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venerdì 5 settembre 2008

Eluana Englaro

La carta di Pontignano


Considerato che


Il processo del morire segna il compimento della vita, tale fase non può essere né rimossa né espropriata da una singola disciplina, ma attraversata permettendo a ciascuno di trovare i segni che meglio rappresentino l'esplicitazione dei desideri e le modalità del congedo dai propri affetti.

Assunti come basilari i principi inseriti nella “Carta dei diritti del morente” elaborata dalla Fondazione Floriani nel 1997.

Al fine di ridurre i nodi critici dell'assistenza alla persona morente, la necessità di garantire tempi e spazi idonei alla comunicazione con il malato e la sua famiglia per affrontare le problematiche connesse al processo del morire nel rispetto della riservatezza;

costruire una alleanza tra èquipe sanitaria e famiglia anche la fine di sostenere il processo del morire senza dolore e il rispetto delle volontà del paziente;

facilitare il riconoscimento e la gestione delle emozioni di ciascuna persona coinvolta, garantendo un clima di serenità attorno a chi muore;

accogliere le esigenze della persona morente - con particolare attenzione ai bisogni specifici dei bambini e degli adolescenti favorendo l'espressione dei suoi desideri e delle sue volontà per le ultime fasi della vita fino alla cura e al trattamento della salma;

facilitare e sostenere le diverse forme di elaborazione del lutto nel pieno rispetto delle ritualità e delle culture di appartenenza del soggetto deceduto e della sua famiglia
.

La trovi qui.




CARTA DEI DIRITTI DEL MORENTE

Chi sta morendo ha diritto:

a essere considerato come persona sino alla morte;

a essere informato sulle sue condizioni, se lo vuole;

a non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere;

a partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto della sua volontà;

al sollievo del dolore e della sofferenza;

a cure ed assistenza continue nell'ambito desiderato;

a non subire interventi che prolunghino il morire;

a esprimere le sue emozioni;

all'aiuto psicologico e al conforto spirituale secondo le sue convinzioni e la sua fede;

alla vicinanza dei suoi cari;

a non morire nell'isolamento e in solitudine;

a morire in pace e con dignità.

(Carta pubblicata il 15/05/1997 dal Comitato Etico presso la Fondazione Floriani).

La trovi qui.


Sito da tenere sempre presente: Laborcare 


 A Firenze c'è:


Un hospice per i malati nell’ex convento

 

ERA un convento di suore, le Oblate francescane che qui fondarono il primo nucleo dell’ospedale Santa Maria Nuova. Ora è il primo hospice pubblico di Firenze. In piazza di Careggi 1, proprio al fianco dell’antica torre di 800 anni fa che dà il nome a tutta la zona, ieri è stato ufficialmente inaugurata la prima residenza per malati terminali di tumore. «Cerchiamo per quanto possibile di assisterli a casa — spiega il direttore generale dell’Asl 10 Luigi Marroni —, ma non tutti hanno un’abitazione dove essere curati». Così la Regione ha stanziato 6 milioni di euro per costruire in tutto il territorio toscano delle residenze di assistenza sanitaria e psicologica alla fine della vita. A Firenze saranno tre: oltre agli 11 posti letto più uno in day hospice dell’ex convento delle Oblate, a novembre sarà attivata la sede di San Felice a Ema, nel 2009 quella realizzata all’interno della nuova ala dell’ospedale di Torregalli, per un totale di 35 letti. L’hospice delle ex Oblate è di proprietà di Careggi, ceduta in gestione alla azienda sanitaria. I quattro piani ospitano al pian terreno e al primo piano le stanze dei medici e gli ambulatori, al secondo la degenza ospedaliera del servizio psichiatrico di diagnosi e cura e l’hospice al terzo piano. I settori dedicati alla degenza hanno due entrate ben distinte. Nell’hospice lavorano medici, personale sanitario e psicologi. Tra loro anche dieci professionisti provenienti dal master in cure palliative. E poi tanti volontari della fondazione File, del Calcit, della Lega Tumori Firenze. Proprio la presidente di File, Donatella Carmi Bartolozzi ha tagliato il nastro dell’hospice con l’assessore regionale Enrico Rossi, il responsabile cure palliative Piero Morino, la direttrice sanitaria del presidio Antonietta Marseglia, il direttore di Careggi Edoardo Majno e il direttore dell’Istituto toscano tumori Gianni Amunni. 

