Oggi nel 2012 la situazione palestinese e gli avvenimenti di Gaza e dei territori occupati della Cisgiordania sono lì a dimostrare che l’ideologia sionista è ancora viva e presente nel governo israeliano, nei comportamenti dei coloni e degli ultraortodossi ed anche nella grande maggioranza della popolazione ebrea di Israele.
- La Nakba (catastrofe) – 1948, i massacri dei civili palestinesi.
Dopo una serie di piani di spartizione e persino proposte di trasferimento della popolazione araba, avanzate nel 1944 dal partito laburista britannico e dal presidente americano Roosevelt, nel novembre del 1947 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò un piano di spartizione, la risoluzione 181. Questo piano assegnava allo stato ebraico il 56% del territorio palestinese e a quello arabo il 42,9, sebbene gli ebrei detenessero la proprietà privata o collettiva di appena il 6,5% delle terre della Palestina. Le organizzazioni sioniste ne uscirono vittoriose. Il secondo passo della loro strategia, con una politica fatta di terrore e conquiste militari, avrebbe portato alla creazione dello Stato di Israele. Infatti nel dicembre 1947 il movimento sionista lanciò la sua offensiva nota come “Piano C”, che vide l’intensificarsi degli attacchi ai civili palestinesi, ma anche alle truppe britanniche. Ecco il susseguirsi delle uccisioni.
Il 4 gennaio 1948 in un attentato al vecchio palazzo del governo di Jaffa furono uccisi 26 palestinesi. Il 5 gennaio 1948, in un assalto all’hotel Semiramis a Gerusalemme furono uccise 20 persone, quasi tutte palestinesi. Nell’aprile del 1948, poco prima della fine del mandato britannico e l’effettiva partenza delle truppe inglesi, fu lanciata un’offensiva su larga scala in tutta la Palestina (Piano D). Questa guerra di indipendenza sionista (4 aprile – 15 maggio 1948) fu accompagnata da una sistematica pulizia etnica delle città e dei villaggi palestinesi. Nella guerra erano impegnati 50.000 soldati ebrei della Haganah contro 2.500 combattenti palestinesi, appoggiati da 4.000 volontari arabi. I massacri di civili si intensificarono. Il 9 aprile 1948 a Deir Yassin, vicino a Gerusalemme, furono massacrati tra i 100 e 254 palestinesi (le stime sono discordanti) e i sopravvissuti deportati al di là della linea di demarcazione. All’epoca della dichiarazione della fondazione dello stato di Israele (14 maggio 1948) i rifugiati palestinesi erano circa 350.000, ai quali se ne aggiunsero nei mesi successivi altri 500.000. Gli stati della coalizione araba si astennero da qualsiasi coinvolgimento militare fino al giorno successivo alla dichiarazione dello stato di Israele. Solo allora intervennero e soltanto nelle regioni non ancora sotto il controllo sionista: fu l’inizio della prima guerra arabo-israeliana (15 maggio 1948 - gennaio 1949). Tuttavia il conflitto rimase fondamentalmente impari sia in termini di uomini (meno di 14.000 dalla parte araba) che di equipaggiamenti e strategia. Col proposito di spianare la strada al progetto sionista, la banda Stern guidata da Shamir (leader del partito del Likud negli anni ’80 e più volte primo ministro tra il 1983 e il 1992), con l’obiettivo di superare ogni ostacolo sul cammino del progetto sionista, rivendicò l’assassinio del mediatore delle Nazioni Unite in Palestina, il conte Folke Bernadotte, ucciso il 17 settembre 1948 per aver espresso forti obiezioni alla politica di etnocidio sionista. All’epoca degli accordi per l’armistizio con l’Egitto nel febbraio 1949, Israele controllava già il 78% della Palestina storica, molto più di quanto il piano di spartizione ONU del ’47 avesse mai previsto; la restante Parte fu annessa da re Abdullah alla Transgiordania e nota come la Cisgiordania (la West Bank per gli inglesi), mentre la striscia di terra a sud di Gaza fu posta sotto il controllo militare egiziano.
- La resistenza palestinese: la nascita di Fatah e dell’OLP
Nel corso degli anni ’50 le espulsioni e i massacri continuarono.
Ottobre 1953: 53 palestinesi uccisi nei bombardamenti del villaggio di Qibya (distretto di Qalqilya).
