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lunedì 17 giugno 2013

L'economia della truffa

        “A che punto siamo arrivati! L’economia della truffa”

       Sintesi della relazione tenuta al “Giardino dei ciliegi” il 31 maggio 2013

La riflessione su questo tema è stata suggerita da alcune truffe “ideologiche” di esponenti di spicco della classe dirigente mondiale ed europea, smascherate dall’analisi critica di alcuni economisti, come si dirà più avanti. Questi episodi hanno richiamato l’attualità di un libro scritto nel 2004, a 96 anni, dall’economista americano John K. Galbraith, dal titolo “L’economia della truffa”. In esso si denuncia il carattere ideologico della teoria economica dominante, messa al servizio dei grandi interessi capitalistici. Galbraith sottolinea il fatto che in economia l’inganno ed il falso sono accettati sia da chi li compie, sia da chi li subisce, in quanto endemici al nostro tessuto sociale. In tal modo la realtà viene mistificata e si distorce a piacimento la verità dando vita a miti e leggende: la speculazione come forma d’ingegno, l’economia di libero mercato come sistema di massima efficienza per risolvere i problemi del mondo, la guerra come strumento di democrazia.
Ciò che caratterizza in particolare l’ideologia economica è l’abbandono della categoria “capitalismo” sostituita da quella di “mercato” che riduce il processo economico a puro e semplice meccanismo di scambio, la cui efficienza sarebbe assicurata dalla libera concorrenza a vantaggio del “consumatore sovrano” che otterrebbe le merci ai prezzi più bassi possibili. Si nasconde in tal modo la realtà del dominio attuale praticato da veri e propri poteri oligopolistici e/o monopolistici, giacché sono le grandi imprese e non il mercato impersonale a manovrare i prezzi per realizzare il massimo profitto. Il meccanismo economico è ridotto così alla fase della circolazione della ricchezza, trascurando la premessa fondamentale della produzione, la cui natura capitalistica è attestata dal rapporto sociale conflittuale fra capitale e lavoro.

Categoria indispensabile per comprendere la realtà attuale è perciò quella di “capitalismo”, che è la forma storico-sociale assunta nel mondo moderno dalla funzione economica, presente in tutte le società come attività organizzata di base per produrre le risorse necessarie al mantenimento della vita individuale e collettiva. Occorre allora partire dalla strutturale legge del meccanismo capitalistico che assegna al sistema economico della produzione e della distribuzione della ricchezza, non l’obiettivo della soddisfazione dei bisogni umani, che dovrebbero essere definiti autonomamente dalla società che si vuole democratica, bensì quello della soddisfazione del bisogno di valorizzazione ed accumulazione del capitale. Di conseguenza gli è necessaria l’egemonia culturale come strumento di potere per controllare la vita sociale, imporre il modo di consumo funzionale ai suoi interessi, mettere al proprio servizio l’agire politico dei governi e dei parlamenti. Sotto il profilo dei rapporti di produzione, lo sfruttamento del lavoro è decisivo per ottenere la massima redditività del capitale. Quindi il conflitto di classe fra capitale e lavoro è oggettivamente strutturale, come mostra il recente libro di Gallino, “La lotta di classe dopo la lotta di classe”. “Dopo”, perché è scomparsa la lotta di classe dal basso, agita e diretta dal mondo del lavoro e dalle sue rappresentanze sindacali e politiche, in quanto il soggetto lavorativo ne è stato espropriato ed il conflitto sociale è oggi praticato e governato dall’alto, dal capitale stesso. Basta ricordare la recente vicenda Fiat , col duro attacco di Marchionne ai diritti del lavoro ed ai salari.


                           L’origine dell’attuale fase storica del capitalismo

Nel secondo dopoguerra fino ad oggi, possiamo suddividere l’andamento dell’economia capitalistica in tre fasi: quella del keynesismo sociale, quella neoliberista e quella della crisi in corso.



                                                 Il periodo 1945-anni ‘70

Superata con la guerra la crisi degli anni ’30, per evitare di ricadere in quella depressione e per far crescere l’economia, il capitalismo si è affidato alla politica, se non altro sotto la minaccia sovietica come alternativa al sistema occidentale.
Possiamo sintetizzare in alcuni punti le caratteristiche fondamentali di questa fase: concezione politica dell’economia, regolazione sociale del capitalismo, compromesso capitale/lavoro col conflitto distributivo mediato politicamente ed orientato verso la classe lavoratrice.
E’ stata l’epoca in cui è nato lo Stato sociale, con fondamentali diritti, con al primo posto quello al lavoro, a cui si aggiungono il diritto alla salute, all’istruzione per tutti e via dicendo. Il diritto al lavoro è chiaramente enunciato nella Carta delle Nazioni Unite al cap.IX, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo artt. 22/23, e nella nostra Costituzione , art. 4, 35/6, con l’aggiunta che l’attività economica pubblica e privata deve avere fini sociali, art.41.
La politica dei governi, di ispirazione keynesiana, è stata la politica della domanda. Poiché il meccanismo economico capitalistico, nella sua autonomia, non è capace di esprimere una domanda all’altezza della produzione possibile, generando disoccupazione, allora per garantire il diritto al lavoro col pieno impiego deve intervenire la spesa pubblica e la politica fiscale di distribuzione del reddito dall’alto verso il basso, in modo da creare la domanda in grado di consumare l’intero reddito prodotto al livello della piena occupazione. C’è anche da tenere presente che nell’economia capitalistica pura, non corretta, non sono riconosciuti bisogni e diritti sociali, essendo l’unico diritto ammesso e riconosciuto quello al profitto della proprietà privata del capitale.

                        La crisi degli anni ’70 ed il trionfo del “neoliberismo”

L’economia capitalistica governata politicamente dall’impostazione keynesiana, con gli anni ’70 entrava in una crisi profonda, caratterizzata dalla stagflazione. Per usare una previsione del 1942 di Kalecki contro Keynes, il segno del momento è stato manifestato dallo “sciopero del capitale”. In altre parole, gli investimenti privati si riducevano in misura consistente, riappariva quindi la disoccupazione, accompagnata da alta inflazione attribuita all’eccesso di spesa pubblica. In questo periodo prendeva gradatamente forza una profonda rivoluzione nella sfera culturale e nelle politiche economico-sociali.
Si passava dalla precedente concezione politica dell’economia ad una concezione economica della politica. Ciò ha determinato l’accettazione del capitalismo come ordine economico-sociale naturale, insorpassabile, senza alternative, con la rinuncia all’analisi critica circa la sua natura. E’ stato il momento in cui sono fiorite le teorie della fine della storia (Fukuiama). Da allora, la categoria teorica dominante non è stata più “capitalismo” ma “mercato”. Il problema economico su cui prosperano ancora le teorie “neoclassiche” è diventato quello dell’equilibrio di mercato, col consumatore come soggetto centrale. Il rapporto di produzione capitale/lavoro è stato sostituito ideologicamente da quello produttore-venditore e consumatore. Su tutti i piani, anche nell’etica sociale, è penetrato in misura sempre più pervasiva il più estremo individualismo, come traduzione pratica dell’individualismo metodologico della teoria economica “ortodossa”.
Sul piano dell’azione politica sono stati acriticamente accettati e praticati i precetti del neoliberismo. Si accusavano, e si accusano tuttora, le politiche economiche keynesiane di essere le responsabili della crisi in quanto, con l’eccesso di consumo del reddito prodotto, impediscono la formazione del risparmio necessario agli investimenti e quindi al rilancio degli stessi ed al riassorbimento della disoccupazione. Dalla politica della domanda si passava così alla politica dell’offerta, in cui è privilegiato il momento accumulativo, con la riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori, con l’aumento della produttività del lavoro, con l’introduzione di una sua sempre maggiore flessibilità. Il principio è che il taglio del costo della mano d’opera consente alle imprese di competere con successo su un mercato mondiale sempre più aperto e quindi di realizzare i profitti che permetteranno successivamente di allargare la base produttiva, tornando così ad assumere i lavoratori disoccupati.
Lo Stato è il problema non la soluzione (Reagan). Deve perciò ritirarsi dall’agire direttamente nella sfera economica, ma sostenerla dall’esterno con le privatizzazioni, le liberalizzazioni, la deregolamentazione, la libertà di movimento dei capitali, in modo da affidare al mercato capitalistico la quota più alta possibile di risorse disponibili in quanto il suo meccanismo garantisce il massimo rendimento al loro impiego. Perciò dalla fiscalità precedente basata sulla distribuzione del reddito dall’alto verso il basso, si è passati ad una fiscalità invertita dal basso verso l’alto, con la riduzione delle aliquote massime, dato che sono i ricchi che risparmiano ed investono. Le banche centrali, infine, divorziavano dai governi (non obbligatoriamente però. Solo in Italia, Ciampi ha tradotto quella facoltà in obbligo rigido), nel senso di non finanziare più i loro deficit ed il conseguente debito pubblico, ma consegnando gli Stati ai mercati finanziari che la libertà di movimento dei capitali e la deregolamentazione hanno reso sempre più potenti.
Gli effetti sociali. Con questa controrivoluzione sociale, è finita l’epoca dei diritti sociali, gradatamente ridotti e svuotati di contenuto. Con la riduzione dei salari (diretti, indiretti e differiti) e le “riforme del mercato del lavoro” aumentava la disuguaglianza sociale con una ripartizione del reddito che ha spaccato la società fra una èlite privilegiata ed una massa sempre più consistente di cittadini a basso reddito, verso la quale continua tuttora a precipitare anche il ceto medio. Lo stesso diritto al lavoro è stato di fatto cancellato, in base al principio che è il mercato capitalistico che crea i posti di lavoro necessari alle imprese. Pertanto il lavoro deve recuperare la sua figura di puro fattore della produzione, da combinare con gli altri (materie prime e macchinari) nel processo produttivo, in modo da essere reso occupabile (è il senso della riforma Fornero), eliminando le tutele sindacali e legali che lo rendono rigido e non rispondente alle necessità imprenditoriali.
Il messaggio è chiaro: i lavoratori, nel loro interesse, devono rinunciare a diritti e salari oggi – perché altrimenti la disoccupazione aumenta ed i salari scenderanno ulteriormente - in modo da rilanciare in futuro produzione, occupazione e recupero salariale.

