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lunedì 17 settembre 2012

Assemblea di domenica 16 settembre 2012


Relazione sulle decisioni prese all'assemblea di domenica 16 settembre 2012

-        Claudia e Luciana hanno socializzato brevemente la loro partecipazione all'assemblea nazionale  -chiesa di tutti chiesa dei poveri - che si è svolta a Roma sabato 15 settembre: domenica prossima 23 settembre faranno una relazione più completa e dettagliata

-        Martedì prossimo 18 settembre alle ore 16 viene alle baracche un giornalista svizzero che vuole fare un'intervista per una radio a diffusione europea su - il concilio e il movimento delle comunità di base italiane -

-        Formazione gruppi della domenica: dopo un esame delle problematiche emerse in ogni gruppo ed alcuni cambiamenti operati, si sono riformati e calendarizzati i gruppi secondo lo schema che invio in allegato.
-        Archivio : Carlo organizzerà un incontro per la prossima settimana  (forse lunedì 24 o mercoledì 26 settembre)di tutto il gruppo che si occupa dell'archivio per mettere a punto alcuni aspetti della gestione, inoltre probabilmente sabato 29 settembre si terrà alle baracche  un incontro sull'archivio cdb a cui parteciperanno coloro che stanno seguendo la cosa a livello nazionale( dalle 5 alle 10 persone)
-        Fascicolo baracche verdi : Luisella e Mario Bencivenni si impegnano a preparare un progetto di diffusione che ci comunicheranno ed alla distribuzione del  quale tutti  siamo impegnati a collaborare
-        Archiviazione libri : Antonietta convocherà per i primi di ottobre una riunione di tutte coloro che hanno dato la loro disponibilità a fare questo lavoro insieme con Barbara Grazzini archivista per cominciare ad organizzare la realizzazione di questo lavoro
-        Calendario gruppi che usano le baracche: Maurizio ha già contattato tutti i gruppi e richiesto conferme e variazioni, comprese le nuove richieste. Inoltre proporrà a tutti un incontro per conoscerci meglio e per distribuire loro il fascicolo Baracche Verdi
-        Visione socializzata di film : Carlo, Claudia, Chiara  si impegnano a fare delle proposte di film da vedere insieme e un calendario di attuazione

-        Rimangono immutati gli impegni sulla gestione socializzata delle baracche, come risulta dallo schema elaborato lo scorso anno

Abbiamo inoltre socializzato alcune ipotesi  di iniziative che ci piacerebbe mettere in ponte, per quanto sarà possibile:
-        Trovare, per chi può o lo desidera, dei momenti di approfondimento su temi di interesse comune magari leggendo e commentando insieme dei  testi, in uno spazio di tempo più largo di quello della domenica. Si potrebbe iniziare un pomeriggio al mese e poi….vedere
-        Pensare ad un eventuale progetto di pubblicazione di articoli di Enzo
-        Pensare alla possibilità di realizzare uno spettacolo teatrale su testi e parole di tanti uomini e donne della comunità e del quartiere, per comunicare valori e memorie magari portandolo anche nelle scuole. Potremmo proporre di farci aiutare dai «Chille della balanza« (Ascoli) che si occupano di teatro a San Salvi e che noi conosciamo.

Nota "conciliare"
In vista dell'anniversario cinquantennale del Concilio Vaticano II si pubblica qui questa memoria di Giovanni Franzoni:



(Relazione tenuta il 9/11/2011 a Madrid  al  31° congresso teologico “Los Fundamentalismos” della Asociación de Teólogos y Teólogas Juan XXIII)

Carissimi amici, amiche, care e cari compagni di viaggio,

è per me un grande onore, e una grande gioia, essere stato invitato in Spagna per partecipare a questo vostro incontro. Vi ringrazio, ma non solo per questo che, in fondo, è un dettaglio; vi ringrazio soprattutto perché voi, malgrado le difficoltà, e malgrado che i tempi non sembrino propizi, continuate con coraggio e levare alta la fiaccola del Concilio Vaticano II, e con tenacia continuate a ribadire la necessità di una riforma evangelica della Chiesa romana. Che intendo, per “tempo poco propizio”? Intendo un tempo vuoto di eticità, e di fronte al quale spiace vedere le gerarchie ecclesiastiche, proprio in questa città, esaltarsi per la riunione spettacolare della Giornata mondiale della gioventù, mentre intanto hanno ignorato le ponderate critiche del Forum di oltre cento curas di Madrid, che mettevano in evidenza le contraddizioni – rispetto all’Evangelo – di molti aspetti, anche finanziari e pastorali, dell’organizzazione della Giornata stessa.

Fatte queste premesse, vorrei spiegarvi perché io presi parte al Concilio, per entrare poi, direttamente, nel nostro tema.

 1/ Per quale ragione io partecipai al Concilio.

Avete davanti a voi una persona anziana (sono nato nel 1928) che, quando era giovane, ha avuto la ventura di partecipare al Vaticano II. A quell’evento presero parte circa duemilacinquecento padri, ma, a cinquant’anni di distanza, quasi tutti sono morti. Io sono uno dei pochissimi “padri” sopravissuti (insieme, in Italia, al mio amico monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea); quindi, avete davanti a voi un testimone diretto. Sottolineo questo aspetto perché frequenti sono stati, in questi ultimi anni, i convegni dedicati al Concilio: teologi e storici, che magari negli anni Sessanta del secolo scorso erano dei ragazzini, o non erano ancor nati, hanno riflettuto su quell’evento, dicendo anche cose profonde e importanti; e, tuttavia, di norma, senza sentire il bisogno di ascoltare qualcuno dei padri conciliari ancora viventi. Non che noi, vecchi e spesso malati, possediamo la verità, o siamo indispensabili: ma, qualcosa di interessante potremmo perché testimoni del contesto (umori, attese, timori, delusioni, indignazioni) nel quale furono discussi e stesi i documenti. Un contesto che nessun verbale o cronaca ufficiale, e tanto meno i documenti stessi possono conservare.

     Nel 1964 io, monaco benedettino, fui eletto abate del monastero benedettino di san Paolo fuori le Mura. Pur non essendo vescovo, come abate di san Paolo – un’abazia nullius – avevo il diritto, sancito dai canoni, di prendere parte al Concilio, insieme agli altri abati nella stessa condizione giuridica. Ero, allora, uno dei più giovani padri conciliari: avevo solo 36 anni! Nell’autunno del 1964 partecipai dunque alla terza sessione del concilio, e l’autunno seguente alla quarta ed ultima.

     Quale “etichetta” affibbiarmi, come padre conciliare? Diciamo così che, su molti dei punti che il Concilio doveva affrontare, ero entrato al Vaticano II come un “moderato”; ma su alcuni altri ero “progressista” e, in questo cammino, fui risvegliato al Concilio dalla presenza e dagli interventi di cardinali come il belga Leo Suenens, arcivescovo di Malines-Bruxelles, o di Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, o di patriarchi come il greco-melkita Maximos IV Saigh. Timido com’ero, in Concilio non presi mai la parola; tuttavia, quando la Conferenzaepiscopale italiana fece una riunione per riflettere sulla collegialità episcopale, trattata dal terzo capitolo della Lumen gentium, presi la parola in assemblea. In quella occasione monsignor Antonio Poma – allora vescovo di Mantova;  nel 1968 sarebbe stato scelto da Paolo VI come arcivescovo di Bologna, al posto del “defenestrato” Lercaro – espresse molti timori sulla collegialità episcopale, sostenendo che essa oscurava il primato del papa. Io allora mi alzai, e, proprio prendendo l’esempio dalla Chiesa cattolica di rito orientale, retta in forma sinodale, affermai che il primato papale non viene diminuito ma, al contrario, rafforzato dalla collegialità episcopale. Ricordo che diversi vescovi vennero a congratularsi con il mio intervento e, di fatto, poi l’episcopato italiano, nel suo insieme, e salvo alcuni vescovi tradizionalisti, non fu più rigidamente contrario alla collegialità.

 2. L’atteggiamento ambivalente di Paolo VI

E, dalla cronaca di quel giorno, cerchiamo ora di rispondere alla domanda che è al cuore della questione che mi avete posto: perché, come mai, a noi appare che il Concilio sia stato, e proprio cominciando dai papi, sempre più disatteso, svuotato e, forse, tradito? Una risposta esaustiva esigerebbe, naturalmente, uno studio esaustivo che qui non possiamo fare. Mi limiterò dunque ad alcuni flash, quasi titoli e sommari di una possibile e desiderabile più ampia trattazione.

