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martedì 12 luglio 2011

Le donne di Siena


Autonomia è l’obiettivo a cui tendono con forza le donne che hanno riempito le piazze d’Italia e ora si sono ritrovate per la due giorni di Siena.



 





Il movimento attuale ha caratteri originali rispetto alle fasi precedenti del femminismo. Ma la liberazione dal dominio in tutte le sue forme accomuna le donne di oggi e quelle delle fasi precedenti. Ha detto bene Sandra Bonsanti: l’attuale movimento femminile viene da lontano. E noi maschi ci siamo dentro o come avversari o come complici. L’autonomia delle donne è anomia per gli uomini che sentono vacillare la propria identità fondata da millenni sul dominio. O c’impegniamo a elaborare positivamente il lutto e diveniamo partecipi della liberazione femminile o accendiamo roghi.



 





Da Agostino a Freud la diversità di genere è stata interpretata come mancanza, passività, inadeguatezza e perfino invidia del pene. Ma all’interno della cultura occidentale egemone esiste da sempre tutta una pratica e una elaborazione intellettuale di donne che si oppone con forza a tale cultura. La controcultura delle donne è stata la punta di diamante di ogni cambiamento culturale. E anche oggi il processo di “esodo” dalla cultura del dominio è trainato dalle donne, a livello mondiale e non solo in Occidente.



 





Ciò che le donne si prefiggono è la ridefinizione dei rapporti fra generi, classi, popoli, culture, ma anche la ridefinizione del rapporto fra umanità e natura, che s’impone come condizione da cui dipende la sopravvivenza stessa della specie. Lo hanno detto in molte anche a Siena: vogliamo un cambiamento globale della società. E tutto questo sintetizzato efficacemente dallo slogan: tremate le streghe son tornate. Il recupero del naturalismo delle streghe è lo sbocco inevitabile del cambiamento globale.



 





Dopo quattro secoli di rimozione violenta, l’eresia del naturalismo riemerge in forme nuove. Esso non è da confondere con l’espandersi del mercato ai bisogni della psiche attraverso mode pseudo-religiose. E’ piuttosto emersione di soggettività dal basso e riscatto di culture represse, delle donne e dei popoli indigeni. I roghi che si accesero forse a milioni all'inizio dell'epoca moderna fino alla fine del Settecento, immensa perdita di energie umane, di saperi e di cultura, è stata la condizione per lo sviluppo della scienza, della tecnologia, dell’industria, dell’economia ma al tempo stesso ha aperto la strada al dominio sconsiderato sulla natura e allo sfruttamento illimitato della terra fino ad arrivare all’esaurimento di ricchezze accumulate in milioni di anni, alla devastazione della biodiversità, alla rottura dell’equilibrio di ecosistemi, all’inquinamento di aria, terreni e acqua, al prodursi del riscaldamento globale. Il nuovo movimento femminile nasce proprio da una tale consapevolezza. Le donne non pretendono di tornare indietro né di fermare il processo evolutivo. L’utopia, che appare oggi l’unica razionalità possibile, è quella di animare lo sviluppo umano con un’etica e un’ottica nuove: un nuovo modo di relazionarci con tutti coloro che vivono nella nostra dimora umana e con la natura circostante. L’etica dell’autonomia dal dominio dovrà essere planetaria. Per questo l’attuale movimento femminile di liberazione è una immensa ricchezza e una fonte di grande speranza per la società intera. Lo dico con senso di gratitudine.

Repubblica Firenze – martedì 12 luglio 2011 – pag.1



Le donne di Siena e noi uomini avversari o complici



Enzo Mazzi



 

sabato 25 giugno 2011

Scire est meminisse


 


