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venerdì 8 giugno 2007

Sintesi nuove


I giovani che manifestano contro Bush lo fanno in nome di un grande sogno: la pacificazione del mondo nel segno della giustizia e dell’incontro fra culture. In Bush vedono come la personificazione della cultura contrappositiva, della “guerra di tutti contro tutti”, della competizione globale liberista, che è alla base dello scontro di civiltà e della stessa aggressione contro la natura, e sono consapevoli del baratro verso cui tale cultura ci spinge inesorabilmente. Essi, a parte i violenti, hanno ragione. Spero che la forza che li anima li porti a una consapevolezza ancor più profonda e cioè a vedere meglio le radici e le fonti a cui la cultura contrappositiva si alimenta.

La cultura della guerra è sistemica. Pervade cioè tutti gli aspetti del convivere. E non solo quelli di cui siamo consapevoli. Penetra il nostro profondo, le regioni dell’inconscio sia l’inconscio individuale sia sociale. Dove voglio arrivare? La mia conclusione è che la pace, in modo speculare alla guerra, è una cultura e non solo un evento, è un sistema complessivo di organizzazione della società. La transizione dalla cultura di guerra alla cultura di pace è dunque un processo rivoluzionario. Investe tutti campi del convivere, non solo quelli economici e politici ma anche quelli simbolici. Investe anche le religioni e il mondo del sacro. O si cambia tutto insieme, ciascuno per la sua parte, o non si cambia veramente nulla. Dovrebbero tenerne conto quanti lavorano per nuove sintesi politiche.

Dovrebbero tenerne conto i tanti cattolici che mettono insieme il manifestare contro Bush e contro la guerra e il manifestare nel family day contro l’apertura ai nuovi orizzonti dell’etica. Ha ragione il sociologo Franco Ferrarotti nel sostenere che la fame di sacro e il bisogno di religione vanno sottratti all'abbraccio mortifero della religione-di-chiesa, burocratica e gerarchicamente autoritaria. I cattolici, se vogliono essere coerenti, non possono sottrarsi a questo compito storico: liberare l’etica dal dominio del sacro. Ma Ferrarotti aggiunge che ciò va fatto con una lotta su più fronti, "dentro ma anche fuori della chiesa". Insomma i laici non possono più continuare a chiamarsi fuori dai problemi religiosi, ecclesiali e perfino teologici. Le frontiere della laicità non si possono più disegnare in base al muffito metro del credere/non credere. C'è bisogno di consapevolezze nuove e di percorsi inediti.

Per non restare ai discorsi e alle teorie vorrei portare un’esperienza a mo’ di esempio.

Se c’è una vittima della cultura violenta della contrapposizione è la separazione tra sacro e profano nell’educazione. La lezione di religione o di catechismo separata dalle altre discipline e dalla scuola della vita è una delle più grandi violenze che si possono fare alle coscienze in formazione. Chi grida contro la guerra dovrebbe capire che con altrettanta forza bisogna gridare contro quel tipo di formazione religiosa. E soprattutto tentare esperienze alternative positive e non contrappositive.

In molte comunità di base, che sono il luogo privilegiato dell’innovazione in questo campo, gruppi di genitori insieme a educatori e animatori tentano la difficile strada di una educazione di sintesi fra la tradizione e l’innovazione, fra il meglio dell’esperienza religiosa dell’umanità e in particolare, ma in modo non esclusivo, fra il Vangelo e la scienza, fra la dimensione spirituale e quella intellettuale-fantastica-materiale, fra il mondo simbolico e rituale religioso e la simbologia laica.

Esiste attualmente una quantità di offerta sul piano educativo oltre la scuola: corsi per tutti i gusti, dalla danza al catechismo. E’ una specie di consumismo educativo che però frantuma la personalità dei bambini, mentre il ruolo dei genitori è svuotato e si esaurisce nella delega alle varie agenzie educative e nell’accompagnare i figli di qua e di là in una rincorsa senza tregua.

Quei gruppi di genitori cercano, faticosamente bisogna dirlo, di riprendersi il ruolo di educatori accettando di crescere insieme ai loro figli e di ricomporre in una sintesi nuova la propria personalità. Non sono sognatori. Fanno cose piccole ma vere. Potrebbe trattarsi di una brezza di futuro.

Anche all’Isolotto si osa una tale sperimentazione.

C’è perfino l’evento che forse merita, senza enfasi, di essere annunciato: una bella festa di accoglienza dei bambini in piazza Isolotto a Firenze, domenica prossima 10 giugno al mattino, che concluderà l’esperienza educativa di quest’anno. Saranno protagonisti bambini di varie età. Alcuni neonati saranno “carezzati simbolicamente”, dagli altri bambini, dai genitori, dagli adulti presenti, sia con l’acqua e con le parole che nella tradizione cristiana significano il battesimo, sia con l’olio profumato di bergamotto, segno dell’accoglienza nella solidarietà perché olio proveniente dalle cooperative di giovani che nella piana di Goia Tauro lavorano le terre confiscate alla mafia e sono oggetto di gravi intimidazioni. Inoltre pietre segnate, con messaggi e disegni, dall’impegno, dalla riflessione, dalla creatività di piccoli e grandi andranno a comporre una futura strada ideale da percorrere insieme, mano nella mano. In fondo alla strada ciascuno scriverà il proprio nome su un grande arcobaleno colorato: chiamarci per nome, affermare la propria soggettività e non intrupparsi nel gregge, mantenere relazioni positive è l’unico e fondamentale legame che mantiene viva la comunità. E infine il segno della condivisione del pane e del vino nel segno della memoria di Gesù e però anche di tutti coloro che hanno vissuto e dato la vita nella solidarietà e nell’amore. Per alcuni bambini più grandi sarà una festa particolare, un rito di passaggio, un riconoscersi nello spirito dell’esperienza comunitaria che ognuno e ognuna di loro poi vivrà se lo vorrà e come lo vorrà, senza cioè marcare l’appartenenza.

Sarà una ritualità religiosa oppure laica? O forse ambedue? Non è questo il tempo di sintesi nuove aperte al futuro? Ci sono contraddizioni? Il nuovo non è mai puro. Il bambino che nasce è sempre intriso di sangue. Sta alle levatrici lavarlo carezzandolo dolcemente. Tutto questo non è affatto estraneo alla lotta per la pace nella giustizia e per un nuovo mondo possibile.


    Enzo Mazzi


Firenze 6 giugno 2007

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