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domenica 2 marzo 2014

Il lato oscuro degli uomini




Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 2 marzo 2014
Il lato oscuro degli uomini
La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con Maria Grazia Ruggerini, Alessandra Pauncz e Andrea Bagni


1. Letture dal Vangelo e non solo 
2. Il libro: Il lato oscuro degli uomini 
3. Dialogo con Maria Grazia Ruggerini e Alessandra Pauncz intorno al libro
4. La violenza alle donne riguarda tutte le donne e chiama in causa tutti gli uomini
5. Donne coraggio. Intervista a Enzo Mazzi
6. Lettera aperta agli uomini che odiano le donne di Cristina Comencini

1a. Letture dal Vangelo 
… all'alba si recò di nuovo al tempio e tutto il popolo gli si avvicinava ed egli, sedutosi, si mise a parlare con loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio e, messala nel mezzo, gli dissero: "Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?". 
Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: "Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei". E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. 
Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 
Alzatosi allora Gesù le disse: "Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?". Ed essa rispose: "Nessuno, Signore". E Gesù le disse: "Neanch'io ti condanno; va’ e d'ora in poi non peccare più".
Abbiamo scelto questo brano perché descrive da un lato l’orrore di un ordine simbolico di dominio, con conseguenti leggi, precetti, morali, che porta una donna a un passo dalla morte per lapidazione e dall’altro il comportamento di un uomo (ma che sappiamo essere il comportamento di un gruppo di donne e uomini intorno a Gesù) probabilmente anch’esso/i cresciuto/i in una cultura del dominio e del disprezzo per le donne, che riesce/riescono a dare spazio ad un altro possibile ordine simbolico, dove non c’è senso di superiorità, condanna ed esclusione, ma ascolto e rispetto. 

A questo brano del Vangelo fanno riferimento anche le parole di Enzo Mazzi in un articolo apparso su La Repubblica alla vigilia della manifestazione delle donne “Se non ora quando?” del 13.02.2011
[…] il Vangelo è un grande messaggio di valorizzazione della creatività dello Spirito che anima costantemente l’evoluzione e la ricerca umane e le conduce ben oltre la cosiddetta etica naturale codificata. Ed è anche una denuncia forte dei soprusi che provengono dalle cattedre di verità, soprattutto contro le donne. Gli uomini che stavano lapidando una adultera erano molto religiosi, si appellavano a Dio creatore e rivelatore e alla sua legge, era Dio stesso che imponeva di considerare l’adulterio un atto contro la verità della natura, la loro mano era mossa dalle cattedre di verità di quel tempo. Gesù li freddò con una frase che dovrebbe freddare anche oggi le gerarchie ecclesiastiche: «chi di voi è senza peccato scagli la prima pietra, nessuno ti ha condannata, nemmeno io ti condanno».
La cultura femminile è essenziale oggi per un superamento delle vecchie prigioni delle anime e dei corpi. Quando il potere ecclesiastico arriverà a chiedere perdono alle donne di tutti i misfatti compiuti contro le loro coscienze fin dalla più tenera età, contro i loro corpi, i loro uteri, la loro capacità generativa e creativa, allora e solo allora sarà credibile nel suo parlare di difesa della natura e della vita. Quando il potere ecclesiastico avrà compiuto una riparazione storica facendo spazio alla visione femminile di Dio, della Bibbia, di Cristo, della fede e della vita della Chiesa, allora potrà intervenire credibilmente sull’etica della vita. Ma in quel momento si sarà dissolto come “potere”. Le donne che si riprendono le piazze si riprendono anche per se stesse e per tutti noi il potere sulla sacralità della natura, dei corpi, della sessualità e, mettendo un po’ di enfasi, sulla sacralità di tutto l’esistente. “Se non ora, quando?”.
2.Libro: “Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento”
Volume a cura di Alessandra Bozzoli, Maria Merelli, Maria Grazia Ruggerini. Ed. EDIESSE
[dalla quarta di copertina]

Violenza contro le donne: cosa si sta facendo in Italia?
Inasprire le norme repressive e isolare i comportamenti violenti maschili – che sono ormai arrivati ad un femminicidio ogni due giorni- facendone casi eccezionali, patologici, lascia inalterati i modelli culturali fondati su quegli equilibri patriarcali di potere contro i quali hanno lavorato fin dagli anni Ottanta i Centri antiviolenza e le Case per donne maltrattate, frutto delle lotte femminili e femministe.
Comprendere invece che la violenza sulle donne è prima di tutto un problema degli uomini significa spostare l’attenzione dalle vittime agli autori, a quella “questione maschile che tutta la violenza di genere sottende.
Il volume coglie, nella parte iniziale, questo cambiamento di ottica attraverso una ricerca – la prima in Italia – che censisce le esperienze d’avanguardia rivolte agli uomini violenti nel nostro paese, nelle carceri e nei centri, in ambito privato e pubblico, e offre un quadro di programmi sviluppatisi a livello internazionale, cui le esperienze italiane fanno riferimento. 
Nella seconda parte sono presentate le riflessioni e le proposte di studiosi e studiose afferenti a molteplici discipline, e le esperienze di operatrici e operatori con ruoli professionali diversi. In appendice, un’analisi critica del recente decreto legge n.93/2013 convertito nella legge del 15.10.2013 n.119.

3. Dialogo con Maria Grazia Ruggerini, una delle curatrici del libro, con Alessandra Pauncz, presidentessa del CAM (Centro Ascolto uomini maltrattanti) e autrice di una riflessione riportata nel libro: “Verso il luogo delle origini: riflessioni di un’operatrice eretica” intorno al libro e con Andrea Bagni rispetto al suo percorso personale nell’Associazione Maschile Plurale.

4. La violenza alle donne riguarda tutte le donne e chiama in causa tutti gli uomini
In più parti del libro si afferma l’importanza di affrontare il problema della violenza alle donne non soltanto dal punto di vista delle donne, ma anche dal punto di vista degli uomini: di quello degli uomini maltrattanti e di quello di tutti gli uomini. Si sostiene che il fenomeno della violenza alle donne non può essere ricondotto semplicemente a fenomeni di patologia degli uomini violenti o di “patologia di coppie malate” formate da donne vittime e uomini malati/devianti. Così come gli interventi non debbono essere ricondotti solo a misure repressive pur necessarie.
E non  si parla solo di casi eclatanti di violenza che le donne hanno il coraggio di denunciare e che magari raggiungono le prime pagine dei quotidiani, ma di quella “violenza domestica”, più sottile, impalpabile, che vede nella coppia ancora rapporti di potere da parte dell’uomo, potere che si esercita psicologicamente, con forme di svalutazione, di distruzione dell’autostima, economicamente e che pervade anche la sfera più intima, fisica e sessuale. E’ questa la violenza più difficile da smascherare e da ammettere, è quella violenza che nasce per l’incapacità, da parte degli uomini, di accettare l’autonomia e la libertà entrate nella vita delle donne che scatenano in loro senso di inadeguatezza, perdita di potere e di controllo e impossibilità ad accettare la diversità di una persona “altra” da loro. 
Quindi la violenza non è solo il retaggio di valori culturali di una società patriarcale, ma è anche il frutto della moderna trasformazione delle relazioni tra uomini e donne.
Nel libro si sottolinea con forza come diventi fondamentale e come sia una delle cose più difficili per gli uomini che accedono ai percorsi di trattamento, ammettere che in loro albergano delle negazioni fondamentali sulle quali devono lavorare rispetto a se stessi: la negazione dei fatti, che il più delle volte vengono minimizzati, anche rispetto alle conseguenze, di sofferenza e dolore, provocate alla vittima; la negazione della consapevolezza dell’azione abusante: la violenza è stata scelta come modalità, non è “capitata”; la negazione della responsabilità per cui la colpa viene attribuita ai comportamenti della vittima, o alla storia della propria infanzia.
E’ solo affrontando il fenomeno alle origini e in una visione complessiva, quindi uno sguardo che si sposta dalle vittime agli autori di violenza, che può diventare possibile cercare di interrompere il ciclo della violenza, anche nella trasmissione fra generazioni, di prevenirlo, con un lavoro non solo sugli uomini maltrattanti, ma che chiami in causa tutti gli uomini.
Gli uomini sono chiamati in causa a lottare contro la violenza non (sol)tanto nello schierarsi a fianco delle donne ma anche nel realizzare propri percorsi di riflessione su di sé.
Gli uomini sociologicamente abituati da millenni a guardare fuori da sé piuttosto che dentro di sé hanno finora mostrato delle resistenze nell’affrontare questi temi, ma a partire dagli anni ‘90 anche in Italia qualcosa si è mosso. Ed è interessante segnalare che uno dei primi passi, se non il primo, lo abbia fatto in Italia proprio un piccolo gruppo all’interno di una comunità di base: il gruppo Uomini della Cdb di Pinerolo. Ci fa piacere qui riportare una rassegna dei gruppi di uomini impegnati in un lavoro di riflessione sul ‘maschile’ e su di sé.

Gruppo Uomini, che diventerà poi Uomini in cammino, nasce nel 1993 all’interno della Comunità cristiana di base di Pinerolo (Torino) per rispondere “eccoci!” alle sollecitazioni del femminismo e con tre grandi motivazioni: interrompere il silenzio di fronte al maschilismo imperante nella chiesa; riscoprire, nella figura di Gesù, un modello di relazioni con le donne fatto di reciprocità e di accoglienza; avviare un cammino, individuale e collettivo, di autocoscienza e di cambiamento, da parte maschile, del modo di stare al mondo. Nel ’96 nasce “Uomini in cammino”, 4 pagine, veicolate dal Foglio delle Comunità di base per dare visibilità agli uomini che si mettono in cammino per uscire dal patriarcato: fa bene vedere e sapere di non essere soli”.

