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giovedì 10 aprile 2014

Fadwa Barghouti a Firenze

Fadwa Barghouti a Firenze per sostenere la liberazione dei prigionieri politici palestinesi

Il 14 aprile 2014 alle 10.00, presso la Sala Pistelli della Provincia di Firenze, sarà presentata un'altra delle iniziative locali della Campagna per la Liberazione di Marwan Barghouti e dei Prigionieri Politici Palestinesi. E' una campagna internazionale, avviata lo scorso ottobre dal carcere di Robben Island in Sudafrica da parte di diverse personalità internazionali, nella stessa cella in cui è stato detenuto Nelson Mandela.   
La questione dei prigionieri politici è da decenni un punto nodale del conflitto mediorientale, dal momento che lo Stato di Israele utilizza la prigionia per i palestinesi come uno dei principali strumenti dell'occupazione militare, e come forma di punizione collettiva, contravvenendo alla legalità internazionale, a partire dalle Convenzioni di Ginevra. 
I prigionieri palestinesi oggi ancora nelle carceri israeliane sono più di cinquemila, tra cui 11 parlamentari, 13 donne e 195 giovani, di cui 36 al di sotto dei 16 anni. Diversi di loro sono arrestati in detenzione amministrativa, in carcere per diversi anni senza processo e senza capi di accusa definiti. Amnesty International, Physicians for Human Rights, l'organizzazione israeliana Bet'Selem e diverse altre organizzazioni hanno denunciato il conclamato uso di tecniche di tortura, oltre che di limitazioni alle cure mediche e al sostegno legale, come riconosciuto dal diritto umanitario internazionale, come accade a Karim Younes, in carcere ormai da 32 anni. Dal 1967, anno in cui è partita l’occupazione militare e civile della Palestina, sono più di 750.000 i palestinesi passati nelle carceri israeliane. Praticamente ogni famiglia palestinese ha avuto persone in carcere.
Tra i prigionieri tuttora in carcere, Marwan Barghouti è un leader politico, che ha  trascorso complessivamente più di 18 anni di carcere, i primi sette durante la prima Intifadah, e poi negli ultimi 11 anni. Non ha visto crescere i suoi tre figli, a causa delle regole restrittive imposte alle visite dei familiari. Tutti sostengono che, se fosse libero, oggi sarebbe il leader palestinese capace di gestire le difficili dinamiche interne alla società palestinese, oltre che trattare il processo di pace con lo Stato di Israele. 
Marwan Barghouti è stato condannato per resistenza militare a cinque ergastoli e 40 anni di prigione, accusato di essere il mandante di operazioni militari contro l'occupazione, senza però il sostegno di prove certe, e soprattutto senza le garanzie di un processo regolare, nel rispetto del diritto alla difesa garantito a tutti gli individui. Marwan Barghouti non ha riconosciuto la legittimità della Corte che lo giudicava, come aveva fatto Mandela per il suo popolo, ed ha rivendicato il diritto dei palestinesi alla libertà, alla pace e alla democrazia.
La campagna per la sua liberazione, e per la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi, sostenuta in diversi paesi nel mondo da tante forze politiche e sociali, è stata lanciata da diverse personalità internazionali, tra cui i Premi Nobel Desmond Tutu, Jody Williams, Adolfo Perez Esquivel, Josè Ramos Horta e Maireread Maguire.
L'iniziativa del 14 aprile si inquadra nella settimana di mobilitazione internazionale per i prigionieri politici palestinesi e vedrà la presenza privilegiata di diversi testimoni e relatori di eccellenza:
-Fadwa Barghouti, moglie di Marwan Barghouti
-Mai Al Kaila, ambasciatrice palestinese in Italia
-Luisa Morgantini, ex vice presidente del Parlamento Europeo
-Andrea Barducci, presidente della Provincia di Firenze
-Susanna Agostini, presidentessa della Commissione Pace del Comune di Firenze
La campagna in Toscana è promossa da un vasto comitato di organizzazioni aderenti, che hanno risposto al primo appello lanciato da Assopace Palestina, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese, COSPE, campagna BDS Firenze, ARCI Firenze

Per informazioni:
-Mahmud Hamad, Associazione di Amicizia Italo-Palestinese: 3355240514
-Mariella Pala, Assopace Palestina: 3476000810
-Gianni Toma, COSPE: 3495766721

mercoledì 2 aprile 2014

Elogio del camminare


Elogio del camminare

Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 30 marzo 2014, ore 10,30
Baracche verdi di via degli Aceri 1
A cura di Antonietta, Fiorella, Lucia, Paola.
A colloquio con Carlo, Giovanna, Guido, Vera (Nella foto seduti al tavolo)
di Guido proiettato durante l'incontro:

Elogio del camminare
Ogni tanto è bene prendersi una pausa per liberarsi dai problemi che quotidianamente fanno parte della nostra riflessione di cittadini: la politica, l’economia, la giustizia; quali scelte, per quale futuro, ecc.
Così abbiamo pensato che può essere interessante parlare con chi cammina nella natura per ore e giorni entrando in un mondo che spesso viene lasciato ai margini tanto da rimanere in sostanza sconosciuto. 
Elogio del camminare
" Da bambini impariamo a conoscere un luogo ed a visualizzare le relazioni spaziali, camminando e immaginando. Il luogo e la dimensione dello spazio si devono misurare con il nostro corpo e le nostre capacità. 
Un miglio era in origine una misura dei Romani corrispondente a mille passi. Viaggiare in automobile e in aereo non insegna qualcosa che si possa tradurre in percezione dello spazio. Sapere che ci vogliono sei mesi di cammino veloce ma tranquillo, per tutto il giorno e ogni giorno per attraversare Turtle Island/Nord America ci dà qualche idea della distanza. 
I cinesi parlavano delle quattro dignità: Stare in piedi, Stare sdraiati, Stare seduti e Camminare. Sono dignità nel senso che sono un modo di essere completamente se stessi, di sentirsi a casa nel proprio corpo, nei suoi aspetti fondamentali."

passo del libro "La pratica del Selvatico" di Gary Snyder"

De Luca: elogio del camminare
Ho avuto fino ai sedici anni il dono di estati sconfinate. Sbarcavo sull’isola il primo di luglio, ripartivo il 30 di settembre. Venivo dalla città spalancata sul golfo, ma costretta in una pressa di palazzoni e vicoli. Napoli conteneva la più fitta densità umana d’Europa, ci vivevamo da accatastati. Lo spazio era assegnato a turni, gremito anche di notte. Ci stavo e ci crescevo rattrappito per nove mesi all’anno.

