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sabato 23 aprile 2011

La festa che conduce all’essenza dell’essere




Le feste sono ormai banalizzate dall’orgia del consumo. Perfino il Primo maggio. Lo dimostra l’accanita opposizione che si è scatenata contro la lodevole iniziativa, “Ben venga maggio”, della CGIL di riportare la festa dei lavoratori al suo significato più profondo e originario. Un significato del resto comune a tutte le altre feste.



Esse mantengono infatti uno stesso nucleo profondo che converrebbe riscoprire e valorizzare: distacco dalla quotidianità dominata dalla coscienza dei fini, degli obiettivi, delle tecniche, dell’operosità e immersione nella dimensione del sogno, della danza, della poesia, che consente di emergere all’io profondo normalmente compresso dalla fatica dei mille impegni del dover essere. La festa che induce a cercare l’altro, svuotando un po’ i nostri scrigni per non dire i nostri sarcofagi di verità assolute, di obiettivi irrinunciabili, di “non possumus” senza speranza, come si fa nelle case per la pulizia di Pasqua.



Cambiano i nomi delle feste, cambiano i loro simboli, i riti, i tempi. Nella sostanza però tutto nella festa conduce all’essenza dell’essere, alla danza senza sosta del nascere e morire, al sogno del continuo rinascere del tutto, alla poesia perenne dell’esistere senz’altro scopo al di sopra e al di fuori dell’esistere in sé, uno scopo quindi capace di animare tutta l’infinita gamma dei colori dell’esistenza stessa.




La frenesia feriale ha invaso ormai anche la festa? E’ uno smarrimento preoccupante  e devastante. Le religioni hanno la loro responsabilità perché hanno piegato la festa a scopi trascendenti. Invece di unire il trascendente e l’immanente, il cielo e la terra, li hanno separati. E così hanno consegnato l’esistenza senza difese a tutte le violenze e la festa a tutte le strumentalizzazioni. Sarà possibile recuperare il senso profondo della festa?




Prendiamo la Pasqua. Pasqua è un termine ebraico, pesah, trascritto in greco con la parola pascha che in latino s’intreccia col terminepascua il quale serve a indicare“i pascoli”. Significa letteralmente “passaggio”. La festa di Pasqua nasce come grande festa della primavera di tipo agricolo-pastorale. Acquista poi gradualmente significati religiosi, storici, politici. Al fondo però mantiene sempre questo tema del passaggio: perdere una condizione e tendere a un’altra senza averla ancora acquisita. Come avviene per la natura a primavera. Quindi il passaggio a livello esistenziale è essenzialmente un vuoto. La stessa simbologia pasquale cristiana è infatti segnata dall'assenza e al tempo stesso dall'attesa: il sepolcro vuoto e la speranza del ritorno.



Non a caso uno dei principali simboli pasquali è l’uovo: immagine e modello della totalità prima di ogni differenziazione. E quindi anche in certo senso simbolo del vuoto rispetto ad ogni particolare realizzazione e interesse. L’uovo, come origine di tutto, è presente in molti antichissimi miti. In qualche modo è stato assunto anche dalla scienza come spiegazione dell’universo. Diamola pure per buona. Tra il piatto (l’universo piatto delle antiche cosmologie) e l’uovo (l’universo curvo di alcune teorie scientifiche) preferisco l’uovo. Lasciamo spazio all’immaginazione e alla poesia. Anche gli scienziati sognano. Le teorie, così si chiamano le certezze sempre provvisorie della scienza, nascono dalle ipotesi, le ipotesi dalle intuizioni, le intuizioni dai sogni.



E’ bello immaginare l’universo circolare; sognare che la luce delle stelle, ma anche “la luce dei tuoi occhi” ingrediente immancabile di ogni poesia d’amore, gira e gira e gira intorno, da stella a stella, ritornando all’origine in un vorticoso rimando senza fine. Che un raggio di luce prosegue il suo veloce cammino, dando vita alla notte anche quando si è spenta la fonte che lo ha generato. Pensare a una danza cosmica dei gesti di amore. Sognare un girotondo infinito della luminosa forza vitale lanciata dai gesti di solidarietà, serenità, forza d'animo, fede e coerenza. Una specie di immortalità immanente.



Ma i gesti di odio? E le guerre? Sono parte anche loro della giostra cosmica senza fine? E’ un interrogativo inquietante che intorbida la poesia.




Comunque buona Pasqua, pulcini nell’uovo cosmico, perennemente in attesa del parto, danzatori inesausti dell’incessante rinascere del tutto.



Repubblica Firenze 23 aprile 2011 pag. 1



Enzo Mazzi




  



 

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