Ma cosa ci dice il riscontro empirico di questa dottrina? Ci dice che si tratta di una grossa truffa, purtroppo subita passivamente dalle sue vittime e dalle organizzazioni sindacali e politiche che le dovrebbero difendere. Alcuni grafici ce ne forniscono la prova.
Il primo mostra l’andamento del tasso di profitto e degli investimenti industriali in America del Nord, Europa e Giappone, dalla fine degli anni ’60 in poi. Vediamo che fino al decennio ’80 i profitti diminuiscono e con essi gli investimenti. Dal 1983/4/5, risulta invece che i profitti riprendono a crescere rapidamente e consistentemente, come effetto dell’attacco al lavoro di cui si è detto, mentre il tasso degli investimenti produttivi continua a scendere. Per quel che riguarda i salari, dal ’73 al 2007 si riduce la loro quota sul reddito nazionale: Francia –12,07, Germania – 15,90, Italia – 7,34, Giappone – 5,06, Spagna – 4,26, Regno Unito – 15,73, Usa – 10,30, altri 12 paesi europei – 11,37.
In sostanza, i profitti non sono stati indirizzati verso il settore produttivo e quindi a ricreare posti di lavoro, ma erano dirottati verso quello finanziario delle rendite e dei facili ed immediati guadagni, come dimostra un grafico sull’andamento della borsa di New York dal 1900 al 2008. Vi si nota che con gli anni ’80 la curva prende a salire vertiginosamente, ben al di sopra della crescita del PIL (durante la presidenza Clinton l’indice borsistico aumentava del 201% contro il 17% del PIL) mentre nei periodi precedenti l’indice grafico dei corsi si muoveva sulla linea orizzontale, pur con oscillazioni. Insomma la deflazione salariale è servita ad alimentare l’inflazione finanziaria, sostenuta anche dalla liquidità delle banche centrali, prevalentemente ora rivolta non al sostegno dell’economia “reale” ma a quello della finanza, come settore preminente dell’accumulazione capitalistica.
Che si tratti di una truffa ce lo dicono anche le teorie di due economisti “ortodossi”. Friedman sostiene che perché non ci sia inflazione è necessario un tasso di disoccupazione, il NAIRU (Not acceleration inflation rate of unemployment). L’altro è Blanchard, capo economista del FMI. Ci viene detto che nell’economia contemporanea il salario reale di equilibrio è quello offerto dalle imprese. Perché i lavoratori lo accettino, è necessario indebolire la loro capacità di resistenza e per questo occorre mantenere un certo livello di disoccupazione (tasso naturale di equilibrio di disoccupazione). In breve il messaggio chiaramente espresso afferma che il sistema capitalistico funziona solo se c’è disoccupazione. Conclusione: l’invito ai lavoratori a ridurre i salari e a rinunciare ai loro diritti per riavere in futuro occupazione e recupero salariale è dimostrato essere una grossa truffa, purtroppo subita senza reazione.

                               La crisi iniziata nel 2007/8 ed ancora in corso

Questa crisi non solo conferma le truffe precedentemente richiamate, ma ne aggiunge di nuove, scientemente programmate.
La crisi ha avuto il suo momento tragico nel settembre 2008, quando il sistema capitalistico crollava. L’economista Usa Stiglitz ha dichiarato: “il settembre nero è stato per l’economia di mercato capitalista l’equivalente della caduta del muro di Berlino per i regimi comunisti”. Il crollo però non è avvenuto. Perché? Perché lo Stato che era il problema, dagli stessi che lo dichiaravano tale veniva invocato per la salvezza del sistema. Una volta realizzata, allo Stato è stato richiesto di ritirarsi e lasciare di nuovo i meccanismi del mercato a sé stessi. Comunque il salvataggio c’è stato ed è consistito nel convertire le passività dei privati in debito pubblico, senza però che i governi scambiassero questo intervento con una nuova disciplina politica dell’economia capitalistica, come invece è avvenuto con la crisi del ’30. Anzi il problema politicamente assunto è oggi quello della copertura di questi debiti pubblici enormemente aumentati. In altre parole, si sono socializzate le perdite private per garantire il mantenimento dei profitti.
Di conseguenza si è messa in atto un’altra grossa truffa a danno dei cittadini e dei lavoratori in specie, con la quale la necessità di ridurre il debito pubblico è stata ed è usata come occasione per un’ulteriore diminuzione della spesa sociale, ulteriori privatizzazioni e riduzioni dei servizi pubblici, in breve per portare a compimento la demolizione dello Stato sociale e dei diritti del mondo del lavoro, come già nel 2008 suggeriva al governo di allora l’economista bocconiani Giavazzi.
Per sostenere questo indirizzo fino dal 2002 Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, e Giavazzi, docente alla Bocconi, hanno lanciato la teoria della austerità espansiva. Vi si sostiene che lo sviluppo economico e la crescita della ricchezza richiedono una politica di drastico calo della spesa pubblica, quasi esclusivamente sociale. A confermare questa teoria due economisti, Reinhart e Rogoff, hanno presentato i risultati di una loro ricerca empirica riguardante l’arco di tempo 1946-2009, in base alla quale i paesi con un debito pubblico superiore al 90% del PIL sono decresciuti dello 0,1% medio annuo. Da un controllo dei loro calcoli sono emerse però omissioni incredibili, eliminate le quali il risultato ottenuto è che anche i paesi con un debito pubblico superiore al 90% hanno avuto storicamente una crescita del 2,2% e non la decrescita dello 0,1%. E’ difficile pensare a semplici errori quando nel conteggio di Reinhart e Rogoff si sono esclusi Australia, Canada e Nuova Zelanda che nello stesso periodo di tempo registravano un elevato debito ed un elevato tasso di crescita; lasciati fuori dal calcolo arbitrariamente alcuni anni ed infine sui dati è stato applicato un peso diverso, per cui paesi con forte debito pubblico ed alta crescita hanno visto ridotta la loro influenza nella media generale. Si tratta, quindi, di un calcolo arrangiato per ottenere risultati conformi alla ideologia dell’austerità espansiva.
Nondimeno su questo indirizzo è basata la struttura dell’attuale Unione Europea, in particolare l’area dell’Euro, come pure vi si ispirano gli indirizzi della Commissione Europea e l’esercizio della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea (BCE). In relazione a quest’ultima basta ricordare la lettera di Trichet e Draghi dell’agosto del 2011 al nostro governo, nella quale si è tracciato un vero e proprio programma di politica economico-sociale incardinato sull’attacco (le cosiddette “riforme”) alle pensioni, al lavoro (“riforma” Fornero), alla spesa sociale e fatto proprio dal governo Monti.