      Oggi da più parti, anche nei nostri ambienti, si afferma spesso che furono Giovanni Paolo II e poi il cardinale Joseph Ratzinger, dal 2005 divenuto Benedetto XVI, a dare una sterzata per frenare i fermenti post-conciliari e imporre un’interpretazione minimalista e restrittiva del Vaticano II. Secondo me, invece, fu lo stesso Paolo VI a porre delle premesse perché il Concilio potesse essere, almeno in parte, addomesticato, e il post-Concilio raffreddato.

     Quando – novembre 1964 – il Concilio finalmente si apprestava ad approvare solennemente la costituzione sulla Chiesa, papa Montini obbligò ad allegare al testo  una “Nota esplicativa previa” al terzo capitolo della Lumen gentium, quello appunto che affrontava il tema della collegialità, cioè i rapporti tra primato papale e potere del collegio episcopale. La Nota ribadisce, in modo esasperato, il potere papale, dando di questo una interpretazione che, in prospettiva, svuotava la collegialità episcopale pur affermata dalla Lumen gentium (per essere preciso, ricordo che il testo conciliare non usa mai il sostantivo “collegialità”, ma parla del “collegio dei vescovi”); essa ripete cento volte che tale collegio nulla può “senza il suo capo”, cioè senza il sommo pontefice. Salvo eccezioni,la Curia romana sostenne poi che la “Nota previa” era un atto del Concilio. Ma non è così: essa è un atto papale, di sola responsabilità di Paolo VI. Il Concilio ne ha semplicemente preso atto, ma senza fare suo, formalmente, tale testo.

     Sempre a proposito della Lumen gentium: quando si arrivò a discutere del capitolo ottavo, che parla della Vergine Maria, l’episcopato polacco – guidato dal cardinale Stefan Wyszynski – si batté energicamente perché nel testo la Vergine fosse proclamata “Madre della Chiesa”. Un titolo che la maggioranza dei padri conciliari ritenne teologicamente insostenibile. I polacchi insistettero, gli altri pure. Infine, nel testo finale, il discusso titolo non c’era. Che fece, allora, Paolo VI? Nel discorso del 21 novembre 1964, dopo che quel giorno il Concilio approvò solennemente la costituzione Lumen gentium, egli proclamòla Madonna “madre della Chiesa… e vogliamo che con tale titolo soavissimo d’ora innanzi la vergine venga ancor più onorata e invocata da tutto il popolo cristiano”. E così, in un colpo solo, il pontefice scavalcava il Concilio che, a gran maggioranza, aveva respinto quel titolo, e faceva questo proprio mentre si approvava un testo che affermava la collegialità episcopale. Attenzione, sembrava dire il papa, discutete fin che volete, ma, alla fine, deciderò come pare a me. Di fatto, cioè, mentre con il Concilio egli proclamava la collegialità episcopale, ne dava una interpretazione personale minimizzante e una attuazione monca.

     Altro scenario. Quando, con il decreto Presbyterorum ordinis, nella quarta sessione ci apprestammo a discutere sul ministero e la vita sacerdotale, si dovette affrontare il problema del celibato obbligatorio per i preti della Chiesa latina. Emersero interventi del tutto favorevoli a mantenere la legge in vigore ma, anche, qualche intervento che prospettava l’ipotesi di quelli che, poi, si sarebbero chiamati, in latino, i viri probati, cioè uomini maturi, già inseriti nella vita professionale, e padri di famiglia, da ordinare preti. Questi interventi “progressisti”, per quanto rari, turbarono il papa che, allora, scrisse una lettera al consiglio di presidenza del Concilio, chiedendogli di informare l’assemblea che il pontefice avocava a sé la questione del celibato sacerdotale; dunque, la discussione del Vaticano II in merito veniva troncata. Nel 1967, poi, papa Montini pubblicava l’enciclica Sacerdotalis caelibatus nella quale respingeva ogni ipotesi di cambiamento della legge in vigore. Ma tutti sanno che, da allora, per tutti questi cinquant’anni la questione del celibato ha provocato infiniti dibattiti, molto malessere, molta sofferenza. Se il papa avesse lasciato piena libertà al Concilio, forse si sarebbe aperto il varco per una riforma. Ma il papa decise, e i padri conciliari non ebbero il coraggio di insistere per mantenere la libertà di dibattere quello spinoso tema.

    Anche sulla Gaudium et spes il papa fece un intervento autoritativo che provocò gravi conseguenze. Quando si discusse sui metodi moralmente legittimi per regolare le nascite, numerosi padri – Suenens e Maximos IV tra essi – sostennero che ai coniugi andava lasciata libertà di coscienza; tesi contraddetta da padri meno numerosi ma combattivi. Decisi a riaffermare la Casti connubii, l’enciclica con cui nel 1930 Pio XI dichiarava essere colpa grave impedire il normale processo generativo di un singolo atto coniugale, i padri “conservatori” si opposero in ogni modo alle proclamate aperture e innovazioni. I “progressisti” ribadirono che – era stata appena scoperta la “pillola” – non era saggio opporsi alla scienza, ed emettere sentenze in campo così opinabile. Apparve chiaro che la gran maggioranza del Concilio era a favore delle tesi “aperte”. Intervenne allora Paolo VI, ed avocò a sé la determinazione dei mezzi moralmente leciti per regolare le nascite. Il che fece con l’enciclica Humanae vitae di cui parleremo poi.

     Ricorderò, infine, che molti padri, ormai affascinati dal dibattito conciliare, e ogni giorno più consapevoli della posta in gioco, speravano che, dopo la quarta sessione, altre ancora ce ne fossero. Ma, aprendo quella, il segretario del Concilio, monsignor Pericle Felici, dopo aver spiegato ai padri il programma dei lavori,  annunciò che la quarta sessione erit ultima, sarà l’ultima. Così, ovviamente, aveva deciso Paolo VI, che temeva che il protrarsi del Vaticano II avrebbe fatto ombra all’autorità papale.

     Da questi pochi esempi (altri se ne potrebbero addurre) risulta abbastanza evidente che fu Paolo VI a fare delle scelte che amputarono il Concilio delle sue potenzialità, e pose le premesse per una interpretazione riduttiva dei documenti del Vaticano II. Dunque Wojtyla e Ratzinger poterono, poi, riferirsi a lui per portare avanti una attuazione restrittiva e limitativa del Concilio. Ma – e questa è l’altra faccia della medaglia – Montini non fece solo questi interventi. Ne fece altri, e di altro orientamento. Qui ne ricorderò uno che, a me, parve allora, e pare ancor oggi, di grande significato storico, teologico ed ecclesiale.

Un vescovo italiano si levò un giorno a parlare osservando che chi invocava una “Chiesa dei poveri” non diceva nulla di nuovo, in quanto al Chiesa era sempre stata dei poveri. Successivamente prese la parola il patriarca dei melkiti Maximos IV Saigh il quale, in un breve e secco intervento di risposta, disse che era vero che la Chiesa era sempre stata per i poveri, ma li aveva sempre lasciati poveri. Essendovi nel nostro tempo un forte movimento di riscatto delle popolazioni dalla povertà, concluse dicendo che era opportuno che la Chiesa fosse con i poveri.

Ebbene, dopo pochi giorni Maximos celebrò in san Pietro una liturgia in rito bizantino: da un tronetto collocato nella parte opposta del transetto, Paolo VI assisteva alla messa con la tiara in capo.  All’offertorio il papa si tolse la tiara (quella preziosa, regalatagli dai cattolici milanesi quanto nel 1963 era stato eletto papa), si alzò, attraversò tutto il presbiterio e la depose sulle ginocchia del patriarca. Io vidi in questo gesto – e sono sicuro che così lo intendeva anche il pontefice – la scelta di chiudere con l’era del potere temporale dei papi, un potere che era rappresentato da una delle tre corone della tiara (detta anche, per questo, “triregno”).  Non era, cioè, un gesto tanto per fare, ma una scelta strategica meditata. Bisogna notare infatti che, nessun papa dopo di lui è mai apparso con la tiara sul capo. Si può supporre che Paolo VI abbia detto qualcosa sulla definitiva eliminazione di questo arrogante simbolo dl potere, anche politico, del papato. Lasciamo da parte il fatto che la tiara fu poi portata in giro negli Stati Uniti per raccogliere soldi; ma, in sé, il gesto del papa era solenne e pregnante. Ma… le escrescenze del potere papale ereditate dalla storia, che sono ben altra cosa dalla sostanza del carisma petrino, non sono state purtroppo abbandonate; e, anzi, Wojtyla e Ratzinger le hanno accresciute.

