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lunedì 27 maggio 2013

Don Gallo, cronaca del funerale.

    Quando la vera Chiesa decide di esserci

 di Paolo Farinella                                                                                                                                                                                                                                                                   Il Fatto Quotidiano - 26 maggio 2013
  
Genova 25 maggio 2013 - Già di prima mattina, come nei giorni precedenti, la chiesa di San Benedetto al Porto in Genova, sede della Comunità, è gremita di folla, accorsa per l’ultimo saluto sulla terra a don Andrea Gallo. Piove, come se gli angeli volessero partecipare al distacco fisico e le loro lacrime scendono dal cielo bagnando tutti. La pioggia è una benedizione che purifica tutti per essere degni di partecipare alla morte di un profeta che ha partecipato alla vita di tutti quelli che lo hanno incontrato e amato. In chiesa, oltre alla folla di gente, vi sono alcuni preti, un paio di Genova e gli altri venuti da tutta Italia: da Cossato (Biella), da Torino, da Antrosano (l’Aquila), da Lucca, da Firenze, da Budrio (Bologna), da Napoli, da Caserta e da altre città.
Parte il corteo da San Benedetto al Porto verso la chiesa di N. S. del Carmine e Sant'Agnese, nella zona della Nunziata, passando per la Stazione di Porta Principe. Un mare di ombrelli copre le strade. Quando il corteo giunge alla Nunziata il colpo d’occhio di via Balbi, che è un solo fitto ombrello, toglie il respiro: Genova non ha mai visto un folla così ai funerali di qualcuno, e pure di un prete. C’era Genova, c’era l’Italia e anche oltre. A intervalli spontanei e non organizzati – non esiste nemmeno la parvenza di servizio d’ordine – scoppia dalla folla «O bella, ciao, ciao, ciao» che è la sola preghiera laica che accomuna tutti nel segno della libertà. Alla Nunziata, don Andrea Gallo è preso a spalle dalla Comunità e dai «Camalli» del porto e ci si avvia per il Carmine, distante poche decine di metri. C’è Vauro, c’è Landini, c’è Dalla Chiesa, c’è don Ciotti. C’è Dio.
Altra folla in attesa che unita a quella che arriva forma un oceano di umanità riunita attorno all'Uomo, al Prete, al Combattente che in tutta la vita ha solo unito tutti, restando rigorosamente Uomo, Prete e Combattente di parte perché non si può stare con tutti come alibi per non stare con nessuno. Come in fisica un corpo non può occupare due spazi, così anche la coscienza umana non può stare dalla parte degli oppressi e anche da quella degli oppressori, dei giusti e degli ingiusti, dei ladri e dei derubati, dei poveri e dei ricchi. Don Gallo stava da una parte ben precisa, ma costringeva tutti all'unità con gli altri, facendo scelte radicali. Fu amato da tutti perché non barò mai e non era irenico a buon mercato. La Pace per lui aveva un cognome puntuale: Giustizia.
I funerali sono presieduti dal cardinale Bagnasco Angelo, vescovo di Genova e presidente della Cei. Egli si sforza fin dall'inizio di mantenere un contegno asettico, istituzionale, neutro, impassibile, anzi impenetrabile. Prigioniero del suo ruolo cultuale non riesce – e forse non si sforza nemmeno o non può –  a capire quello che sta succedendo. Non ha visto il mare di persone che affollava non solo la chiesa ma via Brignole De Ferrari, la piazzetta del mercato, Piazza della Nunziata, via Balbi. Bagnasco è «dentro», la gente è «fuori». Egli gestisce un evento straordinario come se fosse un ordinario funerale qualsiasi e non si rende conto che il ritorno di don Gallo al Carmine è una forma di risarcimento postumo, perché da quella Chiesa nel 1969 fu letteralmente cacciato via da un altro cardinale, Giuseppe Siri, campione unico di ottusità maniacale.
Bagnasco prende i fogli, forse scritti da altri, e comincia a leggere. Incauto, non è capace di dire una parola fuori dal protocollo rituale, «recitato» pedissequamente, anche nelle parti lasciate libere all'iniziativa del celebrante, secondo l’occasione del momento. Al nome di Siri «padre e benefattore», da fuori scoppia un urlo che immediatamente si propaga dentro la chiesa al grido di «Andrea, Andrea». Solo l’intervento di Lilli, la storica segretaria di don Gallo e la mamma della Comunità, riesce a calmare lo sdegno e la contestazione.
Un’occasione perduta per il cardinale e per la chiesa istituzionale, rappresentata da una trentina di preti presenti in chiesa, alcuni, assenti con il cuore e l’anima: sono infastiditi dalle preghiere, da alcune presenze e forse anche dalla presenza stessa di don Gallo. Il cardinale non vedendo e non rendendosi conto che la chiesa è là fuori della balaustra e del tempio, parla come se parlasse a un raduno di preti e manca l’appuntamento con la storia della sua città che sabato 25 maggio 2013, dalle ore 11,30 alle ore 13,30 si era data convegno per celebrare l’Eucaristia con il suo prete, con il Gallo, comandante, sobillatore di coscienze, perturbatore delle quiete, dissacratore del Dio dissacrato da tutte le gerarchie ecclesiastiche che hanno fatto finta di appropriarsene per impedire che la gente della strada, gli ultimi, i perduti, i tartassati dai governi dei tecnici e delle larghe intese, appoggiati dalla Cei e dal Vaticano, potessero accedere al Dio della Giustizia e dell’Amore.
Il cardinale Angelo Bagnasco nel giorno del funerale di don Andrea Gallo, non si presenta come il padre di una chiesa in ricerca, ma come il burocrate del sacro e delle formulette prefabbricate, limitandosi a «recitare un funerale» anonimo. La folla lo percepisce come «nemico», anzi peggio, come «altro». Il funerale del Gallo è l’emblema visibile di due chiese parallele: una di popolo, di sfigati, di gente di carne e di sangue, che sbaglia, ma che ama e l’altra quella rappresentata dal cardinale che vive in un altro mondo, un mondo alieno, senza storia e senza cuore. Una chiesa asfittica, morta. Don Gallo morto è vivo e pimpante. Il cardinale vivente e imbacuccato in paramenti e cappelli, è morto e seppellito. Nel giorno del funerale del Gallo abbiamo seppellito una Chiesa, ormai finita e assistito alla risurrezione popolare di un profeta che, autentico, parla anche da morto e fa vibrare i cuori del desiderio di Dio che è lì in quella folla, possente nella sua tenerezza.

lunedì 26 novembre 2012

conquiste da difendere e nuovi referendum sul lavoro



Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 25 novembre 2012
Percorsi di memoria: conquiste da difendere e nuovi referendum sul lavoro
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con i contributi di Moreno Biagioni e Andrea Bagni

1. Letture dal Vangelo



Il giovane ricco (vangelo di Matteo 19, 16-22)
Ed ecco un tale che si avvicino a Gesù e gli disse: “Maestro che cosa devo fare per ottenere la vita eterna?”. Egli rispose: “Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti”.
Ed egli allora chiese: “Quali?”. Gesù rispose: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, onora il padre e la madre, ama il prossimo come te stesso”.
Il giovane allora gli dice: “Ma io ho sempre osservato tutte queste cose; che mi manca?”.
Gli disse Gesù: “Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi”.
Udito questo il giovane se ne andò triste, poiché aveva molte ricchezze.


In questo racconto incontriamo prima un giovane ricco inquieto che chiede a Gesù come ottenere la vita eterna, poi un Gesù che prima dà una risposta prudente (risponde quanto è previsto dalla Legge) poi un Gesù più diretto che dà una risposta nuova: “…và vendi quello che hai, dallo ai poveri e seguimi”; una risposta che, usando un linguaggio di oggi, potrebbe essere “Se vuoi essere più profondamente appagato, in pace con te stesso e con gli uomini, cambia mentalità!!”.
Forse il giovane ricco capisce la risposta e se ne và triste; sceglie di non cambiare mentalità.
Chi non la capisce la risposta sono Pietro e gli altri discepoli, che dicono quasi seccati: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito: che cosa dunque ne otterremo?”.
Al tempo di Gesù la mentalità dominante era fortemente incentrata sul concetto di MERITO:
·        si riteneva che Dio premiasse i giusti e i meritevoli e punisse gli ingiusti e gli immeritevoli;
·        che ci si dovesse meritare l’amore e la benevolenza di Dio.
Pietro e gli altri ragionano così, ritengono di aver fatto uno sforzo e un sacrificio particolare nel seguire Gesù e dunque ritengono di meritare, di avere diritto (e più diritto degli altri!!) ad una ricompensa. Rivendicano un trattamento di riguardo.
A questo ragionamento Gesù risponde con la parabola dei lavoratori (o parabola della vigna)