Associazione Onlus Cerchio degli Uomini – Torino (www.cerchiodegliuomini.org): Il Cerchio degli Uomini Onlus nasce nel 1998 in maniera spontanea tra un gruppo di uomini che ha cominciato ad incontrarsi per condividere esperienze, vissuti ed emozioni personali su tematiche inerenti la questione maschile, il significato di essere uomini oggi con il patriarcato fortemente in crisi, se non in via di estinzione ed i profondi mutamenti sociali in corso. Diventa Onlus nel 2004 con lo scopo di favorire il passaggio da una società fondata sulla prevaricazione ad una fondata sulla consapevolezza e la valorizzazione delle differenze e pari opportunità tra uomini e donne, ma anche tra religioni e culture diverse.

Gruppo Uomini - Verona: il gruppo nasce alla fine del 2002, conta una decina di persone di età e percorsi formativi e professionali diversi ma accomunate dalla consapevolezza che le relazioni giocano un ruolo centrale nella vita; il gruppo si ritrova una volta al mese per confrontarsi sulle tematiche dell’ ‘essere uomini’. “Ognuno di noi, a suo modo, sente che lo scambio con alcune donne (madri, compagne, amiche, colleghe, filosofe, scrittrici…) è stato ed è tuttora di fondamentale importanza per orientarsi nel mondo. Nel corso di questi anni abbiamo sperimentato le grandi potenzialità di liberazione insite nella pratica del partire da sé (invenzione politica del movimento delle donne), condividendo esperienze e pensieri con altri uomini. La nascita di una fiducia reciproca, guadagnata attraverso un confronto sincero e appassionato, sta facendo dissolvere il fantasma antico e condizionante di una inevitabile competizione tra maschi”. 

Gruppo Uomini – Bologna: il gruppo è nato nel settembre del 2003 con l’obiettivo di confrontarci riguardo al nostro proprio essere uomini. Ci incontriamo ogni due settimane, siamo una decina, ma intorno al gruppo ruotano altrettanti “simpatizzanti”. In queste serate ognuno si dedica al racconto di sé agli altri e all’ascolto. Argomenti sui quali ci siamo confrontati sono ad esempio il rapporto con il padre e la paternità, il rapporto con la madre, i ruoli tradizionali dell’uomo nella società e quanto le aspettative che ne derivano influenzano il nostro modo di essere maschi, la competizione tra uomini, la sessualità, l’omosessualità, lo sguardo e il desiderio, il nostro rapporto con le donne. Lavoriamo su noi stessi, per cercare, a vari livelli, la nostra parzialità, autenticità e originalità di uomini, senza pregiudizi e senza parlare di massimi sistemi.
Abbiamo scoperto che il confronto tra maschi è una straordinaria fonte di arricchimento, quando c’è rispetto per i percorsi personali e le opinioni altrui, e altrettanta fiducia e voglia di conoscere: alcune regole sui tempi e le modalità ci aiutano a gestire gli interventi, in modo da non concedere spazio a giudizi o a tentativi di imporre le proprie idee. Per alcuni la centralità della parola è caratteristica qualificante del gruppo, per altri il dialogo è un punto di partenza per aprirsi ad altre forme di comunicazione, anche non verbale.
A dare una direzione al nostro lavoro, in costante mutamento, sono le intuizioni dei singoli, che vengono ascoltate ed eventualmente raccolte e valorizzate, nel tentativo di assecondare il più possibile le esigenze e i desideri personali; gli argomenti per le serate, le iniziative o gli incontri con altri gruppi sono sempre frutto della proposta di un singolo, indice della voglia di partecipare e dare forza al gruppo che ci accomuna.

Gruppo Uomini – Viareggio: Il gruppo Uomini di Viareggio nasce all'inizio degli anni 90 in stretto rapporto con la casa delle donne di Viareggio e il centro anti-violenza.

L'Associazione nazionale Maschile Plurale è nata a Roma nel 2007, è una realtà di uomini con età, storie, percorsi politici e culturali e orientamenti sessuali diversi, radicati in una rete di gruppi locali di uomini più ampia e preesistente. I componenti dell’Associazione sono impegnati da anni in riflessioni e pratiche di ridefinizione dell’identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale, anche in relazione positiva con il movimento delle donne. 
Attiva in alcune regioni italiane (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia), realizza diversi interventi, quali:
la produzione di riflessioni e di documenti con una valenza politica, sui temi della maschilità e delle relazioni tra uomini e donne, offerti alla discussione attraverso il sito www.maschileplurale.it;
gli incontri pubblici, sugli stessi temi, di sensibilizzazione e promozione culturale sul territorio
l’educazione e la formazione per le scuole, le università, gli operatori socio-sanitari e le forze dell’ordine
la collaborazione con alcuni centri antiviolenza, anche all'interno di reti di prevenzione e contrasto della violenza maschile sulle donne
la ricerca-azione in tema di percorsi degli uomini maltrattanti 
la partecipazione ad analoghe iniziative di molte altre realtà associative e istituzionali .
Iniziative come queste rispondono alle finalità principali indicate dallo  HYPERLINK "http://maschileplurale.it/cms/index.php?option=com_content&view=article&id=91:iscrizione-allassociazione-maschile-plurale&catid=21:associazione-nazionale-maschile-plurale&Itemid=34" Statuto dell'Associazione:
promuovere una riflessione individuale e collettiva tra gli uomini di tutte le età e condizioni, a partire dal riconoscimento della propria parzialità e dalla valorizzazione delle differenze, nella direzione di un mutamento di civiltà nelle relazioni tra i sessi;
impegnarsi pubblicamente e personalmente per l'eliminazione di ogni forma di violenza di genere;
facilitare una svolta nei comportamenti concreti di ciascuno, con le proprie diverse soggettività nelle relazioni interpersonali, nelle famiglie, nel mondo del lavoro, nelle scuole e università, nelle comunità religiose, nei luoghi della politica e dell’informazione, nonché nelle diverse occasioni di socialità.

Associazione Maschile–Plurale Gruppo di Roma: era ottobre del 2000 quando alcuni uomini di Roma si ritrovarono a un incontro nazionale di uomini organizzato vicino Torino dal gruppo uomini della comunità di base di Pinerolo. Alcuni di loro si erano già incontrati qualche anno prima nei movimenti che, all’inizio degli anni ’80 avevano portato al centro della mobilitazione le lotte contro il nucleare militare e civile, le denunce di un modello di sviluppo non più sostenibile, di un modo di produrre rovinoso per il pianeta, di un modo di fare scienza e di trasmettere i saperi funzionale ai poteri forti della politica e dell’economia, di un modo di fare politica fuori e dentro i partiti che aveva svuotato la partecipazione, corrotto il sistema politico, prodotto inefficienza, corruzione, violenza, e disaffezione dei cittadini per le istituzioni. Si tentava di affermare la necessità di un nuovo modello di sviluppo, di un altra qualità della vita e delle relazioni, di un nuovo sistema di relazioni tra i popoli e gli stati improntate alla pace e alla nonviolenza. Erano anni in cui già si vedeva quanto in profondità il movimento delle donne avesse inciso con le sue mobilitazioni e le sue conquiste nella società italiana, nelle relazioni tra uomini e donne, risignificando concetti quali sessualità, famiglia, maternità e denunciando prima di chiunque altro quanto lontano dalla vita, dai corpi, dai bisogni e dalle relazioni, fosse il mondo della politica, dei partiti e delle istituzioni.

Uomini in gioco – Bari: nasciamo nel 2001, sei uomini intorno ai 50, tutti sposati (e tre separati), spinti da desideri e non da doveri, dalla pancia e non dalla testa, … per:
aprire nuove piste intorno a interessi e letture comuni e alla voglia di rinnovare equilibri già assestati;
coltivare la curiosità di ciò che ci abita dentro e intorno come uomini di questo tempo e mondo, a partire dalle relazioni fondanti (partner-figli-fratelli-genitori);
arricchire il nostro ventaglio come genere maschile, non accontentarci di schemi, del già dato nel dna culturale ereditato, sentirci come un piccolo laboratorio, uno fra i non pochi, dove degli uomini si incontrano anche per ri-cucire scissioni ( pubblico/ privato, ad esempio);
raccontarsi, senza parlare di “donne e motori” ed elaborare dal basso nuove pratiche di uomini non in contrapposizione al cammino delle donne ma in parallelo e semmai in ri-sonanza.
I nostri incontri, uno alla settimana a turno nelle rispettive case con la cena finale, tendono al contenimento, in un clima di riservatezza, ascolto, non-giudizio, work in progress. 

Benin City - Il Progetto "La ragazza di Benin City" è un esempio unico al mondo di riscatto umano, politico, sociale e culturale. Nelle sue articolazioni mette insieme uomini che sono o sono stati clienti di prostitute e donne prevalentemente immigrate che sono o sono state vittime della tratta.
E' l'esempio reale di come dai bassifondi più oscuri della cultura patriarcale sia possibile per gli uomini mettersi in discussione, trasformare se stessi e la realtà, conquistare una vita, una sessualità, un modo di stare al mondo, più felici e degne. Fuori dal dominio, dall'oppressione, dallo sfruttamento, dalla vergogna.

