fondi necessari ed organizziamo la massima partecipazione a Bologna il 27 e 28 giugno. Faremo in modo che la loro presenza e la loro arte siano condivise via streaming, così da permettere a chi non potrà andare a Bologna di organizzare eventi nella propria città o paese.
lmorgantiniassopace@gmail.com – tel. 3483921465

www.assopacepalestina.org

venerdì 18 gennaio 2013

BAB al-Shams (Gerusalemme est)


Il giorno 17 gennaio 2013 12:09, Luisa Morgantini ha scritto:

Ogni tenda demolita di Bab Al Shams è una ferita aperta, è come quando un albero viene sradicato dai buldozzer israeliani, ferite alla vita, come il giovane ragazzo assassinato a Budrus. Dolore e rabbia, ma non soccomberemo, si ritornerà, Bab Al Shams e la Porta del Sole riapriranno le nostre strade.Luisa Morgantini
L'OCCUPAZIONE ISRAELIANA DEMOLISCE "BAB al-Shams" E CHIUDE OGNI ACCESSO ALLL'AREA CON BLOCCO DI CEMENTO E TERRA
Il Coordinamento dei comitati di resistenza popolare ha comunicato che  un enorme dispiego di forze militari di occupazione prima di mezzanotte (notte tra Mercoledì-Giovedi) hanno  demolito e rimosso  il  villaggio "Bab al-Shams", che è stato fondato da attivisti nella cosiddetta area "E1", a est di Gerusalemme occupata .
Alcuni  residenti del villaggio di  Za`yyem e diversi attivisti hanno riportato in conversazioni telefoniche con il giornale Al Quds, che centinaia di soldati  con i lavoratori ed i bulldozer, sono entrati nella zona  ed hanno iniziato l'operazione di demolizione.
Hanno aggiunto che le  forze di occupazione hanno circondato una vasta area attorno al villaggio e sigillato tutte le vie di accesso con cumuli di sporcizia.(http://www.alquds.com/news/article/view/id/411391)
Ieri, il tribunale militare di  "Ofer" ha stabilito che 18  attivisti di "Bab al-Shams"  dopo essere stati arrestati dalle forze di occupazione durante il tentativo, Martedì, di tornare al villaggio , siano rilasciati con pagamento di multe.
L' avvocato Bassam Baher ha detto che gli attivisti sono stati accusati di essere entrati  in una zona militare chiusa, e che il Tribunale ha stabilito che 15 giovanidevono  pagare 1, 000 shekel (200 euro) a testa, mentre altri tre sono stati rilasciati su cauzione.
Ai 18 attivisti, secondo la sentenza della Corte, è stata proibita la presenza nell'area per un mese. Il ministero di detenuti ed ex-detenuti del governo palestinese, ha coperto tutte le  multe giudiziarie.L'Alta Corte israeliana ha stabilito Mercoledi' che il governo israeliano può smantellare il villaggio di"Bab Al-Shams" ,annullando un precedente provvedimento che proibiva di rimuovere le tende del villaggio. Il giudice ha motivato la nuova sentenza sostenendo che la presenza delle tende potrebbe incitare altre "sommosse".


venerdì 30 novembre 2012

Palestina 29-11-1967 - Palestina 29-11-2012




Comunità dell’Isolotto - Domenica 2 dicembre 2012-11-30
in via degli Aceri 1, alle ore 10,30

Riflessioni di Antonietta, Fiorella, Lucia, Paola, Piero, Urbano.


Palestina 29 novembre 1967   -    29 novembre 2012

Resteremo qui
sentinelle a guardia della nostra terra.

Se avremo sete,
spremeremo le pietre.
Se avremo fame,
mangeremo la terra,
ma non ce ne andremo.

Abbiamo un passato,
un presente,
un futuro.

Qui, siamo nella nostra terra
ed è qui che cresceranno le nostre radici
in profondità.