La parabola dei laboratori (Matteo, 20, 1-16). Sul merito e sul bisogno
Il Regno di Dio è simile ad un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna. Accordatosi con loro per un denaro al giorno lo mandò al lavoro.
Uscito poi verso le nove del mattino tornò in piazza ne vide altri che stavano sulla piazza disoccupati e disse loro “Andate anche voi nella mia vigna; quello che è giusto ve lo darò”. E quelli andarono.
Uscì di nuovo verso mezzogiorno e poi verso le tre del pomeriggio e fece la stessa cosa.
Uscito ancora verso le cinque di sera, né vide altri che stavano là e disse loro: “Perché state qui tutto il giorno senza far niente?”. E quelli risposero: “Perché nessuno ci ha preso a giornata”.
Allora disse: “Andate anche voi nella mia vigna”.
Quando fu sera, il Signore della vigna disse al suo fattore: “Chiama gli uomini e dà loro la paga, cominciando da quelli che son venuti per ultimi”.
Venuti quelli che delle cinque di sera ricevettero ciascuno un denaro ciascuno.
Quando arrivarono i primi, pensavano che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero un denaro per ciascuno. Nel ritirarlo mormoravano contro il padrone, dicendo “Questi sono venuti per ultimi, hanno lavorato soltanto un'ora e tu li hai pagati come noi che abbiamo faticato tutto il giorno sotto il sole”.
Rispondendo a uno di loro, il padrone disse: “Amico, io non ti faccio torto: non hai forse convenuto con me per una paga di un denaro? Prendi la tua paga e vai. Io voglio dare a questo, che è venuto per ultimo, quel che ho dato a te. Non posso fare quel che voglio con i miei soldi? O forse sei invidioso perché io sono generoso?”.
E Gesù concluse: “Così, quelli che sono gli ultimi saranno i primi, e quelli che sono i primi saranno gli ultimi”.
E’ indubbio che i lavoratori arrivati all’ultimo abbiano lavorato poco o nulla rispetto ai primi.
E’ vero che non meritano la stessa paga dei primi.
Ma è anche vero che questi lavoratori erano braccianti che non erano riusciti a trovare alcun lavoro, non avevano nemmeno un misero denaro per sbarcare la giornata. Avevano bisogno di lavorare.
Il Signore della vigna dà loro la paga, non per i loro meriti ma per i loro bisogni.
Nel Regno di Dio, in questo altro “mondo possibile”, si agisce non in base alle virtù e ai meriti ma prima di tutto in base ai bisogni degli uomini. Meriti e virtù non tutti li hanno ma i bisogni sì.
Questo concetto sarà ribadito altre volte da Gesù; ai sommi sacerdoti e agli anziani Gesù dirà “i pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel Regno di Dio”.
Questa è una lezione per Pietro e i suoi che credono di poter accampare grandi meriti. Ma anche per tutti coloro che oggi si riempiono troppo la bocca con il concetto di “merito”.

2. Percorsi di memoria


Dal libro “Mondo operaio e cristianesimo di base “ di Christian  G. De Vito
Dalla prefazione di Enzo Mazzi

L’abbraccio dei secoli (pag.12)
“L’incontro fra la cultura operaia e quella cristiana di base, che si è sviluppato nel secolo scorso, non è affatto ideologico né spurio né casuale. Ha infatti una matrice che viene dall’ abbraccio dei secoli ed è radicato nella coscienza delle persone in carne ed ossa, nella loro vita reale nel profondo dei loro rapporti, nella loro fatica, nel lavoro nelle mani, nelle lotte e nei sogni. La stagione storica, anni ‘60-70, nella quale si svilupparono le Comunità di base, che insieme ai preti operai sono il fulcro di quell’incontro, è stata caratterizzata, com’è noto, da una straordinaria accelerazione dei processi di trasformazione sociale.”

La salvaguardia della memoria storica sociale è un compito irrinunciabile (pag 27 )
“…..ritengo che fare memoria storica, spogliarla dalla ritualità,  attualizzarla, sia uno dei compiti di chi vede un futuro per l’umanesimo sociale, per la solidarietà planetaria, per la società dei diritti di tutti/e a partire dai diritti sociali per l’etica comunitaria oltre i confini. Una memoria unitaria tiene insieme la nostra identità sociale. Disarticolare la memoria che cementa il processo di socialità dal basso significa annullare tale identità.  (…… )  Il liberismo si nutre di tale disarticolazione della memoria. Perché è creatore di società necropoli. Ha bisogno di produttori/consumatori senza identità sociale.

Dal capitolo primo (pag 59)                    
(…..) Soprattutto, tra il novembre del 1958 e  l’inizio dell’anno successivo, fu la mobilitazione  in solidarietà con i 980 operai delle Officine Galileo a segnare un punto di non ritorno in quel percorso di progressiva condivisione del destino del mondo popolare e particolarmente di quello operaio. L’evento decisivo si ebbe 11 gennaio 1959, all’indomani dell’arrivo delle prime 527 lettere di licenziamento, della rottura delle trattative sindacali  e dell’occupazione della fabbrica da parte degli operai. L’assemblea generale degli operai della Galileo si tenne infatti nella chiesa dell’Isolotto, con i rappresentanti sindacali seduti ad un tavolo coperto da un drappo rosso, davanti all’altare, un operaio licenziato a presiedere l’assemblea, e una folla di operai, molti dei quali comunisti, ad ascoltare ed intervenire. Fu un avvenimento dirompente. Della parrocchia avrebbe segnato l’identità, divenendo un topos della memoria collettiva.

  
Dal capitolo terzo
L’Isolotto e l’Autunno caldo (pag. 102 e seguenti)
“Io sono un operaio e mi conoscete”.  L’analisi dell’ Autunno caldo all’ Isolotto la fece nella Veglia di Natale del 1969 Amedeo Bellosi, operaio della Galileo residente nel quartiere  (nella foto col cappello)   “Sappiamo bene che il padrone non si arrende” disse Bellosi. (….)  Le vertenze operaie erano molte, ciascuna con la propria specificità e complessità umana e politica. Il popolo dell’ Isolotto provò ad essere presente il più possibile a fianco dei lavoratori, non solo attraverso quella parte di esso che lavorava in fabbrica, ma anche come gruppo, come Comunità. Diede il proprio appoggio agli operai della Piaggio di Pontedera in sciopero, espresse solidarietà ai 10 lavoratori licenziati alla Maleci, e continuò ad interessarsi a quella vertenza fino al rientro di tutti i licenziamenti; denunciò anche le intollerabili ingiustizie che stavano accadendo alla Carapelli di Firenze con Enzo Mazzi che partecipò la mattina dell11 gennaio 1970 al picchetto operaio contro il licenziamento di un candidato della Commissione interna. La Comunità seguì a lungo e con particolare attenzione la vicenda della Fiaba, l’unica fabbrica del quartiere ospitata nei locali della parrocchia stessa, concessi a suo tempo da don Mazzi in cambio dell'assunzione di alcuni invalidi. (……)  Gli operai avevano messo una tenda davanti al sagrato della chiesa e,  soprattutto, avevano occupato la fabbrica. Un’ altra vicenda particolarmente sentita fu quella dei minatori dell’Amiata…….una delegazione di minatori arrivò in piazza dell’Isolotto…… una settimana dopo la visita fu ricambiata. Gli isolottiani andarono a Piancastagnaio nel giorno dello sciopero generale (marzo 1969)

 3. Informazioni sui Referendum sul Lavoro

QUESITO ABROGATIVO DELL’ART.8 DELLA LEGGE n.138/2011
«Volete voi che sia abrogato l'articolo 8  - Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, titolato "Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo", convertito, con modificazioni, in legge 14 settembre 2011, n. 148, nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive?».

Testo dell’Articolo 8 della Legge finanziaria del Governo Berlusconi (Legge 138 bis/2011)
Art. 8 - Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità 
1.  I  contratti  collettivi  di  lavoro  sottoscritti  a   livello aziendale   o   territoriale   da   associazioni    dei    lavoratori comparativamente più  rappresentative  sul  piano  nazionale  ovvero
dalle rappresentanze sindacali operanti in azienda possono realizzare specifiche  intese  finalizzate  alla  maggiore   occupazione,   alla qualità  dei  contratti  di  lavoro,  alla  emersione   del   lavoro
irregolare, agli incrementi di  competitività  e  di  salario,  alla gestione delle crisi aziendali e occupazionali, agli  investimenti  e all’avvio di nuove attività.