 

Da La Nazione di Firenze martedì 01 luglio 2008


Peppino Englaro, insisti su Firenze.



Medici fiorentini, riparate il torto fatto a Giorgio Conciani.


Azienda sanitaria fiorentina, Regione Toscana, in nome di Pietro Leopoldo, ponete fine a questa tortura.


F.to: Urbano.

Eluana Englaro

La carta di Pontignano


Considerato che


Il processo del morire segna il compimento della vita, tale fase non può essere né rimossa né espropriata da una singola disciplina, ma attraversata permettendo a ciascuno di trovare i segni che meglio rappresentino l'esplicitazione dei desideri e le modalità del congedo dai propri affetti.

Assunti come basilari i principi inseriti nella “Carta dei diritti del morente” elaborata dalla Fondazione Floriani nel 1997.

Al fine di ridurre i nodi critici dell'assistenza alla persona morente, la necessità di garantire tempi e spazi idonei alla comunicazione con il malato e la sua famiglia per affrontare le problematiche connesse al processo del morire nel rispetto della riservatezza;

costruire una alleanza tra èquipe sanitaria e famiglia anche la fine di sostenere il processo del morire senza dolore e il rispetto delle volontà del paziente;

facilitare il riconoscimento e la gestione delle emozioni di ciascuna persona coinvolta, garantendo un clima di serenità attorno a chi muore;

accogliere le esigenze della persona morente - con particolare attenzione ai bisogni specifici dei bambini e degli adolescenti favorendo l'espressione dei suoi desideri e delle sue volontà per le ultime fasi della vita fino alla cura e al trattamento della salma;

facilitare e sostenere le diverse forme di elaborazione del lutto nel pieno rispetto delle ritualità e delle culture di appartenenza del soggetto deceduto e della sua famiglia
.

La trovi qui.




CARTA DEI DIRITTI DEL MORENTE

Chi sta morendo ha diritto:

a essere considerato come persona sino alla morte;

a essere informato sulle sue condizioni, se lo vuole;

a non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere;

a partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto della sua volontà;

al sollievo del dolore e della sofferenza;

a cure ed assistenza continue nell'ambito desiderato;

a non subire interventi che prolunghino il morire;

a esprimere le sue emozioni;

all'aiuto psicologico e al conforto spirituale secondo le sue convinzioni e la sua fede;

alla vicinanza dei suoi cari;

a non morire nell'isolamento e in solitudine;

a morire in pace e con dignità.

(Carta pubblicata il 15/05/1997 dal Comitato Etico presso la Fondazione Floriani).

La trovi qui.


Sito da tenere sempre presente: Laborcare 


 A Firenze c'è:


Un hospice per i malati nell’ex convento

 

ERA un convento di suore, le Oblate francescane che qui fondarono il primo nucleo dell’ospedale Santa Maria Nuova. Ora è il primo hospice pubblico di Firenze. In piazza di Careggi 1, proprio al fianco dell’antica torre di 800 anni fa che dà il nome a tutta la zona, ieri è stato ufficialmente inaugurata la prima residenza per malati terminali di tumore. «Cerchiamo per quanto possibile di assisterli a casa — spiega il direttore generale dell’Asl 10 Luigi Marroni —, ma non tutti hanno un’abitazione dove essere curati». Così la Regione ha stanziato 6 milioni di euro per costruire in tutto il territorio toscano delle residenze di assistenza sanitaria e psicologica alla fine della vita. A Firenze saranno tre: oltre agli 11 posti letto più uno in day hospice dell’ex convento delle Oblate, a novembre sarà attivata la sede di San Felice a Ema, nel 2009 quella realizzata all’interno della nuova ala dell’ospedale di Torregalli, per un totale di 35 letti. L’hospice delle ex Oblate è di proprietà di Careggi, ceduta in gestione alla azienda sanitaria. I quattro piani ospitano al pian terreno e al primo piano le stanze dei medici e gli ambulatori, al secondo la degenza ospedaliera del servizio psichiatrico di diagnosi e cura e l’hospice al terzo piano. I settori dedicati alla degenza hanno due entrate ben distinte. Nell’hospice lavorano medici, personale sanitario e psicologi. Tra loro anche dieci professionisti provenienti dal master in cure palliative. E poi tanti volontari della fondazione File, del Calcit, della Lega Tumori Firenze. Proprio la presidente di File, Donatella Carmi Bartolozzi ha tagliato il nastro dell’hospice con l’assessore regionale Enrico Rossi, il responsabile cure palliative Piero Morino, la direttrice sanitaria del presidio Antonietta Marseglia, il direttore di Careggi Edoardo Majno e il direttore dell’Istituto toscano tumori Gianni Amunni. 