La radici della P4 nelle stragi del '93






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Negli stessi giorni in cui esplodeva lo scandalo della P4, nell'aula bunker di Firenze si riapriva il processo sulle stragi del '93. Il nesso temporale fra i due eventi è puramente casuale, ma ha una potente valenza simbolica. Il sistema di potere instaurato dalla P4 ha avuto nella stagione delle stragi la sua levatrice. Lo dice con coraggio e con forza l'avvocato Danilo Ammannato, che rappresenta 18 familiari delle vittime di via dei Georgofili, la Regione Toscana, il Comune di Firenze. «Tutto inizia da Riina», dice Ammannato nella sua arringa. Il 30 gennaio '92 la Cassazione, per la prima volta, confermò le condanne al gotha di Cosa Nostra. È una data storica. Brusca ha detto: «Tutto inizia da lì. Riina non aveva mai avuto un ergastolo». Il significato della sentenza è che il vecchio referente politico (Lima, Andreotti) non esisteva più, non funzionava più. Da qui scatta il movente delle stragi del 1992: la vendetta. Per vendetta vengono uccisi Salvo Lima, europarlamentare eletto in Sicilia con 600 mila voti, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, con le rispettive scorte, l'esattore Ignazio Salvo e si pianifica l'assassinio del magistrato Pietro Grasso. Nel frattempo, il 17 febbraio '92 con l'arresto di Mario Chiesa è partita l'inchiesta Mani Pulite che "rompe il giocattolo", cioè il sistema politico, economico, imprenditoriale sul quale Cosa Nostra aveva fino ad allora contato. E inizia la trattativa con un nuovo sistema che sta emergendo.



Lo scrivono anche i giudici estensori della prima sentenza sulle stragi: la trattativa ci fu. Una eventualità del genere fa rabbrividire, scrissero i giudici. E la trattativa fu idonea a convincere i mafiosi che la strage pagava, perché lo Stato cedeva. Dopo l'arresto di Riina parte la campagna delle stragi sul continente. Dopodiché vengono chiuse le carceri dell'Asinara e di Pianosa, e arriva in Parlamento la norma di legge che doveva consentire anche agli imputati di strage di ricorrere al giudizio abbreviato, con pratica conseguente abolizione dell'ergastolo. Che era ciò che chiedeva Riina nel famoso "papello". Nel '93, dopo l'arresto di Riina, il ministro Martelli è costretto a dimettersi per la vicenda del Conto Protezione. Gli subentra Giovanni Conso. Il primo aprile la mafia decide di fare le stragi in continente. Il 14 maggio attentato in via Fauro a Roma contro Maurizio Costanzo. Il 15 maggio il ministro Conso toglie 140 decreti del 41 bis. Cancemi racconterà
che nella primavera del '93 Provenzano gli dice: «Le cose marciano bene, il 41 bis va a morire». Per tutto il corso del '92 Riina aveva detto che si sarebbe giocato i denti per far abolire la legge sui pentiti, l'ergastolo, il sequestro dei beni, il carcere duro. E Cancemi, già nel '99, in udienza pubblica, aveva dichiarato che all'epoca Riina sosteneva di avere nelle sue mani Dell'Utri e Berlusconi (non ancora in politica). Il 4 giugno '93, pochi giorni dopo la strage di Firenze, il governo sostituisce al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Amato con Capriotti. Il 20 luglio il 41 bis viene confermato e una settimana più tardi Cosa Nostra aziona di nuovo il tritolo, con gli attentati di Roma e Milano. Il pentito Sinacori racconta che in agosto il senatore dc Inzerillo dice: «Non avete ottenuto nulla, con un governo che un po' è fermo e un po' cede».



A questo punto l'avvocato Ammannato arriva all'incontro fra Graviano e Spatuzza del gennaio '94 al bar Doney di Roma. Graviano dice: «Abbiamo l'Italia nelle mani, abbiamo concluso tutto», il che significa che ci sono nuovi referenti, Dell'Utri e Berlusconi. Nel contempo dà personalmente l'ordine di eseguire l'attentato dell'Olimpico contro cento carabinieri, per dare il "colpo di grazia" alla trattativa perdente, quella con il colonnello dei carabinieri Mario Mori, il cui terminale era il ministro Mancino. Il colpo di grazia ai vecchi referenti apre la strada ai nuovi.



Ammannato conferma le connessioni fra la stagione delle stragi e il sistema di potere che incatena la società italiana, connessioni «riconducibili al disegno di rendere praticabile la strada delle modificazioni istituzionali che apertamente e da vario tempo il potere piduista aveva invocato, modificazioni funzionali alla conservazione del potere politico-economico nelle mani della oligarchia conservatrice» (sentenza-ordinanza dell'86 dei giudici istruttori di Bologna, Vito Zincani e Sergio Castaldo). La lezione è chiara: finché i centri di potere che hanno utilizzato il terrorismo restano impuniti non si può abbassare la guardia della memoria e la ricerca della verità.