L’arrivo di luglio mi estraeva dalle viscere della città e mi depositava sopra la magnifica superficie del sud, con tutto il largo intorno che potevo desiderare.

Lo sbarco coincideva con l’addio alle scarpe. I piedi uscivano dai lacci come due prigionieri che ottenevano di colpo il rilascio. All’inizio incerti, abbagliati, esitavano. Risentivano le asprezze del suolo, il rovente delle pietre, poi ispessivano la suola e potevano pure correre sugli scogli. Sull’isola iniziava il loro viaggio.
Nel mio vocabolario personale affido alla parola viaggio uno statuto speciale. Per me è quello che si fa a piedi. È viaggio la scalata, il pellegrinaggio, l’incolonnamento di migratori sulle piste di Africa e di Oriente, lo scavalcamento di frontiere dei contrabbandieri. Viaggio è quello che procede alla velocità del piede umano. Il resto non incluso in questo campo, si riduce per me a spostamento con mezzi di trasporto.
 

Sull’isola dell’infanzia e dell’adolescenza cominciava e finiva il viaggio, che è un diritto all’inselvatichimento dentro ogni educazione. Coincideva con il cambio di pelle, con il callo sotto i piedi scalzi. La libertà era un ispessimento della superficie.

Le antiche vie. Un elogio del camminare 

Robert Macfarlane , D. Sacchi

Descrizione del libro

 8 ottobre 2013  Frontiere Einaudi
"Gli uomini sono animali, e come tutti gli animali anche noi quando ci spostiamo lasciamo impronte: segni di passaggio impressi nella neve, nella sabbia, nel fango, nell'erba, nella rugiada, nella terra, nel muschio. È facile tuttavia dimenticare questa nostra predisposizione naturale, dal momento che oggi i nostri viaggi si svolgono per lo più sull'asfalto e sul cemento, sostanze su cui è difficile imprimere una traccia. Molte regioni hanno ancora le loro antiche vie, che collegano luogo a luogo, che salgono ai valichi o aggirano i monti, che portano alla chiesa o alla cappella, al fiume o al mare". Robert Macfarlane è l'ultimo, celebrato poeta della natura, erede di una tradizione che da Chaucer fino a Chatwin e Sebald è capace di trasformare una strada in una storia, un sentiero su un altopiano in un viaggio nella memoria. Riallacciando l'ancestrale legame tra narratore e camminatore, Macfarlane compie il gesto più semplice, eppure oggi anche il più radicale: quello di uscire dalla sua casa di Cambridge e iniziare a camminare, a camminare e osservare, a osservare e raccontare. Battendo i sentieri dimenticati di Inghilterra e Scozia, l'antico "Camino" di Santiago, le strade della Palestina costellate di checkpoint e muri di contenimento, gli esoterici tracciati tibetani, Macfarlane riesce, come un autentico sciamano, a far parlare paesaggi resi muti dall'abitudine, a dare voce ai fantasmi che li abitano, a leggere i racconti con cui gli uomini hanno abitato il mondo.




Viandante, le tue orme sono

il cammino e niente più;

viandante, non esiste il cammino,

Il cammino si crea camminando.

io amo i mondi delicati,

lievi e gentili,

come bolle di sapone.

Mi piace vederle dipingersi

di sole e scarlatto, volare

sotto il cielo azzurro, tremare

improvvisamente e disintegrarsi...


In cammino verso la luce



Pellegrino chi ti chiama?

Che forza misteriosa ti attrae?
Così recita una poesia sul cammino di Santiago.

Nel mio caso la scintilla è stata un ritiro di meditazione cristiana del 2004, nel quale padre Lawrence sottolineò la differenza fra  desideri e  bisogni. Tornando capii che avevo bisogno:di spiritualità e così chiesi a Guido, che già lo aveva fatto nel 2001, di tornare con me sul cammino.
Una volta presa la decisione si è già partiti interiormente.
Idealmente nel nostro zaino  nostro figlio Gianluca  e nostra nipote Cristina, clarissa di Cortona, con il suo “cestino da viaggio”, un insieme di letture che facevamo ogni mattina in comunione spirituale a distanza.
Partire vuol dire lasciare tutte le sicurezze per entrare nella precarietà senza sapere quello che troverai lungo il percorso.
Lasciare tutto il superfluo che ingombra la nostra vita per ritrovare l’essenzialità: tutto quello che ti serve sta nel tuo zaino e lo zaino deve essere leggero.
Partire senza misurare il tempo e dopo appena tre o quattro giorni di camino, subentra un senso di calma e di pace. Tutto quello che occupava le mie giornate sembra già lontanissimo. La sola cosa da fare è andare, camminare.

La magia del cammino sta nell’entusiasmo con cui ogni mattina si riparte qualunque sia il tempo, la fatica, le vesciche e qualunque sia la lingua ci si saluta sempre con “buen camino”.
La magia sta nel sentire che siamo parte di un flusso secolare. Si mettono i propri passi nei passi dei milioni che sono passati prima di noi su  una strada millenaria come dice il Priore di Conques, in Francia, sul cammino da Le Puy.
Non ci si volta indietro. Chi è costretto a rinunciare non ha pace fin ché non torna a completare il cammino.
E’ un movimento esteriore e interiore  che esige il  rispetto dei propri ritmi e del proprio corpo.
In un mondo che si muove velocemente c’è una sorta di profezia in questo muoversi al ritmo del nostro corpo senza fretta alla ricerca di un’armonia perduta.  Ci si lascia fare dal cammino, lasciandosi insegnare dal nostro corpo, lasciandosi condurre dallo spirito.
Si trova la pace nella natura, nel ritmo naturale, nel ridurre a poche cose le necessità giornaliere.
Il corpo impegnato per ore nella ripetizione dei passi lascia lo spirito libero di vagabondare, e nella mente scorrono immagini, parole,  senza un ordine preciso come se il cervello ritrovasse una libertà di funzionamento.
Risuonano nella mente tanti passi del Vangelo che parlano di strada “Seguitemi”, “Io sono la via la verità la vita”  e infine la domanda“chi dite che io sia?”

Incappare ogni giorno sulle proprie debolezze, i propri limiti ti fa diventare più umile e ti ridimensiona ti rende consapevole della tua nullità di fronte all’universo, ma  ripartire e avanzare comunque ti dà la consapevolezza che dentro di te c’è una forza a cui puoi attingere nei momenti di sconforto e di solitudine.