     Certo, dobbiamo ammetterlo, papa Montini si trovava in una situazione scomoda: doveva cercare di tenere unito il Concilio scosso da opposte tendenze. Da questo punto di vista, si può ben comprendere il suo tentativo di far annacquare i testi conciliari fino al punto di farli accettare dalla minoranza conciliare, attestata su posizioni tenacemente conservatrici. Tuttavia, si deve anche rilevare – mi sembra – che spesso la sua opera di mediazione finì con il limitare, o cancellare, la libertà del Concilio; e, soprattutto, differì al futuro problemi che, poi, sarebbero scoppiati, provocando disastrose conseguenze. Montini era ossessionato dalla ricerca di una unanimità morale su tutti i testi conciliari: nobile proposito che, però, avrebbe  solo sopito, ma non cancellato tensioni laceranti.

 3. Le contraddizioni dei testi conciliari.

Nei testi conciliari – in particolare nella Lumen gentium – si sovrappongono due visioni ecclesiologiche: l’una, legata al Concilio di Trento e al Vaticano I, che vedevala Chiesa come “società perfetta”, quasi una piramide con al vertice il romano pontefice. Diciamo, una visione giuridica della Chiesa. L’altra visione, invece, vedevala Chiesa come “comunione”, come popolo in cammino nella storia per annunciare l’evangelo e, stringendo le mani con tutte le persone di buona volontà, deciso a fare la sua parte, senza pretese di primogenitura, per favorire la pace e la giustizia nel mondo.

     Più che scegliere tra queste due visioni, il Concilio le sovrappone, le mescola. Facciamo un esempio. Nel primo schema sulla Chiesa preparato in sostanza dalla Curia romana, il secondo capitolo era dedicato alla gerarchia, il terzo al popolo di Dio. Ma, infine, la Lumen gentium ha rovesciato l’ordine: il popolo di Dio al secondo capitolo, la gerarchia al terzo. Tuttavia, mentre il secondo capitolo apre ampi orizzonti, e sembra ricalcato sulla ecclesiologia della comunione, il terzo ha un altro sapore, un’altra angolazione, e gravato da una visione giuridica. Per cui, pur affermando la collegialità episcopale, la limita da ogni parte.

    A parte questo, i documenti conciliari sono disseminati di limitazioni: i vescovi potranno fare, se il papa consentirà… I laici potranno fare, se il vescovo permetterà… Questo e quello si potrà fare, ma solo se i tempi lo consentono…

    Fatte queste premesse, che accadde, quando i padri, terminato il Concilio, tornarono a casa? Alcuni ritenevano che, quanto affermato dal Vaticano II, fosse il massimo che si potesse concedere; e dunque si adoperarono per smorzare ogni prospettiva innovativa; altri, al contrario, erano del parere che il Concilio avesse detto il minimo che si potesse dire perché tutti lo accettassero, lasciando poi alle chiese locali, di fare altri, ulteriori passi in avanti. Gli uni e gli altri potevano trovare nei testi conciliari le frasi che sostenevano le loro tesi.

 4. Il post-Concilio, delusioni, contraddizioni, speranze.

Fare la storia del post-Concilio significherebbe di fatto fare la storia della Chiesa cattolica romana degli ultimi cinquant’anni: impresa ovviamente impossibile in questo mio breve intervento. Mi limiterò, dunque, a indicare, i punti che secondo me sono più interessanti, per capire che cosa è accaduto, e per dare a noi qualche indicazione per il nostro cammino futuro.

    Nell’insieme, la Curiaromana, sotto Paolo VI, ha fatto di tutto per normalizzare la situazione, e depotenziare il Concilio. In particolare, fu depotenziata l’attuazione della collegialità episcopale: infatti, il Sinodo dei vescovi, istituito dal papa mentre iniziava la quarta sessione, e dunque sottraendo al Vaticano secondo un dibattito su tale argomento capitale, non è una vera attuazione della collegialità episcopale (pensate che il motu proprio Apostolica sollicitudo con cui papa Montini istituisce il Sinodo non cita mai la Lumen gentium!): Paolo VI concepisce il Sinodo come un organismo per “consigliare” il papa, che rimane libero di accogliere o respingere le proposte dell’Assemblea. E, nella attuazione pratica, le Assemblee sinodali sono state articolate in modo da attenuare la libertà dei vescovi, anche se, talora, come nel Sinodo del 1971 che affrontava il tema del sacerdozio ministeriale, alcuni padri ebbero il coraggio di parlare di argomenti-tabù – come i viri probati e, addirittura, i ministeri femminili.

     Ancor più: nulla è stato fatto per concretizzare l’affermazione conciliare della Chiesa come “popolo di Dio”. Sarebbe del tutto logico che, posta questa premessa, fosse istituito una specie di Senato della Chiesa cattolica, ove fossero rappresentanti vescovi, preti, monaci, monache, religiosi, religiose, laici, uomini e donne, per dibattere insieme i problemi maggiori. O, meglio, accanto ad ogni Conferenza episcopale (che riunisce le Chiese locali di una data nazione o di un dato territorio), dovrebbe esserci questo Senato, che invierebbe un suo rappresentante nel Senato della Chiesa cattolica.

      In mancanza di tale organismo rappresentativo a livello universale, alcune Conferenze episcopali hanno scelto delle strade per attuare in modo serio il Vaticano II. La Chiesaolandese ardì addirittura convocare un Concilio pastorale, che osò affrontare anche temi tabù, come il celibato opzionale dei preti, per questo costretta da Roma a fare marcia indietro. In Germania i vescovi vollero un Sinodo che di fatto contestò l’enciclica Humanae vitae. Negli Stati Uniti d’America i vescovi scrissero una lettera sulle donne che, infine, dovettero amputare nei passaggi che, secondola Curia romana, potevano lasciare aperto un varco verso i ministeri femminili. In altri paesi vi furono iniziative analoghe. Insomma, da più parti si cercò di trarre le conseguenze dai principi generali, ma astratti, lanciati dal Concilio. Ma, proprio per la giustapposizione di due ecclesiologie che percorre i testi del Vaticano II, mentre alcuni si fecero forti di talune affermazioni, altri, e cioè la curia romana e i vescovi conservatori, si fecero forti di altre, e dunque si innescò quella tensione, che dura fino ad oggi, tra gli uni e gli altri, ambedue che appoggiano le loro scelte su parole del Concilio.

Non coglierebbero totalmente nel segno coloro che ritenessero sufficienti le categorie dei “progressisti” e dei “conservatori” per identificare le divisioni manifestatesi nel Concilio. Non si trattò sempre di blocchi contrapposti  in base al modo di vedere, in generale  più aperto o più tradizionale. In alcuni casi si è trattato invece di divisioni trasversali, derivanti dal contesto in cui si trovava ad operare ogni singolo episcopato. Poteva così verificarsi che alcuni padri, “progressisti” su determinati argomenti, si rivelassero “conservatori” su altri. L’esempio più evidente fu quello dell’episcopato statunitense, chiuso su temi come la pena di morte o l’armamento atomico e tutto sommato ben fermo sull’autorità monarchica del Papa, ma che si rivelò poi decisamente innovativo sul tema della libertà religiosa (oggetto della “Dichiarazione conciliare” Dignitatis humanae) perché erano nati e cresciuti in un paese dove agli immigrati irlandesi, italiani, latinos, pur essendo disprezzati, venne sempre riconosciuta la libertà religiosa. E così fecero, di quella cattolica, una Chiesa fiorente a tal punto che fu in grado di esprimere un Presidente degli Stati Uniti.