                                  
                                                   L’Europa dell’Euro

A questo punto si impone un breve accenno alle truffe su cui sono basate le strutture economiche europee. Una prima truffa consiste nel trasferimento di sovranità effettiva a istituzioni tecnocratico-burocratiche, come la BCE e la Commissione che non rispondono ai cittadini europei del loro operato. Stanno, infatti, imponendo ai paesi in maggiori difficoltà economiche una politica di austerità nonostante i suoi risultati dimostrino l’effetto decrescita che essa provoca, rendendo così sempre più difficile il rimborso del loro debito pubblico.
Per sostenere questo indirizzo, Draghi, presidente della BCE, a marzo di quest’anno ha presentato ai capi di Stato e di governo europei due grafici con i quali ha inteso provare che nei paesi con forte deficit pubblico, e quindi col debito tendente a crescere, come sono i paesi mediterranei, i salari sono aumentati al disopra della produttività del lavoro. In quelli virtuosi, invece, c’è stata corrispondenza fra i due dati. In altre parole, la causa delle difficoltà in cui si trovano le economie in recessione ricade sui lavoratori, e non sulla struttura ed i meccanismi dell’Unione Europea e dell’Euro. Uno studioso di politica macro-economica, Andrew Watt, ha denunciato la truffa perpetrata da Draghi nei suoi conteggi, consistente nel fatto che i salari sono conteggiati al loro valore nominale, cioè senza decurtare l’inflazione, mentre la produttività è calcolata in termini reali, cioè depurata dell’inflazione. Si tratta cioè dell’errore elementare di mettere a confronto dati disomogenei. Scrive Watt: «o un punto chiave della politica dell’Unione europea ignora il corretto uso di fondamentali concetti economici, oppure, intenzionalmente, li utilizza con l’introduzione di un errore, per costringere i politici a seguire una politica certamente coerente con le loro preferenze ideologiche, ma in contrasto con la stabilità ed il recupero della zona Euro…»
Ma oltre a questa fedeltà ideologica a politiche economiche neoliberiste, occorre considerare anche gli elementi strutturali dell’Unione europea e dell’Euro. Per i nostri paesi l’Euro è moneta straniera, è una moneta senza Stato con Stati senza moneta. Con la perdita della sovranità monetaria la competizione economica si gioca allora tutta con l’attacco ai salari. Non a caso si cita spesso la Germania in cui la riforma del lavoro e dello Stato sociale del 2003 (“riforma” Hartz) ha ridotto drasticamente il salario, con quello relativo (differenza fra salario reale e produttività del lavoro) ai minimi storici e la conseguente necessità di collocare all’estero una quota altissima della propria produzione.
Il perno del sistema è l’art. 123 del Trattato di Lisbona (ex 105 e segg. di quello di Maastricht). Esso consegna l’emissione di moneta alla BCE, facendole divieto di finanziare le istituzioni politiche (Stati, Regioni, Land, Dipartimenti, Province, Comuni ecc.) mentre la liquidità monetaria deve essere indirizzata solo verso le istituzioni finanziarie private (banche, istituti finanziari vari ecc.). Avendo la moneta una funzione pubblica, il principio su cui sono costruite l’’UE e l’Euro innalza in tal modo gli interessi privati del capitale finanziario al rango di interessi collettivi della società, cui tutti gli altri devono subordinarsi. Ciò significa la morte della democrazia sostanziale, dato che non sono più le istituzioni politiche il luogo di definizione degli obiettivi comuni.
Sul piano sociale si riversano conseguenze devastanti, in quanto gli Stati vengono ad assumere una configurazione privatistica, nel senso che devono finanziare il loro debito pubblico rivolgendosi ai mercati finanziari e, quindi, sottostare alle loro condizioni come un privato qualsiasi. Non a caso l’area dell’Euro, che complessivamente è la più virtuosa del mondo per quel che riguarda il deficit di bilancio pubblico ed il debito pubblico, è quella dove si è scatenata la speculazione finanziaria sui titoli di Stato, imponendo interessi altissimi, in quanto la BCE finanzia a tassi agevolati le banche private che poi esigono dagli Stati più in difficoltà una remunerazione ben più alta, facendo in tal modo crescere il loro indebitamento.
Per chiudere occorre esaminare la truffa racchiusa nel patto di stabilità. Il suo principio costitutivo è che tutto ciò che è pubblico è male, mentre tutto ciò che privato è bene. Così si impongono parametri al debito pubblico, mentre si trascura del tutto il livello del debito privato. Pertanto se ne ricava che i paesi che rispettano i parametri del patto hanno l’economia stabile e sicura (indipendentemente dal loro debito privato), giacché i problemi provengono solo ed esclusivamente dal debito pubblico e quindi dall’eccesso di spesa pubblica.
Prima di tutto è da notare che i due parametri da non superare del 3% di deficit pubblico sul PIL e del 60% del debito pubblico sul PIL, non hanno nessuna motivazione economica. Sono i dati della situazione tedesca ai primi anni ’90 che vennero accolti per paura, soprattutto francese ed inglese, che, dopo l’unificazione, la Germania si sganciasse dai legami europei. Il PIL nominale tedesco era il 5%, col debito pubblico al 60% e quindi per mantenere quel livello, dato quel tasso di crescita, basta non fare oltrepassare al deficit la soglia del 3% (5% del 60%). I parametri sono nati così.
Il Trattato di Lisbona li ripropone, anche con maggiore severità, insieme all’Euro. Esso è stato presentato al nostro parlamento nell’autunno del 2008, che lo ha approvato senza approfondimento di nessun genere. Si è trattato di un’approvazione truffaldina, ideologica, in quanto l’esperienza, in particolare di quel periodo, invalidava il patto di stabilità ed il principio fondativo dell’Unione Europea per il quale i problemi economici sorgono nella sfera pubblica. Infatti, nel settembre del 2008 è crollato il sistema finanziario privato salvato proprio dalla mano pubblica. Cioè la crisi è esplosa per l’eccesso di speculazioni finanziarie e debiti privati, non a causa della spesa pubblica o dei salari già allora fortemente ridotti. Non solo, ma in Europa i paesi che sono crollati per primi sono stati l’Irlanda che aveva un attivo di bilancio del 2,5%, un debito pubblico del 25% del Pil e una spesa pubblica del 27% del Pil contro una media europea del 47%; e la Spagna con un attivo di bilancio dell’1%, e un debito pubblico de 36% del Pil. Insomma sono crollati subito gli unici due paesi che rispettavano il patto di stabilità, che evidentemente non stabilizza niente. Nonostante ciò il nostro parlamento, all’unanimità o quasi, ha approvato istituzioni di cui l’esperienza ha dimostrato tutta la debolezza, senza alcun approfondimento e riflessione critica, senza coinvolgimento democratico dei cittadini, come invece la situazione avrebbe richiesto e tuttora richiederebbe.

Conclusione

Il capitalismo è colpito dalla contraddizione fra l’istanza accumulativa e realizzativa.

A sua volta nell’UE entrano in conflitto l’austerità che ci si illude possa servire a rimborsare i debiti, mentre aggrava le posizioni debitorie, e il rilancio della crescita che richiede interventi pubblici più sostenuti, visto che da solo il mercato capitalistico non è in grado di superare le proprie difficoltà. Infine abbiamo la contraddizione monetaria di una moneta senza Stato e di Stati senza moneta.