Sul cammino avvengono incontri sorprendenti nel momento in cui meno te li aspetti ed è incredibile la facilità con cui dopo appena poche ore di cammino si possa instaurare un rapporto di amicizia con persone mai viste prima, persone provenienti da tutte le parti del mondo.
Quanta gente, quanta diversità. Ognuno porta con sé il segreto del suo cammino e del suo rapporto col sacro e col divino, tutti diversamente credenti, tutti alla ricerca di qualcosa. Ma alla fine io credo che tutti si incontrino con Dio o perlomeno scoprano il sacro.
Dagli incontri si impara la gratuità perché bisogna imparare ad apprezzarli senza attaccarsi
apprezzare il dono dell’incontro in quanto tale. Ancora una volta ci si alleggerisce dalla nostra volontà di possedere.
L’essere sul cammino da soli facilita gli incontri. Sono stata sempre colpita dalle tante donne sole che ho incontrato. Le considero molto coraggiose  perché affrontano la solitudine, le paure  e  tutto il positivo e il negativo che può succedere
Sul cammino si incontrano quelli che io chiamo gli angeli custodi e noi stessi possiamo diventare gli angeli custodi di qualcun altro con una parola di incoraggiamento, un’indicazione, un sorriso, un momento di ascolto, condividendo emozioni con chi è solo.


Questo tipo di vita e di rapporti ha qualcosa della semplicità monastica, crea comunità.
Non si è pellegrini da soli, lo si è con gli altri, in mezzo agli altri. Non interessa che cosa fa uno nella vita di tutti i giorni, tutti i pellegrini sono uguali non c’è ricco, né povero, né debole, né forte. Non è che le differenze sociali siano annullate, solo che chi ha una giacca in gorotex non si sente superiore a chi ha abiti semplici.
Alla sera è bello ritrovarsi nei rifugi. Se qualche volta dormiamo altrove si ha la spiacevole sensazione di essere usciti dal coro, di essere falsi pellegrini.
Si impara a vivere insieme. Si condividono cose materiali in modo spontaneo e naturale,  acqua, cibo, medicine, cure, anche fastidi, come il  russare, lo stropiccio dei sacchetti di plastica alle 5 di mattina…
Si impara l’umiltà, aver bisogno degli altri, una parola, un consiglio, un’indicazione, un sorriso.
Si fa tutto in leggerezza nel modo più semplice del mondo.
Si crea una comunicazione a livello profondo, spesso non si parla di banalità.
Parlando si accoglie e si è accolti.  
Si torna diversi perché, parafrasando Etty Hillesum, abbiamo fatto esperienza  che si può essere capaci di vivere anche senza niente perché c’è sempre un pezzetto di cielo da poter guardare.
Giovanna

Qualche notizia sul nostro camminare
Io e Carlo amiamo molto camminare. Ogni volta che ci è stato possibile ci muoviamo con il mezzo di trasporto più antico che l’uomo ha a sua disposizione: le proprie gambe.
Il camminare ci aiuta a sentirci meglio fisicamente. E non solo fisicamente. Lo stare a contatto con la natura ci libera la mente dallo stress, ci aiuta a vedere i nostri problemi sotto una luce diversa, li ridimensiona e ci aiuta anche a trovare nuove soluzioni. Il camminare in raccoglimento con noi stessi, senza costrizioni esterne, ci fa sentire liberi, sereni e anche felici. E ci arricchisce. In un lungo viaggio a piedi, o anche solo in una bella giornata per boschi, si fissano nella nostra mente scenari di paesaggi bellissimi, che possiamo rivedere in qualunque momento lo desideriamo. Ogni sera di ritorno da una giornata di marcia abbiamo la riprova dell’influenza benefica che ha su di noi il camminare perché, se pur stanchi, siamo sempre sereni e contenti.
Carlo ed io abbiamo camminato molto. Abbiamo camminato la domenica mattina nelle strade deserte di Firenze scoprendone gli angoli più segreti e caratteristici; abbiamo camminato nei parchi della città; sulle colline dei dintorni; abbiamo camminato in Appennino Toscano, in Aspromonte, sulla Sila, sul Pollino; abbiamo camminato per molti anni sulle Dolomiti e su quelle cime provato una felicità immensa.
E poi siamo andati a Santiago. Un’esperienza nuova, molto speciale. Non a caso sempre più spesso viene definita come “La magia del Camino”. Siamo tornati altre tre volte a Santiago de Compostela, e il nostro desiderio di peregrinare non è affatto esaurito.
Poi abbiamo camminato in Italia, sulla Via Francigena dal Monginevro a Santa Maria di Leuca e cammini più brevi in alcune regioni italiane.
Il nostro primo pellegrinaggio a Santiago de Compostela del 2003 pensavamo che sarebbe stato anche l’ultimo. L’anno successivo invece ripetemmo il viaggio, sicuri che quella sarebbe stata davvero l’ultima volta. Non fu così. Da allora non abbiamo mai smesso di metterci in cammino sulle vie dei pellegrini, e non sappiamo nemmeno spiegarne esattamente il perché. Ci limiteremo soltanto a fare qualche semplice considerazione.
Forse, uno fra i tanti aspetti importanti di questi lunghi viaggi, sta nel fatto che per quel breve periodo si cambia totalmente stile di vita. Si lascia il nostro benessere, le nostre comodità per accorgersi, quasi con stupore, di quanto è facile fare a meno di tante cose belle e confortevoli. Si abbandona la società dei consumi con tutti i suoi modelli e i suoi condizionamenti, per vivere una vita semplice, in solitudine, a contatto con la natura, con le bellezze dell’arte.
Il camminare per ore e ore, ogni giorno, in solitudine e in silenzio, in quei lunghi spazi, favorisce la riflessione e la meditazione e si può ben dire che il nostro incedere diventa soprattutto un cammino interiore. E la sera ci ritroviamo insieme ad altri pellegrini che hanno vissuto le nostre stesse esperienze, si socializza, si condividono le poche cose che abbiamo come fossimo amici che si conoscono da sempre. E sembra non essere importante il perché uno ha affrontato questo viaggio, se per ragioni di fede, per generiche ragioni spirituali, perché è alla ricerca di qualcosa, o per altri motivi ancora. Siamo pellegrini, tutti uguali, e basta. E sentiamo che c’è qualcosa di importante, anche se indefinito, che ci unisce.
La preparazione di questi viaggi ci ha molto impegnati dal punto di vista organizzativo, e tutti i cammini sono stati duri sia per lo forzo fisico e sia per i tanti disagi che si devono affrontare. Eppure possiamo senz’altro annoverare questi anni tra i più belli e sereni della nostra vita.Voglio riportare due belle frasi che ho letto da qualche parte: “Pellegrino una volta, pellegrino per sempre”, e “I pellegrini anticamente andavano a Santiago per salvare l’anima, oggi ci vanno per ritrovarla”.                     VERA E CARLO