Ottobre 1956: 49 palestinesi massacrati nel villaggio di Kufr Qassem (Tel Aviv)
3 novembre 1956: più di 273 civili palestinesi massacrati nel campo profughi di Khan Younis.
12 novembre 1956: 100 civili palestinesi massacrati nel campo profughi di Rafah.
A partire dal 1949 piccole frange della resistenza condussero operazioni militari contro Israele, il cui esercito intensificò gli attacchi ai villaggi di confine e a Gaza. Nel 1959 un gruppo di combattenti progettò di riunire tutti i militanti in un’unica organizzazione, portatrice della lotta per la libertà. Speravano di incoraggiare una lotta armata sul modello delle guerre di liberazione algerina e vietnamita e di spingere gli stati arabi all’azione. Nacque così il movimento clandestino di Fatah, che condusse la sua prima operazione militare il 1 gennaio 1965.
Nel giugno 1967 Israele sferrò un attacco a sorpresa contro Egitto, Giordania e Siria e occupò la Cisgiordania, Gaza, il Sinai e le alture del Golan, dando inizio a un nuovo conflitto. Più di 300.000 palestinesi furono esiliati e una brutale repressine si abbattè su Gaza e la Cisgiordania. L’ONU allora (20 anni dopo il piano di spartizione!) approvò la risoluzione 242, documento vago che non fissava né da dove Israele si dovesse ritirare né i tempi del ritiro. Dopo la sconfitta degli eserciti arabi i gruppi di resistenza palestinese diedero avvio alla guerra di liberazione, rifiutando in massa la risoluzione 242 che, Fatah affermava, “ignora i diritti nazionali del popolo palestinese. Non accenna all’esistenza di questo popolo”. Subito dopo l’occupazione del 1967, i gruppi di resistenza condivisero la linea adottata dall’OLP (creata nel 1964 su iniziativa di Nasser) e nel 1969 elessero Abu Ammar (Yasser Arafat) presidente. Movimenti di resistenza si svilupparono in Giordania, Siria, Libano. La comunità internazionale nel frattempo ignorava le sorti del popolo palestinese. Così le organizzazioni palestinesi portarono la loro lotta sulla scena internazionale con tre obiettivi: ricordare al mondo l’esistenza del popolo palestinese attraverso azioni spettacolari (dirottamento di aerei e cattura di ostaggi), radunare forze progressiste e minacciare gli interessi di Israele. Così si diffuse l’assioma palestinesi = terroristi.
La repressione di questi movimenti giunse all’apice in Giordania nel 1970. Re Hussein di Giordania utilizzò nel settembre 1970 il piano di “pace” americano Rogers, che imponeva il cessate il fuoco, per uccidere migliaia di palestinesi; poi nel 1971 attaccò le ultime roccaforti della guerriglia palestinese sulle montagne d Ajloun. Gli Stati Uniti, insieme all’esercito israeliano, minacciarono rappresaglie qualora uno dei governi arabi progressisti avesse osato intervenire in favore dei palestinesi.
Così, sconfitto, il movimento di resistenza si trasferì in Libano, ultimo fronte rimasto al di fuori della Palestina.
- La guerra civile libanese e l’invasione israeliana, l’Intifada, la repressione
Nel 1975 scoppiò la guerra civile libanese, provocata in larga pare da Israele e Stati Uniti. Nel 1976 i campi profughi palestinesi nei dintorni di Beirut furono assediati e sistematicamente bombardati e molti furono interamente distrutti. Nel 1978 il presidente egiziano Sadat firmava con Israele e Stati Uniti gli accordi di Camp David, che autorizzavano Israele a concentrare tutte le sue forze militari al confine settentrionale. Così nel giugno 1982 Israele invadeva il Libano, con l‘obiettivo di liberare Beirut dall’Olp e dal movimento nazionale libanese e di piazzare un alleato capo dello stato. L’assedio che seguì fu tremendo: bombe a frammentazione vennero sganciate su campi e città; nei campi profughi di Rashidiya e Ein al-Hilweh circa il 70% delle case venne interamente distrutto. Secondo le stime la guerra costò la vita a 10.000 – 30.000 libanesi e palestinesi. Alla fine di agosto le forze delle Nazioni Unite si ritirarono dalla capitale libanese, lasciando campo libero a una nuova ondata di aggressioni da parte israeliana. Il 15 settembre l’esercito israeliano entrava a Beirut ovest per “ristabilire la pace”. Tra il 16 e il 18 settembre l’orrore giunse al culmine nei campi di Sabra e Shatila, dove oltre 3.000 rifugiati palestinesi disarmati furono massacrati dalle milizie libanesi sotto la direzione e supervisione dell’esercito israeliano, che controllava tutte le uscite. I campi del Libano meridionale rimasero sotto il controllo delle milizie israeliane e libanesi fino al 1985. Diversi campi profughi furono distrutti.