Il manifesto 24 giugno 2011 – pag. 17





Enzo Mazzi







martedì 21 giugno 2011

Chiesa tiranna in libero Stato

LA CHIESA E L'ESTREMA UNZIONE DI CAVOUR - DI CORRADO AUGIAS

da: la Repubblica di domenica 19 giugno 2011

Signor Augias, un successo le celebrazioni dei 150 anni dell'unità d'Italia, segno di risveglio della coscienza identitaria. L'evento, fra l'altro, ha offerto l'occasione per riscoprire la storia del nostro Risorgimento. Che la Chiesa abbia osteggiato il processo è risaputo, ma che fosse arrivata adusare i sacramenti scomunicando i protagonisti del Risorgimento sfuggiva ai più. Pochi sapevano che si arrivò a negare l'estrema unzione a Cavour morente, reo di essere stato la mente politicamente più lucida di quel movimento. Eppure quel sacramento costituisce per tradizione, in un paese cattolico, un estremo atto di carità per i credenti e i non credenti. I sacerdoti, infatti, la somministrano senza indagare sulla fede del morente. Ma a Cavour, pur cattolico, fu ufficialmente negata.

Un pietoso frate, Padre Giacomo, ebbe il coraggio di violare il divieto. Ma la pagò cara, la sua vita ne fu sconvolta. L'ira del papa lo fulminò. Convocato a Roma dal sant'Uffizio, duramente biasimato da Pio IX in persona, fu punito con la sospensione "a divinis" e privato dei relativi emolumenti. Morì in estrema povertà.

Fa piacere constatare oggi che la Chiesa, da nemica, sia divenuta convinta sostenitrice e baluardo dell'Unità d'Italia.

Ezio Pelino - pelinoezio@tiscali.it

Risponde Corrado Augias

Baso la mia risposta sulle informazioni che gentilmente mi ha fornito il dottor Nerio Nesi che presiede Ia Fondazione Cavour. Il conte di Cavour alcuni mesi prima della sua precoce morte (nemmeno 51 anni!), chiamò il frate Giacomo Marocco, parroco della Madonna degli Angeli e suo amico, per chiedergli, quando fosse venuto il momento, di concedergli l'assoluzione senza richiesta di ritrattazione. Gli disse più o meno: frate, perché i miei bravi elettori non pensino di aver sostenuto un senza-dio, vi prego, quando sarà venuto il momento di darmi gli estremi sacramenti. Sia chiaro che nulla rinnego della mia politica ma vorrei morire in pace con Dio.

La nipote Giuseppina Alfieri di Sostegno quando fu chiaro che il povero conte era in agonia andò a chiamare il frate che mantenne il suo impegno. La leggenda vuole che Cavour prima di spirare abbia ripetuto le famose parole «Frate, Frate ricorda, libera Chiesa in libero Stato».

Qualche settimana dopo la morte di Cavour il generoso frate venne convocato a Roma dove, su ordine diretto di papa Pio IX, venne punito con la sospensione "a divinis", che nel linguaggio ecclesiastico significa non poter più amministrare i sacramenti né dire messa. Gli venne anche tolta la parrocchia compreso il beneficio economico che ne derivava.

Solo con la morte di Pio IX (1878) e I'ascesa al trono del successore Leone XIII, fra' Giacomo, colpevole di troppa generosità, riebbe il suo posto. Potendone godere poco poiché poco dopo il poveretto morì.



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Commento.

Se fa piacere che la Chiesa, come afferma Ezio Pelino nella sua lettera ad Augias, “sia divenuta sostenitrice e baluardo dell’Unità d’Italia” (forse perché “il vento” sta cambiando?), non altrettanto si può dire per quanto concerne la sua mancanza di carità nei confronti di coloro, credenti o non credenti, che non si attengono alle sue “leggi”. Ieri Cavour, oggi Piergiorgio Welby. Prima ancora Giordano Bruno, Savonarola, Galileo Galilei, ecc. ecc. ecc. A dimostrazione riporto qui sotto un elenco di alcune sanzioni comminate dalla Chiesa ai cattolici che in politica hanno seguito la loro coscienza anziché gli ordini (o interessi?) della Chiesa.

Giampietro Sestini

1874 - NON EXPEDIT

Formula latina (non conviene) con cui la Santa Sede il 10 settembre 1874 fece espresso divieto ai cattolici italiani di partecipare alle elezioni per il primo Parlamento dell'Italia unita e in generale alla vita politica dello Stato.