UNA TAPPA TIPO SULLA VIA FRANCIGENA

Giovedì 17  aprile 2008
11ª tappa – da Gropello Cairoli a Santa Cristina e Bissone- Km. 41,5

Si parte alle 7 sotto una leggera pioggerellina ed un cielo tutto nero. Usciti dal paese prendiamo una stradina secondaria, senza traffico e poi troviamo tratti di piacevole sterrato. Da Roggia Castellana si va a Morgarolo e si arriva a Villanova Ardenghi.[…].Si fanno diversi chilometri nel Parco del Ticino, camminando sugli argini rialzati di alcuni metri rispetto al letto del fiume. Qua e là vi sono delle cascine. Sempre tra il verde ci sono laghetti, canali ricchi di acqua, e distese di pioppi grandi e verdi. Questo della Valle Padana per noi è un paesaggio nuovo, sconosciuto, che ci piace moltissimo, e siamo contenti di percorrerlo a piedi, lentamente, e poterlo ben osservare e apprezzare. Si dice che i pellegrini sono i camminanti dello spirito: ecco, in questi momenti ci sentiamo proprio tali.
Verso le 12 siamo a Pavia e attraversiamo il fiume sul bellissimo Ponte Coperto. Dopo aver mangiato un pezzetto di pizza in un bar cominciamo a preoccuparci per l’alloggio, ma in tutta Pavia non ci sono accoglienze per i pellegrini. Telefonicamente troviamo disponibilità di accoglienza presso la Parrocchia di Santa Cristina.che dista da Pavia 20 Km. Facciamo presente a Don Antonio che arriveremo tardi ma questi ci risponde che non c’è problema: problema: a qualunque ora arriviamo suonare il campanello e ci verrà aperto. Per arrivare dovremo percorre in tutto oltre 40 Km. Seguiamo il percorso indicato dalla guida e vediamo le belle chiese di S. Pietro e di San Lazzaro. Poi però, considerata la strada che ci resta da fare, preferiamo prendere la più corta e ci incamminiamo sulla statale 234 Pavia-Cremona.
Troviamo i paesi di Valle Salimbeni, S. Leonardo Linarolo, S.Giacomo della Cerreta, Santa Margherita. E si arriva a Belgioioso. Ci fermiamo a a fare un riposino.
Grande e bellissimo il Castello tutto smerlato che si trova all’altro lato della piazza, proprio di fronte al bar dove siamo seduti. La nascita del Borgo di Belgioioso risale al tardo Medioevo ed è strettamente legata a quella del suo castello. Non si conosce la data esatta in cui il castello fu edificato, ma si è trovato scritto che Galeazzo Visconti nel 1377 si trovava al Castello “Gioioso”.
Non ci dà invece tanta gioia il sapere che ci mancano ancora 8 Km ad arrivare a S.Cristina, e tutti su asfalto. Ma si deve andare e quindi si parte. Arriviamo a S. Cristina alle 18, dopo circa 11 ore di cammino. Siamo un po’ stanchi.
Don Antonio Pedrazzini ci accoglie molto cordialmente, ci accompagna nella stanzetta dormitorio e ci indica la cucina dove possiamo prepararci la cena e consumare tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Ringraziamo. Carlo va a comprare pane e affettato e mangiamo qualcosa senza cucinare. Don Antonio ci ha accesso la stufetta e l’abbiamo molto gradita perché ci fa tanto freddo.
Grazie Don Antonio.







Frammenti di un cammino Sulla Via della Plata

DUE  PELLEGRINI  IN  GITA  TURISTICA

Dopo tanto camminare verso Santiago, due pellegrini decisero di andare a fare un giro nella Spagna del sud, ma questa volta non a piedi e senza zaino sulle spalle. Salirono su un aereo e scesero alla Costa del Sol dove si sistemarono in un comodo albergo insieme al gruppo di cui facevano parte. […] Arrivati a Siviglia fecero un giro per la città soffermandosi nella splendida Piazza di Spagna, e poi videro la grande, meravigliosa cattedrale gotica, terza per grandezza dopo San Pietro a Roma e St: Paul a Londra. Ascoltarono le spiegazioni sulla Torre Giralda, 100 metri di altezza. […]. I due pellegrini salirono in cima alla Torre e da lì osservarono la città di Siviglia che già un po’ conoscevano poiché da lì erano partiti tre anni prima per fare la Via de la Plata che dopo mille Km. giunge a Santiago. Indicando il Nord-Ovest verso Camas e la collina che porta a Italica, cioè l’inizio della Via de la Plata, il pellegrino disse “ E se invece di proseguire la visita alla città andassimo a ripercorrere qualche Km sulla Plata?” La sua compagna di viaggio accolse la proposta con grandissimo entusiasmo e senza perdere un minuto avvertirono la guida che si sarebbero ritrovati la sera a cena. Quasi in corsa scesero dalla Giralda, a passo svelto imboccarono la Calle de la Vinuesa, attraversarono il Guadalquivir sul Ponte di Triana e dopo poche centinaia di metri si trovarono sulla Via de la Plata. Un po’ emozionati iniziarono un cammino che sarebbe durato solo qualche ora, ma erano contenti lo stesso. Il pellegrino andò avanti e lei dietro, in silenzio, come erano soliti fare nelle migliaia di Km. percorsi insieme. E lei idealmente iniziò a ripercorrere il lungo cammino che anni prima le aveva procurato tanti disagi e tante gioie, tante emozioni, e il suo compagno di viaggio, ne ebbe conferma più tardi, per tutto il breve cammino pensò le stesse cose. La pellegrina si immerse nei pensieri di quel primo giorno di tre anni addietro: il timore di non farcela, l’incertezza di ciò che avrebbe trovato più avanti, rivisse la paura dei cani, delle vacche e tori trovati fuori dai recinti, ebbe la sensazione di soffrire di nuovo il gran caldo, il freddo, la pioggia, rivide i torrenti in piena che li costrinsero a lunghe deviazioni, i guadi con scarpe in mano e l’acqua fin sopra le ginocchia, la stanchezza di tappe troppo lunghe. Ma poi rivisse la grande gioia dell’arrivo al rifugio, il piacere di una doccia, di una minestra calda e infine l’agognato momento di infilarsi nel sacco a pelo per il riposo e un lungo sonno. La pellegrina idealmente attraversò tutta l’Andalusia con i suoi campi di girasoli, di bellissimi fiori, e poi entrò in Estremadura dove rivide boschi di querce, di sugheri con sotto prati pieni di fiorellini colorati, e vide mandrie di vacche e tori, maiali e pecore dentro i recinti ai lati delle cañade (strade). E rivide i pellegrini incontrati lungo la via e nei rifugi con i quali con grande semplicità erano entrati in amicizia e con altrettanta spontaneità si erano scambiati una mela, un pomodoro. Dal cammino aveva imparato l’umiltà, il vivere con l’essenziale. E nei lunghi sentieri dove il silenzio era interrotto solo dai propri passi e dal canto degli uccelli, la pellegrina era pervasa da una grande calma, da una grande serenità e pace. Con la mente la pellegrina avrebbe voluto ripercorrere anche la regione Castiglia e Leòn e poi la Galizia, ma guardò l’orologio e vide che si era fatto tardi. Si rivolse al suo compagno di viaggio, che poi era, ed è, anche il compagno di vita, e con un po’ di tristezza gli disse “ E’ ora di tornare indietro” Ed egli rispose “Sì, andiamo” E sottovoce, quasi parlasse fra sé e sé, aggiunse “Peccato, ero quasi arrivato a Santiago”.
Lentamente, in silenzio, si incamminarono verso Siviglia.
Vera Biagioni e Carlo Barducci
Firenze, 18 ottobre 2011