2. Le specifiche intese di cui al comma  1  possono  riguardare  la regolazione delle materie  inerenti  l’organizzazione  del  lavoro  e della  produzione  incluse  quelle   relative:  
·     a)   agli   impianti audiovisivi e alla introduzione di nuove tecnologie;
·     b) alle mansioni del lavoratore, alla classificazione e inquadramento  del  personale;
·     c) ai contratti a termine, ai contratti a orario ridotto, modulato  o flessibile, al regime della solidarietà negli appalti e ai  casi  di ricorso  alla  somministrazione  di  lavoro;  
·     d)   alla   disciplina dell’orario di lavoro;
·     e) alle modalità di assunzione  e  disciplina del rapporto di  lavoro,  comprese  le  collaborazioni  coordinate  e continuative a progetto e  le  partite  IVA,  alla  trasformazione  e conversione dei contratti di lavoro e alle  conseguenze  del  recesso dal  rapporto  di  lavoro,  fatta  eccezione  per  il   licenziamento discriminatorio e il licenziamento della lavoratrice in  concomitanza del matrimonio.

3. Le disposizioni  contenute  in  contratti  collettivi  aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei  confronti
di tutto il personale delle unità produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato  approvato  con  votazione  a maggioranza dei lavoratori.

In sintesi cosa ha fatto il governo Berlusconi?
Nell'agosto 2011, con un colpo di mano all'interno della manovra economica, il governo ha operato per limitare drasticamente la centralità del contratto nazionale di lavoro, rimandando agli accordi aziendali materie importantissime quali la classificazione e l'inquadramento del personale, le mansioni, la disciplina dell'orario di lavoro, i contratti a termine, i contratti a orario ridotto, il regime della solidarietà negli appalti, il ricorso alla somministrazione di lavoro e la modalità di assunzione e la disciplina del rapporto di lavoro. L'articolo 8 di quella manovra finanziaria è carico di livore antisindacale e contrasta duramente le spinte alla solidarietà tra i lavoratori contro i drammatici effetti della crisi economica. Con questo articolo si vuole annullare l'accordo del 28 giugno 2011, che ha riconfermato il contratto nazionale al centro delle relazioni sindacali del Paese.

Che cosa vogliamo ottenere attraverso i referendum?
Intendiamo abolire le manomissioni e ristabilire la certezza dei diritti previsti e conquistati dal contratto nazionale. A parità di condizioni, vanno pretese regole generali che valgano per tutti i lavoratori di un settore e ovunque sul territorio nazionale. Alla contrattazione aziendale va restituito il giusto valore: ossia deve 'accompagnare' l'andamento dell'impresa - garantendo eventualmente tutele aggiuntive ai suoi dipendenti -, contrattare l'organizzazione del lavoro, l'articolazione degli orari e dei turni nell'ambito e nei limiti previsti dal contratto nazionale.

QUESITO ABROGATIVO DELLE MODIFICHE ALL’ART.18 DELLO STATUTO DEI LAVORATORI INTRODOTTE CON LA RIFORMA FORNERO (Legge n. 92 del 28 giugno 2012)
«Volete voi l'abrogazione dell'articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n. 300, titolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     quarto comma, primo periodo, limitatamente alla parola: "soggettivo";
·     quarto comma, primo periodo, limitatamente alle parole: ", per insussistenza del fatto contestato ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa sulla base delle previsioni dei contratti collettivi ovvero dei codici disciplinari applicabili,";
·     quarto comma, primo periodo, limitatamente alle parole: ", dedotto quanto il lavoratore ha percepito, nel periodo di estromissione, per lo svolgimento di altre attività lavorative, nonché quanto avrebbe potuto percepire dedicandosi con diligenza alla ricerca di una nuova occupazione.";
·     quarto comma, l'intero secondo periodo che recita: "In ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non può essere superiore a dodici mensilità della retribuzione globale di fatto.";
·     quarto comma, terzo periodo, limitatamente alle parole: ", per un importo pari al differenziale contributivo esistente tra la contribuzione che sarebbe stata maturata nel rapporto di lavoro risolto dall’illegittimo licenziamento e quella accreditata al lavoratore in conseguenza dello svolgimento di altre attività lavorative";
·     V comma che recita: "Il giudice, nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del giustificato motivo soggettivo o della giusta causa addotti dal datore di lavoro, dichiara risolto il rapporto di lavoro con effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al pagamento di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata tra un minimo di dodici e un massimo di ventiquattro mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, in relazione all'anzianità del lavoratore e tenuto conto del numero dei dipendenti occupati, delle dimensioni dell'attività economica, del comportamento e delle condizioni delle parti, con onere di specifica motivazione a tale riguardo.";
·     VI comma che recita: "Nell'ipotesi in cui il licenziamento sia dichiarato inefficace per violazione del requisito di motivazione di cui all'articolo 2, comma 2, della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, della procedura di cui all'articolo 7 della presente legge, o della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni, si applica il regime di cui al quinto comma, ma con attribuzione al lavoratore di un'indennità risarcitoria onnicomprensiva determinata, in relazione alla gravità della violazione formale o procedurale commessa dal datore di lavoro, tra un minimo di sei e un massimo di dodici mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, con onere di specifica motivazione a tale riguardo, a meno che il giudice, sulla base della domanda del lavoratore, accerti che vi è anche un difetto di giustificazione del licenziamento, nel qual caso applica, in luogo di quelle previste dal presente comma, le tutele di cui ai commi quarto, quinto o settimo.";
·     VII comma che recita: "Il giudice applica la medesima disciplina di cui al quarto comma del presente articolo nell'ipotesi in cui accerti il difetto di giustificazione del licenziamento intimato, anche ai sensi degli articoli 4, comma 4, e 10, comma 3, della legge 12 marzo 1999, n. 68, per motivo oggettivo consistente nell'inidoneità fisica o psichica del lavoratore, ovvero che il licenziamento è stato intimato in violazione dell'articolo 2110, secondo comma, del codice civile. Può altresì applicare la predetta disciplina nell'ipotesi in cui accerti la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo; nelle altre ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del predetto giustificato motivo, il giudice applica la disciplina di cui al quinto comma. In tale ultimo caso il giudice, ai fini della determinazione dell'indennità tra il minimo e il massimo previsti, tiene conto, oltre ai criteri di cui al quinto comma, delle iniziative assunte dal lavoratore per la ricerca di una nuova occupazione e del comportamento delle parti nell'ambito della procedura di cui all'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, e successive modificazioni. Qualora, nel corso del giudizio, sulla base della domanda formulata dal lavoratore, il licenziamento risulti determinato da ragioni discriminatorie o disciplinari, trovano applicazione le relative tutele previste dal presente articolo.";
·     ottavo comma, limitatamente alle parole: "dei commi dal quarto al settimo";
·     nono comma, primo periodo, limitatamente alle parole: "di cui all'ottavo comma";
·     nono comma, terzo periodo, limitatamente alle parole: "di cui all'ottavo comma";

nonché della legge 15 luglio 1966, n. 604, titolata "Norme sui licenziamenti individuali", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     articolo 7, comma 1, limitatamente alla parola "soggettivo";
·     articolo 7, comma 1, limitatamente alla parola "oggettivo";
·     articolo 7, comma 2, limitatamente alle parole "per motivo oggettivo";
·     articolo 7, comma 8, che recita: "8. Il comportamento complessivo delle parti, desumibile anche dal verbale redatto in sede di commissione provinciale di conciliazione e dalla proposta conciliativa avanzata dalla stessa, è valutato dal giudice per la determinazione dell'indennità risarcitoria di cui all'articolo 18, settimo comma, della legge 20 maggio 1970, n. 300, e successive modificazioni, e per l'applicazione degli articoli 91 e 92 del codice di procedura civile.";

nonché della legge 23 luglio 1991, n. 223, titolata "Norme in materia di cassa integrazione, mobilità, trattamenti di disoccupazione, attuazione di direttive della Comunità europea, avviamento al lavoro ed altre disposizioni in materia di mercato del lavoro", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     articolo 5, comma 3, secondo periodo, limitatamente alle parole: "terzo periodo del settimo comma del";

nonché della legge 24 dicembre 2007, n. 244, titolata "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2008)", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     articolo 2, comma 479, lettera a), limitatamente alla parola "soggettivo";

nonché della legge 29 dicembre 1990, n. 407, titolata "Disposizioni diverse per l'attuazione della manovra di finanza pubblica 1991-1993", nel testo risultante per effetto di modificazioni ed integrazioni successive, limitatamente alle seguenti parti:
·     articolo 8, comma 9, primo periodo, limitatamente alla parola "oggettivo"?».


Testo dell’articolo 18 – Legge n.300/1970 (Statuto dei Lavoratori)
Titolo II Della libertà sindacale: Reintegrazione nel posto di lavoro

Ferme restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.

Ai fini del computo del numero dei prestatori di lavoro di cui primo comma si tiene conto anche dei lavoratori assunti con contratto di formazione e lavoro, dei lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato parziale, per la quota di orario effettivamente svolto, tenendo conto, a tale proposito, che il computo delle unità lavorative fa riferimento all'orario previsto dalla contrattazione collettiva del settore. Non si computano il coniuge ed i parenti del datore di lavoro entro il secondo grado in linea diretta e in linea collaterale.