Lettura biblica

Esodo, cap.23
 “Quando il mio Angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Hittita, il Cananeo ecc. io li distruggerò, tu non ti prostrerai davanti ai loro dei e non li servirai”. … “Manderò il mio terrore davanti a te e metterò in rotta ogni popolo in mezzo al quale entrerai”.... “A poco a poco li scaccerò dalla tua presenza, finché avrai tanti figli da occupare tutto il paese”.
Levitico, cap. 26
 “Voi inseguirete i vostri nemici ed essi cadranno davanti a voi colpiti di spada. Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila”
Numeri, cap.31
 “Il Signore disse a Mosé: Compi la vendetta degli Israeliti contro i Madianiti.”  “Marciarono dunque contro Madian come il Signore aveva ordinato, e uccisero tutti i maschi.” "Gli Israeliti fecero prigioniere le donne di Madian e i loro fanciulli e depredarono …ogni loro bene, appiccarono il fuoco a  tutte le loro città e presero tutto il loro bottino e la loro preda”
Vangelo di Marco, cap.7
Allora si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani immonde, cioè non lavate, i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavate le mani fino al gomito, attenendosi alla tradizione degli antichi, e tornando dal mercato non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, stoviglie e oggetti di rame, quei farisei e scribi lo interrogarono: "Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani immonde?".  
Ed egli rispose loro: "Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. E aggiungeva: "Siete veramente abili nell'eludere il comandamento di Dio, per osservare la vostra tradizione. Quindi soggiunse: "Ciò che esce dall'uomo, questo sì contamina l'uomo.  Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo".
Fonte   


Premessa



Per capire in maniera corretta ciò che avviene oggi in Palestina, sia nella Striscia di Gaza che nella Cisgiordania occupata, dobbiamo non lasciarsi influenzare dalle notizie fuorvianti dei media e dalla loro propaganda strumentale. E’ invece necessario risalire indietro nel tempo e capire quali dinamiche hanno portato alla nascita dello stato di Israele e quali sono stati da sempre i suoi comportamenti nei confronti di un popolo “non prescelto da Dio”, e quindi da scacciare dalla” terra promessa”. Dobbiamo riflettere se tali comportamenti derivano davvero da una giusta esigenza di difendere la propria terra e la propria vita dagli attacchi del terrorismo o piuttosto non siano essi la causa principale della sua nascita. Anche se la vicenda israelo-palestinese è nata molto prima che Hamas nascesse nel 1988, sicuramente Hamas e i gruppi islamici più integralisti hanno avuto ed hanno nel contesto conflittuale una grossa responsabilità, per avere, almeno per un certo periodo, negato il diritto all’esistenza dello stato di Israele, ricorrendo spesso alla violenza. Ma prima dell’ultimo attacco di Israele su Gaza, l’Operazione “Colonna di Nuvole”, erano ormai diversi anni che non avvenivano azioni suicide o attacchi terroristici perchè il popolo palestinese ha scelto di percorrere la strada della resistenza non violenta. Tutto ciò è oggi rimesso in discussione dalle scelte guerrafondaie del governo israeliano, che in vista delle prossime elezioni tenta di ricompattare il paese intorno al sogno dello stato ebraico, della “terra promessa”. Ma qui Dio non c’entra, come sostengono soprattutto gli ebrei ultraortodossi, ma non solo loro. Può essere frutto del disegno divino la continua confisca di terre e di case, lo sradicamento degli ulivi, la limitazione alla libertà di movimento, le deportazioni continue e gli arresti indiscriminati? Può essere frutto del disegno divino la costruzione di un allucinante muro di separazione e di apartheid? Possono essere volute da Dio le uccisioni, le torture, le umiliazioni, i soprusi, gli attacchi ai bambini che ancora oggi quotidianamente avvengono? Può essere voluta da Dio l’appropriazione dell’acqua della Valle del Giordano da parte di 5000 coloni, privando così 55.000 palestinesi del diritto di usarla? Può essere davvero l’Onnipotente che favorisce il continuo espandersi delle colonie in tutta la Cisgiordania e la violenza dei coloni anche contro i bambini palestinesi? No,  nemmeno il Dio degli ebrei  può volere che a un popolo sia precluso il diritto alla dignità e alla sua stessa esistenza, Dio non può volere la realizzazione di un progetto criminale, che fa del sopruso, della violenza e dell’assassinio un mezzo per ottenere quella pulizia etnica, che mira alla creazione di uno Stato completamente e unicamente ebraico, uno stato teocratico. Ed è veramente grave e umanamente inconcepibile che di fronte a tutto ciò la comunità internazionale, oberata da sensi di colpa, oggetto di ricatti politici, interessata da convenienze economiche, non intervenga contro i governi responsabili, ma invece ne divenga complice,  giustificandone le azioni e i comportamenti, in nome del loro diritto alla difesa.  

Ma il vento della storia, come sempre è avvenuto, prima o poi dovrà girare e ristabilire verità e giustizia. Cerchiamo dal basso di aiutarlo a soffiare nella giusta direzione. Lo stesso popolo israeliano trarrà grande vantaggio in termini di sicurezza e tranquillità dal raggiungimento della pace nella giustizia.



