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martedì 9 ottobre 2012

Percorsi di memoria


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 7 ottobre 2012
Percorsi di memoria:
l’antichissima memoria della civiltà della dea Madre per un futuro mutuale
riflessioni di Carlo, Chiara, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio

La parabola del Samaritano dal Vangelo di Luca
«Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

In Cantico delle Creature: conosciuto anche come “Il cantico di Frate sole e Sorella Luna” ed è la prima poesia scritta in italiano. Francesco d’Assisi l’ha composta nel 1226. La poesia è una lode a Dio, alla vita e alla natura vista in tutta la sua bellezza e complessità.

Altissimu, onnipotente, bon Signore,
tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.
Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
Altissimo, Onnipotente Buon Signore, tue sono la lode, la gloria, l’onore ed ogni benedizione.
A te solo Altissimo, si addicono e nessun uomo è degno di pronunciare il tuo nome.
Tu sia lodato, mio Signore, insieme a tutte le creature specialmente il fratello sole, il quale è la luce del giorno, e tu attraverso di lui ci illumini.
Ed esso è bello e raggiante con un grande splendore: simboleggia te, Altissimo.
Tu sia lodato, o mio Signore, per sorella luna e le stelle: in cielo le hai formate, chiare preziose e belle.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello vento, e per l’aria e per il cielo; quello nuvoloso e quello sereno e ogni tempo tramite il quale dai sostentamento alle creature.
Tu sia lodato, mio Signore, per sorella acqua, la quale è molto utile e umile, preziosa e pura.
Tu sia lodato, mio Signore, per fratello fuoco, attraverso il quale illumini la notte. E’ bello, giocondo, robusto e forte.
Tu sia lodato, mio Signore, per nostra sorella madre terra, la quale ci dà nutrimento, ci mantiene e produce diversi frutti con fiori colorati ed erba.
Tu sia lodato, mio Signore, per quelli che perdonano in nome del tuo amore e sopportano malattie e sofferenze.
Beati quelli che le sopporteranno in pace, perchè saranno incoronati. Tu sia lodato, mio Signore, per la nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare: guai a quelli che moriranno mentre sono in situazione di peccato mortale.
Beati quelli che la troveranno mentre stanno rispettando le tue volontà, perché la seconda morte, non farà loro male.
Lodate e benedicete il mio Signore, ringraziatelo e servitelo con grande umiltà.
Introduzione

Il libro di Riane Eisler “Il calice e la spada” rappresenta una nuova e interessante rilettura della  storia dell’umanità a partire da una serie di straordinarie scoperte archeologiche fatte nella seconda metà del secolo scorso un po’ in tutta Europa e in particolare nell’Anatolia turca (Catal Huyuk).
Dall’analisi degli elementi emersi con queste scoperte e dal loro collegamento con altri, numerosissimi, provenienti dalle più disparate discipline, è emersa l’esistenza di una civiltà antichissima, localizzata nell’Europa già nel Paleolitico[1] e poi sviluppatasi nel Neolitico[2] (tra 10.000 a.C a circa 6.000 a.C.), caratterizzata da un’organizzazione sociale sostanzialmente paritaria ed ugualitaria, un mondo agricolo, pacifico, in cui di venerava una forza femminile simbolo della capacità di dare e nutrire la vita, in cui il rapporto tra i sessi era equilibrato e fondato sulla collaborazione.
Questa civiltà, denominata “civiltà dell’Antica Europa” o “civiltà della Dea Madre” o fu sconfitta da popoli nomadi provenienti da est portatori di un’organizzazione sociale fondata su una cultura guerriera e dominatrice, nella quale aveva valore e potere chi aveva la capacità e la forza di dare la morte, di uccidere.
Il libro è quindi titolato “Il calice e la spada” per indicare questi due diversi modelli culturali contrapposti: il calice segno di convivialità e la spada strumento di morte.

Ma questo non è un libro di archeologia, è uno strumento che, attraverso la lettura del passato, vuole affrontare il presente, vuole trovare possibili risposte a domande sempre attuali come per esempio:
Perché ci cacciamo e perseguitiamo l’un l’altro?
Perché nel nostro mondo regna la brutalità dell’uomo verso i suoi simili?
E’ ineluttabile la guerra? E’ ineluttabile la violenza dell’uomo sulla donna?
Cosa ci spinge perennemente alla guerra anziché alla pace e all’armonia?
Cosa ci spinge al una inesorabile distruzione del pianeta?
Riane Eisler si chiede: E’ realisticamente possibile un passaggio da un sistema di guerre incessanti, di ingiustizia sociale e di squilibrio ecologico a un sistema che porti alla pace, alla giustizia sociale e all’equilibrio ecologico?”; e nel libro offre strumenti che danno elementi di fiducia e speranza:
·     non è utopico, ma anzi possibile e ragionevole, cercare di costruire un futuro basato sulla collaborazione e sulla mutualità, per la semplice e ottima ragione che una concretizzazione di tale visione del mondo si è già concretizzata almeno una volta nella storia dell’umanità;
·     la nostra antichissima storia ci dimostra che la guerra e “la guerra dei sessi” non sono decretate divinamente o biologicamente;

Infine Riane Eisler dice che il suo libro racconta la storia di come il corso, inizialmente mutuale, della cultura occidentale abbia compiuto una svolta cruenta di tipo dominatore durata 5.000 anni ..... e che i nostri crescenti problemi planetari sono in gran parte la logica conseguenza .. del modello di organizzazione sociale dominatore, per cui non possono essere risolti dal suo interno.

La civiltà dell’Antica Europa o della Dea Madre

IL PALEOLITICO: Tra i molti ritrovamenti fatti in molti scavi archeologici, realizzati un po’ in tutta Europa, dai Balcani alla Siberia dalla Francia a Vienna, ci sono:
·       migliaia di antichissime statuette che raffigurano donne senza volto, dai grandi fianchi, dai grandi seni, spesso incinte;
·       i dipinti in numerose caverne del Paleolitico, tra l’altro con moltissimi “bastoncini”;
·       sepolture in cui i resti scheletrici erano collocati all’interno di una figura fatta da conchiglie disposte con cura a dare forma ad una grande vagina, cosparsa di polvere rossa, simbolo evidente di sangue mestruale.

Figura 1 – Piantina con i ritrovamenti di alcune delle più celebri “Dee Madri”

L’interpretazione tradizionale ha classificato le statuette femminili come espressioni dell’erotismo maschile o come oggetti usati in primitivi riti di fertilità e i “bastoncini” come simboli di armi o di lance per la caccia. Nell’interpretazione classica del Paleolitico, infatti, al centro c’è l’uomo, cacciatore e guerriero, caratterizzato da una cultura simbolica primitiva. Tutto il resto è non visto o trascurato.

La nuova interpretazione si fonda sul collegamento tra le conoscenze pre-esistenti e gli elementi dei nuovi scavi archelogici e su una lettura di tutti questi elementi in un’ottica nuova: il corpo femminile di animali e donne è fonte di vita, una grande forza femminile è alla base dei cicli di vita, di morte e rinascita della natura di cui la specie umana è parte integrante. Inoltre, in quest’ottica, i riti funebri in cui i morti venivano collocati nella grande vagina cosparsa di rosso descrivono un orizzonte simbolico in cui la forza femminile può assicurare il ritorno alla vita in uno dei cicli di rinascita della natura. E i “bastoncini” dipinti delle caverne paleolitiche, che l’interpretazione classica classifica come armi, lance per la caccia, in queste nuova lettura appaiono come forme stilizzate di alberi e di piante (altrimenti inesistenti nelle raffigurazioni paleolitiche).
André Leroi Gourhan, uno dei massimi esperti di arte paleolitica di impostazione classica, ha convenuto che non si può più liquidare come “culto primitivo della fertilità” tutto il nuovo materiale rinvenuto e che i nostri avi del paleolitico avevano senz’altro sviluppato credenze molto più complesse di quanto si sia pensato finora: i nostri avi del Paleolitico avevano sviluppato una cultura religiosa e simbolica che, a partire dalla constatazione che sono i corpi femminili che danno vita, poneva al centro la forza femminile: ad essa si riconosceva il grande potere di dare la vita. Era questo il nocciolo culturale che poi nel Neolitico diventerà il culto della “Dea madre”.
Ma perché questa interpretazione per certi versi così ovvia è stata così a lungo ignorata o minimizzata? in parte perché queste scoperte archeologiche si sono realizzate solo nella seconda metà del ‘900 e in parte perché persiste il “paradigma culturale” di un paleolitico incentrato sulla figura del maschio forte, cacciatore e dominatore.  



IL NEOLITICO, L’EUROPA ANTICA, L’ARTE DEL NEOLITICO: le conoscenze sulla preistoria sono potute progredire enormemente grazie a straordinarie scoperte nella regione dell’Anatolia turca – gli scavi archeologici di Catal Huyuk e Hacilar - e grazie al collegamento tra gli elementi raccolti in questi scavi e quelli ritrovati in moltissime altre zone dal medio Oriente all’India, dalla Palestina fino all’Inghilterra.
Dall’analisi degli elementi reperiti dagli “scavi di edifici”, dagli “scavi funerari” e soprattutto dall’Arte del Neolitico è sorprendente osservare ciò che NON viene ritratto o rinvenuto (e ciò che non è ritratto può essere altrettanto rivelatore di ciò che è ritratto):
  • non ci sono immagini di violenza, crudeltà o sacrifici, né immagini di “nobili guerrieri”, capi vittoriosi” e scene di battaglia;
  • non ci sono tracce di sontuose sepolture dedicate a “capi tribu”;
  • non ci sono immagini di armi, né tracce di depositi di armi e di fortificazioni militari;
  • nelle raffigurazioni delle molteplici forme della “Dea madre” non vi sono lance, spade, folgori a indicare forza e potenza.
Ciò che invece si trova dappertutto, nei templi e nelle case, nei dipinti murali e nell’arte sono:
  • una immensa varietà di immagini e simboli presi dalla natura;
  • una immensa varietà di immagini e statuette femminili, gravide o in fase di parto,
  • una immensa varietà di immagini che raffigurano la “dea madre” come una figura di donna incinta o mentre partorisce e con forme molto diversificate ma sempre connesse alla natura.

Figura 2 – Dea Madre Catal Huyuk 6.000 a.C.
Ne è derivata una nuova lettura e conoscenza della preistoria e del Neolitico, una nuova immagine delle origini e dello sviluppo della società preistorica:
  • si è capito che la più grande rivoluzione della storia umana, ossia la rivoluzione agricola, risale al Neolitico, ed è quindi molto più antica di quanto finora si ritenesse; tutti i luoghi nei quali si è realizzata questa rivoluzione agricola (e gli altri grandi progressi sociali e materiali che ne sono seguiti) avevano come comune denominatore il “culto della Dea Madre”.
  • la culla della civiltà, finora identificata nella “Mezzaluna fertile” non è la culla della civiltà, o quanto meno non la sola culla. Nel Neolitico vi sono state moltissime altre culle, disseminate in una vastissima area dell’Europa, del medio - oriente, delle isole del Mediterraneo. Si è trattato di una civiltà denominata, dalla studiosa Marija Gimbutas, “Civiltà dell’Europa Antica”.