LUI – Livorno Uomini Insieme: LUI nasce a Livorno nel 2011 come gruppo di amici che vuole confrontarsi sul proprio essere uomini nel mondo. Decisivo è stato l’incontro con l'Associazione Ippogrifo ed il Centro Donna del Comune di Livorno, durante il quale sono state condivise letture ed esperienze in relazione alle tematiche delle pari opportunità e del linguaggio di genere. Ad integrazione di questo percorso formativo il gruppo ha iniziato a frequentare il Gruppo Uomini di Viareggio, presente sul territorio versiliese da oltre vent’anni, facente parte della più ampia rete dell'Associazione “Maschile Plurale”.
LUI si pone l'arduo obiettivo di diventare un punto di riferimento per un confronto con tutti quegli uomini che vogliono avviare un percorso di introspezione sul significato di “essere maschi” nella società di oggi, iniziando una riflessione critica sui modelli dominanti di mascolinità, accogliendo tutti quegli uomini che vorranno dire la loro sulla violenza, sui rapporti tra sessi, sulle nuove problematiche sociali degli uomini, su culture e linguaggi generati dal patriarcato, a partire dalla loro identità e dalle loro esperienze di vita.
Un “dialogo maschile” che voglia proporre una critica costruttiva sulle relazioni tra i sessi, sulle relazioni in generale e sulle disparità tra donne e uomini. In questo percorso LUI non vuole essere autoreferenziale ma confrontarsi con le altre realtà della società lavorando in rete anche con il contesto locale: vuol essere una nuova proposta di “essere maschio”, finalizzata a far sviluppare una coscienza comune tra donne e uomini basata sul reciproco riconoscimento di autonomia. 
Oggi LUI si presenta come gruppo di uomini in cammino, verso un'emancipazione del genere maschile.

Il Cerchio degli Uomini – Milano: siamo un piccolo gruppo di uomini che si incontra, in incontri di 2 ore a casa di uno dei partecipate, per condividere esperienze, tematiche di interesse comune, emozioni cui - per mille remore - è spesso difficile dar voce persino nei rapporti di affetto e amicizia. L’esperienza nasce avendo come punto di riferimento il “Cerchio degli uomini” di Torino. I nostri rapporti erano i più diversi: dalla partecipazione ad esperienze di questo tipo, ad amicizie profonde, a comuni esperienze di lavoro, fino ad una totale ‘non conoscenza’ reciproca. Gli incontri si sviluppano su un piano ‘paritario’, non vi è un ‘organizzatore’ che ne decida per tutti tempi e tematiche ed è appena accennata e discretissima la figura di un ‘conduttore’. L’attività si svolge quasi esclusivamente sul piano verbale ma non sono stati esclusi del tutto momenti di attività corporea. Le “regole” che esistono nello sviluppo del dialogo hanno lo scopo di creare un contesto il più possibile facilitante: la frequenza è ‘fissata’ ma non rigida; la presenza di ciascuno è totalmente libera; le regole da osservare con maggior cura sono il rispetto della riservatezza riguardo a quanto viene detto o a quanto accade nel gruppo e il ‘non giudicare’. Tutto ciò contribuisce a creare un’atmosfera in cui ci si sente a proprio agio e in cui fluisce un discorso significativo per ciascuno. La tematica è scelta in modo che tutti si sentano coinvolti personalmente; così il discorso non si sviluppa ad un livello puramente mentale, intellettuale o astratto. Un’attenzione non formale all’altro non è solo una norma di ‘bon  ton’ o di rispetto, ma fa parte del piacere di questa esperienza. L’atteggiamento di ascolto e di attenzione non è orientato ad un 'consiglio' all'altra persona (che non sarà rigidamente escluso o 'censurato'), ma non è mai posto come fine prioritario. L’atmosfera favorisce appunto il massimo della spontaneità e il  minimo dell’auto-censura, grazie anche e soprattutto alla sicurezza che non si verrà giudicati dicendo qualcosa di sè che ci imbarazza o non ci colloca al vertice dell’auto-stima. 

Identità e Differenza- Spinea (Venezia): "Identità e Differenza" nasce nel 1988. E’ formata da donne e uomini che formano una rete di relazioni, alcune molto forti, con aspetti anche di amicizia personale, altre centrate su un progetto politico e di ricerca, altre ancora di semplice conoscenza e di condivisione di alcune attività. Tutte però basate sulla pratica dello stare in relazione in maniera non strumentale, con nessun altro fine che la relazione stessa, luogo di comunicazione profonda e sincera.
Siamo un gruppo di donne e uomini. Tra noi giocano molte differenze. Quella fondamentale è che siamo, appunto, donne e uomini. Sembra ovvio, persino banale, ma nel linguaggio e nelle rappresentazioni che circolano normalmente questa differenza viene sottintesa, taciuta, cancellata. Noi invece vogliamo significarla e quindi cerchiamo ed usiamo parole che la esprimano”.

Smaschieramenti - Bologna: Smaschieramenti è nato da un’iniziativa di Antagonismogay. Il laboratorio vuole intrecciare sguardi sul maschile per sostenere l’emergere di posizioni di genere multiple, libere e consapevoli della loro parzialità, che non liquidino solo apparentemente i temi della violenza e della dissimmetria di potere tra uomini e donne e tra maggioranze e minoranze sessuali.
A partire dai corpi e dai piaceri, interpelliamo desideri, pratiche sessuali e identità – secolari o appena inventate, ma che agiscono già come stereotipi di normalizzazione.

5. Donne Coraggio. Intervista ad Enzo Mazzi a cura di Maria Caterina Cifatte
(in “Sensibilità Maschili” a cura di M.C. Cifatte. Ed Il Segno dei Gabrielli Editori 2008 – pp.75-80) 

Caro Enzo in un recentissimo tuo intervento sull’Unità, hai chiamato le donne che subiscono violenza o stupro e che denunciano con titolo di “donne coraggio”. Vorrei approfondire la tua riflessione perché mi pare molto significativa: dunque molte donne si danno coraggio e denunciano, ma di fronte al moltiplicarsi delle cattive notizie ci domandiamo: sono aumentate le violenze o sono aumentate le donne coraggio?
Le donne coraggio non piovono dal cielo. Nascono dalla fecondità della lotta e del sangue versato. Il loro innegabile moltiplicarsi è il frutto di una mutazione culturale profonda e complessa. Che risale agli albori della modernità. L’umanesimo rinascimentale ha aperto una prima fase, molto contraddittoria ma rivoluzionaria rispetto al comunitarismo medievale: quella del valore dell’individuo in sé. Nel De dignitate hominis di Pico della Mirandola (1491) c’è l’esaltazione della libertà umana, germe faustiano dell’uomo creatore di se stesso. “Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale – fa dire Pico al creatore – perché da te stesso, quasi libero e sovrano ti plasmassi e ti scoprissi nella forma che avresti prescelto”. 
Che c’entrano le donne? Nulla.
La rivoluzione dell’umanesimo era fatta da maschi per maschi, europei, borghesi. 
L’homo europeus che nasceva nel Quattrocento, armato della sua libertà, si apprestava a sterminare le streghe, gli indios e i neri, tutti e tre “non-persone”, forse privi perfino dell’anima. 
Sarà la resistenza tenace, sorda, anch’essa contraddittoria come lo sono tutte le lotte, delle donne massacrate a milioni fino a tre secoli fa in nome della modernità dimezzata, a trasformare la rivoluzione dell’umanesimo maschile in rivoluzione umanistica universale. Sarà così per tutte le rivoluzioni che hanno animato nei secoli la modernità. In ognuna di esse le donne, donne coraggio, si sono fatte strada a fatica e a quelle stesse hanno dato anima e profondità e completezza e futuro. E siamo all’oggi.

Eppure viviamo ancora in una società pervasa di tabù, oppure subiamo in modo incessante una visione e un messaggio si sessualità distorta: corpi femminili e maschili sempre più mercificati, ostentazione di simboli ed esaltazione dell’immagine. I sentimenti, la spiritualità, la sintonia psicologica e disica sono repressi. L’immagine della guerra e dei suoi strumenti, come simboli fallici, connessi alla violenza mi ha particolarmente colpita. Come si può vivere la propria sessualità liberandosi da queste deformazioni?
“Sessualità e guerra” è un tema affidato esclusivamente allo specialismo delle psicologia e quasi disatteso non solo dalla politica e dai media ma anche dal movimento pacifista. Tutto ciò che sta sotto alle evidenza politica-economica-morale non può essere ignorato dalle nostre analisi e soprattutto dalle nostre pratiche di non violenza attiva. I roghi dei maghi e delle streghe prima (ci risiamo!), l’illuminismo e l’economicismo poi, hanno annullato tutta una parte della nostra umanità e ci hanno consegnato una modernità dimezzata, la modernità del dominio esclusivo della mente e della razionalità, incapace di opporsi alla violenza nelle sue radici pre-razionali. Si continua a potar rami ma non si va mai alle radici profonde della violenza. E la cultura di guerra sguazza in questa nostra assenza.
Lo so che sono temi delicati. Capaci di creare contraddizioni e perfino forse conflitti all’interno del movimento. Ci vuole prudenza. Ma mettere il capo sotto la sabbia non è mai una buona scelta. Al Forum sociale Europeo del 2002 a Firenze diverse realtà del movimento proposero un seminario sulla violenza “nelle” religioni e non solo “delle” religioni, che fu partecipato da centinaia di persone anche molto giovani. Fummo profeti. Poco dopo nel 2004, le elezioni statunitensi riportarono alla ribalta il problema. Stupore generale. Il mondo laico di sinistra non si aspettava questo “ritorno di Dio” in chiave reazionaria , che “sta scombinando il nostro lessico e i nostri riferimenti” (Rossanda). 
A sua volta Lea Melandri scriveva (Il Manifesto 12.11.2004): “Oggi si scopre che l’inconscio collettivo, che negli USA (ma il rischio resta alto anche in Italia) si è espresso “democraticamente” nel voto di una maggioranza silenziosa, è reazionario. Non era poi così difficile da immaginare: tutto ciò che è stato sepolto nella zona più oscura della vita dei singoli, identificato con la natura o con la parola rivelata di un Dio, per potersi modificare ha bisogno innanzi tutto di essere riconosciuto, narrato e analizzato, restituito alla cultura e alla politica con cui è sempre stato in rapporto, sia pure un rapporto alienato, strumentale, distruttivo della politica stessa e delle sue conquiste democratiche. L’immensa esperienza negativa che si è accumulata nelle viscere della storia nel corso dell’ultimo secolo, come conseguenza del fatto che sono stati considerati condizione quasi esclusiva del cambiamento i rapporti di produzione, oggi esce allo scoperto attraverso la retorica populista delle destre occidentali. Ma, se non ne abbiamo paura e, soprattutto se non abbiamo fretta di cancellarla o imitarla, forse è l’occasione per dare finalmente cittadinanza a esperienze essenziali del vivere umano. […] E’ quasi incredibile che chi si batte per la giustizia sociale e per l’umanizzazione dei rapporti tra diversi (contro la guerra), non si renda conto che sottrarre all’insignificanza storica le pulsioni e le componenti più elementari della vita psichica è il passo indispensabile per non esserne pesantemente condizionati e ostacolati nello sforzo di costruire “un altro mondo possibile””.