Rimane comunque un interrogativo di fondo. A che cosa deve tendere la politica economica e sociale? A rimettere in moto il processo capitalistico secondo le sue attuali coordinate strutturali, oppure a rilanciare un progetto di nuova regolazione sociale del sistema, dopo la fine di quella keynesiana dei “Trenta gloriosi”? Ma questo capitalismo dà segni di disponibilità per un nuovo compromesso sociale?
Le risposte non sono facili data la complessità della situazione. Comunque un primo passo per affrontare e superare i problemi è quello di impostarli correttamente, tornando prima di tutto a praticare l’analisi critica dei processi capitalistici e delle condizioni della società attuale, per passare poi ad elaborare un progetto di intervento pubblico perché l’economia sia democraticamente regolamentata, in modo da essere condotta a svolgere la sua funzione propria di servizio per il benessere dei cittadini.


Roberto Bartoli














lunedì 30 gennaio 2012

Esiste una via di uscita a sinistra ?



Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 29 gennaio 2012
Storie dell’altro mondo: la crisi, ma esiste una via di uscita a sinistra ?
riflessioni di Carlo, Chiara, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con un intervento di Moreno


“Il popolo non è tornato a chi lo percuoteva;
non ha ricercato il Signore degli eserciti.
Pertanto il Signore ha amputato a Israele capo e coda,
palma e giunco in un giorno.
L’anziano e i notabili sono il capo,
il profeta, il maestro di menzogna, è la coda.
Le guide di questo popolo lo hanno fuorviato
e i guidati si sono perduti.
[…]
Brucia l’iniquità come fuoco,
che divora rovi e pruni,
divampa nel folto della selva,
da dove si sollevano colonne di fumo.
Per l’ira del Signore brucia la terra,
e il popolo è come un’esca per il fuoco;
nessuno ha pietà del proprio fratello.
Dilania a destra, ma è ancora affamato,
mangia a sinistra, ma senza saziarsi;
ognuno mangia la carne del proprio vicino.”                                        [Isaia, 9, 12-19]


“Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli : “quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio.” I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole, ma Gesù riprese :”Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio. E’ più facile che un canapo passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio.” Essi, ancora più sbigottiti, dicevano fra loro :”E chi mai si può salvare?”. Ma Gesù guardandoli disse: ”Impossibile agli uomini, ma non presso Dio, perché tutto è possibile presso Dio”.
                                                                                                     [Marco, 10, 23-27]     

“[…] Il Dio in cui gli uomini credevano al tempo di Gesù era una divinità che andava temuta, della quale avere paura. Ed era questo il Dio che il Messia al suo arrivo avrebbe manifestato, un Dio più facile all’ira che alla compassione, alla collera che al perdono.
E alle folle questo andava bene.
Tremavano quando sentivano Giovanni il Battista tuonare contro di loro con parole tremende (“razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?”), ma lo accettavano.
Si spaventavano, ma non si scandalizzavano.
Era questo il Dio in cui sempre avevano creduto e da lui non si aspettavano altro. Era un Dio che premiava i (pochi) buoni, ma castigava inesorabilmente i (tanti) malvagi, come minacciava il Battista: ”la scure è posta alla radice degli alberi, perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco.”   
Il nome di Dio era associato più alla paura che all’amore, al castigo più che al perdono, al timore più che alla fiducia, al sacrificio più che al dono, alla sofferenza più che al piacere.
Finché non apparve Gesù e tutto questo cambiò, e cominciò lo scandalo.
Le persone pie e devote, che non si scandalizzavano quando si presentava loro un Dio che castigava i suoi figli con atroci pene, si sdegnavano quando Gesù parlava loro di un amore che era più grande di qualsiasi colpa.
Per la gente religiosa era normale presentare un Dio la cui giustizia prevaleva sulla misericordia, capace di punire per l’eternità anche a causa di un solo peccato, ma essa poi si scandalizzava quando le si presentava un Signore che agli ultimi concedeva lo stesso salario dei primi, ovvero un amore che questi non avevano meritato.”

[Alberto Maggi, Versetti pericolosi, ed. Campo dei fiori, 2011]
“…il passaggio più recente dal primato della produzione a quello del consumo si inserisce all’interno di un orizzonte ancora governato da presupposti e finalità politiche.
Poi, con l’imporsi irresistibile del capitale finanziario, anche questo compromesso economico-politico è saltato in una forma che lascia addirittura pensare a una sorta di teologia economica.
Con questa categoria, elaborata negli anni ’20 del Novecento si intendeva indicare il carattere di vera e propria religione assunto dal Capitale: non più derivato da un’antica fede, ma oggetto di culto esso stesso, con i propri preti, i propri luoghi di celebrazione (costituiti dalle Borse), i propri inesorabili castighi che, nell’attuale situazione, sono rappresentati dalle minacce di default che pesano sui Paesi insolventi. Per evitare la bancarotta, gli stati europei si sono dovuti affidare a medici capaci di curare i loro corpi malati con farmaci essi stessi tossici, destinati più che a guarirli, a prolungarne la tenuta economica fino alla prossima crisi.
Da qui la scelta, del tutto conseguente e ormai inevitabile, vista la gravità irreparabile della situazione, di mettersi nelle mani dei grandi sacerdoti, vale a dire della tecnostruttura economica interna al gioco dei mercati. E’ evidente come in questo quadro, insieme alla sovranità dei diversi Stati, è la stessa politica a segnare il passo, ormai guidata dalla finanza e perfino dalla speculazione internazionale.
Per il necessario rinnovamento teorico della sinistra credo che la prima direzione da seguire riguardi la nozione di “bene comune”.
Contro la rivoluzione d’alto imposta dai mercati mondiali, è tempo che la sinistra metta in moto un nuovo processo dal basso capace di salvare i singoli Paesi senza abbandonare il mondo alle forze della distruzione.
[Roberto Esposito, dalla Teologia ai beni comuni, Micromega, dicembre 2011]

“Non si può assolutamente fare politica senza avere dei grandi ideali. Soprattutto i partiti di sinistra si distinguono di solito dai partiti di destra e dai partiti conservatori proprio perché vogliono trasformare la società. I conservatori sono quelli che vogliono conservare quello che c'è: i partiti di sinistra vogliono trasformare. Per trasformare bisogna farlo in base a principi, in base a degli ideali che giustifichino la trasformazione: bisogna giustificare la trasformazione. La differenza fra il conservatore e il riformatore è che il conservatore non ha bisogno di giustificare la conservazione, invece colui che vuole riformare la società deve giustificare, deve giustificare perché la vuole; e non può giustificarlo se non ricorrendo a dei grandi principi.
Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi. “
Norberto Bobbio, "Che cos'è la democrazia?" - Torino, Fondazione Einaudi, 28 febbraio 1985

“La sinistra è oggi introvabile, almeno come forza organizzata e presenza istituzionale. Sinistra infatti vuol dire eguaglianza, lotta incessante per l’eguaglianza, impegno inesausto per riforme che asintoticamente l’approssimino. Senza la bussola dell’eguaglianza, “sinistra” diventa flatus voci: irrisione e menzogna.”  Ma l’uguaglianza implica libertà. Logicamente e storicamente. L’azione della sinistra, la sua efficacia e la fedeltà alle ragioni che la costituiscono si misura perciò in più eguaglianza e più libertà. Insieme. “  
Paolo Flores D’Arcais, "La sinistra presa sul serio", Micromega, dicembre 2011

“[…] Dove sono gli Stati Uniti d'Europa? Non chiamiamo Europa la destra europea, la coppia Merkel-Sarkozy. Il riformismo neo-liberista della sinistra europea ha fallito la propria missione: quella di temperare le febbri della globalizzazione e di dare coscienza sociale al Capitale. E oggi il tema della sinistra torna discriminante. Euro Mediterraneo, la primavera araba, la questione palestinese, chiarezza con la Libia e con i nostri partner sul rispetto dei diritti umani. Rifondare la sinistra per rifondare l'Europa. Il mondo alla ricerca di un nuovo equilibrio: la Cina , India, Brasile, la Russia, le speranze e le incognite africane.
Oppure abolire la sinistra per governare tecnicamente nella stagione della recessione e della povertà di massa […].
C'è una girandola di domande che ruota attorno alla politica, ma la politica discetta dei vizi e delle virtù dell'animo umano. Noi sentiamo come insopportabile il tentativo violento di rimuovere, di abolire quelle domande. Non è previsto un calcolo dello spread sociale, o ambientale, o culturale. Noi quelle domande le vogliamo ascoltare: investono persino il senso del vivere associato. Chiamano in causa le prerogative del genere umano anzi umanizzato, prerogative smarrite nei labirinti dell'individualismo celebrato dalla Lady di quel ferro liberista che ha percosso le nostre comunità di lavoro e di sentimento. Noi le dobbiamo sapere intendere, sondarle, tradurle, quelle domande. Non sfuggire alla loro radicale politicità, non buttarla in filosofia. […].”
Nichi Vendola, intervento alla assemblea generale di SEL, gennaio 2012
Le radici vitali di una società fondata sui beni comuni, di Enzo Mazzi