La Civiltà dell’Antica Europa fu caratterizzata da:
1.     la presenza del culto alla Dea Madre: il principale comune denominatore di tutte le popolazione della Civiltà dell’Antica Europa fu il culto della Dea Madre, una articolata e complessa forma religiosa che poneva al centro l’immagine di una figura o forza femminile, cui era riconosciuto il grande  potere di dare la vita, di presiedere ai cicli della natura di nascita, morte e rinascita. La Dea è rappresentata da immagini di donne incinte o che partoriscono e da una immensa varietà di simboli presi dalla natura (uccelli, pesci, acque primordiali, tori, serpenti o farfalle (questi ultimi due simboli della capacità di Madre natura di trasformarsi, di rigenerarsi, di metamorfosi)). La Dea Madre, nelle sue varie vesti di Vergine, Progenitrice o Creatrice, personifica l’unità di tutte le cose della natura, la forza naturale che governa l’universo, la madre che dà vita e che al momento della morte si prenderà cura dei suoi figli riportandoli ad un grembo cosmico.
2.     un’organizzazione religiosa a base comunitaria anziché centralizzata e gerarchica, fondata su una spiritualità quotidiana: non esisteva una distinzione tra sacro e profano, la religione era vita e la vita era religione; la religione era una spiritualità da riconoscere in ogni forma di vita, che ognuno poteva vivere e esprimere nei gesti quotidiani (la divinità era seminare, cucinare, avere rapporti sessuali e procreare, tessere e molto altro..). I templi non erano strutturalmente diversi dalle abitazioni, né necessariamente di dimensioni maggiori, ed erano dislocati tra le case, indicando la presenza di una struttura sociale e religiosa a base comunitaria e non centralizzata e gerarchica.
3.     un’organizzazione sociale pacifica: l’assenza di immagini di violenza e di battaglie, l’assenza di ritrovamenti di depositi di armi e di tracce di fortificazioni, il fatto che gli insediamenti erano posti in valli fluviali e non in colli alti o scoscesi, come fanno le popolazioni con intenti bellicosi e con necessità difensive, sono chiari segnali di un’organizzazione sociale tendenzialmente pacifica;
4.     un’organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria tra i sessi: non si sono ritrovati elementi che segnalano superiorità e dominio degli uomini sulle donne; sono stati individuate invece molti elementi  che mostrano il ruolo fondamentale che le donne avevano nella società. Per esempio: il luogo adibito al sonno per le donne era spesso più ampio e migliore rispetto a quello degli uomini; le donne sono spesso ritratte, nei modelli di templi e altari domestici e nei resti di templi, a supervisionare la preparazione e lo svolgimento di rituali dedicati alla Dea Madre; o nello svolgimento di funzioni importanti nel culto alla Dea (macinavano e cuocevano il pane dei riti, tessevano e dipingevano, etc..). Questo ha portato alcuni studiosi a classificare questa società (dato che non era patriarcale) come “patriarcale” cioè fondata sulla superiorità e il dominio delle donne sugli uomini. La Gimbutas sostiene però che questo ragionamento è frutto del nostro modello di pensiero dualistico, che non riesce ad uscire dal meccanismo di pensiero “se non domina l’uno allora domina l’altro”. In questa società dell’Antica Europa non esisteva né il patriarcato né il matriarcato. M.Gimbutas scrive “ci sono indizi di una divisione del lavoro tra i sessi, ma non di una superiorità dell’uno sull’altro...”; e poi ancora “...Nel cimitero 53 di Vinca non si distingueva nessuna differenza tra la ricchezza degli addobbi delle tombe maschili e quelle femminili”, e poi ancora “..il corredo delle tombe di praticamente tutti i cimiteri che si conoscono dell’Antica Europa rivela una società egualitaria uomo-donna”. Le donne erano dunque importanti ma non superiori e non in posizione di dominio rispetto all’uomo (per riuscire a immaginarlo possiamo pensare al solo rapporto umano che, anche nelle società a dominio maschile, non viene concettualizzato in termini di superiorità – inferiorità, quello di madre-figlio. Evidentemente la madre adulta è più grande e più forte del figlio ma non per questo il figlio è considerato inferiore o di poco conto). Per concludere nella società dell’Europa Antica che adorava la Dea Madre e in cui le donne avevano un ruolo importante, esistevano relazioni egualitarie tra i sessi e in generale tra tutti i suoi componenti.
5.     un’organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria: dagli scavi relativi agli edifici e dalle immagini dell’arte Neolitica si è potuto constatare che le abitazioni erano sostanzialmente analoghe per grandezza, ricchezza nei materiali di costruzione e di addobbi. Laddove si sono trovate differenze sociali queste non erano molto marcate, molto vistose. Questo fa ritenere che esistesse una organizzazione sociale sostanzialmente egualitaria tra i suoi componenti;
6.     lo sviluppo dell’agricoltura e dell’arte di addomesticare gli animali: si coltivavano grano, orzo, piselli, legumi e si sono addomesticati tutti gli animali presenti oggi nei Balcani ad esclusione del cavallo. Questi progressi hanno consentito un certo grado di benessere e lo sviluppo di nuove tecnologie e di attività artigianali (lavorazione dell’osso, della ceramica, dei metalli). La Eisler osserva che probabilmente la rivoluzione agricola si poté realizzare proprio perché la società aveva un’organizzazione sociale pacifica e egualitaria.
7.     un orizzonte culturale e simbolico che pone al centro l’amore per la vita e la natura: non essendoci immagini di dei maschili potenti e irascibili, né immagini di capi tribù bellicosi con armi, folgori e  schiavi ai loro piedi, è ragionevole pensare che questo non ci fosse nemmeno nella vita reale; e se la principale immagine religiosa è quella di una donna gravida o che partorisce è ragionevole pensare che l’orizzonte culturale e simbolico fosse quello dell’amore per la natura e la vita, anziché quello della paura e della morte.
Creta, la sola civiltà della Dea Madre che arrivò in epoca storica
Creta è l’unica grande civiltà in cui il culto della Dea sia giunto fino ad epoca storica.Ed è incredibile come oggi continui ad essere visitata da migliaia di turisti ignari di ciò che vedono. Questo accade perché le grandi scoperte fatte su Creta e la loro nuova interpretazione stentano a diffondersi per il permanere di pregiudizi duri ad essere sradicati.
La storia della civiltà cretese comincia intorno al 6.000 a.C. quando arrivano sulle spiagge dell’isola un gruppo di immigrati probabilmente provenienti dalla Anatolia. Portano con sé il culto della Dea e una tecnologia che li colloca nel Neolitico.
Nei successivi 4.000 anni Creta vive un lento ma costante progresso tecnologico in molti ambiti (agricoltura, tessitura, metallurgia, incisione, architettura, etc..), una evoluzione sociale pacifica, una grande espansione del commercio e lo sviluppo di uno stile artistico molto particolare.
Poi verso il 2.000 a.C., Creta entra nel cosiddetto Minoico Medio (o periodo dei Palazzi): in questo periodo nel resto del mondo “civilizzato” del tempo la Dea era stata già rimpiazzata da divinità maschili e bellicose o ridotta a divinità femminile subalterna. A Creta invece la cultura della Dea è ancora viva e presente; non vi sono tracce di guerre, l’economia è prospera e l’arte è vivace e gioiosa. Anche quando nel XV sec a.C. (intorno al 1500 a.C.) l’isola finisce sotto il dominio acheo (a questo punto gli archeologi parlano non più di cultura minoica ma di cultura minoica-micenea) sembra che i nuovi dominatori si siano inseriti adottando almeno inizialmente la cultura e la religione dell’isola.
L’arte e la cultura cretese, un inno alla vita, alla gioia, alla natura: secondo la quasi totalità degli archeologi e degli storici dell’arte antica, la cultura e l’arte cretese si differenziano molto da quelle delle altre civiltà del tempo (per es. in Egitto, in Babilonia) per i loro caratteri unici di inno alla gioia e alla vita, all’armonia con la natura e tra uomini e donne.
L’archeologo Platon scrive che l’arte cretese è “delizia per la bellezza, la grazia e il movimento, .... godimento della vita e del rapporto con la natura”. Altri esperti hanno usato espressioni come “il più completo riconoscimento della grazia della vita che il mondo abbia conosciuto” e ancora “la perfetta espressione dell’idea di “homo ludens””.
Il culto della Dea: nella cultura minoica il culto della Dea permeava ogni aspetto della vita quotidiana. La Dea era madre dell’universo, del cielo e della terra, di animali, piante e di ogni forma di vita. Il Culto della Dea significava fecondità della natura, della terra, potenza creatrice dispensatrice di vita e anche di morte come forma naturale di rigenerazione; la paura della morte praticamente non esisteva perché la morte era concepita come un momento del percorso rigenerativo della vita: la morte era un tornare nel grembo materno, alla madre terra che è madre della vita.

La Dea era rappresentata da una amplissima gamma di forme di vita, tra le tante si sottolineano il serpente e la farfalla: il loro cambiare forma e pelle era simbolo della capacità di trasformazione e rinascita della vita e della natura. La Dea era anche spesso rappresentata con una “doppia ascia”, che serviva a dissodare il terreno prima della semina e che aveva la forma stilizzata della farfalla: non era un’arma come erroneamente è stata considerata, bensì un simbolo di fecondità e di fertilità della natura. Scrive Platon: “tutta la vita era permeata da una fede.. nella Dea Natura, sorgente di tutto il creato e dell’armonia. Ciò spingeva all’amore per la pace, all’orrore per la tirannia, al rispetto per la legge...”.
Una società sostanzialmente pacifica, non-violenta, non dominatrice: per lunghissimo tempo e certamente nel lungo periodo più antico (periodo minoico) le città-stato sul mare non hanno avuto fortificazioni, né vi sono tracce che abbiamo combattuto tra loro o che abbiano intrapreso guerre di conquista; anche le ville sul mare erano completamente sguarnite di forme di difesa.
Le molteplici forma d’arte non raffigurano scene di battaglie, di caccia o di condottieri vittoriosi, né uomini che rappresentano il potere della vittoria e della conquista. L’idea di un re guerriero che trionfa umiliando e uccidendo è completamente assente. Per queste ragioni quasi tutti gli esperti sostengono che quella minoica sia stata sostanzialmente una società pacifica, dove per oltre 1500 anni è regnata la pace, interna all’isola ed esterna, in un’epoca di guerre incessanti.

L’assenza di immagini di uomini maschi che incarnano il potere della forza, della conquista è strettamente legato al fatto che l’immagine della divinità non è quella di una divinità dominante, violenta e minacciosa, ma quella di una figura femminile che dispensa vita, fertilità e protezione materna; e la totale assenza di una concezione del potere basato sulla violenze e sul dominio è una delle fondamentali ragioni della lunga pace che i cretesi hanno potuto vivere.
Ma nella società minoica non solo mancano le immagini di uomini maschi che incarnano il potere della forza e della vittoria, mancano anche del tutto immagini di uomini regnanti seduti sul trono, così frequenti in altre società del tempo (basti pensare ai faraoni!).
Esclusi gli affreschi della Dea Madre seguita da fanciulli e fanciulle, non vi sono immagini di regnanti: vi è forse un’unica eccezione, quella del cosiddetto “giovane principe”, un’eccezione peraltro controversa visto che l’immagine raffigura un giovane dai lunghi capelli, disarmato, nudo fino alla cintola incoronato con piume di pavone e circondato da fiori e farfalle, che – ammesso sia stato davvero un principe - non ha nulla dell’idea del dominio.
Tutto questo ha spinto alcune studiose come la Hawkes a pensare che sui troni minoici regnassero delle regine che si ispiravano, nella conduzione del potere, al criterio della “responsabilità materna”. Resta comunque il fatto, condiviso da tutti gli esperti, che nella società cretese l’esercizio del potere e del governo delle città-stato non sia stato associato ai concetti di dominio, di minaccia, di violenza. E le differenze con l’Egitto, l’impero Assiro-Babilonese e altre civiltà antiche sono particolarmente evidenti.

La ripartizione equa della ricchezza e opere pubbliche destinate a tutti: un’altra caratteristica significativa della società cretese, che la distingue nettamente dalle altre civiltà antiche, è la ripartizione abbastanza equa della ricchezza, molto più equa di quanto si sia verificato altrove, basti pensare al divario immenso che c’era tra i potenti e i poveri in Egitto o a Babilonia, e che invece a Creta non esisteva.
Platon scrive “...il tenore di vita medio, persino dei contadini, sembra fosse abbastanza alto ... nessuna delle case finora scoperte suggerisce l’idea di condizioni di vita estremamente misere”. Certamente Creta non aveva una ricchezza paragonabile a quella delle altre civiltà antiche che erano certamente più ricche, ma aveva un sistema di ripartizione della ricchezza più equo e moderno.
Intorno al 2.000 a.C. nel periodo chiamato Minoico Medio (o periodo dei palazzi), il periodo in cui sorsero i grandi palazzi, si sviluppò un’amministrazione governativa centralizzata, ma questo non portò la società cretese ad adottare un governo autocratico, e non comportò nemmeno l’uso delle tecnologie più avanzate ad esclusivo vantaggio di pochi. Al contrario le entrate governative (provenienti dalla crescente ricchezza dell’isola) furono destinate alla realizzazione di opere che oggi giudicheremmo “moderne”, sistemi di approvvigionamento d’acqua, condutture idriche, latrine domestiche in quasi tutte le abitazioni e poi strade, ricoveri e opere pubbliche i cui vantaggi erano percepibili da tutti. Le differenze con l’Egitto e l’Impero Babilonese sono molto marcate.

Il ruolo centrale delle donne e il rapporto tra i sessi: nella cultura minoica le donne avevano un ruolo molto importante in ogni ambito della sfera pubblica e religiosa. Sono raffigurate spesso in posizione centrale sia negli affreschi dei palazzi che in molte rappresentazioni artistiche, accanto alle immagini della Dea come sacerdotesse. Vi era probabilmente una forma di discendenza matrilineare. Anche quando Creta arrivò allo sviluppo tecnologico dell’Età del Bronzo, ad una certa urbanizzazione e più complessa stratificazione sociale la condizione delle donne non peggiorò.
Le donne avevano una posizione centrale nella vita pubblica e vi era una discendenza matrilineare ma non si sviluppò alcuna forma di matriarcato (il dominio delle donne sugli uomini, come il patriarcato è il dominio degli uomini sulle donne); sostanzialmente nella società cretese non era ideologizzato il criterio del dominio dell’uno sull’altro, vi era piuttosto un modello mutuale, di reciproco riconoscimento, sostegno e collaborazione.