Il sociologo Gaston Bouthoul, citato in Psicoanalisi della guerra da Franco Fornari, i quale considera le ricerche di Bouthoul come il tentativo più serio di impostare i problemi della guerra in modo scientifico, afferma che è pura illusione pensare che la guerra dipenda interamente dalla volontà cosciente degli uomini, mentre al contrario le motivazioni coscienti della guerra sono da ritenersi epifenomeni (Le guerre, Longanesi, 1961). La transizione dalla cultura di guerra alla cultura di pace perciò non può essere che un processo rivoluzionario. Deve investire tutti i campi del convivere, certamente quelli economici e politici ma non solo quelli: anche i sistemi simbolici e religiosi, il dominio del sacro e l’organizzazione della psiche. La cultura di guerra ce la portiamo dentro nella quotidianità a nostra insaputa. Provocatoriamente potremmo dire che ce la portiamo inconsapevolmente anche nelle manifestazioni contro la guerra . Per questo necessita anche di un lavoro su noi stessi, sul nostro profondo, oltre le frontiere delle consapevolezze e perfino oltre i limiti del sogno, ai confini dei grandi silenzi, silenzi nostri e soprattutto della gente umile, della gente da sempre repressa, incapace perfino di sognare, ai confini del silenzi di donne e uomini dove l’inconscio si apre all’ignoto. Ai confini di quel silenzio che in noi, come in un utero pregno, cova nascite di mondi nuovi. Sul crinale di quei silenzi che dotti e maestri ignorano per cieca fiducia nella loro rumorosa, onnipotente razionalità necrofila, razionalità senza mistero. La rivoluzione della pace necessita di un lavoro per far emergere e sanare traumi che la mente e tutto il corpo hanno patito perfino a loro insaputa e che si manifestano poi come blocco della speranza, spavento senza parola, vuoto dell’anima, per passare dalla perdita inconsapevole e dall’angoscia talvolta senza nome alla ricerca di senso e di speranza.
In un mio scritto pubblicato sull’Unità [La pace è donna] al quale ti riferisci nella tua prima domanda, dicevo: ” …in questo senso più generale, di avvicinamento alla cultura della nonviolenza, il coraggio femminile, l’emersione della cultura femminile, l’affermarsi della soggettività femminile in ogni ambito della società, sono la nostra principale risorsa. La pace è donna”. 
Le donne coraggio che trovano la forza di uscire allo scoperto e di denunciare la violenza non solo affermano in principio di diritto e di giustizia, ma contribuiscono a far crescere globalmente la cultura di pace.

6. Articoli di approfondimento [da La Repubbica] 

6a Lettera agli uomini che odiano le donne di Cristina Comencini – La Repubblica 23.12.2013
Una analisi del fenomeno della violenza e dei cambiamenti nel rapporto tra i generi

Noi donne occidentali siamo le prime madri libere dal destino della maternità: possiamo scegliere di essere donne senza figli. Nella madre antica, il primo anno di vita e quelli seguenti creavano nel bambino un'idea di donna che si prolungava nell'età adulta, in cui il destino della ragazza era quello di sposa e madre e quello dell'uomo di trovare la donna madre dei suoi figli. 
Non c'era rottura, contraddizione, tranne quella che derivava dall'infelicità e dal sacrificio insiti nel destino femminile. A noi, madri nuove, viene richiesto un doppio salto mortale: dobbiamo essere pronte allo stato fisico e mentale che permette lo sviluppo del bambino, ma restiamo donne libere, ambivalenti nel desiderio di vivere pienamente il rapporto esclusivo a due col bambino ma di non esiliarci dal lavoro lasciato. Nel passaggio di testimone dalla nuova madre  alla nuova figlia, la bambina ne osserva la vita: la libertà, il lavoro, la parità e comincia a cercare, a costruire la sua identità sulla nuova identità della madre. Il figlio maschio di questa nuova madre e la madre nuova di questo figlio affronteranno invece una relazione molto complessa: la sessualità, l'immaginazione, il desiderio, la sicurezza iniziano a formarsi in lui con la madre dedita dei primi mesi e dei primi anni, che si trasformerà poi davanti agli occhi intimiditi del ragazzino, in una donna forte, sicura di sé, piena di autorità, che va fuori nel mondo senza paura, concorre col padre, tiene testa agli uomini.
Questo figlio cresce con l'idea che l'uomo non è sempre simbolo di forza, che il padre non ha l'esclusività del ponte col mondo, che non può riferirsi a lui per ogni aspetto della sua virilità nascente. Il padre gli sembra a tratti impaurito e lui tenderà a difenderlo contro la madre, prendendo così le parti di se stesso, messe a dura prova dalla sicurezza materna. Il ragazzo vede fuori casa molte ragazze che somigliano alla madre nuova che ha scoperto crescendo e non sa assolutamente come dovrà affrontarle, amarle, farci l'amore, pensa che potrebbe prendere la scorciatoia e incontrarne una più fragile o tradizionale, che si faccia guidare e proteggere da lui. E qualche volta la trova, ma non sa che anche nella più tradizionale delle donne il germe dell'autonomia conquistato dalle nuove madri è fiorito all'insaputa della ragazza. Capiterà che la ragazza si senta incerta come lui, che odi la madre nuova, con tutta la sua sicurezza vincente. E allora specularmente al ragazzo in cerca di un passato impossibile, si fingerà sottomessa, materna, unica. Una felicità fragile che si fonda su una frase fondamentale: noi non ci lasceremo mai.
E poi un giorno, lei o lui dirà la frase proibita: ti lascio. Solo che se la pronuncerà lui, lei piangerà e scriverà sul diario e ne parlerà con le amiche come nell'Ottocento. Lui invece potrebbe pensare di ucciderla, come si uccideva in duello nell'Ottocento per una donna, o farlo come avrebbe voluto qualche volta sopprimere la madre che quest'epoca gli ha dato. La violenza sulle donne – si celebra oggi la giornata mondiale contro il femminicidio - è frutto di questo nuovo, non un retaggio dell'antico. Usa forme antiche ma è del tutto nuova e legata alla libertà delle donne, delle madri, alle loro contraddizioni, al mutamento troppo lento degli uomini, dei padri di fronte a questa nuova libertà. Eppure è negli uomini, nei padri, nella loro riflessione, nella ripresa del loro ruolo centrale accanto alle donne che siamo oggi, che io penso possa compiersi la rivoluzione che le donne hanno iniziato.
Le nuove donne devono continuare a essere differenti dagli uomini e fare valere in tutti i campi la ricchezza della loro storia, della loro intelligenza, dei loro pensieri, ma devono anche cambiare nel profondo e lasciare agli uomini la loro parte di responsabilità nel nuovo mondo. I ruoli dell'uno e dell'altra, rimanendo differenti, possono sovrapporsi e prendere l'uno dall'altra. E la madre può cedere la sovranità assoluta per una libertà conquistata che apre le porte di un mondo vasto, ricco della presenza di Due diversi ma pari. E penso che il padre possa insegnare la sua nuova forza al figlio: un dominio sovrano che deve trasformarsi nell'accoglimento della differenza delle donne, della loro parità. Può insegnare al figlio a non averne paura, a parlarne, sottraendo così il dialogo sui sentimenti all'impero delle donne. Forse la nuova forza degli uomini è fatta anche del pianto di Ulisse - uomo per eccellenza - che nell'isola dei Feaci ascolta il racconto della guerra di Troia e piange, coprendosi il viso col mantello purpureo, "come donna piange lo sposo che cadde davanti alla città". Forse l'uomo può piangere ora come uomo, senza coprirsi il viso, anche davanti al figlio, e aprirsi nel racconto all'altro da sé. E le donne al contrario possono diventare più lievi, manifestare la loro imperfezione, dare ai figli la manifestazione vera di quello che sono e la possibilità di tenere testa senza violenza alle giovani donne libere che incontreranno nella loro vita adulta. 
Abbiamo la fortuna di vivere uno dei cambiamenti più importanti della storia, il mutamento profondo del rapporto tra i due generi, questo mutamento può cambiare il mondo e in questo nuovo mondo le donne e gli uomini possono amarsi e comprendersi molto più di prima.