 

Da La Nazione di Firenze martedì 01 luglio 2008


Peppino Englaro, insisti su Firenze.



Medici fiorentini, riparate il torto fatto a Giorgio Conciani.


Azienda sanitaria fiorentina, Regione Toscana, in nome di Pietro Leopoldo, ponete fine a questa tortura.


F.to: Urbano.

domenica 3 agosto 2008

Eluana Englaro

Siamo al trionfo dell’ipocrisia. Sono almeno sette anni che il Parlamento, governato per cinque anni dal centrodestra e per due dal centrosinistra, non riesce, o meglio non vuole legalizzare il testamento biologico. Poi, finalmente, la Corte di Cassazione accoglie uno dei tanti ricorsi presentati dal padre di Eluana Englaro sulla base di un articolo della nostra Costituzione che dice esattamente: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.  Di conseguenza, la Cassazione rinvia il caso ai giudici milanesi, disponendo di accertare quale era l’effettiva volontà di Eluana quando era capace di intendere e di volere e quindi di decidere in conformità. I giudici, dopo aver accertato sulla base di varie circostanze che Eluana non avrebbe voluto essere sottoposta al trattamento che l’affligge da 16 anni, autorizzano il padre al distacco del sondino nasogastrico.

Succede il finimondo. La Chiesa ed i politici filoclericali di ambedue gli schieramenti (ma in maggior parte del centrodestra) si scatenano per impedire a papà Englaro di eseguire una sentenza emessa in nome del popolo italiano e in aderenza alla Costituzione repubblicana. Il tribunale di Milano ricorre contro una sentenza dei suoi giudici.

Il senatore Cossiga propone addirittura un “conflitto di attribuzione” davanti la Corte Costituzionale fra i poteri del Parlamento e quelli della Magistratura.
Tale proposta viene approvata a maggioranza dai due rami del Parlamento, dimenticando che se veramente esistesse un “buco nella rete del diritto” sarebbe appunto compito e dovere del Parlamento colmarlo, approvando una legge che per sette anni non ha voluto approvare.

E la ciliegina sulla torta dell’ipocrisia la mette il Senato. Infatti, prevedendo che la Corte Costituzionale respingerà – come è naturale - la tesi di un “conflitto di attribuzione” fra i poteri dello Stato, il Senato ha deliberato all’unanimità di approvare entro il 2008 la legge per il testamento biologico.

In tal modo i senatori “filoclericali” intendono stabilire per legge che l’alimentazione e l’idratazione artificiale NON COSTITUISCONO trattamento sanitario e NON VIOLANO il rispetto della persona umana, e pertanto NON RIENTRANO nei casi previsti dall’art. 32 della Costituzione, mentre i senatori “laici”  intendono stabilire il contrario. E poiché i primi sono molto di più dei secondi, è facile prevedere come andrà a finire.

Con buona pace  della laicità delle istituzioni, della autodeterminazione della persona umana e dello Stato di diritto. 
 

Giampietro Sestini







***************************************************

LiberaUscita

Associazione nazionale laica e apartitica

per la legalizzazione del testamento biologico

e la depenalizzazione dell'eutanasia 

Via Genova, 24 - 00184 Roma

apertura sede: lun-merc-ven. ore 8:30 - 10:30

tel e fax: 0647823807

sito web: www.liberauscita.it 

email: info@liberauscita.it 


824 - UNA LIBERA SCELTA PER ELUANA - DI ENZO MAZZI

da: il manifesto, di venerdì 11 luglio 2008

E’ un annuncio di liberazione e di resurrezione la sentenza della Corte D'Appello di Milano che accoglie il reclamo del padre di Eluana, la ragazza in coma irreversibile da sedici anni. Lo è per lei e per tutti noi che amiamo la vita e amiamo quindi la sua intrinseca finitezza. Scusate l'enfasi che mi è suggerita dal clima regressivo in campo etico che stiamo vivendo in Italia da molti anni senza un barlume di speranza. E insisto. Beppino Englaro potrà dare di nuovo la vita a sua figlia, quasi generarla di nuovo. Sospendendo l'alimentazione forzata potrà compiere nei confronti della figlia il gesto generativo più forte. E sarà anche la scelta più densa di fede cristiana.