Oggi, 30 marzo 2014

lunedì 17 marzo 2014

Quale educazione per i nostri figli





Comunità dell’Isolotto - Firenze, domenica 16 marzo 2014
Quale educazione per i nostri figli ?!
riflessioni del gruppo genitori 

Introduzione
Il vangelo dice che Gesù “Cresceva in età, sapienza e grazia’. 
Noi vorremmo che i nostri figli, e tutti i figli, crescessero in età, sapienza, e alla parola ‘grazia’ diamo il significato di libertà, serenità, autonomia, senso critico, creatività, equilibrio, complessità e molto altro. Vorremmo che crescessero capaci di relazionarsi con gli altri e di stare bene anche da  soli. Capaci di trovare soluzioni già sperimentate da altri e di inventarne di proprie. Capaci di superare le frustrazioni e di contare sulle proprie risorse, capaci di chiedere aiuto quando ne hanno davvero bisogno. Capaci di sentire e dare nome ai sentimenti propri e degli altri. Capaci di rispetto di sé stessi e di ognuno.
Abbiamo però la percezione che il mondo degli adulti, dai genitori alla scuola, sia invece in difficoltà rispetto alle esigenze e ai bisogni dei ragazzi. E che gli adulti, carenti di autentica ‘autorevolezza’ spesso oscillino fra modi ‘autoritari’ e modi ‘permissivi’ creando una sorta di schizofrenia. 

1.Letture dai Vangeli, dai poeti Gibran e Tognolini 
Abbiamo scelto questi due brani del Vangelo perché affrontano il tema – fondamentale oggi nell’attuale rapporto ragazzi–adulti all’interno della scuola e non solo - della “credibilità” e dell’”autorevolezza” di chi assume ruoli di maestro. 
Ci sembra che dal Vangelo emerga chiaro che la vera credibilità sta non nell’apparenza di titoli e onori, ma nella capacità di dare esempi concreti e di viverli in prima persona.

Essere credibili : In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. 
Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. [..] Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato. [dal Vangelo di Matteo]

[…] si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». […] Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che  ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi. 
[dal Vangelo di Giovanni]

2. Abbiamo visto insieme il documentario “La education prohibida” e ve lo raccontiamo

La Educaziono Prohibida è  un documentario realizzato dall’argentino German Doin Campos  che racconta, anche attraverso una lunga serie di interviste a insegnati ed educatori, tutti i mali dell’istruzione pubblica per come è concepita e organizzata nei paesi occidentali.
Il documentario è stato prodotto in proprio dopo aver realizzato una raccolta fondi collettiva su internet che ha coinvolto circa 700 cofinanziatori e raccolto quasi 50.000 euro. Il documentario è stato poi reso disponibile sulla rete in forma totalmente gratuita.   

A tutti i bambini e i giovani che vogliono crescere in libertà”. Questa è la dedica del film che appare mentre la voce narrante inizia a raccontare il mito della caverna di Platone: gli uomini, legati all’interno di una caverna devono guardare tutto il giorno le ombre proiettate da alcune sagome che passano ciclicamente davanti a un focolare; tra questi, un individuo, più scaltro degli altri, riesce a liberarsi e scappa per osservare la realtà.
Campos usa il mito come incipit alla sua critica alla scuola pubblica. Una scuola che non tiene conto dei singoli individui, che uniforma le persone e le appiattisce con un obsoleto sistema di valutazione per ottenere un insegnamento vuoto, noioso e inutile.
La prima accusa è contro il sistema. Sistema di per sé incoerente perché da un lato afferma che l’essere umano va stimolato alla pace, alla felicità, alla cooperazione, all’uguaglianza, alla libertà e alla solidarietà mentre a scuola ciò che viene trasmesso è la competizione, la concorrenza, la discriminazione, l’individualismo, il materialismo e la violenza emozionale.
La colpa non è assegnata agli insegnanti ma al sistema scolastico. In tale sistema non esiste più l’insegnamento in base alle esigenze del ragazzo o in vista dell’apprendimento in sé. L’unica cosa importante è il programma. Un piano di studi scelto dal sistema. Un elenco di studi da seguire, completare e del quale va verificato il corretto apprendimento.
“Sembra un addestramento canino. Questa non è educazione” dichiara Carlos Wernicke della Fondazione Holismo. Tutti gli intervistati ribadiscono le medesime cose: ciò che manca alla gelida scuola occidentale è in primo luogo l’amore. Amore per gli studenti. Amore per l’istruzione. Ogni alunno ha un proprio metodo di apprendimento e in particolare i bambini apprendono molto di più attraverso l’esperienza. Se lasciati liberi di scoprire, provare, osservare e costruire, attraverso la propria creatività arrivano a livelli di apprendimento superiori a quelli di qualsivoglia adulto.  