6b.- Stuprata dal branco nei bagni della scuola.”Gli amici mi minacciano, cambio istituto”. Savona, quattro arresti. La 16enne insultata via sms dopo la denuncia. La Repubblica 13 febbraio 2014 
Al di là del fatto di cronaca a cui è seguita la precisazione che la denuncia non è per stupro, ma per violenza sessuale (ci chiediamo che cosa possa cambiare, rispetto alla ragazza!) la cosa  che ci ha colpito è stata la reazione dei ragazzi convocati in caserma, così come viene riportata dall’inviato Massimo Calandri:
“Convocati in caserma, i ragazzi hanno risposto che sì, sapevano perché si trovavano lì. E lo avevano anche confessato in famiglia, cos’era accaduto nei giorni precedenti. “In loro c’è come una forma di pentimento- spiegano gli inquirenti- ma è legato al dispiacere provocato in casa: la vergogna per la sospensione dalla scuola, l’arresto, la consapevolezza di aver deluso i genitori. La violenza no, non l’hanno percepita. Continuano a ripetere che era solo uno scherzo. Un gioco. E si stupiscono che proprio non riusciamo a capire””.


6c - “No alle iniziative nelle scuole previste dalla legge contro gli stereotipi di genere. Identità sessuale, altolà dei vescovi”. di Maria Cristina Carratù. La Repubblica 13 febbraio 2014
“Ai vescovi non piace l’educazione di genere e mettono in guardia la scuola pubblica: l’identità sessuale non è un optional e di famiglie ce n’è una sola, quella naturale fondata su un uomo e una donna. E’ chiaro l’orientamento espresso nei giorni scorsi dalla Conferenza episcopale toscana, riunita all’eremo di Lecceto. Nel mirino il cosiddetto decreto “L’istruzione riparte” diventato legge (n. 128) l’8 novembre scorso e che all’art.16 (formazione del personale scolastico) punta ad un aumento delle competenze relative all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere. Previsioni già contenute nel decreto contro il femminicidio di agosto. La 128 non solo imposta anche specifici finanziamenti, ma ricorre ad una terminologia (come appunto “stereotipi di genere”) che ai vescovi suona come una minaccia alla concezione educativa cattolica. Da qui la denuncia, proprio mentre le scuole sono alle prese con i piani di offerta formativa. La Cet parla di “ preoccupazione per i tentativi di introdurre il tema della valorizzazione delle differenze di genere” nei percorsi formativi dei docenti e degli studenti, secondo modalità ispirate alla “teoria del gender” … e sottolinea una visione antropologica fondata sulla differenza e le complementarietà dei sessi…”


 Le curatrici del volume sono fondatrici della società LeNove, creata negli anni Ottanta come cooperativa di studi storici e sociologici da un collettivo di studiose femministe, che ha sviluppato nell’arco di un trentennio ricerche in ottica di genere in Italia, in Europa e nell’area del Maghreb.


venerdì 28 febbraio 2014

Assemblea domenicale 2 marzo 2014

Venite affrontare il Tema della Violenza alle Donne?  RECENTI ed Esperienze studi mostrano Quanto Sia Importante affrontare il Problema non soltanto Dal punto di vista delle Donne, Delle Donne Vittime di Violenza e di Tutte Le Donne, ma also Dal punto di vista degli Uomini, degli Uomini maltrattanti e di Tutti Gli Uomini.
Tali Ricerche affermano Che Leggere i comportamenti Violenti assolo in Chiave di "casi Eccezionali", CASI patologici, non modifi i Modelli Culturali Fondati sul Dominio e la Violenza Che pervadono la Nostra Società.
Parleremo di QUESTO Nel Corso dell'Assemblea domenicale della Comunità dell'Isolotto, domenica 2 marzo 2014 il minerale 10.30 -12.30 (Via degli Aceri 1) con Maria Grazia Ruggerini , Una delle curatrici del Libro "Il Lato oscuro degli Uomini", con Alessandra Pauncz , presidentessa Centro Ascolto Uomini maltrattanti e con Andrea Bagni RISPETTO al Suo percorso Personale nell'Associazione Maschile Plurale.

domenica 23 febbraio 2014

Incontro con la cooperativa Lavoro e non solo di Corleone

Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 23 febbraio 2014
Incontro con la cooperativa Lavoro e non solo di Corleone
riflessioni di Carlo, Claudia, Gisella, Luisella, Maurizio
con Franca Bonichi e Paolo Adomi, Maurizio Pascucci (a distanza)
e Sofia, Monica e Paola (volontarie nei campi di lavoro)


1. Letture dal Vangelo e non solo
2. Notizie sulla Cooperativa Lavoro e non solo di Corleone
3. Riflessioni di Pietro Grasso sui rapporti tra Chiesa e Mafia
4. Sulla beatificazione di don Puglisi
Appendice: scheda su Libera

1a. Letture dal Vangelo di Matteo
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, 35perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta:
Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo.                                                                                                                                   [Matteo, 13, 24-35]
1.b Lettura da una antica favola africana
Nella foresta scoppiò un grande incendio e tutti gli animali cominciarono a fuggire in direzione opposte alle fiamme.
Solo un colibrì, con una goccia d’acqua nel becco, volava verso il fuoco.
Il leone lo vide e gli disse: “Cosa stai facendo, sei impazzito, non hai visto l’incendio?”.
Ma il colibrì rispose: “Sto andando a fare la mia parte”.
                                                                                                      
1.c da Paolo Borsellino
Non vi sarà chiesto se siete stati credenti ma se siete stati credibili.
                                          
Ci piace proporre la interpretazione di padre Alberto Maggi della parabola del granello di senape : “… in questa parabola Gesù prende le distanze dalla idea grandiosa del Regno di Dio che era stata descritta dai profeti, in particolare Ezechiele: questi immaginava un altissimo monte e sopra a questo un altissimo albero di cedro, la pianta più bella, l’albero chiamato il re degli alberi, quindi qualcosa che anche da lontano attira l’attenzione.
Ebbene, Gesù prende le distanze da tutto questo e paragona il regno di Dio ad un chicco di senape, un elemento piccolo, quasi microscopico. Gesù poi afferma che la pianta che cresce dal chicco di senape si sviluppa nell’orto di casa (e non su un alto monte); è una pianta comune, di modeste dimensioni, che non attira l’attenzione degli uomini per la sua magnificenza. Ma essendo questi semi piccolissimi, il vento li trascina dovunque ed essendo una pianta infestante, che quindi attecchisce in ogni terreno, la pianta si diffonde dappertutto…”


2. Notizie sulla Cooperativa Lavoro e non solo di Corleone
(dal sito www.lavoroenonsolo.it)

La Cooperativa Lavoro e Non Solo, nata da un progetto di Arci Sicilia e partner di Libera, gestisce dal 2000 un’azienda agricola che coltiva terreni confiscati a Cosa Nostra tra Corleone, Monreale e Canicattì.  L’attività agricola, condotta interamente secondo i metodi dell’agricoltura biologica, va di pari passo con l’impegno nell’inserimento lavorativo di persone con problemi di salute mentale.

I Meloni di MalvelloLa storia: alla fine degli anni 80, nell’ambito di un complesso percorso di rinnovamento con cui Arci Sicilia mirava a porsi come soggetto politico di un cambiamento possibile, si faceva strada anche l’idea di dare vita a imprese sociali capaci di dare lavoro e sviluppo tenendo fede ai principi etici e di inclusione sociale ai quali l’Arci era da sempre legata. Tra le imprese sociali nate da quell’impegno c’è anche la Cooperativa Lavoro e Non Solo che viene costituita nel 1998 a Canicattì, grazie alla collaborazione tra il comitato Arci cittadino  e il locale  Dipartimento di Salute Mentale.
Le attività prendono avvio quando nel 1999, Pippo Cipriani, sindaco di Corleone, annuncia l’intenzione di assegnare un terreno di 10 ettari confiscato a Giovanni Marino, nipote di Luciano Liggio, uno dei boss più potenti di Cosa Nostra, colpevole tra l’altro dell’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto.
In seguito al rifiuto di un’altra cooperativa, le terre vennero date in gestione alla Cooperativa Lavoro e Non Solo che decise di coltivarle a grano. Nel frattempo si instaurarono contatti col Dipartimento di Salute Mentale di Corleone che assegnò i primi casi di inserimento lavorativo, che tutt’ora rappresentano il tratto peculiare della cooperativa.
Negli anni successivi la Cooperativa ebbe in gestione altri terreni a Corleone (2002), confiscati a Lo Iacono, mafioso di Partinico, e terre sottratte  nel territorio di Monreale (2004) ai Grizzaffi, famiglia mafiosa corleonese. Dal 2004 si aggiungono anche le terre nel territorio di Canicattì che oggi ospitano vigneti e altre colture.
MalvelloOggi la Cooperativa gestisce 58 ettari a Corleone, 72 ettari a Morreale, 19 ettari di Canicattì, un laboratorio di lavorazione dei legumi e la vecchia casa della famiglia Grizzaffi, oggi Casa Caponnetto, dove ogni estate dal 2008, alloggiano centinaia di giovani volontari del progetto LiberArci dalle Spine che scelgono di affiancare la Cooperativa nel lavoro agricolo e di prendere posizione contro la mafia.