Sarà come un secondo battesimo, non in senso ritualista, ma come immersione nella dimensione della resurrezione, cioè della vita che perennemente rinasce. L'impietosa e ottusa intransigenza delle gerarchie vaticane è ancora una volta il segno di una inadeguatezza di fronte alle grandi trasformazioni che investono ormai tutti i campi del vivere ed evidenzia una forte contraddizione dal punto di vista della stessa fede cristiana. Ma può essere anche il segno della estrema debolezza in cui si trova il sistema del dominio del sacro, mi scuso per l'approssimazione, che fin dagli inizi della storia è fondato sull'ancestrale paura della morte.

Tutti i sistemi di potere per affermarsi e mantenersi hanno sfruttato a piene mani la paura della morte. A cominciare dal potere attribuito a Dio in quasi tutte le religioni e culture. Dio e morte sono considerati da sempre nemici inconciliabili fra loro, ma in un certo senso anche alleati perché Dio usa la morte come strumento di condanna per il peccato.

Ed è proprio questo binomio di opposti, Dio/morte, che forse è in crisi, già dal tempo di Francesco d'Assisi che cantava la morte-sorella. Su di esso occorre lavorare per portare un po' avanti la nostra liberazione dalla paura.

Sul tema dell'eutanasia molto si parla in termini politici, biologici, medici, giuridici. E già questo è un segno di maturazione della coscienza collettiva. Poco si è parlato e si parla però delle radici inconsce che condizionano le nostre scelte, fra cui certamente il binomio Dio/morte.

Al fondo dei problemi etici che agitano il nostro tempo c'è questo Dio tene­ro per certi aspetti e terrificante per altri c'è questo Dio che ci ama fino a in­carnarsi e sacrificarsi per salvarci dal peccato ma ci condanna a assaporare fino in fondo la sofferenza, anche se si fa insopportabile, una sofferenza si ba­di bene che lui stesso ci manda e ci im­pone finché lui vuole, nella sua imper­scrutabile volontà e provvidenza. E se pretendiamo sostituirci a lui nel decide­re, sostenuti e moderati dalla rete delle relazioni affettive e tecniche, quando è il momento di rifiutare una sofferenza il cui scopo è solo la tortura per se stes­sa, ci condanna alla seconda morte, cioè a quella eterna dell'anima.

Della paura sono vittime preti, medi­ci, cattolici in genere. Ma anche tanti laici.

La paura del binomio divinità/morte è sepolta da millenni nell'inconscio col­lettivo, nella zona più oscura della vita individuale e sociale. Quella paura non basta esorcizzarla con esercizi pura­mente mentali; non ritengo sufficiente ad esempio il negazionismo ateista. Perché dal profondo emerge in forme mascherate.

La paura, sepolta nella zona più oscu­ra della vita, ha bisogno innanzi tutto di essere riconosciuta, narrata e analizzata. Le emergenze etiche posso essere l'occasione per dare finalmente cittadi­nanza a esperienze essenziali del vivere umano.

Il problema è che da soli non ci si rie­sce e mancano luoghi per socializzare tali elaborazioni e esperienze. O forse non si cercano.

Commento. L’articolo di Enzo Mazzi, ex-sacerdote della comunità l’Isolotto di Firenze, è molto importante perché rappresenta l’altro modo con cui la Chiesa cattolica potrebbe svolgere il suo ruolo nella società moderna, un ruolo che sotto Giovanni XXIII la Chiesa aveva inaugurato ma che è stato dapprima corretto da Giovanni Paolo II e poi stravolto da Benedetto XVI. Si tratta di leggere le parole del Signore e le sacre scritture alla luce dei loro principi ispiratori: fede, speranza, carità. A titolo di esempio, riporto un passo tratto dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi (13, 1-13): “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine… Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Invece la Chiesa, anziché interpretare il gesto di papà Englaro come un segno di amore e di carità cristiana, preferisce bollarlo come assassinio, ossessionata com’è dalla “paura della morte”. Una paura forse comprensibile per un ateo, ma non certamente per coloro che credono, morendo, di vivere finalmente la vita eterna. ( Gianpiero Sestini su Il Punto n.48, periodico online di Libera Uscita).