     Il paradigma di tutte queste contraddizioni è stata, secondo me, la vicenda dell’Humanae vitae. Proprio il metodo scelto da Paolo VI (impedire al Concilio un libero dibattito sulla regolazione delle nascite, istituire una commissione di studio per farsi aiutare, smentire le conclusioni di tale organismo perché demolivano le tesi care alla Curia romana, decidere autoritativamente di imporre sulla coscienza dei coniugi dei pesi che l’Evangelo non impone) è la prova evidente, la prova ecclesiologica, della incapacità di Montini di accogliere il senso del Concilio. In lui – e più ancora, poi, in Giovanni Paolo II e in Benedetto XVI – rimane ferma una idea assolutista e monarchica del papato: una idea che contrasta con la radice del ministero petrino come emerge dal Nuovo Testamento e come, purtroppo con grande timidezza, il Vaticano II aveva cercato di far intuire.

     Per non smentire il magistero papale – un magistero recente, perché risaliva a Pio XI – Paolo VI smentì di fatto il Concilio: a suo parere, infatti, il magistero papale è “più” di un Concilio. Aggiungo però tre osservazioni. Prima osservazione: la Humanae vitae chiede ai confessori di trattare con misericordia i coniugi che non accettassero quell’enciclica, ed esplicitamente afferma di non escluderli dai sacramenti. Il che non era scontato. Infatti, dagli Anni Trenta agli Anni Cinquanta – in Italia, almeno; in Spagna non so – i parroci negavano l’assoluzione agli uomini onanisti. Dunque, sotto questo aspetto Montini fece un passo avanti importante. Seconda osservazione: il papa non definì in modo infallibile le sue tesi, come pure chiedeva una parte della Curia e alcuni gruppi di vescovi conservatori. Terza osservazione: Paolo VI fu talmente turbato dall’ondata di critiche – di teologi, di gruppi vari, perfino di alcune Conferenza episcopali, dall’Olanda all’Indonesia – che nei dieci successivi anni di pontificato non emanò più nessuna enciclica.

     Papa Wojtyla, invece, con il valido aiuto del cardinale Ratzinger, pretese di fatto obbedienza assoluta all’enciclica, “come se” essa fosse un pronunciamento infallibile. E così, per esempio, radiarono dall’insegnamento il teologo statunitense Charles Curran che apertamente contestava quell’enciclica tecnicamente “fallibile”, non essendo dal papa stesso voluta come “infallibile”.

     Un punto su cui, invece, a mio parere, sia Montini che Wojtyla hanno proseguito sulla scia del Concilio è l’impegno per la pace e la giustizia nel mondo. Con l’enciclica Populorum progressio nel 1967 Paolo VI ammise addirittura l’insurrezione armata per rovesciare dittature; e alla prima guerra del Golfo, nel 1991, e alla seconda, Giovanni Paolo II levò alta la voce contro quell’”avventura senza ritorno”.

     Ma quando i teologi della liberazione in America latina tentarono di applicare alla concreta situazione del loro Continente sia la Gaudium et spes che la Populorum progressio, e trassero le conseguenze operative dalle forti affermazioni della Conferenza di Medellín sulle “strutture ingiuste della società” che inevitabilmente generano oppressione e povertà, ecco che Paolo VI in modo incipiente, e Wojtyla e Ratzinger in modo sistematico, troncarono autoritativamente la teologia della liberazione. Leonardo Boff èeIvone Gebara sono stati le vittime più illustri di questa politica vaticana. Inoltre, a partire da Wojtyla,la Curia romana ha attuato una politica sistematica per sostituire i vescovi “progressisti” con vescovi “conservatori” e, soprattutto “anti-liberazionisti”. E Quando Oscar Romero morì martire della giustizia in Salvador, a sostituirlo chiamarono un vescovo dell’Opus Dei!

     Ancor più aspra fu la repressione dei papi post-conciliari contro i teologi che, con le loro tesi ecclesiologiche (ben radicate nelle Scritture, e con agganci anche nel Vaticano II), mettevano in questione le strutture di potere della Chiesa romana. Le vittime maggiori (non uniche!) di tale repressione sistematica attuata dalla Curia romana, già a partire da Paolo VI e ancor più dopo, sono stati il teologo svizzero tedesco Hans Küng, il tedesco Bernard Haring e il teologo cingalese Tissa Balasuriya.

     Infine – sempre procedendo per rapidissimi flash – penso che soprattutto su un punto i papi post-conciliari hanno dimenticato il Concilio, o lo hanno interpretato in modo riduttivo e, infine, deviante: mi riferisco al rapporto tra norme etiche proclamate dal magistero cattolico e leggi dello Stato sui “punti sensibili” (cioè i temi riguardanti la sessualità, la famiglia, il fine-vita). In Italia, come sapete, per il maggio 1974 era in programma un referendum per dire SI’ oppure NO all’abrogazione della legge sul divorzio. Dunque, si trattava di discutere su una legge civile, non su un sacramento. Ma il Vaticano ela Conferenzaepiscopale tentarono di imporre, moralmente, e non solo ai cattolici, ma a tutti i cittadini, di votare SI’ all’abrogazione. Io – permettetemi un riferimento personale – mi opposi pubblicamente a questa pretesa e, in un piccolo libro, sostenni la libertà di voto, di coscienza, dei cattolici. E così fui sospeso a divinis!

     Infine, il 12 e 13 maggio ’74 si votò: e l’Italia – che secondo le statistiche vaticane era cattolica al 98% – al 60% votò NO alla cancellazione della legge sul divorzio. Papa e vescovi rimasero tramortiti, ma non si arresero né allora né poi: e, infatti, in un referendum del giugno 2005 sulla procreazione assistita, essi fecero pubblicamente campagna per invitare tutti a non andare a votare e così, non avendo raggiunto il quorum del 50%+1 dei votanti, il referendum fu invalido. Le gerarchie ecclesiastiche  sono convinte che solo il magistero cattolico possa dire parole di verità sulla “legge naturale” e sui “temi sensibili”; e dunque impegnano i cattolici a far sì che le leggi civili ricalchino il punto di vista della dottrina cattolica ufficiale sui singoli temi. Il concetto di laicità è totalmente estraneo alle gerarchie: o, meglio, esse lo invocano, ma precisando che la laicità deve essere “sana”, cioè accogliente le tesi vaticane.

    Ultimo flash: in questi cinquant’anni, con un crescendo continuo, anche nella Chiesa romana sempre più si è imposto il problema donna: quale il loro ruolo? E’ pensabile un ministero femminile? Paolo VI prima, Giovanni Paolo II poi hanno troncato ogni possibile dibattito sulla donna-sacerdote. Ma anche le donne non vogliono diventare sacerdote, perché non vogliono nemmeno uomini-sacerdoti. Il sacerdozio, infatti, non esiste nel pensiero di Gesù: egli parla di altro, parla di una comunità di fratelli e sorelle, parla di “servizio reciproco”; il Nuovo Testamento parla di “sorveglianti” (vescovi), “presbiteri” (anziani), “diaconi” (servitori). Ecco, a questa Chiesa si oppongono, oggi, le gerarchie, decise a mantenere una struttura maschilista e patriarcale per salvaguardare il loro potere sacro. Perciò, pur volendo i preti, dicono no alla donna-prete. Noi, invece, sogniamo questa Chiesa senza preti e pretesse, ma dove donne e uomini, celibi o sposati, esercitano dei “ministeri” a servizio della comunità ecclesiale. Utopia? Eresia?

 5. Alzate lo sguardo, già la messe biondeggia

Ovviamente – l’ho già detto, ma mi piace ripeterlo – ci vorrebbero volumi e volumi per affrontare in modo adeguato il nostro tema. Volendo ora sintetizzare, descriverei così il nodo del contrasto che grava sulla Chiesa cattolica da decenni: per Wojtyla e Ratzinger il Vaticano II va visto alla luce del Concilio di Trento e del Vaticano I; per noi, invece, quei due Concili vanno letti, e relativizzati, alla luce del Vaticano II. Dunque, data questa divergente angolazione, i contrasti sono ineliminabili, ed a cascata, ogni giorno, noi vediamo giungere dalla cattedra romana norme, decisioni, interpretazioni che, secondo noi, confliggono radicalmente con il Vaticano II.