Le persone: la Cooperativa Lavoro e Non Solo è costituita da 13 soci, di cui 8 soci fondatori (Calogero Parisi, Salvatore Ferrara, Franco Ferrara, Bernardo Cancemi, Franco Ancona,  Mario Maniscalco, Luigi Madonia e Francesco Caizone) e da 5 soci sovventori (Arci Sicilia, Compagnia Portuale di Livorno, Unicoop Tirreno, Arci Empolese Valdese, Maurizio Pascucci). Tra i soci fondatori, tra cui figurano commercialisti, operai agricoli specializzati e operatori sociali,  rientrano anche alcuni “svantaggiati”: entrati nel gruppo di lavoro come utenti, oggi sono protagonisti della vita cooperativa a tutti gli effetti. La Cooperativa si avvale di collaboratori e dipendenti e continua ad ospitare per periodi più o meno lunghi anche persone in borsa lavoro in convenzione con i Servizi Sociali.

Se non sei un po’ matto non puoi lavorare qui …: La Cooperativa Lavoro e Non Solo è conosciuta a Corleone anche come la cooperativa dei pazzi, sia perché – come dicono i soci stessi – ”Se non sei un po’ matto, non puoi lavorare qui”, sia perché il tratto distintivo della sua attività è da sempre l’inserimento socio lavorativo di persone con disagio psichico. L’attenzione per  il mondo della salute mentale e la volontà di spendersi in progetti di inclusione socio-lavorativa per chi soffre di un disagio psichico è sempre stata centrale nella storia di Arci, e in Sicilia le battaglie per la chiusura dei manicomi hanno avuto un valore forse ancora più profondo che altrove. Quello di Palermo fu l’ultimo ospedale psichiatrico a essere chiuso nel 1996 e in Sicilia la cura e l’istituzionalizzazione del disagio psichico costituivano un giro d’affari senza eguali nel resto del Paese.
La Cooperativa Lavoro e Non Solo iniziò a coinvolgere lavoratori segnalati dai Servizi sin dall’inizio della sua attività, facendosi carico dei loro bisogni e degli oneri connessi al loro percorso a volte anche al di là del sostegno ricevuto dalle istituzioni stesse. Il successo dei progetti di inserimento portati avanti sta nelle vite stesse dei soci. Alcuni di loro sono entrati in Cooperativa come “utenti”, ma grazie ad un continuo coinvolgimento nel gruppo e nelle attività della Cooperativa, sono riusciti a riscattarsi dal proprio stato di esclusione, hanno trovato una propria dimensione lavorativa e sociale e conducono oggi una vita autonoma, inseriti in una rete di relazioni  e di impegno sociale molto ampia.
A proposito dei progetti di inserimento lavorativo condotti finora, Carmelo Gagliano, dirigente medico del DSM responsabile delle attività riabilitative  fino al 2009, parla di “doppio traguardo”: “Chi affronta un percorso di inserimento in questa  Cooperativa, può trovare una dimensione socio lavorativa autonoma, prerogativa da non dare per scontata nel panorama delle proposte in ambito di riabilitazione psichiatrica, ma può aspirare a ben altro. Nel tempo passato qui si impara a guardare in modo critico la realtà, si impara a scegliere, e lo si fa all’interno di un gruppo di soci e inseriti nella rete ben più ampia dei volontari dei campi di lavoro che vengono da tutta Italia. Ci si emancipa, non solo dal disagio, ma anche dalla subcultura legata alle logiche mafiose, dando impulso ad un cambiamento”.

Le coltivazioni e la scelta del biologico: nei terreni confiscati alle mafie assegnati alla Cooperativa Lavoro e Non Solo vengono coltivati grano, ceci, lenticchie, pomodori, uva, mandorle. Vi sono oliveti e vigneti. Si coltiva seguendo i principi e ai metodi dell’agricoltura biologica. Questa scelta ha un valore ecologico e ambientale:
  • da un punto di vista strettamente ecologico l’agricoltura biologica non ha impatti nocivi sul terreno, lo mantiene produttivo e fertile anche a lungo termine, senza snaturarlo, garantendo la produzione di prodotti sani, naturali, che fanno bene a chi li consuma. 
  • da un punto di vista simbolico poi, coltivare le terre confiscate  in modo biologico significa metaforicamente e concretamente “depurarle” dai veleni della chimica e dell’illegalità.

Casa Caponnetto : Casa Antonino Caponnetto, era un tempo la casa della famiglia Grizzaffi, nipoti di Riina. Dal 2008, dopo alcuni anni dal provvedimento di confisca, è stata assegnata alla Cooperativa Lavoro e Non Solo. La Casa è la base per i volontari impegnati nei campi di lavoro. A piano terra ci sono cucina, postazioni di lavoro e tavolo da pranzo, nelle stanze dei due piani superiori alloggiano i volontari.
La Casa in questi anni è cambiata molto, le pareti delle stanze sono state dipinte di colori sgargianti, sono state collocate decine di letti a castello, ristrutturati i bagni e arredatala cucina e i locali, e i lavori di sistemazione proseguono. Si vuole far sì che i volontari che arrivano per partecipare ai campi di lavoro abbiano tutto il necessario per sentirsi a casa.
Prossimamente l'immobile avrà il riconoscimento formale di Ostello.
La nuova campagna per sostenere la Cooperativa
Contatti:






intervento (a distanza) di Maurizio Pascucci – ARCI Firenze

Carissimi, e  amiche e amici,
purtroppo domani mattina non potrò essere con voi.
Ci saranno un bel gruppo di giovani volontari.
Ragazze e ragazzi che dopo avere effettuato i campi antimafie Liberarci dalle Spine a Corleone hanno deciso di continuare il loro impegno costituendosi in un gruppo di studio sull’infiltrazione mafiosa in Toscana.
Mi trovo a Corleone a organizzare non solo i campi antimafie 2014 ma anche una strategia di contrasto al saccheggio agricolo che fa si che i pomodori siano pagati 0,20  al kg , i meloni gialli a 0,14  al kg e i fichi d’india a 0,40 al kg.
Non è solo mafia ma anche la complicità di un imprenditoria selvaggia del centro nord.
Siamo alla vigilia della decima edizione di Liberarci dalle Spine.
Incontri come quello da voi organizzato sono per noi importantissimi e di grande vitalità.
Pensiamo ad una disponibilità di volontari frutto di riflessioni sull’importanza dell’impegno sociale.
Lì a Corleone si fa Resistenza Popolare, giorno dopo giorno, a testa alta e con la schiena dritta.
Il vostro impegno attuale, la vostra storia è frutto degli stessi percorsi;
dove la verità, senza ipocrisia e falsità, è difficile da dire.
Io devo molto a Enzo Mazzi.
Lo ricordo nei giorni del Social Forum Europeo quando con la sua pacatezza mi convinse che si doveva stampare e diffondere una pubblicazione per ricordare le lotte operaie fiorentine.
Poi nel Natale successivo mi chiamo a testimoniare l’impegno antimafie a Corleone.
Conservo ancora una sua email dove mi incoraggiava ad andare avanti anche nei momenti difficili.
In più occasioni ho utilizzato il suo incoraggiamento.
Vi saluto dalla Capitale Mafiosa, ma oramai Corleone si è avviato verso il cambiamento; questo percorso potrà pur essere rallentato ma la sua direzione è definita.
Pensate che insieme all’impegno antimafie della Cooperativa Lavoro e Non Solo si aggiungono le attività scolastiche e la nascita dell’Associazione Produttori Fior di Corleone.
Produttori uniti tra di loro per manifestare la loro onestà e il valore del lavoro.
Un abbraccio e tante scuse per l’assenza,
un saluto

Maurizio Pascucci
coordinatore del progetto Liberarci dalle spine


3. Riflessioni di Pietro Grasso sui rapporti tra Chiesa e Mafia
(Pietro Grasso è stato il Procuratore Nazionale Antimafia e oggi è Presidente del Senato)
da “Liberi Tutti. Lettera a un ragazzo che non vuole morire di mafia”