 Nota: Enzo Mazzi non è ex-sacerdote della comunità..., ma ex parroco della parrocchia di S.Maria delle Grazie di Firenze. Questo a termine di diritto canonico vigente.

Eluana Englaro

Siamo al trionfo dell’ipocrisia. Sono almeno sette anni che il Parlamento, governato per cinque anni dal centrodestra e per due dal centrosinistra, non riesce, o meglio non vuole legalizzare il testamento biologico. Poi, finalmente, la Corte di Cassazione accoglie uno dei tanti ricorsi presentati dal padre di Eluana Englaro sulla base di un articolo della nostra Costituzione che dice esattamente: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.  Di conseguenza, la Cassazione rinvia il caso ai giudici milanesi, disponendo di accertare quale era l’effettiva volontà di Eluana quando era capace di intendere e di volere e quindi di decidere in conformità. I giudici, dopo aver accertato sulla base di varie circostanze che Eluana non avrebbe voluto essere sottoposta al trattamento che l’affligge da 16 anni, autorizzano il padre al distacco del sondino nasogastrico.

Succede il finimondo. La Chiesa ed i politici filoclericali di ambedue gli schieramenti (ma in maggior parte del centrodestra) si scatenano per impedire a papà Englaro di eseguire una sentenza emessa in nome del popolo italiano e in aderenza alla Costituzione repubblicana. Il tribunale di Milano ricorre contro una sentenza dei suoi giudici.

Il senatore Cossiga propone addirittura un “conflitto di attribuzione” davanti la Corte Costituzionale fra i poteri del Parlamento e quelli della Magistratura.
Tale proposta viene approvata a maggioranza dai due rami del Parlamento, dimenticando che se veramente esistesse un “buco nella rete del diritto” sarebbe appunto compito e dovere del Parlamento colmarlo, approvando una legge che per sette anni non ha voluto approvare.

E la ciliegina sulla torta dell’ipocrisia la mette il Senato. Infatti, prevedendo che la Corte Costituzionale respingerà – come è naturale - la tesi di un “conflitto di attribuzione” fra i poteri dello Stato, il Senato ha deliberato all’unanimità di approvare entro il 2008 la legge per il testamento biologico.

In tal modo i senatori “filoclericali” intendono stabilire per legge che l’alimentazione e l’idratazione artificiale NON COSTITUISCONO trattamento sanitario e NON VIOLANO il rispetto della persona umana, e pertanto NON RIENTRANO nei casi previsti dall’art. 32 della Costituzione, mentre i senatori “laici”  intendono stabilire il contrario. E poiché i primi sono molto di più dei secondi, è facile prevedere come andrà a finire.

Con buona pace  della laicità delle istituzioni, della autodeterminazione della persona umana e dello Stato di diritto. 
 

Giampietro Sestini







***************************************************

LiberaUscita

Associazione nazionale laica e apartitica

per la legalizzazione del testamento biologico

e la depenalizzazione dell'eutanasia 

Via Genova, 24 - 00184 Roma

apertura sede: lun-merc-ven. ore 8:30 - 10:30

tel e fax: 0647823807

sito web: www.liberauscita.it 

email: info@liberauscita.it 


824 - UNA LIBERA SCELTA PER ELUANA - DI ENZO MAZZI

da: il manifesto, di venerdì 11 luglio 2008

E’ un annuncio di liberazione e di resurrezione la sentenza della Corte D'Appello di Milano che accoglie il reclamo del padre di Eluana, la ragazza in coma irreversibile da sedici anni. Lo è per lei e per tutti noi che amiamo la vita e amiamo quindi la sua intrinseca finitezza. Scusate l'enfasi che mi è suggerita dal clima regressivo in campo etico che stiamo vivendo in Italia da molti anni senza un barlume di speranza. E insisto. Beppino Englaro potrà dare di nuovo la vita a sua figlia, quasi generarla di nuovo. Sospendendo l'alimentazione forzata potrà compiere nei confronti della figlia il gesto generativo più forte. E sarà anche la scelta più densa di fede cristiana.