Un po’ di storia

  • Il Sionismo



L’idea di una colonizzazione ebraica della Palestina si sviluppò in Europa a metà del diciannovesimo secolo. Nacque così il Sionismo come movimento politico che rifletteva il clima nazionalista dell’epoca, con teorie sulla non assimilazione delle razze, l’inferiorità del popolo arabo e l’espansione coloniale. 



1897: gli aderenti al movimento si riunirono a Basilea e approvarono il programma fondamentale del movimento, la cui componente centrale era la colonizzazione della Palestina, con l’obiettivo di creare uno stato ebraico. La giustificazione era “ il diritto ebraico alla proprietà della Palestina”. “Il popolo palestinese era destinato a diventare straniero nella propria terra” (Nathan Weistock). Il Regno Unito fu il principale alleato politico del sionismo. 

1917: il ministro degli esteri A. Balfour così introdusse la Dichiarazione Balfour: “Con piacere comunichiamo la seguente dichiarazione di simpatia per le aspirazioni dell’ebraismo sionista che sono state presentate e approvate dal governo. Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico (National Home for Jewish People), e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che possa  pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina.” La dichiarazione non teneva conto evidentemente che all’epoca la popolazione era per oltre il 90% arabo-palestinese e questo suscitò grande sconcerto fra i Palestinesi e nel mondo arabo.



14 maggio 1948: nascita dello Stato di Israele.



1949-1953: Israele dette consistenza legale al Sionismo, promulgando la “Legge del ritorno”, che dà diritto ad ogni ebreo, di qualsiasi origine e provenienza, di stabilirsi nello Stato di Israele e acquisirne la cittadinanza.

1975: l’Assemblea delle Nazioni Unite condannò l’ideologia sionista come “forma di razzismo e di discriminazione razziale” (Risoluzione 3379).

1991: a conclusione della conferenza di Madrid, il Primo Ministro israeliano Shamir riuscì ad ottenere l’annullamento della 3379. Il Sionismo ne uscì vittorioso e nel decennio successivo un milione di ebrei russi emigrò in Israele.
2001: le organizzazioni per i diritti umani presenti alla conferenza mondiale di Durban contro il razzismo e la discriminazione razziale, condannarono Israele per “discriminazione razziale contro i suoi stessi cittadini” ( i palestinesi cittadini israeliani) e contro i palestinesi dei territori occupati dal 1967.

Oggi nel 2012 la situazione palestinese e gli avvenimenti di Gaza e dei territori occupati della Cisgiordania sono lì a dimostrare che l’ideologia sionista è ancora viva e presente nel governo israeliano, nei comportamenti dei coloni e degli ultraortodossi ed anche nella grande maggioranza della popolazione ebrea di Israele.


  • La Nakba (catastrofe) – 1948, i massacri dei civili palestinesi.