    Che fare, allora? Penso che, senza presumere di avere in tasca tutte le soluzioni buone, noi dobbiamo assumerci la responsabilità di vivere, in modo comunitario, la risposta all’Evangelo, e poi, sedendoci alla tavola con tutti gli uomini e con tutte le donne di buona volontà, cercare insieme di capire che cosa possiamo fare per la pace, la giustizia e la salvaguardia del creato – il programma del “processo conciliare” lanciato nel 1984 dalla sesta Assemblea generale del Consiglio ecumenico delle Chiese svoltasi a Vancouver, in Canada. Io ritengo che ogni volta che noi cristiani e cristiane celebriamo l’Eucaristia, celebriamo quasi una ordalia: e, cioè, in quel momento, in quella mensa con Gesù, noi siamo giudicati se stiamo compiendo un rito falso e consolante, o un impegno reale e coerente. Se, come Gesù, malgrado i nostri limiti e le nostre contraddizioni (lasciatemelo dire: siamo pieni di contraddizioni anche noi: siamo imperfetti e peccatori, come lo èla Chiesastorica alla quale apparteniamo), ci impegniamo ad essere una Chiesa-per-gli-altri, come ci ha insegnato Dietrich Bonhoeffer, allora l’Eucaristia che celebriamo sarà per noi di benedizione e di salvezza, un vero viatico nel nostro cammino verso il Regno; se invece dietro al rito non vi è nulla, e lavoriamo per una Chiesa-per-noi, la nostra Eucaristia sarà la nostra morte e la nostra maledizione (I Cor 11,28). Ma, come benissimo dicono i rabbini commentando i primi due capitoli del Genesi, quando il Signore maledice il serpente che ha tentato Eva, ancora benedice: e, infatti – essi argutamente notano – obbligando il serpente a strisciare in realtà il Signore gli permette di fuggire dai pericoli e di nascondersi nei buchi della terra. Ecco allora che se la nostra Eucaristia non è sincera, il Signore ci invita al ravvedimento, alla conversione, a riprendere con umiltà e coraggio il cammino.

     Mi chiederete: hai fiducia nel futuro della Chiesa? Che rispondervi? Se il mondo è messo così male, potrebbe maila Chiesaessere messa bene? Non pensiamo, dunque, al futuro, pensiamo all’oggi. In questo oggi così tragico e tormentato, così sconvolto da mali spaventosi e coperto dalle tenebre, ecco che veniamo a sapere, tanto per fare un esempio, che nella centrale nucleare giapponese di Fukushima dei tecnici, sapendo di andare alla morte, si sono calati nella centrale per cercare di raffreddarla. Quelle persone non erano cristiane, forse nulla sapevano di Gesù. Eppure hanno accettato la morte semplicemente per salvare altre vite. E, vedendo questo, mi commuovo, e dico che si può ancora sperare nell’uomo. E mi vengono in mente la parole di Gesù: “Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura” (Giovanni, 4, 35). Sì, in un mondo dove straripano il loglio e la zizzania, qua e là, grazie a Dio, matura il grano dorato, là dove donne e uomini si impegnano per pace-giustizia-salvaguardia del creato, là dove si fanno Samaritani per aiutare quel fratello sconosciuto che cade vittima dei briganti.
Fonte






giovedì 13 settembre 2012

Gianpaolo Taurini

Depositati oggi, 13 settembre 2012, 9 scatoloni con più di 300 libri di Gianpaolo Taurini, da noi scelti e consegnatici dalla sorella. Di Gianpaolo abbiamo parlato nel precedente post del 29 agosto. Avremo modo di ricordarlo in seguito.

lunedì 10 settembre 2012

Ripresa autunnale delle assemblee domenicali


Luciana riassume il contenuto dell’assemblea domenicale del 9 settembre 2012 che segna la ripresa degli incontri settimanali della Comunità.

- abbiamo incontrato un'associazione che chiede di fare attività con i bambini: vi allego
le informazioni in merito preparate da Lucia Giovannini Sieni
-Si è riflettuto sulla lettera a Betori inviata da una suora di Prato e tre preti fiorenti sull'accoglienza degli omosessuali nella chiesa cattolica, abbiamo deciso di inviare un breve messaggio di solidarietà .Vi allego il testo della lettera.
Abbiamo annotato
1) Sabato 15 settembre ci sarà a Roma un'assemblea nazionale sul tema "CHIESA DI TUTTI CHIESA DEI POVERI" a 50 anni dall'inizio del concilio vaticano secondo, l'incontro organizzato dalla comunità di San Paolo e da Noi siamo Chiesa vede l'adesione di circa 97 gruppi dell'area
cristianha e non. Sarebbe importante esserci.
Allego testo e programma
2)Martedì 18 settembre alle ore 21 incontro presso la casa del popolo di Porta a Prato, via delle porte nuove 33, incontro per preparare un incontro nazionale a dieci anni dallo svolgimento del forum sociale europeo 2002, se qualcuno èpotesse esserci pensiamo che la cosa ci interessi.
 Allego avviso
3) Il 13 settembre alle ore 17,30 a Villa Voghel ci sarà un incontro promosso da Arci - consiglio di Q4 – CGL, Archivio del movimento di quartiere, per rilanciare UN PERCORSO PER LA PARTECIPAZIONE E LA DEMOCRAZIA. Ci sarà Luisella. Se qualcuno vuole unirsi...
allego avviso
4)Dal 19 al 23 settembre 2012 si terrà a Venezia la CONFERENZA NAZIONALE SULLA DECRESCITA.
Eliana Caramelli che lavora all'organizzazione ci ha presentato i contenuti alla veglia di Natale 2011
Se qualcuno è interessato a partrecipare, allego programma.
Si è evidenziato un sempre grande interesse all'approfondimento di temi e argomenti di attualità, per cui
domenica 16 settembre sarà dedicata alla riorganizzazione dei gruppi della domenica ed alla
formulazione di gruppi di impegno per portare avanti le iniziative della comunità, del CEP, dell'Archivio, della gestione delle risorse per continuare ad impegnarsi nei rapporti con l'esterno.
Chi non potesse esserci per favore ci comunichi per posta le sue disponibilità ed ventualmente le proposte che vorrebbe socializzare.
Ci Vediamo domenica, ciao a tutti.
 Luciana

1

Ciao a tutti! ben rientrati, come state? noi bene, le vacanze rigenerano sempre..
stamani c'è stata come saprete la prima assemblea domenicale alle baracche e del gruppo "genitori ragazzi" c'eravamo noi Sieni e i Benvenuti. 
Si è iniziato dando spazio a 4 persone di cui 2 ragazzi brasiliani che chiedono di poter utilizzare lo spazio delle baracche per svolgere 1 o 2 volte alla settimana l'attività della capoeira, rivolgendosi in particolare ai bambini.
Le motivazioni che li hanno portati alla comunità ci sono sembrate in sintonia con il nostro modo di stare insieme, parlano della loro disciplina come una danza-gioco che si svolge proprio in comunità, intorno a un cerchio dove non c'è competizione, ma ognuno può esprimere al meglio le proprie capacità. Si impara a muoversi con ritmo, cantare, percuotere strumenti..insomma a noi sono piaciuti. 
Per quanto riguarda la possibilità di collaborare con loro, potremo avvertirli  quando fisseremo un incontro fra noi, abbiamo i loro riferimenti. 
Luciana ha proseguito comunicando varie  notizie e come al solito la volontà di approfondire ogni tema ha animato l'assemblea.
Domenica prossima è prevista l'organizzazione dei turni per i gruppi domenicali, quindi con Sandra e Marco ci siamo detti di fare un giro di telefonate in settimana o sentirci per e-mail per esprimere ognuno le proprie volontà-possibilità.

Abbiamo voglia di rivedervi, abbracci a tutti
i Sieni



2 - Ecco il testo completo della lettera aperta all’arcivescovo Giuseppe Betori a firma di suor Stefania Baldini, don Fabio Masi, don Alessandro Santoro e don Giacomo Stinghi.

"Il numero di ‘Toscana Oggi’ del 24 Giugno 2012 dedicava largo spazio all’argomento dell’omosessualità e delle coppie di fatto eterosessuali, con alcuni articoli del giornale e diverse lettere al Direttore, queste ultime critiche nei riguardi della posizione ufficiale della Chiesa sull’argomento.
Ci sembra che gli articoli del Settimanale diocesano non facciano che ripetere sull’omosessualità le norme ecclesiastiche di sempre, senza approfondire l’argomento che negli ultimi anni si è notevolmente sviluppato e chiarito e che ha ancora bisogno di ricerca.