Il computo dei limiti occupazionali di cui al secondo comma non incide su norme o istituti che prevedono agevolazioni finanziarie o creditizie.
Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l'inefficacia o l'invalidità stabilendo un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell'effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto.

Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell'indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.

L'ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l'ha pronunciata. Si applicano le disposizioni dell'articolo 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.

L'ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.

Nell'ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all'articolo 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo comma ovvero all'ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l'ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all'importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

Che cos'ha fatto la Riforma Fornero (governo Monti)?
Ha cancellato la norma che imponeva il reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo a fronte di una sentenza del giudice del lavoro favorevole al lavoratore stesso. L'articolo 18 è stato manomesso nella sua essenza e nella sua funzione. Il governo ha agito con forte iniquità sul tema cruciale del mercato del lavoro, scegliendo - per combattere gli effetti della crisi - di aggredire i diritti, le conquiste storiche del movimento operaio e il sistema di protezione sociale pubblica. Le modifiche all'articolo 18 riscrivono con motivazioni inaccettabili un tratto saliente della giurisprudenza del lavoro, prefigurando rapporti sociali e sindacali autoritari che avranno ripercussioni nella vita di tutti i cittadini onesti, cui è stato scippato un diritto fondamentale.

Che cosa si vuole ottenere attraverso i referendum? Restituire allo Statuto dei Lavoratori l'articolo 18 nella versione originaria, per rispettare i principi della Costituzione e rendere esigibili le decisioni della magistratura. La nozione giuridica secondo la quale nessuno può essere licenziato senza giusta causa e giustificato motivo deve essere ripristinata. Perché un'ingiustizia praticata ad uno è un'ingiustizia verso tutti. Non si tratta dunque di un problema di quantità numeriche, bensì di giustizia sociale.

 Per informazioni: www.referendumlavoro.it

Saggezza di ieri, nodo di oggi  - 4 novembre 2012

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Lavoro, pietra angolare – di Luigino Bruni
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I dati della crisi, che continuano ad alimenta­re i nostri dibattiti e le nostre preoccupazioni, sono come spie che dicono, tutti assieme e con­cordemente, che la 'macchina del capitalismo' ha dei problemi, alcuni molto seri. Una spia di colore rosso fuoco si è accesa ormai da tempo, e sarebbe ora di fermarsi per fare qualche inter­vento serio al motore: è la spia del lavoro. Eppu­re in un momento alto della nostra storia politi­ca e civile, lo abbiamo posto come pietra ango­lare della legge fondamentale degli italiani.
Sono molti i significati del primo articolo della nostra Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». In ogni patto, le prime parole che si pronunciano sono quelle più dense di contenuti simbolici e ideali. Si sa­rebbero potute scrivere in quel posto speciale al­tre parole alte, come libertà, giustizia, ugua­glianza o persino fraternità; invece in quell’inci­pit del patto fondativo della nuova società ita­liana fu inserita la parola lavoro. Una parola u­mile ma forte, associata da sempre alla fatica e al sudore, e persino considerata nell’antichità come attività confacente allo schiavo, perché troppo infima: «Ignobili e abietti, poi, sono i gua­dagni di tutti quei mercenari che vendono, non l’opera della mente, ma il lavoro del braccio... Tutti gli artigiani, inoltre, esercitano un mestie­re volgare: non c’è ombra di nobiltà in una bot­tega » (Cicerone, De Officiis).

Parole pesanti, che certamente erano parte della formazione classi­ca di molti di quei padri costituenti, che però fu­rono capaci di guardare soprattutto alla loro gen­te e così, pace per Cicerone o Aristotele, videro la tanta nobiltà che c’era «nelle botteghe». E co­sì scrissero la parola lavoro come il primo so­stantivo dell’Italia post-fascista – una scelta dop­piamente coraggiosa, se si pensa alla retorica del lavoro che aveva caratterizzato il Ventennio. Nella semantica di quel lavoro c’era la vicenda storica dell’Italia contemporanea, dove la de­mocrazia stava avanzando proprio grazie al gran­de movimento di lavoratori, uomini e (poche) donne, che divennero veramente cittadini quan­do, abbandonando lo status di servi in una cam­pagna ancora per tanti versi sostanzialmente feu­dale, divennero lavoratori nelle fabbriche, nelle officine, nelle scuole, negli uffici e nelle coope­rative.

Non tutto il lavoro fonda la Repubblica, ma solo quello degli uomini e delle donne libere, non quello degli schiavi e dei servi. Ma nelle parole dell’articolo 1, c’era e c’è anche l’espe­rienza di tanti che per amore della democrazia e dei suoi valori, il lavoro l’avevano perso, per­ché combattuti ed emarginati dal fascismo. Il primo strumento che ogni potere anti-demo­cratico ha per togliere la dignità e la libertà è cancellare il lavoro. Furono tanti, troppi, gli italiani e gli europei che dovettero chiudere fabbriche, tipografie, uffici, cattedre, per non piegarsi alle richieste anti-de­mocratiche e illiberali del regime. Molti di que­gli uomini furono poi tra i padri costituenti, e in quella originale e felice formulazione del primo articolo, cercarono di raccontare anche queste storie di amore civile. E nel far questo hanno crea­to la più bella equazione della nostra storia re­pubblicana, quella che pone l’eguaglianza tra democrazia e lavoro: la Repubblica è democra­tica perché fondata sul lavoro, altrimenti la Re­pubblica si fonda su rendite e privilegi, e quindi non è democratica. Non è facile, oggi, leggere seriamente quell’arti­colo, e al contempo restare passivi in una Italia e in una Europa che, da una parte, lasciano trop­pi milioni di persone fuori dalla "città del lavo­ro", e dall’altra fanno troppo poco di fronte a nuove forme di schiavitù e servitù. Quell’artico­lo quindi, ci può offrire una chiave di lettura po­tente per comprendere meglio che cosa sta ef­fettivamente accadendo.

Ci dovrebbe far capire che la lotta alla disoccupazione deve avere lo stesso posto che occupa il lavoro nella nostra Costituzione: il primo. Non si può barattare il lavoro con i profitti né, tantomeno, con le rendite, perché quando il lavoro della persona umana è negato è in profonda crisi prima di tutto la democrazia. C’è poi un secondo messaggio molto attuale che ci arriva dall’articolo 1 e dalle sue semantiche (oggi, forse, troppo lontane): lavorare non è l’esperienza del servo e dello schiavo. Una tesi che ci chiama a una profonda riflessione quando constatiamo che il capitalismo senza regole e senza misura sta creando nuove forme di schiavitù e di servitù nei livelli più alti e più bassi del mondo del lavoro.

Delle dilaganti e anche inedite forme di schiavitù-servitù di operai e precari nel mondo si parla abbastanza; si parla invece troppo poco delle nuove forme di schiavitù di coloro che vengono considerati privilegiati: dirigenti e impiegati di medio e alto livello nelle grandi imprese multinazionali, che vengono pagati assai bene nei "nuovi mercati", ma che di fatto rinunciano più o meno consapevolmente, a crescenti fette di libertà, di tempo, di festa, di famiglia... La rossa spia del lavoro continua allora a lampeggiare: prendiamola tutti più sul serio, fermiamoci, per poi ripartire nella giusta direzione.
                                                                                                          


                                           
               

[1968]
Scritta dal grande cabarettista milanese Walter Valdi, per intenderci, quello de «Il palo della banda dell'Ortica», per Jannacci.

“Lavoravo in quel di Baggio, e mi han licenziato a maggio...”

Lavoravo in quel di Baggio                                          Per potere stare a galla
in catena di montaggio                                               mi toccò muover la spalla.
E giravo una ramella                                                  Ed in più, come si vede,
sempre una, sempre quella.                                        m’è venuto un tic al piede.
Ed un giorno fu così                                                   Per frenare quel pedale
che mi venne fuori un tic                                           ero proprio messo male!