1948 - SCOMUNICATO CHI VOTA "FRONTE POPOLARE"

Il decreto del Santo Uffizio

(dal manifesto pubblico della curia di Piacenza per le elezioni politiche del 18 aprile 1948)

E’ peccato grave

1 ° - Iscriversi al Partito Comunista.

2° - Favorirlo in qualsiasi modo, specie col voto.

3° - Leggere la stampa comunista.

4° - Propagare la stampa comunista.

Quindi non si può ricevere l'assoluzione se non si è pentiti e fermamente disposti a non commetterlo più.

Chi, iscritto o no al Partito Comunista, ne ammette la dottrina marxista, atea e anticristiana e ne fa propaganda, è APOSTATA DALLA FEDE E SCOMUNICATO e non può essere assolto che dalla Santa Sede.

Quanto si è detto per il Partito Comunista deve estendersi agli altri Partiti che fanno causa comune con esso.

Il Signore illumini e conceda ai colpevoli in materia tanto grave, il pieno ravvedimento, poiché è in pericolo la stessa salvezza dell'anima.

2005 – CHI VOTA AL REFERENDUM NON E' CATTOLICO

La Conferenza Episcopale Italiana si è pronunciata all'unanimità contro la partecipazione dei cattolici ai referendum del 12-13 giugno 2005 sulla fecondazione assistita. "L'unica scelta è astenersi. Chi PRETENDE di andare a votare non può dirsi cattolico maturo. Chi vuole essere coerente con la Chiesa NON DEVE partecipare al referendum”.



giovedì 16 giugno 2011

La strepitosa vittoria dei referendum



 


 


COMUNITÀCRISTIANE DI BASE


Segreteria Tecnica Nazionale


c/o CdB San Paolo - Roma


Via Ostiense, 152/B – 00154 – Roma


328.4366864



 


La strepitosa vittoria dei referendum apre scenari nuovi sui fondamenti della vita sociale, sul senso dello sviluppo, della crescita e del consumo, sulla "razionalità" del mercato, sugli stili di vita individuali e collettivi, sul senso della politica come partecipazione di esseri sovrani e uguali. E pone in discussione l’asse del vivere civile imposta al mondo intero dalla oligarchia che domina l’economia e la politica a livello planetario: la guerra di tutti contro tutti, chiamata eufemisticamente competizione mondiale.


La vittoria dei referendum fa intravedere la nascita di un grande movimento trasformatore alla base della società in collegamento più o meno esplicito con un vento nuovo di liberazione e di affermazione di sovranità dal basso che sta impetuosamente soffiando nel mondo. E che finalmente trova il mondo giovanile fra i principali protagonisti, come appare evidente anche nella faticosa esperienza del mondo arabo che si affaccia sule rive del Mediterraneo.


Quel 57% di elettori italiani dicendo SÌ all’abrogazione di alcune norme sui bei comuni ha in realtà affermato il bisogno di nuovi valori sociali: la cooperazione anziché la competizione, la comunità aperta anziché l’egoismo escludente, la condivisione anziché l’appropriazione individualistica. Il nuovo paradigma si sta configurando come un nuovo patto tra gli esseri umani che però include necessariamente anche un nuovo patto con la terra, con la natura, con la vita e con Dio stesso.


Le comunità cristiane di base che hanno resistito nel portare avanti, maturare e attualizzare come hanno potuto tali valori sociali e comunitari nella fase storica di dominio del neoliberismo, dominio che ha contaminato pesantemente la stessa vita ecclesiale, salutano con gioia questa affermazione referendaria e ne traggono stimolo per rinnovare il loro impegno.


 


Le comunità cristiane di base italiane


Roma, 14 giugno 2011


Ma religion est liberté




Mohamed Talbi



Islam della nuova Tunisia







 







 






Voilà son credo : «L’Islam ne cible pas un pays, ni une région. Il s’adresse à tous les hommes, qu’ils soient chinois, australiens ou saoudiens. C’est une religion capable de s’adapter à tout lieu et à toute époque. D’où l’obligation d’actualiser le Balâgh (Message) coranique. La parole de Dieu n’est pas rigide parce que Dieu est vivant. Il dépasse de son éloquence tous les hommes, foukaha (jurisconsultes) et oulama, (savants) soient-ils. Il faut l’écouter Lui. La Charia, comme elle nous est parvenue, incarne une interprétation humaine de la parole divine. Elle peut convenir à une époque et pas à une autre. Il faut retourner à la lettre et à l’esprit du Coran. C’est là où tout musulman peut trouver la hidâya, une guidance spirituelle pour organiser sa vie au mieux. La Charia est un mot que l’on ne trouve nulle part dans le texte coranique, qui par contre cite 326 fois le terme hidâya sous ses diverses formes».







