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lunedì 17 giugno 2013

L'economia della truffa

        “A che punto siamo arrivati! L’economia della truffa”

       Sintesi della relazione tenuta al “Giardino dei ciliegi” il 31 maggio 2013

La riflessione su questo tema è stata suggerita da alcune truffe “ideologiche” di esponenti di spicco della classe dirigente mondiale ed europea, smascherate dall’analisi critica di alcuni economisti, come si dirà più avanti. Questi episodi hanno richiamato l’attualità di un libro scritto nel 2004, a 96 anni, dall’economista americano John K. Galbraith, dal titolo “L’economia della truffa”. In esso si denuncia il carattere ideologico della teoria economica dominante, messa al servizio dei grandi interessi capitalistici. Galbraith sottolinea il fatto che in economia l’inganno ed il falso sono accettati sia da chi li compie, sia da chi li subisce, in quanto endemici al nostro tessuto sociale. In tal modo la realtà viene mistificata e si distorce a piacimento la verità dando vita a miti e leggende: la speculazione come forma d’ingegno, l’economia di libero mercato come sistema di massima efficienza per risolvere i problemi del mondo, la guerra come strumento di democrazia.
Ciò che caratterizza in particolare l’ideologia economica è l’abbandono della categoria “capitalismo” sostituita da quella di “mercato” che riduce il processo economico a puro e semplice meccanismo di scambio, la cui efficienza sarebbe assicurata dalla libera concorrenza a vantaggio del “consumatore sovrano” che otterrebbe le merci ai prezzi più bassi possibili. Si nasconde in tal modo la realtà del dominio attuale praticato da veri e propri poteri oligopolistici e/o monopolistici, giacché sono le grandi imprese e non il mercato impersonale a manovrare i prezzi per realizzare il massimo profitto. Il meccanismo economico è ridotto così alla fase della circolazione della ricchezza, trascurando la premessa fondamentale della produzione, la cui natura capitalistica è attestata dal rapporto sociale conflittuale fra capitale e lavoro.

Categoria indispensabile per comprendere la realtà attuale è perciò quella di “capitalismo”, che è la forma storico-sociale assunta nel mondo moderno dalla funzione economica, presente in tutte le società come attività organizzata di base per produrre le risorse necessarie al mantenimento della vita individuale e collettiva. Occorre allora partire dalla strutturale legge del meccanismo capitalistico che assegna al sistema economico della produzione e della distribuzione della ricchezza, non l’obiettivo della soddisfazione dei bisogni umani, che dovrebbero essere definiti autonomamente dalla società che si vuole democratica, bensì quello della soddisfazione del bisogno di valorizzazione ed accumulazione del capitale. Di conseguenza gli è necessaria l’egemonia culturale come strumento di potere per controllare la vita sociale, imporre il modo di consumo funzionale ai suoi interessi, mettere al proprio servizio l’agire politico dei governi e dei parlamenti. Sotto il profilo dei rapporti di produzione, lo sfruttamento del lavoro è decisivo per ottenere la massima redditività del capitale. Quindi il conflitto di classe fra capitale e lavoro è oggettivamente strutturale, come mostra il recente libro di Gallino, “La lotta di classe dopo la lotta di classe”. “Dopo”, perché è scomparsa la lotta di classe dal basso, agita e diretta dal mondo del lavoro e dalle sue rappresentanze sindacali e politiche, in quanto il soggetto lavorativo ne è stato espropriato ed il conflitto sociale è oggi praticato e governato dall’alto, dal capitale stesso. Basta ricordare la recente vicenda Fiat , col duro attacco di Marchionne ai diritti del lavoro ed ai salari.


                           L’origine dell’attuale fase storica del capitalismo

Nel secondo dopoguerra fino ad oggi, possiamo suddividere l’andamento dell’economia capitalistica in tre fasi: quella del keynesismo sociale, quella neoliberista e quella della crisi in corso.



                                                 Il periodo 1945-anni ‘70

Superata con la guerra la crisi degli anni ’30, per evitare di ricadere in quella depressione e per far crescere l’economia, il capitalismo si è affidato alla politica, se non altro sotto la minaccia sovietica come alternativa al sistema occidentale.
Possiamo sintetizzare in alcuni punti le caratteristiche fondamentali di questa fase: concezione politica dell’economia, regolazione sociale del capitalismo, compromesso capitale/lavoro col conflitto distributivo mediato politicamente ed orientato verso la classe lavoratrice.
E’ stata l’epoca in cui è nato lo Stato sociale, con fondamentali diritti, con al primo posto quello al lavoro, a cui si aggiungono il diritto alla salute, all’istruzione per tutti e via dicendo. Il diritto al lavoro è chiaramente enunciato nella Carta delle Nazioni Unite al cap.IX, nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo artt. 22/23, e nella nostra Costituzione , art. 4, 35/6, con l’aggiunta che l’attività economica pubblica e privata deve avere fini sociali, art.41.
La politica dei governi, di ispirazione keynesiana, è stata la politica della domanda. Poiché il meccanismo economico capitalistico, nella sua autonomia, non è capace di esprimere una domanda all’altezza della produzione possibile, generando disoccupazione, allora per garantire il diritto al lavoro col pieno impiego deve intervenire la spesa pubblica e la politica fiscale di distribuzione del reddito dall’alto verso il basso, in modo da creare la domanda in grado di consumare l’intero reddito prodotto al livello della piena occupazione. C’è anche da tenere presente che nell’economia capitalistica pura, non corretta, non sono riconosciuti bisogni e diritti sociali, essendo l’unico diritto ammesso e riconosciuto quello al profitto della proprietà privata del capitale.