Dopo una serie di piani di spartizione e persino proposte di trasferimento della popolazione araba, avanzate nel 1944 dal partito laburista britannico e dal presidente americano Roosevelt, nel novembre del 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò un piano di spartizione, la risoluzione 181. Questo piano assegnava allo stato ebraico il 56% del territorio palestinese  e a quello arabo il 42,9, sebbene gli ebrei detenessero la proprietà privata o collettiva di appena il 6,5% delle terre della Palestina. Le organizzazioni sioniste ne uscirono vittoriose. Il secondo passo della loro strategia, con una politica fatta di terrore e conquiste militari, avrebbe portato alla creazione dello Stato di Israele. Infatti nel dicembre 1947 il movimento sionista lanciò la sua offensiva nota come “Piano C”, che vide l’intensificarsi degli attacchi ai civili palestinesi, ma anche alle truppe britanniche. Ecco il susseguirsi delle uccisioni.
 Il 4 gennaio 1948 in un attentato al vecchio palazzo del governo di Jaffa furono uccisi 26 palestinesi. Il 5 gennaio 1948, in un assalto all’hotel Semiramis a Gerusalemme furono uccise 20 persone, quasi tutte palestinesi. Nell’aprile del 1948, poco prima della fine del mandato britannico e l’effettiva partenza delle truppe inglesi, fu lanciata un’offensiva su larga scala in tutta la Palestina (Piano D). Questa guerra di indipendenza sionista (4 aprile – 15 maggio 1948) fu accompagnata da una sistematica pulizia etnica delle città e dei villaggi palestinesi. Nella guerra erano impegnati 50.000 soldati ebrei della Haganah contro 2.500 combattenti palestinesi, appoggiati da 4.000 volontari arabi. I massacri di civili si intensificarono. Il 9 aprile 1948 a Deir Yassin, vicino a Gerusalemme, furono massacrati tra i 100 e 254 palestinesi (le stime sono discordanti) e i sopravvissuti deportati al di là della linea di demarcazione. All’epoca della dichiarazione della fondazione dello stato di Israele (14 maggio 1948) i rifugiati palestinesi erano circa 350.000, ai quali se ne aggiunsero nei mesi successivi altri 500.000. Gli stati della coalizione araba si astennero da qualsiasi coinvolgimento militare fino al giorno successivo alla dichiarazione dello stato di Israele. Solo allora intervennero e soltanto nelle regioni non ancora sotto il controllo sionista: fu l’inizio della prima guerra arabo-israeliana (15 maggio 1948 - gennaio 1949). Tuttavia il conflitto rimase fondamentalmente impari sia in termini di uomini (meno di 14.000 dalla parte araba) che di equipaggiamenti e strategia. Col proposito di spianare la strada al progetto sionista, la banda Stern guidata da Shamir (leader del partito del Likud negli anni ’80 e più volte primo ministro tra il 1983 e il 1992), con l’obiettivo di superare ogni ostacolo sul cammino del progetto sionista, rivendicò l’assassinio del mediatore delle Nazioni Unite in Palestina, il conte Folke Bernadotte, ucciso il 17 settembre 1948 per aver espresso forti obiezioni alla politica di etnocidio sionista. All’epoca degli accordi per l’armistizio con l’Egitto nel febbraio 1949, Israele controllava già il 78% della Palestina storica, molto più di quanto il piano di spartizione ONU del ’47 avesse mai previsto; la restante Parte fu annessa da re Abdullah alla Transgiordania e nota come la Cisgiordania (la West Bank per gli inglesi), mentre la striscia di terra a sud di Gaza fu posta sotto il controllo militare egiziano.


  • La resistenza palestinese: la nascita di Fatah e dell’OLP

Nel corso degli anni ’50 le espulsioni e i massacri continuarono. 
Ottobre 1953: 53 palestinesi uccisi nei bombardamenti del villaggio di Qibya (distretto di Qalqilya). 
Ottobre 1956:  49 palestinesi massacrati nel villaggio di Kufr Qassem (Tel Aviv)
3 novembre 1956:  più di 273 civili palestinesi massacrati nel campo profughi di Khan Younis.
12 novembre 1956:  100 civili palestinesi massacrati nel campo profughi di Rafah.
A partire dal 1949 piccole frange della resistenza condussero operazioni militari contro Israele, il cui esercito intensificò gli attacchi ai villaggi di confine e a Gaza. Nel 1959 un gruppo di combattenti progettò di riunire tutti i militanti in un’unica organizzazione, portatrice della lotta per la libertà. Speravano di incoraggiare una lotta armata sul modello delle guerre di liberazione algerina e vietnamita e di spingere gli stati arabi all’azione. Nacque così il movimento clandestino di Fatah, che condusse la sua prima operazione militare  il 1 gennaio 1965.

Nel giugno 1967 Israele sferrò un attacco a sorpresa contro Egitto, Giordania e Siria e occupò la Cisgiordania, Gaza, il Sinai e le alture del Golan, dando inizio a un nuovo conflitto. Più di 300.000 palestinesi furono esiliati e una brutale repressine si abbattè su Gaza e la Cisgiordania. L’ONU allora (20 anni dopo il piano di spartizione!) approvò la risoluzione 242, documento vago che non fissava né da dove Israele si dovesse ritirare  né i tempi  del ritiro. Dopo la sconfitta degli eserciti arabi i gruppi di resistenza palestinese diedero avvio alla guerra di liberazione, rifiutando in massa la risoluzione 242 che, Fatah affermava, “ignora i diritti nazionali del popolo palestinese. Non accenna all’esistenza di questo popolo”. Subito dopo l’occupazione del 1967, i gruppi di resistenza condivisero la linea adottata dall’OLP (creata nel 1964 su iniziativa di Nasser) e nel 1969 elessero Abu Ammar (Yasser Arafat) presidente. Movimenti di resistenza si svilupparono in Giordania, Siria, Libano. La comunità internazionale nel frattempo ignorava le sorti del popolo palestinese. Così le organizzazioni palestinesi portarono la loro lotta sulla scena internazionale con tre obiettivi: ricordare al mondo l’esistenza del popolo palestinese attraverso azioni spettacolari (dirottamento di aerei e cattura di ostaggi), radunare forze progressiste e minacciare gli interessi di Israele. Così si diffuse l’assioma  palestinesi = terroristi.
La repressione di questi movimenti giunse all’apice in Giordania nel 1970. Re Hussein di Giordania utilizzò nel settembre 1970 il piano di “pace” americano Rogers, che imponeva il cessate il fuoco, per uccidere migliaia di palestinesi; poi nel 1971 attaccò le ultime roccaforti della guerriglia palestinese sulle montagne d Ajloun. Gli Stati Uniti, insieme all’esercito israeliano, minacciarono rappresaglie qualora uno dei governi arabi progressisti avesse osato intervenire in favore dei palestinesi. 
Così, sconfitto, il movimento di resistenza si trasferì in Libano, ultimo fronte rimasto al di fuori della Palestina.