Sarà come un secondo battesimo, non in senso ritualista, ma come immersione nella dimensione della resurrezione, cioè della vita che perennemente rinasce. L'impietosa e ottusa intransigenza delle gerarchie vaticane è ancora una volta il segno di una inadeguatezza di fronte alle grandi trasformazioni che investono ormai tutti i campi del vivere ed evidenzia una forte contraddizione dal punto di vista della stessa fede cristiana. Ma può essere anche il segno della estrema debolezza in cui si trova il sistema del dominio del sacro, mi scuso per l'approssimazione, che fin dagli inizi della storia è fondato sull'ancestrale paura della morte.

Tutti i sistemi di potere per affermarsi e mantenersi hanno sfruttato a piene mani la paura della morte. A cominciare dal potere attribuito a Dio in quasi tutte le religioni e culture. Dio e morte sono considerati da sempre nemici inconciliabili fra loro, ma in un certo senso anche alleati perché Dio usa la morte come strumento di condanna per il peccato.

Ed è proprio questo binomio di opposti, Dio/morte, che forse è in crisi, già dal tempo di Francesco d'Assisi che cantava la morte-sorella. Su di esso occorre lavorare per portare un po' avanti la nostra liberazione dalla paura.

Sul tema dell'eutanasia molto si parla in termini politici, biologici, medici, giuridici. E già questo è un segno di maturazione della coscienza collettiva. Poco si è parlato e si parla però delle radici inconsce che condizionano le nostre scelte, fra cui certamente il binomio Dio/morte.

Al fondo dei problemi etici che agitano il nostro tempo c'è questo Dio tene­ro per certi aspetti e terrificante per altri c'è questo Dio che ci ama fino a in­carnarsi e sacrificarsi per salvarci dal peccato ma ci condanna a assaporare fino in fondo la sofferenza, anche se si fa insopportabile, una sofferenza si ba­di bene che lui stesso ci manda e ci im­pone finché lui vuole, nella sua imper­scrutabile volontà e provvidenza. E se pretendiamo sostituirci a lui nel decide­re, sostenuti e moderati dalla rete delle relazioni affettive e tecniche, quando è il momento di rifiutare una sofferenza il cui scopo è solo la tortura per se stes­sa, ci condanna alla seconda morte, cioè a quella eterna dell'anima.

Della paura sono vittime preti, medi­ci, cattolici in genere. Ma anche tanti laici.

La paura del binomio divinità/morte è sepolta da millenni nell'inconscio col­lettivo, nella zona più oscura della vita individuale e sociale. Quella paura non basta esorcizzarla con esercizi pura­mente mentali; non ritengo sufficiente ad esempio il negazionismo ateista. Perché dal profondo emerge in forme mascherate.

La paura, sepolta nella zona più oscu­ra della vita, ha bisogno innanzi tutto di essere riconosciuta, narrata e analizzata. Le emergenze etiche posso essere l'occasione per dare finalmente cittadi­nanza a esperienze essenziali del vivere umano.

Il problema è che da soli non ci si rie­sce e mancano luoghi per socializzare tali elaborazioni e esperienze. O forse non si cercano.

Commento. L’articolo di Enzo Mazzi, ex-sacerdote della comunità l’Isolotto di Firenze, è molto importante perché rappresenta l’altro modo con cui la Chiesa cattolica potrebbe svolgere il suo ruolo nella società moderna, un ruolo che sotto Giovanni XXIII la Chiesa aveva inaugurato ma che è stato dapprima corretto da Giovanni Paolo II e poi stravolto da Benedetto XVI. Si tratta di leggere le parole del Signore e le sacre scritture alla luce dei loro principi ispiratori: fede, speranza, carità. A titolo di esempio, riporto un passo tratto dalla prima lettera di san Paolo ai Corinzi (13, 1-13): “Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine… Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!”

Invece la Chiesa, anziché interpretare il gesto di papà Englaro come un segno di amore e di carità cristiana, preferisce bollarlo come assassinio, ossessionata com’è dalla “paura della morte”. Una paura forse comprensibile per un ateo, ma non certamente per coloro che credono, morendo, di vivere finalmente la vita eterna. ( Gianpiero Sestini su Il Punto n.48, periodico online di Libera Uscita).