Lo spettro di un baratro verso cui stiamo inesorabilmente scivolando sta riaprendo la riflessione sui fondamenti della vita sociale, sul senso dello sviluppo, della crescita e del consumo, sulla «razionalità» del mercato, sugli stili di vita individuali e collettivi, sulla nostra quotidianità. È questo il succo dell'incontro che si è tenuto recentemente al centro sociale Rivolta di Marghera, attorno ai due grandi protagonisti attuali della scena pubblica e cioè gli operai della Fiom, i ricercatori, gli studenti medi e universitari.
In discussione è l'asse del vivere civile imposta al mondo intero dalla oligarchia che domina l'economia e la politica a livello planetario: la guerra di tutti contro tutti, chiamata eufemisticamente competizione mondiale. È la follia al potere. Quando avremo raggiunto il fondo a cosa ci attaccheremo per risalire? Non è dal potere che verranno le soluzioni. Perché «non si possono risolvere i problemi con gli stessi schemi di pensiero con cui sono stati creati».

Un nuovo paradigma storico si sta delineando, appena intravisto. È basato sulla cooperazione anziché sulla competizione, sulla condivisione anziché sull'appropriazione individualistica. Il nuovo paradigma si sta configurando come un nuovo patto tra gli esseri umani che però include necessariamente anche un nuovo patto con la terra, con la natura, con la vita. Un sogno? Un'utopia consolatoria senza aderenza alla realtà? Qualche volta il dubbio ci assale. E allora bisogna alimentare la speranza alle esperienze concrete, alle buone pratiche e anche alle buone teorie.

Ci viene in aiuto una recente pubblicazione curata da Paolo Cacciari pubblicata con il titolo “La società dei beni comuni”: una rassegna. «Il libro - è scritto nel risvolto di copertina - raccoglie diciannove opinioni di autrici e autori italiani che da diverse visuali disciplinari ... si sono confrontati con i temi dei commons. Aria, acqua, terra, energia, e conoscenza sono risorse speciali, beni primari da cui tutto dipende e la cui fruizione richiede quindi attenzioni particolari. L'applicazione a tali beni della logica del mercato ha sperimentato infatti i più clamorosi fallimenti. ... ma cresce anche l'opposizione da parte di numerosi gruppi di citttadinanza attiva».
Dopo una panoramica complessiva del problema offerta dall'introduzione di Paolo Cacciari e dal documento “La società dei beni comuni” redatto dalla Officina delle idee di «Rete@Sinistra», si snodano i vari contributi suddivisi in due grandi sezioni: «Le buone teorie» e «Le buone pratiche». Se è permessa una critica, posso rilevare l'assenza di una riflessione sulla memoria. La crisi strutturale che stiamo vivendo oggi c'impone di riscoprire criticamente nella nostra storia i germi di quelle esperienze alternative, di pensiero e di pratiche, che ci hanno preceduto. Non si tratta di riproporre oggi sogni, lotte, racconti del passato ma di ispirarsi di nuovo ai loro valori di fondo. La memoria del vivere sociale ha una grande vitalità generativa: produce identità collettiva, tesse la trama del tessuto relazionale della città, crea di continuo comunità solidali e ostacola i germi distruttivi della frantumazione egoistica.
La memoria sociale, però, non è solo questo. È anche un luogo di resistenza, anzi il luogo privilegiato della resistenza. Il neo-liberismo infatti si afferma nella misura in cui riesce ad annullare la memoria sociale. Perché è creatore di società-necropoli. Ha bisogno di produttori/consumatori senza identità sociale. Per questo salvaguardare la memoria sociale, spogliarla dalla ritualità necrofila, attualizzarla, è uno dei compiti più urgenti di chi vede un futuro per l'umanesimo sociale, per la solidarietà planetaria, per la società dei diritti a partire dai diritti sociali, per l'etica comunitaria aperta oltre i confini.

La via d’uscita (a sinistra)

Si può definire “un altro mondo” quello che si è riunito a Firenze al teatro Puccini il 9 dicembre 2011: le 800 persone che hanno partecipato al forum “La via d’uscita. L’Europa e l’Italia, crisi economica e democrazia” promosso da Rete@Sinistra, Sbilanciamoci, Il Manifesto e Lavoro e Libertà ?
Forse sì, un “mondo” che ha cercato di parlare, confrontarsi, capire, analizzare per trovare e proporre “un’altra strada per l’Europa”. Almeno è stata una voce diversa che, in questo incontro, ha parlato del disastro italiano, del debito italiano, del governo Berlusconi e del berlusconismo e delle manovre del governo Monti; ma soprattutto ha parlato e ha cercato di confrontarsi su proposte alternative a livello europeo, inserite in un’ottica di globalizzazione, che vadano nel segno di mantenere saldi alcuni temi “imprescindibili”: un’altra Europa può essere possibile se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di una maggiore integrazione.
Al Forum sono stati trattati temi che definiamo “imprescindibili”; ci si è interrogati su:
-come salvare e praticare la democrazia all’interno dell’ormai conclamata sua crisi in Europa, e quale democrazia, vedendo come nodo ancora da sciogliere la ricerca di una sintesi tra democrazia rappresentativa e democrazia “partecipativa” diretta;
-come integrare le politiche economiche in un “modello di sviluppo alternativo” (per non parlare di crescita e decrescita) in cui l’assunto sia aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze, quindi rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici;
-come ridimensionare la finanza e fare in modo che la politica si riprenda il suo potere, uscendo anch’essa dalla sua crisi e individuare un soggetto deputato a fare proposte, analizzando seriamente, senza mascheramenti, la crisi dei sindacati e dei partiti;
-come riportare il controllo degli Stati sul movimenti dei capitali, sulla manovre finanziarie.

Parlavamo di temi “imprescindibili”, ma per che cosa? Per la costruzione di una società basata sull’uguaglianza, sulla giustizia, sull’equità, sulla democrazia, una società di “sinistra”? Ma cosa significano oggi “destra e sinistra”. Vorremmo interrogarci e confrontarci su questi temi, capire come li sentiamo noi, oggi, come riusciamo a miscelare utopia e realtà.

La giornata di discussione al Puccini è stata suddivisa in tre sessioni in cui sono stati affrontati da vari relatori diversi temi.
La prima sessione si intitolava “La rotta d’Europa” ed è stato affrontato il doppio senso che la frase propone: rotta d’Europa perché si cerca di individuare quale rotta, quale direzione l’Europa può ancora prendere, per non diventare un’ Europa rotta, in rotta.
Gli interventi di Massimo Torelli, Rossana Rossanda, Mario Pianta, Luigi Ferrajoli concordavano nel dire che va trovata una via d’uscita alternativa alla depressione economica, in cui le proposte per sanare il deficit di bilancio non vanno cercate fra i più deboli, nelle pensioni, nei salari, nella riduzione della spesa pubblica, del welfare, della scuola, dell’istruzione, ma la tassazione deve spostarsi sui redditi alti e sulla ricchezza, sulle transazioni finanziarie, sull’evasione fiscale. Ma oltre che avanzare proposte alternative in economia, se per economia si intende la “contabilità di bilancio”, vanno affrontate misure politiche, nel senso che la politica si riassuma i suoi poteri per dare una struttura democratica all’Europa, sotto il profilo dei rapporti fra le classi, in cui le decisioni vengano prese dai popoli. Basti pensare che l’Europa Unita, invece di luogo preparato a fermare la globalizzazione, ne è diventata avamposto e che quando la UE si è costituita, il primo atto è stato la creazione di una moneta unica, l’euro, non una costituzione comune, cioè una dichiarazione politica unitaria. E, a questo proposito, Ferrajoli ha proposto, e il forum le ha fatte sue, due azioni immediate:
a)      l’avvio di un gruppo di lavoro che veda insieme giuristi, economisti e politici sui trattati europei per arrivare ad una costituzionalizzazione dei diritti, del diritto al lavoro e dei lavoratori, una costutuzionalizzazione dei beni demaniali e “comuni” ( in base all’esperienza di Napoli), e dei diritti sociali.
b)      b) l’avvio di un gruppo di lavoro sull’audit del debito, per capire non solo a che punto siamo, ma come questo debito si è costituito.

