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giovedì 15 maggio 2014

LA CHIESA CHE VORREI



LA CHIESA CHE VORREI – DI DON PIERLUIGI DI PIAZZA (*)
da: Adistaonline.it di giovedì 15 maggio 2014 – Intervista di Luca Kocci
Quella che sogna don Pierluigi Di Piazza è una Chiesa povera e senza potere, libera e liberatrice, non clericale, femminile, democratica e pluralista. Per delinearla, nel suo libro appena pubblicato da Laterza (Compagni di strada. In cammino nella Chiesa della speranza, pp. 152, euro 12), ha scelto lo stile narrativo, del racconto di viaggio, insieme ad alcuni compagni di strada, credenti, non credenti e credenti in altre fedi – Margherita Hack, don Tonino Bello, don Puglisi, mons. Romero, il Dalai Lama, don Gallo, Eluana e Beppino Englaro e altri ancora –, che sono profeti e testimoni. Ciascuno “incarna” un valore, evangelico e laico allo stesso tempo: Margherita Hack, per esempio, la laicità ma anche l’etica dei non credenti.
«Sono convinto – spiega don Di Piazza – della necessità di affermare e di praticare la laicità, la laicità autentica, libera dal confessionalismo, dall’integralismo e dal laicismo, perché ci possono essere forme di assolutismo in entrambe le posizioni, quindi di dipendenza, di chiusura, di ostilità. Invece la vera laicità libera la fede alla sua autenticità, come la vera fede favorisce e incoraggia la laicità. Mi sento laico, credente sempre in ricerca e prete. Per questo mi sono trovato a condividere l’etica dichiarata e vissuta da Margherita Hack sulla giustizia, l’accoglienza, la pace, i diritti civili, il superamento di ogni forma di discriminazione, esclusione e razzismo, l’attenzione e la premura per tutti gli esseri viventi, animali, piante e i diversi organismi. Margherita Hack diceva, in sintonia con me, che la fede è fede e che non si può dimostrare né che Dio esiste né che non esiste. Il rispetto quindi deve essere reciproco fra persone diverse per ispirazione ed itinerario, ma unite dal comune obiettivo di contribuire ad un mondo più giusto ed umano».
Poi c’è don Gallo, immagine di una Chiesa evangelica e schierata accanto agli ultimi…
«Don Gallo mi fa pensare soprattutto all’uomo di fede nel Dio di Gesù di Nazareth, al suo essere prete con convinzione ostinata e con libertà sorprendente dentro la Chiesa. La memoria viva del suo insegnamento è il suo essere stato e continuare ad essere un riferimento di luce, di accoglienza, di confronto fra le persone più diverse: credenti di diverse fedi religiose e non credenti, eterosessuali omosessuali, transessuali, carcerati, prostitute, persone dipendenti dalle sostanze, emarginate, discriminate, scartate. Ha saputo guardare la vita e le storie delle persone dalla strada, dal marciapiede e per questo restare sempre partigiano, come lo era stato nella lotta di Liberazione, cioè di parte, schierato, come ha vissuto e ci ha proposto Gesù».
Un capitolo è dedicato ad Eluana e Beppino Englaro, con cui hai condiviso un pezzo di strada, anche perché la parte finale della loro storia si è svolta ad Udine…
«Ho ricordato Eluana e Beppino per la necessità di liberare la storia delle persone dalle strumentalità del moralismo, della politica, della religione, perché l’incontro vero con la storia delle persone possa significare ascolto, rispetto, dialogo ricerca di strade possibili per poter contribuire a vivere, soffrire e morire nel modo più umano possibile».
E i “principi non negoziabili”?
«Negli ultimi anni la Chiesa, una Chiesa politica, e certa politica hanno fatto a gara a sostenersi nel dichiarare i principi non negoziabili, espressione che pare scomparsa con l’arrivo di papa Francesco, il quale ha affermato che l’espressione non gli piace, perché i valori sono tali e basta. Inoltre è grossolana nei contenuti e nel linguaggio: “non negoziabili” si riferisce ad una sorta di trattativa mercantile, sconveniente se riferita alla vita delle persone. E ancora più grave se si pensa che la Chiesa dovrebbe incontrare le persone con le loro storie diverse, ascoltare, curare, accompagnare, esprimere condivisione e incoraggiamento. La non negoziabilità annulla ogni possibilità di dialogo. Le questioni della bioetica, dell’inizio e del fine vita chiedono informazione e formazione, riferimenti etici profondi, rispetto della libertà delle persone, anche nell’accettare o rifiutare le cure, nel decidere riguardo alla morte. E questo non si pone contro Dio, ma si esprime alla sua presenza con una libertà consapevole e serena, con la fiducia e l’affidamento della vita, non solo di quella biologica, a lui, fonte e accoglienza della vita».
Fra i tuoi “compagni di strada” c’è anche Tonino Bello...
«È stato un uomo e un vescovo, poeta e profeta, in cammino con il suo popolo e al suo servizio. Si è liberato dal potere clericale, maschilista e autoritario, dal compito di funzionario della religione e per questo ha espresso il potere e la forza dei segni: nel muoversi, nel vestire, nell’incontrare, nel condividere, nell’aprire le porte del palazzo vescovile per accogliere, nel denunciare e nel proporre con forza e nell’incontrare con tenerezza. Continua a comunicarci una profonda spiritualità che anima l’audacia e la concretezza delle scelte, del linguaggio e dei gesti».
Che vescovi vorresti per la Chiesa?
«Vescovi insieme profeti e pastori, perché le due dimensioni non sono contrapposte ma complementari. La forza della profezia dovrebbe guidare il pastore perché non diventi un funzionario di un’istituzione religiosa, perché annunci con libertà e franchezza la Parola e ne viva la coerente testimonianza; perché si senta in mezzo al popolo di Dio, non al di sopra; perché esprima segni di semplicità, di sobrietà, rinunciando a titoli onorifici, al palazzo vescovile, all’automobile di rappresentanza. Un vescovo che incontri, ascolti, condivida esperienze e percorsi, un uomo appassionato del Dio di Gesù di Nazareth e delle persone, delle loro storie, accogliente, non preoccupato dell’organizzazione, ma della sensibilità del cuore e dell’atteggiamento di vicinanza e di prossimità. Anche nella scelta dei vescovi il criterio non dovrebbe essere quello di fedeltà all’istituzione religiosa, ma di fedeltà al Vangelo, di coerenza nella vita, di segni leggibili riguardo alla giustizia, all’accoglienza, alla pace, alla misericordia, alla verità, alla salvaguardia del creato, di tutti gli esseri viventi».
Il Concilio attraversa e permea ogni pagina del libro. Dopo 50 anni, a che punto siamo?
«Lo spirito del Concilio ci sta davanti, l’impegno per il suo compimento dovrebbe vederci coinvolti, soprattutto su due dimensioni fondamentali: la Chiesa come popolo di Dio in cammino nella storia, di cui papa, vescovi, preti, religiosi e religiose sono una piccola parte con compiti specifici, non di superiorità e di distanza, ma di condivisione, di servizio. E poi il rapporto fra Chiesa e mondo: non di superiorità, di sospetto, di giudizio preventivo, bensì di attenzione, ascolto, apprendimento, dialogo, e poi orientamento, indicazione, insegnamento sempre rispettoso, di forte denuncia e giudizio su tutte quelle situazioni che opprimono, offendono e umiliano la dignità delle persone».
L’ultimo capitolo ha come titolo “Una Chiesa che non ha paura e che guarda al futuro”. I gesti e le parole di Francesco sono di incoraggiamento? Quale Chiesa sogni?
«Certamente le parole e i gesti di Francesco incoraggiano tanti preti insieme a tante persone che in questi anni sono stati sospettati e criticati per il loro impegno nella società, per un rinnovamento di fondo della Chiesa. Sta spostando il baricentro dalla dottrina alla testimonianza, dall’istituzione alle relazioni, dalla preoccupazione organizzativa all’atteggiamento interiore».
Quali sono le prime riforme da fare?
«Innanzitutto la scelta di camminare con i poveri e di presentarsi come Chiesa povera, essenziale, sobria. Poi la scelta di una maggiore democrazia. Da parte di alcuni si dice che la Chiesa non è una democrazia, in parte è vero perché dovrebbe essere una comunione, che però di fatto dovrebbe partire dall’attuazione delle elementari forme di partecipazione e di democrazia, per poi tendere all’ulteriorità della comunione. Infine la realizzazione di una Chiesa pluralista che riconosce le diversità culturali e simboliche delle diverse comunità sparse su tutta la Terra. Un pluralismo di teologie e liturgie. E ancora una Chiesa che riprende in modo profondo e pacato alla luce del Vangelo e con il contributo delle scienze umane le dimensioni dell’affettività, dell’amore e della sessualità nelle loro diverse esperienze ed espressioni. È questa la dimensione fondamentale della vita delle persone: riguarda i rapporti donna-uomo, la famiglia, i separati, i divorziati; l’omosessualità e la transessualità, la pedofilia; il celibato obbligatorio da sciogliere per la credibilità del celibato stesso e per una Chiesa con preti celibi, sposati e con donne prete. Sempre, continuamente e prima di tutto il riferimento a Gesù di Nazareth e al suo Vangelo: da qui si parte e qui si ritorna, altrimenti la Chiesa diventa un’istituzione fra le altre, con una copertura esteriore di religiosità».
 (*) – Don Piazza e un prete “di frontiera”, fondatore del Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud).