Il film poi fa una critica serrata al sistema che assegna un’etichetta di problematicità (‘Dislessia’, ‘iperattività’, ‘ansia’ etc) a quei ragazzi che non si adattano perfettamente o velocemente al sistema stesso: nella grande maggioranza dei casi questi ragazzi non segnalano una reale patologia ma la necessità di altri percorsi di  apprendimento.

Il film continua mostrando a grandi linee l’evoluzione storica del sistema di istruzione:
nell’antichità ad Atene la scuola – per i pochi che vi accedevano – era basata sull’osservazione, sulla retorica e sul dialogo. D’altra parte a Sparta i bambini erano educati alla guerra attraverso violenze e pratiche di puro rigore.
L’istruzione è poi stata gestita dalla chiesa fino ad arrivare alla fine del ’700 quando in Prussia nasce un sistema scolastico con lo scopo di creare un popolo suddito e disciplinato che possa servire il regno e sia pronto a fare il buon soldato. Questo sistema si propagò rapidamente in ogni società occidentale sino ad arrivare ai giorni nostri.

A questo punto Carlos Calvo Munoz fa una curiosa ed efficace metafora: la scuola è la mappa, l’educazione è il terreno da cartografare. Il problema nasce quando non si crede più al terreno, a ciò che si vede e si tocca, ma diventa più importante la mappa. Il sistema che ci siamo costruiti e dentro al quale ci sentiamo sicuri. 

Il film prosegue ribadendo queste tesi mentre sullo sfondo si sviluppa la storia di un gruppo di ragazzi all’ultimo anno di liceo che vogliono appendere manifesti e far circolare le notizie circa lo stato dell’educazione nel loro istituto e nel mondo. Chiedono una nuova scuola, dove i ragazzi abbiano maggior voce in capitolo e l’apprendimento non si fermi dietro al banco. All’inizio trovano delle resistenze ma poi alla fine riescono a coinvolgere i compagni e i professori riuscendo a far comprendere il loro punto di vista.

Il finale è aperto; Campos non indica una soluzione, non propone una alternativa concreta; ma probabilmente era proprio questo che voleva: lanciare una provocazione, attivare una discussione e lasciare aperte tante possibili soluzioni e percorsi. 
Tante sono state le critiche fatte a Campos – di approssimazione, di schematismo, di mancata conoscenza o presentazione dei nuovi metodi di insegnamento presenti negli attuali sistemi di istruzione e di mancanza di una propria proposta concreta alternativa. 
Ma molti sono stati anche gli apprezzamenti: hanno visto e scaricato il film da internet oltre 4 milioni di persone che sono venute a conoscenza del film attraverso un grandissimo ‘passaparola’, e certamente queste persone si staranno interrogando su questi temi come abbiamo fatto noi in questi giorni.



DSA- Disturbi Specifici di Apprendimento
Disgrafia, dislessia, discalculia e disortografia sono difficoltà di alcuni ragazzi nell’espressione scritta, nella lettura e nel fare i calcoli. Secondo una definizione scientifica, i Disturbi Specifici di Apprendimento, sono un problema diffuso tra bambini e ragazzi. Se non diagnosticati per tempo e in modo corretto, possono incidere pesantemente sul rendimento scolastico causando spesso abbandoni precoci. Per favorire un corretto approccio scolastico ai bambini con questi problemi, è stata approvata una legge specifica per differenziare i DSA dalle forme di handicap fisico: l’obiettivo è fare in modo che questi disturbi vengano diagnosticati in modo adeguato e che i ragazzi ricevano il giusto sostegno.

Che cosa dice la legge
La legge 170/10 ovvero –Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico- è nata come una evoluzione alla Legge Quadro sulla disabilità (104/92 destinata ai ragazzi con disabilità fisica) e se ne differenzia perché riguarda il diritto allo studio tutelato in modo diverso. Le norme sulla disabilità della legge 104/92 riguardano l’apprendimento da parte di studenti con Bisogni Educativi Speciali i quali presuppongono la stesura di un piano didattico individualizzato e l’affiancamento di un docente di sostegno. Nella nuova legge, prima di tutto vengono considerate disabilità la disgrafia, discalculia e dislessia, poi vengono indicate le finalità (interventi precoci, sensibilizzazioni delle famiglie e diritto all’inclusione scolastica), vengono formalizzate le certificazioni da parte delle ASL e indicate le attività formative per il personale docente. Viene stabilito inoltre come gli alunni con diagnosi DSA possano accedere a mezzi compensativi e dispensativi, come il computer e che possano disporre di tempi più lunghi per lo svolgimento delle prove.