[…] Non v’è dubbio che il riconoscimento sociale di volgari assassini come persone di rispetto, di giustizia, d’onore si sia basato, in passato (tranne per alcune eccezioni …) sulla legittimazione concessa da una Chiesa che, rimasta in silenzio, ha rinunciato a denunciare la violenza della mafia, anche se l’insegnamento di Cristo ripudia la violenza.
Sostenere la dottrina del perdono senza limiti non ha forse finito per favorire la persistenza del fenomeno mafioso?
Perché la Chiesa ha rinunciato alla sua secolare funzione di indirizzo etico, celebrando per i mafiosi e le loro famiglie battesimi, cresime, matrimoni e funerali in pompa magna?
Perché non ha usato nei loro confronti l’esecrazione aperta, la scomunica, l’emarginazione dalla comunità di fedeli, quando invece rifiuta i sacramenti ai divorziati e ai suicidi, e contrasta i sostenitori dell’aborto e del’eutanasia on nome di un diritto alla vita che viene quotidianamente calpestato dagli stessi mafiosi?
E’ legittimo per la Chiesa rifiutarsi di prendere posizione sulla questione mafiosa, trattandola come un problema di stretta competenza dello Stato?
Del resto, perché un parroco dovrebbe denunciare pubblicamente i mafiosi se sono i massimi benefattori della parrocchia, impediscono i furti di opere d’arte o di arredi sacri (..) e organizzano …i festeggiamenti per il Santo Patrono, raccogliendo fondi per la processione, le luminarie, i fuochi d’artificio e talvolta anche per le loro tasche? […]
Il mafioso garantisce l’ordinato esercizio del culto e in cambio riceve legittimazione.
Perché la Chiesa non ha mai scagliato anatemi contro il simbolismo religioso dei riti d’iniziazione, nei quali, oltre all’uso strumentale dell’immagine sacra, si crea una singolare analogia con il battesimo, celebrato alla presenza di un padrino, con tanto di sangue purificatore e fuoco che distrugge, a rappresentare la rinascita dell’affiliando nell’organizzazione?
[…]
E’ con il cardinale Pappalardo che comincia la denuncia ferma, aperta, della violenza mafiosa; è con lui che la Chiesa siciliana acquista quella dignità che in passato era stata mortificata da un atteggiamento di “complice prudenza”. La sua presa di posizione suonò per la comunità religiosa palermitana come una novità dirompente.
Da qualche anno, dagli omicidi di Boris Giuliano, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Pio La Torre, sino a Carlo Alberto Dalla Chiesa, era emersa l’intensità del momento storico, con una mafia che non esitava a colpire, con attentati cruenti, personalità dello Stato di altissimo livello che osavano contrastarla.
Il cardinale aveva levato senza timori la sua voce nel 1979 ai funerali di Giuliano; due anni dopo mentre infuriava la guerra di mafia … celebrò una funzione nella Cattedrale, poi definita “messa antimafia” in cui si rivolse direttamente ai mafiosi, dicendo: “Il profitto che deriva dall’omicidio è maledetto da Dio e dagli uomini e quand’anche riusciste a sfuggire alla giustizia degli uomini, non riuscirete a sfuggire a quella di Dio”.

Il 4 settembre dal pulpito della chiesa di San Domenico, il cardinale fece impallidire i più importanti uomini politici siciliani e d’Italia, che assistevano nelle prime file alla messa funebre del prefetto Dalla Chiesa. “La mafia”, disse il cardinale, “è un demone dell’odio, l’incarnazione stessa di Satana. Si sta sviluppando una catena di violenza e di vendette tanto più impressionanti perché, mentre così lente e incerte appaiono le mosse e le decisioni di chi deve provvedere alla sicurezza e al bene di tutti, quanto mai decise, invece, tempestive e scattanti sono le azioni di chi ha mente, volontà e braccio pronti a colpire. Sovviene e si può applicare una nota frase della letturatura latina: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur: mentre a Roma ci si consulta, la città di Sagunto viene espugnata. Sagunto è Palermo. Povera la nostra Palermo! Come difenderla?”. […] dal fondo della chiesa, dove sedeva la gente comune, esplose un fragoroso applauso […]
L’omelia di Sagunto segnò una grande svolta nella storia della lotta alla mafia. Dopo qualche giorno venne approvata la legge Rognoni-La Torre, fu nominato un prefetto di Palermo con poteri speciali e l’azione della Commissione antimafia riprese vigore. Da allora giovani parroci-coraggio iniziarono a porsi domande sul loro ruolo in una terra di violenza, sangue e diritti negati, chiedendosi se dovevano limitarsi a curare le anime o invece impegnarsi in un’azione apostolica in difesa dei diritti dell’uomo. […]
Nella successiva Pasqua del 1983 nessun detenuto si recò alla celebrazione eucaristica del cardinal Pappalardo nel carcere dell’Ucciardone….i picciotti era rimasti scontenti del cardinale e avevano voluto dargli una lezione… […]
Successivamente nella storia della mafia spiccano le figure religiose più contraddittorie [e segue  un elenco di sacerdoti e religiosi che in vari modi e misure sono stati contigui e hanno favorito la mafia].
Il numero dei religiosi per i quali sono emersi rapporti con i mafiosi non è trascurabile. […]
Del resto anche i capi mafiosi ricambiano le attenzioni dei religiosi e ostentano la loro devozione: nei pizzini di Bernardo Provenzano non mancavo mai qualche espressione del tipo “Sia fatta la volontà di Dio”, “Il signore vi benedica e vi protegga” [ecc…]. Così il boss si rivolgeva sia ai propri familiari sia agli affiliati. Quello che si può dedurre dalla lettura di questi messaggi, in realtà, è che la Bibbia viene utilizzata come una grammatica elementare per la gestione del potere. Perché la mafia è anche una comunità politica, e come tale ha bisogno di un alfabeto di potere. E inoltre, come diceva Falcone, entrarvi equivale a convertirsi ad un culto. Mafia e religione hanno la stessa dimensione totalizzante.

Il 9 maggio 1993, ad Agrigento, dopo aver incontrato i genitori del giudice Rosario Livatino ucciso nel settembre del 1991, Giovanni Paolo II, alla conclusione della messa nella valle dei templi, diede una svolta del tutto imprevedibile alla cerimonia. Abbandonando il testo scritto, scagliò infatti un terribile anatema contro la mafia. […] L’intervento del papa ebbe grande risonanza: le sue parole provocarono tra i devoti commozione e gioia e molti vi lessero un annuncio di liberazione e di ritrovata solidarietà umana nel segno della fede. […]
Ma nella Chiesa siciliana, anche dopo una così forte e autorevole testimonianza, la lotta alla mafia non era destinata a diventare la scelta pastorale dell’intera comunità. L’impegno restava affidato all’iniziativa di singoli parroci di alcune comunità di volontariato. Nasceva così, nell’immaginario collettivo, la figura del prete antimafia pronto a gesti eclatanti, alle denunce clamorose. Espressione di un’altra Chiesa, ignorata dalla stampa, discreta e silenziosa, ispirata ad una concezione prettamente pastorale ed evangelica.
Uno di questi era padre Pino Puglisi, che aveva creato, nel quartiere Brancaccio, nel 1993, il centro sociale “Padre nostro”. In una via del quartiere alle 20.45 del 15 settembre 1993 il sacerdote stava rientrando a casa …davanti al portone …venne affrontato da un uomo che gli strappò il borsello. Fu un attimo. Padre Puglisi si voltò, sorrise e disse “Me lo aspettavo”. Un killer alle spalle gli esplose un colpo di pistola alla nuca a brevissima distanza.
Padre Puglisi è morto a causa del suo impegno evangelico, sociale e pastorale in un quartiere dormitorio dove una maestra di vita, per ragazzi cresciuti troppo in fretta, era la strada; dove la realtà quotidiana erano la miseria, il dolore e la morte, dove la gente viveva in condizione di sudditanza e di omertà. Un colpo micidiale per quanti lo conoscevano e, in generale, per la coscienza civile di chi aveva tentato di reagire alle stragi di Capaci e via D’Amelio.
Come spesso accade, la tragedia non fu priva di risvolti positivi: anche la Chiesa, sino a quel momento presente solo marginalmente nel movimento antimafia, sembrò scuotersi dal letargo, e costernata, fare fronte comune con i concittadini migliori.
La Chiesa di padre Puglisi è quella che io amo. Il suo messaggio va oltre la testimonianza di fede, perché è il messaggio di un uomo libero che non si piega di fronte al potere mafioso. Una persona disarmata, non violenta, che usa solo la parola e la cultura per ribellarsi a un sistema di morte. Il fatto che sia stato ucciso, per l’eredità che ha lasciato in questa città, non ne segna la sconfitta. […]
Che strana città Palermo: a essere normali si corre il serio rischio di finire assassinati, e poi esaltati fino alla beatificazione. Appunto come padre Puglisi! O come don Peppe Diana, assassinato a Casal di Principe nella sagrestia della parrocchia ..il 19 marzo del 1994, per la sua azione pastorale di aperta e coraggiosa denuncia contro la camorra.
Oggi c’è una consapevolezza maggiore da parte della Chiesa: l’ultimo documento della CEI sul Mezzogiorno afferma che la mafia è struttura di peccato, inconciliabile con la fede, ma a fronte dell’impegno di pochi vescovi, di diversi preti e gruppi cattolici di base, ci sono ancora troppe ambiguità, condiscendenza o compiacenza da parti di molti religiosi. La Chiesa che dice parole forti e chiare sull’incompatibilità tra mafia e Vangelo, abbia il coraggio della denuncia.
4. Sulla beatificazione di don Puglisi[1]