lunedì 31 ottobre 2011

Uscire dal ghetto rom




Uscire dal ghetto rom







Paola Galli e la propria esperienza con le donne della cultura romani






Costrette a sposarsi a 13 anni, magari con un uomo che nemmeno conoscono. L’orizzonte costretto nel misero interno di una bidonville. “Si parla spesso dell’importanza delle tradizioni, ma la maggior parte delle tradizioni è semplicemente arretrata, incorpora i vizi del passato”, questi i termini del confronto proposto venerdì sera al Cafè de la Paix da Paola Galli, insegnante e scrittrice, impegnata da anni in diversi ambiti del sociale. Tema dell’incontro l’attuale condizione delle donne rom in Italia, parte di un programma più vasto organizzato dalla cooperativa il Germoglio per favorire una maggiore comprensione della cultura romanì. Dopo il primo incontro dedicato alla lettura di brani del testo “Zingari, storia di un’emergenza annunciata”, Paola Galli ha presentato il libro di testimonianza “Storie di donne rom”, una raccolta di appunti biografici nata dall’esperienza del laboratorio Kimete a Firenze.




“Nel quartiere dell’Isolotto c’è sempre stata una grande accozzaglia di persone diverse.  É una zona periferica, per molto tempo è stata una vera e propria bidonville – ha raccontato la scrittrice -. Molti rom hanno iniziato ad abitarci, soprattutto profughi dalla Macedonia e dal Kosovo. Con alcune donne il quartiere, supportato da una cooperativa sociale, ha iniziato un percorso di integrazione. Inizialmente sono stati organizzati dei corsi di alfabetizzazione, poi il corso di cucito che ha permesso di strutturare Kimete, il laboratorio sartoriale dove si effettuano piccole riparazioni e servizio di stireria”. La storia di questa attività è stata illustrata ai presenti attraverso la proiezione del documentario “Donne per le donne”, realizzato per il programma “Un mondo a colori” da RaiTv2.



Paola Galli ha poi approfondito la propria esperienza personale, esprimendo le proprie speranze e perplessità: “il libro è corale, raccoglie le vicende e i pensieri di due generazioni: le madri più anziane e le figlie più giovani. Non è sempre stato facile raccogliere le loro confidenze. La tradizione pesa molto sulle loro spalle: quelle considerate anziane hanno magari solo quarant’anni, ma possono ricordare un matrimonio imposto appena adolescenti, le botte della suocera, l’incapacità di gestire le prime gravidanze. Le figlie spesso accettano le stesse imposizioni, come il non poter scegliere il compagno della vita, reclutato dai genitori anche all’estero, ma lo fanno consapevoli della loro ingiustizia. Il desiderio di cambiamento è forte”.



Tanto che qualcuna osa ribellarsi. Come il caso di una delle testimoni cui il libro dà voce, “spedita” in Germania per un matrimonio combinato e tornata in Italia dopo un anno, fuggita da una casa che era diventata una prigione e da una relazione coniugale al’interno della quale il suo ruolo non andava oltre il sentirsi serva del marito.



Luciana Tufani, l’editrice che ha pubblicato il libro e ha introdotto la serata, ha considerato come “la situazione non è diversa da quella vissuta dalle donne italiane cinquanta anni fa. Si subivano grandi pressioni, ma si iniziava a essere coscienti della loro iniquità. Per iniziare a cambiare sul serio è servita l’indipendenza economica”.



Il ghetto è secondo Paola Galli l’ostacolo più difficile da superare: “bisogna che si abituino a vivere con il resto della città. Le più giovani hanno fatto la terza media, e almeno fino a quell’età – prima di andare spose – hanno potuto godere di una minima socializzazione con la realtà esterna. Per gli uomini è diverso, loro escono e hanno più coscienza di ciò che accade nel mondo, anche a livello economico e politico. Le donne è come se vivessero in una scatoletta, dove tutti si guardano e controllano. Le giovani generazioni a contatto con il mondo crescono, mutano, ma affinché questo percorso si realizzi è necessario un discorso serio sul valore della tradizione”.



Licia Vignotto



 



da Estense.com  22 ottobre 2011



giovedì 21 ottobre 2010

Il funerale civile


DENTRO L’URNE CONFORTATE DI PIANTO‏…  DI MICHELE SANGINETO

Di Michele Sangineto da Cosenza pubblicato sul ”Quotidiano della Calabria” in data 18 ottobre con il titolo “Anche da noi sale del commiato per gli atei”. A seguito di tale articolo, Michele è stato contattato dal  Sindaco di Cosenza il quale lo ha informato che provvederà ad adibire a sala del commiato uno dei locali della nuova porzione del cimitero della città. Il Sindaco si è dichiarato, altresì, disponibile ad una iniziativa pubblica in occasione dell'inaugurazione della predetta sala.