Lavoravo in quel di Baggio                                          Lavoravo in quel di Baggio
ad un nastro di montaggio                                          e mi han licenziato a maggio-
La mia testa si girava                                                M’ha chiamato il Direttore
e il motore accompagnava                                          e mi fa :”Caro Signore
Per seguirlo fu così                                                   con quel tic non rende niente!
che mi venne un altro tic                                            Eh, non vede?
                                                                                  Sembra quasi un deficiente!”
Non si sta poi tanto male
con un tic orizzontale
Ma per colpa di un rialzo
lo seguivo in un sobbalzo
Per quel nastro fu perciò
che il mio tic si complicò

Mi han cambiato di reparto
m’è venuto un mezzo infarto
C’era un nastro sempre in piano
ma arrivava contromano
Mi trovai un po’ peggiorato
col mio tic modificato


sabato 24 novembre 2012

Il lavoro



Domenica prossima 25 novembre alle 10,30
nel corso dell'assemblea della Comunità dell'Isolotto
affronteremo il tema del lavoro, tessendo insieme
la parabola dei vignaioli, la memoria delle lotte passate,
la consapevolezza della necessità di partecipare
alle tante mobilitazioni in difesa dell'occupazione
e della dignità di tutti i lavoratori e le lavoratrici.
Approfondiremo la conoscenza dei due Referendum
sul Lavoro, per l’abrogazione dell’Articolo 8 della legge
finanziaria dell’agosto 2011 e delle modifiche all’Articolo
18 dello Statuto dei lavoratori.
Saranno con noi Moreno Biagioni e Andrea Bagni
e sarà possibile,per chi lo desidera,
firmare per i Referendum
(portando un documento valido di identità).

martedì 31 gennaio 2012

L'utopia della base

Gentile comunità dell'Isolotto,

siamo gli autori di un saggio storico che desideriamo portare alla vostra conoscenza. Il saggio, edito alla fine del 2011 dalle Edizioni Punto Rosso di Milano, è intitolato: "L'utopia della base. Un Collettivo operaio nella Toscana tra gli anni '60 e '70". Prefato da Mario Tronti, nel libro viene raccontata la storia del Collettivo operaio sorto alla fine degli anni '60 a Colle di Val d'Elsa, delle sue premesse storiche, economiche e sociali e dei contatti che questo ebbe con le altre realtà "eretiche" della Toscana, come la vostra, da noi documentata nel saggio. In particolare il legame tra il Collettivo e la vostra comunità fu tenuto da una figura che avrà un ruolo non secondario nel nostro saggio: don Auro Giubbolini, sacerdote della parrocchia di Borgatello e organizzatore di un'interessante esperienza di doposcuola.

Il libro che abbiamo scritto a tre mani rientra in un progetto di più ampio respiro che riguarda la costruzione di un archivo multimediale sulla Memoria operaia. Vi allego il link del sito: http://www.utopiadellabase.it

Il 20 febbraio prossimo faremo una presentazione presso il Consiglio Regionale toscano. Siete naturalmente invitati e se il libro ed il progetto trova vostro interesse potete pubblicizzarlo sulle pagine del vostro sito web.

Certi di un vostro interesse vi inviamo i nostri migliori saluti.

Francesco Corsi
Pietro Peli
Stefano Santini.

Abbiamo ritrovato questa memoria d'archivio che dedichiamo agli estensori dell'email e a D.Auro:


09.11.69. Il buon grano e la zizzania crescono insieme. Anche dentro di noi. BA044 (al giro 629
della prima parte della bobina che inizia questa volta con la coda rossa).
(Interventi di: Enzo Mazzi, Sergio Gomiti, d. Auro Giubbolini di Colle Val d’Elsa, Urbano Cipriani, Raffaello Corsi, altre voci non identificate)
Enzo M.: Stamattina si era detto che doveva esserci il battesimo della bambina della Fiorella, quella
signora che ci annunziò questo fatto domenica scorsa, solo che è ammalata nel frattempo e ci tiene
tanto ad esserci anche lei presente insieme a Pierluigi che è suo marito e allora ha preferito
rimandare il battesimo a quando potrà esserci e quando sarà guarita. Per la sua bimba un pochino
più grande mi ha mandato a dire questo e ci ha mandato saluti a tutti. Noi gli auguriamo buona
guarigione e una sollecita guarigione anche. [Una voce maschile fa notare a Enzo M, che invece si tratta del figlio di Maurizio e non della Fiorella]. Ah!, Sì, ho sbagliato, è il figlio di Maurizio, Maurizio, sì, la moglie di Maurizio si è ammalata e gli auguriamo pronta guarigione.
[A questo punto sono registrati solo alcuni accordi di chitarra per iniziare un canto e poi la voce del celebrante che inizia il “Confesso a Dio onnipotente”. Non è registrato il proseguo della messa fino all’intervento del celebrante dopo le letture].
d. Auro G.: Abbiamo letto la lettera di San Paolo ai colossesi, una lettera molto importante perché
quella Comunità della città di Colossi era impegnata a superare alcune difficoltà rappresentate da
idee che contrastavano col messaggio cristiano. Sembra che queste difficoltà nascessero da un
ritorno del giudaismo, del concetto giudaico del rapporto umano basato sul legalismo e non
sull’amore che Cristo era venuto a portare sulla terra. Sembrava che a questo si aggiungesse anche
un’altra forma che minava al fondamento del messaggio cristiano. Ed era il concetto del bene e del
male che non era un qualche cosa che calava nella realtà e nella storia degli uomini ma era un
qualche cosa che dall’esterno veniva imposto agli uomini. L’angelo e il demonio erano le due realtà
di bene e di male esistenti nel mondo. E allora in questo contesto di errori Paolo vuole riportare la
figura di Cristo al suo centro, nel suo vero regno che è la realtà dell’uomo che vive la sua vita. E la
vive in mezzo al bene e in mezzo al male, la vive la lotta del bene e del male, che è una lotta degli
individui, della società, del mondo, dell’uomo, per realizzare quell’avvento del regno che Cristo ha
profetizzato con la sua presenza nel mondo. Quindi è interessante, importante questo. Forse
importante sarebbe leggerla più a lungo non solo in questo pezzo che forse non ci dà questa idea
centrale che ha voluto San Paolo portare alla Chiesa che era nella città di Colossi. Ma certo che
accoppiato soprattutto alla parola di Matteo della zizzania – avete sentito – può essere base di
meditazione del nostro incontro comunitario di questa mattina, della nostra celebrazione eucaristica.
In che cosa consiste per noi il bene e il male? Cioè che cosa vuole Cristo rappresentare in un mondo
e nel mondo degli uomini in cui insieme alla bontà, insieme all’amore, insieme all’attenzione alle
cose e agli altri c’è l’egoismo, c’è la disuguaglianza, c’è la sofferenza? Che cosa vuole
rappresentare il messaggio di Cristo, immesso nei nostri cuori e nella nostra vita, in un mondo dove
il bene e il mal non lo vediamo derivare da fattori extra terreni ma da fattori terreni? Cosa possiamo
rappresentare noi di fronte a questa realtà? Falciamo la zizzania, dicono i servi al padrone. Lasciate
che la storia gli uomini la costruiscano e la costruiscano in questa realtà qui che vivono, perché è da
questa realtà che supereranno anche il loro male, perché in tutti noi il seme del male esiste, quale
(che) sia. Io tento di scoprire il mio; con la mia gente tento di scoprire il nostro; nella realtà che
viviamo tentiamo di scoprire e in questo facciamo la storia delle nostre Comunità, della nostra
Chiesa. Quello che sarà per voi la zizzania della Chiesa fiorentina io non lo so. Questa è una
riflessione che potete fare voi approfondendo questa parte del Vangelo. Forse nelle chiese oggi – il
Vangelo si presta – si ricorderà forse la vostra Comunità come elemento di zizzania nella Chiesa
fiorentina. Non lo so, può darsi. Pensano così. Credo che ci sarà chi lo pensa e chi lo dice così,
magari anche da un altare. Io dico che la cosa non è così facile, perlomeno la cosa non è così facile
stabilire chi è zizzania, chi è grano buono e credo che non sia la divisione verticale, sia orizzontale,
cioè un po’ di male c’è in tutti come un po’ di bene forse ci sarà in tutti. Lo stare insieme, il capirci,
il dialogare è un modo di andare avanti e di capire forse. Fino a che stiamo lontani, fino a che
sentiamo di dare dei giudizi non realizziamo la storia nuova del cristianesimo, quella parola di
amore che ci ha detto Paolo come risoluzione al problema della divisione del bene e del male, Paolo
che ha portato centralità di Cristo nella mia storia: cioè portare questa volontà di rinnovamento, di
conversione, di cambiamento interiore e sociale nella vita dell’individuo e della storia, portare
questa parola nuova che è l’amore, conservare, come dice Paolo, la parola di Dio. Questi sono
elementi positivi che noi possiamo mettere insieme per capirci qualche cosa, per vedere se non
altro, individuare se non altro alcuni aspetti della zizzania che può essere e nella Chiesa di Dio e nel
mondo e nella realtà del mondo. E’ certo che nel vostro cammino, da quanto ho potuto seguire io,
alcuni aspetti della zizzania nel mondo come ingiustizia, come alcune realtà disumane esistenti le
avete presenti nella vostra storia di Comunità dell’Isolotto. Forse ancora del cammino ne farete per
individuare ancora, sia socialmente e sia individualmente, alcuni elementi di divisione nel mondo
degli uomini e questo apporto che voi recate all’umanità sia un apporto veramente di persone vive
come lo siete oggi e come spero rimaniate nella storia futura perché il mondo ha bisogno della
vostra presenza. Come forse ha bisogno degli altri. Una ragione ci sarà. Il Vangelo ci ha detto che
deve e zizzania e grano buono andare avanti insieme, il male e il bene camminare insieme. Una
ragione misterica ci sarà. E’ certo che arriverà il regno e arriverà l’amore. La vostra strada che avete
scelto, la mia strada che ho scelto, la strada di tanti altri forse tenderà a questo recupero dell’amore
nel mondo. Speriamo. E’ certo che la presentazione che la lettera di Paolo e la lettura di Matteo ci
ha presentato non deve, non può finire qui: discorso molto lungo e molto vasto, un discorso che non
posso proporlo io perché è il discorso della vostra Comunità. Il discorso del bene e del male deve
essere visto dove si opera e voi operate in Firenze, nella Chiesa che è in Firenze. Io non sono in
Firenze. Qualche cosa di più potrei dire alla mia gente. A voi non posso altro che prospettarvi il
problema, ricordare la parola di Cristo e augurarvi che le vostre riflessioni e il vostro cammino
continuino sempre per il bene vostro e della Chiesa e anche dell’umanità. Se qualcuno vuole
aggiungere qualche cosa…
Enzo M.: Anzitutto volevo dire che il discorso che ci ha fatto questo sacerdote è un discorso che noi
sentiamo profondamente perché è da tanto tempo che diciamo che noi consideriamo la Chiesa la
Comunità di coloro che si accolgono nonostante tutti i limiti che possiamo avere. Tante volte
abbiamo detto anche questo: che noi non accetteremmo volentieri, non vorremmo un
provvedimento autoritario nemmeno nei confronti di Florit perché tutto ciò che nella Chiesa vi è di
autoritarismo, di oppressione verso chiunque noi lo rifiutiamo proprio in nome di quell’amore, di
quel dialogo, di quell’essere un po’ tutti zizzania e un po’ tutti buon grano di cui ci ha parlato
questo parroco. E quindi ci dà un po’ di fiducia, un po’ di speranza la notizia che è apparsa su un
giornale di ieri, quella del cardinale Florit che ha risposto di no al papa il quale lo voleva mandare a
Venezia. Ci dà una certa fiducia perché anzitutto dimostra che siamo tutti un po’ buon grano e tutti
un po’ zizzania allo stesso modo e quindi è illogico, è ridicolo colpire una Comunità, colpire delle
persone perché hanno della zizzania perché c’è in tutti. Quindi non si deve giudicare l’un l’altro.
Bisogna aiutarsi a trasformarci costantemente in buon grano. Ci dà fiducia questa notizia perché
vogliamo sperare che il cardinale Florit capisca, capisca pagando di persona, trovandosi in fondo
nella nostra stessa situazione, perché capisca e perché arrivi anche lui a cercare una unione nel
dialogo, non nel prepotere, una unione nell’amore, nella fraternità, non nell’autoritarismo, una
unione nella solidarietà con coloro che soffrono e non nel Diritto che il più potente impone verso i
più deboli. Noi abbiamo fiducia. La nostra fiducia non deve venire mai meno ed effettivamente non
viene mai meno. Inoltre vorrei anche dirvi che insieme ad alcuni della comunità, come vi avvisai
domenica scorsa, d’accordo con voi perché ne abbiamo parlato in una assemblea precedente, siamo
stati ad incontrare alcune Comunità in Germania e in Svizzera, e in particolare in Svizzera, gli
emigrati. Una relazione di quello che abbiamo fatto, degli incontri che abbiamo avuto ve la daremo
mercoledì prossimo. Già fino da ora io posso portarvi la simpatia, la solidarietà, l’attenzione e la
ricerca che c’è anche, lo sapevamo di già ma si è toccato con mano, che c’è anche in regioni così
lontane da noi. Ci sono comunità, si cono persone, ci sono laici, sacerdoti che cercano con passione,
con amore, a volte pagando di persona anche loro, cercano questa nuova strada dell’unità, questa
nuova strada della fraternità, questa nuova strada della pace. La cercano con entusiasmo e dobbiamo
dire che questi incontri che abbiamo fatto sono incontri che servono molto, servono a noi perché ci
fanno capire che questo cerchio che noi componiamo intorno a questo altare non è un cerchio
chiuso, ristretto ma è un cerchio aperto che comprende uomini e Comunità di tutto il mondo, che
sono presenti qui anche se non fisicamente sono presenti con tutto il loro essere, con tutta la loro
tensione, la loro ricerca, la loro fede, ci fa capire che la nostra Comunità non è una setta religiosa
ma una Comunità che comprende tanti uomini ormai in tutto il mondo e serve a loro per lo stesso
motivo, perché spesso queste Comunità, questi gruppi, queste persone, questi emigrati hanno
l’impressione di sentirsi soli, hanno l’impressione di essere abbandonati da tutti, hanno
l’impressione di non avere sbocchi e invece questa comunione, questi incontri servono ad aprire
l’animo, il cuore a tutti e a rendere più efficace a rendere più pieno, più comunitario il cammino
della fede. Comunque un resoconto, come ho detto, lo daremo mercoledì prossimo all’assemblea
che faremo alle Baracche come sempre. E un’ultima cosa: dobbiamo di nuovo ringraziare il Signore
per questo sole che ci dà che è qualcosa di misterioso che non sappiamo veramente spiegare. A
Ravensburg, in Germania, quest’anno, a memoria di uomo, sono fiorite le rose di novembre.
Sergio G.: Io vi voglio leggere due lettere che ci sono arrivate molto importanti proprio per
verificare quello che Enzo diceva, di quante persone nel mondo tendono verso questa strada. Questa
lettera è della parrocchia di Cristo Giovane, Largo de Lapas, San Paolo del Brasile. E’ una