                        La crisi degli anni ’70 ed il trionfo del “neoliberismo”

L’economia capitalistica governata politicamente dall’impostazione keynesiana, con gli anni ’70 entrava in una crisi profonda, caratterizzata dalla stagflazione. Per usare una previsione del 1942 di Kalecki contro Keynes, il segno del momento è stato manifestato dallo “sciopero del capitale”. In altre parole, gli investimenti privati si riducevano in misura consistente, riappariva quindi la disoccupazione, accompagnata da alta inflazione attribuita all’eccesso di spesa pubblica. In questo periodo prendeva gradatamente forza una profonda rivoluzione nella sfera culturale e nelle politiche economico-sociali.
Si passava dalla precedente concezione politica dell’economia ad una concezione economica della politica. Ciò ha determinato l’accettazione del capitalismo come ordine economico-sociale naturale, insorpassabile, senza alternative, con la rinuncia all’analisi critica circa la sua natura. E’ stato il momento in cui sono fiorite le teorie della fine della storia (Fukuiama). Da allora, la categoria teorica dominante non è stata più “capitalismo” ma “mercato”. Il problema economico su cui prosperano ancora le teorie “neoclassiche” è diventato quello dell’equilibrio di mercato, col consumatore come soggetto centrale. Il rapporto di produzione capitale/lavoro è stato sostituito ideologicamente da quello produttore-venditore e consumatore. Su tutti i piani, anche nell’etica sociale, è penetrato in misura sempre più pervasiva il più estremo individualismo, come traduzione pratica dell’individualismo metodologico della teoria economica “ortodossa”.
Sul piano dell’azione politica sono stati acriticamente accettati e praticati i precetti del neoliberismo. Si accusavano, e si accusano tuttora, le politiche economiche keynesiane di essere le responsabili della crisi in quanto, con l’eccesso di consumo del reddito prodotto, impediscono la formazione del risparmio necessario agli investimenti e quindi al rilancio degli stessi ed al riassorbimento della disoccupazione. Dalla politica della domanda si passava così alla politica dell’offerta, in cui è privilegiato il momento accumulativo, con la riduzione dei salari e dei diritti dei lavoratori, con l’aumento della produttività del lavoro, con l’introduzione di una sua sempre maggiore flessibilità. Il principio è che il taglio del costo della mano d’opera consente alle imprese di competere con successo su un mercato mondiale sempre più aperto e quindi di realizzare i profitti che permetteranno successivamente di allargare la base produttiva, tornando così ad assumere i lavoratori disoccupati.
Lo Stato è il problema non la soluzione (Reagan). Deve perciò ritirarsi dall’agire direttamente nella sfera economica, ma sostenerla dall’esterno con le privatizzazioni, le liberalizzazioni, la deregolamentazione, la libertà di movimento dei capitali, in modo da affidare al mercato capitalistico la quota più alta possibile di risorse disponibili in quanto il suo meccanismo garantisce il massimo rendimento al loro impiego. Perciò dalla fiscalità precedente basata sulla distribuzione del reddito dall’alto verso il basso, si è passati ad una fiscalità invertita dal basso verso l’alto, con la riduzione delle aliquote massime, dato che sono i ricchi che risparmiano ed investono. Le banche centrali, infine, divorziavano dai governi (non obbligatoriamente però. Solo in Italia, Ciampi ha tradotto quella facoltà in obbligo rigido), nel senso di non finanziare più i loro deficit ed il conseguente debito pubblico, ma consegnando gli Stati ai mercati finanziari che la libertà di movimento dei capitali e la deregolamentazione hanno reso sempre più potenti.
Gli effetti sociali. Con questa controrivoluzione sociale, è finita l’epoca dei diritti sociali, gradatamente ridotti e svuotati di contenuto. Con la riduzione dei salari (diretti, indiretti e differiti) e le “riforme del mercato del lavoro” aumentava la disuguaglianza sociale con una ripartizione del reddito che ha spaccato la società fra una èlite privilegiata ed una massa sempre più consistente di cittadini a basso reddito, verso la quale continua tuttora a precipitare anche il ceto medio. Lo stesso diritto al lavoro è stato di fatto cancellato, in base al principio che è il mercato capitalistico che crea i posti di lavoro necessari alle imprese. Pertanto il lavoro deve recuperare la sua figura di puro fattore della produzione, da combinare con gli altri (materie prime e macchinari) nel processo produttivo, in modo da essere reso occupabile (è il senso della riforma Fornero), eliminando le tutele sindacali e legali che lo rendono rigido e non rispondente alle necessità imprenditoriali.
Il messaggio è chiaro: i lavoratori, nel loro interesse, devono rinunciare a diritti e salari oggi – perché altrimenti la disoccupazione aumenta ed i salari scenderanno ulteriormente - in modo da rilanciare in futuro produzione, occupazione e recupero salariale.