La nostra esperienza
Una professoressa di Matilde in prima media, ad un colloquio, mi disse -“Ma lei è sicura che Matilde lo voglia?”- Questo è stato l’inizio del nostro “travaglio” per arrivare alla famigerata certificazione. 
Fin dalle elementari per Matilde la scuola significa fatica, una grande fatica. Ha fatto enormi sforzi per arrivare a risultati “accettabili” e classificabili con l’indispensabile 6 in pagella. La bambina dai test previsti dal Ministero non rientrava nelle classificazioni nette di dislessia, discalculia o disgrafia, risultava “borderline”. Quindi non era previsto un Piano Didattico Personalizzato, lo sforzo andava fatto da lei e da noi genitori.
Arrivata alle medie, per Matilde l’impegno si fa più serio e a metà della seconda decidiamo di approfondire e ci rechiamo da uno psicologo specialista in problemi dell’apprendimento.
La diagnosi ancora una volta è “aspecifica”: Matilde non rientra in nessuna delle  quattro specifiche problematiche tutelate per legge.  Esiste però il “Disturbo Aspecifico” del quale parla ampliamente la dichiarazione dell’allora Ministro all’Istruzione Francesco Profumo, secondo la quale anche lei può ottenere una certificazione. La dichiarazione nelle parole è molto bella, se non a tratti utopistica: “Gli alunni con disabilità si trovano inseriti in un contesto sempre più variegato, dove la discriminazione tradizionale – alunni con disabilità/alunni senza – non rispecchia pienamente la complessa realtà delle nostre classi. Anzi è opportuno assumere un approccio decisamente educativo, per il quale l’identificazione degli alunni con disabilità non avviene sulla base della eventuale certificazione, che certamente mantiene utilità per una serie di benefici e di garanzie, ma allo stesso tempo rischia di mantenerli in una cornice ristretta. […] E’ rilevante l’apporto del modello diagnostico internazionale dell’OMS, che considera la persona nella sua totalità, in una prospettiva bio-psico-sociale. In questo senso ogni alunno, con continuità o per determinati periodi, può manifestare Bisogni Educativi Speciali: o per motivi fisici, biologici, fisiologici o anche per motivi psicologici e sociali rispetto ai quali è necessario che le scuole offrano adeguata e personalizzata risposta. Va quindi potenziata la cultura dell’inclusione e ciò anche mediante un approfondimento delle relative competenze degli insegnanti.”
Nella Dichiarazione si parla anche degli alunni con “Deficit da disturbo dell’attenzione e dell’iperattività”, per i quali dovremmo aprire un un altro importante capitolo, e di alcune tipologie di disturbi, non esplicitati dalla legge 170/10 che danno diritto ad usufruire delle stesse misure previste per i DSA.
Tutte queste “classificazioni” ci fanno girare la testa e se Matilde abbia o meno ottenuto benefici dalla certificazione, ancora siamo a chiedercelo. Nel concreto, come conseguenza alla certificazione, Matilde dovrebbe ottenere dagli insegnanti un atteggiamento di rispetto delle sue caratteristiche, può usufruire di strumenti  compensativi, come la calcolatrice, schemi preparati a casa, formule. Può essere dispensata dal fare tutti gli esercizi richiesti da un compito in classe, può essere valutata su quelli che riesce a fare e può usufruire di tempi maggiori. Il problema è che lei la maggior parte delle volte questi “mezzi compensativi o dispensativi” non vuole usarli. Si vergogna nei confronti dei compagni, teme di far loro un’ingiustizia e di essere agevolata..(..è sicura che Matilde lo voglia?). 
L’esperienza che stiamo facendo ci pone tanti interrogativi. E’ giusto che le diverse caratteristiche dei bambini e dei ragazzi vengano classificate come “disturbi”? C’è qualcosa di diverso che si possa fare per affrontare dal dentro le sempre maggiori problematiche che si presentano? Possiamo solo individuare patologie a cui offrire una cura esterna o possiamo mettere in discussione il sistema scolastico più in profondità?





Qualche spunto di riflessione e letture

Gabriel Garcia Marquez per i 50 anni di  MAFALDA di Quino ha scritto:
“In ogni suo libro, da anni, Quino ci sta dimostrando che i bambini sono i depositari della saggezza. Quello che è triste per il mondo è che man mano che crescono perdono l’uso della ragione, a scuola dimenticano ciò che sapevano alla nascita, si sposano senza amore, lavorano per denaro, si puliscono i denti, si tagliano le unghie e alla fine diventati adulti miserevoli non affogano in un bicchier d’acqua, ma in un piatto di minestra”.

Domenico Starnone in occasione della rappresentazione teatrale  “La Scuola”tratto dal suo libro “Ex cattedra” ha detto : […] Non si può fare una scuola senza ottimi insegnanti. Non c’è generazione che non si consideri migliore di quella seguente. Eppure ogni mutazione antropologica dice che il mondo sta cambiando e che il buon maestro resta quello che sa fare dei suoi allievi non persone identiche a lui, ma diverse e migliori.

Al centenario dalla nascita di Marguerite Duras, esce in Italia per la prima volta il racconto “Ah Ernesto”, dove la scrittrice immagina la favola di Ernesto, un bambino che vuole distinguere tra sapere e conoscenza, che predilige l’esperienza diretta alla teoria sui banchi di scuola. La follia di Ernesto è voler disporre di una libertà strabordante, eccessiva, rivoluzionaria in un mondo totalmente assoggettato al consenso. E’ il suo rifiuto di ogni valore prestabilito, nella sua volontà di distruggere e sabotare il sapere per ritrovare l’innocenza universale.   

“Ernesto va a scuola per la prima volta. Torna, va dritto da sua madre e dichiara: 
-“Non tornerò più a scuola”-
-“Perché?”- dice la madre
-“Perché sì, a scuola mi insegnano cose che non so”-
I genitori di Ernesto si recano dal maestro insieme al figlio:
-“Rifiuti di istruirti, perchè?”- chiede il maestro
-”Perché non ne vale la pena..”-
-“Allora come saprai leggere, scrivere e contare, come saprai una qualsiasi cosa?
-“Io saprò”-
-“Si , ma come?”-
-“Oh…per forza di cose”-



Diritto all'educazione
Se mi insegni, io lo imparo
Se mi parli, mi è più chiaro
Se lo fai, mi entra in testa
Se con me tu impari, resta
[di Bruno Tognolini]

Il vero maestro non elargisce il suo sapere 
ma piuttosto il suo amore e la sua fiducia

Allora un maestro disse: Parlaci dell'Insegnamento.
Ed egli disse:
Nessuno può rivelarvi se non quello che già cova semiaddormentato nell'albore della vostra conoscenza.
Il maestro che passeggia all'ombra del tempio, tra i seguaci, non elargisce la sua saggezza, ma piuttosto il suo amore e la sua fiducia.
Se egli è saggio veramente, non vi offrirà di entrare nella casa della propria sapienza; vi condurrà fino alla soglia della vostra mente.
L'astronomo può parlarvi di come intende lo spazio, ma non può darvi il vostro proprio intendimento.
Il musicista può cantarvi il ritmo che è dovunque nel mondo, ma non può darvi l'orecchio che ferma il ritmo, né la voce che gli fa eco.
E chi è versato nella scienza dei numeri può descrivervi le ragioni dei pesi e delle misure, ma non può condurvi laggiù.
Perché la visione d'un uomo non può prestare le sue ali a un altro uomo.
E come ciascuno di voi sta da solo nella sapienza di Dio, così ciascuno di voi deve essere solo nel suo conoscere Dio e nel comprendere la terra.