Quando, ormai diciotto anni or sono, morì mio padre Isolo, ci trovammo, mi trovai a dover risolvere il problema, fra gli altri, di come rendergli l’estremo saluto. Mio padre - era stato segretario provinciale del PCI negli ultimi, convulsi mesi del 1943 e, dopo una carriera in banca, uno dei fondatori e il presidente dell’Istituto calabrese per la storia dell'antifascismo e dell'Italia contemporanea (ICSAIC) - era ateo e, quindi, occorreva organizzare, secondo le sue volontà, un funerale non religioso. Non avendo, mio padre, mai ricoperto cariche nelle Istituzioni ed essendo il PCI già trasformatosi in PDS, non restò che inventarmi una cerimonia che ebbe luogo davanti alla cappella di famiglia, nel corso della quale fecero le orazioni gli scomparsi, e rimpianti, Mimmo Garofalo, senatore del PCI e del PDS, e Tobia Cornacchioli, direttore dell’ ICSAIC.

Faceva caldo, era il primo settembre, e i convenuti, amici, parenti e compagni, sia per le temperature che per la novità faticavano a capire, un po’ impacciati, come comportarsi, per la verità non lo sapevo nemmeno io. Sotto un sole cocente feci sistemare la bara accanto alla cappella e chiesi a Mimmo e a Tobia di parlare di papà, al suo fianco, alla piccola folla che si stringeva nell’angusto spazio che si trova, fra una cappella e l’altra, nella parte più antica del cimitero di San Lucido. Si svolse tutto in maniera semplice e, dopo le orazioni, tutti vennero a salutarci e a me non restò che far sistemare la salma nella cappella. Ero riuscito a celebrare, con la dignità e l’amore che meritava, il funerale di un ateo, ma non ero, non sono, soddisfatto.

Avrei preferito avere a disposizione, come in alcune città italiane e in molte città europee e statunitensi, un luogo dove portare la bara prima di seppellirla. Un luogo acconcio nel quale fare la veglia funebre, nel quale ricordare con parole, con la lettura di brani, con musica, con immagini la vita di mio padre e manifestargli affetto dando l’avvio a quel dialogo che può e deve stabilirsi fra i vivi e i morti.  Un dialogo che si fonda sulla memoria di chi ci ha lasciato per sempre e che si alimenta del ricordo della sua vita, dei suoi affetti, delle sue preferenze, delle sue idee, del segno da lui impresso su questa terra.

L’ateismo non implica la rinuncia al culto dei morti e della loro memoria, anzi è per me, mi si creda, una cura costante ricordare quelli che non ci sono più, anche a coloro che non li hanno conosciuti, perché sono certo che essi - mio padre, mio nonno Battista - continueranno a vivere finché ci sarà qualcuno che avrà memoria di loro, di una loro azione, di un loro pensiero, di un loro tratto caratteriale, di un loro sorriso.

Per un archeologo, quale io sono, è persino ovvio sostenere che in tutte le società il rito funebre rappresenta una delle espressioni più importanti di identità sociale, un rito che contiene e veicola una grande quantità di significati e di significanti. L’appartenenza culturale, sociale, religiosa è, come negli altri momenti fondamentali della vita di un individuo, fortemente rappresentata nella liturgia funeraria. Gli uomini hanno sempre sentito l’esigenza di trascendere la morte, hanno sempre avuto bisogno di celebrare con la massima partecipazione possibile i riti funebri insieme alla famiglia ed al gruppo sociale d’appartenenza, soprattutto per poter elaborare il lutto, per alleviare, condividendolo con altri, il dolore personale della perdita dei propri cari.

Fino al XVII secolo - fino a quando, cioè, alcuni esponenti dell’illuminismo francese pretesero che le loro esequie fossero celebrate in maniera non religiosa - non vi era altra possibilità che farsi seppellire, in ogni cultura e sotto ogni latitudine, con il conforto di un rito religioso, fosse esso pagano, cattolico, islamico, indù, animista “et cetera”. Solo la rivoluzione francese condusse alle prime normative che prevedevano la possibilità e il luogo per funerali civili. Nell’Ottocento, infatti, molti personaggi famosi cominciarono a “difendersi” dagli interessi clericali sul proprio trapasso, come Victor Hugo che fece sorvegliare la propria stanza da persone fidate e Giuseppe Garibaldi che lasciò in proposito un testamento, più volte citatomi da mio padre che si disse, però, sicuro di non doverne scrivere uno simile perché confidava che avrei eseguito le sue volontà. Così come io confido in mia moglie.

Il funerale civile è, ormai, una cerimonia accettata e, in Europa e negli Stati Uniti, sostenuta con la costruzione di sale e luoghi per la veglia e la commemorazione dei defunti areligiosi. In Italia non c’è quasi nulla di tutto ciò, solo alcune città – Treviso,Venezia, Pesaro, Bologna - si sono distinte per la loro sensibilità nei confronti di questo tema allestendo, o mettendo in cantiere, un luogo idoneo per lo svolgimento di un rito funebre laico.

Propongo che anche in Calabria vengano individuati alcuni luoghi da adibire a “Sala del commiato” spaziose, ben arredate e decorate, attrezzate per render più civile e umanamente più sopportabile la perdita di un caro non religioso. A Cosenza, per esempio, si potrebbe destinare e adeguare, già da subito, uno dei tanti immobili che il Comune possiede, mentre, nel contempo, si potrebbe indire un concorso di idee per il progetto di un edificio da costruire in quell’area, quasi sempre deplorevolmente abbandonata, del Vallone di Rovito nella quale furono fucilati i fratelli Bandiera e Niccolò Ricciotti. In tal modo questa area sarebbe riconquistata per sempre alla città divenendo un luogo della memoria di eroiche virtù e un luogo della memoria laica e civile di esseri umani che, in vita, non erano religiosi.

Sono certo che i sindaci calabresi sapranno trovare un modo per soddisfare questo civile desiderio che ho sentito vivo parlando con tanta gente che, anche di questo sono sicuro, vorrà farsi sentire per manifestare consenso a questa proposta.

Michele Sangineto


 


sabato 16 ottobre 2010

La moschea a Firenze fra diritto e xenofobia

 



(progetto moschea di Colle Val d'Elsa)


Domenica 17 0tt0bre 2010 -  Assemblea domenicale della Comunità dell’Isolotto

(condotta da Antonietta, Lucia, Paola)

Incontro con Elzir Izzedinimam della Comunità islamica di Firenze

Maria nel Corano   Sura 19:

17…..Noi le inviammo il nostro Spirito, che le apparve in tutto simile ad un uomo.

18. Essa disse:"Mi protegga da te il Misericordioso, se di Dio non sei timoroso!".

19. Rispose: "Altro non sono che un messaggero del tuo Signore, per donarti un fanciullo puro".

20. Essa disse: "Come avrò un figlio, se nessun uomo mi ha toccata, né sono una donna dissoluta?"

21. Egli rispose: "Così vuole il tuo Signore, che dice: Questa è cosa facile per me. Faremo inoltre di lui un segno per gli uomini, un atto della nostra clemenza. E’ una cosa decretata!"