  • La guerra civile libanese e l’invasione israeliana, l’Intifada, la repressione

Nel 1975 scoppiò la guerra civile libanese, provocata in larga pare da Israele e Stati Uniti. Nel 1976 i campi profughi palestinesi nei dintorni di Beirut furono assediati e sistematicamente bombardati e molti furono interamente distrutti. Nel 1978 il presidente egiziano Sadat firmava con Israele e Stati Uniti gli accordi di Camp David, che autorizzavano Israele a concentrare tutte le sue forze militari al confine settentrionale. Così nel giugno 1982 Israele invadeva il Libano, con l‘obiettivo di liberare Beirut dall’Olp e dal movimento nazionale libanese e di piazzare un alleato  capo dello stato. L’assedio che seguì fu tremendo: bombe a frammentazione vennero sganciate su campi e città; nei campi profughi di Rashidiya e Ein al-Hilweh circa il 70% delle case venne interamente distrutto. Secondo le stime la guerra costò la vita a 10.000 – 30.000 libanesi e palestinesi. Alla fine di agosto le forze delle Nazioni Unite si ritirarono dalla capitale libanese, lasciando campo libero a una nuova ondata di aggressioni da parte israeliana. Il  15 settembre l’esercito israeliano entrava a Beirut ovest per “ristabilire la pace”. Tra il 16 e il 18 settembre l’orrore giunse al culmine nei campi di Sabra e Shatila, dove oltre 3.000 rifugiati palestinesi disarmati furono massacrati dalle milizie libanesi sotto la direzione e supervisione dell’esercito israeliano, che controllava tutte le uscite. I campi del Libano meridionale rimasero sotto il controllo delle milizie israeliane e libanesi fino al 1985. Diversi campi profughi furono distrutti.
L’Intifada - Di fronte all’occupazione e alle sue implicazioni (repressione, deportazioni, confisca delle terre, insediamenti, umiliazioni, ecc. ), i palestinesi dei territori occupati ricominciarono la lotta. Il 9 dicembre 1987 scoppiò l’Intifada (rivolta), alla quale aderì l’intera comunità palestinese rispondendo agli ordini del Comando Unificato dell’Intifada o agli appelli del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas, fondato il 14 dicembre 1988). La lotta contro l’occupazione israeliana prevedeva una politica di scontro diretto con soldati e coloni israeliani, azioni di disobbedienza civile e una riorganizzazione della società attraverso comitati popolari di solidarietà e di mutua assistenza, responsabili principalmente dell’approvvigionamento di derrate alimentari, istruzione e sanità.
La repressione – Davanti a quella che il governo israeliano etichettò come “sovversione”, Rabin, in qualità di ministro della difesa e futuro primo ministro del governo di coalizione, Shamir e Sharon del Likud e Shimon Peres del Partito Laburista risposero con una politica detta  di “forza, potere e percosse” ovvero la politica delle “ossa rotte”. Venne dichiarato lo stato di assedio, dando campo libero alle forze occupanti a Gaza e nella Cisgiordania di imporre la legge militare con la forza; il coprifuoco venne inasprito. Decine di migliaia di palestinesi furono picchiati, arrestati e torturati, tra questi anche donne e bambini; le case dei militanti demolite come forma di rappresaglia. Circa 1.400 civili palestinesi furono uccisi e decine di migliaia torturati, molti mutilati a vita. La repressione investì tutti gli aspetti della vita quotidiana, portando alla chiusura di scuole e università, cliniche e ospedali. All’inizio degli anni ’90 la repressione israeliana nei territori occupati veniva raddoppiata; su città, campagne e villaggi fu imposto il coprifuoco più lungo dall’inizio dell’Intifada. 