Il nostro intervento vuole dare testimonianza della diversità di posizioni che ci sono oggi di fronte a questo tema, nella riflessione laica e anche nelle Chiese. Noi, e insieme a noi anche teologi, vescovi e laici cristiani, non ci riconosciamo in quell’analisi che traspare dagli articoli di ‘Toscana Oggi’.
Quello che ha portato ad un cambiamento radicale nella comprensione dell’omosessualità è stato un tragitto importante. Nel passato l’omosessualità era considerata un ‘vizio’ praticato da persone ‘etero’ in cerca di piaceri alternativi, e come tale condannata. Ma allora si parlava di ‘comportamenti omosessuali’; soltanto nel secolo scorso si è cominciato a parlare di ‘condizione omosessuale’ e non solo di ‘atti’, inducendo alcuni ad ipotizzare che l’omosessualità fosse da considerare non un vizio ma una ‘malattia’.

In questi ultimi anni è maturato un modo di comprendere l’omosessualità radicalmente diverso, che ormai, con varie sfaccettature, è accettato da quasi tutti. Si parla dell’omosessualità come di un elemento pervasivo della persona che la caratterizza nella sua profonda identità e le fa vivere la sessualità in modo ‘altro’.
E’ importante che la Chiesa riconosca positivamente il cammino della scienza nella conoscenza dell’uomo e non dichiari verità assolute quelle che poi dovrà riconoscere errate, come è accaduto in passato. Questi fatti ci inducono a vedere l’omosessualità in un orizzonte nuovo e ad affrontarla con uno sguardo morale diverso. Su questo tema la Bibbia non dice né poteva dire nulla, semplicemente perché non lo conosceva, così come non dice nulla sull’ecologia e sull’uso della bomba atomica.
Comunque nella cultura biblica, come in tutta l’antichità, è totalmente assente l’idea di ‘persona omosessuale’, si parla solo di ‘comportamenti’ e non di ‘condizione omosessuale’, ed è chiaro che vengono condannati non solo perché infecondi, ma anche in quanto legati alla violenza o alla prostituzione sacra.
A questo riguardo sono opportune alcune precisazioni sulla Sacra Scrittura spesso citata per stigmatizzare il rapporto omosessuale. Nel Nuovo Testamento solo Paolo chiama ‘contro natura’ il rapporto omosessuale (Romani 1, 26-27) ma bisogna tener presente che egli si riferisce, più che all’aspetto fisico, al fatto che l’omosessualità minava l’ordine sociale di allora, quando era la donna, per natura, a dover essere ‘sottomessa’ all’uomo. Fra l’altro è cambiata anche la nostra comprensione del concetto di ‘natura’: l’idea di ‘natura’ come realtà già conclusa non corrisponde più al modo di sentire odierno.

Ormai è anche abbastanza chiaro che quegli episodi dell’Antico Testamento su cui ancora si basa la condanna dell’omosessualità hanno un altro significato: negli episodi di Sodoma (Genesi 19) e di quello simile di Gabaa (Giudici 19) il crimine non sta tanto nell’omosessualità, quanto nella violenza e nella volontà di umiliare e rifiutare lo straniero.
Nell’Antico Testamento invece ci sono segnali molto importanti e molto belli, non esplicitamente riferiti all’omosessualità, ma piuttosto al cammino di maturazione che il popolo ebraico compie rispetto all’emarginazione di gruppi e di persone. La Bibbia ci offre così una cornice più larga in cui porre anche questo aspetto della vita.
Dio ‘sceglie’ il popolo ebraico perché sia segno, in mezzo agli altri popoli, della sua volontà di giustizia che vuole salve tutte le creature. Poi Israele, con l’illusione di essere sempre più all’altezza della missione che Dio gli ha dato, al suo interno opera altre ‘scelte’ emarginando gruppi considerati ‘impuri’. Nel Deuteronomio, per esempio, (23, 2-9) si elencano le categorie escluse dall’Assemblea del culto: gli eunuchi, i bastardi e i forestieri.
Ma il cammino verso i tempi messianici è un cammino verso l’inclusione, perché i tempi messianici sono per tutti, come si legge nel Terzo Isaia (56,1.3-5): Osservate il diritto e praticate la giustizia..... Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: «Certo mi escluderà il Signore dal suo popolo!» Non dica l'eunuco: «Non sono che un albero secco!». Perché così dice il Signore: “Agli eunuchi, che osservano i miei sabati, si comportano come piace a me e restan fermi nella mia alleanza, io darò un posto nel mio Tempio per il loro nome. Questo sarà meglio che avere figli e figlie perché io renderò eterno il loro nome. Nulla potrà cancellarlo”.

Questo capovolgimento di Isaia è una pietra miliare! Non ha alcun valore davanti a Dio lo stato oggettivo di natura o di cultura in cui uno si trova: uomo, donna, omosessuale, eterosessuale, bastardo, straniero, genio o di modesta intelligenza; ciò che conta è osservare il diritto e praticare la giustizia, ciò che conta è amare il Signore e i fratelli.
Non vogliamo dire che Isaia in questo passo alludesse agli omosessuali, non poteva per i motivi che abbiamo detto prima. Ma noi non dovremmo vedere l’omosessualità in questa luce? Compito della Chiesa è allargare le braccia, includere e non emarginare, amare le persone piuttosto che salvare i principî. Ha detto il Maestro: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il Sabato”. (Marco 2,27)
Di questo cambiamento hanno preso atto anche i Capi della Chiesa cattolica che più volte hanno dichiarato di non condannare gli omosessuali ma l’omosessualità, e questo per loro è un passo in avanti. In realtà non se ne capisce il significato! Sarebbe, come dire ad uno zoppo: "Non abbiamo nulla contro il tuo 'essere zoppo', basta che tu cammini diritto o che tu stia a sedere!"

A proposito dell’essere sterili o fecondi, Gesù ha detto che è il cuore che deve essere fecondo e Paolo dirà che si entra nel popolo di Dio per fede, non per diritto ereditario. Ma allora chi può onestamente definirsi fecondo? Chi può farsi giudice della fecondità altrui o della propria? La sterilità ci può colpire tutti.
Questo modo di accogliere profondamente la vita di ogni essere umano lo abbiamo imparato dalla Chiesa! Per i discepoli di Gesù non si tratta tanto di difendere principî, di custodirli rigorosamente come gli angeli con la spada di fuoco davanti all’albero della vita, ma di ‘scrutare’ la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, per farla progredire verso la pienezza. Si tratta di esser fedeli non ad un Dio noto e posseduto, ma ad un Dio ‘che viene’. Ha detto Gesù: “Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete valutarlo?” (Luca 12, 56)

A noi sembra che proprio dalla Chiesa dovrebbe arrivare un riconoscimento del modo nuovo di comprendere l’omosessualità, con un segno di accoglienza e di profondo rispetto per i sentimenti di amore di chi vive personalmente questa condizione. Due persone che si amano non sono un attentato alla società né il tradimento del Vangelo. Gli scandali vanno cercati altrove!
Rifacendosi da una parte a queste fonti bibliche e dall’altra all’esperienza umana che viviamo ogni giorno con queste persone, sentiamo evangelico e naturale accogliere in pienezza di comunione queste differenti forme di amore. Le sentiamo parte integrante del nostro cammino di comunità di fede e di vita, e con loro, così come con tutti gli altri, partecipiamo insieme alla Comunione sacramentale e comunitaria.