2. Essa lo concepì e si appartò in una località lontana.

23. I dolori del parto la costrinsero a rifugiarsi presso il tronco di una palma, ove esclamò: "Fossi morta prima che avvenisse, e fossi del tutto dimenticata!".

24. Da sotto le pervenne una voce: "Non rattristarti, il tuo Signore ha posto ai tuoi piedi un ruscello.

25. Scuoti verso di te il tronco della palma, che farà cadere su di te datteri maturi.

26. Mangiane, bevi e consolati. Qualora vedessi qualche uomo, digli: "Ho votato al Misericordioso di digiunare e non parlerò oggi con alcun uomo".




Un canto del mistico musulmano Yunus Emré



 Voglio chiamarti sulle montagne, in mezzo alle rocce,

insieme al canto degli uccelli nei luoghi abitati.

Voglio gridare il tuo Nome nel profondo del mare,

insieme ai pesci,  nelle silenziose pianure con le gazzelle.

Voglio gridare il tuo Nome, come l'innamorato che delira chiamando l'amata.

Voglio gridare il tuo Nome nei cieli, insieme a Gesù, sul monte Sinai vicino a Mosè, accanto a Giobbe lo sventurato, a Giacobbe piangente, a Maometto tuo amico.

Voglio ripetere il tuo Nome quando ti ringrazio e glorifìco, quando ripeto i tuoi attributi del brano dell'unità.

Ebbro, piedi e testa nudi, voglio gridare il tuo Nome.

Voglio gridare il tuo Nome nelle lingue degli uomini, con le colombe che tubano,  nel canto dell'usignolo, nell'invocazione di chi ti ama e t'invoca, voglio gridarti: mio Dio!  

                                  

Nota


Yunus Emré

(XIV sec.). Fu il primo poeta che scrisse in turco. Fu anche musico e derviscio; visse per anni in convento, che poi lasciò per viaggiare a lungo nel mondo musulmano. Nelle sue opere descrisse la gioia della sua anima che sente la presenza di Dio in tutte le cose.




Riferimenti giuridici



La costituzione italiana all'articolo 3 recita:

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali".



E per cittadini si intendono anche quelli stranieri che si trovano nel nostro Paese:

Ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l'ascendenza, l'origine o la convinzione religiosa è considerato dalla legge italiana discriminatorio(art.42 del d.lgs. 286/98). Si tratta di un comportamento illegittimo anche se non è intenzionale, perché comunque distrugge o compromette il riconoscimento, il godimento o l'esercizio dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Vista la gravità di tale fenomeno, la legge prevede delle pene molto dure, per i colpevoli.




Scheda informativa:

Moschea di Colle val d’Elsa, la sentenza del Consiglio di Stato legittima l’iter amministrativo seguito dal Comune

20-03-2009 MOSCHEA COLLE DI VAL D’ELSA | “La sentenza del Consiglio di Stato contro il ricorso presentato dal Comitato “Giù le mani al parco” non si limita all’inammissibilità per decorrenza dei termini, ma legittima l’iter amministrativo seguito dal Comune per individuare la destinazione dell’area di San Lazzaro e assegnare il terreno alla comunità islamica”. Inizia così la nota dell’amministrazione comunale colligiana sull’articolata sentenza ricevuta nei giorni scorsi che analizza e respinge le presunte violazioni segnalate dal Comitato nel ricorso.

Il ricorso chiedeva l’annullamento delle delibere: numero 52 del 27 marzo 2001, che avviava il percorso per individuare un’area sulla quale far sorgere il centro culturale islamico; numero 30 del 18 aprile 2003, che approvava la parte del regolamento urbanistico in cui si destinava una porzione dell’area nella zona de La Badia a servizi religiosi e culturali, sociali e ricreativi; numero 111 del 30 dicembre 2003, che concedeva il terreno in località San Lazzaro alla Comunità dei musulmani.

La sentenza, in modo ampio e completo, recita che “La censura è inammissibile in mancanza di una richiesta concorrenziale avanzata dai ricorrenti e non accolta per inadempienza della superficie residua dopo la concessione alla Comunità islamica. E’, parimenti, inammissibile la censura di eccesso di potere per difetto di motivazione, considerata la mancata dimostrazione di progetti alternativi, e quella per mancanza di motivazione per carenza di interesse, non essendo stata dimostrata la lesione dell’interesse di altre confessioni religiose a seguito dell’accoglimento della richiesta della Comunità islamica”. “E’ ancora inammissibile – continua la sentenza – la censura sulla differenza tra moschea e centro culturale islamico appare inammissibile per difetto di interesse, considerato che la moschea che i ricorrenti ammettono poteva essere allocata nella zona in questione. In ogni caso, considerata la destinazione dell’area a servizi religiosi e culturali, sociali e ricreativi, tanto l’edificio religioso quanto quello culturale poteva trovare allocazione nella zona concessa alla Comunità”.

Il cantiere è fermo da oltre un mese e della moschea con minareto e cupola c’è soltanto uno scheletro in cemento armato. Succede a Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena, dove la comunità dei musulmani (circa duecento i residenti) ha finito i soldi per costruire il tanto discusso centro islamico.