 Nota: Enzo Mazzi non è ex-sacerdote della comunità..., ma ex parroco della parrocchia di S.Maria delle Grazie di Firenze. Questo a termine di diritto canonico vigente.

lunedì 21 luglio 2008

MALATI DA RISPETTARE

 

Caro direttore, la dignità della vita non si discute. Che si tratti di un neonato, di un giovane ammalato, di un anziano disabile o di una persona in stato vegetativo permanente, il valore di quell’esistenza va sempre riconosciuto e rispettato. Tuttavia, di fronte a malattie incurabili che segnano il destino di un essere umano, o di fronte ad una condizione irreversibile come quella di Eluana Englaro, non c’è un solo modo di rapportarsi, non c’è chi ha ragione o chi ha torto, c’è solo un drammatico bisogno di rispetto dei diritti e della dignità.

Le due testimonianze pubblicate nei giorni scorsi su Repubblica dimostrano proprio questo: due donne con la stessa malattia, con il medesimo ineluttabile destino a cui hanno reagito in maniera diametralmente opposta. Una ha scelto di liberarsi dalla sofferenza ponendo fine alla propria esistenza in tragica solitudine. La seconda ha scelto invece di continuare a vivere e ci ricorda, con una forza che obbliga a riflettere, le carenze organizzative di un sistema che non le garantisce tutti i supporti medici e tecnologici che oggi esistono. A questa donna, e a tutti coloro che vivono in situazioni drammaticamente simili, va detto che non c’è nessun motivo per cui il diritto a continuare a vivere non debba essere affermato e difeso. Ci mancherebbe altro! AIlo stesso tempo è difficile non riconoscere che un paziente possa sentirsi abbandonato quando deve lottare per ottenere quegli strumenti e quelle attrezzature mediche indispensabili a garantire il proseguimento della vita in maniera dignitosa.

Ma le responsabilità non vanno attribuite solo e genericamente allo Stato, piuttosto il dito va puntato anche contro l’inerzia delle amministrazioni sanitarie regionali che sono spesso all’origine di gravi disfunzioni e della mancata assistenza a questi malati. I responsabili hanno un nome e cognome, sono quasi sempre i funzionari di un assessorato che non portano avanti le pratiche con la dovuta celerità, che non hanno la sensibilità di capire che dietro alle carte c’è la vita di una persona che attende una firma, un’autorizzazione. Non c’è una strategia nelle loro azioni, la chiamerei piuttosto imperdonabile e gravissima sciatteria. Ciò di cui si dovrebbe dibattere, per arrivare ad una legge che regolamenti la materia in modo chiaro, è il rispetto delle volontà dell’individuo di fronte alla malattia. C’è chi, per motivi personali, culturali, religiosi o altro, afferma la propria volontà di ricevere ogni cura di fronte ad ogni circostanza avversa. Sono persone coraggiose che devono essere ascoltate, sostenute e assistite con ogni mezzo e sostegno economico possibile. Ma c’è anche chi preferisce rinunciare a terapie che considera sproporzionate per se stesso. Ci sono persone che non giudicano accettabile l’idea di trascorrere la propria esistenza in stato vegetativo permanente perché ritengono che la vita sia soprattutto relazione con il mondo e se la relazione non c’è più, per loro la vita perde di signfficato. Anche questa posizione va rispettata senza esprimere giudizi.

Nessuno dei due diritti, alle terapie o alla rinuncia delle terapie, può essere negato. E questo ciò che lo Stato deve garantire: parità di diritti a tutti i cittadini, nel caso specifico il rispetto dell’autodeterminazione dei pazienti nelle decisioni terapeutiche. Le due situazioni mettono dunque in luce problemi gravissimi, sono entrambe importanti, ma non sono direttamente collegate. Il rispetto della vita e della persona non è in contraddizione con il rispetto delle volontà del malato, ma per fare in modo che ognuno possa esercitare un diritto è necessaria una legge che si occupi di tutti gli aspetti che riguardano la fine della vita, dal testamento biologico alle cure palliative alle terapie del dolore. Non serve una legge per staccare la spina, ma una legge perché ogni cittadino, sulla base dei propri principi e dell’articolo 32 della Costituzione, possa liberamente decidere ciò che vuole o non vuole nel momento di passaggio dalla vita alla morte.

 - DI IGNAZIO MARINO
da: la Repubblica di venerdì 18 luglio 2008