Ma cosa ci dice il riscontro empirico di questa dottrina? Ci dice che si tratta di una grossa truffa, purtroppo subita passivamente dalle sue vittime e dalle organizzazioni sindacali e politiche che le dovrebbero difendere. Alcuni grafici ce ne forniscono la prova.
Il primo mostra l’andamento del tasso di profitto e degli investimenti industriali in America del Nord, Europa e Giappone, dalla fine degli anni ’60 in poi. Vediamo che fino al decennio ’80 i profitti diminuiscono e con essi gli investimenti. Dal 1983/4/5, risulta invece che i profitti riprendono a crescere rapidamente e consistentemente, come effetto dell’attacco al lavoro di cui si è detto, mentre il tasso degli investimenti produttivi continua a scendere. Per quel che riguarda i salari, dal ’73 al 2007 si riduce la loro quota sul reddito nazionale: Francia –12,07, Germania – 15,90, Italia – 7,34, Giappone – 5,06, Spagna – 4,26, Regno Unito – 15,73, Usa – 10,30, altri 12 paesi europei – 11,37.
In sostanza, i profitti non sono stati indirizzati verso il settore produttivo e quindi a ricreare posti di lavoro, ma erano dirottati verso quello finanziario delle rendite e dei facili ed immediati guadagni, come dimostra un grafico sull’andamento della borsa di New York dal 1900 al 2008. Vi si nota che con gli anni ’80 la curva prende a salire vertiginosamente, ben al di sopra della crescita del PIL (durante la presidenza Clinton l’indice borsistico aumentava del 201% contro il 17% del PIL) mentre nei periodi precedenti l’indice grafico dei corsi si muoveva sulla linea orizzontale, pur con oscillazioni. Insomma la deflazione salariale è servita ad alimentare l’inflazione finanziaria, sostenuta anche dalla liquidità delle banche centrali, prevalentemente ora rivolta non al sostegno dell’economia “reale” ma a quello della finanza, come settore preminente dell’accumulazione capitalistica.
Che si tratti di una truffa ce lo dicono anche le teorie di due economisti “ortodossi”. Friedman sostiene che perché non ci sia inflazione è necessario un tasso di disoccupazione, il NAIRU (Not acceleration inflation rate of unemployment). L’altro è Blanchard, capo economista del FMI. Ci viene detto che nell’economia contemporanea il salario reale di equilibrio è quello offerto dalle imprese. Perché i lavoratori lo accettino, è necessario indebolire la loro capacità di resistenza e per questo occorre mantenere un certo livello di disoccupazione (tasso naturale di equilibrio di disoccupazione). In breve il messaggio chiaramente espresso afferma che il sistema capitalistico funziona solo se c’è disoccupazione. Conclusione: l’invito ai lavoratori a ridurre i salari e a rinunciare ai loro diritti per riavere in futuro occupazione e recupero salariale è dimostrato essere una grossa truffa, purtroppo subita senza reazione.

                               La crisi iniziata nel 2007/8 ed ancora in corso

Questa crisi non solo conferma le truffe precedentemente richiamate, ma ne aggiunge di nuove, scientemente programmate.
La crisi ha avuto il suo momento tragico nel settembre 2008, quando il sistema capitalistico crollava. L’economista Usa Stiglitz ha dichiarato: “il settembre nero è stato per l’economia di mercato capitalista l’equivalente della caduta del muro di Berlino per i regimi comunisti”. Il crollo però non è avvenuto. Perché? Perché lo Stato che era il problema, dagli stessi che lo dichiaravano tale veniva invocato per la salvezza del sistema. Una volta realizzata, allo Stato è stato richiesto di ritirarsi e lasciare di nuovo i meccanismi del mercato a sé stessi. Comunque il salvataggio c’è stato ed è consistito nel convertire le passività dei privati in debito pubblico, senza però che i governi scambiassero questo intervento con una nuova disciplina politica dell’economia capitalistica, come invece è avvenuto con la crisi del ’30. Anzi il problema politicamente assunto è oggi quello della copertura di questi debiti pubblici enormemente aumentati. In altre parole, si sono socializzate le perdite private per garantire il mantenimento dei profitti.
Di conseguenza si è messa in atto un’altra grossa truffa a danno dei cittadini e dei lavoratori in specie, con la quale la necessità di ridurre il debito pubblico è stata ed è usata come occasione per un’ulteriore diminuzione della spesa sociale, ulteriori privatizzazioni e riduzioni dei servizi pubblici, in breve per portare a compimento la demolizione dello Stato sociale e dei diritti del mondo del lavoro, come già nel 2008 suggeriva al governo di allora l’economista bocconiani Giavazzi.
Per sostenere questo indirizzo fino dal 2002 Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, e Giavazzi, docente alla Bocconi, hanno lanciato la teoria della austerità espansiva. Vi si sostiene che lo sviluppo economico e la crescita della ricchezza richiedono una politica di drastico calo della spesa pubblica, quasi esclusivamente sociale. A confermare questa teoria due economisti, Reinhart e Rogoff, hanno presentato i risultati di una loro ricerca empirica riguardante l’arco di tempo 1946-2009, in base alla quale i paesi con un debito pubblico superiore al 90% del PIL sono decresciuti dello 0,1% medio annuo. Da un controllo dei loro calcoli sono emerse però omissioni incredibili, eliminate le quali il risultato ottenuto è che anche i paesi con un debito pubblico superiore al 90% hanno avuto storicamente una crescita del 2,2% e non la decrescita dello 0,1%. E’ difficile pensare a semplici errori quando nel conteggio di Reinhart e Rogoff si sono esclusi Australia, Canada e Nuova Zelanda che nello stesso periodo di tempo registravano un elevato debito ed un elevato tasso di crescita; lasciati fuori dal calcolo arbitrariamente alcuni anni ed infine sui dati è stato applicato un peso diverso, per cui paesi con forte debito pubblico ed alta crescita hanno visto ridotta la loro influenza nella media generale. Si tratta, quindi, di un calcolo arrangiato per ottenere risultati conformi alla ideologia dell’austerità espansiva.
Nondimeno su questo indirizzo è basata la struttura dell’attuale Unione Europea, in particolare l’area dell’Euro, come pure vi si ispirano gli indirizzi della Commissione Europea e l’esercizio della politica monetaria da parte della Banca Centrale Europea (BCE). In relazione a quest’ultima basta ricordare la lettera di Trichet e Draghi dell’agosto del 2011 al nostro governo, nella quale si è tracciato un vero e proprio programma di politica economico-sociale incardinato sull’attacco (le cosiddette “riforme”) alle pensioni, al lavoro (“riforma” Fornero), alla spesa sociale e fatto proprio dal governo Monti.