A fermare gli operai è stato lo stesso direttore dei lavori: «Ho deciso io di bloccare il cantiere sia per esigenze progettuali sia per fare il punto economico», ha spiegato l’ingegnere fiorentino, Aurelio Fischetti. Non sono bastati dunque i trecentomila euro stanziati dalla Fondazione Monte dei Paschi di Siena per la realizzazione del progetto e la colletta del venerdì praticata all’interno della comunità islamica non è sufficiente a far fronte alle spese nemmeno per concludere la prima parte dell’opera. Poi si dovrebbe passare alla costruzione della cupola, del minareto e del giardino con la fontana: il costo complessivo dell’opera è stimato in oltre un milione di euro. Al momento però gli obiettivi sono ben diversi: «Andare avanti a lotti, passo per passo», fanno sapere dalla comunità islamica. E a conferma delle difficoltà economiche in cui versa l’associazione dei musulmani di Siena e Provincia c’è anche l’ingiunzione di pagamento intimata dal Comune di Colle Val d’Elsa per il mancato saldo del diritto di superficie dell’area dove sta sorgendo la moschea. Nessun pagamento dal novembre 2005, quando fu stipulato l’accordo tra il Comune e la comunità dei musulmani che prevedeva la cessione del diritto di superficie per 99 anni a circa undicimila euro all’anno. Il sindaco Paolo Brogioni (Pd) ha teso una mano ai musulmani dicendosi pronto a rivedere la norma dell’accordo definita «discriminatoria» rispetto ad altre Onlus del territorio. In poche parole, pur senza intervenire direttamente, il Comune cercherà di alleggerire i conti della comunità ma su questo punto tornano a farsi sentire i cittadini del comitato anti-moschea: «Non è vero che non sono stati dati soldi ai musulmani - spiega il consigliere comunale Leonardo Fiore -, l’associazione non ha pagato la concessione edilizia: ha speso solo cento euro per i diritti di segreteria invece che le migliaia di euro di un normale cittadino. E poi nel 2001 lo studio di fattibilità, costato undici milioni di vecchie lire, fu pagato dal Comune». Non solo, «l’amministrazione comunale è in difficoltà finanziaria eppure rinuncia a soldi che gli spettano per il diritto di superficie. Così non va bene e poi - conclude Fiore - l’avevamo sempre detto che il progetto era spropositato rispetto alla comunità islamica residente a Colle». E contro la moschea sono stati presentati anche numerosi esposti alla magistratura. Il comitato dei cittadini per presunti abusi edilizi e la Lega Nord di Siena per chiedere di verificare come siano stati spesi i soldi erogati dalla Fondazione Monte dei Paschi. Una battaglia rilanciata lo scorso 24 novembre anche da Magdi Allam, a Colle Val d’Elsa per presentare il suo ultimo libro, che aveva messo in guardia sui legami tra la comunità islamica di Colle Val d’Elsa e l’Ucoii e criticato l’amministrazione locale: «È inammissibile che i cittadini non siano stati coinvolti». Insomma, dal momento in cui il Comune di Colle Val d’Elsa stanziò circa un miliardo e mezzo di lire per ampliare il già esistente Centro islamico (composto da appena tre stanze) ad oggi, il braccio di ferro sulla moschea non si è mai placato. Tre anni fa la richiesta di referendum, quando la moschea era ancora un progetto sulla carta, fu infatti bocciata. A intervenire fu anche Oriana Fallaci: in un’intervista al settimanale New Yorker, indignata di fronte al progetto, la giornalista e scrittrice promise: «Prenderò gli esplosivi e la farò saltare in aria». Andrea Marrucci Il giornale, sabato 29 dicembre 2007

giovedì 7 ottobre 2010

L'altra Italia, quella solidale e non competitiva


All'incontro della Comunita dell’Isolotto, via Aceri 1 Firenze, domenica 10 ottobre,  ore 10.30, Moreno Biagioni e Eugenio Baronti, introdurrano la socializzazione su: "Rilanciare dal basso il senso dell'Unità d'Italia con un nuovo patto di convivenza tra gli italiani autoctoni e immigrati, tra il nord ed il sud, tra le vecchie e le nuove generazioni"
 


 Dal 23 al 26 ottobre a Teano si ritroverà l' "altra Italia", quella solidale e non competitiva che ancora mette al centro le relazioni sociali come motore del cambiamento, che crede nella Costituzione, nella dignità del lavoro, nell'interscambio fra culture, che crede che la fusione tra donne e uomini del sud e del nord consumata in questi 150 anni di storia sia stato un progresso umano e sociale per il paese. A Teano ci saranno tante realtà associative che immaginano un'Italia accogliente e solidale, una società unita ma aperta al nuovo, capace di ascoltare e aiutare i deboli, forte contro la criminalità che sfrutta le persone e depreda il territorio. Teano sarà un luogo di partenza da dove intrecciare le storie di donne e uomini che già lavorano attivamente nei loro territori per un paese diverso.

venerdì 17 settembre 2010

Quale città vogliamo?


Quale città vogliamo? E’ possibile fare in modo che la consultazione sul piano strutturale fiorentino sia una vera partecipazione di cittadini coscienti di essere protagonisti della scelte che riguardano la città?


Di questo si parlerà nell’incontro introdotto da Luisella Salimbeni e Maurizio Dolfi, alle “Baracche” dell’Isolotto Firenze, via Aceri 1, domenica 19 settembre ore 10,30. Interverrà Renzo Pampaloni consigliere del Q4 di Firenze responsabile della Commissione Assetto del territorio.
 


 


Luis Macas, intellettuale quichua ecuadoriano, afferma:
“La politica organizza l’esistente: non crea realtà nuove. L’unica cosa che può cambiare in profondità l’esistente consiste nel creare e nel porre nella realtà data realtà nuove, che mettono in discussione l’esistente e con la loro presenza lo portano a ristrutturarsi. La principale e decisiva attività trasformatrice è l’attività creativa, quella capace di introdurre effettive novità storiche”.
Forse la sua intuizione vale anche per noi. La sentiamo vera e in sintonia con tante nostre esperienze. Ma nel concreto e in particolare di fronte alla consultazione sul piano strutturale fiorentino, che significa “attività creativa”?
 
Barac Obamanella sua visita in Ghana il giorno 11 luglio 2009 ha concluso così il suo discorso nell’affollato Parlamento:
“Il mondo sarà come voi lo costruite. Voi avete la forza per chiamare il vostri leader a render conto del proprio operato, per costruire istituzioni che siano a servizio del popolo. Potete sconfiggere le malattie, mettere fine ai conflitti e creare il cambiamento partendo dal basso. Potete farlo. Sì, voi potete. Perché ora la storia sta cambiando”.
Quella piccola frase, “creare il cambiamento partendo dal basso”, è un orizzonte nuovo che si apre non solo in Ghana, non solo in Africa, ma nel mondo intero. Anche questo lo avvertiamo come una conferma della validità di quanto da anni l’anima creativa e solidale della città sta faticosamente cercando di realizzare. E ci domandiamo come andare avanti in concreto.
 
Gustavo Zagrebelsky nel suo intervento sulla democrazia tenuto sabato 11 settembre alla Festa dei Democratici a Torino ha detto fra l’altro:
“La società civile esiste, ma è un´altra cosa: è l´insieme delle persone, delle associazioni, dei gruppi di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l´utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente e gratuitamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene comune. Quante sono le persone, singole e insieme ad altre, che a partire dalle tante e diverse esperienze, in tutti gli ambiti della vita sociale, a iniziare dai più umili e a diretto contatto con i suoi drammi e le sue tragedie, sarebbero disposte a dare qualcosa di sé, non per un proprio utile immediato, ma per opere di più ampio impegno che riguardano la qualità, per l´appunto civile, della società in cui noi, i nostri figli e nipoti si trovano e troveranno a vivere? Da quel che mi par di vedere, tantissime. Quando si parla di politica e di sua crisi, perché l´attenzione non si rivolge a questo potenziale serbatoio di energie? Non per colonizzarle, ma per trarne, rispettandone la libertà, gli impulsi vitali. In fin dei conti, sono questi “servitori civili”, quelli che più di altri conoscono i problemi e le difficoltà reali della vita nella nostra società. C´è più sapienza pratica lì che in tanti studi accademici, libri, dossier che spesso si pagano fior di quattrini per rimanere a giacere impilati. Perché c´è così poca attenzione e apertura, anzi spesso disprezzo, verso questo mondo? La risposta alla domanda formulata sopra è semplice: la scarsa attenzione, se non l´ostilità, dipende dalla difesa di rendite di posizione politica che sarebbero insidiate dall´apertura. Non c´è da fare tanti giri di parole: è la sempiterna tendenza oligarchica del potere costituito”.
Ma in pratica, nella situazione concreta, come si affronta positivamente il rapporto con questa “tendenza oligarchica” che può essere in agguato anche nelle consultazioni formali?
 