Fra il 2.000 e il 2.006, durante la seconda Intifada, quella di al-Aqsa,  i palestinesi uccisi dalla hrepressione di Barak furono 4521 e 30.714 i feriti, mentre migliaia di abitazioni furono demolite,  più di 300.000 ettari di terre furono espropriate e più di 1 milione di ulivi sradicati. 
Nel dicembre 2008 l’attacco  dell’esercito israeliano alla Striscia di Gaza con l’operazione “Piombo Fuso”, ha causato oltre 1.400 morti e 5.000 feriti, nonché distruzioni di case, scuole, ospedali, infrastrutture,  rendendo sempre più drammatica la crisi umanitaria.

L’ultimo attacco a Gaza, che ha causato 171 morti palestinesi (71 civili, 34 bambini) contro 6 morti e 17 feriti da parte israeliana, ma soprattutto la contemporanea proliferazione delle colonie in Cisgiordania, è l’effetto più recente della logica politica dell’escalation sionista, per la completa ebraizzazione della Palestina,  “l’Operazione Stella di Davide”.




Il verde è Palestina, il bianco è Israele

Cartina ONU del febbraio 1911

APPELLO DEGLI ENTI LOCALI DI FIRENZE, COMUNI E PROVINCIA, PER CHIEDERE AL GOVERNO ITALIANO DI SOSTENERE IL
RICONOSCIMENTO DELLA PALESTINA ALL'ONU

Il prossimo 29 novembre ricorre la Giornata Internazionale per la Solidarietà con il Popolo Palestinese, istituita con una Risoluzione ONU nel 1977. In questa data simbolica, il Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen presenterà ufficialmente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite la richiesta del riconoscimento della Palestina come Stato non membro osservatore, che verrà votata il giorno stesso in seduta plenaria.
In qualità di rappresentanti istituzionali del territorio fiorentino, rivolgiamo un appello al Governo Italiano affinché la posizione dell'Italia sia di completo sostegno a questa legittima richiesta, e che questo supporto si traduca in un voto favorevole alla candidatura palestinese ed in un'azione diplomatica positiva nei confronti degli altri Paesi presenti all'Assemblea ONU.
Riteniamo che tale riconoscimento da parte delle Nazioni Unite sia non solo un legittimo diritto del popolo palestinese, fin troppo rimandato, ma che rappresenti anche l'unico fattore di deterrenza per evitare che la crisi mediorientale si aggravi ulteriormente. È necessario che l'opzione della diplomazia e l'accantonamento della violenza, che segnano la linea politica dell'OLP, raggiungano un risultato tangibile il prima possibile. La gravità della situazione, testimoniata dagli ultimi eventi, impone alla comunità internazionale di agire con saggezza e giustizia, e dunque di sostenere ad ogni livello diplomatico la candidatura della Palestina all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Consideriamo fondamentale la ripresa del processo negoziale, interrotto un anno fa a causa della prosecuzione delle politiche di espansione degli insediamenti illegali da parte del Governo Netanyahu. L'espansione delle colonie è il motivo per cui i negoziati si sono interrotti, e chiediamo al Governo italiano e alla nostra diplomazia di sfruttare i buoni rapporti con entrambe le parti in causa affinché Israele ponga fine alla pianificazione e costruzione di nuovi insediamenti nei territori occupati, in modo che le due delegazioni possano tornare al tavolo delle trattative.
L'ammissione dell'ANP come Stato non membro osservatore all'Assemblea Generale delle
Nazioni Unite rappresenta il riconoscimento dell'opzione della non violenza e della diplomazia come strumento di risoluzione della questione israelo-palestinese. Questo riconoscimento è non solo giusto, ma anche urgente.
Come amministratori locali, abbiamo a cuore che i valori della pace, della non violenza, e soprattutto il rispetto dei diritti umani, siano la base su cui costruire e rinsaldare le comunità in cui viviamo. Nella nostra azione quotidiana cerchiamo di tutelare la cultura del dialogo e del confronto non violento come bene prezioso. Per questa ragione non possiamo che guardare con apprensione e dolore a quanto sta avvenendo in Palestina.
Noi chiediamo formalmente al nostro Governo, al Primo Ministro Monti e al Ministro degli Esteri Terzi, di sostenere le legittime aspirazioni statuali dell'Autorità Palestinese. Due anni fa, in occasione della prima Giornata Internazionale per la solidarietà con il popolo palestinese, i 44 Sindaci del territorio fiorentino e il Presidente della Provincia di Firenze hanno sottoscritto un appello pubblico che si concludeva con questo richiamo: “Due popoli, due Stati, pari dignità e diritti per tutti: questa è l'unica soluzione per il conflitto tra Israele e Palestina, l'unica garanzia per la sicurezza reciproca e la convivenza pacifica tra i due popoli”.
Ancora oggi, questa è l'unica soluzione possibile, giusta ed equa, per la ricomposizione della questione israelo-palestinese, per l'affermazione del diritto internazionale e dei diritti umani. È per questo che il nostro appello riprende quelle parole e le rilancia con forza: DUE POPOLI, DUE STATI.
 Il Presidente della Provincia di Firenze; i Sindaci dei Comuni di: Bagno a Ripoli; Barberino di Mugello; Barberino Val d'Elsa; Borgo San Lorenzo; Calenzano; Campi Bisenzio; Capraia e Limite; Castelfiorentino; Cerreto Guidi; Certaldo; Dicomano; Empoli; Fiesole; Figline Valdarno; Firenzuola; Fucecchio; Gambassi Terme; Greve in Chianti; Impruneta; Incisa Valdarno; Lastra a Signa; Londa; Marradi; Montaione; Montelupo Fiorentino; Montespertoli; Palazzuolo sul Senio; Pelago; Pontassieve; Reggello; Rignano; Rufina; San Casciano Val di Pesa; San Godenzo; San Piero a Sieve; Scandicci; Scarperia; Sesto Fiorentino;  Signa; Tavarnelle Val di Pesa; Vaglia; Vicchio; Vinci. Con l'adesione e il patrocinio di UPI Toscana e Anci Toscana.