L’Intifada - Di fronte all’occupazione e alle sue implicazioni (repressione, deportazioni, confisca delle terre, insediamenti, umiliazioni, ecc. ), i palestinesi dei territori occupati ricominciarono la lotta. Il 9 dicembre 1987 scoppiò l’Intifada (rivolta), alla quale aderì l’intera comunità palestinese rispondendo agli ordini del Comando Unificato dell’Intifada o agli appelli del Movimento di Resistenza Islamico (Hamas, fondato il 14 dicembre 1988). La lotta contro l’occupazione israeliana prevedeva una politica di scontro diretto con soldati e coloni israeliani, azioni di disobbedienza civile e una riorganizzazione della società attraverso comitati popolari di solidarietà e di mutua assistenza, responsabili principalmente dell’approvvigionamento di derrate alimentari, istruzione e sanità.
La repressione – Davanti a quella che il governo israeliano etichettò come “sovversione”, Rabin, in qualità di ministro della difesa e futuro primo ministro del governo di coalizione, Shamir e Sharon del Likud e Shimon Peres del Partito Laburista risposero con una politica detta di “forza, potere e percosse” ovvero la politica delle “ossa rotte”. Venne dichiarato lo stato di assedio, dando campo libero alle forze occupanti a Gaza e nella Cisgiordania di imporre la legge militare con la forza; il coprifuoco venne inasprito. Decine di migliaia di palestinesi furono picchiati, arrestati e torturati, tra questi anche donne e bambini; le case dei militanti demolite come forma di rappresaglia. Circa 1.400 civili palestinesi furono uccisi e decine di migliaia torturati, molti mutilati a vita. La repressione investì tutti gli aspetti della vita quotidiana, portando alla chiusura di scuole e università, cliniche e ospedali. All’inizio degli anni ’90 la repressione israeliana nei territori occupati veniva raddoppiata; su città, campagne e villaggi fu imposto il coprifuoco più lungo dall’inizio dell’Intifada.
Fra il 2.000 e il 2.006, durante la seconda Intifada, quella di al-Aqsa, i palestinesi uccisi dalla hrepressione di Barak furono 4521 e 30.714 i feriti, mentre migliaia di abitazioni furono demolite, più di 300.000 ettari di terre furono espropriate e più di 1 milione di ulivi sradicati.
Nel dicembre 2008 l’attacco dell’esercito israeliano alla Striscia di Gaza con l’operazione “Piombo Fuso”, ha causato oltre 1.400 morti e 5.000 feriti, nonché distruzioni di case, scuole, ospedali, infrastrutture, rendendo sempre più drammatica la crisi umanitaria.
L’ultimo attacco a Gaza, che ha causato 171 morti palestinesi (71 civili, 34 bambini) contro 6 morti e 17 feriti da parte israeliana, ma soprattutto la contemporanea proliferazione delle colonie in Cisgiordania, è l’effetto più recente della logica politica dell’escalation sionista, per la completa ebraizzazione della Palestina, “l’Operazione Stella di Davide”.
Il verde è Palestina, il bianco è Israele
Cartina ONU del febbraio 1911
APPELLO DEGLI ENTI LOCALI DI FIRENZE, COMUNI E PROVINCIA, PER CHIEDERE AL GOVERNO ITALIANO DI SOSTENERE IL
RICONOSCIMENTO DELLA PALESTINA ALL'ONU
Il prossimo 29 novembre ricorre la Giornata Internazionale per la Solidarietà con il Popolo Palestinese, istituita con una Risoluzione ONU nel 1977. In questa data simbolica, il Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen presenterà ufficialmente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite la richiesta del riconoscimento della Palestina come Stato non membro osservatore, che verrà votata il giorno stesso in seduta plenaria.