 







Ecco il suo credo: "L'Islam non circoscrive un paese, né una regione. Esso si rivolge a tutti gli uomini, siano essi cinesi, australiani o sauditi. E' una religione capace di adattarsi a ogni luogo e ad ogni epoca. Da cui l'obbligo di attualizzare il Balagh (Messaggio) coranico. La parola di Dio non è rigida perché Dio è vivente. Egli sopravanza con la sua eloquenza tutti gli uomini, siano essi foukaha (esperti di diritto) e ouléma (saggi). Bisogna ascoltare Lui. La Charia, come è arrivata a noi, incarna una interpretazione umana della parola divina. Può essere adatta ad un epoca e non ad un'altra. Bisogna ritornare alla lettera e allo spirito del Corano. E' lì che ogni mussulmano può trovare la Hidaya, una guida spirituale per organizzare al meglio la sua vita. Charia è una parola che non si trova in nessuna parte del testo coranico, che invece cita 328 volte il termine hidaya nelle sue diverse forme.



 







Fonte















 

venerdì 27 maggio 2011

Stragismo e baratro economico-politico


Quella strategia che non si vede



 



Ormai il calendario non ha quasi più giorni da dedicare agli anniversari delle stragi che, in questi ultimi cinquant’anni, hanno dilaniato e insanguinato le piazze e le strade d'Italia. Di un'Italia che cercava varchi di speranza per l'intreccio fra utopia - vita quotidiana - politica.



Ma se il calendario è zeppo, al contrario è vuota la mappa delle responsabilità dei veri mandanti. Il freddo buio tiene aperte le ferite e fresco il sangue versato.



"Niente cambiamento" - ci hanno detto le bombe, da quella di piazza Fontana a quella degli Uffizi. "Niente cambiamento" - ci hanno detto, in senso solo apparentemente opposto, gli assassini mirati, compreso quello di Moro. “Niente cambiamento” ci ha detto la bomba fatta esplodere da mano mafiosa nel freddo delle stradine e chiassi senza mai sole, fra piazza Signoria e l'Arno, a Firenze, in via Lambertesca, via dei Georgofili, chiasso Baroncelli, chiasso del Buco..., la notte fra il 26 il 27 maggio 1993.



“Da allora sono passati diciotto anni, i responsabili materiali sono stati consegnati alla giustizia, ma la volontà di fare luce sulle ombre che ancora permangono resta intatta”, è scritto nel depliant che annuncia le numerose iniziative per commemorare la strage di Firenze.



E’ carente però in queste commemorazioni il collegamento fra la strage fiorentina e le altre che hanno insanguinato l’Italia e il mondo. E soprattutto il legame fra lo stragismo e l’attuale baratro economico-politico in cui stiamo precipitando.



Il golpismo stragista italiano così come  il golpismo militare sanguinario latinoamericano sono parte di un'unica strategia: creare in tutto il mondo le migliori condizioni per la nuova affermazione del neoliberismo mercantile. Vita, libertà e mercato s'identificato per la cultura neoliberista. La cultura della solidarietà e dei diritti sociali, come diritti umani universali inalienabili, in quanto ostacola il libero svilupparsi del mercato è un gravissimo attentato alla vita e alla libertà. La centralità del lavoro è una bestemmia e lo stato sociale è la cura pietosa che può incancrenire la piaga. E' talmente decisiva l'affermazione del libero mercato a livello planetario che tutti i mezzi sono leciti per il nobile scopo.



Claudio Annunziata, pubblico ministero che ha istruito a Bologna la prima fase delle indagini di alcuni processi in materia di stragi, scrive nella Prefazione al libro "Il terrorismo e le sue maschere" curato dall'Associazione dei familiari delle vittime per stragi (Ed. Pentragon, Bologna 1996): "Chi ha organizzato ed eseguito le stragi ha nel proprio patrimonio ideologico un odio profondo verso il genere umano, verso i suoi sentimenti di solidarietà, verso la sua disponibilità a confrontarsi con qualsiasi libera espressione del pensiero e a pervenire a una scelta politica attraverso il ricorso agli istituti democratici".