La seconda sessione “Italia: le alternative all’austerità, al debito, per il lavoro” attraverso i relatori ( Gabriele Polo, Giulio Marcon, Guido Viale, Francuccio Gesualdi, Annamaria Simonazzi e Maurizio Landini) ha affrontato più nello specifico quale modello di sviluppo, quale economia si vuole costruire, cioè quale produzione e consumi incentivare.
E’ stata fatta un’analisi della crisi, una crisi molto profonda “nel” capitalismo, non “del” capitalismo che, come sistema, non sta perdendo la sua egemonia, anzi ha reagito con grande determinazione e aggressività agli scossoni del ’68; il neo liberismo “ha vinto”, cambiando l’organizzazione del lavoro, mondializzandola, ha enfatizzato lo spazio della finanza che ha sommerso l’economia reale, il dominio del capitale finanziario non ha più limiti e si stanno smantellando anche quegli elementi riformisti che erano considerati come “diritti” intoccabili, minando alle radici della democrazia.
Si è parlato di uscire dall’opposizione  crescita-decrescita, scegliendo il termine sviluppo, che non significa aumento dei consumi materiali, con la conseguente ricaduta sull’ambiente e su di noi, ma come? Con chi? Va tenuto presente che nel mondo, oggi, ci sono paesi ancora alla fame, paesi emergenti desiderosi di crescere e consumare, enormi interessi contrastanti.
E lo sviluppo deve portare ad un aumento dell’occupazione, soprattutto giovanile.
E’ stato ripreso il tema del lavoro legato ad una rivisitazione del concetto stesso di lavoro, inteso, da una parte, come soddisfacimento dei bisogni e quindi sono tornati slogan quali lavorare meno, lavorare tutti, ridistribuire risorse e salari, puntare su investimenti in infrastrutture sociali che utilizzino capitale umano, quali il tempo pieno a scuola, la formazione, i servizi di cura.
Dall’altra parte Landini ha sottolineato, con forte emotività, il fatto che in Italia e nel mondo, nonostante la disoccupazione galoppante, non ci sono mai stati tanti lavoratori salariati come oggi. Il problema è che il lavoratore non ha più capacità di contrattazione, è ricattato dalle aziende e le domande da porci sono:
-       quale può essere, oggi, il soggetto politico in grado di fare delle proposte, sottolineando la profonda crisi dei sindacati, dei partiti e della stessa “classe operaia”;
-       dove e quali sono i “luoghi” di discussione;
-       come si mette di nuovo al centro la rappresentanza del lavoro;
-       cosa serve oggi produrre;
-       come ricostruire una democrazia sociale.

Dai relatori sono state avanzate anche proposte concrete “riformiste”, come: colpire la finanza con una tassazione forte, colpire gli alti patrimoni e l’evasione fiscale, reintrodurre il controllo dei capitali, ridare fiato agli organismi comunitari, ricondurre la Bce ai suoi obiettivi, riqualificare la spesa in infrastrutture sociali, nei servizi (non tanto in “grandi opere”), per creare occupazione e sostenere l’occupazione femminile, rivedere le pensioni (se si allungano gli anni lavorativi, come possono crearsi posti di lavoro per i giovani?).

La terza sessione “La democrazia, la politica” ha affrontato, tramite Norma Rangeri, Paul Ginsborg, Donatella Della Porta, Alberto Lucarelli, Mario Dogliani e Tania Rispoli questi temi con grande passione, talora sconforto, talora punte di speranza, ma sempre con grande desiderio di trovare “una via d’uscita” e di non tirare i remi in barca.
Passato in secondo piano Berlusconi, l’imbroglione, ora Monti, il pulito, l’onesto ci copre onestamente di lividi. “Gli economisti stanno governando mentre la democrazia sta cercando il modo di rappresentarsi ai cittadini. Siamo governati da paura e da sensi di colpa, la democrazia sembra un lusso. Crisi economica, crisi politica, crisi di leadership; a sinistra non esiste più il partito come soggetto collettivo, i partiti oggi sono un ostacolo al rinnovamento della politica e della rappresentanza”. Sono, all’incirca, le parole di Norma Rangeri che sono servite ad aprire un fertile e acceso dibattito su cosa si intende oggi per democrazia, qual è la sintesi possibile tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa diretta, rispetto a cui Alberto Lucarelli, assessore ai Beni Comuni del Comune di Napoli, ha portato la sua interessante esperienza della costruzione di una rete fra Comuni in cui questi possano diventare laboratori di partecipazione dal basso.
Riportiamo alcuni stralci di un’intervista fatta ad Alberto Lucarelli, (Professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico, Università di Napoli Federico II, dal 1999 Componente della Commissione Rodotà per la riforma del regime civilistico della proprietà pubblica e per la difesa dei beni comuni, diventato assessore nella giunta De Magistris), da Checchino Antonimi e  ripresa da “Liberazione” del 17 luglio 2011.
“Napoli è la prima città a introdurre la nozione di “bene comune” nel proprio Statuto. Quando la modifica statutaria che riprende la nozione elaborata dalla “Commissione Rodotà” è passata in Giunta, Alberto Lucarelli, assessore ai Beni comuni, non ha esitato a evocare la rivoluzione. Da allora sembra prendere corpo un approccio inedito ai temi della partecipazione e dei beni comuni. Già la prima riunione di Giunta, nell’imminenza del referendum aveva stabilito immediatamente la ripubblicizzazione del servizio idrico da affidare a un ente di diritto pubblico con i cittadini nel Cda. Passano alcune settimane e centinaia di persone riempiono una sala di Piscinola, la municipalità di Scampia, per lanciare dal luogo simbolo del degrado sociale, la Costituente per i beni comuni – “Laboratorio Napoli”. Lucarelli le chiama «assemblee del popolo. La parola cittadino — spiega – riconduce alla rivoluzione borghese, popolo richiama le conquiste del XX secolo. Il tutto è avvenuto seguendo un particolare modo di lavorare. C’è stata un’assemblea di duecento persone al Maschio Angioino, esponenti di associazioni, singoli cittadini. Il modello che seguiamo è quello definito dalla convenzione di Aarhus (è legge dello Stato dal 2001) con cui l’Ue prevede che i cittadini partecipino alla determinazione delle politiche ambientali, non solo alle fasi di proposta o controllo. E’ qualcosa di più della democrazia partecipativa. Si può definire democrazia deliberativa e a Napoli verrà estesa non solo ai temi ambientali ma a tutte le tematiche locali. E’ il senso della prima assemblea del popolo di Piscinola. Verranno istituite dodici consulte, una per ciascun assessorato, autogestite ma in contatto on line tra loro e con l’assessorato, ciascuna consulta avrà più tavoli tematici e dalle consulte verranno proposte delibere per l’assessore. La Giunta deve attenersi al deliberato oppure argomentare la scelta differente. Ne immagino 2-3 in un anno.
Questo percorso ci aiuta ad uscire dalle mistificazioni della partecipazione, usata spesso per scaricare la responsabilità sui cittadini o per mascherare forme lobbistiche o corporative. In effetti, spesso la partecipazione è ridotta alla messinscena di un rito. E i riti servono a confermare i rapporti di forza.
E’ certo un rischio del processo partecipativo ma l’assessorato sarà garante dell’interesse pubblico, di questa trasformazione che è una rivoluzione perché così si va a destrutturare il concetto di diritto pubblico che prevede finora un processo decisionale ottocentesco, la finzione giuridica dello stato borghese per cui la sovranità appartiene al popolo ma la esercita qualcun altro a suo nome. Il diritto pubblico, fino ad ora, prevede tre dimensioni: quella amministrativo-gestionale, la più autoritaria, la dimensione politica e, con Weimar e con la nostra Costituzione del 1948, arriva la dimensione sociale. Dagli anni 70 ogni forma di democratizzazione non è stata sufficiente a realizzare una democrazia sostanziale. Oggi affermiamo una quarta dimensione quella partecipativa che si può affermare solo se passa una categoria giuridica nuova, quella dei beni comuni. Una dimensione comunista, in grado di uscire dalla strettoia dei regimi proprietari pubblici o privati, dall’accentramento decisionale, dalle politiche sociali calate dall’alto e dallo sfruttamento sui beni pubblici e privati. Tutto ciò è stato reso più grave dai processi di privatizzazione degli anni ’90, da allora assistiamo ad un’accelerazione del saccheggio. Ecco allora l’esigenza di uscire dalla dicotomia pubblico-privato con la categoria dei beni comuni che sono una categoria inclusiva e collettiva in contrasto con i principi escludenti, individualistici e borghesi della proprietà.»