                                                                                   La Comunità dell'Isolotto Firenze



Quale città vogliamo?


Quale città vogliamo? E’ possibile fare in modo che la consultazione sul piano strutturale fiorentino sia una vera partecipazione di cittadini coscienti di essere protagonisti della scelte che riguardano la città?


Di questo si parlerà nell’incontro introdotto da Luisella Salimbeni e Maurizio Dolfi, alle “Baracche” dell’Isolotto Firenze, via Aceri 1, domenica 19 settembre ore 10,30. Interverrà Renzo Pampaloni consigliere del Q4 di Firenze responsabile della Commissione Assetto del territorio.
 


 


Luis Macas, intellettuale quichua ecuadoriano, afferma:
“La politica organizza l’esistente: non crea realtà nuove. L’unica cosa che può cambiare in profondità l’esistente consiste nel creare e nel porre nella realtà data realtà nuove, che mettono in discussione l’esistente e con la loro presenza lo portano a ristrutturarsi. La principale e decisiva attività trasformatrice è l’attività creativa, quella capace di introdurre effettive novità storiche”.
Forse la sua intuizione vale anche per noi. La sentiamo vera e in sintonia con tante nostre esperienze. Ma nel concreto e in particolare di fronte alla consultazione sul piano strutturale fiorentino, che significa “attività creativa”?
 
Barac Obamanella sua visita in Ghana il giorno 11 luglio 2009 ha concluso così il suo discorso nell’affollato Parlamento:
“Il mondo sarà come voi lo costruite. Voi avete la forza per chiamare il vostri leader a render conto del proprio operato, per costruire istituzioni che siano a servizio del popolo. Potete sconfiggere le malattie, mettere fine ai conflitti e creare il cambiamento partendo dal basso. Potete farlo. Sì, voi potete. Perché ora la storia sta cambiando”.
Quella piccola frase, “creare il cambiamento partendo dal basso”, è un orizzonte nuovo che si apre non solo in Ghana, non solo in Africa, ma nel mondo intero. Anche questo lo avvertiamo come una conferma della validità di quanto da anni l’anima creativa e solidale della città sta faticosamente cercando di realizzare. E ci domandiamo come andare avanti in concreto.
 
Gustavo Zagrebelsky nel suo intervento sulla democrazia tenuto sabato 11 settembre alla Festa dei Democratici a Torino ha detto fra l’altro:
“La società civile esiste, ma è un´altra cosa: è l´insieme delle persone, delle associazioni, dei gruppi di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l´utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente e gratuitamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene comune. Quante sono le persone, singole e insieme ad altre, che a partire dalle tante e diverse esperienze, in tutti gli ambiti della vita sociale, a iniziare dai più umili e a diretto contatto con i suoi drammi e le sue tragedie, sarebbero disposte a dare qualcosa di sé, non per un proprio utile immediato, ma per opere di più ampio impegno che riguardano la qualità, per l´appunto civile, della società in cui noi, i nostri figli e nipoti si trovano e troveranno a vivere? Da quel che mi par di vedere, tantissime. Quando si parla di politica e di sua crisi, perché l´attenzione non si rivolge a questo potenziale serbatoio di energie? Non per colonizzarle, ma per trarne, rispettandone la libertà, gli impulsi vitali. In fin dei conti, sono questi “servitori civili”, quelli che più di altri conoscono i problemi e le difficoltà reali della vita nella nostra società. C´è più sapienza pratica lì che in tanti studi accademici, libri, dossier che spesso si pagano fior di quattrini per rimanere a giacere impilati. Perché c´è così poca attenzione e apertura, anzi spesso disprezzo, verso questo mondo? La risposta alla domanda formulata sopra è semplice: la scarsa attenzione, se non l´ostilità, dipende dalla difesa di rendite di posizione politica che sarebbero insidiate dall´apertura. Non c´è da fare tanti giri di parole: è la sempiterna tendenza oligarchica del potere costituito”.
Ma in pratica, nella situazione concreta, come si affronta positivamente il rapporto con questa “tendenza oligarchica” che può essere in agguato anche nelle consultazioni formali?
 

                                                                                   La Comunità dell'Isolotto Firenze



giovedì 20 maggio 2010

Siamo in Piazza dell'Annunziata a Firenze


Dal 20 al 22 maggio




Con uno stand per il laboratorio Kimeta, tenuto da donne rom, a Firenze nell'ambito del convegno europeo:



Il Cese a Firenze per combattere l’esclusione sociale






Si tratta di una “povertà relativa” quella diffusa in Europa, riconducibile non solo a carenze monetarie, ma anche a disuguaglianze di genere, di razza, di religione, età, disabilità, orientamento sessuale e di lavoro. Un cittadino su quattro, in Europa, non ha accesso ai diritti fondamentali ma l’educazione ha la forza per contrastare il fenomeno. Per questo il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha dedicato il suo appuntamento biennale, in programma a Firenze dal 20 al 22 maggio 2010, a “L'educazione per combattere l'esclusione sociale”. Nella tre giorni si confronteranno tecnici, rappresentanti istituzionali e ONG.
 



Siamo in Piazza dell'Annunziata a Firenze


Dal 20 al 22 maggio




Con uno stand per il laboratorio Kimeta, tenuto da donne rom, a Firenze nell'ambito del convegno europeo:



Il Cese a Firenze per combattere l’esclusione sociale






Si tratta di una “povertà relativa” quella diffusa in Europa, riconducibile non solo a carenze monetarie, ma anche a disuguaglianze di genere, di razza, di religione, età, disabilità, orientamento sessuale e di lavoro. Un cittadino su quattro, in Europa, non ha accesso ai diritti fondamentali ma l’educazione ha la forza per contrastare il fenomeno. Per questo il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha dedicato il suo appuntamento biennale, in programma a Firenze dal 20 al 22 maggio 2010, a “L'educazione per combattere l'esclusione sociale”. Nella tre giorni si confronteranno tecnici, rappresentanti istituzionali e ONG.
 



venerdì 23 aprile 2010

Gay credenti

Il tempo del silenzio è finito: gay credenti, su la testa!
E’ il tema dell’incontro che si svolgerà Domenica 25 aprile alle ore 10,30 presso la Comunità dell’Isolotto in via degli Aceri 1, Firenze, con alcuni protagonisti del gruppo di omosessuali credenti "Kairos", per socializzare le particolarità, le similitudini e le differenze dei rispettivi percorsi di liberazione ed autodeterminazione di fronte agli anatemi vaticani e al cambiamento che coinvolge comunità cristiane italiane, cattoliche ed evangeliche, disposte ad accogliere la realtà delle persone omosessuali e a confrontarsi con essa.
Un rapporto 2010 sui gruppi cristiani omosessuali in Italia, elaborato con l’intento di far uscire questa realtà da quella linea d’ombra in cui è stata tenuta, rileva che sono 358 gli omosessuali credenti italiani legati a realtà di vita comunitaria.