(nota: firmatari 43 Comuni su 44; Comune mancante:Firenze)

Messaggio del Segretario Generale in occasione della Giornata Mondiale delle Nazioni Unite, 24 ottobre 2012


Oggi viviamo un momento di profondo disordine, di transizione e trasformazione. La continua diffusione di insicurezza, ineguaglianza e intolleranza mette duramente alla prova i governi internazionali e le istituzioni nazionali. Di fronte a tali sfide, le Nazioni Unite devono restare al passo con le attività in materia di pace, sviluppo, diritti umani, stato di diritto, emancipazione delle donne e dei giovani.
 Ci sono stati progressi importanti su molti fronti. La povertà estrema è stata dimezzata dal 2000. In molti Paesi si stanno svolgendo processi di transizione democratica, e incoraggianti segnali di crescita economica si registrano in tutte le aree del mondo in via di sviluppo.
 Ora è tempo di diventare tutti ancora più ambiziosi. Con l’approssimarsi del 2015, dobbiamo intensificare i nostri sforzi per raggiungere i vitali Obiettivi di sviluppo del millennio. Occorre poi sviluppare un’agenda per lo sviluppo post-2015 che sia audace ma anche pratica. Inoltre, dobbiamo continuare a combattere l’intolleranza, a salvare le persone vittime dei conflitti e a stabilire unapace duratura.
 Le Nazioni Unite non sono solo un luogo d’incontro per i diplomatici. Esse vivono nell’operatore di pace che disarma combattenti, nel personale sanitario che distribuisce medicine, nelle squadre di soccorso che aiutano i rifugiati, negli esperti in diritti umani che aiutano la giustizia a compiere il proprio cammino.
 Nel condurre questa missione globale facciamo affidamento su innumerevoli amici e sostenitori. Organizzazioni non governative, scienziati, accademici, filantropi, leader religiosi, dirigenti d’impresa e cittadini motivati sono fondamentali per il nostro successo. Nessun leader, paese o istituzione può fare tutto da sé; ciascuno di noi, invece, può a suo modo fare qualcosa.
 In occasione di questa Giornata delle Nazioni Unite, affermiamo ancora una volta il nostro impegno, individuale e collettivo, per la realizzazione degli ideali della Carta delle Nazioni Unite e la costruzione di un mondo migliore per tutti.