Il ruolo centrale del piacere per la vita e la sessualità: nella cultura minoica ogni aspetto della vita che può dare piacere e gioia era molto apprezzato. Le raffigurazioni artistiche di uomini e donne nudi o in abiti succinti, con i genitali ben visibili e con gesti che mostrano il bello del corpo, della sensualità, della sessualità e del piacere che ne può derivare, dimostrano un atteggiamento libero, positivo verso il piacere e la sessualità. Gli psicologi moderni mostrano come questo modo di vivere la sessualità abbia potuto ridurre i livelli di aggressività e accrescere il senso di riconoscimento reciproco tra uomini e donne. Il fatto che la divinità fosse una figura femminile spesso raffigurata come una donna incinta o in procinto di partorire è strettamente correlata a questa visione gioiosa e positiva del corpo e della sessualità.
L’esercizio fisico, lo spettacolo, la religione, l’amore per la vita: l’esercizio fisico era praticato da uomini e donne alla pari ed era sempre improntato al gioco e al divertimento. Lo spirito religioso spesso si intrecciava con le attività del tempo libero rendendo spettacoli, giochi e danze, ricchi di significato.  Scrive Platon “ Musica, canto e danza andavano ad aggiungersi ai piaceri della vita” e poi “C’erano frequenti cerimonie pubbliche, soprattutto religiose, accompagnate da processioni, banchetti, e dimostrazioni acrobatiche.” Lo studioso Higgins riassume così l’intreccio tra religione, gioco e svago: “La religione per i Cretesi era una faccenda lieta, veniva celebrata in palazzi-tempio o in santuari all’aperto e in caverne sacre ... La religione era strettamente collegata allo svago.
Le “taurocapzie”[3] erano spettacoli a carattere ludico e religioso, erano giochi in cui giovani di entrambi i sessi si esibivano facendo acrobazie, afferrando i tori per le corna e volteggiando sulla loro schiena. In queste imprese c’era l’eccitazione per l’abilità dei giovani, il salvarsi non aveva un carattere individuale ma collettivo.

La fine della Civiltà mutuale


Le civiltà dell’Antica Europa, che adoravano la Dea, che vissero pacificamente per millenni con un lento e progressivo sviluppo in ogni ambito, verso il V millennio a.C. cominciarono a subire una serie di bruschi e violenti attacchi, che poi nel tempo determinarono uno shock culturale e un arresto violento della loro evoluzione. Le scorribande di gruppi nomadi provenienti dalle steppe eurasiche, inizialmente insignificanti poi divennero vere e proprie invasioni violente e distruttive, sia sul piano materiale che culturale. Con i recenti metodi di datazione è stato possibile individuare tre grandi ondate di invasioni che gli esperti chiamano “invasioni kurganiche”:
·       la prima verso il 4.300-4.200 a.C;
·       la seconda verso il 3.400-3.200 a.C;
·       la terza tra il 3.000-2.800 a. C.
I Kurgan erano popolazioni che appartenevano al ceppo linguistico che gli studiosi chiamano indoeuropeo anche se non erano propriamente né indiani né europei; erano popolazioni nomadi provenienti dalle steppe del nord dell’Asia e dell’Europa; avevano un’economia fondata sull’allevamento nomade e sul pascolo, erano governati da sacerdoti-guerrieri; adoravano dèi maschili, dèi della forza, della guerra, delle montagne, del cielo tonante e delle folgori; avevano una struttura sociale autoritaria, gerarchica,  caratterizzata dal dominio maschile. Secondo il loro sistema di valori, il massimo potere era riconosciuto a chi aveva la capacità e il potere di togliere la vita (anziché a chi aveva la capacità di dare e nutrire la vita come nelle civiltà che adoravano la Dea)! Gli dei e i capi erano raffigurati con armi affilate, nell’atto di uccidere, accanto al sangue versato delle loro vittime. Questo sistema di valori è il presupposto culturale collegato al saccheggio, alla razzia, alla guerra, all’asservimento prima e poi alla schiavitù, ai riti religiosi di sacrificio, alla degradazione delle donne. Il ruolo delle donne, fisicamente più piccole e meno forti, che si identificavano e si riflettevano nell’immagine e nella cultura della Dea, fu drasticamente ridotto a quello di consorti, concubine o schiave, in ogni caso subalterne.
Il potere di dominare e distruggere mediante la “spada”, ossia la guerra, la violenza e il sistema di dominio e di asservimento produsse non soltanto la sconfitta delle società mutuali dell’Antica Europa ma trasformò radicalmente il sistema di valori delle popolazioni che sopravvissero: moltissimi dei simboli di vita che prima erano associati al culto della Dea furono presi, trasformati e utilizzati per affermare il nuovo sistema. Un esempio: l’immagine dell’ascia che nella cultura della Dea era una stilizzazione della farfalla, simbolo di trasformazione e della capacità della natura di generare e rigenerare vita, fu ripreso e associato ai nuovi dèi maschili come arma, simbolo di forza e potenza distruttrice.
Metallurgia e supremazia maschile: Engels fu uno dei primi a collegare la comparsa delle gerarchie, della stratificazione sociale e del dominio maschile sulle donne con lo sviluppo della metallurgia intesa come la capacità di lavorare i metalli per la produzione di armi.
I nuovi metodi di datazione però hanno dimostrato che già dal Neolitico, le civiltà dell’Antico Europa conoscevano la lavorazione di alcuni metalli e la utilizzavano per produrre gioielli e attrezzi agricoli. Le prove archeologiche portano a concludere che non è stata la metallurgia in sé ma piuttosto il tipo di uso a determinare quella che Engels definì la “storica sconfitta mondiale del sesso femminile”.
La fine di Creta: Creta è un’isola e il mare per un po’ di tempo la protesse dalle invasioni delle orde guerriere; ma alla fine il modello di società dominatrice sbarcò anche lì. Quando e come si determinò la fine della cultura micenea è ancora oggetto di discussione e di studi; l’ipotesi più accreditata è che l’invasione degli Achei seguì ad una serie di enormi sconvolgimenti naturali, datati intorno al 1.450 a.C.; terremoti, eruzioni vulcaniche e maremoti che indebolirono la popolazione di Creta (sconvolgimenti narrati nella leggenda di Atlantide). Inizialmente gli Achei sembrarono inserirsi nella società cretese, ci furono anche matrimoni tra i re invasori e le regine cretesi, ma questo non riuscì a proteggere Creta da ulteriori invasioni e dal sistema di valori fondato sulla violenza portato dagli Achei. Di fronte alle invasioni le città-stato, non fortificate e non abituate all’uso della guerra e delle armi, non riuscirono a difendersi adeguatamente e intorno al 1200 a.C la civiltà minoica e fu spazzata via.
Riflessioni di Gisella
Nel Libro “Il calice e la spada” si parla dei ritrovamenti di un’immensa varietà di immagini e statuette femminili gravide o partorienti, e di simboli naturali, (uccelli, pesci, serpenti, farfalle che simboleggiano la capacità di rigenerarsi e trasformarsi, ecc) che, in base ad una nuova interpretazione, testimoniano la presenza del culto della Grande Madre, una forza femminile a cui era riconosciuto il potere di dare la vita e di presiedere ai cicli naturali di nascita, morte e rinascita.
Questa è una delle caratteristiche che, nel libro, vengono sottolineate per dire che all’origine della storia umana, la donna rivestiva un ruolo positivo e paritario rispetto all’uomo in una società fondata sul riconoscimento e il rispetto delle differenze, sull’autonomia e la collaborazione.
Nei secoli vediamo invece, soprattutto nel pensiero e nella società occidentale, affermarsi l’ordine patriarcale che ha imprigionato l’identità della donna nell’immagine della moglie e della madre votate alla cura e alla dedizione dell’altro, condannando e rimuovendo ogni alto aspetto, stigmatizzato come aggressività, colpa, distruttività.
Questa identificazione e questa scissione prodotte dalle proiezioni maschili, permangono nella psiche delle donne, spesso totalmente inconsce e riescono ad emergere, con sofferenza, nelle terapie psicologiche e analitiche.
La conquista dell’identità delle donne come capaci di porsi come soggetti autonomi e soggetti desideranti, per molte, viene percepita non come un dato acquisito, ma come un percorso interno da affermare ancora completamente rispetto a se stesse.
Alcuni psicologi, nei loro studi, sostengono che è proprio della capacità riproduttiva che gli uomini si sono voluti appropriare per poter “dominare” le donne e instaurare il “patriarcato”, appropriare del potere di mettere al mondo figli e garantire così la prosecuzione della specie, forza che, fin dai tempi antichi, è vissuta come oscura e minacciosa.
Alcuni riti di iniziazione nelle popolazioni primitive vengono interpretati in questo senso.
Per esempio un rito praticato nell’isola di Ceram (Indonesia). I giovani maschi vengono introdotti a occhi bendati, seguiti da genitori e parenti, in una casa nel cuore della foresta. Appena in casa, si odono urla terribili e una spada stillante sangue viene conficcata sul tetto della capanna, le madri urlano, convinte, che il diavolo ha assassinato i loro figli e non sapranno mai cosa, in realtà, è successo. Dopo alcuni giorni gli uomini, che avevano fatto da tutori ai ragazzi, tornano al villaggio con la notizia che il diavolo ha ridato la vita ai giovani e questi tornano facendo finta di non saper comunicare e di essere disorientati come dei neonati. Tale rito viene interpretato come la simulazione della morte e della rinascita, la capanna è l’utero in cui si nasce una seconda volta ma non dal grembo materno, ma da questa alleanza tra uomini che si prendono, così, beffe delle donne.
Anche i riti della circoncisione e della subincisione (taglio praticato nel pene fino ad aprirlo in due metà) vengono visti come un procurarsi, da parte maschile, una ferita con fuoriuscita di sangue come il flusso mestruale, come, quindi, un riappropriarsi del potere fecondante e non svirilizzarsi, anzi quasi un diventare un ermafrodito, riunificando gli opposti.
Se pensiamo invece ai riti di iniziazione delle donne,  (pensiamo alla clitoridectomia, all’infibulazione, ecc..) questi esprimono la violenza dell’uomo che mira a togliere loro qualcosa che esse possiedono e le rende simili all’uomo.
Non parliamo poi delle mestruazioni, viste come un tabù; le donne erano ritenute impure, preda di uno spirito maligno, pericolose e quindi segregate, perché il ciclo era il segno della loro capacità riproduttiva. Oggi ci siamo liberate del tabù delle mestruazioni, ma il fatto che molte donne, durante il ciclo, presentino difficoltà fisiche e psicologiche può forse dipendere dal fatto che i contenuti psichici che venivano proiettati nel tabù agiscono ancora a livello inconscio.
Quindi, fin dai tempi più antichi, l’uomo, attraverso miti e riti, ha voluto appropriarsi del potere fecondante femminile, da cui la donna è stata depotenziata, tanto è vero che anche la decisione della sua maternità spettava all’uomo, ma al tempo stesso l’ha imprigionato nell’identità di moglie e madre.
Ma la commercializzazione dei metodi contraccettivi e la legalizzazione dell’aborto ridanno in pieno il “potere” alle donne: la sessualità femminile diventa indipendente dalla procreazione e dalla maternità e si capovolgono i ruoli uomo/donna, ora è la donna che sceglie se avere o no un figlio da un determinato uomo, la maternità diventa una libera scelta, come pure la paternità ora dipende dalla libera scelta della donna.
Faccio un accenno solo a tutte le nuove tecniche di procreazione: può trattarsi del “vecchio” progetto maschile di controllo totale della filiazione, di riappropriazione della fecondità attraverso “un rituale scientifico”?
Studi recenti di analiste e filosofe donne stanno rileggendo i riti e i miti dal punto di vista della differenza di genere che è capace di smontare certezze consolidate, di rovesciare prospettive e modi di vedere, rivelare verità rimosse perché sgradite.
Per esempio Maria Cristina Barducci (“Il velo e il coltello”) rivisita alcune figure femminili della Bibbia: Tamar, scelta da Giuda, figlio di Giacobbe, come moglie prima del figlio Er, che muore senza eredi, poi del figlio Onan, che muore anche lui, stanca di aspettare, indossa il velo della prostituta e, con l’inganno, non essendo riconosciuta,  giace con il suocero dando alla luce dei figli, viene vista non come una donna che lotta per il diritto alla maternità, ma come capace di aderire ai propri desideri con un gesto di rottura delle norme vigenti in nome della “passione per se stessa”.
Giuditta libera il suo popolo di Israele affermandosi come colei che rifiuta sia la brama di potere di Oloferne, sia la rassegnazione dei propri cittadini.
Penelope tesse nella tela le imprese dello sposo Ulisse, per affermare la sua fedeltà, ma attraverso la propria identità di soggetto erotico e desiderante.
Medea, nella versione classica, uccide i propri figli, perché si ribella alla scelta di Giasone di sposare Creusa per brama di potere e lo vuole punire, non per l’abbandono, ma perché ha tradito la loro relazione, cioè ha negato lei stessa come soggetto d’amore.
Elena Pulcini, filosofa, propone, (“La cura del mondo”) in altri termini, quanto espresso da Riane Eisler. Dice che va valorizzata l’eredità simbolica che vede la donna come soggetto relazionale incline alla cura e capace di empatia, ma va rivista l’idea di soggettività, che non può essere quella che conosciamo e viviamo nell’attuale mondo occidentale che porta all’individualismo, all’indifferenza l’uno per l’altro, alla mancanza di solidarietà per poter emergere, ciascuno di noi, con il proprio narcisismo. Va pensata una soggettività aperta all’altro, alle contaminazioni dell’altro e la relazione non può essere vissuta secondo il modello materno come totale dedizione e oblatività, ma come “passione per l’altro”. La prima fedeltà è  a se stessi, ai propri desideri che si aprono all’altro come a quella parte che ci manca, non come a colui a cui dobbiamo le nostre cure o il nostro sacrificio, ma come ad un soggetto che ci mobilita emotivamente, non in un percorso semplice e lineare, ma sempre contraddittorio, perché l’altro è colui che ci attrae, ma anche ci respinge, ci seduce, ma ci sfida,  processo in cui le due identità si mettono in gioco per la costruzione di un soggetto relazionale che vede il mondo come una “comunità”.