Il Libro della Sapienza (11, 24-26) ci offre un tratto stupendo del Creatore, che dovrebbe essere ‘luce sul nostro cammino’: “Tu, Signore, ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l'avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l'avessi chiamata all'esistenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita”."
 (risposta di suor Stefania in data 16 settembre: Carissimi, grazie davvero del vostro messaggio che sottolinea le profonde sintonie che esistono da sempre. Solo sento il bisogno di dire alla vostra Comunità la riconoscenza per tutti gli anni in cui avete ininterrottamente cercato sentieri che fossero veri e rispettosi di tutti e di tutte. Ho ricevuto molto da Enzo, da Sergio ma anche da tante persone ascoltate durante la liturgia domenicale o in alcune assemblee. Se qualche cosa ho maturato in tanti anni lo devo anche al vostro esserci, sempre attenti, pensosi, coraggiosi. E niente va perduto e Enzo e gli amici che ci hanno lasciati sono sempre vivi e camminano con noi. Sono il dono splendido che Dio ci ha fatto e non ci è lecito rallentare il passo.
Vi abbraccio con affetto e gratitudine Sr. Stefania).
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Roma, 15 settembre 2012 – Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri
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lunedì, 27 agosto 2012
lunedì, 27 agosto 2012
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Convocazione di un’assemblea nazionale a 50 anni dall’inizio del Concilio

La Chiesa cattolica celebrerà nel prossimo ottobre i cinquant’anni dall’inizio del Concilio e ha indetto, a partire da questa ricorrenza, un anno della fede. Viene così stabilito un nesso molto stretto tra il ricordo del Vaticano II e la fede trasmessa dal Vangelo e annunziata dal Concilio. A ciò sono interessati non solo i fedeli cattolici, ma anche gli uomini e le donne di buona volontà associati, come dice il Concilio, “nel modo che Dio conosce” al mistero pasquale, che intendono, nel nostro Paese come in tante parti del mondo, ricordare e interrogare quell’evento e quell’annuncio.
Per questa ragione i gruppi ecclesiali, le riviste, le associazioni e le singole persone appartenenti al “popolo di Dio”, firmatari di questo appello, convocano un’assemblea nazionale per
Sabato 15 settembre 2012
a Roma (EUR), nell’Auditorium dell’Istituto “Massimo”
Nella consapevolezza dei promotori è ben presente il fatto che ricordare gli eventi non consiste nel portare indietro gli orologi, ma nel rielaborarne la memoria per capirne più a fondo il significato e farne scaturire eredità nuove ed antiche e impegni per il futuro. Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda gli eventi di salvezza (come certamente il Concilio è stato) molti dei quali non furono capiti dagli uomini della vecchia legge e dagli stessi discepoli di Gesù, se non più tardi, quando alla luce di nuovi eventi la memoria trasformatrice ne permise una nuova comprensione. Fu così ad esempio che, dopo la lavanda dei piedi, Gesù disse a Pietro: “quello che io faccio ora non lo capisci, lo capirai dopo”, e fu da questa nuova comprensione che scaturì il primato della carità nella vita della Chiesa.
Così noi pensiamo che in questo modo, non meramente celebrativo, debba essere fatta memoria del Concilio nell’anno cinquantesimo dal suo inizio, e che al di là delle diverse ermeneutiche che si sono confrontate nella lettura di quell’evento, quella oggi più ricca di verità e di frutti sia un’ermeneutica della memoria rigeneratrice. Essa è  volta a cogliere l’”aggiornamento” che il Concilio ha portato ed ancora oggi porta nella Chiesa, in maggiore o minore corrispondenza con il progetto per il quale era stato convocato.
L’assemblea di settembre vorrebbe essere una tappa di questa ricerca. Se si terrà a settembre, invece che in ottobre, è perché intende rievocare, sia come inizio che come principio ispiratore del Vaticano II, anche il messaggio radiofonico di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962 che conteneva quella folgorante evocazione della Chiesa come “la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Da questo deriva infatti il tema del convegno.
Dopo un pensiero sulla “Mater Ecclesia” che gioì in quel giorno inaugurale dell’11 ottobre 1962 (intervento di Rosanna Virgili) l’incontro si articolerà in tre momenti:
-       il primo dedicato a ricordare ciò che erano la Chiesa e il mondo fino al Concilio (intervento di Giovanni Turbanti),
-       il secondo per discernere tra le diverse ermeneutiche del Vaticano II (intervento di Carlo Molari),
-       il terzo sulle prospettive future, nella previsione e nella speranza di un “aggiornamento” che continui, sia nelle forme dell’annuncio, sia nelle forme della preghiera, sia nella riforma delle strutture ecclesiali (intervento di Cettina Militello), con parole conclusive di Raniero La Valle (“Il Concilio nelle vostre mani”).
Sono previsti diversi interventi e contributi di testimoni del Concilio così come di comunità, di  gruppi e di persone presenti al convegno, che potranno testimoniare la loro volontà di essere protagonisti della vita della Chiesa.
L’ipotesi è che mentre lo Spirito “spinge la Chiesa ad aprire vie nuove per arrivare al mondo” (Presbyterorum Ordinis n. 22), l’eredità del Concilio, nella continuità della Chiesa e nell’unità di pastori e fedeli,  ancora susciti ricchezze che è troppo presto per chiudere nelle forme di nuove “leggi fondamentali” (come fu  tentato a suo tempo) o di nuovi catechismi,  che  non godono degli stessi carismi dei testi conciliari; mentre restano aperti gli orizzonti dell’ecumenismo e del dialogo con le altre religioni e tutte le culture per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.
In questo spirito i promotori invitano alla preparazione e alla celebrazione del convegno romano di settembre, che parteciperà in tal modo a un programma di iniziative analoghe che si stanno già realizzando, in diverse forme, in Europa e nel mondo e che si concluderanno nel dicembre 2015 con un’assemblea mondiale a Roma a cinquant’anni dalla conclusione del Concilio.
Vittorio Bellavite, Emma Cavallaro, Giovanni Cereti,
Franco Ferrari, Raniero La Valle, Alessandro Maggi,
Enrico Peyretti, Fabrizio Truini.


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Firenze 10+10/Unire le forze per un’altra Europa,  Martedì 18/9 alle 21 

Incontro presso la Casa del Popolo di Porta a Prato,


Via delle Porte Nuove 33 Firenze

Tra due mesi nella nostra città si svolgerà alla Fortezza da Giovedì 8 a Domenica 11 Novembre, dopo dieci anni esatti di distanza dallo svolgimento del Forum Sociale Europeo del 2002,
l’incontro europeo “Firenze 10+10/Unire le forze per un’altra Europa”.
Questo appuntamento, che non vuole essere una commemorazione di dieci anni fa, sta registrando nel percorso di partecipazione in atto numerose adesioni di soggetti organizzati,
sia a livello europeo, che nazionale, che locale.
La presenza di tante realtà, quali reti, movimenti, sindacati, associazioni, ong, di varia provenienza e composizione va intesa come una ricerca di convergenze e di lavoro comune verso una forte e diffusa mobilitazione antiliberista che si ponga in alternativa all’Europa dei banchieri, alla supremazia del mercato, alle speculazioni finanziarie, al fiscal compact.
Un’Europa Sociale che si contrapponga ai ripetuti attacchi verso le condizioni di vita e di lavoro della popolazione, sottoposta ad un’enorme e progressiva sottrazione di risorse che vengono destinate a inutili grandi opere, a continui flussi di trasferimento dei propri risparmi in circuiti bancari, dove permangono forti elementi di intreccio con rendite immobiliari, con attività di riciclaggio e con il foraggiamento di imprese dedite ad un sistematico sfruttamento ed alla pratica delle delocalizzazioni.
Si vuole sostenere a tutto campo, con il più ampio concorso di forze, la difesa dei beni comuni della collettività assieme alla ferma tutela dei valori ambientali, con un processo attivo di obiettivi che vedano al centro la democrazia, assieme all’affermazione dei diritti, per una società inclusiva di tutte e di tutti, che bandisca la guerra e pratichi il disarmo come forma di uso alternativo delle risorse per finalità di pace e di superamento di ogni condizione di miseria e di emarginazione.
In questo senso si invitano le varie realtà del territorio a partecipare all’incontro del 18/9 sull'appuntamento di novembre alla Fortezza, per contribuire , anche da Firenze,
con il concorso più esteso possibile di forze, alla costruzione dell'alternativa.
Coordinamento Firenze 10+10
i prossimi appuntamenti in preparazione verso “Firenze 10+10”:
Venerdì 28 novembre: Casa del Popolo dell'Isolotto h.20,
Cena di autofinanziamento (seguirà apposito volantino)
Sabato 6/Ottobre: Carovana per le vie del centro per un'altra Europa
partenza alle 17 da Piazza S.N. Novella, arrivo in Piazza S. Spirito,
con la Bandao-orchestra di percussioni e i Teatranti dei Popoli
(seguirà apposito volantino)

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- Ai soggetti associativi, sindacali, di movimento, politici
interessati allo sviluppo del decentramento e della partecipazione