Golpismo, violenza stragista, repressione istituzionale dei movimenti di socialità dal basso hanno insanguinato il mondo, incatenato la società intera costringendola in un clima oppressivo di paura, per consolidare e assicurare le scelte politiche moderate o involutive. Tale strategia ha raggiunto in gran parte il suo scopo ed è in agguato in ogni piega della società e della politica. Per riaccendere la speranza di un vero cambiamento politico, economico e culturale abbiamo bisogno di luce.



 



 



Per Repubblica Firenze



27 maggio 2011



Enzo Mazzi



venerdì 20 maggio 2011

Elezioni e relatività della politica


Questa carica emotiva di sapore quasi apocalittico con cui si è indotti ancora una volta a vivere la competizione elettorale coinvolge con una tale pesantezza che si rischia di perdere il senso della relatività della politica. Conviene forse dedicarvi qualche riflessione.



Mi viene di paragonare le elezioni, così come vengono vissute, a un "buco nero siderale" che ingoia energia, senso della vita, ricchezza di rapporti, e crea il vuoto di reale partecipazione democratica. Perché insinua e diffonde nella convivenza civile il veleno mortifero della cultura della contrapposizione. Non per nulla le consultazioni elettorali usano un codice espressivo spietatamente binario, sì/no, bianco/nero, di qua/di là, vinti/vincitori. E questo dover tagliare col coltello è impietoso per chi ama la complessità dell’esistenza sia personale che sociale e su tale complessità fonda il senso della politica.

C’è in vista una reale alternativa alle elezioni? Ritengo di no. Ce le dovremo tenere ancora per molto. Ma la società civile dei diritti di tutti e della solidarietà, il mondo dell'associazionismo di base, l'area del volontariato, dell'autonomia e della responsabilità, è confermata nella sua convinzione che il mondo della politica, sempre più lontano dalla vita, deve tornare a intrecciarsi con i sentieri della trasformazione dal basso della società intera e delle singole coscienze.

E’ una nuova cultura che deve svilupparsi insieme all’incedere delle trasformazioni strutturali in modo da guidare i processi del cambiamento invece di esserne dominati. E per questo serve la conoscenza, la razionalità, la fiducia, la collaborazione e non invece la paura che è sempre più il condimento delle competizioni elettorali e lo strumento per attirare consensi. Strumentalizzare e fomentare a scopo di potere e di dominio lo sconcerto e anche la paura del parto sociale che sta avvenendo nel grembo fecondo della realtà attuale è una forma grave di criminalità politica. E purtroppo è proprio questo che sta avvenendo. Di fronte a questa mobilità planetaria si alimenta la paura del diverso che attenta alla nostra identità, la paura dell’immigrazione che viene a rubarci lavoro, benessere, tranquillità, la paura del terrorismo che incendia il mondo. Di fronte a conquiste scientifiche e tecnologiche che penetrano nel sacrario più intimo della vita, si enfatizzano in modo esasperato i pericoli in campo genetico e riproduttivo, si colpevolizza la responsabilità della donna nel campo riproduttivo fino ad accusarla di assassinio non solo per l’aborto ma per lo stesso uso della pillola abortiva. Di fronte a prese di coscienza e scoperte nel campo della psiche che rivelano profondità e pluralità di modi di essere finora ignorati, che impongono l’affermazione di diritti negati di parità della donna, che aprono orizzonti di dignità per le persone dall’orientamento sessuale finora represso, si demonizzano nuovi modi di impostare i rapporti umani come attentati alla natura.

E via di questo passo.

Un grande compito di formazione culturale sta davanti alla politica e alla società civile e una grande alleanza s’impone fra istituzioni, organizzazioni sociali e movimenti per guarire dalla paura e ritrovare fiducia. La delega democratica usata come sedativo addormenta il senso critico e consente al cosiddetto berlusconismo di covare sotto la cenere. La partecipazione critica della società, possibile solo se la politica fa un passo indietro e si allea di nuovo con la vita, è essenziale per non trasformare l’elezione in un affidamento irresponsabile che esorcizza la paura ma non la guarisce.



la repubblica Firenze pag. 1


19 maggio 2011

                                      Enzo Mazzi