Un’ultima annotazione. Enzo Mazzi nel suo libro “Il valore dell’eresia” nel paragrafo “L’eresia della convivialità nella cultura ancestrale” riprende ampiamente l’analisi di Riane Eisler e conclude dicendo:
La speranza nella fine della cultura di guerra e nell’instaurazione di un’era di pace non è un sogno di anime belle prive di senso di realtà. Il sogno del profeta biblico Isaia e di tanti profeti disseminati nella storia di tutti i popoli può essere visto come il realismo più razionale perché è declinabile al passato in quanto già in qualche modo sperimentato fin dall’origine dell’umanità:
Il lupo dimorerà presso l’agnello
e la tigre si accovaccerà accanto al capretto,
il vitello e il leone pascoleranno insieme
e un bimbo piccolo li condurrà per mano.
La mucca e l’orsa staranno insieme al pascolo
e i loro piccoli si sdraieranno insieme
e il leone come il bue mangerà l’erba.
Un bambino lattante giocherà sul covo dell’aspide
e un bambino appena svezzato
stenderà la sua mano nella tana della vipera…
Non si farà più del male né si compierà più strage”.
La Poudrière dell'utopia
di Angelo Mastrandrea – BRUXELLES
da Il Manifesto 6 ottobre 2012

Una comunità che abolisce proprietà privata e individualismo. In una ex polveriera occupata nel cuore del «coin du diable», nell'ex polo industriale di Bruxelles a un passo dalle istituzioni europee


Esiste un luogo, oggi in Europa, in cui la proprietà privata è abolita ed è messa al bando ogni forma di individualismo. È un'oasi di resistenza al neoliberismo, un laboratorio di pratiche sociali alternative, un esperimento radicale di vita comunitaria, una zona temporaneamente liberata dal capitalismo, come l'avrebbe definita il teorico americano Hakim Bey, dove gli abitanti come giapponesi nella foresta non si sono finora accorti della crisi che sta sconvolgendo l'Europa, o meglio il suo modello economico.
Chi pensa che stiamo esagerando, è scettico, dubbioso e vuole toccare con mano, deve solo fare lo sforzo di spostarsi fino a Bruxelles e, una volta arrivato a destinazione, spostarsi dal centro turistico e dalla Grand Place verso il quartiere dove sorgono gli edifici più antichi della città, fin quasi al ponte che separa il cuore della capitale del Belgio, geograficamente ma anche socialmente ed economicamente, dal melting pot di Molenbeek e, un po' più a sud, di Anderlecht. Volendo, può chiedere ospitalità e un letto agli occupanti della Poudrière, l'antica polveriera oggi considerata monumento nazionale e diventata la quinta teatrale di un esperimento sociale che Riccardo Petrella, intellettuale di punta del movimento altermondialista e vecchia conoscenza dei lettori del manifesto, con entusiasmo neppure celato non esita a definire un «modello di comunismo realizzato», all'infuori del socialismo reale e a un passo dalle principali istituzioni europee.
Petrella da queste parti è di casa, non solo perché vive a Bruxelles, da anni ed è professore emerito all'università di Lovanio. In questo quadrilatero di stradine denominato le coin du diable, l'angolo del diavolo, in virtù di una leggenda risalente al XVII secolo e riguardante la costruzione del ponte che porta dall'altra parte della Senna, il professore ha sistemato un ufficio della sua Università del bene comune (con le facoltà dell'acqua, dell'alterità, della creatività, della mondialità) e ogni anno conferisce un dottorato honoris causa in Utopia a chi, singolo o collettivo, ritiene doveroso premiare per la sua visionarietà. Questo è il terzo anno in cui il riconoscimento verrà assegnato e, dopo l'avvocato calabrese Domenico Vestito, premiato per aver scelto di tornare a esercitare la professione nel paese d'origine, Locri, e per aver messo a disposizione di tutti le proprie competenze professionali, e dopo, noblesse oblige, la Poudrière, quest'anno la borsa di studio andrà a una comunità colombiana.

Comune? No, comunità
Non è una comune, la Poudrière, e nemmeno un condominio o un centro sociale occupato come quelli che conosciamo in Italia. È una comunità che, partendo da un'originaria spinta religiosa e dall'impulso di un gruppetto di preti operai, nel tempo si è trasformata in un progetto collettivo e socialisteggiante. Tutto cominciò nel 1958, quando le numerose fabbriche costruite intorno ai canali che avevano fatto meritare a quell'area la definizione di «piccola Manchester», presero a chiudere una dietro l'altra e il quartiere divenne un piccolo cimitero industriale, con un tasso di povertà dickensiano. Fu per questo che quel pugno di missionari, guidati da padre Léon Van Hoorde, un uomo che ancora oggi, a quindici anni dalla morte, è ricordato come fondatore e leader carismatico, occupò la fabbrica dismessa, formando da subito una piccola comunità aperta al quartiere. Fu con il '68 che l'originario spirito missionario si contaminò definitivamente con istanze laiche, senza che venissero però stravolti i suoi principi fondativi: presenza nella società senza adottare il suo stile di vita; amicizia; giustizia ed eguaglianza sociale; utopia nel cercare di costruire un mondo nuovo; crescita personale. Obiettivi da raggiungere attraverso il lavoro, la condivisione, uno stile di vita sobrio, l'aiuto reciproco tra i membri della comunità.

Chi entrava nella Poudrière doveva mettere in comune i propri redditi, «non il patrimonio» però, «per evitare di trasformarci in una setta», spiega Giovanni Morocutti, per tutti Vanni, che arrivò qui dalle Alpi friulane nel 1969 e che oggi è considerato un «saggio» della comunità, vero e proprio leader dopo la morte del fondatore padre Léon. Con il tempo, anche le case di fronte alla ex polveriera cominciarono a essere occupate, un edificio fu adibito a granaio e molti dei vecchi abitanti del quartiere, in segno di gratitudine, presero a lasciare le loro abitazioni in eredità alla Poudrière o a venderle loro a prezzi più che ridotti. Il risultato oggi, a 54 anni dall'occupazione, è che praticamente tutte le case che affacciano su rue de la Poudrière e alcune di quelle sulla tangenziale rue des Fabriques sono abitate da esponenti della comunità.

Tra immigrati e «gentrification»
Anche se in tutta l'area è ben visibile quella che gli americani chiamerebbero gentrification, vale a dire la risistemazione innanzitutto urbanistica del quartiere al prezzo di un aumento del valore degli immobili e della progressiva espulsione dei ceti più poveri, che va di pari passo con la riconversione delle ex industrie abbandonate e la sistemazione dei ponti sul canale, il resto del coin du diable è ancora oggi in larga parte abitato da immigrati, in stragrande maggioranza nordafricani. Sono quelli che vediamo affollarsi nel mercato della Poudrière per acquistare gli oggetti usati ma rimessi a nuovo dagli occupanti o i prodotti delle fattorie che la comunità ha fondato a Rummen, nelle Fiandre, e che garantiscono loro l'autosufficienza alimentare. È aperto tre pomeriggi a settimana e, anche in questo senza timore di esagerare, possiamo garantire che con cifre che si discostano poco dal centinaio di euro si riesce ad arredare una casa intera.
Un altro mercato, più grande, è stato aperto in un ex cementificio a Peruwelz, alla frontiera con la Francia, e tutto ciò, grazie all'arte del riciclo e nonostante i prezzi a dir poco competitivi, ha fatto della Poudrière una comunità che tutto sommato riesce a vivere bene, con una gran cura di tutto ciò che è collettivo. Agiata ma ispirata alla sobrietà, e soprattutto con un principio: chi ne fa parte deve lavorare, in base alle proprie capacità, e i frutti del proprio lavoro devono essere messi in comune. «Noi non facciamo assistenza», ci tengono a precisare, «chi chiede di venire fra noi deve contribuire con il suo lavoro in base alle sue possibilità e gli sarà dato a seconda dei suoi bisogni». A decidere, con il metodo della democrazia consensuale, faticoso per loro stessa ammissione perché basta un solo veto a produrre ulteriori discussioni e slittamenti, è l'intera comunità: un'assemblea mensile, denominata «riunione spaghetti», è destinata alle decisioni più importanti, poi ci sono quelle settimanali o quotidiane per le cose minori. L'argent de poche, una sorta di mini salario di 25 euro a persona ogni settimana, serve invece per le piccole spese, che non necessitano di un'assemblea per essere decise. Al resto provvede la comunità, in base a un'analisi dei bisogni: cosa comprare? Il richiedente ne ha davvero necessità? Il consumismo non abita certo qui. Non che tutto sia totalitariamente collettivo: gli spazi personali sono garantiti, a cominciare dalla casa, l'importante è che vengano rispettate le regole della vita comunitaria.

Il pastore e la giovane infermiera
Gli abitanti della Poudrière, oltre al mercatino, svolgono un'attività ormai consolidata di traslocatori. «All'inizio non chiedevamo soldi ma ad ognuno di darci quello che poteva. Poi ci siamo accorti che i più ricchi spesso erano quelli che pagavano meno e così siamo stati costretti a mettere delle tariffe, variabili a seconda del committente. Per i più poveri traslochiamo gratis», dicono. La maggior parte di loro lavora nelle attività della «polveriera», alcuni invece hanno un lavoro esterno e versano il reddito alla comunità.
Gli utili vengono utilizzati per le necessità degli abitanti, reinvestiti nelle attività o utilizzati per finanziare azioni di solidarietà o la rete di Emmaus, l'associazione francese contro la povertà fondata dall'Abbè Pierre della quale fanno parte. Tra i sessanta membri effettivi che la comunità attualmente può contare (ma sono arrivati fino a 150 negli anni '90) ci sono oggi un pastore protestante, una ragazza, Marise, che rappresenta ormai la terza generazione, quella dei nipoti dei primi occupanti, e che lavora all'ospedale come infermiera, alcuni immigrati musulmani, persone in difficoltà economiche o senza casa che vengono ospitate temporaneamente, ma anche chi ha deciso di sperimentare un modello di vita alternativo, come il friulano Vanni. Lui, che in Italia lavorava per una ditta di spedizioni, per trent'anni ha montato tensostrutture in Belgio e condiviso i proventi della sua attività con i compagni della Poudrière. Voleva andare a Cuba per vivere la revoluciòn, si è invece fermato a Bruxelles. «Sono venuto per una decina di giorni nel '69 in attesa del visto cubano, in seguito ho chiesto di tornare perché affascinato dalla radicalità di questo laboratorio di vita comunitaria, più umana, che non esclude nessuno e dove l'individualismo non ha diritto di esistere», dice. Alla Poudrière ha incontrato la donna della sua vita, una studentessa che come lui era ospite per provare a vedere come si viveva senza essere proprietari individualmente delle proprie cose. Era l'epoca della trasformazione da comunità religiosa a laica, e così quando i due annunciarono di volere sposarsi, ma solo in forma civile, ci fu una lunga discussione in cui alla fine la loro volontà fu accettata. Oggi alla Poudrière la maggioranza non ha più molto a che vedere con la religione, ma rimane una «spiritualità comunitaria» fusa in un originale impasto con un socialismo autogestionario e antistatalista («dal governo non vogliamo nulla, né sussidi di disoccupazione né pensioni minime») e con un anticapitalismo radicale.