                                  
                                                   L’Europa dell’Euro

A questo punto si impone un breve accenno alle truffe su cui sono basate le strutture economiche europee. Una prima truffa consiste nel trasferimento di sovranità effettiva a istituzioni tecnocratico-burocratiche, come la BCE e la Commissione che non rispondono ai cittadini europei del loro operato. Stanno, infatti, imponendo ai paesi in maggiori difficoltà economiche una politica di austerità nonostante i suoi risultati dimostrino l’effetto decrescita che essa provoca, rendendo così sempre più difficile il rimborso del loro debito pubblico.
Per sostenere questo indirizzo, Draghi, presidente della BCE, a marzo di quest’anno ha presentato ai capi di Stato e di governo europei due grafici con i quali ha inteso provare che nei paesi con forte deficit pubblico, e quindi col debito tendente a crescere, come sono i paesi mediterranei, i salari sono aumentati al disopra della produttività del lavoro. In quelli virtuosi, invece, c’è stata corrispondenza fra i due dati. In altre parole, la causa delle difficoltà in cui si trovano le economie in recessione ricade sui lavoratori, e non sulla struttura ed i meccanismi dell’Unione Europea e dell’Euro. Uno studioso di politica macro-economica, Andrew Watt, ha denunciato la truffa perpetrata da Draghi nei suoi conteggi, consistente nel fatto che i salari sono conteggiati al loro valore nominale, cioè senza decurtare l’inflazione, mentre la produttività è calcolata in termini reali, cioè depurata dell’inflazione. Si tratta cioè dell’errore elementare di mettere a confronto dati disomogenei. Scrive Watt: «o un punto chiave della politica dell’Unione europea ignora il corretto uso di fondamentali concetti economici, oppure, intenzionalmente, li utilizza con l’introduzione di un errore, per costringere i politici a seguire una politica certamente coerente con le loro preferenze ideologiche, ma in contrasto con la stabilità ed il recupero della zona Euro…»
Ma oltre a questa fedeltà ideologica a politiche economiche neoliberiste, occorre considerare anche gli elementi strutturali dell’Unione europea e dell’Euro. Per i nostri paesi l’Euro è moneta straniera, è una moneta senza Stato con Stati senza moneta. Con la perdita della sovranità monetaria la competizione economica si gioca allora tutta con l’attacco ai salari. Non a caso si cita spesso la Germania in cui la riforma del lavoro e dello Stato sociale del 2003 (“riforma” Hartz) ha ridotto drasticamente il salario, con quello relativo (differenza fra salario reale e produttività del lavoro) ai minimi storici e la conseguente necessità di collocare all’estero una quota altissima della propria produzione.
Il perno del sistema è l’art. 123 del Trattato di Lisbona (ex 105 e segg. di quello di Maastricht). Esso consegna l’emissione di moneta alla BCE, facendole divieto di finanziare le istituzioni politiche (Stati, Regioni, Land, Dipartimenti, Province, Comuni ecc.) mentre la liquidità monetaria deve essere indirizzata solo verso le istituzioni finanziarie private (banche, istituti finanziari vari ecc.). Avendo la moneta una funzione pubblica, il principio su cui sono costruite l’’UE e l’Euro innalza in tal modo gli interessi privati del capitale finanziario al rango di interessi collettivi della società, cui tutti gli altri devono subordinarsi. Ciò significa la morte della democrazia sostanziale, dato che non sono più le istituzioni politiche il luogo di definizione degli obiettivi comuni.
Sul piano sociale si riversano conseguenze devastanti, in quanto gli Stati vengono ad assumere una configurazione privatistica, nel senso che devono finanziare il loro debito pubblico rivolgendosi ai mercati finanziari e, quindi, sottostare alle loro condizioni come un privato qualsiasi. Non a caso l’area dell’Euro, che complessivamente è la più virtuosa del mondo per quel che riguarda il deficit di bilancio pubblico ed il debito pubblico, è quella dove si è scatenata la speculazione finanziaria sui titoli di Stato, imponendo interessi altissimi, in quanto la BCE finanzia a tassi agevolati le banche private che poi esigono dagli Stati più in difficoltà una remunerazione ben più alta, facendo in tal modo crescere il loro indebitamento.
Per chiudere occorre esaminare la truffa racchiusa nel patto di stabilità. Il suo principio costitutivo è che tutto ciò che è pubblico è male, mentre tutto ciò che privato è bene. Così si impongono parametri al debito pubblico, mentre si trascura del tutto il livello del debito privato. Pertanto se ne ricava che i paesi che rispettano i parametri del patto hanno l’economia stabile e sicura (indipendentemente dal loro debito privato), giacché i problemi provengono solo ed esclusivamente dal debito pubblico e quindi dall’eccesso di spesa pubblica.
Prima di tutto è da notare che i due parametri da non superare del 3% di deficit pubblico sul PIL e del 60% del debito pubblico sul PIL, non hanno nessuna motivazione economica. Sono i dati della situazione tedesca ai primi anni ’90 che vennero accolti per paura, soprattutto francese ed inglese, che, dopo l’unificazione, la Germania si sganciasse dai legami europei. Il PIL nominale tedesco era il 5%, col debito pubblico al 60% e quindi per mantenere quel livello, dato quel tasso di crescita, basta non fare oltrepassare al deficit la soglia del 3% (5% del 60%). I parametri sono nati così.
Il Trattato di Lisbona li ripropone, anche con maggiore severità, insieme all’Euro. Esso è stato presentato al nostro parlamento nell’autunno del 2008, che lo ha approvato senza approfondimento di nessun genere. Si è trattato di un’approvazione truffaldina, ideologica, in quanto l’esperienza, in particolare di quel periodo, invalidava il patto di stabilità ed il principio fondativo dell’Unione Europea per il quale i problemi economici sorgono nella sfera pubblica. Infatti, nel settembre del 2008 è crollato il sistema finanziario privato salvato proprio dalla mano pubblica. Cioè la crisi è esplosa per l’eccesso di speculazioni finanziarie e debiti privati, non a causa della spesa pubblica o dei salari già allora fortemente ridotti. Non solo, ma in Europa i paesi che sono crollati per primi sono stati l’Irlanda che aveva un attivo di bilancio del 2,5%, un debito pubblico del 25% del Pil e una spesa pubblica del 27% del Pil contro una media europea del 47%; e la Spagna con un attivo di bilancio dell’1%, e un debito pubblico de 36% del Pil. Insomma sono crollati subito gli unici due paesi che rispettavano il patto di stabilità, che evidentemente non stabilizza niente. Nonostante ciò il nostro parlamento, all’unanimità o quasi, ha approvato istituzioni di cui l’esperienza ha dimostrato tutta la debolezza, senza alcun approfondimento e riflessione critica, senza coinvolgimento democratico dei cittadini, come invece la situazione avrebbe richiesto e tuttora richiederebbe.