parrocchia che ci scrive e dice:
“Caro don Enzo e Comunità dell’Isolotto. La nostra Comunità vuole inviare la propria solidarietà ai
nostri fratelli per l’amore e la lotta sostenuta in ogni momento contro lo strutturalismo e il legalismo
della Chiesa istituzionalizzata allo scopo di restare fermi e fedeli al Vangelo, dentro il dialogo che
lo Spirito del Vangelo ispirò al Concilio Vaticano secondo. Un giorno sarà riconosciuto il vostro
sforzo e il vostro lavoro che noi non dubitiamo affatto sia stato diretto dall’amore per gli uomini e
dal servizio al Popolo di Dio. Noi seguiamo con molta attenzione gli avvenimenti qui in Brasile,
consapevoli che questo sia l’unico mezzo di vivere l’incarnazione nel mondo in cui viviamo. Vi
inviamo le nostre preghiere. Preghiamo Dio che vi mantenga fermi nella lotta in questa prova fino
al punto di uscire dal deserto per arrivare a vivere nella speranza del trionfo della fede che ci
stimola. Ricevete le nostre preghiere di solidarietà. Vostro fratello nella fede don Pedro Vareze,
parroco della parrocchia di Cristo Giovane di San Paolo”.
Questa è invece la lettera di un sacerdote che è prete da poco tempo e ce l’ha scritta prima di essere
ordinato prete:
“Carissimi. Questa lettera avrei dovuto scrivervela diversi giorni fa ma solo oggi mi sono deciso.
Dopodomani sarò ordinato prete dal mio Vescovo. Mi giungono diverse lettere di amici veri e di
amici falsi in cui leggo continuamente auguri e felicitazioni per il coraggio e la testimonianza che
do per il fatto stesso che mi fo prete. E’ tanto il coraggio che non ne ho avuto neanche un pizzico
per scrivervi come ho fatto con tutti gli amici. Vi scrivo ora quasi di nascosto come Nicodemo
quando va a trovare Gesù di notte. Non me ne vogliate e prendetemi così come sono, con la
vigliaccheria che ho dentro di me, incapace ancora di fare precise scelte. Voi avete molti amici che
si dichiarano tali in pubblico senza paura. Io sono vostro amico soltanto dentro di me, non sono
ancora capace di essere libero e di agire come sento. Forse lo Spirito di Dio un giorno o l’altro me
lo concederà. Ancora gli resisto troppo. Dopo la famosa messa di Florit all’Isolotto io ho perduto la
speranza per la pace religiosa della Chiesa fiorentina. Non so a che punto siate adesso voi.
Comunque sia dopodomani anch’io sarò prete. Non ho fatto il passo a occhi chiusi: ormai ho una
certa età e capisco cosa significa farsi prete oggi. Mi manca solo il coraggio che deriva dalla fede e
certo non è poco, comunque aspetto di avere un popolo con cui lavorare e spero di non fallire. Spero di non parlare di un Dio mistificato e falso, fatto su misura per i borghesi. Durante questo mese forse verrò a Firenze e parleremo meglio di queste cose. Intanto vi saluto con i vostri preti Enzo, Sergio e Paolo. Don David”. Ha detto messa pochi giorni fa.
d. Auro G.: Prima di continuare è giusto che dica chi è in comunione con voi questa mattina ed è
qui in mezzo a voi. Sono don Auro, mi chiamo don Auro, don perché è l’usanza da mettere davanti
al prete, al nome del prete. Sono parroco di un chiesetta di campagna alla periferia di Colle,
parrocchietta di poche anime ma interessante come ambiente perché è un ambiente completamente
in trasformazione che è base colonica ma con la vicinanza delle industrie e quindi la unione
economica tra il campo e l’industria ha creato problemi completamente nuovi che è inutile che io
stia qui ad indicarli a voi perché ne avete tutti tanti altri molto più grossi forse di quelli che ci sono
là. Ma in ogni modo, dato che è una società in evoluzione, quindi è interessante starci nel mezzo
come io ci sto, come Auro. Il resto, quello che mi chiedono penso di farlo. Poi ho un doposcuola,
ragazzi che sentono questo mutamento, il cambiamento sociale che vivono nella parrocchia, nella
zona per cui si tenta, nel doposcuola, di crearlo, di orientarlo veramente verso una risposta da dare a
ragazzi di quella specifica società. Non so se avete desiderio di qualche altra notizia…e, se c’è
qualcuno che vuole parlare sia su quello che abbiamo detto in precedenza sia chiedere qualcosa a
me, io sono qua. Ho quarantasei anni fra poco [Applausi]. Che all’Isolotto non parli nessuno, altro che i preti? Non ci credo. Allora i giornali inventano tutto? Allora vi ho addormentato io!
Urbano C.: Io, assieme a Osvaldo, Sergio e Mauro ho parlato fino all’una e mezza di stanotte.
Siamo andati lì in provincia di Lucca e si è avuto un incontro con della gente che è dalla nostra,
qualcheduno con perplessità ma istintivamente. Io sono stato con un gruppo dell’Isolotto da don
Auro dalla sua Comunità vicino a Colle Val D’Elsa e si fece una bella chiacchierata. Fra l’altro io ci
incontrai lì un prete che mi aveva fatto scuola in prima media a cui io volevo tanto bene, di quei
preti simpatici, bravi e si fece una solenne litigata proprio da amici sull’Isolotto e lì venne fuori…
No, non eri te. Io incontrai lì da don Auro quest’altro sacerdote, mio amico, proprio di quei preti che
si fanno voler bene dai bambini, però che quando i bambini diventano ragazzi e giovanotti li
perdono, perché non basta il pallone, non basta la maglietta della Fiorentina, eccetera, non bastano
neppure le olimpiadi e neppure dire ai ragazzi grandi andiamo a fare la San Vincenzo e andiamo a
fare l’elemosina ai poveri. Non basta neppure quello se non c’è accanto un discorso di giustizia. In
parole povere questo prete, che vi dico bravo, onestissimo, in buona fede, di quelli che sono tutto
cuore, pensa ancora, come pensano i preti di Firenze, che gli invalidi si aiutano portandoli a
Lourdes, mandandogli su in cima all’ascensore, però non si aiutano andando un bel giorno per le vie
di Firenze, mentre loro fanno la manifestazione, tutti, unitaria, tutti per avere l’applicazione di una
legge, 382 cosa fosse. Cioè ci sono questi preti che sono ancora così ingenui, così alienati col
lavaggio del cervello che hanno avuto che non si rendono conto di questo. Chi c’era con quegli
invalidi quella mattina? C’era don Borghi, mi pare don Fanfani, un prete che veniva dalle missioni
mi pare delle Filippine, e c’era don Mazzi. Non c’era mica Florit. Non c’era mica monsignor
Panerai, non c’era mica don Pietro, non c’era mica don Gabriele, non c’era mica il diacono. Capito?
Magari non c’erano neanche tanti di noi però noi ci siamo sempre. Ci siamo in altre occasioni, se
non ci siamo stati ci andremo. Questo è il discorso. Ecco e stamani da don Auro imparo di nuovo
questo discorso. Io aspetto e voglio che lui glielo dica a questo prete a cui io voglio tanto bene che
venga a dir messa. Per lui sarebbe come morire, pensare che ha fallito tutta la vita e poi però, dopo
una settimana, rivedrebbe tornare i giovani, quelli che non ci sono più, quelli che gli han voluto
bene da ragazzi, eccetera. Bisogna mettere insieme la carità e la giustizia. Bisogna dire la messa in
quel poggetto dove don Auro la dice e dirla anche su questa piazza perché, senza tante chiacchiere,
lui si sottopone alla stessa oppressione a cui siamo sottoposti noi e soprattutto i poveri del mondo,
perché lui si sottomette al pericolo di essere sospeso a divinis, d’essere dichiarato un sacerdote
contestatore. A quarantasei anni gli diranno che ti sei messo a fare il birichino ma ingrullisci
invecchiando. Nell’ambiente di preti, un uomo che fa come lui a quarantasei anni è una cosa che
bisognerebbe farla noi. D’altronde noi abbiamo queste donne anziane che sono le più feroci
paladine dell’Isolotto e sono quelle che, con la sola presenza e senza parlare, sono quelle che stanno
facendo la rivoluzione all’Isolotto. Io, e finisco, ho letto in un libro scientifico, un discorso
sull’Isolotto fatto da un ragazzo in gamba, marxista, che conosce le cose dal profondo, eccetera,
insomma stringi, stringi di quel libro che cosa dice? La cosa che più mi ha colpito andando
all’Isolotto è stata le persone anziane, quelle vecchie per intendersi e la cosa che più dà noia,
evidentemente, a chi l’Isolotto lo vorrebbe soffocare, è la presenza di quella signora lì, che sta lì
tremolando. Voglio dire, don Auro, anche se non ti parlano, hanno dentro un cuore che basta la
presenza. Queste donne qui così anziane – ora lo dedico a voi perché tanto ho un debole, pazienza!
– con questa sola presenza loro hanno la soddisfazione, dopo una vita di lotte, di sacrifici, forse di
stenti, perché che cos’è una donna che tira al mondo dei figlioli lo sanno solo loro, la soddisfazione
con la sola presenza di fare più canaio, di obbligare la gente a convertirsi molto più di io che sto qui
e faccio il parolaio, proprio stando lì e magari battendo le mani come han fatto prima. Loro aiutano
molto di più quei i bambini di Grottaferrata, quelli dei Celestini, i nostri ragazzi che vanno alla
comunione, aiutano molto di più loro che non io e forse che noi tutti giovani messi insieme. Io
forse sono andato fuori del discorso ma sono sempre dentro al circolo e allora viva le vecchie
dell’Isolotto! [Applausi].
Enzo M.:Non ce ne sono vecchi all’Isolotto, siamo tutti giovani. Anche se ci s’ha parecchi anni ma
lo spirito è giovane e quindi siamo giovani.
Raffaello C.: Scusate, volevo fare una riflessione su San Francesco. L’avevo scritta ma l’ho lasciata
a casa La improvviso così. Da un fatto: San Francesco volle, lasciò detto di voler essere sepolto ad
carnarium. Non so se sapete, cioè fra i giustiziati. Volle essere sepolto nudo e così per essere più
vicino agli ultimi, proprio agli ultimi, agli esclusi, volle essere vicino a questi ultimi seppellito
nudo. E allora io vorrei invitare alla riflessione alla diversità di questo esemplare di quello che è
veramente lo spirito di Cristianesimo, dell’umiltà, della rinuncia ai beni terreni con la diversità di
questo esempio con quello che succede oggi nella Chiesa tradizionale. Con questo atto Francesco
volle anche condannare la società del godimento dei beni terreni e allora vorrei invitare a questa
riflessione: vedere la differenza fra questo che poi è stato fatto santo, fra questo esemplare del
cristianesimo puro a quello che fanno oggi i principi della Chiesa, a come si comportano oggi i
principi della Chiesa, peni di ricchezze, non solo, ma non vogliono addirittura lasciare queste
ricchezze, non solo, ma sono attaccati al potere della ricchezza.
Enzo M.: Il signor Lunghi, Lunghi che è dell’Associazione genitori chiedeva di poter dare un
avviso. Credo che siamo d’accordo.
Lunghi: Soltanto poche parole. Martedì prossimo, alle dieci andiamo in delegazione a parlare con la
Preside della scuola media Barsanti. Avremmo bisogno di essere in diversi. Ora siamo soltanto sei
persone. Avremmo bisogno di essere quindici, venti. Quindi chi è disponibile martedì mattina e ha i
ragazzi alla scuola media Barsanti può venire da me o da Franco o da Sbordoni o da qualcuno di
noi. Martedì mattina alle dieci ci troviamo direttamente alla scuola. Chi può venire lo fa per sé e per
noi tutti. Abbiamo bisogno di tutti. Martedì mattina alle dieci davanti alla scuola Barsanti. Caso mai
per accordi può venire a parlare con me o con Franco Quercioli o con Mauro Sbordoni. Va bene?
Enzo M.: Buon appetito!
[Termina la registrazione e l’assemblea del 9 novembre ’69 al giro 966 della prima parte della bobina. Il resto della bobina nella prima parte ha tracce di musica e canzoni ma si ritiene praticamente vuota. Si passa alla seconda parte che inizia con l’assemblea del 12.11.69]