Padre Pino Puglisi, prete, palermitano, viene nominato nel 1990, parroco della chiesa di San Gaetano, al  Brancaccio di Palermo, un quartiere controllato, attraverso i fratelli Graviano, dalla famiglia del boss Leoluca Bagarella. Qui inizia la sua lotta antimafia: cerca di lavorare con i ragazzini che vivono per strada e che considerano i mafiosi come degli idoli. Cerca attraverso giochi e attività varie di offrire alternative ai ragazzini, perché non siano risucchiati dalla vita mafiosa, impiegati nello spaccio e in piccole rapine. Cerca di offrire alternative, di far capire che esiste un rispetto diverso da quello che si ottiene con l’esercizio della forza e della violenza. E usa parole dure contro la mafia durante le sue omelie, che a volte si svolgono all’aperto, sul sagrato della chiesa.
Per questo suo lavoro si guadagna l'ostilità dei boss che, dopo una lunga serie di minacce di morte,  decidono di ucciderlo. Nel settembre 1993 mentre sta rientrando a casa dopo una festicciola per il suo 56° compleanno viene avvicinato da un killer che gli spara alla nuca a brevissima distanza.
Il 25 maggio 2013 vi è stata la cerimonia di beatificazione di don Puglisi. In molti ne sono stati felici.
Ma è utile ricordare le parole di Giovanni Falcone quando diceva: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno».
E’ utile anche tener presente le parole del fratello di Puglisi, Gaetano: «La Chiesa oggi lo fa beato, ma quando serviva una mano nessuno gliela diede a don Pino. Lui a un certo punto si trovò solo a Brancaccio».
E poi ancora le parole di Pino Martinez – una delle persone che tanto collaborò con don Puglisi per la rinascita sociale di Brancaccio: «Io penso che da soli non si muore. Ma noi eravamo completamente isolati. Penso che forse padre Puglisi si sarebbe salvato se la Chiesa di Palermo gli avesse dimostrato aperta vicinanza quando cominciò la stagione delle intimidazioni l’amara verità è che lo Stato e la Chiesa sapevano ma non intervennero».
E poi ancora le parole di suor Carolina Iavazzo che insieme ad altre suore ha lavorato a lungo con Puglisi: «È stato abbandonato sicuramente sia dalla Chiesa che dallo Stato. Dalla Curia e dal mondo cattolico non veniva mai nessuno a Brancaccio. Eravamo soli, con nessuno a cui fare riferimento. Ci ignoravano per il fatto che noi portavamo problemi. E per la mafia questo è stato sicuramente un messaggio forte, preciso. Era un messaggio muto».
Di fronte alla beatificazione di don Puglisi bisogna ricordare che i rapporti tra il parroco di Brancaccio e i vertici della Chiesa palermitana, a cominciare dall’arcivescovo della città, il card. Pappalardo, non furono affatto così sereni e pacifici come il trionfalismo della beatificazione ha voluto mostrare.
Il nostro personale commento è che le beatificazioni sono solo ipocrisie se si continua a lasciare sole le persone impegnate nella lotta alla mafia. Il solo modo credibile per tenere viva la memoria delle persone che si sono impegnate nella lotta alla mafia è quella di non lasciare sole le persone che oggi lottano contro la mafia.














Appendice. Scheda su Libera  (dal sito www.libera.it)
"Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie" è nata il 25 marzo 1995 con l'intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia.
Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.
La legge sull'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l'educazione alla legalità democratica, l'impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura, sono alcuni dei concreti impegni di Libera.
Libera è riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero della Solidarietà Sociale. Nel 2008 è stata inserita dall'Eurispes tra le eccellenze italiane.  
Nel 2012 è stata inserita dalla rivista The Global Journal nella classifica delle cento migliori Ong del mondo: è l'unica organizzazione italiana di "community empowerment" che figuri in questa lista, la prima dedicata all'universo del no-profit.

IL RIUTILIZZO DEI BENI CONFISCATI ALLA MAFIA
Nel 1995, la prima grande campagna nazionale che Libera intraprese insieme a tutti gli altri soggetti della rete fu una raccolta di firme per introdurre il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla mafia. La gestione di questi beni diventa una sorta di moderno "contrappasso", per contrastare le attività della criminalità organizzata e diffondere quella cultura della legalità che si pone come il principale anticorpo alle mafie.
La legge n. 109 del 7 marzo 1996 venne approvata in sede deliberante dalla Commissione Giustizia, in tempi da record e a legislatura finita. Esistono tre diverse categorie di beni confiscati, ognuna con una precisa disciplina: beni mobili[2]; beni immobili[3]; e beni aziendali[4].
Libera promuove l'effettiva applicazione della legge n. 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, che prevede l'assegnazione dei patrimoni e delle ricchezze di provenienza illecita a quei soggetti - Associazioni, Cooperative, Comuni, Province e Regioni - in grado di restituirli alla cittadinanza, tramite servizi, attività di promozione sociale e lavoro.
Libera non gestisce direttamente i beni confiscati, ma promuove, in collaborazione con l'Agenzia Nazionale per l'Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata, le Prefetture e i Comuni, i percorsi di riutilizzo dei beni. Libera svolge un'importante azione di animazione territoriale, attivando percorsi di conoscenza e sensibilizzazione relativi alla presenza di beni confiscati sul territorio nazionale, anche nelle regioni del centro nord Italia.
L'attività è volta a creare e rafforzare la rete tra le istituzioni (Agenzia Nazionale per l'Amministrazione e la Destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, Prefetture, Regioni, Province, Consorzi di Comuni e Comuni), le Cooperative e le Associazioni, le scuole e gli altri soggetti del territorio tramite la mappatura e l'analisi dei beni confiscati sul territorio e la diffusione di buone pratiche sul loro possibile utilizzo.

E!STATE LIBERI: CAMPI DI VOLONTARIATO SUI TERRENI CONFISCATI ALLA MAFIE

Tanti giovani scelgono di fare un'esperienza di volontariato e di formazione civile sui terreni confiscati alle mafie gestiti dalle cooperative sociali di Libera Terra. Segno questo, di una volontà diffusa di essere "protagonisti" e di voler tradurre questo impegno in una azione concreta di responsabilità e di condivisione.
L'obiettivo principale dei campi di volontariato sui beni confiscati alle mafie è quello di diffondere una cultura fondata sulla legalità e giustizia sociale che possa efficacemente contrapporsi alla cultura della violenza, del privilegio e del ricatto. Si dimostra così, che è possibile ricostruire una realtà sociale ed economica fondata sulla pratica della cittadinanza attiva e della solidarietà. Caratteristica fondamentale di E!State Liberi è l'approfondimento e lo studio del fenomeno mafioso tramite il confronto con i familiari delle vittime di mafia, con le istituzioni e con gli operatori delle cooperative sociali. L'esperienza dei campi di lavoro ha tre momenti di attività diversificate: il lavoro agricolo o attività di risistemazione del bene, la formazione e l'incontro con il territorio per uno scambio interculturale.
Ci sono campi per singoli cittadini, per giovani, per giovani minorenni, per famiglie e molto altro.




[1] Si legga in proposito Adista  n.25/2013 e il libro di Mario Lancisi  : Don Puglisi. Il Vangelo contro la mafia, Ed Piemme
[2] Beni mobili: denaro, assegni, liquidità e titoli, crediti personali (cambiali, libretti al portatore, altre obbligazioni), oppure autoveicoli, natanti e beni mobili non facenti parte di patrimoni aziendali. Di norma, le somme di denaro confiscate o quelle ricavate dalla vendita di altri beni mobili sono finalizzate alla gestione attiva di altri beni confiscati.
[3] Beni immobili: appartamenti, ville, terreni edificabili o agricoli. Hanno un alto valore simbolico, perché rappresentano il potere che il boss può esercitare sul territorio e sono spesso i luoghi prescelti per gli incontri tra le diverse famiglie mafiose. Lo Stato può decidere di utilizzarli per "finalità di giustizia, di ordine pubblico e di protezione civile" come recita la normativa, oppure trasferirli al patrimonio del comune nel quale insistono. L'ente locale potrà poi amministrarli direttamente o assegnarli a titolo gratuito ad associazioni, comunità e organizzazioni di volontariato. Un caso particolare è rappresentato da quei luoghi confiscati per il reato di agevolazione dell'uso di sostanze stupefacenti: il bene sarà assegnato preferibilmente ad associazioni e centri di recupero per persone tossicodipendenti.
[4] Beni aziendali: fonti principali di riciclaggio del denaro proveniente da affari illeciti. I sequestri e le confische coprono una vasta gamma di settori di investimento: industrie attive nel settore edilizio; aziende agroalimentari (come l'immenso allevamento bufalino con annesso caseificio sequestrato e confiscato alla camorra nella zona di Castel Volturno); ristoranti e pizzerie praticamente ovunque, dalla Calabria fino a Lecco, e noti locali della vita notturna come lo storico Cafè de Paris, punto nevralgico della Dolce Vita romana, finito nelle mani di un prestanome della 'ndrangheta calabrese; interi centri commerciali, sorti dal nulla come cattedrali nel deserto.

sabato 22 febbraio 2014

Cooperativa "Lavoro e non solo"

Domenica 23 febbraio ore 10.30 -12.30 la Comunità dell'Isolotto (Via degli Aceri 1)
incontra Maurizio Pascucci, Franca Bonichi e alcuni ragazzi impegnati in un lavoro di sostegno alla Cooperativa "Lavoro e non solo" che coltiva terreni confiscati alla mafia corleonese e che in questo lavoro impiega anche persone con disagio psichico.
Pensiamo sia importante per tutti conoscere più da vicino queste esperienze e sostenerle. Paolo Borsellino diceva "...non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma se siamo stati credibili". 
 
Chi affronta un percorso di inserimento in questa Cooperativa, può trovare una dimensione socio lavorativa autonoma, prerogativa da non dare per scontata nel panorama delle proposte in ambito di riabilitazione psichiatrica, ma può aspirare a ben altro. Nel tempo passato qui si impara a guardare in modo critico la realtà, si impara a scegliere, e lo si fa all’interno di un gruppo di soci e inseriti nella rete ben più ampia dei volontari dei campi di lavoro che vengono da tutta Italia. Ci si emancipa, non solo dal disagio, ma anche dalla subcultura legata alle logiche mafiose, dando impulso ad un cambiamento (Carmelo Gagliano, medico)
 

Carlo Claudia Gisella Luisella Maurizio  

giovedì 13 febbraio 2014

Neopentecostalismo in Brasile II


Domenica 16 febbraio  2014 alle ore 10,3 La comunità dell'Isolotto continuerà l'approfondimento del tema

"Il vangelo della prosperità alla conquista dei poveri" :
  riflessioni sul neo pentecostalismo in Brasile
Elia De Virgilio continuerà la presentazione della sua tesi
e Marilia  socializzerà con noi  la sua esperienza in Brasile
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