Conclusione

Il capitalismo è colpito dalla contraddizione fra l’istanza accumulativa e realizzativa.

A sua volta nell’UE entrano in conflitto l’austerità che ci si illude possa servire a rimborsare i debiti, mentre aggrava le posizioni debitorie, e il rilancio della crescita che richiede interventi pubblici più sostenuti, visto che da solo il mercato capitalistico non è in grado di superare le proprie difficoltà. Infine abbiamo la contraddizione monetaria di una moneta senza Stato e di Stati senza moneta.

Rimane comunque un interrogativo di fondo. A che cosa deve tendere la politica economica e sociale? A rimettere in moto il processo capitalistico secondo le sue attuali coordinate strutturali, oppure a rilanciare un progetto di nuova regolazione sociale del sistema, dopo la fine di quella keynesiana dei “Trenta gloriosi”? Ma questo capitalismo dà segni di disponibilità per un nuovo compromesso sociale?
Le risposte non sono facili data la complessità della situazione. Comunque un primo passo per affrontare e superare i problemi è quello di impostarli correttamente, tornando prima di tutto a praticare l’analisi critica dei processi capitalistici e delle condizioni della società attuale, per passare poi ad elaborare un progetto di intervento pubblico perché l’economia sia democraticamente regolamentata, in modo da essere condotta a svolgere la sua funzione propria di servizio per il benessere dei cittadini.


Roberto Bartoli














giovedì 25 aprile 2013

Dalla teocrazia alla democrazia


Dalla teocrazia alla democrazia. Dal potere esercitato in nome di Dio a quello emancipato da riferimenti ultraterreni; dalle società pre-moderne fondate sui miti e sul sacro, alla società moderna occidentale desacralizzata, secolarizzata e post-religiosa. Questo il tema su cui rifletteremo
domenica 28 aprile alle ore 10,30 all'assemblea della Comunità dell'Isolotto,in via degli Aceri 1-Firenze
L'interrogativo è:  regge oggi questa rappresentazione, oppure anche nella nostra società è presente una dimensione religiosa, magari nella forma di una nuova religione? Secondo Walter Benjamin la religione del nostro tempo è il capitalismo. Si è così aperto un dibattito fra chi sostiene essere la nostra una società non religiosa, secolarizzata e desacralizzata, e chi, al contrario, riconduce la secolarizzazione ad un insieme di credenze che costituiscono una vera e propria “mitologia programmata”.

 Domenica 28 Aprile 2013 – Elena, Maria, Giulia, Sergio, Gianpaolo, Roberto

 

 Disincanto del mondo, demitizzazione, secolarizzazione o  “mitologia programmata”?                                      

            E’ la nostra una società post-religiosa oppure si basa anch’essa su un
                sostrato religioso, magari nella forma di una nuova religione?