Scheda del libro:
Un collettivo operaio della Toscana degli anni ‘60 e ‘70 e l’utopia della base [31/01/2012]

Francesco Corsi, Pietro Peli e Stefano Santini
La nostra analisi trova il suo culmine tra la seconda metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, quando più conflittuale fu la dialettica tra le componenti che si muovevano all’interno del movimento operaio locale e più evidente la carica delle contraddizioni destinate a deflagrare sulla scena politica. In effetti, questo nostro lavoro vuol essere il racconto di una rottura politica, nata e sviluppatasi in un ambito ben preciso: quello del Partito comunista e della Camera del Lavoro di Colle Val d’Elsa. E’ in questo contesto che si andarono gettando le basi per la formazione di un nucleo di militanti, prima informale poi sempre più strutturato, che avrebbe dato vita alla singolare esperienza del Collettivo operaio, gruppo a vocazione pre-partitica e di base, animato da operai, intellettuali e studenti.

La storia del Collettivo operaio - Proprio le vicende del Collettivo operaio rappresentano la pietra angolare della nostra ricerca. Questa esperienza fu, principalmente, il risultato dell’incontro di tre diversi elementi: un radicale rinnovamento all’interno della Camera del Lavoro con l’emergere di una diversa concezione del sindacato e della lotta di fabbrica; la presenza all’interno del Pci di una componente critica, seppure minoritaria e non strutturata, che si interrogava da tempo sulla natura dello stalinismo e sull’inadeguatezza del centralismo democratico; infine, l’influenza culturale e politica delle istanze del ’68 studentesco e del ’69 operaio. L’acuirsi della tensione politica tra Pci e Camera del Lavoro, la cui impronta politica si era radicalizzata, portò inevitabilmente a uno scontro frontale tra le due realtà. A questo contribuirono anche significative sollecitazioni esterne come le vicende del Maggio francese, la nascita di nuove formazioni alla sinistra del Pci e, soprattutto, la radiazione del gruppo del Manifesto. Si posero così le condizioni per una cesura di carattere non solo politico, ma anche generazionale, che si concretizzò nel 1970 con la radiazione dal Pci locale di 5 membri del Collettivo, le dimissioni di altri 17 militanti e con la riconquista della Camera del Lavoro da parte della corrente legata al Pci. La rottura determinò la trasformazione del Collettivo da movimento di base della sinistra operaia a organizzazione autonoma, fino alla sua confluenza, nel 1975, nel Pdup per il Comunismo. Gli effetti di questo scontro si ripercossero nell’immediato (tanto nei partiti quanto nelle fabbriche e nel sindacato) e si sarebbero perpetuati, nel corso degli anni, nell’immaginario collettivo e politico del sistema locale.

La Val d’Elsa - Il nostro progetto, tuttavia, non si presenta semplicemente come una ricerca di storia locale. Gli avvenimenti e le dinamiche sociali e politiche che si sono sviluppate a Colle Val d’Elsa in quegli anni possono rappresentare un microcosmo significativo utile per un’analisi più ampia. Lo studio di questo periodo storico in un ambito territoriale ristretto ci permette di osservare, da ottiche diverse, fenomeni che troppo spesso sono diventati emblematici unicamente in ambito metropolitano. Del resto quella colligiana non è semplicemente una realtà di provincia; essa presenta una sua originalità fin dall’età medievale per la vivacità economica e sociale dovuta, in modo particolare, alla forza idraulica che ha alimentato le sue manifatture e attività produttive: un contesto proto-industriale che si è evoluto nel tempo, mantenendo, anche nel ‘900, un significativo rilievo in particolare nel settore del vetro, che contribuì a far emergere dal punto di vista sindacale alcune figure che superavano l’ambito locale, come nel caso del segretario nazionale del Sindacato Vetro, Orazio Marchi. Questa vivacità economica e sociale ha sviluppato una tradizione culturale che si è espressa in vari campi, dalla presenza, a partire dal XIX secolo, di riviste e quotidiani che hanno ricoperto un ruolo spesso determinante all’interno del dibattito politico toscano (e talvolta nazionale), come “La Martinella”, “L’Elsa”, “La Giustizia sociale”, fino al “Selvaggio”, con importanti riflessi nell’ambito della cultura, come nel caso di Romano Bilenchi. Colle Val d’Elsa si inserisce pienamente in quelle aree di subcultura rossa (o di terza Italia) che è stata ampiamente analizzata in numerosi contributi storiografici e sociologici. Mancava tuttavia un’analisi che mettesse a fuoco i rilevanti, e poco conosciuti, spazi di eresia politica sorti all’interno di una salda egemonia riformista.

Gli anni ’60 e ’70 - La nostra ricerca si è concentrata soprattutto negli anni Sessanta e Settanta, finendo per coincidere con la periodizzazione, ormai classica, del lungo Sessantotto italiano. Rimane aperto, a questo riguardo, un interrogativo: se la vicenda del Collettivo operaio sia completamente ascrivibile alla categoria dei movimenti sessantottini. Senza dubbio il Collettivo può considerarsi, a livello locale, l’espressione più fedele delle istanze della contestazione, dal momento che ha coperto lo spazio politico dei gruppi extraparlamentari e ha attratto a sé gran parte del movimento studentesco. Tuttavia possiamo scorgerne alcuni presupposti sia nella trasformazione del sindacato sia nella dialettica politica all’interno del Pci, a partire dalla crisi del 1956: tematiche politiche che travalicano lo spirito politico del Sessantotto; questo, semmai, ha agito da detonatore per determinare la rottura degli equilibri da un punto di vista politico, sindacale e culturale.

L’importanza della memoria - Il nostro lavoro verte in gran parte sull’analisi di fonti primarie: documenti, circolari, volantini, manifesti e materiali conservati in fondi pubblici e privati; una mole documentaria che, assieme alle cronache riportate sulla stampa del periodo, ha permesso la definizione delle linee portanti e dei contorni della storia che abbiamo provato a raccontare. Tuttavia non ci sarebbe stato possibile completare il quadro senza fare ricorso ad altri tipi di contributi come le testimonianze orali e la memorialistica inedita. Delle prime sono stati già ampiamente ricordati, in sede di ricerca storiografica, pregi e limiti; ci è sufficiente, in questa sede, evidenziare quanto il contributo del ricordo e della rievocazione testimoniale sia stato utile per colmare i vuoti lasciati dalla carenza (quando non dall’assenza) di documentazione ufficiale e, d’altro canto, anche per restituire importanza al lato prettamente umano ed emotivo di quell’esperienza. Diverso, e più complesso, il discorso sull’utilizzo della memorialistica inedita. Da questo punto di vista, due sono state le assi portanti di questo lavoro: la memoria “Il 68 a Colle” scritta da Enzo Sammicheli e il diario di Silvano Tanzini.

Enzo Sammicheli - La memoria di Sammicheli - segretario della Camera del Lavoro colligiana dal 1953 al 1967 e poi sindaco fino al 1980 - ha ricoperto un’importanza significativa per il nostro lavoro perché si è trattato del primo tentativo di fornire una rielaborazione organica degli eventi intorno agli anni della contestazione in ambito locale; ricostruzione tanto più interessante in quanto proveniente da una voce contrapposta a quella del Collettivo operaio.

Silvano Tanzini - Il diario di Tanzini ha assunto invece un ruolo del tutto particolare nell’economia della nostra ricerca. Silvano Tanzini è stato una figura di primaria importanza nell’ambito delle vicende legate al Collettivo e alla rottura all’interno del movimento operaio colligiano1. Il suo diario, che copre un arco di 45 anni, si presenta come un’opera insolitamente ricca dal punto di vista della riflessione politica, culturale ed esistenziale. La traccia lasciata dai ricordi di Tanzini si è trasformata spesso nel filo conduttore delle vicende più importanti che abbiamo raccontato ne “L’utopia della base”. Ma, al di là di questo, Silvano Tanzini ha avuto un altro grande merito: egli è stato il primo a dedicarsi alla ricerca in relazione alla storia del movimento operaio colligiano degli anni Sessanta e Settanta. Molto del materiale da lui raccolto è lo stesso che noi abbiamo utilizzato per portare avanti la stesura del libro e il compimento di questo progetto. E’ anche grazie al suo lavoro se “L’utopia della base” ha potuto essere scritto e pubblicato.