[dal libro “Il profeta” di Gibran Kahlil]


Questa terza maschile, per diversi motivi, è particolarmente difficile. Gli alunni sono spesso distratti, non si interessano alle lezioni che preparo scrupolosamente, “dimenticano” di far firmare ai genitori le osservazioni sul comportamento, “dimenticano” di acquistare i quaderni… In compenso tengono in classe una disciplina passiva che mi sgomenta : fermi come statue, coi cervelli inerti, spesso non restituiscono nemmeno il sorriso. Forse hanno paura di me, perché quando voglio conversare con loro nei momenti di ricreazione, esaurite le notiziole superficiali, si chiudono in un gelido silenzio che non riesco a rompere. 
A volte, dalla finestra, li osservo quando escono sulla strada : oltrepassata la soglia è un libero volo, le bocche mute parlano e gridano: sono felici. Indubbiamente per questi ragazzi la scuola è un sacrificio; il loro comportamento lo dimostra. Ma quale è la causa ? E’ facile attribuirla alla scarsa volontà e al carattere dei ragazzi; e se fosse altrove, ad esempio nella organizzazione della scuola stessa ? 
Tanto nella società come nella scuola credo che non ci possano essere che due modi di vivere : o la sottomissione a un capo non eletto, oppure un sistema in cui la libertà di ognuno sia rispettata, condizionata solo dalle necessità di tutti.
Il paternalismo nella società degli adulti come nella scuola non e che una forma insidiosa dell’autoritarismo che concede una finta libertà.  Se la scuola non deve soltanto istruire ma anche e soprattutto educare, formando cioè il cittadino capace di inserirsi nella società col diritto di esporre le proprie idee e col dovere di ascoltare le opinioni degli altri, questa scuola fondata sull’autorità del maestro e la sottomissione dello scolaro non assolve al suo compito perché è staccata dalla vita. 
Ma come cambiare le cose ? con quali mezzi ?

[Mario Lodi, C’è speranza se questo accade al Vho, 1963] 


“… una prima serie di capitoli sarà dedicata alle tue “fonti educative” più immediate. Tu penserai subito a tuo padre, a tua madre, alla scuola e alla televisione. Invece  non è così. Le tue fonti educative più immediate sono mute, materiali, oggettuali, inerti, puramente presenti. Eppure ti parlano. Hanno un loro linguaggio di cui tu, come i tuoi compagni, sei un ottimo decifratore. Parlo degli oggetti, delle cose, delle realtà fisiche che ti circondano. Il linguaggio delle cose, da cui tu hai ricevuto la tua prima educazione, non è una rottura di scatole, te l’assicuro. 
Dopo la serie di capitoli dedicati al linguaggio pedagogico delle cose (o merci, o beni di consumo), dedicherò una lunga sezione del libro a parlarti dei tuoi compagni, che sono, sia ben chiaro, i tuoi veri educatori. Essi sono portatori, inconsapevoli e perciò tanto più prepotenti, di valori assolutamente nuovi, che solo tu e loro vivete. Noi – i vostri padri -  ne siamo esclusi. Quei valori, anzi, sono intraducibili nel nostro linguaggio. 
I tuoi compagni vivono esistenzialmente valori nuovi rispetto a quelli vissuti e codificati dagli adulti. E’ in ciò che consiste la loro forza. E’ attraverso quel qualcosa di nuovo che essi, con il loro modo di essere e di comportarsi, vanificano il conformismo pedagogico degli adulti e si impongono come i veri reciproci maestri. La loro novità non detta, e neanche pensata, ma solo vissuta, andando oltre il mondo degli adulti, lo contesta anche quando lo accetta totalmente. Tu sei schiacciato da questa novità ed è questa novità che costituisce il nucleo della tua ansia di apprendere. Essa non può esserti insegnata dagli adulti, e quindi tu, pur ascoltando gli adulti, pur mettendoci la tutta la buona volontà ad assimilare il sapere dei padri, in realtà hai una sola assillante avidità : quella di condividere con i tuoi compagni, apprendendola da loro ossessivamente ogni giorno, questa novità. Insomma, i tuoi compagni sono i depositari e i  portatori di quei valori che sono gli unici che ti interessano.  
Terza parte del nostro trattato saranno i due genitori: che sono i tuoi educatori ufficiali, se non ancora i tuoi diseducatori. Tuttavia, come vedremo, tra la loro intenzione pedagogica nei tuoi riguardi e la realizzazione di tale intenzione c’è un diaframma il cui spessore è immenso: si tratta del tuo rapporto di amore e di odio con essi.
Passeremo poi alla scuola, cioè a quell’insieme organizzativo e culturale che ti ha completamente diseducato, e ti pone qui davanti a me come un povero idiota, umiliato, anzi degradato, incapace a capire, chiuso in una morsa di meschinità mentale che, fra l’altro, ti angoscia. L’antiscuola (cioè la polemica contro la scuola) non è meno diseducativa. Essa ti impone un conformismo non meno degradante ed angosciante di quello della scuola.
Ti parlerò prima dei tuoi maestri elementari e poi dei tuoi professori: questi duplicati dei padri e delle madri, autori della tua diseducazione.
Proseguendo esamineremo la stampa e la televisione, questi spaventosi organi pedagogici privi di alcuna alternativa.
[…] La mia cultura mi pone in un atteggiamento critico rispetto alle “cose” moderne intese come segni linguistici. La tua cultura, invece, ti fa accettare quelle cose moderne come naturali, e ascoltare il loro insegnamento come assoluto. Io potrò cercare di scalfire, o almeno di mettere in dubbio, ciò che ti insegnano genitori, maestri, televisioni, giornali e soprattutto ragazzi tuoi coetanei. Ma sono assolutamente impotente contro ciò che ti hanno insegnato e ti insegnano  le cose. Il loro linguaggio è inarticolato e assolutamente rigido: dunque inarticolato e rigido è lo spirito del tuo apprendimento e delle opinioni non verbali che in te, attraverso quell’apprendimento, si sono formate. Su questo siamo due estranei, che nulla può avvicinare.”
       
[Pier Paolo Pasolini, lettere luterane, 1975]






Una scuola grande come il mondo

C’è una scuola grande come il mondo.
 Ci insegnano maestri e professori,
 avvocati, muratori,
 televisori, giornali,
 cartelli stradali,
 il sole, i temporali, le stelle.
 Ci sono lezioni facili
 e lezioni difficili,
 brutte, belle e così così…
Si impara a parlare, a giocare,
 a dormire, a svegliarsi,
 a voler bene e perfino
 ad arrabbiarsi.

Ci sono esami tutti i momenti,
 ma non ci sono ripetenti:
 nessuno può fermarsi a dieci anni,
 a quindici, a venti,
 e riposare un pochino.
 Di imparare non si finisce mai,
 e quel che non si sa
 è sempre più importante
 di quel che si sa già.

Questa scuola è il mondo intero
 quanto è grosso:
 apri gli occhi e anche tu sarai promosso!

Gianni Rodari