                                                                       I
La tesi che la secolarizzazione sia il contrassegno della società occidentale nel nostro tempo, sia insomma lo specifico della modernità, ha conosciuto indubbiamente un notevole successo, esercitando una vera e propria egemonia culturale, non senza però un qualche contrasto. Nota è la contrapposizione fra la tesi di Karl Löwith (Significato e fine della storia- 1949) - per la quale la modernità non è altro che l’escatologia cristiana secolarizzata, e quella di Hans Blumemberg (La legittimità dell’età moderna 1966) che vede la modernità affermarsi contro il cristianesimo.  Su queste tematiche il dibattito è proseguito anche negli anni successivi. In proposito appare interessante la discussione sviluppatsi in Francia a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 del ‘900.
La concezione che con lo sviluppo delle tecniche e delle procedure democratiche ci si stia movendo verso una società estranea alla religione, post-religiosa potremmo dire, è sostenuta da Marcel Gauchet (Vedere Le désenchantement du monde – Une Histoire politique de la religion – 1985 – - Il disincanto del mondo – Una storia politica della religione e l’articolo dello stesso Dalla teocrazia alla democrazia in Micromega 2/1992).
Scrive, infatti, Gauchet che “L’avvento di un potere democratico nell’Occidente moderno non può essere compreso altro che nell’ambito di un processo di uscita dalla religione”. Perfino una società che “al limite…non comprendesse  che dei credenti” sarebbe comunque “una società al di là del religioso”. E ciò perché si è dissolta la concezione di un mondo strettamente fondato sul proprio passato, sulle proprie origini tramandate dal pensiero mitico elaborato in forme simboliche.
Nelle società religiose, infatti, il potere ha un fondamento meta-sociale e quindi esterno alla collettività e fuori portata per gli esseri umani chiamati solo ad obbedire alle imposizioni ricevute dall’alto, la cui memoria viene perennemente rinnovata dal racconto mitico. Si tratta quindi di un’alienazione di potenza al di fuori della società, nelle divinità di cui parlano le religioni ed i miti, che viene rappresentata simbolicamente come base dell’ordine sociale allo scopo di legittimare l’esercizio di potere dei dominanti sui dominati, in modo che quest’ultimi accettino la loro condizione di inferiorità. “Il religioso è originariamente un modo di istituzione della società, un tipo di legame fra gli esseri umani attraverso l’ineguaglianza, ineguaglianza di essenza sacrale, legame attraverso una gerarchia che ripercuote ovunque nel mondo terreno la superiorità ultima dell’al di là. Gerarchia la cui chiave di volta è costituita dal potere sacro.” “Religione, per condensare il concetto in una parola,   è  eteronomia, e il sacro è la figura in cui l’eteronomia si materializza, si incarna in maniera sensibile”.
Nelle società moderne, al contrario, con la formazione dello Stato, il fondamento del potere è trasportato dall’al di là all’al di qua, e immesso all’interno della formazione sociale stessa, senza riferimento ad alcuna dipendenza da una realtà esterna superiore. Questo non vuol dire che anche nel mondo moderno non sia presente la frattura fra dominanti e dominati. Solo che ora essa deve essere giustificata con argomenti logici, razionali, senza alcun richiamo a simboli mitici, giacché il mondo è stato disincantato, cioè depurato delle incrostazioni mitico-sacrali che bloccavano qualsiasi apertura al cambiamento. Così “Questa radicale trasformazione fa passare la legittimazione del legame collettivo dall’extra-sociale a l’intra-sociale, dal passato fondatore all’avvenire indeterminato, dalla ragione teologica all’ideologia“. Per questo, uscendo dalla teocrazia, le società moderne si sono sviluppate gradatamente con l’attivazione di una forte pratica di critica sociale e politica, orientandosi così verso la democrazia, cioè verso la legittimazione popolare dell’esercizio del potere. Certo non è scomparso il pericolo che “risiede nell’insidioso operare di un ultimo residuo di forme sacrali all’interno delle democrazie”. Comunque, per concludere, il dato rilevante di connotazione della società moderna consiste nella fine della religione nel ruolo di strutturare lo spazio sociale. Si può dire, allora, che “La società moderna non è una società senza religione, è una società che si è costituita nelle sue articolazioni principali con la metabolizzazione della funzione religiosa”. Comunque “Mondo terreno e aldilà cessano di costituire insieme uno stesso essere…. Questo mondo e l’altro mondo cessano, se si vuole, di formare in ultima istanza un solo mondo… Questo mondo costituisce in se stesso una realtà. E’ chiuso in se stesso. Dio è del tutto altrove ”.
Anche i monoteismi mantengono questa esteriorità del fondamento collettivo della società, però non la collocano più fuori dal tempo, nel mito delle origini e della sacralità della natura, ma in un Dio interamente separato dal mondo. Si instaura così una separazione nuova fra naturale e soprannaturale, fra il mondo umano e quello di Dio, aprendo quindi la possibilità di un rapporto nuovo fra l’essere umano e la natura, disincantata, demitizzata, desacralizzata. Con la ritirata di Dio il mondo da realtà donata, come era, diviene una realtà da costruire, e quindi si apre all’essere umano sia sul piano della conoscenza che su quello dell’azione pratica. Comunque anche con i monoteismi il mondo rimane magico, per cui “la sfera visibile continua ad essere abitata da potenze invisibili” ed “affollata di sacralità”. In conclusione, di per sé stesso, il monoteismo non è sufficiente a produrre il disincanto del mondo. E’ il cristianesimo con l’Incarnazione che apre questa prospettiva. “Se Dio si fa uomo per rivolgersi agli uomini,…invece di parlare loro direttamente per bocca di un profeta, vuol dire per un verso che egli appartiene radicalmente ad un luogo distinto dalla sfera degli uomini, e per l’altro, che questa sfera è dotata di una consistenza che la chiude relativamente su se stessa. Una consistenza tale che colui che vi penetra, anche se si tratta di Dio, deve adottarne le regole”.
Certamente la Chiesa ha usato l’Incarnazione per riunire gerarchicamente l’al di qua con l’al di là, proponendosi come mediatrice assoluta. Ma questa mediazione fra il sacro ed il profano, fra il cielo e la terra, si presenta altamente problematica in rapporto al fatto che la mediazione storica realizzatasi una volta per tutte è quella di Cristo. In conseguenza di ciò “Non è l’Incarnazione che genera il moto del secolo, è il moto del secolo che risveglierà il fondamentale contenuto dell’Incarnazione consentendole di agire”, nel senso di riconoscere validità all’autonomia degli esseri umani.
Gauchet non ignora il ritorno del religioso, ma lo vede come effetto del crollo delle grandi speranze racchiuse nel sogno di un futuro radioso, di una società migliore di quella presente. Di conseguenza “Nel fondo del cosiddetto ritorno del religioso vi è soprattutto la riappropriazione identitaria del passato in sostituzione di un futuro che sfugge