Tornando alla terza sessione del Forum, fertile dibattito anche sulla possibile “alternativa” oggi, su “chi siamo, quanti siamo, come allargare queste riflessioni”, come analizzare la crisi delle forme partito e sindacato e come riattivare un processo che parta dal basso, tenendo presenti che segnali positivi e di speranza ci sono, basti pensare alle risposte che i lavoratori della Fiat riescono ancora a dare, ai movimenti che si sono sviluppati dalla primavera araba, agli indignados nelle piazze del mondo, compresi quelli di Occupy Wall Street che hanno sfilato a New York chiedendo l’istituzione di una “Robin Hood Tax” dell’1% su tutte le transazioni finanziarie e gli scambi di valuta e alle tante altre esperienze sparse per il mondo.

Dal Forum “Via di uscita”- Firenze 9 dicembre 2011 
Proposta di Appello Europeo per “Un’altra strada per l’Europa”
La crisi dell’Europa è l’esaurirsi di un percorso fondato sul neoliberismo e sulla finanza. Negli ultimi vent’anni il volto dell’Europa è stato il mercato e la moneta unica, liberalizzazioni e bolle speculative, perdita di diritti ed esplodere delle disuguaglianze. Alla crisi finanziaria, le autorità europee e i governi nazionali hanno dato risposte irresponsabili: hanno rifiutato di intervenire con gli strumenti dell’Unione monetaria per arginare la crisi, hanno imposto a tutti i paesi politiche di austerità e tagli di bilancio, che saranno ora inseriti nei trattati europei. I risultati sono che la crisi finanziaria si estende a quasi tutti i paesi, l’euro potrebbe saltare, si profila una nuova grande depressione, c’è il rischio della disintegrazione dell’Europa.
L’Europa può sopravvivere soltanto se cambia strada. Un’altra Europa può essere possibile, se prende il volto del lavoro, dell’ambiente, della democrazia, della pace, di più integrazione. E’ la strada indicata da una parte importante della cultura e della società europea, dai movimenti per la giustizia, dalle proteste in tutti i paesi contro le politiche di austerità dei governi. E’ una strada che non ha ancora trovato un’eco tra le forze politiche europee.
La strada per un’altra Europa deve far convergere le visioni di cambiamento, le proteste sociali, le politiche nazionali ed europee verso un quadro comune.
Proponiamo cinque obiettivi da cui partire:
Ø  Ridimensionare la finanza. La finanza – all’origine della crisi – dev’essere messa nelle condizioni di non devastare più l’economia. L’Unione monetaria dev’essere riorganizzata e deve garantire collettivamente il debito pubblico dei paesi che adottano l’euro; non può essere accettato che il peso del debito distrugga l’economia dei paesi in difficoltà. Tutte le transazioni finanziarie devono essere tassate, devono essere ridotti gli squilibri prodotti dai movimenti di capitale, una regolamentazione più stretta deve impedire le attività più speculative e rischiose, si deve creare un’agenzia di rating pubblica europea.
Ø  Integrare le politiche economiche. Oltre a mercato e moneta servono politiche comuni in altri ambiti, che sostituiscano il Patto di Stabilità e Crescita, riducano gli squilibri, cambino la direzione dello sviluppo. In campo fiscale occorre armonizzare la tassazione in Europa, spostando il carico fiscale dal lavoro alla ricchezza e alle risorse non rinnovabili, con nuove entrate che finanzino la spesa a livello europeo. La spesa pubblica – a livello nazionale e europeo – dev’essere utilizzata per rilanciare la domanda, difendere il welfare, estendere le attività e i servizi pubblici. Le politiche industriali e dell’innovazione devono orientare produzioni e consumi verso maggiori competenze dei lavoratori, qualità e sostenibilità. Gli eurobond devono essere introdotti non per rifinanziare il debito, ma per finanziare la riconversione ecologica dell’economia europea, con investimenti capaci di creare occupazione e tutelare l’ambiente.
Ø  Aumentare l’occupazione, tutelare il lavoro, ridurre le disuguaglianze. I diritti del lavoro e il welfare sono elementi costitutivi dell’Europa. Dopo decenni di politiche che hanno creato disoccupazione, precarietà e impoverimento, e hanno riportato le disuguaglianze in Europa ai livelli degli anni trenta, ora serve mettere al primo posto sia la creazione di un’occupazione stabile, di qualità, con salari più alti e la tutela dei redditi più bassi che la democrazia e la contrattazione collettiva.
Ø  Proteggere l’ambiente. La sostenibilità, l’economia verde, l’efficienza nell’uso delle risorse e dell’energia devono essere il nuovo orizzonte dello sviluppo europeo. Tutte le politiche devono tener conto degli effetti ambientali, ridurre il cambiamento climatico e l’uso di risorse non rinnovabili, favorire le energie pulite, le produzioni locali, la sobrietà dei consumi.
Ø  Praticare la democrazia. La forme della democrazia rappresentativa e della democrazia solciale  attraverso partiti, rappresentanza sociale e governi nazionali, sono sempre meno capaci di dare risposte ai problemi. A livello europeo, la crisi toglie legittimità alle burocrazie – Commissione e Banca centrale – che esercitano poteri senza risponderne ai cittadini, mentre il Parlamento europeo non ha ancora un ruolo adeguato. In questi decenni la società civile europea ha sviluppato movimenti sociali e pratiche di democrazia partecipativa e deliberativa – dalle mobilitazioni dei Forum sociali alle proteste degli indignados in molti paesi – che hanno dato ai cittadini la possibilità di essere protagonisti. Queste esperienze hanno bisogno di una risposta istituzionale. Occorre superare il divario tra i cambiamenti economici e sociali di oggi e gli assetti istituzionali e politici che sono fermi a un’epoca passata. L’inclusione sociale e politica dei migranti è una condizione imprescindibile di promozione della convivenza civile e rappresenta un’opportunità per l’inclusione dell’area europea dei movimenti dell’Africa mediterranea che hanno rovesciato regimi autoritari.
Ø  Fare la pace. L’integrazione europea ha consentito di superare molti conflitti, ma l’Europa resta responsabile della presenza di armi nucleari e di un quinto della spesa militare mondiale: 316 miliardi di dollari nel 2010. Con gli attuali problemi di bilancio, drastici tagli e razionalizzazioni della spesa militare sono indispensabili. L’Europa deve costruire la pace intorno a sé con una politica di sicurezza umana anziché di proiezione di forza militare. L’Europa si deve aprire alle nuove democrazie del Medio oriente, così come si era aperta ai paesi dell’Europa dell’est. Si deve aprire ai migranti riconoscendo i diritti di tutti i cittadini del mondo.
Le mobilitazioni dei cittadini, le esperienze della società civile, del sindacato e dei movimenti che hanno costruito quest’orizzonte diverso per l’Europa devono ora trovare ascolto nelle forze politiche e nelle istituzioni nazionali ed europee.
Trent’anni fa, all’inizio della “nuova guerra fredda” tra est e ovest, l’Appello per il disarmo nucleare europeo lanciava l’idea di un’Europa libera dai blocchi militari e chiedeva di “cominciare ad agire come se un’Europa unita, neutrale e pacifica già esistesse”. Oggi, nella crisi dell’Europa della finanza, dei mercati, della burocrazia, dobbiamo lanciare l’idea e le pratiche di un’Europa egualitaria, di pace, verde e democratica.
Primi firmatari (relatori e organizzatori dell’incontro di Firenze):
Rossana Rossanda, Maurizio Landini, Paul Ginsborg, Luigi Ferrajoli, Mario Pianta, Massimo Torelli, Gabriele Polo, Giulio Marcon, Guido Viale, Annamaria Simonazzi, Norma Rangeri, Donatella Della Porta, Alberto Lucarelli, Mario Dogliani, Tania Rispoli, Claudio Riccio, Gianni Rinaldini, Chiara Giunti, Domenico Rizzuti e Vilma Mazza.