Nota - Verranno proiettati brevi video di resistenza non violenta, di obiettori di coscienza israeliani, di marines nordamericani...
Alcuni esempi:

Manifestazione a Firenze del 20 novembre 2012 (Adesione della Comunità dell'Isolotto):  video








La valle del Giordano infestata dai coloni: video



Bambini aggrediti dai coloni: video


Il contadino del caravanserraglio: video


obiettori israeliani: video


marines nordamericani gettano via le medaglie della NATO: video


Amici dei palestinesi:

http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/
Associazione di amicizia italo-palestinese onlus

http://assopace.altervista.org/
In questa sezione verranno inseriti tutti i documenti relativi alla questione Israelo Palestinese. L'Intento è di dare un panorama completo della situazione storica e contemporanea. Sono in corso l'inserimento e la correzione dei documenti, se desideri aiutarci scrivici a: medioriente@assopace.org

Appendice
Il voto del 29 novembre 2012 all'ONU
(In verde favorevoli 138, in nero astenuti 41, in rosso contrari n.9, assenti 5)

Europa: 1 solo voto contrario





L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha votato il 29 novembre 2012 per il riconoscimento della Palestina come “stato osservatore non membro”, status che le consentirà di partecipare ai dibattiti delle Nazioni Unite e di far parte in futuro della Corte Penale Internazionale. I voti favorevoli sono stati 138, quelli contrari 9, quelli astenuti 41.
Hanno votato a favore:
Afghanistan, Algeria, Angola, Antigua e Barbuda, Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Austria, Azerbaijan, Bahrain, Bangladesh, Bielorussia, Belgio, Belize, Benin, Bhutan, Birmania, Bolivia, Botswana, Brasile, Brunei, Burkina Faso, Burundi, Cambogia, Capo Verde, Repubblica Centrale Africana, Chad, Cile, Cina, Unione delle Comore, Congo, CostaRica, Costa d’Avorio, Cuba, Cipro, Repubblica Democratica Popolare di Corea (Corea del Nord), Danimarca, Dominica, Repubblica Dominicana, Ecuador, Egitto, El Salvador, Emirati Arabi Uniti, Eritrea, Etiopia, Filippine, Finlandia, Francia, Gabon, Gambia, Georgia, Ghana, Giamaica, Giappone, Gibuti, Giordania, Grecia, Grenada, Guinea, Guinea Bissau, Guyana, Honduras, India, Indonesia, Iran, Iraq, Irlanda, Islanda, Italia, Kazakistan, Kenya, Kuwait, Kirghizistan, Laos, Lesotho, Libano, Libia, Liechtenstein, Lussemburgo, Malesia, Maldive, Mali, Malta, Marocco, Mauritania, Mauritius, Messico, Mozambico, Namibia, Nepal, Nicaragua, Niger, Nigeria, Norvegia, Nuova Zelanda, Oman, Pakistan, Perù, Portogallo, Qatar, Russia, Saint Kitts e Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine, São Tomé e Principe, Isole Salomone, Senegal, Serbia, Seychelles, Sierra Leone, Siria, Somalia, Spagna, Sri Lanka, Sudafrica, Sudan, Sud Sudan, Suriname, Svezia, Svizzera, Swaziland, Tagikistan, Tailandia, Tanzania, Timor Est, Trinidad e Tobago, Tunisia, Turchia, Turkmenistan, Tuvalu, Uganda, Uruguay, Uzbekistan, Venezuela, Vietnam, Yemen, Zambia, Zimbabwe.
Hanno votato contro:
Israele, Stati Uniti, Panama, Palau, Canada, Isole Marshall, Narau, Repubblica Ceca e Micronesia.
Si sono astenuti:
Albania, Andorra, Australia, Bahamas, Barbados, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Camerun, Colombia, Repubblica di Corea (Corea del Sud), Croazia, Repubblica Democratica del Congo, Estonia, Fiji, Germania, Guatemala, Haiti, Lettonia, Lituania, Repubblica di Macedonia, Malawi, Moldavia, Monaco, Mongolia, Montenegro, Paesi Bassi, Papua Nuova Guinea, Paraguay, Polonia, Regno Unito, Romania, Ruanda, Samoa, San Marino, Singapore, Slovacchia, Slovenia, Togo, Tonga, Ungheria, Vanuatu.
Erano assenti alla votazione:
Guinea Equatoriale, Kiribati, Liberia, Madagascar, Ucraina
In Europa, l’unico paese a votare no è stato la Repubblica Ceca. Il Washington Post ha una cartina che mostra il solo voto in Europa, quella sotto invece tutti i paesi del mondo.

Il voto degli Stati chiave (da FB di Michael Moore):

Voted for: France, Spain, Belgium, Norway, Switzerland, Austria, Denmark, Turkey, China, Russia, India, Brazil, South Africa, Nigeria

Voted against: Israel, US, Canada

Abstained: UK, Germany, Australia, Colombia