La tesi contrapposta alla precedente è sostenuta da due politologi – M.D.Pierrot e G.Rist ed un antropologo – F.Sabelli – nello scritto La Mythologie programmée- L’économie des croyances dans la société noderne (La mitologia programmata – L’economia delle credenze nella società moderna.
Gli autori riprendono la concezione di un sociologo francese Durkheim esposta in un’opera rimasta famosa – Le forme elementari della vita religiosa – pubblicata nel 1912. Vi si sostiene che la religione può esistere al di fuori di ogni istituzione specializzata, al di fuori di ogni riconoscimento formale di una divinità o di una pluralità di dei. La religione esprime la società, nel senso di assicurarne la coerenza e la stabilità, in quanto diffonde fra i suoi membri i medesimi valori di fondo, i medesimi pregiudizi e la medesima tradizione, portandoli a condividere comportamenti che rendono possibile la loro convivenza, in modo da permettere la coesione sociale. Si tratta, quindi, di un insieme di credenze comuni ad una determinata collettività. Di conseguenza, ogni società è governata da credenze largamente condivise, che sarebbe pericoloso rimettere in questione, ed è in questo senso che si può considerare religiosa. Pertanto, non esistono religioni senza società, ma neppure società senza religioni. Anche una società di atei, che senz’altro non crede in Dio, ma non per questo sarebbe senza religione e credenze. In sostanza, il fenomeno religioso non consiste in verità accettate a titolo individuale, ma in una rappresentazione collettiva che si impone a tutti come se essa provenisse dall’esterno e che serve a sigillare l’unità del gruppo. Ciò che determina le pratiche sociali non è allora il contenuto di ciò che si crede, bensì il fatto stesso di credere.
Anche la nostra società non sfugge a questa regola. Vi sussistono infatti credenze sociali, nonostante l’incredulità individuale, tanto che si possono inquadrare come forme religiose anche la laicità e la secolarizzazione. Pertanto il disincanto del mondo e la demitizzazione non sono che apparenti, in quanto ciò che non è riconosciuto come religioso è nondimeno vissuto come tale. Basti pensare ai fondamenti della modernità: l’individualismo, la razionalità calcolatrice ed utilitaristica, la produzione e la crescita economica, il dominio sulla natura e via dicendo.
A questo punto gli autori presentano una serie di credenze, non riconosciute ufficialmente come tali, e di pratiche connesse, definite come insieme “mitologia programmata”. “La mitologia programmata è un sistema di credenze socialmente condivise, collettivamente costruite dall’immaginario sociale, utilizzando i materiali forniti dalla storia (navetta spaziale, programma televisivo, evento politico, diritti dell’uomo ,una pubblicità, una scoperta scientifica, ecc.) che permette di rendere socialmente accettabili le pratiche moderne e di presentarle in funzione di un avvenire posto come legittimo e necessario”. Essa agisce sul piano esistenziale, nel senso di restituire all’individuo una parte del senso di cui è stato privato dalla demitizzazione e dalla desacralizzazione compiuta dagli intellettuali a partire dall’Illuminismo. I suoi principali gestori sono lo Stato ed il capitale.
A questo punto gli autori prendono ad analizzare una serie di queste credenze e delle pratiche che vi sono connesse.
Una consiste nel passaggio dalla ragione alla razionalità basata su una logica utilitaristica come rapporto fra mezzi e fini in senso economico. Il suo centro è l’impresa che, oltre a produrre merci, crea una credenza mitologica, presentando il sistema economico come espressione di una verità sulla natura umana, e quindi ponendosi come fabbrica della cultura quotidiana e laboratorio di sperimentazione culturale. Anche la “carta di credito” funziona come forza identitaria, che apre al mondo della ricchezza senza denaro e senza limitazioni di spesa. Entrando in questo mondo di opulenza generalizzata “voi non sarete mai soli” recita una pubblicità dell’American Express. A sua volta la “bioetica” è giudicata come uno strumento di sacralizzazione crescente delle biotecnologie, nel senso di avallare il programma di dominio sul vivente, in un contesto dove dalla scienza si tende a passare alla tecnoscienza. Anche molte cerimonie moderne, legate a feste laiche, recuperano strutture mitologiche antiche in modo da rendere credibili nuovi valori e indiscutibile la riorganizzazione delle pratiche. Le stesse “Esposizioni internazionali” esaltano la potenza economica del mondo industriale, diventando fucina di desideri collettivi, laboratori della società di consumo. Le “Dichiarazione dei diritti”, hanno anch’esse un carattere religioso, compresa quella del 1948. Essendo sistematicamente violata essa vale come principio morale o semplice raccomandazione, col carattere di promessa, di utopia, di mito, caso mai come programma da realizzare.
Anche “l’amore per l’umanità” ha il carattere del mito religioso. Con la crisi della socialità a gestione statale ha preso spazio e riconoscimento la carità individuale. Campione di ciò è la figura di Madre Teresa di Calcutta, scoperta e costruita programmaticamente come mito allo scopo di rendere accettabile il ripristino di pratiche sociali risalenti ad un lontano passato, di soffocare ogni critica sull’efficacia di questa forma di carità e, soprattutto, di non rimettere in discussione i meccanismi che generano la povertà. Sul piano strettamente ecclesiastico, essa rappresenta una teologia preconciliare, strettamente legata al principio gerarchico ed alle posizioni vaticane in materia di sessualità e dei mezzi anticoncezionali artificiali. Infine l’ultimo mito preso in considerazione è quello della solidarietà Nord-Sud. Essa è presentata come una sorte di religione di salvezza per i popoli del terzo mondo sottomessi a forze malefiche (la povertà, il basso sviluppo economico), la crescita delle differenze in termini di Pil con i paesi ricchi, la mentalità irrazionale, l’analfabetismo ecc. In base alla “credenza” nello sviluppo economico di tipo occidentale, presentato come irreversibile ed ineluttabile, lo scopo è quello di immetterli in quel processo economico, incentrato sulla concorrenza che assicurerebbe il loro progresso. In sostanza, il mito dell’universalismo e dell’umanitarismo dissimulano, magari anche in maniera non consapevole, il progetto di diffondere le forme economiche tipiche dell’Occidente capitalista e quindi i suoi interessi. Se ciò fosse dichiarato apertamente non sarebbe accettabile, ma lo diviene perché la sua legittimità è basata su una credenza condivisa.
Per concludere, gli autori ribadiscono che, nonostante le apparenze, la nostra società “moderna o “post-moderna” è una società che ha tradizione come tutte le altre, e le figure della “mitologia programmata” sopra illustrate mostrano i nostri riti, le nostre cerimonie, i nostri feticci, i nostri personaggi sacri che, oggi come una volta, suscitano adesione, rinforzano il consenso, esercitano la loro obbligatorietà, sono performativi, benché talvolta incontrino resistenze. Il paradosso è che una società che pretende distaccarsi da ogni religione, deve ricorrervi incessantemente per imporre la legittimità del suo programma.