Marx e la demonologia
A Bruxelles ci si chiede da un secolo e mezzo quanto il fatto che Karl Marx abbia vissuto qui per tre anni, tra il 1845 e il 1848, e vi abbia scritto il Manifesto del partito comunista, possa avere influenzato la società e la politica belga. O, al contrario, quanto il Belgio, che per la sua politica «liberale» nel diciannovesimo secolo divenne rifugio di tanti intellettuali (non solo il barbuto di Treviri, ma pure Victor Hugo e Charles Baudelaire, tanto per fare un esempio) abbia influenzato l'estensione del Manifesto, e quanto abbia influito sul pensiero marxiano la visione del proletariato in quell'area industriale dove qualche anno prima, tra il 1830 e il 1837, aveva soggiornato un celebre demonologo, Jacques Collins de Plancy, che non aveva scritto alcun proclama politico né elaborato teorie rivoluzionarie ma pubblicato un Dizionario infernale in cui raccontava la leggenda della costruzione del ponte che avrebbe collegato finalmente le due sponde del canale. La prima pietra, secondo il demonologo, fu opera del diavolo, da qui il nomignolo del quartiere. Poi arrivò Marx il quale, considerando la religione, e figuriamoci la demonologia, «l'oppio dei popoli», fece altro. Non avrebbe potuto immaginare che centocinquant'anni dopo tutto sarebbe cambiato ma proprio lì, in quel quadrilatero di stradine oggi affollato di immigrati nordafricani, sarebbe rimasto un piccolo germoglio di quello che aveva seminato.


[1] Il Paleolitico (dal greco significa “età della pietra antica”) è quel lunghissimo periodo della preistoria che va da 2,5 milioni a 10 mila anni fa. Con questo termine, nell’accezione classica, si indica il lungo tempo in cui l’umanità ha imparato/inventato la lavorazione della pietra con la tecnica della scheggiatura per creare utensili, armi e strumenti; ed ha imparato a usare il fuoco per cuocere il cibo, proteggersi dalle belve feroci e riscaldarsi.
[2] Il Neolitico (dal greco “età della pietra nuova”) è quel periodo della preistoria (10.000 - 5000 a.C) nel quale la specie umana diventa più sedentaria, e impara/inventa l’agricoltura, l’addomesticamento di molti animali, la ceramica, la  lavorazione della pietra con la tecnica della levigatura e molto altro.
[3] NB informazioni non presenti nel libro ma fornitemi dalla guida del Palazzo di Crosso quest’estate: il palazzo di Crosso era anche chiamato “palazzo della doppia ascia o ascia bipenne” (la doppia ascia era la stilizzazione della farfalla uno degli antichi simboli della Dea Madre) per la loro frequente presenza nelle stanze del palazzo. Doppia ascia si diceva (labris); quindi labirinto significa “palazzo dei labris” e non significa labirinto, luogo dove senza guida ci si perde e si muore. Il mito di Teseo e del Minotauro secondo la visione cretese trova questa spiegazione: al tempo dell’arrivo dei greci nei Palazzi, i cretesi invitavano/sfidavano gli ospiti greci nelle taurocaptie, i giovani greci meno abili morivano. Così i viaggiatori greci quando tornavano elaboravono racconti terribili di “minotauri” sanguinari, per giustificare la morte dei giovani greci.

martedì 25 settembre 2012

Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri


Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 23 settembre 2012
Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri
Assemblea nazionale a 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II
il racconto e alcune riflessioni di Luciana e Claudia

1. Letture dal Vangelo


dal Vangelo di Matteo
Gesù allora disse ai suoi discepoli: “In verità vi dico, difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un grosso canapo[1] entri nella cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”. A queste parole i discepoli rimasero costernati e chiesero: “Chi si potrà dunque salvare?”.

dal Vangelo di Matteo
Allora il Signore dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”.
Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il Signore risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.

Dalla prima lettera di Giovanni

…Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio … Dio nessuno l'ha mai visto. Però se ci amiamo gli uni gli altri, egli è presente in noi, e il suo amore è veramente perfetto in noi.

Ri-utilizzando le parole di Frei Betto teologo brasiliano della Teologia della liberazione possiamo dire che l’unico punto dei quattro Vangeli in cui Gesù parla di coloro che si salveranno è il passo di Matteo che abbiamo letto. In questo passo Gesù non dice che coloro che saranno quelli che pregano, che vanno a messa tutti i giorni, che obbediscono al papa…ma quelli che danno da mangiare e da bere a chi ha fame e sete, chi veste gli ignudi, chi visita i carcerati…insomma coloro che avranno scelto di stare dalla parte dei poveri, di dar loro voce, forza e diritti.
Del resto nella prima lettera di Giovanni è scritto “chiunque ama, conosce Dio” e non “chi conosce Dio, ama”. Nel Vangelo quindi è chiaro che ciò che conta è l’amore, non la fede; e che l’amore non è una parola generica, vaga, ma concreta: stare dalla parte dei poveri.

2. Lettura dal Notiziario della Comunità n.196-197 del nov.-dic.1985

… Ecco la nostra esperienza, come segno di tante altre esperienze analoghe. Fino dai tempi del Cardinale Dalla Costa e col suo esplicito consenso, le strutture materiali della parrocchia erano state gradualmente poste a servizio dei più poveri: operai in lotta per il posto di lavoro facevano in chiesa assemblee di confronto con la popolazione, persone in disagio sociale gestivano in autonomia ambienti parrocchiali. In chiesa la gente cominciava a prendere la parola, persone “mute” da secoli di sottomissione esprimevano liberamente e creativamente la propria fede; il Popolo di Dio manifestava la propria solidarietà contro le situazioni di oppressione e verso popoli in lotta per la liberazione. In chiesa tutto era gratuito: i preti erano aiutati nella scelta di vivere del loro lavoro , i laici gestivano i segni materiali della condivisione.
Eravamo alla prefigurazione di un passaggio delicatissimo: il passaggio dalla Chiesa per i poveri” alla “Chiesa dei poveri”.
Cambia vescovo e tutto diventa improvvisamente “proibito”.
Che era successo? Semplicemente che il Popolo di dio aveva potuto partecipare nel suo insieme alla gestione delle strutture materiali della chiesa soltanto per benevola concessione di un parroco o di un vescovo “aperti”.
Ma la struttura giuridica non era per niente cambiata. Il canone 1273 del Nuovo Codice di Diritto canonico riprendendo e consolidando le vecchie norme dice testualmente: “Il Romano Pontefice, in forza del primato di governo è il supremo amministratore ed economo di tutti i beni ecclesiastici”.
L’intervento disciplinare, dunque, era in linea col Diritto Canonico. Un intervento forse un po’ eccessivo, ma coerente. Un papa (e in sottordine un vescovo o un parroco) può concedere ciò che il successore può negare. Senza alcuna garanzia.
Molti di noi conservano ancora una foto emblematica: si vede un laico che consegna le chiavi della chiesa dell’Isolotto agli inviati del vescovo e del Prefetto statale, mentre centinaia di mani sollevano in alto le chiavi delle loro case. Quando cioè il vescovo si riprende la chiesa, essi si sentono spossessati di qualcosa di proprio, come se il vescovo prendesse la loro casa.
Ecco, in quella foto c’è tutto l’illusione e l’impossibilità di praticare le riforme conciliari.
Senza chiavi non si passa. E le chiavi le mantiene, ben strette, la gerarchia. Non solo quelle dei beni materiali, ma anche le chiavi della verità, della morale, degli strumenti di comunione, dei sacramenti.
Un popolo senza potere non è popolo ma solo una massa di sudditi. …

2. Dal Convegno “Chiesa di tutti. Chiesa dei poveri” - Roma del 15 settembre 2012

Molte associazioni, riviste e realtà della chiesa di base (tra le quali tanto per citarne alcune Pax Christi, Noi Siamo Chiesa, la Comunità di base di San Paolo, Adista, Cipax, Agire Politicamente, la Rosa Bianca, Nigrizia, Missione Oggi, tante comunità ecclesiali, comunità di base e parrocchie) si sono autoconvocate, sabato 15 settembre a Roma, per un’assemblea dal titolo “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” per riflettere sul Concilio Vaticano II, a 50 anni dal suo inizio.

Il senso di questa iniziativa è ben espressa in queste parole (Adista): «Ricordare gli eventi non consiste nel portare indietro gli orologi, ma nel rielaborarne la memoria per capirne più a fondo il significato e farne scaturire eredità nuove ed antiche e impegni per il futuro». In particolare il Concilio «al di là delle diverse ermeneutiche che si sono confrontate nella lettura di quell’evento», invita ancora oggi i credenti ad impegnarsi per realizzare un “aggiornamento” della e nella Chiesa.
L’assemblea intende essere una tappa di questa ricerca.
Se si tiene a settembre, invece che in ottobre, «è perché intende rievocare, sia come inizio che come principio ispiratore del Vaticano II, anche il messaggio radiofonico di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962 che conteneva quella folgorante evocazione della Chiesa come “la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Da questo deriva infatti il tema del convegno».

La partecipazione è stata molto più ampia rispetto alle attese. Si pensava partecipassero circa 400 persone e ne sono arrivate più del doppio. L’Auditorium del Massimo (messo a disposizione gratuitamente dalla Compagnia di Gesù) era gremito. A giudizio di molti è stata la più grande iniziativa organizzata dalla base cattolica negli ultimi anni. La Comunità dell’Isolotto ha formalmente aderito nella giornata del 15 settembre.

Inoltre l’assemblea di sabato 15 settembre vuole essere solo una prima tappa di un insieme di iniziative analoghe che si stanno già pensando e realizzando, in diverse forme, in Europa e nel mondo e che si concluderanno nel dicembre 2015 con un’assemblea mondiale a Roma a cinquant’anni dalla conclusione del Concilio.
Qui noi che abbiamo partecipato per la Comunità cerchiamo di fare una piccola cronaca della giornata, raccontando le nostre impressioni, le cose che più ci hanno colpito; mentre per i testi delle relazioni e dei contributi rimandiamo al sito www.viandanti.org che presto renderà disponibili i testi delle relazioni. Dei molti contributi ci piace riportare quello di Paolo Ricca.

Paolo Ricca: Grazie di cuore per l'invito. Sono qui, senza un mandato specifico, a nome del piccolo protestantesimo italiano e in particolare della Chiesa Valdese, alla quale appartengo. Devo anche dire che queste de-finizioni e de-limitazioni mi sono sempre più estranee e le appartenenze trascendono tutte le classificazioni.Mi sono chiesto che cosa dire in questo saluto di sette minuti. Dovrei dirvi che cosa ha significato il concilio vaticano II per noi, che in un certo senso siamo niente, pur esistendo in Italia da otto secoli come piccola comunità che cerca anche lei di essere cristiana, di avvicinarsi un poco a quello che dovrebbe essere una chiesa cristiana...
Per dirvi quello che ha significato per noi e anche per me personalmente (pur partecipando da fuori ma anche da dentro attraverso gli osservatori delegati del Vaticano II) dovrei narrarvi quella che è stata la storia precedente il concilio Vaticano II, dovrei contestualizzare storicamente. Bisognerebbe avere il tempo, ma non c'è.
Vi dico solo una cosa. Per otto secoli siamo stati in Italia eretici e scomunicati.
Noi Valdesi due volte scomunicati: una prima volta nel Medio Evo e una seconda volta quando abbiamo aderito alla Riforma protestante. Da questo punto di vista siamo a posto, non ci manca nulla.
Quello che è successo con il Concilio Vaticano II è che queste due categorie di eresia e di scomunica sono scomparse. E noi siamo diventati per una mutazione genetica non prevista, imprevedibile, ma graditissima, fratelli separati. Capite la differenza tra eretico e fratello separato? Se tu sei fratello di
un eretico, se eretico anche tu. È stata veramente una rivoluzione copernicana, come minimo...
Siamo poi separati non da Cristo, ma dalla sede apostolica, e non è la stessa cosa. Quindi una separazione che si può tollerare. Sarebbe stato più grave se fossimo stati separati da Cristo, come prima eravamo considerati di essere. Adesso invece siamo ritenuti solo separati dalla sede romana.
Questa è stata la rivoluzione che ha effettivamente cambiato sia il rapporto del cattolicesimo verso di noi sia, anche se faticosamente, il nostro rapporto verso la chiesa cattolica.
Ma voi, comunità conciliare, siete quelli che hanno contribuito molto e che continuano a contribuire per fare il ponte tra la piccola e modesta realtà evangelica italiana e il cattolicesimo romano nel suo insieme.
Non solo il Concilio ha affermato che non eravamo più eretici e scomunicati, ma ha detto una cosa ancora più grande, che non aveva mai detto prima e che non ha più detto dopo, e cioè – cosa impensabile e inaudita - che le nostre Chiese, secondo il documento conciliare sull'ecumenismo, sono strumenti di
salvezza. Fino ad allora invece eravamo stati considerati strumenti di perdizione.
Le nostre chiese sono strumenti di salvezza di cui lo Spirito Santo non rifiuta di servirsi per compiere la sua opera. Cose straordinarie, cose formidabili, che purtroppo non sono più state ripetute.
Per noi quindi il Concilio sta davanti e non dietro.