In qualità di rappresentanti istituzionali del territorio fiorentino, rivolgiamo un appello al Governo Italiano affinché la posizione dell'Italia sia di completo sostegno a questa legittima richiesta, e che questo supporto si traduca in un voto favorevole alla candidatura palestinese ed in un'azione diplomatica positiva nei confronti degli altri Paesi presenti all'Assemblea ONU.
Riteniamo che tale riconoscimento da parte delle Nazioni Unite sia non solo un legittimo diritto del popolo palestinese, fin troppo rimandato, ma che rappresenti anche l'unico fattore di deterrenza per evitare che la crisi mediorientale si aggravi ulteriormente. È necessario che l'opzione della diplomazia e l'accantonamento della violenza, che segnano la linea politica dell'OLP, raggiungano un risultato tangibile il prima possibile. La gravità della situazione, testimoniata dagli ultimi eventi, impone alla comunità internazionale di agire con saggezza e giustizia, e dunque di sostenere ad ogni livello diplomatico la candidatura della Palestina all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Consideriamo fondamentale la ripresa del processo negoziale, interrotto un anno fa a causa della prosecuzione delle politiche di espansione degli insediamenti illegali da parte del Governo Netanyahu. L'espansione delle colonie è il motivo per cui i negoziati si sono interrotti, e chiediamo al Governo italiano e alla nostra diplomazia di sfruttare i buoni rapporti con entrambe le parti in causa affinché Israele ponga fine alla pianificazione e costruzione di nuovi insediamenti nei territori occupati, in modo che le due delegazioni possano tornare al tavolo delle trattative.
L'ammissione dell'ANP come Stato non membro osservatore all'Assemblea Generale delle
Nazioni Unite rappresenta il riconoscimento dell'opzione della non violenza e della diplomazia come strumento di risoluzione della questione israelo-palestinese. Questo riconoscimento è non solo giusto, ma anche urgente.
Come amministratori locali, abbiamo a cuore che i valori della pace, della non violenza, e soprattutto il rispetto dei diritti umani, siano la base su cui costruire e rinsaldare le comunità in cui viviamo. Nella nostra azione quotidiana cerchiamo di tutelare la cultura del dialogo e del confronto non violento come bene prezioso. Per questa ragione non possiamo che guardare con apprensione e dolore a quanto sta avvenendo in Palestina.
Noi chiediamo formalmente al nostro Governo, al Primo Ministro Monti e al Ministro degli Esteri Terzi, di sostenere le legittime aspirazioni statuali dell'Autorità Palestinese. Due anni fa, in occasione della prima Giornata Internazionale per la solidarietà con il popolo palestinese, i 44 Sindaci del territorio fiorentino e il Presidente della Provincia di Firenze hanno sottoscritto un appello pubblico che si concludeva con questo richiamo: “Due popoli, due Stati, pari dignità e diritti per tutti: questa è l'unica soluzione per il conflitto tra Israele e Palestina, l'unica garanzia per la sicurezza reciproca e la convivenza pacifica tra i due popoli”.
Ancora oggi, questa è l'unica soluzione possibile, giusta ed equa, per la ricomposizione della questione israelo-palestinese, per l'affermazione del diritto internazionale e dei diritti umani. È per questo che il nostro appello riprende quelle parole e le rilancia con forza: DUE POPOLI, DUE STATI.
Il Presidente della Provincia di Firenze; i Sindaci dei Comuni di: Bagno a Ripoli; Barberino di Mugello; Barberino Val d'Elsa; Borgo San Lorenzo; Calenzano; Campi Bisenzio; Capraia e Limite; Castelfiorentino; Cerreto Guidi; Certaldo; Dicomano; Empoli; Fiesole; Figline Valdarno; Firenzuola; Fucecchio; Gambassi Terme; Greve in Chianti; Impruneta; Incisa Valdarno; Lastra a Signa; Londa; Marradi; Montaione; Montelupo Fiorentino; Montespertoli; Palazzuolo sul Senio; Pelago; Pontassieve; Reggello; Rignano; Rufina; San Casciano Val di Pesa; San Godenzo; San Piero a Sieve; Scandicci; Scarperia; Sesto Fiorentino; Signa; Tavarnelle Val di Pesa; Vaglia; Vicchio; Vinci. Con l'adesione e il patrocinio di UPI Toscana e Anci Toscana.