Gay credenti

Il tempo del silenzio è finito: gay credenti, su la testa!
E’ il tema dell’incontro che si svolgerà Domenica 25 aprile alle ore 10,30 presso la Comunità dell’Isolotto in via degli Aceri 1, Firenze, con alcuni protagonisti del gruppo di omosessuali credenti "Kairos", per socializzare le particolarità, le similitudini e le differenze dei rispettivi percorsi di liberazione ed autodeterminazione di fronte agli anatemi vaticani e al cambiamento che coinvolge comunità cristiane italiane, cattoliche ed evangeliche, disposte ad accogliere la realtà delle persone omosessuali e a confrontarsi con essa.
Un rapporto 2010 sui gruppi cristiani omosessuali in Italia, elaborato con l’intento di far uscire questa realtà da quella linea d’ombra in cui è stata tenuta, rileva che sono 358 gli omosessuali credenti italiani legati a realtà di vita comunitaria.

sabato 3 aprile 2010

Don Gallo


Ha lavorato, Don Gallo, alla luce fioca delle tenebre, per portare in superficie i dimenticati. I suoi amici sono diseredati, no global, clochard, detenuti. Lui dice che riconosce le loro lettere dai caratteri e dalla carta. Gli scrivono e il prete “comunista” ricambia, portando in libreria (in testa alla classica, per quanto valga) “Così in terra, come in Cielo”(Mondadori,135pag.,17euro), istantanea di più di mezzo secolo fuori dalle regole.
Leggi l'articolo

Don Gallo


Ha lavorato, Don Gallo, alla luce fioca delle tenebre, per portare in superficie i dimenticati. I suoi amici sono diseredati, no global, clochard, detenuti. Lui dice che riconosce le loro lettere dai caratteri e dalla carta. Gli scrivono e il prete “comunista” ricambia, portando in libreria (in testa alla classica, per quanto valga) “Così in terra, come in Cielo”(Mondadori,135pag.,17euro), istantanea di più di mezzo secolo fuori dalle regole.
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venerdì 19 marzo 2010

L'accoglienza

L'incontro della Comunità dell'Isolotto domenica prossima 21 marzo alle ore 10,30 alle "baracche" via degli Aceri 1 -  Firenze  sarà dedicato al tema dell'accoglienza: per una primavera antirazzista, per non aver paura, per aprirsi agli altri, per fondare la convivenza sui diritti.


Il 21 marzo è stato dichiarato dall'ONU "Giornata mondiale contro qualsiasi forma di razzismo e di discriminazione", per conservare e diffondere la memoria del 21 marzo 1960, quando a Sharpeville in Sudafrica la polizia aprì il fuoco uccidendo 70 manifestanti che protestavano pacificamente contro le leggi razziste emanate dal regime dell'apartheid".

La Comunità dell'Isolotto partecipa alle iniziative di questa giornata dedicando appunto l'incontro di domenica alla Primavera Antirazzista che in tanti stanno costruendo.

Parleremo dell'immagine dello straniero nell'Antico e Nuovo Testamento, dei tanti pregiudizi che circolano oggi, di cosa è successo a Rosarno, del primo "sciopero" degli immigrati del 1 marzo, delle iniziative del nostro territorio, di questa giornata 21 marzo, di cosa accade nella scuola, della Legge regionale toscana sull'immigrazione, dei Centri di Identificazione ed Espulsione, e di come e cosa fare.

Animeranno l'incontro:  Carlo, Luisella, Moreno, Maurizio, Gisella.


                                            La Comunità dell'Isolotto

L'accoglienza

L'incontro della Comunità dell'Isolotto domenica prossima 21 marzo alle ore 10,30 alle "baracche" via degli Aceri 1 -  Firenze  sarà dedicato al tema dell'accoglienza: per una primavera antirazzista, per non aver paura, per aprirsi agli altri, per fondare la convivenza sui diritti.


Il 21 marzo è stato dichiarato dall'ONU "Giornata mondiale contro qualsiasi forma di razzismo e di discriminazione", per conservare e diffondere la memoria del 21 marzo 1960, quando a Sharpeville in Sudafrica la polizia aprì il fuoco uccidendo 70 manifestanti che protestavano pacificamente contro le leggi razziste emanate dal regime dell'apartheid".

La Comunità dell'Isolotto partecipa alle iniziative di questa giornata dedicando appunto l'incontro di domenica alla Primavera Antirazzista che in tanti stanno costruendo.

Parleremo dell'immagine dello straniero nell'Antico e Nuovo Testamento, dei tanti pregiudizi che circolano oggi, di cosa è successo a Rosarno, del primo "sciopero" degli immigrati del 1 marzo, delle iniziative del nostro territorio, di questa giornata 21 marzo, di cosa accade nella scuola, della Legge regionale toscana sull'immigrazione, dei Centri di Identificazione ed Espulsione, e di come e cosa fare.

Animeranno l'incontro:  Carlo, Luisella, Moreno, Maurizio, Gisella.


                                            La Comunità dell'Isolotto

giovedì 21 gennaio 2010

LIBRI: FIRENZE CROCEVIA DI CULTURE

Regione Toscana


LIBRI: FIRENZE CROCEVIA DI CULTURE


Presentazione giovedì 21 gennaio alle 17, in Sala Affreschi di Palazzo Panciatichi (via Cavour, 4 - Firenze)


C’è un percorso che ne contiene le ragioni e che inizia nel 2002, nel periodo del Social Forum Europeo di Firenze. Allora, dal confronto tra alcune realtà culturali e sociali fiorentine nacque l’idea di una pubblicazione che proponesse una lettura della città incentrata sulla pluralità delle culture presenti, sul tessuto storico di solidarietà, sul protagonismo dei movimenti, sull’importanza delle minoranze nella trasformazione della città. Da qui il libro “Firenze crocevia di culture” (Edizioni Polistampa), che sarà presentato domani, giovedì 21 gennaio alle 17, in Sala Affreschi di Palazzo Panciatichi (via Cavour, 4 - Firenze).


Alla presentazione interverranno Claudio Martini, presidente della Regione Toscana; Enzo Mazzi, Comunità dell’Isolotto; Alessandro Margara, Fondazione Michelucci; Moreno Biagioni, Archivio del Movimento di Quartiere; Adriana Dadà, Università di Firenze.


Il libro è dedicato a quanti credono in “un altro mondo possibile”, dove le ragioni della solidarietà hanno la meglio sulle forme di intolleranza e xenofobia. (ps)

20/01/2010 12:56

Regione Toscana

LIBRI: FIRENZE CROCEVIA DI CULTURE

Regione Toscana


LIBRI: FIRENZE CROCEVIA DI CULTURE


Presentazione giovedì 21 gennaio alle 17, in Sala Affreschi di Palazzo Panciatichi (via Cavour, 4 - Firenze)


C’è un percorso che ne contiene le ragioni e che inizia nel 2002, nel periodo del Social Forum Europeo di Firenze. Allora, dal confronto tra alcune realtà culturali e sociali fiorentine nacque l’idea di una pubblicazione che proponesse una lettura della città incentrata sulla pluralità delle culture presenti, sul tessuto storico di solidarietà, sul protagonismo dei movimenti, sull’importanza delle minoranze nella trasformazione della città. Da qui il libro “Firenze crocevia di culture” (Edizioni Polistampa), che sarà presentato domani, giovedì 21 gennaio alle 17, in Sala Affreschi di Palazzo Panciatichi (via Cavour, 4 - Firenze).