3. Dalla stampa

Pochissimi i giornali hanno parlato del Convegno, tra questi si segnala L’Unità con l’articolo di Roberto Monteforte sotto riportato e un testo circolato on-line di Aldo Maria Valli, anch’esso sotto riportato. La stampa cattolica ufficiale assente. Si segnala che si può ascoltare il Convegno su Radio Radicale.

Affollata assemblea di gruppi ecclesiali, riviste, associazioni a 50 anni dall'inizio del Concilio di Roberto Monteforte        in “l'Unità” del 16 settembre 2012

Far vivere il Concilio Vaticano II. Dargli applicazione e con gioia, guardando con speranza al futuro. Perché la sua piena ricezione è ancora lontana. Di questo si è discusso ieri a Roma nell’affollatissima assemblea tenutasi al teatro dell’Istituto Massimo di Roma. «Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri» è il titolo dell’appuntamento autoconvocato e autofinanziato a 50 anni dall’inizio del Concilio cui hanno aderito oltre 104 sigle di associazioni, gruppi ecclesiali, movimenti, riviste e organizzazioni tutte attente all’esigenza che non si disperda o si depotenzi l’insegnamento del Concilio Vaticano II. Sono stati oltre settecento i partecipanti giunti da tutta Italia. Segno di quanto forte ed estesa sia la domanda per una Chiesa che sappia dialogare con fiducia e speranza con il mondo contemporaneo avendo il coraggio di cambiare se stessa. L’incontro si è aperto con un ricordo del cardinale Carlo Maria Martini e al suo coraggio profetico. Teologi, storici, studiosi e uomini di Chiesa hanno approfondito i nodi posti dal Concilio alla Chiesa a partire dalla sua ermeneutica. Alla polemica su rottura o continuità con la tradizione della Chiesa. «È una disputa da abbandonare perché non coglie il nodo rappresentato dal Concilio. Perché il cambiamento era già in corso nella Chiesa. Perché la dottrina cambia sempre e cambiamo i significati. Perché se la Chiesa è sempre la stessa, la Tradizione vivente è in continua evoluzione per rendere “presente” e continuamente aggiornato nella nuova condizione storica ciò che è stato tramandato» lo afferma il teologo padre Carlo Molari. «La pluralità delle dottrine presenti nella Chiesa ed anche le rotture sono importanti per il suo sviluppo». C’è ancora bisogno che la Chiesa sappia «raccordarsi con la modernità». Lo storico Giovanni Turbanti ha inquadrato il contesto storico, sociale, politico ed economico che ha portato alla sua convocazione.
La biblista Rosanna Virgili sottolinea la «festosità liberatoria dell’annuncio cristiano e l’apporto fondamentale dato dalle donne. «Dio parla alle donne - afferma - che sono depositarie di una fede che non esclude. Perché non ci sono più lontani quando si può comunicare e si è abbattuta l'inimicizia fatta di leggi che distinguevano e discriminavano creando inimicizia».
Mentre Cettina Militello ha affrontato il nodo «delle prospettive future nella speranza di un vero aggiornamento». «Bisogna passare dall’ermeneutica conciliare all’attuazione del Concilio. All’attuazione di quanto faticosamente elaborato dai padri conciliari» ha affermato. Sottolinea l’importanza dell’«aggiornamento» della Chiesa. Invita a riflettere sulla speranza di un «vero rinnovamento» della Chiesa, di una sua autentica profezia rispetto alla mutazione culturale in atto. Ne indica gli ambiti: «il piano della Liturgia, dell’autocoscienza di chiesa, dell’acquisizione sempre maggiore della parola di Dio, del dialogo Chiesa con il mondo». Va pure perseguita l’istanza ecumenica, e interreligiosa, l’istanza «dialogica». Sottolinea i limiti della partecipazione attiva, della sinodalità, dell’ ascolto e del dialogo, necessari per attuare quella trasformazione strutturale della Chiesa voluta dai padri conciliari, per il suo ritorno a uno stile evangelico di compartecipazione e effettiva comunione.
Interviene da «testimone» l’allora giovanissimo abate benedettino della Basilica di San paolo, Giovanni Battista Franzoni. Parla della scelta per i «poveri» e del coraggio di Paolo VI.
Porta la sua testimonianza il teologo valdese Paolo Ricca. Soprattutto recuperando appieno il ruolo del «Popolo di Dio», dei laici nella Chiesa, successori dei «discepoli». Lo sottolinea Raniero La Valle che conclude i lavori. «Perché - fa notare - non c’è solo la successione apostolica da Pietro sino ai nostri vescovi e al Papa. C’è anche una successione laicale, non meno importante dell’altra che è giunta sino a noi». Senza questa «non vi sarebbe il Popolo di Dio e neanche la Chiesa degli apostoli».Sottolinea come la forza del Concilio Vaticano II sia stata il fare l’ermeneutica di tutti i concili precedenti. Per questo «non lo si può accantonare ». Sta anche in questo la ragione e la forza dell’assemblea convocata ieri. La Valle annuncia l’impegno a raccogliere quella domanda che interpella ancora. Chiede una nuova politica, una nuova giustizia, una nuova economia. Che chiede una Chiesa dei poveri e con i poveri. Richiama i compiti nuovi che il Concilio affida e riconosce ai laici. «Sulla riforma della chiesa e delle sue strutture il Concilio è rimasto ai nastri partenza. La Chiesa anticonciliare ha bloccato la collegialità e ha rafforzato i vincoli di dipendenza gerarchica» ma una Chiesa nuova è possibile. Vi è una storia da trasmettere. Un impegno che, assicura La Valle, non si fermerà con questa assemblea. Vi sarà un sito per mettere in rete riflessioni e iniziative e per partecipare alle iniziative delle singole Chiese e a quelle internazionali che culmineranno nel 2015 all’anniversario delle conclusioni del Concilio. Vi sarà un «coordinamento leggero» per far incontrare sforzi diversi e rendere possibile quel «Il Concilio è nelle vostre mani» soprattutto le mani dei poveri invocato dallo stesso Raniero La Valle.

Testo di Aldo Maria Valli Sull’assemblea “Chiesa di tutti, Chiesa dei poveri” del 15 settembre

Spesso parliamo del popolo di Dio ma fatichiamo a vederlo concretamente. Dove sta? Com’è composto? Che cosa spera? Che cosa teme? Altrettanto spesso all’immagine di popolo di Dio si sovrappone l’immagine della Chiesa istituzionale e gerarchica, che nasconde i volti delle persone con i volti del potere e i tratti dell’organizzazione burocratica. Sabato 15 settembre 2012 a Roma, all’auditorium dei gesuiti dell’Istituto Massimo, il popolo di Dio si è invece visto in tutta la sua consistenza. All’incontro Chiesa di tutti, Chiesa di poveri (dove erano attese circa quattrocento persone e ne sono arrivate il doppio, da ogni angolo d’Italia) non è avvenuto nulla di eccezionale: non ci sono state manifestazioni eclatanti, non sono risuonate parole d’ordine e nessun personaggio si è impadronito della platea. C’è stato, semplicemente, un confronto fraterno tra persone unite da una fede e da una passione. La fede nel Cristo dei poveri e degli oppressi, la passione per la giustizia e per la Chiesa del Concilio Vaticano II. Dalle dieci del mattino alle sei di sera il confronto è andato avanti sereno, serrato, sincero. E alla fine il popolo di Dio è tornato alle proprie case rinfrancato, non esaltato, non sovreccitato, ma semplicemente consolato da tanta partecipazione e da tanta condivisione. E ancor più determinato a proseguire nel cammino.
Sul palco non c’erano monsignori di curia, vescovi o cardinali. Non ce n’erano neppure nella prima fila dell’affollatissima platea, come di solito succede nei convegni organizzati dalle strutture ecclesiali. Né c’erano politici o altre autorità. Non si sono viste auto blu né tonache nere filettate di rosso. Qualcuno ha lamentato la mancanza di telecamere, ma in fondo è stato meglio così, perché il clima di familiarità ne ha guadagnato. Promosso da decine e decine di realtà cristiane che si spendono quotidianamente nel mondo, in mille forme diverse, nello spirito della Gaudium et spes, condividendo sogni e paure, speranze e angosce degli uomini e delle donne del nostro tempo, l’incontro ha preso ispirazione dal cinquantesimo anniversario dell’inizio del Concilio, ma soprattutto è stato esso stesso un momento conciliare.
Le parole con le quali Giovanni XXIII aprì il Concilio, Gaudet Mater Ecclesia, sono risuonate più volte, specie nella relazione introduttiva della teologa Rosanna Virgili, e hanno fatto da sfondo all’intera giornata: anche nel momento della critica e della contestazione, l’orizzonte è rimasto quello della fiducia e della gioia. Nessuno ha parlato “contro”. Ogni parola è stata spesa “per”. Per una Chiesa veramente dei poveri e con i poveri. Per una Chiesa del Vangelo. Per una Chiesa “sciolta”, come amava dire il cardinale Martini. Per una comunità di fedeli adulti, obbedienti stando in piedi, come diceva Scoppola.
Grazie all’inquadramento storico di Giovanni Turbanti e all’analisi di Carlo Molari sulle diverse interpretazioni del Concilio, è stato possibile impostare il confronto su basi solide. La riflessione di Molari sull’idea di tradizione, in particolare, è stata efficace e piena di spunti bisognosi di ulteriori approfondimenti. L’idea di tradizione uscita dal Concilio, come realtà vivente e come processo (si veda la Dei Verbum, 8)  merita di essere meditata nel momento in cui dentro la Chiesa cattolica si assiste all’offensiva, non soltanto da parte dei cosiddetti tradizionalisti, di chi vede nella tradizione l’immobilità e l’immutabilità (Semper idem era il motto del cardinale Ottaviani, grande oppositore dello spirito conciliare). Ma l’incontro, soprattutto, ha evitato di cadere nella disquisizione accademica circa le diverse ermeneutiche (continuità o rottura?), preferendo dare come asserito che nel Concilio ci fu sia la continuità sia la rottura, sia la riaffermazione delle verità fondanti sia la necessità di proporle meglio, più genuinamente e più efficacemente, in relazione ai nuovi tempi. Nello studiare un Concilio che Giovanni XXIII volle pastorale e non dogmatico sarebbe veramente un controsenso alquanto bizzarro, mezzo secolo dopo, arenarsi attorno a una questione che rischia di cadere nel formalismo.
Il Concilio lo si capisce e lo si interpreta a partire dai mondi vitali, non dalle formule, e sono stati proprio i mondi vitali a fare irruzione nel convegno con tutta la loro carica di verità, spesso sofferta. Come quando è intervenuto il padre Felice Scalia, apprezzato da tutti per la sua sincerità nel delineare il dramma attraversato dalla Compagnia di Gesù, visto che per alcuni dei suoi membri la fedeltà al Concilio e lo schierarsi con i poveri ha voluto dire da un lato andare letteralmente  incontro al martirio e dall’altro affrontare la spaccatura con la gerarchia. E ugualmente appassionato è stato l’intervento del rappresentante di un gruppo che riunisce omosessuali cristiani.
Se dom Giovanni Franzoni è salito sul palco per ricordare il tempo in cui Paolo VI, spogliandosi del triregno, non fece soltanto un gesto all’insegna della povertà e dell’aiuto verso le Chiese più bisognose, ma volle dichiarare anche visivamente la rinuncia a ogni forma di potere temporale e di seduzione di quel tipo di potere sulla Chiesa, altri testimoni del Concilio, come Luigi Bettazzi e Arturo Paoli, hanno mandato messaggi.
Il nome del cardinale Martini è risuonato spesso, fin dai saluti introduttivi di Rosa Siciliano, direttrice di Mosaico di pace. E in generale la definizione di “piccolo gregge”, tanto cara a Martini, può essere utilizzata per esprimere lo spirito dell’assemblea, animata dalla volontà non di contarsi per contare, ma di spendersi nel mondo, ovunque ci sia da chinarsi su una ferita e su un’ingiustizia.
Nella sua semplicità, lo spirito del Concilio è stato rievocato con grande efficacia dal Paolo Ricca, che ha ricordato tutto lo stupore e la meraviglia dei protestanti quando si resero conto di essere passati dallo status di eretici a quello di “fratelli separati”, nella cui esperienza di fede i cattolici possono ritrovare elementi di verità utili per la salvezza. E piena di suggestioni per il futuro è stata la relazione di Cettina Militello sulle prospettive di un vero aggiornamento.
L’intervento finale di Raniero La Valle, giocata sulla necessità di uscire dalla contrapposizione tra le varie ermeneutiche del Concilio per fare piuttosto del Concilio l’ermeneutica alla luce della quale interpretare la stessa storia della Chiesa, è suonato non tanto come chiusura ma come premessa di altre tappe. Il titolo dell’incontro è stato preso dal radiomessaggio di Giovanni XXIII dell’11 settembre 1962: “In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta qual è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”.
Ha scritto Bettazzi nel suo messaggio: “La sollecitazione per la piena attuazione del Concilio è affidata al popolo di Dio, del quale la gerarchia è al servizio. Che la vostra premura di popolo di Dio possa influire sul sinodo episcopale dell’ottobre e su tutto l’anno della fede”.
Recitando la preghiera composta da Marco Campedelli della Comunità San Nicolò di Verona, il popolo di Dio si è espresso così: “Continua a soffiare, vento dello Spirito, nuova Pentecoste sul mondo, continua a inventare lingue nuove, alfabeti inediti, capaci di tradurre le sorprese di Dio. Non è la Chiesa che vogliamo celebrare, ma lo Spirito di Dio che soffia in mezzo al mondo. Chiesa di tutti, Chiesa di poveri”.               
Il popolo di Dio si è riunito. In libertà, senza ipocrisie. Si è confrontato con fiducia, senza calcoli dettati dall’opportunismo, senza prudenze innescate dalla paura, senza equilibrismi dovuti ai giochi di potere. Lo Spirito ha soffiato.