 Forum dei Comuni per i Beni Comuni
Il Comune di Napoli ha promosso, per il 28 gennaio, il Forum dei Comuni per i beni comuni. Protagonisti della giornata saranno amministratori, movimenti, associazioni, cittadine e cittadini.
Location dell'evento: Teatro Politeama e Maschio Angioino.

Una giornata, quella che si svolgerà a Napoli il 28 gennaio, che vorremmo fosse dedicata al tema della difesa dei beni comuni, fondamento irrinunciabile dei diritti, ma anche pilastro della democrazia partecipativa.
Documenti
Programma
Ore 9-10,00: Registrazione presso il Teatro Politeama, via Monte di Dio
Ore 11,00: apertura dei lavori:
Norma Rangieri (Il manifesto)
Alberto Lucarelli (Assessore ai beni comuni e democrazia partecipativa del Comune di Napoli)
Ore 12-17,30: presso il Maschio Angioino, svolgimento dei quattro tavoli tematici:
1. Autonomia finanziaria degli enti locali
2. Beni comuni, partecipazione e servizi pubblici
3. Politiche del welfare, diritti, politiche dei migranti e del lavoro
4. Nuovo modello urbano e sviluppo sostenibile
Ore 13,30: light lunch presso il Maschio Angioino
Ore 17,30: pausa caffè presso il Maschio Angioino
Ore 18-19,00: presso il teatro Politeama, in via Monte di Dio: Report dei quattro tavoli tematici
Interventi di: Nichi Vendola (Presidente della Regione Puglia), Massimo Zedda (Sindaco di Cagliari), Giuliano Pisapia (Sindaco di Milano), Michele Emiliano (Sindaco di Bari), Giorgio Orsoni (Sindaco di Venezia), Virginio Merola (Sindaco di Bologna), Nicola Zingaretti (presidente della Provincia di Roma)
Conclusioni di Luigi de Magistris (Sindaco di Napoli)


Valori della sinistra di Pierluigi Bersani (dal Programma “Vieni via con me” 15.11.2010)

La sinistra è l'idea che se guardi il mondo con gli occhi dei più deboli, puoi fare davvero un mondo migliore per tutti.
Abbiamo la più bella Costituzione del mondo, la si difende ogni giorno e il 25 aprile si fa festa.
Nessuno può star bene da solo: stai bene se anche gli altri stanno un po' bene. Se pochi hanno troppo e troppi hanno poco, l'economia non gira, perché l'ingiustizia fa male all'economia.
Si vuole un mercato che funzioni, senza monopoli, corporazioni, posizioni di dominio, ma ci sono beni che non si possono affidare al mercato: la salute, l'istruzione, la sicurezza.
Il lavoro non è tutto, ma questo può dirlo solo chi un lavoro ce l'ha. Il lavoro è la dignità di una persona: sempre. E sopratutto quanto hai 30 anni e hai paura di passare la vita in panchina.
Ma chiamare flessibilità una vita precaria è un insulto. E allora un'ora di lavoro precario non può costare meno di un'ora di lavoro stabile.
Chi non paga le tasse mette le mani nelle tasche di chi è più povero di lui. Se 100 euro di un operaio, di un pensionato, di un artigiano pagano di più dei 100 euro di uno speculatore, vuol dire che il mondo è capovolto.
Davanti ad un problema serio di salute non ci può essere né povero né ricco né calabrese, né lombardo, né marocchino: si fa con quel che si ha, ma si fa per tutti.
L'insegnante che insegue un ragazzo per tenerlo a scuola è l'eroe dei nostri tempi: indebolire la scuola pubblica vuol dire rubare il futuro ai più deboli.
La condizione alla donna è la misura della civiltà di un paese: calpestarne la dignità è l’umiliazione di un paese.
Dobbiamo lasciare il pianeta meglio di come l'abbiamo trovato perché non abbiamo il diritto di distruggere quello che non è nostro e l'energia va risparmiata e rinnovata sgombrando la testa da fanta-piani nucleari.
Il bambino figlio di immigrati che è nato oggi non è né immigrato né italiano. Dobbiamo dirgli chi è: lui è un italiano.
Se devo morire attaccano per mesi a mille tubi non può deciderlo il parlamento, perché un uomo resta un uomo con la sua dignità, anche nel momento della sofferenza e del distacco.
C'è un modo per difendere la fede di ciascuno, per garantire le convinzioni di ciascuno, per riconoscere la condizione di ciascuno. Questo modo, irrinunciabile, si chiama laicità.
Per guidare un'automobile – che è un fatto pubblico – ci vuole la patente – che è un fatto privato.
Per governare – che è un fatto pubblico – bisogna essere persone per bene, che è un fatto privato.
Chi si ritiene di sinistra, chi si ritiene progressista deve tenere vivo il sogno di un mondo in pace senza ovvie violenze e deve combatterle contro la pena di morte, la tortura, ogni altra sopraffazione fisica o morale e ogni illegalità.
Essere progressisti significa combattere l'aggressività che ci abita dentro, quella del più forte sul più debole, dell'uomo sulla donna, di chi ha potere su chi non ne ha. E prendere la parte di chi ha meno forza e meno voce.

Qui finisce il mio tempo, ma non certo il mio elenco. Grazie.

 Destra Sinistra di Giorgio Gaber

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Fare il bagno nella vasca è di destra
far la doccia invece è di sinistra
un pacchetto di Marlboro è di destra
di contrabbando è di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una bella minestrina è di destra
il minestrone è sempre di sinistra
tutti i films che fanno oggi son di destra
se annoiano son di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Le scarpette da ginnastica o da tennis
hanno ancora un gusto un po' di destra
ma portarle tutte sporche e un po' slacciate
è da scemi più che di sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

I blue-jeans che sono un segno di sinistra
con la giacca vanno verso destra
il concerto nello stadio è di sinistra
i prezzi sono un po' di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
I collant son quasi sempre di sinistra
il reggicalze è più che mai di destra
la pisciata in compagnia è di sinistra
il cesso è sempre in fondo a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La piscina bella azzurra e trasparente
è evidente che sia un po' di destra
mentre i fiumi, tutti i laghi e anche il mare
sono di merda più che sinistra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è la passione, l'ossessione
della tua diversità
che al momento dove è andata non si sa
dove non si sa, dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra
la mortadella è di sinistra
se la cioccolata svizzera è di destra
la Nutella è ancora di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Il pensiero liberale è di destra
ora è buono anche per la sinistra
non si sa se la fortuna sia di destra
la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Il saluto vigoroso a pugno chiuso
è un antico gesto di sinistra
quello un po' degli anni '20, un po' romano
è da stronzi oltre che di destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

L'ideologia, l'ideologia
malgrado tutto credo ancora che ci sia
è il continuare ad affermare
un pensiero e il suo perché
con la scusa di un contrasto che non c'è
se c'è chissà dov'è, se c'é chissà dov'é.

Tutto il vecchio moralismo è di sinistra
la mancanza di morale è a destra
anche il Papa ultimamente
è un po' a sinistra
è il demonio che ora è andato a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
La risposta delle masse è di sinistra
con un lieve cedimento a destra
son sicuro che il bastardo è di sinistra
il figlio di puttana è a destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po' più di destra
ma un figone resta sempre un'attrazione
che va bene per sinistra e destra.
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Tutti noi ce la prendiamo con la storia
ma io dico che la colpa è nostra
è evidente che la gente è poco seria
quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...
Ma cos'è la destra cos'è la sinistra...

Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Destra-sinistra
Basta!