                                                                       II

 Nel presente panorama filosofico italiano e non solo, sta occupando un rilievo notevole la discussione sul rapporto fra la religione cristiana ed il capitalismo. Il tema era già stato al centro della riflessione di Max Weber , secondo il quale il calvinismo aveva fornito il contributo decisivo allo sviluppo dello spirito capitalistico dei paesi anglosassoni e dell’Olanda (Vedere L’etica protestante e lo spirito del capitalismo- 1904/5). Altri storici e sociologi si sono poi confrontati col problema, ridimensionando però la radicalità della tesi weberiana.
Il problema ha ritrovato attualità di fronte alle condizioni sociali e culturali nelle quali si trova oggi la nostra società, che vedono trionfare un vero e proprio totalitarismo economicistico, con l’economia (mercati finanziari, investitori ecc.) che sottrae ai singoli ed alle comunità il controllo del proprio destino. In altre parole, al posto di un Dio trascendente come regolatore dall’alto della vita individuale e collettiva, troviamo la pervasività totalizzante del mercato capitalistico, innalzato a condizione naturale ed a-storica, quindi necessaria ed immutabile, di fronte al quale si dichiara impossibile qualsiasi prospettiva di cambiamento e di governo democratico. Di nuovo quindi un potere trascendente, incontrollato ed incontrollabile
Non desta perciò meraviglia se un frammento giovanile di Walter Benjamin, scritto nel 1921, torna oggi al centro di una riflessione che trova nel pensiero di alcuni filosofi italiani un interessante sviluppo. Fra gli altri, due nomi spiccano per importanza: quello di Giorgio Agamben (Vedere il libro Il Regno e la Gloria- Per una genealogia teologica dell’economia e del governo – Boringhieri 2009) e Elettra Stimilli (Vedere il libro Il debito del vivente – Ascesi e capitalismo – ed. Quodlibet 2011).
Benjamin assegna a questo suo scritto il significativo titolo di Capitalismo come religione e scrive:
Nel capitalismo si deve vedere una religione, vale a dire che il capitalismo serve essenzialmente all’appagamento di quelle stesse preoccupazioni, di quelle pene ed inquietudini a cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni…Il capitalismo è una pura religione cultuale, forse la più estrema che sia mai esistita. In essa tutto ha significato solo in immediata relazione al culto, non conosce una specifica dogmatica, una teologia…A questa concrezione del culto è connesso un secondo tratto del capitalismo: la durata permanente del culto…
Dopo avere indicato altre caratteristiche della religione capitalistica e avere annotato che “Il tipo di pensiero religioso capitalistico si trova magnificamente espresso nella filosofia di Nietsche”, Benjamin conclude: “Il capitalismo – come va dimostrato, non solo rispetto al calvinismo, ma anche riguardo alle altre tendenze cristiane ortodosse – in Occidente si è sviluppato parassitariamente sul cristianesimo, in modo tale che alla fine nell’essenziale la sua storia è quella del suo parassita, il capitalismo”.
Questo parallelismo fra cristianesimo e capitalismo costituisce una rilevante novità anche rispetto a Marx. Sebbene quest’ultimo abbia stabilito connessioni fra cristianesimo e modo di produzione capitalistico, tuttavia la religione rimane ancora per lui quella tradizionale: “La religione è il gemito dell’oppresso, il sentimento di un mondo senza cuore, e insieme lo spirito di una condizione priva di spiritualità. Essa è l’oppio del popolo” (Introduzione alla Critica della filosofia del diritto di Hegel). In sostanza la religione trova la sua ragion d’essere proprio nell’oppressione, nella mancanza di umanità e di spiritualità che contrassegna il capitalismo. Non sembra quindi presente in Marx l’idea che questo capitalismo disumano possa svolgere la stessa funzione sociale della religione
A commento dello scritto di Benjamin, Stimilli scrive: “La tesi di Benjamin, secondo cui il capitalismo è la religione del nostro tempo, appare...in qualche modo realizzata. Pensare al capitalismo come all’ultima forma di religione può forse aiutare a comprendere anche il dirompente ritorno del religioso, a cui si è assistito negli ultimi anni. Nuove istanze religiose sono emerse all’interno del mondo cosiddetto ‘moderno’, coinvolgendo direttamente gli assetti politici internazionali e attirando prepotentemente l’attenzione dell’opinione pubblica. Ma una risposta convincente al problema del rinnovato dominio dell’ambito religioso sul piano pubblico della politica non è stata ancora veramente data. Che tale ritorno sia connesso al perpetuarsi di una guerra, che invece di essere originata da un conflitto di civiltà, sia, in realtà, piuttosto alimentata da un vero e proprio scontro economico planetario, sembra solo una conferma della profetica intuizione di Benjamin. Una prospettiva che voglia confrontarsi in maniera radicale con tale questione, non può lasciare nell’ombra quanto il paradigma della secolarizzazione, di fatto, si sia rivelato sempre più inadeguato per una lettura del presente e come sia apparso del tutto riduttivo nei confronti di un fenomeno prepotentemente emergente come quello religioso ”.