4. Interventi di Enzo Mazzi sul Concilio Vaticano II


A 30 anni dall’apertura del Concilio Vaticano II - Riflessioni di Enzo Mazzi - 31.10.1992

Cadono oggi (oppure: in questi giorni) trent'anni dall'apertura del Concilio Vaticano II. Quale può essere per noi il significato di una tale data storica? Viviamo in un momento cruciale del trapasso d'epoca. Si chiude un secolo, non tanto in senso sombolico ma reale. Il crinale storico si è raggiunto con lo sbriciolarsi di uno dei due poli che si giocavano il mondo dopo Yalta e subito, con la guera del Golfo, si è intrevisto il nuovo scenario di gioco. Il parto della nuova epoca è un travaglio interminabile, doloroso e pregnante. L'aspro conflitto sociale che si è riaperto in Italia sta tutto, nella sua sostanza, in queste doglie del parto. Che significato può avere la memoria di eventi passati per una partoriente tutta concentrata sugli spasmi dolorosi e inquietanti causati da una vita che preme per nascere?
Angosciati dal nostro futuro vicino e lontano, impegnati a non subire gli eventi, determinati a contrastare lo scivolamento in un nuovo medioevo imperiale, decisi a lottare per una società fondata sui diritti universali, non solo formali ma finalmente reali, siamo tentati di recidere le nostre radici. Fra queste anche il Concilio.
Intendiamoci, se lo considerassimo come evento a sé avremmo pieno diritto di consegnarlo alla storia passata, sia in quanto cattolici, impegnati ormai su frontiere più avanzate, sia come laici sollecitati dalle nuove figure del cattolicesimo quali il pacifismo, la teologia della liberazione dal basso, il volontariato, il dissolversi del collateralismo partitico, il nuovo magistero etico e sociale.
Il Concilio, però, non è da vedere solo come un evento, cioè quella determinata assise di vescovi, è anche un processo, un movimento di lunga durata, un fluire profondo di spinte trasformatrici che solo in alcune occasioni storiche acquista visibilità e spettacolarità.
E come processo, il Concilio stesso è una realtà viva, dentro il travaglio attuale.
Chi scrive è fra i tanti testimoni diretti di un tale processo conciliare, iniziato ben prima del pontificato di papa Giovanni e proseguito fino ad oggi, con modalità e visibilità diverse, come un fiume che si modella in base ai territori che incontra.
Nel dopoguerra, mentre dai luoghi del potere proveniva quella ondata anticonciliare di contrapposizione e intolleranza che trovò nella scomunica dei comunisti uno dei momenti più drammatici, i luoghi del non-potere divenivano crocicchi di inediti e fecondi incontri, crogioli di esperienze e sintesi nuove di società e di chiesa. Per capirci meglio, da tante e complesse esperienze, desumiamo due soli esempi più facilmente decifrabili. Nei campi di concentramento tedeschi, preti francesi si trovarono a condividere una "comunità di destino" con operai comunisti. Scoprirono nelle reciproche diversità valori sia umani sia evangelici che li portarono a uscire dalle rispettive gabbie ideologiche e a tentare sentieri inediti di convergenza. Nacquero così i preti operai, una delle vene del processo conciliare. Un'altra vena, non meno feconda, si apriva nel mantovano, dove don Primo Mazzolari, parroco e scrittore, già durante il fascismo e poi nell'immediato dopoguerra, sperimentava e diffondeva uno spirito di convergenza con i contadini socialisti e comunisti, con gli anticlericali, con i protestanti. "Tromba dello Spirito Santo" lo definì papa Giovanni il quale si ispirò anche a lui nel suo sogno del Concilio.
E' storicamente provato che Giovanni XXIII, ingabbiato in un primo tempo dalla rete curiale, consapevole dell'impossibilità di operare qualsiasi reale riforma partendo dal centro, con un colpo di genialità profetica ha voluto il Concilio per dare voce, forza e futuro al processo conciliare, ai luoghi fecondi del non-potere, alle periferie del mondo.
E' stata una scommessa vincente. "Scommessa", perché a quel tempo non era affatto scontato l'esito del Concilio, con una Curia vaticana che fece di tutto per ingabbiarlo e ridurlo a folklore; "vincente" perché il processo conciliare contagiò gran parte dei padri convocati in S.Pietro e divenne egemone, in senso gramsciano, a livello mondiale.
Dopo trent'anni tale egemonia è sì mortificata da una restaurazione generalizzata, pervasiva e al tempo stesso spettacolare; ma la vitalità del processo stesso si è approfondita e rafforzata, anche per l'emergere di nuovi soggetti e di forti spinte nelle chiese del Terzo Mondo.
Il movimento conciliare è ben vivo ed è una grande risorsa oggi, nel nostro travaglio, di fronte allo spettro dell'egemonia del fondamentalismo cattolico in un quadro di generale involuzione autoritaria del convivere civile. Come ai tempi di Papa Giovanni, conviene scommettere sul processo conciliare, conoscerlo, valorizzarlo, non solo all'interno della Chiesa, ma anche da parte del mondo laico troppo spesso attratto da eventi tanto spettacolari quanto effimeri.

Testo di riflessione sul Concilio Vaticano II scritto per ADISTA

Firenze 4 maggio 1993 - Enzo Mazzi


Ai primi di novembre del 1958, il cardinale Dalla Costa, di ritorno dal Conclave, venne a trovarci all'Isolotto, in una delle visite che ci faceva di frequente in rigoroso incognito. "Abbiamo eletto un papa che vi piacerà" - ci disse con quel risolino ironico e ammiccante che addolciva i tratti austeri e taglienti del suo volto scavato. Poiché conosceva i suoi polli, aggiunse, fra una sorsata di caffè e l'altra, - "Abbiate fiducia, aspettate e vedrete".
Aspettammo, ma sfiduciati. Già i trionfalismi dell'incoronazione ci avevano mal disposti verso questo papa. Presentava sì tratti di bonaria umanità, totalmente assenti dalla figura di Pacelli, ma mostrava, agli occhi di quanti si arrovellavano sulle frontiere del rinnovamento, una cultura tradizionalista e curiale, inadeguata se non contraria ai cambiamenti che si rendevano sempre più urgenti.
Vennero, poi, le mazzate. Nel dicembre 1958, un intervento vaticano vieta all'Università cattolica del S.Cuore di conferire la laurea honoris causa in scienze politiche a Jaques Maritain. Poco dopo, un ordine del Sant'Uffizio blocca la diffusione di Esperienze Pastorali di don Milani, fino a lambire lo stesso cardinale Dalla Costa. Agli inizi del 1959 viene allontanato da Firenze padre Ernesto Balducci. Il 4 aprile dello stesso anno il Sant'Uffizio rinnova, con la dichiarata approvazione del papa, la condanna contro i comunisti, allargandola perfino ai cattolici che con i loro comportamenti "favorivano" il comunismo. Ancora nello stesso anno, il card. Feltin riceve dal card, Pizzardo, segretario del Sant'Uffizio, l'ingiunzione di chiudere definitivamente l'esperienza dei preti operai, creando drammatici casi di coscienza e ferite tutt'ora aperte.
Il nuovo papa appariva un ostaggio imbelle della Curia vaticana. Si allontanava sempre più la prospettiva che ci aveva aperta il card. Dalla Costa.
Il clima che circolava negli ambienti dove si stava realizzando la gestazione del rinnovamento era di disorientamento. Ma non di scoraggiamento, perché mille segni ci dicevano che, nonostante il gelo vaticano duro e distruttivo come le nevicate di marzo, la primavera era in piena e inarrestabile fermentazione.
Lontani com'eravamo dalle stanze e dalle trame del potere, a diretto contatto con la gente più umile, immersi in una quotidianità che impegnava tutte le nostre energie intellettuali e materiali, ci sfuggiva il fatto che alcuni di questi segni di germinazione si annidavano nella coscienza e nei gesti minori del nuovo papa. Come l'abbraccio con cui papa Giovanni accolse l'eretico dissidente don Primo Mazzolari, in una pubblica udienza il 6 febbraio 1959, nello stesso momento in cui i vescovi italiani, card. Montini compreso, esigevano una condanna definitiva ed esemplare di Mazzolari e della sua rivista "Adesso". Dalla Costa non aveva parlato invano quel giorno di novembre 1958 e soprattutto egli sapeva quello che faceva quando aveva impegnato tutta la sua credibilità e la sua autorevolezza di papabile per favorire l'elezione di Roncalli. I due, Dalla Costa e Roncalli, non potevano scoprire le loro carte più preziose. Carlo Falconi afferma in una pubblicazione su I papi del ventesimo secolo che " molto prima di diventare il 262° successore di Pietro, Roncalli era già in possesso di tutto l'esplosivo ideologico a cui avrebbe avvicinato la miccia (...) soltanto negli ultimi anni della sua vita". Papa Giovanni attendeva l'ora stabilita dalla Provvidenza, dice Falconi. Ma noi come potevamo saperlo? Come potevamo pensare che un uomo così esplicitamente inviluppato nella tela del ragno potesse covare il colpo d'ala capace di liberarlo e di liberare con lui la Chiesa intera?
La stessa notizia che Giovanni XXIII aveva espresso l'intenzione d'indire un Concilio ci lasciò sulle prime indifferenti. Ritenevamo che un Concilio sarebbe stato egemonizzato dalla solita Curia che l'avrebbe usato come nuova occasione di trionfalismo, per ribadire il luoghi comuni del centralismo vaticano. Stava a dimostrarlo il fallimento del Sinodo Romano, il primo dell'epoca post-tridentina, tenutosi nel gennaio 196o, con gran pompa ma senza alcun segno di apertura al nuovo.
Per concludere, si consolidava sempre più in noi la convinzione che la riforma della Chiesa non poteva in alcun modo venire dal centro o dall'alto. Era una conferma storica del Cantico di Maria (Ha rovesciato dai troni i potenti ed ha innalzato i senza-potere...), del discorso della montagna e delle parole con cui Gesù accolse i discepoli di ritorno dalla missione (Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai potenti e le hai rivelate ai piccoli...). Diveniva sempre più chiaro che l'attuale struttura ecclesiastica, teocratica, centralista, autoritaria, imponente, ricca, alleata con i ricchi e i potenti, era una fortezza-prigione totalmente impenetrabile, capace di annullare ogni buona volontà riformatrice. Il massimo che ci si poteva attendere era una "verniciatura dei sepolcri".
Del resto noi stessi, nel nostro piccolo, lo sperimentavamo. Il Vangelo era vissuto fuori dalle strutture ecclesiastiche, nei luoghi del non-potere, della insignificanza, della emarginazione, della povertà. E noi, preti e laici, che tentavamo di aprire le nostre parrocchie delle squallide periferie o di sperduti paesi  o delle baraccopoli alla creatività dello Spirito, cozzavamo sempre contro muraglie inamovibili. Non era solo questione di uomini. anzi, in radice non era affatto questione di uomini. Erano sbarre fatte di ruoli, leggi, riti, dogmi, catechismi, concordati, protezioni politiche, patrimoni, consuetudini....
La riforma della Chiesa in senso evangelico poteva venire solo dal basso o se si vuole dalla periferia. La comprensione del Vangelo, il catechismo, la liturgia, la spiritualità, i beni materiali, le strutture decisionali, insomma tutta la struttura di vita dell'essere chiesa veniva progressivamente rovesciato. A lenti ma decisivi passi era collocato su un nuovo fondamento: la base, i poveri, gli handicappati, gli abbandonati, gli umili, gli operai. Le realtà nuove che nascevano si chiamavano non di rado, con termine equivoco, "comunità", e magari "comunità parrocchiali". Solo più tardi si affaccerà quel nome che ancora non è stato assorbito e travisato dalle istituzioni forti: "comunità di base", cioè realtà che trovano il proprio fondamento nello Spirito che vive nella base, realtà protese alla sostanziale autonomia dalla struttura della parrocchia, della diocesi, della Curia vaticana.
Insomma eravamo "periferie" che si avviavano coscientemente, sempre più coscientemente, a divenire soggetti storici della inelusibile riforma della Chiesa.
Papa Giovanni, ecco l'intuizione del card. Dalla Costa che più tardi, nella preparazione del Concilio, divenne chiara anche a noi, si trovava sulla stessa lunghezza d'onda: era un papa che ci sarebbe piaciuto. La carriera di diplomatico aveva portato Roncalli a contatto con alcuni snodi storici cruciali del dopoguerra: la Bulgaria e la Turchia delle frontiere ecumeniche col mondo ortodosso e islamico, la Francia delle parrocchie missionarie e dei preti operai e infine l'Italia dell'opposizione all'assolutismo e all'anticomunismo pacelliano. Egli aveva preso coscienza di quanto la Chiesa intera avesse bisogno di essere fecondata dallo Spirito che soffiava forte nelle periferie e nella base. Intendiamoci, non voglio dire che lui fosse sempre d'accordo con le esperienze innovative che incontrava. Ma avrebbe voluto paternamente indirizzarle, secondo il suo stile di "buon pastore" che vuole evitare di trasformarsi in "organizzatore della vita collettiva", come ebbe a dire nel discorso dell'incoronazione. Ben presto però si accorse che egli, dal centro, poteva solo reprimere e soffocare. La riforma della Chiesa non poteva partire da lui. Non voleva essere un papa-riformatore. E concepì il Concilio proprio per rompere il centralismo romano, per far tacere i "profeti di sventura" e quindi liberare le esperienze conciliari delle periferie e dare spazio ai "segni dei tempi. E' emblematica la vicenda, nota ma ormai dimenticata, dello schema chiave riguardante le fonti della Rivelazione. Papa Giovanni sconfessò praticamente lo schieramento dei vescovi italiani, spagnoli, molti latino-americani, guidato dai potenti cardinali curiali con in testa Ottaviani il quale con cavilli procedurali voleva imporre lo schema proposto dall'alto, e diede spazio alle istanze rinnovatrici. Questo era il suo compito: non fare lui stesso la riforma, ma dare spazio al processo di riforma che germinava nella chiesa.
Ecco la convergenza che trovo fra la germinazione delle comunità di base e di tante altre esperienze conciliari e la coscienza profetica di Giovanni XXIII.
Dalla Costa aveva proprio ragione: papa Giovanni ci è piaciuto.
Appunti per l’incontro sulla storia delle religioni monoteiste organizzato da AUSER presso la Comunità dell’Isolotto - Firenze 20 aprile 1999 - Enzo Mazzi