Alla presentazione interverranno Claudio Martini, presidente della Regione Toscana; Enzo Mazzi, Comunità dell’Isolotto; Alessandro Margara, Fondazione Michelucci; Moreno Biagioni, Archivio del Movimento di Quartiere; Adriana Dadà, Università di Firenze.


Il libro è dedicato a quanti credono in “un altro mondo possibile”, dove le ragioni della solidarietà hanno la meglio sulle forme di intolleranza e xenofobia. (ps)

20/01/2010 12:56

Regione Toscana

lunedì 18 gennaio 2010

Sgombero di insediamenti abusivi

18_01_2010 cs Arci fi su sgombero area ex Osmatex

“Necessario un tavolo d'area metropolitana per gestire la complessità dei fenomeni”

 

Firenze, 18 gennaio 2010 - Di fronte ai casi di insediamenti abusivi creati da cittadini stranieri e ai casi di sgombero degli stessi (come quello avvenuto la scorsa settimana nell'area Ex Osmatex di Sesto Fiorentino), l'Arci di Firenze, come ha già fatto tante altre volte, esprime la propria preoccupazione  per la drammaticità e la capacità esplosiva di simili situazioni.

Per l'Arci, esiste la necessità  che ogni ogni intervento di sgombero debba avvenire solo dopo l'individuazione di una  sistemazione alternativa e la  protezione per i soggetti  più deboli (in primis i bambini e i disabili).

Ma l'aspetto più importante della questione da sottoporre all'attenzione di tutti (istituzioni, associazioni, movimenti) è il seguente: la complessità che caratterizza le problematiche imposte dall'immigrazione ha bisogno di un approfondito lavoro di programmazione, di politiche di  area metropolitana, di forte condivisione e non di interventi sporadici.

Crediamo che sia questa la strada da percorrere se si vogliono dare risposte efficaci, lontane dalla demagogia e dal bieco sicuritarismo.

Per questo l'Arci chiede ancora una volta ai diversi soggetti istituzionali (Comune, Provincia, Regione) di costruire un Tavolo non episodico e non emergenziale dove possano confrontarsi con le forze sociali, sindacali, associative dell'area metropolitana per mettere in campo competenze, proposte, energie  in modo partecipato, condiviso e capaci di affrontare un tema come questo, sempre  più rilevante per l'area stessa.

 

Si ringraziano colleghe e colleghi per lo spazio che daranno a questa comunicazione.

 

-----

antonio cannata

ufficio stampa arci firenze

mail: antoniocannata@gmail.com

web: www.arcifirenze.it

tel: 3497138602 - 05526297217

Sgombero di insediamenti abusivi

18_01_2010 cs Arci fi su sgombero area ex Osmatex

“Necessario un tavolo d'area metropolitana per gestire la complessità dei fenomeni”

 

Firenze, 18 gennaio 2010 - Di fronte ai casi di insediamenti abusivi creati da cittadini stranieri e ai casi di sgombero degli stessi (come quello avvenuto la scorsa settimana nell'area Ex Osmatex di Sesto Fiorentino), l'Arci di Firenze, come ha già fatto tante altre volte, esprime la propria preoccupazione  per la drammaticità e la capacità esplosiva di simili situazioni.

Per l'Arci, esiste la necessità  che ogni ogni intervento di sgombero debba avvenire solo dopo l'individuazione di una  sistemazione alternativa e la  protezione per i soggetti  più deboli (in primis i bambini e i disabili).

Ma l'aspetto più importante della questione da sottoporre all'attenzione di tutti (istituzioni, associazioni, movimenti) è il seguente: la complessità che caratterizza le problematiche imposte dall'immigrazione ha bisogno di un approfondito lavoro di programmazione, di politiche di  area metropolitana, di forte condivisione e non di interventi sporadici.

Crediamo che sia questa la strada da percorrere se si vogliono dare risposte efficaci, lontane dalla demagogia e dal bieco sicuritarismo.

Per questo l'Arci chiede ancora una volta ai diversi soggetti istituzionali (Comune, Provincia, Regione) di costruire un Tavolo non episodico e non emergenziale dove possano confrontarsi con le forze sociali, sindacali, associative dell'area metropolitana per mettere in campo competenze, proposte, energie  in modo partecipato, condiviso e capaci di affrontare un tema come questo, sempre  più rilevante per l'area stessa.

 

Si ringraziano colleghe e colleghi per lo spazio che daranno a questa comunicazione.

 

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antonio cannata

ufficio stampa arci firenze

mail: antoniocannata@gmail.com

web: www.arcifirenze.it

tel: 3497138602 - 05526297217

Firenze crocevia di culture

Giovedì 21 gennaio 2010 ore 17, nella Sala Affreschi della Regione Toscana, via Cavour n. 4 Firenze, sarà presentato il volume Firenze crocevia di culture curato da Comunità dell’Isolotto, Fondazione Michelucci, Archivio del Movimento di Quartiere. Interverranno Claudio Martini presidente della Regione Toscana, Enzo Mazzi della Comunità dell'Isolotto, Alessandro Margara della Fondazione Michelucci, Moreno Biagioni dell'Archivio del Movimento Quartieri, Adriana Dadà Università di Firenze. Il Volume, una specie di guida alternativa, ricco di storia poco nota, di foto e di mappe, propone una lettura della storia e dell'attualità di Firenze come città sul monte, crocevia di culture, crogiolo di movimenti di trasformazione dal basso.

 

Per tutti coloro che nelle istituzioni e nella società, in tanti campi diversi e con ruoli e strumenti tra loro differenti, operano concretamente e quotidianamente con la convinzione che "un altro mondo è possibile", è importante avere e condividere una storia comune e un quadro di riferimenti: il ruolo e l’importanza del protagonismo di base nella trasformazione sociale e civile della società e nei suoi sviluppi culturali, scientifici e artistici; il ruolo e l’importanza della città mondo, dell'interazione culturale con quanti provengono da altri paesi e sono portatori di esigenze, linguaggi, saperi; il ruolo e l’importanza dell'autorganizzazione di base e della partecipazione popolare per la difesa, la riconquista, l'ampliamento della democrazia sociale e urbana.

La storia della città di Firenze porta scritto il fecondo incontro fra saperi diversi in tanta parte della sua architettura e del suo patrimonio artistico, negli edifici e nelle piazze, come nella storia delle idee e nelle conquiste della sua cultura. Le vicende ripercorse in questo volume, come il ruolo di singole personalità, sono state selezionate ed evidenziate nella loro relazione con il contesto in cui sono avvenute e hanno operato. E' volutamente affiancato il pensiero e l'opera di élite intellettuali

con le storie, spesso considerate subalterne, delle lotte popolari e dei loro protagonisti.