L'Archivio del Movimento di Quartiere di Firenze è nato per
raccogliere e conservare la documentazione di quella straordinaria
stagione partecipativa da cui hanno avuto origine, nella nostra città,
i Consigli circoscrizionali.
Altamente preoccupato per il progressivo svuotamento che gli organi
del decentramento hanno subito negli ultimi anni e per il fenomeno,
sempre più diffuso, del deteriorarsi dei rapporti fra politica
istituzionale e cittadinanza attiva, l'Archivio ritiene che sarebbe
estremamente opportuno un ciclo di iniziative - di approfondimento e
di confronto - con cui le parti attive della società riflettano sulla
situazione attuale ed avanzino proposte per superare gli ostacoli che
si frappongono al rilancio ed allo sviluppo dei Consigli di Quartiere,
nonché alla definizione di nuovi strumenti di partecipazione.
Perciò, sulla base del documento che riportiamo in calce ed in
allegato, invitiamo tutti i
soggetti - associativi, sindacali, di movimento, politici -
interessati alle tematiche in questione ad una riunione operativa che
si terrà il 13/9 alle ore 17,30 nei locali del Consiglio di Quartiere
4 - Villa Vogel -.
ARCI, CGIL, Consiglio di Quartiere 4, Casa del Popolo dell'Isolotto
hanno già assicurato la loro partecipazione.
Sollecitiamo chi riceve questo invito ad estenderlo a soggetti e
persone che ritiene interessati
alle tematiche in questione.
Cordiali saluti.

Per l'Archivio del Movimento di Quartiere di Firenze

Moreno Biagioni

P. s.: Per eventuali ulteriori informazioni rivolgersi a Moreno
Biagioni (tel. 327-6359219 - 055-321416
indirizzo e/mail: mor.biagioni@gmail.com).


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LA PARTECIPAZIONE A FIRENZE,

TRA SPONTANEITÁ E ISTITUZIONALIZZAZIONE

UN PERCORSO PER  RILANCIARE LA DEMOCRAZIA URBANA


Nel nostro paese è in atto da tempo una tendenza all’accentramento dei
processi decisionali in parallelo con un contemporaneo drastico
ridimensionamento  degli strumenti partecipativi. Tutto questo, in
nome dell'efficienza, della governabilità e della riduzione della
spesa pubblica.

La partecipazione è stata presentata come uno dei tanti lacci e
lacciuoli che ostacolano l'azione di governo mentre il decentramento
amministrativo, corrispettivo sul piano istituzionale della grande
stagione dei consigli di fabbrica e degli organi collegiali nella
scuola, ha finito per essere impastato nel calderone indifferenziato
dei ‘costi della politica’. Ne hanno fatto le spese, tra gli altri, i
consigli circoscrizionali nelle città con meno di 200.000 abitanti,
senza peraltro  provocare reazioni adeguate né sul piano istituzionale
ne’, tantomeno, su quello politico.

Emblematica la situazione di Firenze, dove i quartieri vantano un
radicamento significativo e un’identità innervata da processi reali di
cittadinanza attiva; qui infatti si è comunque consumato in silenzio
un loro svuotamento sostanziale in termini di funzioni, competenze,
personale, risorse finanziarie. E’ proprio da questa constatazione che
scaturisce la proposta di avviare insieme con cittadini attivi, forze
sociali e sindacali, strutture associative, un percorso sulla
partecipazione, che metta insieme indicazioni operative e analisi
critica delle esperienze.

In questo senso ci sembra interessante mettere in relazione i fermenti
della società  civile fiorentina e gli scenari istituzionali,
assumendone anche pienamente gli elementi di tensione dialettica e di
confronto non sempre agevole. Anche perché nessuno deve dimenticare
che anche l’istituzionalizzazione del decentramento a Firenze, nella
seconda metà degli anni ’70, scaturì da un intenso decennio di
mobilitazione dal basso a partire dai comitati sorti all’indomani
dell’alluvione. E’ dunque già accaduto in passato che
l’auto-organizzazione abbia anticipato e quasi imposto storicamente
l’urgenza di un adeguamento istituzionale, in un processo dove
comunque, come l’esperienza ci insegna, non c’è mai niente di scontato
o definitivamente acquisito.

Entro questo scenario sorge, a nostro avviso, la necessità che alcuni
importanti snodi del dibattito politico e istituzionale vengano
sottratti al monopolio degli addetti ai lavori e portati alla luce di
un confronto pubblico.

Ci riferiamo in particolare: 1) alle prospettive di Firenze ‘città
metropolitana’, dove i quartieri potrebbero assumere le funzioni di
‘municipalità’, bilanciando con il radicamento territoriale e con la
diffusione delle responsabilità, l’accentramento del potere nelle mani
di un ’super-sindaco metropolitano’; 2) alla valutazione
sull’efficacia della legge regionale sulla partecipazione, a
cominciare dal suo impatto reale sui processi decisionali; 3) alla
necessità di sperimentare nuove forme partecipative scaturite dai
movimenti internazionali contro il neo-liberismo e viste all’opera
proprio qui, dieci anni fa in occasione di quello straordinario evento
che fu il Sociale Forum Europeo (un anniversario che andrebbe
adeguatamente celebrato e che le istituzionali locali stanno
completamente rimuovendo).

L'invito a riflettere, a dibattere, a confrontarsi è rivolto a tutti
perché soltanto mettendo insieme ogni energia e risorsa disponibile si
potrà  veramente operare per una nuova stagione di partecipazione, che
permetta di superare il fossato oggi esistente fra la società civile
attiva ed i palazzi della politica istituzionale.



7 -
Cari e care,
vi giro l'invito a partecipare alla 3° Conferenza internazionale sulla decrescita (Venezia, 19-23 settembre), con la cui organizzazione ero stato messo in collegamento da Enzo Mazzi.
Cari saluti,
  Stefano Toppi

Oggetto:
[venezia2012] 3° Conferenza internazionale sulla decrescita (Venezia, 19-23 settembre)/ 3° International conference on degrowth
Data:
Tue, 4 Sep 2012 22:49:13 +0200
Mittente:
Rispondi-a:
A:

Newsletter n.8/2012 - 3° Conferenza internazionale su decrescita, sostenibilità ecologica ed equità sociale (english below)
ULTIMISSIMI GIORNI PER ISCRIVERSI ALLA CONFERENZA (19-23 settembre)
Le iscrizioni alla Conferenza rimangono aperte ancora per alcuni giorni, ma solo fino al raggiungimento del numero massimo consentito di partecipanti (non più di 30 per ciascun workshop), limite necessario per un produttivo e partecipato svolgimento.
PERCHE' COSTA PARTECIPARE ALLA CONFERENZA
SCOPRI I LABORATORI PRATICI - LI ABBIAMO CHIAMATI "ACTIVITY WORKSHOPS" - APERTI A TUTTI

Vai agli activity workshop, anche se non ti sei iscritto alla Conferenza

PRIMA DELLA CONFERENZA, A MESTRE, IL CONVEGNO NAZIONE DEI GAS (Gruppi acquisto solidale) e DES (Distretti di economia solidale)

Vai al programma del convegno

A VENEZIA PRESENTEREMO DECINE DI LIBRI E RIVISTE SUI TEMI DELLA DECRESCITA

Vai al calendario delle presentazioni di libri e riviste
L'AIA IN LAGUNA, UNO SPAZIO DEDICATO ALLA TERRA, ALLA SOVRANITA' ALIMENTARE, ALLA BIODIVERSITA'
I FILM E I DOCUMENTARI SULLA DECRESCITA

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 Newsletter n.8/2012 - By the organizing committee of the 3rd international conference on degrowth, ecological sustainability and social equity.
REGISTRATION STILL OPEN, HURRY UP!
The registration at the conference is still open for few days, but only up to the maximum number of participants (maximum 30 per workshop), the limit required for a productive and participatory discussion.

IN VENICE, MANY NEW BOOKS AND MAGAZINES ABOUT DEGROWTH
BESIDE THE CONFERENCE, FILMS AND DOCUMENTARIES ABOUT DEGROWTH

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giovedì 6 settembre 2012

Assemblea domenicale

Domenica 9 settembre riprende la consueta assemblea settimanale della Comunità. Ore 10,30-12,30, presso le Baracche verdi, in via degli Aceri 1, tel. 055 711362.