Una data segna un passaggio storico fondamentale per la religione cattolica: l'11 ottobre 1962 quando una foresta di candide mitrie vescovili illuminò e animò l'ambigua immensità di S.Pietro.
Come evento in sé, il Concilio Vaticano II è ormai consegnato alla storia passata, oggetto di ricerca, di riti commemorativi, di esegesi interessate dei testi prodotti. Ma è solo questo oppure è da vedere anche come processo aperto, percorso di trasformazione, segno della direzione di marcia di un'epoca?
Proviamo a storicizzare un tale interrogativo per riportarlo poi all'oggi.
A differenza del Vaticano I, che era stato ancora un concilio essenzialmente europeo, i quasi 2500 padri conciliari provenivano ora da tutto il mondo. Meno della metà erano europei, ottocento venivano dalle Americhe, più di cinquecento dall'Africa e dall'Asia. Rappresentavano le periferie della cattolicità. Proprio per questo papa Giovanni li aveva convocati: per dar voce e forza alla molteplicità creativa delle ininfluenti e non di rado ignorate province dell'impero. Sta tutta qui, a mio avviso, la geniale ispirazione profetica di papa Giovanni, oppure il suo peccato o almeno la sua ingenuità, a giudizio di alcuni e forse di molti.
La Chiesa cattolica fino allora era stata di parte, dominio dei "profeti di sventura", arroccata "contro": contro la Riforma, la modernità, il comunismo, la diversità, la verità dell' "altro"; contro l'autonomia delle coscienze e il riscatto dei popoli.
L’ideologia dominante nel cattolicesimo ancora una volta aveva “munto con violenza alle mammelle della Scrittura e invece di latte aveva bevuto sangue”: questa espressione tragicamente colorita di un anonimo autore del secolo XI, il quale si riferiva alle giustificazioni tratte dalla Bibbia da ambedue le parti nella lotta per le investiture e nel tanto sangue sparso, la vedo appropriata anche alla Chiesa della controriforma e tridentina.
Del resto, apro una parentesi, vedo l’espressione appropriata anche al coinvolgimento attuale delle religioni nella pulizia etnica, nei massacri e nella guerra nella ex-Yugoslavia. Raramente e forse mai nella storia chi compie massacri o intraprende guerre confessa i motivi veri del proprio operato violento, ma ammanta la violenza con motivi nobili: religiosi o etici. Finge di mungere latte per bere in realtà sangue.
Così era stato per la Chiesa cattolica dal tempo della Controriforma fino al Vaticano II: una chiesa di parte, arroccata in difesa rispetto a un mondo considerato nemico.
Papa Roncalli, nella bolla di indizione del Vaticano II, Humanae salutis, scrive: “Facendo nostra la raccomandazione di Gesù di saper distinguere i “segni dei tempi” (Mt 16,4), ci sembra di scorgere, in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi che fanno bene sperare sulle sorti della Chiesa e dell’umanità.
Era una svolta storica rispetto alla valutazione negativa della storia moderna che si era andata accentuando nell’ottocento e nella prima metà del novecento.
Come data d’inizio “ideale” di tale accentuazione negativa si può citare l’enciclica Mirari vos (15 agosto 1832) di Gregorio XVI, nella quale la storia contemporanea veniva letta sotto il segno di una “congiura dei malvagi” che non permetteva indulgenza e benignità alcuna da parte della chiesa e imponeva piuttosto di “reprimere col bastone” i vari errori. Questo giudizio globalmente negativo sulla storia ne sulla società occidentale, soprattutto sulle società democratiche, non fu soltanto ripreso nel magistero di Pio IX (basti pensare al Sillabo), ma codificato solennemente nel proemio che apre la Costituzione dogmatica del Vaticano I sulla fede cattolica: la storia moderna, dopo il Tridentino, viene descritta come la progressiva corruzione dell’uomo, provocata dalla negazione protestante del principio di autorità. E’ significativa a tale proposito anche la Quoad Apostolici Muneris di Leone XIII.
E’ su questo sfondo che bisogna collocare la portata dell svolta di Papa Giovanni. La Chiesa deve tornare ad essere "chiesa di tutti e particolarmente dei poveri", disse nell'intervento dell'11 settembre 1962 in preparazione del concilio e ripeté sostanzialmente un mese dopo, nel discorso d'apertura. "Chiesa di tutti" e non solo della gerarchia; "di tutti" e non solo dei cattolici, degli europei, dell'occidente opulento. Una tale trasformazione era un compito immane, un miracolo che nessun papa dal centro avrebbe mai potuto compiere. Roncalli, uomo dell'apparato sapeva quanto era grande la solitudine istituzionale del vescovo di Roma, conosceva bene la prigionia vaticana e lo spessore delle catene curiali. Era cosciente di ciò quando accettò l'elezione e se ne convinse meglio i primi anni del suo pontificato quando fu trascinato in una delle ricorrenti strette involutive che si abbatté sulle esperienze del cattolicesimo italiano e francese più impegnate in quella trasformazione che entrava sempre più decisamente nei suoi sogni.
Negli anni 1958-'59, furono colpiti Jaques Maritain, cui fu negato dal card. Pizzardo, segretario del Sant'Uffizio, il conferimento della laurea honoris causa da parte dell'Università cattolica del S.Cuore, Lorenzo Milani, le cui "Esperienze pastorali" furono ritirate dalla circolazione, Ernesto Balducci, esiliato da Firenze, i preti operai francesi obbligati a lasciare il lavoro, i teologi diffidati dal proseguire nelle timide aperture verso la nuova esegesi biblica, Teilhard de Chardin, accusato di eresia. Altro che sogni di apertura!
Papa Roncalli si sentiva inghiottito dalla tela del ragno, quasi un burattino nelle mani dell'onnipotenza curiale. Ed ebbe la genialità di rompere quell'isolamento chiamando in Vaticano il mondo intero. Non che i vescovi fossero tutti esemplari di aderenza alla realtà, anzi molti di loro erano ancora fermi al Medio Evo. Chiamò il mondo intero nel senso che convocando i vescovi, unica possibilità istituzionalmente a lui consentita, intese dare voce e forza a quei processi di crescita umana e cristiana che animavano la storia. Li aveva incontrati nella sua esperienza di diplomatico vaticano in cruciali posti di frontiera: in Bulgaria, a contatto col mondo dell'ortodossia e del comunismo, inTurchia, la porta dell'Islam, nella Francia, "paese di missione" animato dal card. Suhard e inoltre nodo storico della decolonizzazione (Algeria e Vietnam).
Nell'enciclica "Pacem in terris" chiamerà tali processi "segni dei tempi" e darà loro precisi connotati: "ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici...ingresso della donna nella vita pubblica ...non più popoli dominatori e popoli dominati..."; ancora altri "segni dei tempi", secondo la Pacem in Terris, l'aprirsi delle coscienze al carattere democratico della vita sociale e politica e all'illiceità ormai della guerra nell'era atomica.
Che ne è di tutta questa realtà, di questo mondo ribollente, di questa presa di coscienza delle "periferie", della base cui attraverso il concilio si è inteso dar voce e forza? Ha certamente ottenuto l'intento di farsi sentire ed ha contagiato la gran parte dei padri conciliari; ma è riuscita anche scardinare in qualche modo la tela del ragno o ne è rimasta invischiata?
La domanda, si vede bene, si colloca in una visione del Concilio non come puro fatto di chiesa, ma come espressione e segno di un'epoca, di una fase storica, di una tappa del cammino umano complessivo.
Ebbene, a giudicare dalla prassi alto-istituzionale si direbbe che il Concilio è effettivamente morto. Rimane solo la liturgia funebre i cui riti si ripropongono sempre uguali. Ultimi in ordine di tempo: la condanna della Teologia della liberazione, l'approvazione del catechismo universale, che a detta di molti è una ferita pofonda alla inculturazione del vangelo, le celebrazioni dei 500 anni di evangelizzazione, a Santo Domingo. E’ vero che c’è un atteggiamento fortemente critico nei confronti del neoliberismo, dell’individualismo egoista occidentale, dell’iniquo rapporto Nord-Sud e soprattutto c’è questa condanna della guerra. E’ una condanna, per me molto giusta, ma che cala dall’alto. E’ una specie di riproposizione dello scontro medioevale fra papato Impero. Manca completamente l’annuncio dei “segni dei tempi”.
Dunque si può dire addio ai "segni dei tempi"? Si deve considerare ormai fuori dall'orizzonte storico attuale la fiducia nel cammino umano, la valorizzazione delle periferie, delle diversità, dei processi di trasformazione dal basso?
Insomma si deve considerare morto lo spirito del Concilio?
Non ne sarei tanto sicuro. La sua tomba potrebbe essere vuota e i riti funebri un esorcismo contro un processo inarrestabile.
E' una tesi questa assai diffusa fra i sociologi e i teologi. Soprattutto è un atteggiamento di fede e un'apertura di credito alla speranza, su cui si gioca un aspetto non secondario del nostro futuro e su cui si fonda la fedeltà e la costanza di realtà ecclesiali quali ad esempio le comunità di base.
Le comunità di base sono nate proprio per annunciare e inverare il processo di riconciliazione e pacificazione universale a cui tendevano e tendono i “segni dei tempi” intravisti da papa Giovanni.
Comunità di base sono esperienze diffuse in tutto il mondo per andare oltre le incrostazioni secolari delle verità assolute ed esclusive che creano separazione e contrapposizione, per rimettere in moto la ricerca a tutto campo, per oltrepassare tutti i confini, le appartenenze totalizzanti e le bandiere, per cercare strade nuove di relazione basate sul primato dell’uomo e della donna, per riconciliare anche, anzi prima di tutto, i vari aspetti dissociati dell’essere umano, per valorizzare e intrecciare i percorsi positivi in atto in ogni angolo del mondo. Le Comunità di base sono un segno di speranza. Ma i segni di speranza che animano la società attuale sono tanti. La sostiene con forza una testimonianza di padre Ernesto Balducci, apparsa postuma sulla pubblicazione “Che ne è del Concilio”: "Gli apparati ecclesiastici tendono a ricomporsi secondo il modello messo in crisi dal Concilio...Ma la fermentazione del Concilio non si è arrestata...Non ha molta importanza che al vertice della chiesa siano potenti i gruppi della restaurazione. Il Concilio ha riabilitato la libertà di coscienza, dentro e fuori la chiesa, e la libertà di coscienza messa in rapporto col Vangelo come messaggio di liberazione è ormai una forza che nessuna astuzia potrà imbrigliare".


[1] E’ orami noto che il termine “cammello” è una traduzione errata.